02/03/2003 – T. ORDINARIO – ANNO B – 08 DOMENICA – 2003
VIII DOMENICA TEMPO ORDINARIO
Anno B – 2 marzo 2003
RACCOGLIMENTO
Nel nome del Padre e del Figlio
e dello Spirito santo. Amen.
Ascolta, Israele: io sono il Signore Dio tuo…! Ascolta, Chiesa che sei in..; ascolta N [tuo nome]
Eccomi, Signore: aiutaci tutti ad ascoltarti (Dt. 6,4; Lc 8,21; Is 6,8; Ebr 10,1s; Rm 12,1s).
LETTURA
Signore Gesù, nulla mi è più caro di te! Ascolto la tua parola nella messa del giorno (PCFP, 13); tu mi metti in bocca anche la risposta: fa’ che ascolto e risposta crescano con l’orante che ti cerca, o Dio (Gregorio, Cassiano, Benedetto). Vedi LETTURE
MEDITAZIONE o RILETTURA
Signore Gesù, tu mi parli di te stesso “Buona Notizia” nel vangelo, “compimento” delle promesse della prima lettura, “fondamento” della chiesa nella seconda lettura: rileggo vangelo, I e II lett. alla luce della chiave il versetto al vangelo.
Nella grandezza del suo amore il Padre ci ha generati con una parola di verità, perché fossimo primizia delle sue creature.
Signore Gesù, tu ti rendi presente! Con lo Spirito e la Sposa grido: “Vieni, Signore Gesù!”. E tu rispondi: “Sì, ecco: io vengo” (Apc. 22,17s); così nel dialogo, alla comunione, mi dici chi sei e cosa fai oggi in noi (Antifona alla Comunione):
Nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, ma vino nuovo in otri nuovi, dice il Signore.
Vino nuovo in otri nuovi.
Gesù è l’unica novità che ci riempie il cuore. Gesù è il nostro sposo con noi (vangelo); compimento dell’opera che Dio ha promesso dicendo: “Io ti farò mia sposa per sempre” (prima lettura). E ci fa “primizia delle sue creature” (seconda lettura). Venendo in noi, come individui e come sua comunità, Gesù dice: Oggi mi rendo presente in atto di rinnovarti totalmente; nel simbolo d’un otre nuovo per me, vino nuovo: mia primizia nuziale, nuova veste splendente per me, tuo unico sposo. – “Benedici il Signore, anima mia; quanto è in me benedica il suo santo nome”.
Gesù è la novità sorprendente: è il nostro sposo con noi. “Finché hanno lo sposo con loro non possono digiunare”. E’ la risposta di Gesù a chi gli obbietta, perché non digiuna. Questa risposta è importantissima! Sta al centro dei cinque contrasti tra Gesù e i farisei; è il cuore di tutte le sue parole e di tutti i suoi gesti (vedi domenica scorsa); tra poco vedremo il vino nuovo che richiede otri nuovi. Per accogliere questa risposta di Gesù si esige un cambio radicale di mente, perché, dice Gesù: E’ un atteggiamento completamente nuovo nei rapporti con Dio e quindi con me; atteggiamento che io stesso provvedo a creare in quanti mi accolgono come voi qui ora. – Come il cielo è alto sulla terra, così è grande la tua misericordia su quanti ti accolgono, Signore.
Gesù provvede a creare in noi un cuore nuovo. “I discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno”. Gv B aveva dei discepoli, ed erano tutti in attesa dell’ “Inviato del Signore”. Quando Gv B. ha riconosciuto in Gesù il Messia, l’Inviato del Signore, ha detto: E’ lui che bisogna seguire. E’ lui il più forte, che ha il diritto; è lui che vi battezza nello Spirito Santo: cioè vi comunica la Forza, la stessa energia dell’Amore di Dio per vivere il presente; mentre io vi battezzo in acqua, cioè vi cancello il passato. – Questi “discepoli di Giovanni” non avevano accettato il tipo di Messia incarnato in Gesù. Lo stesso Giovanni B., in carcere, del resto, è andato in crisi, perché, sì, ha riconosciuto in Gesù il Messia; ma questo Messia si comporta esattamente al contrario di quello che lui ha annunziato. Gv B infatti terrorizzava la gente; diceva: Adesso che arriva il Messia, guardate che ha l’ascia in mano; ogni albero che non porta frutto, lo taglia e lo brucia. – Gesù invece dice: Figuratevi! Se un albero non porta frutto, io lo zappo attorno uno, due, tre anni…”. – Quindi Gv B. ha presentato un Messia secondo l’idea religiosa che c’era: un Messia giustiziere, che sarebbe venuto a fare piazza pulita di tutti i peccatori; e vede Gesù che non solo non fa piazza pulita dei peccatori, ma si accompagna volentieri con loro. Lo stesso Gv B dal carcere manda allora un ultimatum a Gesù: “Sei tu quello che deve venire o ne dobbiamo aspettare un altro?”. Perché tu fai esattamente il contrario di quello che io ho presentato! I discepoli di Gv, dunque, sono quelli che non hanno accettato lo stile di questo Messia. E l’Evangelista li accomuna ai “farisei”. Così i discepoli di Gv che non riconoscono e non accettano in Gesù il Messia atteso, e i farisei, pii laici che saranno i nemici mortali di Gesù, “stavano digiunando”; mentre Gesù e i suoi discepoli pranzano con i peccatori. – Il Signore salva dalla fossa la mia vita, mi corona di grazia e di misericordia.
Gesù è buono: rispetta i nostri tempi di crescita. I giusti, le persone pie “stavano digiunando”: il fatto che digiunino, significa che si tratta o di un lunedì o di un giovedì, perché il digiuno in Israele era prescritto un solo giorno all’anno, il giorno del perdono nazionale; ma i laici, questi farisei, vogliono fare di più, e allora stabiliscono un digiuno volontario: era il distintivo di ogni persona pia e religiosa, secondo loro. Il lunedì, in ricordo della salita di Mosè sul monte Sinai; e il giovedì, in ricordo della discesa di Mosè dallo stesso monte Sinai. Quindi il fatto che “stavano digiunando” significa che si tratta di uno di questi due giorni. “Andarono dunque a chiedergli: Perché i discepoli di Giovanni e i farisei digiunano, e invece i tuoi discepoli non digiunano?”. Quindi, mentre il cibo preso insieme accomuna Gesù e i peccatori, la pratica del digiuno accomuna i discepoli di Gv e i farisei, che si meravigliano dell’insegnamento di Gesù, perché, se Gesù è un Maestro spirituale serio, la prima cosa che deve insegnare è l’impegno a mortificarsi per avvicinarsi a Dio: un bagaglio di mortificazioni, del tutto assente dal linguaggio dei Vangeli. Costoro, dunque, si meravigliano che i discepoli di Gesù non digiunino. Il “digiuno” era il simbolo della mortificazione e dell’umiliazione di fronte a Dio. Era un atto di rinuncia che aveva come scopo quello di calmare e placare un Dio quasi sempre arrabbiato per i peccati; un Dio insensibile ai bisogni e alle sofferenze degli uomini. Il digiuno era anche una manifestazione di lutto e di tristezza. Rispose loro Gesù, dicendo: “Possono, forse?”: il digiuno per Gesù non è questione di “volere”, ma di ”potere”; i suoi discepoli non digiunano perché non vogliono; ma perché “non possono”. – Come un padre ha pietà dei suoi figli, così il Signore ha pietà di quanti l’accolgono.
Gesù ora ci fa sua sposa per sempre. “Possono, forse, digiunare?”. Il termine fa parte di una cultura lontana dalla nostra (le varie traduzioni sono riduttive). Letteralmente: “I figli del baldacchino nuziale possono digiunare?”. “I figli del letto nuziale” sono gli amici intimi dello sposo. Il matrimonio israelita aveva due tappe; nella seconda tappa, quella delle nozze, lo sposo prendeva la sposa, andava verso il baldacchino che i suoi due amici più intimi, gli amici dell’infanzia, gli amici del cuore, gli avevano preparato con ogni passibilità di decoro e di lusso, con drappi e cera. Lo sposo accompagnava la sposa a questo letto, e al riparo di una semplice tenda, si univa alla sposa; quando lo sposo trovava vergine la sposa, lanciava “il grido”. I due amici, testimoni di questo grido, andavano nella sala del banchetto e dicevano: “Lo sposo ha gridato”. – Questo è il comportamento degli sposi; si può trovarlo nel vangelo di Giovanni quando l’evangelista scrive che “chi possiede la sposa è lo sposo; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo” (Gv 3,29). L’importante era la verginità della sposa. Gesù paragona il ruolo dei suoi discepoli a quell’intimità, perché era sempre un’azione molto intima, per quanto ci fosse una tenda: non poteva avvenire con degli sconosciuti; erano gli amici del cuore che in pratica assistevano al primo rapporto coniugale. Gesù dice che i suoi discepoli hanno con lui lo stesso rapporto che ha lo sposo con i suoi amici più intimi e più cari. Quindi il rapporto di Gesù con i suoi discepoli non è quello di un maestro con dei servi: un maestro che insegna e dei servi che obbediscono. Gesù lascia piena autonomia: è un rapporto di totale amicizia. Questo ruolo degli amici dello sposo era talmente importante che per preparare le nozze dello sposo, essi erano esentati dall’osservanza di ogni tipo di precetto religioso. Gesù allora dice: “Possono digiunare i figli del baldacchino nuziale mentre lo sposo è con loro?”. – Il Signore mi vuol bene: mi fa suo amico e confidente.
Gesù ci fa intonare un canto nuovo, fra i suoi amici più intimi, intorno alla sua mensa. Una delle attività, delle quali questi amici dello sposo erano responsabili, era mantenere l’allegria e la gioia nel banchetto nuziale. Quindi sono intimi dello sposo, partecipano al grido dello sposo, e sono responsabili della gioia degli invitati a nozze: il rapporto che Gesù vuole con i suoi discepoli è un rapporto d’intimità traboccante di gioia. Dalla risposta di Gesù e dall’insieme di questo brano scaturisce un’allegria e una gioia che pervade colui che si sente tanto amato da Dio, esattamente come l’amico del cuore; e comunica il suo amore agli altri. Questa gioia non è la gioia solo di chi riceve; ma la gioia di chi dà: di chi la porta nella stanza degli invitati alle nozze. Negli Atti degli apostoli è conservata un’espressione meravigliosa che dice: “C’è più gioia nel dare che nel ricevere” (Atti 20,35). Questa è la gioia del credente. Nella prima lettera di Giovanni l’autore dice: “Se vi scriviamo queste cose è perché la nostra gioia sia traboccante” (1 Gv 1,4). Non dice: La vostra gioia; ma “la nostra gioia sia traboccante”. Il cristiano è una persona che vive in piena sintonia con Gesù: nella stessa intimità che hanno gli amici dello sposo, i responsabili dell’allegria della comunità. Questo non vuol dire che non si vedono i problemi e le difficoltà della vita. Vivere in sintonia col Signore non elimina quelle inevitabili situazioni di tristezza e di dolore che sono proprie della vita; ma dà all’individuo una capacità nuova di viverle e di affrontarle. Gesù prosegue: “Possono digiunare i figli del baldacchino nuziale mentre lo sposo è con loro?”. Come possono gli amici incaricati di trasmettere gioia al banchetto nuziale rifiutarsi di mangiare? Fare simili espressioni di lutto è qualcosa di assolutamente incomprensibile. “Fintanto che hanno lo sposo con loro non possono digiunare”; possono solo condividere. Quindi il digiuno, inteso come privazione del cibo che è fattore di vita, significa una rinunzia alla pienezza di vita, un assomigliare alla morte, anziché un assomigliare alla pienezza di vita portata da Gesù; pienezza che esclude qualunque, ogni limitazione. Quindi il digiuno, quale espressione di morte, non ha diritto di cittadinanza nella comunità cristiana, che vive nella condivisione. Il digiuno serviva per ottenere il perdono; la certezza di avere il condono e l’amore incondizionato di Gesù, che è quello di Dio, escludono in maniera categorica nella comunità cristiana ogni motivo di tristezza, e con esso la sua espressione di tristezza che è il digiuno. L’evangelista non poteva essere più chiaro. “Fintanto che lo sposo è con loro non possono digiunare”. La presenza di Gesù al centro della comunità è la garanzia di questa trasmissione incessante, continua e crescente di gioia che è compito dei credenti, di tutti coloro che hanno accolto questo messaggio di Gesù, trasmettere e far crescere nel mondo. – “Il Signore mi ha liberato perché mi vuol bene”.
Gesù ci dà la gioia piena nel suo ultimo giorno: con la risurrezione. Gesù dice: “Verranno però giorni in cui toglieranno loro lo sposo, allora, quel giorno, digiuneranno”: primo annunzio velato della passione. Il giorno nel quale Gesù verrà assassinato, i suoi discepoli, i suoi amici “quel giorno”, sì, digiuneranno; ma solo come momentanea espressione di dolore causato dalla sua morte. Gesù dice: Il digiuno, come espressione religiosa, tendente a favorire il perdono, l’amore o la grazia di Dio, no! Il digiuno, come espressione di dolore, un giorno, “quel giorno” della mia morte, quello sì. Quel giorno il digiuno per Gesù sarà una manifestazione spontanea di lutto che nascerà da un sentimento di profonda angoscia e tristezza: non una pratica ascetica, religiosa, imposta per obbligo e stabilita come sistema. La formula: “quel giorno”, esclude assolutamente la sua ripetizione. La certezza del favore divino elimina l’angoscia, e impegna il cristiano in una comunione crescente di gioia. Digiunare per un cristiano quindi vuol dire non riconoscere il Risorto. I cristiani vivono come esorta San Paolo, dicendo ai corinti: “Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio (1 Cor 10,31); e ancora: “Tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre” (Col 3,17). La pratica del digiuno ha avuto tanto successo nella spiritualità cristiana per un problema sorto proprio nel vangelo di Marco (9,29); Gesù dopo aver guarito un individuo, dice ai discepoli che non ne sono stati capaci: “Questa specie di demoni non si può scacciare in alcun modo se non con la preghiera”. – Nel quarto secolo un copista religioso vi aggiunge: “E il digiuno”. Quest’aggiunta è durata fino alla riforma del Concilio Vaticano Secondo. Dopo il Concilio si è andati a vedere il testo originale, ed ecco la scoperta: nel testo originale non c’era “e il digiuno”; non c’era mai stato. Mai Gesù ha invitato le persone a digiunare, che è un’espressione di morte. Gesù non autorizza la pratica del digiuno. La comunità cristiana ha lo Sposo, ha Gesù risorto che non muore più: sempre presente al centro della comunità. Qualunque espressione di tristezza in essa va eliminata. Come? Con la condivisione di tutto ciò che si è e si ha. Sì, devi digiunare, se occorre, per condividere con gli altri ciò che hai e ciò che sei: beni materiali al posto delle armi, tempo per un incontro al posto della guerra. Così gli amici dello Sposo accorciano il calvario del loro Signore Gesù nei suoi fratelli: lasciando vivere in loro “il Signore che si è fatto povero per farci ricchi” della sua gioia.
Gesù è la novità di vita incompatibile con ogni struttura umana. Per far comprendere meglio la novità che vuol portare, Gesù fa questo esempio: “Nessuno cuce una stoffa di panno nuovo su un mantello vecchio; altrimenti il rammento tira il mantello, il nuovo rompe il vecchio; e si ha uno strappo peggiore”. Questa dichiarazione di Gesù non è una risposta ai discepoli di Gv B, ma un monito alla comunità cristiana: i suoi discepoli conoscono la realtà portata da Gesù, la realtà del regno [“pienezza dei tempi”, “pienezza di compagnia” nella tavolata di peccatori con Levi intorno a Gesù, “completezza di stoffa”, “pienezza di liberta” da demoni, febbre, lebbra, paralisi]; ma sono sempre tentati a conservare le vecchie e venerande istituzioni del passato, combinando insieme nuovo e vecchio, Gesù e religione, con tutti i suoi riti d’incenso, colori e parate. La religione è affascinante! Ma Gesù indica la totale incompatibilità tra lo sforzo personale dell’individuo per essere gradito a Dio, e quello che lui viene a proporre. Nella lettera ai Colossesi (c. 2) Paolo dirà: Attenti che tutte queste pratiche ascetiche: rinunce, sacrifici, preghiere…, hanno una parvenza di religiosità; ma non solo non servono a niente; sono addirittura nocive, perché non fanno altro che alimentare l’amor proprio, pensando: Io mi sento apposto perché mi sono sacrificato, ho pregato, ho offerto, ho digiunato. – Non ho fatto che alimentare il mio io. La nuova realtà che Gesù è venuto a proporre, non ad imporre, non può assolutamente conservarsi in metodi antichi, anche se venerabili e affascinanti. Piacciono alla gente, ma Gesù dice che questi sistemi non possono essere mescolati con la novità. Il messaggio di Gesù, il regno di Dio, crea un modo di vita sempre nuovo. Quindi la vita nuova che Gesù ci viene a proporre è troppo grande per essere contenuta nelle strutture religiose e umane del passato. Ogni assomiglianza con il passato è sospetta. L’evangelista invita con questa espressione tutti i credenti ad abbandonare senza alcuna nostalgia le forme religiose di un passato bambinesco. Chi vuole conservare le forme religiose del passato e accogliere il messaggio di Gesù, non gusta, né il messaggio di Gesù – che può essere gustato solo da chi si sbarazza da tutte le leggi del passato – e non gusta più la sicurezza che la religione dà: il bello della religione infatti è che ti priva della libertà, ma ti dà sicurezza. Il messaggio di Gesù ti offre la libertà, ma ti toglie la sicurezza, perché diventi tu il responsabile delle tue azioni: non puoi più scaricare su nessuno. Quindi, se non saranno capaci di farlo, i cristiani non potranno mai gustare il vino nuovo, la novità portata da Gesù.
Chi concilia Gesù e strutture, non ha nulla da dire: non ha bellezza di novità, né sicurezza di religione. Gesù dice: “E nessuno mette vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si perdono e il vino e gli otri”. No! Al vino nuovo otri nuovi. Mentre prima Gesù avvertiva che ogni tentativo di rattoppare il vecchio con il nuovo è destinato al fallimento, adesso avverte che chi tenta di fare questa azione, è destinato sia a perdere la bellezza della novità portata da Gesù, che non riuscirà mai a gustare, sia la sicurezza che apparteneva alla religione. Il linguaggio di Gesù si rifà alle nozze ebraiche dove il momento importante era il bere a un calice di vino. Questo “vino nuovo” è l’immagine dell’amore di Dio. La relazione d’amore tra Dio, lo Sposo, e il suo popolo non è più regolata da una legge; ha bisogno di trovare nuove maniere per esprimersi. E’ delicato e difficile fare questo passaggio, perché molti accolgono il messaggio di Gesù – è così bello e liberante –; e però, meglio tenere un piede anche nel passato: con certe pratiche religiose e credenze, con certi riti e pellegrinaggi, molte persone mostrano di non avere mai capito assolutamente nulla; né riguardo al vino nuovo del vangelo, né della vecchia religione: sono incapaci di essere se stessi con Dio. Il richiamo del vecchio è più forte: Sì, il vangelo, la novità di Gesù, l’amore di Dio, va bene; ma…. Gesù invece richiede coraggio di scegliere: se vogliamo gustare il nuovo bisogna assolutamente abbandonare il vecchio. Che è venerabile, è bello; ma è passato. Non può essere compatibile con la novità portata da Gesù che richiede creatività: “A vino nuovo otri nuovi”. La comunità cristiana, dove c’è Gesù con il suo Spirito, sa trovare formule originali per esprimere la realtà che vive, e per comunicare agli altri la novità del suo messaggio e della sua efficacia.
Il Signore è buono e grande nell’amore.
Vino nuovo in otri nuovi.
Gesù è il compimento della promessa divina: “Ti farò mio sposa per sempre”. La moglie di Osea è simbolo della chiesa, dell’umanità e di ciascuna persona: peccatrice ma amata da Dio. Osea ha una moglie che lo tradisce; comprende che deve amarla con un amore più forte, che nessun tradimento può vincere. Le prepara un viaggio di nozze assolutamente gratuito e impensabile, intuisce l’amore di Dio per Israele: “Ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto. Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore” (Os 2,16s. 21s): Dio l’attira, la conduce, le parla al cuore; e lei riprende a cantare fortissimamente; esperimenta che Dio non è il suo Signore, ma il suo Sposo: fedele (giusto), nell’amore (benevolo e buono) per sempre (fedele). Novità inaudita: Gesù è lo Sposo che ti rende felice, “ti corona di grazia e di misericordia”.
Il Signore è buono e grande nell’amore.
Vino nuovo in otri nuovi.
Gesù, il Signore Sposo, si rende presente mediate i suoi amici del cuore. Lo Spirito di Gesù dà ai fedeli, come a Paolo, un cuore nuovo, li guida nell’amore, li rende amici dello Sposo, partecipi o ministri del suo amore. Testimoni del suo “grido”, della sua parola, designati all’allegria degli invitati, hanno il compito di servirli provvedendo che nulla manchi loro. Gli invitati possono testimoniare che stanno a cuore a questi servi, amici dello Sposo. Riconoscono di essere come una “lettera di raccomandazione” per questi servi: testimoniano l’amore degli amici dello Sposo; tutti gli uomini possono sentire e vedere la comunione degli amici e degli invitati serviti. E’ un flusso d’amore che va dagli uni agli altri: Dai “nostri cuori” ai “vostri cuori”. Tutti lo riconoscono: non è frutto di qualità personali, ma “la nostra capacità viene da Dio, che ci ha resi ministri adatti di una Nuova Alleanza, dello Spirito che dà vita”. – “Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome”.
Il Signore è buono e grande nell’amore.
PREGHIERA EUCARISTICA
La risposta di lode e di supplica del Vers. Resp., Il Signore è buono e grande nell’amore,.
si sviluppa in preghiera eucaristica fatta di:
ringraziamento: prefazio Grazie, Padre, per il tuo Figlio:
Cristo Sposo e Signore dell’umanità intera;
attualizzazione: consacrazione Ora, Padre, manda lo Spirito:
per mezzo dell’Amore Gesù raduna la comunità e celebra le nozze;
offerta: nostra in Cristo al Padre In noi, Padre, si offre a te Gesù:
ci chiama alla nuova ed eterna alleanza;
intercessione: per tutti vivi defunti Tutti, Padre, accogli in Cristo:
chiamati a conoscere e gustare la novità gioiosa del vangelo;
lode finale: esplosione dei sentimenti A te, Padre, ogni onore e gloria:
dall’umanità partecipe con gioia alla novità di vita nel tuo Figlio Gesù.
CONTEMPLAZIONE
Nella chiesa il Padre convoca i credenti in Cristo, in cinque tappe (v. LG 2); contempliamo oggi nei suoi cinque momenti, per es., Veste e Vino Nuovi:
prefigurata, sin dall’inizio, nella Creazione: veste e vino nuovi: senza rattoppi, per le nozze, senza perdite, di vino gustoso;
figurata, nella storia d’Israele, antica alleanza: veste e vino nuovi: giustizia e diritto, benevolenza e amore, in dono da Dio a Israele, sua sposa e fidanzata;
– compiuta, in Cristo Gesù, negli ultimi tempi: veste e vino nuovi: il Verbo e l’umanità di Gesù,
nuovo connubio indissolubile;
manifesta, nella chiesa, per lo Spirito effuso: veste e vino nuovi: Gesù, per i discepoli, per l’umanità, chiamata alla gioia festosa delle nozze;
completa, alla fine, nella gloria della Trinità. veste e vino nuovi: Gesù nell’umanità intera, in comunione con il Padre.
Preghiamo:
O Padre, che in Gesù ci chiami amici, perché tutto ciò che egli ode da te, ce lo fa conoscere; fa’ che ti acclamiamo Padre buono e grande nell’amore. Per Cristo nostro Signore. Amen.
Condividiamo la nostra preghiera (neretto) nello schema della preghiera ecclesiale (colori).