Testi e meditazioni

 29/11/2009 – AVVENTO – ANNO C – 1ª DOMENICA – 2009

Preparazione alla celebrazione della messa.

1ª DOMENICA DI AVVENTO.
Anno C – 29 Novembre 2009

Ci Raccogliamo
davanti al Signore Gesù, che si dona, muore, risorge, trasmette lo Spirito: ci fa suoi «tralci» (Gv 15,5) con il Battesimo, la Cresima, l’Eucaristia (Nota 1). Rinnoviamo il segno dell’adesione a lui.
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo. Amen. Dio dice: “Ascolta, Israele: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore; e il prossimo come te stesso”.
Dio parla a noi tramite noi stessi come nel celebrare la messa. Dico, quindi: “Ascolta, N.” [nome proprio, e d’altre persone]. Ciascuna/o poi può dire: “Ascolta, Chiesa che sei [in Padova]”, [“… in famiglia N,”, “… in parrocchia N.”, “… in comunità N.”]; e tutti lo ripetiamo.
«In persona» dei citati, ci presentiamo al Padre, come membra di Gesù che «sta alla destra di Dio e intercede per noi» (Rom 8,34), in atto di presentargli ciascuna persona: tutta l’umanità, in se stesso.
Con Paolo possiamo dire: “Sono lieto di dare compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo, che è la Chiesa” (Col 1,24).
Con disponibilità, quindi, accogliamo la nostra esistenza quotidiana in Cristo, ripetendo insieme:
“Eccomi, Signore! Aiuta tutti, come ora aiuti noi ad ascoltarti”. Offriamo il nostro corpo come sacrificio vivente, santo, gradito a Dio: come nostro culto nello Spirito (cfr Rom 12,1); come prolungamento della messa nella vita.

Leggiamo
il formulario liturgico della messa corrispondente, da Ingresso a Dopocomunione, secondo le disposizioni della chiesa (nota 2). Cogliamo una parola da contestualizzare (vedi: «Rileggiamo») e da ripetere: “N., …”, appena il Signore si annunzia (= ci viene in mente) durante la giornata.

Rileggiamo
i testi, cominciando dal vangelo, dove Gesù si rivela Buona Notizia, parlando della sua e nostra pasqua che celebriamo; dove Gesù si rivela “Compimento” delle promesse della prima lettura; e si rivela “Fondamento” della sua comunità, la chiesa, nella seconda lettura (vedi Principi e Norme per l’uso del Lezionario e del Messale Romano). Rileggiamo vangelo e I-II lettura in rapporto al vangelo, ascoltando in adorazione, pregando, contemplando Gesù Risorto, presente fra noi.

Tematica Liturgica .
In Avvento (nota 4), le tematiche liturgiche della prima parte (nota 5) si agganciano alle tematiche offerte dal lezionario a conclusione dell’anno liturgido, circa la fine del mondo (Domenica 33ª anno B). Il Signore ha promesso che sarebbe ritornato (ritorno di Gesù o parusia); e la sua comunità si mantiene salda e fiduciosa nell’attesa.
Con questa domenica entriamo nel periodo di Avvento in preparazione al Natale e alla fine del mondo; un periodo forte (cf Approfondimenti, 30/11/2009 – IL “TEMPO BASE” DEI “TEMPI FORTI” – 2009): per quattro tappe rifletteremo su questo aspetto del mistero di Gesù che viene ed è atteso.
L’attesa è sostanziata dalla vigilanza e dalla preghiera. Per vigilanza la comunità intende la continua maturazione dell’agape-amore e la perseveranza nell’agire in modo di piacere a Dio. La preghiera è, a sua volta, orientata a custodire la fede e ad accrescerla perché il singolo credente e la comunità si mantengano fedeli a Cristo anche nelle difficoltà, nella paura e nello smarrimento.

Il VANGELO (Lc 21,25-28.34-36).
Struttura del vangelo liturgico.
Il brano evangelico, Lc 21,25-28.34-36, è una pericope del discorso escatologico di Gesù. Sono stati tolti i vv. 29-33, che contengono la parabola dei segni del fico, perché la liturgia non vuole sottolineare i segni della fine (cosa già fatta nella penultima domenica del Tempo ordinario), ma vuole evidenziare gli atteggiamenti del credente nell’attesa del ritorno del maestro. Il linguaggio dell’evangelista è di tipo apocalittico e certe immagini sono tolte dal libro di Daniele (7,13-14).

La prima lettura (Ger 33,14-16 Sal 24) associa il testo del vangelo, profetizzando il Messia che porta salvezza per il suo popolo: i suoi «discepoli».
La seconda lettura (1Tes 3,12-4,2) rafforza ulteriormente il tema richiamando il frutto-segno, che è la carità in chi è il suo discepolo.

I testi eucologici guidano la celebrazione: Ascoltiamo in Adorazione, Preghiamo, contempliamo.

Alzatevi, drizzate il capo perché la vostra liberazione è vicina. -
A te, Signore, innalzo l’anima mia: in te confido!

ASCOLTIAMO in ADORAZIONE.
Gesù è il Veniente. Quando viene alla fine del mondo, avrà due volti: un volto di giudizio per gli altri «gli uomini»; e un volto di riscatto, di salvezza per i «discepoli». Gesù lo «disse ai suoi discepoli».
Il testo va capito per i chiari riferimenti biblici mediante alcune parole allusive di riferimento, quali: «Dio creò il cielo e la terra, il luminare maggiore (sole), e il luminare minore (luna)», «alzarsi», «levare il capo», «preoccupazioni e affanni della vita», “Vegliate e pregate”.

Ti adoriamo, Signore Gesù: tu sei il Veniente, e tutto il tuo creato ti riconosce e ti loda.
Gesù è venuto, viene, ritornerà: Gesù è il veniente. Gesù è venuto nella dimora che lui si è fatto. Non c’era nulla. Tutto era tenebra. Dio si è fatto la sua dimora: sole, luna, stelle, terra, mare, flutti, ogni cosa, come un giardino (Gen 1-2: «In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: “Sia la luce! ”. E la luce fu… Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno»)… secondo giorno, terzo, quarto, quinto giorno.
Alla fine, il sesto giorno, Dio si è fatto l’uomo «a sua immagine e somiglianza», sua particolare dimora. “Tutto è stato fatto da lui, per mezzo di lui e in vista di lui. Senza di lui nulla è stato fatto di quanto esiste” (cf Gv 1). Dio si è fatto la sua dimora; ed “è venuto in casa sua, e i suoi non l’hanno accolto. A quanti però l’hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio” (Gv 1); e oggi avremo fra noi una nuova figlia di Dio, una nuova sorella di Dio: Elena Chiara, che Dio si è fatta, e oggi Gesù la immerge in se stesso con il «battesimo»; proprio come noi tutti, suoi discepoli, per partecipare, anche lei, alla danza del ritorno dello Sposo Gesù nostro Signore. Al suo ritorno, tutto danza e grida di gioia (nota 6). Questo ha inteso dire Gesù «ai suoi discepoli»; “mentre gli uomini (gli altri che non hanno accolto la chiamata, per essere suoi discepoli: scelti, amici, per imparare da lui: «impariate da me che sono mite…) moriranno di spavento”.

Ti adoriamo, Signore Gesù: tu ci «innalzi», vincendo il demonio, liberandoci dalla sua insidia.
La parusia, la venuta definitiva di Gesù, genererà paura negli uomini, ma liberazione e rassicurazione nei credenti. Gesù, infatti, tornerà come «Figlio dell’uomo», «giudice dell’umanità e liberatore dei suoi». I cristiani hanno il diritto di essere sereni perché il Maestro li libererà dal dominio di satana: «Alzatevi»; è un verbo che viene usato da Gesù per indicare un gesto preciso di vita nuova (Lc 13,11-16: Una volta «Gesù stava insegnando in una sinagoga il giorno di sabato. C’era là una donna che aveva da diciotto anni uno spirito che la teneva inferma; era curva e non poteva drizzarsi in nessun modo. Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: “Donna, sei libera dalla tua infermità”, e le impose le mani. Subito quella si raddrizzò e glorificava Dio. Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, rivolgendosi alla folla disse: “Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi curare e non in giorno di sabato”. Il Signore replicò: “Ipocriti, non scioglie forse, di sabato, ciascuno di voi il bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che satana ha tenuto legata diciotto anni, non doveva essere sciolta da questo legame in giorno di sabato?”).
Gesù parla della liberazione dal dominio di Satana v. 16). Quella donna, senza nome, è simbolo di tutta l’umanità che si lascia guarire dal Maestro e Medicina, Gesù di Nazaret. il Signore la guarisce e lei può alzarsi. Il Signore dice che quando lui viene noi possiamo «alzarci», intendendo dire che quando verrà, lui ci avrà liberato dalla continua pressione che il demonio ora esercita su di noi.

Ti adoriamo, Signore Gesù: tu ci hai condonato tutti i peccati, possiamo «vedere il tuo volto».
«Levare il capo» è un’altra espressione tutta singolare; la troviamo nella descrizione che Luca fa dell’atteggiamento del pubblicano al tempio, che «non osava alzare gli occhi» davanti al Signore, perché era peccatore. Gesù lo perdona. Egli può «levare il capo»; equivale ad «alzare gli occhi al cielo»; gesto che non si sentiva meritevole di fare il pubblicano al tempio, mentre confessava i suoi peccati (Lc 18,13). Noi invece veniamo invitati da Gesù ad alzare il capo; il che vuol dire, che il suo ritorno coinciderà non solo con la sconfitta definitiva del demonio, ma anche con il perdono totale (condono) dei nostri peccati. Per noi quindi il ritorno del Signore è un riscatto, è una salvezza. Per gli altri, dice e sottolinea l’evangelista Luca, è un intervento definitivo di giudizio.

Ti adoriamo, Signore Gesù: tu ci rendi capaci di portare buoni frutti, superando dissipazioni.
L’atteggiamento che Gesù ci suggerisce nell’attesa di questa sua venuta finale di riscatto e di perdono, viene espresso con le parole: “Cercate di non appesantire i vostri cuori”. È un’espressione carica di significato. Nella parabola del seminatore, ascoltare la parola, e poi non interiorizzarla, non farla scendere nel profondo, è un’ascoltarla e poi, per la durezza e infermità del cuore, privarla della sua efficacia. Gesù in fondo ci sta avvisando che l’atteggiamento di attesa più bello, e più attento è quello in cui noi rimaniamo ascoltatori della parola: come il terreno buono che accoglie il seme e porta il frutto, anche insperato, per il miracolo dell’operatività della parola stessa. L’atteggiamento dell’attesa consiste principalmente nel coltivare l’ascolto operoso della Parola, senza lasciarsi sopraffare dalle preoccupazioni della vita. La parabola del buon seminatore, riguardo al quarto tipo di terreno, dice: “Il seme caduto in mezzo alle spine sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo, si lasciano sopraffare dalle preoccupazioni, dalla ricchezza e dai piaceri della vita e non giungono a maturazione”(Lc 8,13s).

Ti adoriamo, Signore Gesù: pregando in noi e per noi, tu ci «elevi» all’intimità con il Padre.
L’elemento conclusivo del discorso è: “Vegliate e pregate”. Un sondaggio filologico di queste espressioni ci rivelerebbe tanti aspetti dell’atteggiamento che Gesù ha, e intende donare ai suoi discepoli. Ci fermiamo solo a un passo biblico. Troviamo questo binomio «vegliate e pregate» al Getzemani (In Matteo, 26,41, più evidente), dove Gesù invita in modo pressante i suoi discepoli a coltivare e custodire la fede dalla tentazione suprema, quella che distrugge la fede. Con questa raccomandazione il Signore Gesù indica la debolezza nei discepoli, come in ogni uomo: i discepoli devono prestare molta attenzione alla propria fede e pregare per essa, perché la debolezza non abbia a prevalere sul credente.
Si evidenzia che «pregare», non è esattamente dire «preghiere»; ma fare un’esperienza profonda dell’incontro con Dio (Nota 7). In sintesi: “Vegliate dunque e pregate” è il messaggio di fondo che Gesù ci da’. I cuori non devono essere appesantiti, altrimenti la parola non attecchisce; prestiamo attenzione alla nostra fede perché è una realtà che va coltivata, il dono più prezioso che abbiamo; ed in fine impariamo a pregare, cioè a far nostro questo modo che Dio ci propone di entrare in dialogo con lui, e con il profondo di noi stessi.

Ti adoriamo, Signore Gesù: che ci «alzi», salvando il popolo dell’Antico e Nuovo Israele.
La prima lettura (Ger 33,14-16) rileva questa visione positiva del vangelo, dicendo: «In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme vivrà tranquilla». La parusia è un momento di giustizia redentiva: «Gesù, eserciterà il giudizio e la giustizia», cioè, si fa presente come «misericordiosamente giusto».

Ti adoriamo, Signore Gesù: tu ci «elevi», facendoci progredire sempre di più nel tuo amore.
Alla luce della seconda lettura (1 Ts 3,12-4,2), la veglia e la preghiera toccano anche l’amore che deve maturarsi e crescere all’interno della comunità credente. Si tratta di un amore che imita l’amore di Dio: “Comportatevi in modo da piacere a Dio”. “Così già vi comportate; possiate progredire ancora di più”, parole che richiamano l’«alzarsi» in senso spirituale profondo.

PREGHIAMO.
Aderendo all’agire dello Spirito, per mezzo di Cristo che è: «1. Ringraziamento; 2. Pane; 3. Offerta; 4. Intercessione; 5. Lode»:
1. «Ringraziamo», raccontando l’Amore del Padre in Cristo verso di noi (prefazio). Grazie, Padre, per il tuo Figlio: in lui tu mantieni nei secoli le tue promesse, e rialzi il capo dell’umanità oppressa da tanti mali e apri i nostri cuori alla speranza.
2. «Siamo nutriti» di Cristo, che, preso il «pane» e rese grazie, si dona vero cibo e bevanda di salvezza (consacrazine, transustanziazione). Ora, Padre, manda lo Spirito, che perfeziona l’opera di Gesù nel mondo, compiendo ogni santificazione. Egli ci rende in grado di partecipare al sacramento eucaristico, che ci rivela il senso cristiano della vita, ci sostiene nel nostro cammino e ci guida ai beni eterni.
3. «Diveniamo» luogo riservato a Gesù, che in noi continua a «donare» se stesso (offerta). In noi, Padre, si offre a te Gesù: possiamo «innalzare» il pane della vita e il calice della salvezza; l’umile espressione della nostra fede diventa pegno di salvezza eterna.
4. «Intercediamo» per tutti in Cristo, che «intercede» per noi, e ci fa intercessori con lui per gli altri (intercessione). Tutti, Padre, accogli in Cristo: vivi, defunti, celebranti. Pregando in noi e per noi te, o Padre, Gesù ci ottiene da te la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti a lui.
5. «Glorifichiamo» pienamente il Padre, per Cristo, con Cristo, in Cristo nello Spirito Santo che ci fa santi (lode finale). A te, Padre, ogni onore e gloria: dai discepoli che Gesù si sceglie, chiama amici, perché stiano con lui e imparino da lui «la sua Persona», la mitezza del suo cuore; poi per mandarli come lui è mandato da te, o Padre, e portino frutto duraturo, che ti rende gloria.

O Padre, che ci mostri la tua misericordia e ci doni la tua salvezza che libera e innalza; fa che a te innalziamo l’anima nostra; ci affidiamo a te, che ti confidi con chi ti teme, e gli fai conoscere la tua alleanza. Per Cristo nostro Signore. Amen.

CONTEMPLIAMO.
la storia del piano di Dio.
Nella chiesa il Padre convoca i credenti in Cristo, in cinque tappe (Lumen Gentium, 2; vedi: nota 3). Contempliamo oggi nei suoi cinque momenti, per esempio, Misericordia e Salvezza che libera e innalza:
prefigurata, sin dall’inizio, nella Creazione: Misericordia e Salvezza che libera e innalza, con il tuo Avvento in ogni creatura;
figurata, nella storia d’Israele, antica alleanza: Misericordia e Salvezza che libera e innalza, nell’Avvento di Gesù, che compie ogni promessa;
compiuta, in Cristo Gesù, negli ultimi tempi: Misericordia e Salvezza che libera e innalza, con l’Avvento di Dio Padre in Gesù;
manifesta, nella chiesa, per lo Spirito effuso: Misericordia e Salvezza che libera e innalza, con l’Avvento di Cristo nella Chiesa;
completa, alla fine, nella gloria della Trinità. Misericordia e Salvezza che libera e innalza, con l’Avvento finale di Cristo, capo e membra, nella gloria.
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NOTE
Nota 1.
La Parola di Dio, Proclamata in questa celebrazione, richiamata dall’antifona alla Comunione (cf Avvento – Anno C – 1ª Domenica – 30/11/2003), e approfondita anche da altri testi eucologici (cf 03/11/2006 Avvento, Breve Premessa), «attua ora» sacramentalmente in noi la redenzione, realizzata fin dall’evento pasquale della morte e risurrezione di Gesù il sette – nove Aprile del trenta d.C.
La Parola di Dio «attua ora sacramentalmente in noi la redenzione», perché lo stesso evento pasquale di duemila anni fa, con la sua efficacia, è in atto nella Parola «Proclamata» in quest’Eucaristia; la stessa «opera di Gesù» è in atto quindi in circostanze diverse: «storiche» di quel tempo in Israele, «sacramentali» (gesti e parole) ora nella sua Parola proclamata.
La Parola («Dâbhâr») è «Fatto e Parola» («Dâbhâr Javè» = «Fatto e Parola di Javè»); lo stesso «Fatto» storico della Pasqua di Gesù (che soffre, muore, trasmette lo Spirito, risorge) per opera dello Spirito Santo è presente in questa «Parola» proclamata nell’assemblea liturgica; anzi, «in previsione» della sua pasqua redentrice era già presente fin nel grembo di Maria.
Noi ora, come Maria, diciamo: “Sì”, con il cuore bendisposto nel celebrare. La redenzione, operata nei «misteri» (gesti e parole di Gesù nel rito), trasforma tutta la nostra vita. La Parola proclamata nella liturgia, cioè, lo stesso Gesù pasquale, ispira e attua i vari momenti della celebrazione e dell’esistenza in chi l’accoglie.
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Nota 2.
“I fedeli partecipino con frequenza alle messe, anche feriali, e, quando ciò non è possibile, siano invitati a leggere almeno i testi delle letture corrispondenti in famiglia o in privato”, vediPartecipazione e Celebrazione delle Feste Pasquali, Congreg. per il Culto, n.13; del 16.01.1988);
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Nota 3.
«I credenti in Cristo, (il Padre) li ha voluti chiamare a formare la santa Chiesa, la quale, già annunciata (“prefigurata”) in figure sino dal principio del mondo, mirabilmente “figurata” nella storia del popolo d’Israele e nell’antica Alleanza [1], stabilita (“compiuta”) infine «negli ultimi tempi», è stata manifestata (“manifesta”) dall’effusione dello Spirito e avrà glorioso compimento alla fine dei secoli (“completa”). Allora, infatti, come si legge nei santi Padri, tutti i giusti, a partire da Adamo, «dal giusto Abele fino all’ultimo eletto» [2], saranno riuniti presso il Padre nella Chiesa universale» (Lumen Gentium 2).
Cinque tappe della formazione della chiesa (da kalèô = chiamo; participio passato = èkklesa: ecclèsia, chiesa = chiamata): prefigurata, figurata, compiuta, manifesta, completa.
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Nota 4.
Introduzione.
Il tempo d’Avvento, nato nella liturgia ispanica (sec. IV), entra nella liturgia romana qualche secolo dopo (sec. VII) con forme inizialmente non ben definite (cinque domeniche secondo la tradizione presbiterale, testimoniata dal sacramentario Gelasianum Vetus, oppure quattro domeniche secondo la tradizione episcopale, testimoniata dal sacramentario Gregorianum). Con il tempo prevarrà la tradizione episcopale di quattro domeniche. L’Avvento è tempo di preparazione alla solennità del Natale ed è tempo in cui la comunità credente viene guidata all’attesa della seconda venuta del Cristo, alla fine dei tempi (Norme generali per l’ordinamento dell’anno liturgico e del calendario, 39). Il lezionario durante l’anno C propone normalmente le pericopi evangeliche tratte da Luca.
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Nota 5.
Due parti dell’Avvento.
L’Avvento consta di due parti: 1ª, dalla prima domenica di Avvento al giorno 16 dicembre; la 2ª, dal 17 al 24 dicembre, con le otto Antifone “O”, nei «Versetti al Vangelo».
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Nota 6.
Il creato grida e danza di gioia al ritorno definitivo del suo Signore:
Sal 65,7s.13s: “Tu rendi saldi i monti con la tua forza, cinto di potenza. Tu fai tacere il fragore del mare, il fragore dei suoi flutti, tu plachi il tumulto dei popoli. Gli abitanti degli estremi confini stupiscono davanti ai tuoi prodigi: di gioia fai gridare la terra, le soglie dell’oriente e dell’occidente”. “Stillano i pascoli del deserto e le colline si cingono di esultanza. I prati si coprono di greggi, le valli si ammantano di grano; tutto canta e grida di gioia» (Sal 65,7s.13s:).
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Nota 7.
Preghiera come esperienza profonda d’incontro con Dio.
La preghiera ha una molteplicità di valori, che s’intrecciano fra di loro. Primo, ascoltare la parola, ma non solo quella che noi possiamo leggere nel testo ispirato, nella bibbia; ascoltare anche gli avvenimenti, i segni dei tempi; far sì, dunque, che la parola sia veramente accolta totalmente da noi, nelle sue molteplici forme in cui ci può raggiungere. Dopo averle ascoltate queste parole, vanno conservate, tenute al caldo come Maria nel suo cuore; e vanno comparate con la parola per eccellenza, che è la Scrittura e la Persona di Gesù. Allora possiamo esprimere la nostra preghiera di risposta a Dio, perché in fondo la preghiera è sempre risposta, anche quando noi chiediamo qualche cosa; la possiamo esprimere nelle varie forme di cui siamo capaci: lode, ringraziamento, richiesta di perdono, riflessione, silenzio. Sono tutte formule con cui noi esprimiamo il nostro dialogo con il Signore. Il punto di partenza è sempre l’ascolto della parola che lui ci fa giungere attraverso la storia, la sacra Scrittura, la persona di Cristo, nella comunità, e altri modi, come la coscienza, l’intuizione, l’ispirazione personale, ecc.
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condividiamo (cfr neretto) la preghiera della Chiesa (cfr colori).