05-03-2003-LectioDivina-3

05/03/2003 – LECTIO DIVINA e SANTA MESSA – 3/5

III meditazione – 3/5
Eucaristia: pasqua quotidiana e domenicale. Io avrei qualche domanda da fare.
Partendo da quel catechismo di Pio X, che ci ha aiutato a crescere, ma ci ha aiutato a crescere in qualche
punto un pochino storto, domanda: secondo quello che abbiamo imparato, la messa è la stessa cosa dell’eucaristia? Quando diciamo “eucaristia”, che cosa vogliamo dire? La messa è tutta la celebrazione. Se io dico la parola “messa” e dico la parola “eucaristia”, voi pensate la stessa cosa? No! Perché l’eucaristia si fa durante la messa, l’eucaristia è l’ostia. Vero? No! Se “eucaristia” è “rendimento di grazie”, è la stessa cosa della messa. Io mi sono rivolto a voi perché se avete studiato il catechismo di Pio X, sapete che c’era una domanda: che cos’è l’eucaristia? Risposta: l’eucaristia è il sacramento che contiene realmente corpo, sangue, anima e divinità di nostro Signore Gesù Cristo per il nutrimento delle anime.
In un’altra parte dello stesso catechismo, c’era la domanda formulata così: che cos’è la messa?
Ora, dico, se c’è una domanda sull’eucaristia e un’altra domanda sulla messa, vuol dire che le due cose
sono diverse. Se vado a confrontare le risposte, la messa è “la rinnovazione del sacrificio della croce”; quella
è sacramento, la messa è sacrificio. Vai a mettere d’accordo le cose! Sono due cose diverse, o è la stessa
cosa? Il catechismo di Pio X deriva dal catechismo del Concilio di Trento. Come dopo il Concilio Vaticano II è stato fatto il Catechismo della Chiesa Cattolica, così dopo il Concilio di Trento è stato fatto un catechismo ad parrocos, un catechismo della Chiesa Cattolica del 1570. Nel 1573 è finito il Concilio di Trento.
Allora, il catechismo di Trento riprende, interpretandola, la dottrina del Concilio di Trento, ma questo
Concilio aveva NON trattato tutto il discorso dell’eucaristia dal punto di vista cattolico in modo sistematico, completo, ordinato; allora soltanto ha fatto due decreti per rispondere alle due grosse obiezioni dei
protestanti.
Il Concilio di Trento è stato fatto per rispondere ai protestanti. I protestanti negavano:
I –
la presenza reale di Gesù nell’eucaristia. Lutero diceva: nel momento in cui tu dai la comunione, in quel momento ti unisci a Gesù Cristo, ma prima di quel momento che va dalla consacrazione alla comunione pane era e pane è; dopo, nelle ostie che rimangono, pane era e pane è. La Chiesa Cattolica dice: non è così.
Noi abbiamo sempre creduto che nell’eucaristia, dopo la consacrazione, c’è Gesù Cristo e rimane sempre
finché non si mangia. E allora il Concilio fa un decreto, nell’anno 1551, intitolato Il sacramento
dell’eucaristia, dove si dice: “Il corpo di Cristo (dove si trova il corpo di Cristo? Nell’ostia? E’ morto, è
risorto, è salito al cielo, e siede alla destra del Padre. Allora si trova in cielo! Ma si trova nelle ostie! Sono
due modi di essere del corpo di Cristo.
Il Concilio di Trento dice:
Il corpo di Cristo, secondo il suo modo naturale di essere sta in cielo e siede alla destra del Padre. Sacramentalmente (avverbio di modo), poi, è presente nelle ostie consacrate.
Che significa “sacramentalmente”? Diverso da “naturalmente”.
“Naturalmente”, secondo il modo naturale di essere, in greco si direbbe “fisicamente”, fysicos, perché
natura si dice fysius, dunque il corpo fisico di Cristo, risorto, glorioso, sta in cielo. Il modo sacramentale,
modo diverso di essere, è nell’eucaristia. Tra parentesi – di questo il Concilio di Trento, non se ne è
occupato – ma,
c’è un terzo modo di essere del corpo di Cristo: noi non siamo il “corpo di Cristo”? E’ un terzo modo di essere.
Attenzione: modo di essere! Non di “non essere”.
Sacramentalmente potremmo spiegarlo con un altro aggettivo, un altro avverbio.
Invece di dire in modo sacramentale, nell’eucaristia c’è il corpo di Cristo in modo “simbolico”, vi va
bene? No! Perché ormai per noi la parola “simbolo” ha un significato di “non reale”.
Attenzione”! Quando dico che i sacramenti sono simboli – come dicono i padri greci – intendo simbolo nel
senso forte, simbolo reale.
Una banconota, ad esempio, è simbolo di una realtà fisica che è nell’oro depositato nella Banca Europea.
Ma, in qualche modo in questo pezzo di carta c’è la realtà. E’ convenzionale la cosa, vale in Europa,
d’accordo, ma in un certo modo quel valore è nella banconota. Io dico che questo è simbolo reale, perché
contiene la realtà.
Paragonare i sacramenti ai soldi è offensivo, però se parlo di sacramenti voi non capite, se parlo di soldi,
voi capite.
Supponiamo che questo biglietto sia uno del superenalotto. Un biglietto, 1 €. Appena i miei sei numeri
corrispondono a quelli estratti, in quel pezzo di carta cosa succede?
Cambia la sostanza: prima valeva 1 €, ora 30 milioni di €. Cambia? O sono io che ce li vedo?
Cambia! Perché chi lo prende, sa il suo valore, purché sappia che è il biglietto vincente.
Quel pezzo di carta è diventato 63 miliardi di lire; io lo so perché conosco i numeri. Prendo un pezzetto di
pane, lo metto sull’altare, faccio l’estrazione, la preghiera eucaristica, invoco lo Spirito santo, ripeto le parole
di Gesù: questa è l’estrazione, quel pezzo di pane diventa il corpo di Cristo.
Ma, dato che quel biglietto è diventato 60 miliardi, questi miliardi ci sono dentro o sono al Ministero delle
Finanze? Sono al Ministero delle Finanze fino a quando io non lo scambio. Allora sono là o sono qua? In un
modo sono là, in un altro modo sono qua.
In un modo il corpo di Cristo è in cielo, in un altro modo è nell’Eucaristia. Sempre lo stesso corpo, in un
altro modo.
L’eucaristia è sacramento, cioè, segno del corpo di Cristo. I sacramenti sono segni efficaci, ma
sono segni.
“Efficaci” che significa? Che questo segno diventa poi strumento. A chi interessa che un pezzetto di pane,
o tanti pezzetti di pane, diventino il corpo di Cristo? Al Padre Eterno? Il Padre Eterno, se vuole il Corpo di Suo Figlio, non deve fare altro che girarsi un pochino: è seduto alla sua destra. Anzi non ha bisogno nemmeno di girarsi, ce l’ha: sono un tutt’uno Padre, Figlio e Spirito Santo! A chi serve? A Noi!
Nella messa noi domandiamo lo Spirito Santo perché è lui che fa il corpo di Cristo. Chi ha fatto il corpo
fisico di Cristo, nell’utero di Maria? Lo Spirito Santo! Lo Spirito ha preso talmente possesso di quella
umanità che si è creata nell’utero di Maria Vergine che quella è l’umanità del Figlio di Dio: da Maria e dallo
Spirito Santo.
Chi è che fa l’eucaristia sull’altare, il corpo eucaristico, il corpo sacramentale? Lo Spirito Santo: «Manda
il tuo Spirito a santificare i doni che ti offriamo, perché diventino il corpo e il sangue di…», ci diventano? Ci crediamo?
Ma,
poi chiediamo una seconda volta lo Spirito Santo nella messa, sull’assemblea: “Guarda con amore l’offerta della tua Chiesa … e a noi che ci nutriamo del copro e sangue del tuo Figlio dona la pienezza dello Spirito Santo perché diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito».
Il pane e il vino diventano il corpo di Cristo. Noi diventiamo il corpo di Cristo? Magari! Perché il pane e il vino non mettono nessun ostacolo allo Spirito Santo, noi invece abbiamo la famosa libertà, possiamo dire anche di no all’azione dello Spirito e, dico io, noi siamo più duri del pane duro. Noi siamo più duri del ferro.
Come si fa a far prendere una forma ad una bacchetta di ferro? Si può, però bisogna infuocarla. Tu prendi la bacchetta di ferro, la metti nella forgia fino a quando diventa incandescente e quindi duttile e quindi malleabile. Dopo che è diventata incandescente, la metti sull’incudine e via a martellate, fino a quando prende la forma. Se mentre la prendi a martellate si raffredda, che fai? La rimetti nella forgia, ecc.
Ogni giorno noi celebriamo l’eucaristia, non per trasformare un pezzetto di pane nel corpo di Cristo, a che servirebbe! Noi trasformiamo un po’ di pane nel corpo di Cristo sacramentale in quanto poi mangiandolo noi siamo trasformati dal di dentro in corpo di Cristo. Se no, è inutile che noi andiamo a Messa.
Lo Spirito Santo ci mette oggi nel fuoco e ci dà quattro martellate, poi ci raffreddiamo, domenica prossima altra infornata, altre martellate. Speriamo prima che finisca questa nostra vita di aver preso la forma di Cristo. Ecco qual è lo scopo della celebrazione frequente. Basterebbe una messa sola per trasformarci, anzi è bastato il solo sacrificio di Cristo sulla croce, ma ognuno di noi deve prendere quella forma, allora, l’eucaristia è il sacramento del corpo di Cristo nel senso che l’eucaristia diventa segno del corpo fisico e strumento del corpo mistico.
Chiaro? Matematico quasi!
Il discorso di prima è solo un esempio. Gli esempi zoppicano, però quando io devo dire che il sacramento
è un simbolo reale, io ancora non ho trovato di meglio di portare l’esempio o del biglietto vincente della
lotteria, o del superenalotto per farvi capire come la preghiera eucaristica di fatto trasforma quella cosa lì.
Trasforma realmente, non è che non è vero, ed è oggettivamente, non soggettivamente, però non è che è
evidente. Quel pezzo di carta che diventa 60 miliardi, non è che poi pesa più di prima: un decimo di grammo
pesava prima, un decimo di grammo pesa dopo. Ma è il valore che cambia. Il Concilio di Trento parla di
transustanziazione perché prende, utilizza la filosofia di San Tommaso. E questa segue la filosofia di
Aristotele, che conosce la sostanza, e gli accidenti cioè tutto quello che si vede e appare: qualità, quantità,
misura, odore, … sono tutti accidenti. La sostanza qual è? La sostanza dell’uomo qual è? L’uomo è animale
ragionevole.

Nell’eucaristia abbiamo la sostanza del corpo di Cristo, ma gli accidenti del pane.
Con questa filosofia qui cambia solo la sostanza; allora è solo un miracolo: come fa la sostanza del corpo di Cristo, senza i suoi accidenti? Il sapore del pane c’è, perché rimangono gli accidenti del pane, ma la sostanza del pane non c’è. Aristotele è arrivato in Occidente con gli Arabi, san Tommaso lo ha conosciuto, ma i Padri della Chiesa, come sant’Agostino, non lo conoscevano, e hanno utilizzato invece la filosofia di Platone che usava le parole come “immagine”. Se io dico che l’eucaristia è “immagine” del corpo di Cristo, voi che mi dite? No! Perché? Quando noi diciamo “immagine” pensiamo subito ad un quadro, ad una fotografia. Nella fotografia c’è l’immagine, ma no c’è la realtà. Quando i Padri, tipo Ambrogio, dicono che l’eucaristia è immagine del corpo di Cristo, non usano la parola “immagine” in quel senso, ma in quest’altro senso. Guardatemi, state vedendo me o state vedendo la mia immagine? Vedete la mia immagine, ma io ci sono dentro. Quando san Paolo dice che Gesù Cristo è l’immagine del Dio invisibile, in Gesù c’è il Dio invisibile? E, in Gesù il Dio invisibile è così com’è? Il Dio invisibile non si può vedere, noi lo vediamo in immagine! Ma, il Dio invisibile c’è! (Tommaso, davanti a Gesù che vede in carne e ossa, lo proclama Dio che però non vede). Si può dire in questo senso che l’eucaristia è immagine, icona del corpo di Cristo? Nell’eucaristia c’è il corpo di Cristo, ma in modo diverso da come è in sé. Allora, l’eucaristia è immagine del corpo di Cristo, presenza reale del corpo di Cristo, ma non presenza fisica.
Siamo così passati insensibilmente dalla parola «sostanza in senso aristotelico», alla parola «sostanza in senso fisico» – chimico. Perché dico che siamo passati “insensibilmente”? Perché ancora a me bambino, ragazzo, mi è stato raccomandato di non masticare l’ostia.
Perché quando io dico che nell’ostia c’è la sostanza del corpo di Cristo, significa che tu mastichi Cristo.
Ma, san Tommaso non l’aveva detto. Lo dico con le parole sue: “quando poi si spezza il sacramento non
vacillare, non dubitare, ma ricordati che tanto c’è nel frammento, tanto c’è in tutto”. Questo è il corpo di
Cristo. E nel momento che noi nella messa facciamo la «frazione», si spezza il corpo di Cristo? No! Si spezza il pane! Tanto è vero che noi in quel momento noi cantiamo Agnello di Dio, perché all’agnello di Dio – noi
sappiamo – non verrà spezzato alcun osso.
Si spezza la «specie del pane», ma non si spezza «il corpo di Cristo». Se voi levate la filosofia di Aristotele, la filosofia della sostanza, finisce il problema. E’ meglio usare la filosofia di Platone o neoplatonica
dell’immagine, della figura, del simbolo, vedremo del “mistero” (altra parola misteriosa) tutto diventa più
semplice.
Ma,
l’eucaristia è sacramento del corpo di Cristo? E il vino del sangue di Cristo? Sì, ma si riferiscono ad una cena.
La cena è un’azione simbolica. La cena è simbolo della Pasqua di Cristo: “Annunciamo la tua morte, proclamiamo la tua resurrezione. Non ci fermiamo solo al pane-corpo di Cristo, e al vino-sangue di Cristo, ma dobbiamo andare a cena-Pasqua di Cristo.
I simboli hanno un senso. In tutta la Scrittura abbiamo azioni simboliche che spiegano quello che accadrà,
vedi il profeta Natan con Roboamo; oppure, negli Atti degli Apostoli, il profeta Agapo con Paolo.
Come si dimostra che la cena è simbolo della Pasqua?
Una spiegazione della messa allegorica, non simbolica, era quella che voleva che nella messa ci fosse tutta la vita di Gesù.
Chi ha una bella età forse ricorda che nella prima parte della messa, fino al kyrie eleison, era l’Antico Testamento. Poi Gloria a Dio nell’alto dei cieli: siamo a Natale! Perché a Natale gli angeli cantarono il Gloria a Dio. Poi c’è l’epistola, la I lettura, che viene prima del vangelo, ed è la predicazione di Gesù. Come è stata la predicazione prima di quella di Gesù del Nuovo Testamento. Chi ha predicato prima di
lui? Giovanni. Allora durante l’epistola pensa alla predicazione di Giovanni Battista, durante il vangelo pensa alla predicazione di Gesù. Poi dopo “si scopre il calice”: inizia la passione, Gesù spogliato delle vesti. Il prete si lava le mani: Pilato si lava le mani. Poi c’è la consacrazione, il prete allarga le braccia: ecco la crocifissione. Poi mette un pezzetto di pane nel calice: la sepoltura. La resurrezione non c’era.
Questa è spiegazione allegorica, eppure siamo andati avanti così, per secoli. Così spiegava la messa nel X secolo un certo Amalario di …, e spiegava così la messa fino ai nostri tempi un certo Maria Alfonso de’ Liguori nel libro Le massime eterne.
La verità è che la messa non è allegoria, ma simbolo, è azione simbolica. Nel simbolo il tutto è nel tutto.
Se io ho in mano un biglietto da 50 € e tu vieni a chiedermi 1 €, io non posso darti un pezzetto, un
cinquantesimo di quel biglietto. Quel pezzetto non vale niente. O tutto o niente.
Una volta una persona anziana, abituata a quella spiegazione, mi chiese: “Nella messa, qual è il momento
della crocifissione?”. E io gli ho detto: “Nella bandiera italiana dov’è la Sicilia, il Veneto, l’Emilia?”.
La bandiera italiana è l’Italia? Si! C’è la Sicilia, il Veneto, l’Emilia nell’Italia? Si! Allora deve esserci anche nella bandiera, mi dica dov’è.
Eh no, perché la bandiera è un simbolo. Quindi tutta la bandiera è tutta l’Italia, non è che Bossi prende la
parte verde e alla Sicilia… dà la parte rossa.
Se io voglio trovare la Sicilia non devo prendere la bandiera, ma devo prendere la carta geografica. Però il
Presidente della Repubblica fa l’inchino alla bandiera, non alla carta geografica. Come si spiega?
Allora la messa è un simbolo, il simbolo è la cena. Questa cena, però, rende presente la Pasqua. Tutta la
cena, tutta la Pasqua, senza dire: qui siamo alla sera dell’ultima cena, qui siamo nell’orto degli Ulivi, qui siamo al Golgota, qui siamo …: ma.
tutto nel tutto. Questa è la seconda cosa che i protestanti negavano.
La prima che negavano è la presenza reale di Gesù nell’eucaristia e il Concilio risponde con il decreto del 1551. I protestanti negavano il valore sacrificale della messa; dicevano: è inutile che voi cattolici chiamate la messa “sacrificio”. Per due motivi non può essere chiamata sacrificio: sacrificio è qualcosa che noi offriamo a Dio. Tu chiami sacrificio, cioè offerta tua a Dio, quello che invece è dono di Dio a te? Tra l’altro per i protestanti la natura umana è così decaduta che non può fare niente di buono.
II motivo: se ogni messa è sacrificio vuol dire che quello di Gesù sulla croce non è stato sufficiente?
Quello è stato sufficiente, anzi sovrabbondante: «Con una sola oblazione Cristo ha santificato tutti. Cristo è
morto una volta sola; Cristo una volta risorto non muore più. La lettera agli Ebrei è chiarissima: una volta
sola. Allora, noi che cosa facciamo? Ripetiamo, rinnoviamo? La parola buona potrebbe essere: .
ripresentiamo, cioè rendiamo presente. Noi semmai ripetiamo la cena, perché la cena è la Pasqua simbolica; ripetiamo quella, non la realtà di quel simbolo. Però, quella Pasqua simbolica è la Pasqua reale; reale, ma simbolica: “Ogni volta che mangiamo di questo pane, annunciamo la morte…”.
E il Concilio così risponde. E risponde nel decreto sul sacrificio della messa del 1562, a undici anni di distanza dal primo. Il Concilio di Trento è durato 18 anni, con tutte le interruzioni che ci sono state. E dice che la Chiesa non pensa che nella messa ci sia un altro sacrificio, ma l’unico sacrificio che ha
salvato tutti è stato quello della croce. Però perché quel sacrificio – lo dico in latino – representaretur…
Andate a prendere un vocabolario latino-italiano e trovate che represento viene tradotto con rappresento.
Allora, perché quel sacrificio fosse rappresentato? … no! «Ripresento» in latino significa presento di nuovo.
Perché il sacrificio fosse ripresentato, e perché il suo memoriale permanesse, Gesù stesso ha istituito un rito, che è simbolico, che contiene quella Pasqua.
E poi continua: Gesù, dopo aver celebrato la vecchia Pasqua, che gli Ebrei facevano in memoria della liberazione dall’Egitto, ha istituito una Pasqua nuova. L’eucaristia è il simbolo della Pasqua nuova. Allora, quando noi siamo a messa, che cosa succede? Noi abbiamo presente in simbolo, nel simbolo della cena, la morte di Cristo. Non solo il corpo e sangue, ma il corpo dato, il sangue versato. Abbiamo presente la sua morte e risurrezione.
Il centro della nostra fede, difatti, quella parola lì è una provocazione, è un pugno nello stomaco: a metà della celebrazione “mistero della fede”. Che significa? E’ un mistero che non si capisce? Che si accetta per fede? Significa anche questo: va bene, ci credo! In liturgia “va bene, ci credo” si dice “amen”.
Noi invece non rispondiamo “amen”, ma indichiamo il mistero. Questo non è «un» mistero della fede, questo è «il mistero della fede. E il popolo risponde esplicitandolo:
il mistero della fede è la morte e la resurrezione. Il biglietto vale se io so quali sono i numeri vincenti. Se io do un biglietto da 70 miliardi ad un bambino, quello ci gioca e lo strappa come un biglietto qualunque. Però, simbolo significa mettere insieme. Chi mette insieme? Nel caso del biglietto la conoscenza: io so qual è il biglietto vincente, riconosco i numeri …Nel caso nostro chi collega quello che facciamo noi con quello che ha fatto Gesù è la fede, perché se io non credo non faccio il collegamento.
Entra in chiesa uno che non crede e domanda cosa state facendo? – La cena del Signore! –
Che si mangia? – Pane e vino. – Mamma mia! Almeno un primo, un secondo, un contorno, caffè, antipasto! Pane e vino? E poi: questo è pane? Sembra carta! Le ostie sembrano carta. Due atti di fede bisogna fare: primo, devo credere che è pane, e poi devo credere che è corpo di Cristo! Ecco perché i catecumenali fanno il pane, azzimo sempre, ma che sembra pane, almeno.
Se uno non crede non capisce niente. Chi fa il collegamento?
La fede fa il collegamento fra quello che facciamo ora e quello che ha fatto Gesù Cristo.

IV meditazione – 4/5

La lettera di Paolo agli Efesini è tutta, fino al capitolo III sicuramente, sul mistero. E ad un certo punto
Paolo dice questa frase: Ora vi svelo un mistero: tutti risorgeremo, ma non tutti saremo cambiati.
Secondo me il mistero che Paolo ci ha svelato, e Dio ci ha rivelato in Cristo, è la nostra resurrezione. E
così torniamo al punto di partenza.
Ma nella lettera agli Efesini Paolo comincia con quel famoso inno Benedetto sia Dio … Ricordate? Ad un
certo punto dice però per farci conoscere il mistero del suo volere … il disegno cioè di ricapitolare in Cristo
tutte le cose. Dunque il mistero di cui parla Paolo è il disegno di Dio, il progetto di Dio di colmare tutto, non
solo la persona, ma anche le cose, anche il cosmo materiale.
Vedete che nella notte di Pasqua la Chiesa benedice anche gli elementi materiali: benediciamo l’olio,
benediciamo l’acqua, prima il fuoco, benediciamo il pane e il vino, elementi fondamentali. Perché ha fatto
con la resurrezione di Cristo non solo noi che abbiamo le primizie dello spirito – Romani VIII – ma tutta la
creazione geme e soffre come nelle doglie del parto.
Il disegno di ricapitolare: questo lo chiama il “mistero del suo volere”. Questa volontà di Dio … se non ci
fosse la volontà di Dio, uno potrebbe fare quello che gli pare.
Voi dite: Sia fatta la tua volontà, e come lo dite? A volte si dice come se fosse una disgrazia, dato che
non si può fare la volontà mia, sia fatta la volontà di Dio.
Secondo voi…voi credete al paradiso? All’inferno pure? Non ci crede nessuno, però il diavolo c’è.
Secondo voi in paradiso c’è qualcuno che ha fatto la volontà propria? L’hanno fatta coincidere con la
volontà di Dio. Quindi in paradiso ci sono quelli che hanno fatto la volontà di Dio!
Secondo voi all’inferno c’è qualcuno che ha fatto la volontà propria? Tutti! Quelli che sono all’inferno
sono quelli che hanno fatto di testa propria.
Dovremmo dirlo. Dovremmo pregare: Per carità, Signore, fa’ che io faccia sempre la tua volontà. Perché
nella tua volontà è il nostro caso, mi pare dicesse padre Dante.
Dunque la “volontà” di Dio non è del tutto la volontà di Dio; come pure nel Gloria c’è: Gloria a Dio
nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di “buona volontà”. Perché gli uomini hanno la buona volontà?
Sempre?
Ma lì non è questo il senso, non c’entra la buona volontà. Il testo greco è: Pace in terra agli uomini
“oggetto della benevolenza di Dio”. La volontà di Dio è il suo buon-volere, il suo amore.
Il mistero di cui parla Paolo è questo progetto di Dio realizzato, poi rivelato perché realizzato. Cioè Gesù
ha realizzato questo disegno di Dio: Morendo e risorgendo ha salvato l’umanità realizzando il progetto di
Dio.
Questo mistero – dice Paolo altrove – che era nascosto nei secoli ai padri delle precedenti generazioni, ora
è stato rivelato. E’ stato rivelato per il fatto che si è realizzato.
Io, per esempio, non ho mai visto il disegno di questa costruzione, di questa Domus Fraternitatis, ma
adesso ho bisogno di vederli? Una volta che lo vedo realizzato, lo vedo realizzato.
Eppure nonostante che sia stato realizzato, perciò rivelato, Paolo continua a chiamarlo “mistero”. E dice:
io sono stato chiamato apostolo per essere ministro di questo mistero. E qui dice una cosa, sarebbe
interessante che ognuno faccia un confronto tra quello che pensa e quello che dice Paolo.
Efesini 3,4: Dalla lettura di ciò che ho scritto potete ben capire la mia comprensione del mistero di
Cristo – la comprensione che Paolo ha del mistero di Cristo, e poi ognuno confronti la sua comprensione del
mistero di Cristo con quella che ha Paolo –. Questo mistero non è stato manifestato agli uomini delle
precedenti generazioni come al presente è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello
Spirito: che – qual è il mistero qui? – i Gentili – cioè i Pagani – sono chiamati in Cristo Gesù a partecipare
alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, ad essere partecipi della promessa per mezzo del Vangelo del
quale io sono indegno ministro.
Dunque “il mistero” è allora il disegno di Dio, preparato nell’Antico Testamento per mezzo di gesti e
personaggi simbolici: il passaggio del Mar Rosso è un fatto, ma è un simbolo prefigurativo di un’altra
Pasqua, preparato nell’Antico Testamento, ma poi realizzato in Gesù Cristo quando venne la pienezza dei
tempi con la sua morte e la sua resurrezione.
Cristo in voi – dice ancora Paolo in un altro testo – è l’unico che riunisce i popoli in un solo popolo.
Tutta l’opera di Cristo è IL MISTERO.
Molte volte è ripetuta la parola “mistero”. Nei Vangeli invece la troviamo una sola volta. Nei Vangeli la parola
“mistero” la dice Gesù. I sinottici la riferiscono con qualche piccola variante dopo la parabola del
seminatore. Dopo averla raccontata, gli Apostoli domandarono a Gesù: ce la spieghi questa parabola? E Gesù
rispose: A voi è dato sapere. A voi è dato conoscere il mistero del regno dei cieli, della venuta del regno dei
cieli”.
Luca: A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio.
Marco: A voi è stato confidato il mistero del regno di Dio. Non dice “confidato” nel senso italiano, perché
in latino “confidare” significa “affidare”; in greco è “donare”: a voi è stato donato il mistero, come se fosse un
oggetto, non una conoscenza.
Però Paolo, che la usa più spesso, non usa mai la parola “mistero” quando parla di sacramenti, di liturgia,
di riti. Paolo parla di riti qualche volta. Una volta parla del battesimo.
Non si può capire tutta la celebrazione della veglia pasquale se non partendo da questo pezzo di Paolo che
è l’ottava lettura.
Dopo sette letture dell’Antico Testamento, la notte di Pasqua, la Chiesa ci fa fare la lectio divina perché
leggiamo con questa sequenza:
I lettura: la creazione. Dopo questa bellissima poesia – in greco poeio significa creare -, che è la
creazione, c’è il Salmo 103. Questo salmo è uno dei più belli: Benedici il Signore anima mia …
Abbiamo sentito la creazione nella Genesi, noi rispondiamo con il Salmo sulla creazione. Facciamo la
ruminatio.
Poi c’è la preghiera che dice così: Affinché tutti comprendano che se fu grande all’inizio la creazione del
mondo, ben più grande alla fine dei tempi l’opera della nostra salvezza nel sacrificio redentore del Cristo.
Dunque, la morte di Cristo, la Pasqua, è più grande della creazione. Infatti la settimana santa si chiama
settimana maggiore. E io mi sono sempre domandato: maggiore di quale? Maggiore della settimana della creazione!
S. Ambrogio la vede così. Dunque, quella è l’esamerone, i 6 giorni della creazione, e questi sono gli altri
sei giorni della redenziologia.
Dunque, in quella notte di Pasqua, dopo le sette letture, sempre in questa struttura, leggiamo l’ottava che è
l’Apostolo Paolo.
E l’apostolo Paolo in quella notte potrebbe anche farci sentire il kerigma, cioè l’annuncio della
resurrezione. Paolo ne parla in I Corinzi 15. Ma non si legge, e invece si legge Romani 6, dove Paolo dice:
Non sapete voi che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù …Be’, la notte di Pasqua si parla del battesimo?
… siamo stati battezzati nella sua morte. Siamo stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come
Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in
novità di vita. Parla del battesimo che è un rito, e qui non usa la parola “mistero”.
I Corinzi 11, Paolo ripete: Io ho ricevuto quello che a mia volta vi ho trasmesso … nella notte in cui
veniva tradito, Gesù prese del pane, rese grazie… istituzione dell’eucaristia. Qui parla di un rito, non usa la
parola mistero. Bisognava usarla? E’ che poi noi la usiamo. Noi parliamo del mistero eucaristico, noi
parliamo del mistero liturgico. Paolo no. Per Paolo il mistero è quello che Cristo ha fatto, è l’evento.
Nel Nuovo Testamento in latino questa parola, Mistero, è stata tradotta a volte con la parola sacramentum. Dunque, il greco misteryon spesso è tradotto con sacramentum
Noi lo diciamo, i Padri lo dicono, e invece Paolo lo evita?
Paolo lo evita per non confondere i riti cristiani con i misteri pagani.
Che cosa sono i misteri pagani?
I misteri pagani sono riti specialmente nelle religioni dette appunto “misteriche”. Qual è il mistero in
queste religioni? Per quel poco che ne possiamo sapere “mistero” significa ciò che non si deve dire “tabù”;
infatti lo storico greco Pausania, quando parla di certe città dove si esercitavano religioni misteriche diceva:
“queste sono città tabù. Si fanno cose che non si possono dire, se uno non è iniziato non può saperle”.
Dunque, il “mistero” in queste religioni è il “rito”. Un rito però nel quale attraverso o per mezzo di segni
simbolici si rende presente un mito. Mito, però, non significa favola come noi traduciamo normalmente.
Mito è il fatto che sta alla base, vero o presunto.
Porto un esempio, terra terra. L’Etna è Polifemo. Polifemo aveva un occhio solo: il cratere dell’Etna.
Polifemo non tirò poi le pietre alle navi d’Ulisse? Sono i faraglioni di Acitrezza, di Acicastello: sono blocchi
di lava che nel mare si era raffreddata; ma dicevano che erano pietre lanciate da Polifemo.
Il fenomeno è che ci sono i faraglioni. Il mito vuole spiegare i faraglioni, allora: Polifemo, e le pietre
lanciate nell’acqua.
Il pomo d’Adamo è un mito. Chi ha detto che il pomo gli è rimasto qua…? E’ una spiegazione “eziologica”
si dice, cioè noi vogliamo trovare la causa di un fenomeno.
Allora, il problema serio è questo: l’uomo vede che in natura il sole la sera tramonta, muore, però domani
mattina rispunta. Tu metti un chicco di frumento sotto terra, muore, marcisce, però poi spunta il filo d’erba,
spunta la spiga e si moltiplica addirittura (Pare che Gesù abbia preso questo esempio: se il chicco non muore
…era lui peraltro). Dunque, in natura – tu dici – tutto muore, ma poi risorge. E come fa? E perché io no?
Come risolvere la morte, come risolvere il problema? Perché io muoio e quello risorge? Come fa quel chicco
di frumento che muore, ma poi rispunta? Come fa? Il chicco di frumento fa così perché ogni anno ripercorre
la strada di Proserpina, in greco Core. Core significa “ragazza”.
Core è una bella ragazza, figlia di Demetra, ma Plutone, dio degli inferi se ne innamora, se ne
invaghisce, la rapisce e se la porta con sé sotto terra.
La madre cerca la figlia, non la trova, non la vede, urla, si dispera, piange, si strappa i capelli. Era
inverno: pioggia, vento, ecc..
Giove alla fine stabilisce che Core sta per sei mesi con Plutone sotto terra e per altri sei mesi, quando
Ermes, dio del sole, sale al cielo con il suo cocchio, Core starà sulla terra con sua madre. E poi ricomincia
daccapo.
Il chicco di grano è Core che ogni anno muore e risorge, va sotto terra e rispunta. Ecco il mito!
Il mito è Core che è la spiegazione del fatto agricolo normale, però vuol dire anche un altro fatto. Se noi,
dice l’uomo, riusciamo a rendere presente il mito di Core …! e hanno fatto un gesto che sostanzialmente si
riduce a mostrare una sfida. La sfida è la conclusione di tutto il processo, diciamo, irrisolto. Se io riesco a
rendere presente il mito di Core, io che faccio? Mi aggrappo a Core. E’ vero che io muoio, ma se Core
quando muore poi risorge, io pure esco fuori. Risolto il problema!
Noi che cosa diciamo? Sono tutte storie! Diciamo: sono inventate dagli uomini. Bella l’impalcatura, ma
che c’è di vero? Però ditemi com’è che questi miti sono tutti degli dei, figli di dio, incroci fra un dio e un
uomo, una dea e un uomo, un dio e una donna?
Qualcuno ha osservato: ma noi non abbiamo pure un figlio di Dio? Anzi il figlio di Dio, che si chiama
Gesù Cristo?
Non è andato pure lui sottoterra? Non è ritornato da sottoterra? Ma questo non è un mito, è un dato
storico.
Quando il mito sarebbe avvenuto? In principio! La Bibbia comincia così: In principio.
Certo, se in principio Dio ha creato il cielo e la terra, possiamo capire quando.
Ma se dico in principio era il Verbo, dico dall’eternità, da sempre; allora perché in principio?
Perché il mito ha come sua natura di essere il principio di, il fatto primordiale. Il nostro in principio è
l’evento Gesù Cristo.
Però l’evento Gesù Cristo non è fuori del tempo, è datato. E’ stato un venerdì, tra marzo e aprile
dell’anno, diciamo, 33; dove? A Gerusalemme. Il punto c’è, abbiamo le coordinate storico-geografiche,
quindi il fatto è storico.
L’hanno seppellito e il giorno dopo …, non l’hanno visto risorgere, ma hanno trovato il sepolcro vuoto.
Prima c’era, ora non c’è: è un fatto storico.
Questo fatto storico, però, è successo una volta, si può ripresentare? E quando lo facciamo? Perché se io
celebro l’eucaristia e annuncio la morte e la resurrezione rendo presente quell’evento.
Adesso fate la differenza. Se il mito è fuori dalla storia è creazione umana; e la morte e resurrezione di
Cristo è un fatto storico; poi il processo di ripresentazione è lo stesso.
Cioè quello che loro chiamano mito, noi lo chiamiamo mistero, stando a Paolo.
Quello che loro chiamano mistero, rito, noi lo chiamiamo celebrazione. Paolo non lo chiama per non
confondere.
I primi Padri, specie i Padri apologisti tipo Ireneo, tipo Giustino, dicono che i riti pagani (cioè anche loro
hanno riti di iniziazioni, battesimi, cene sacre, banchetti, rituali…), sono scimmiottature diaboliche dei riti
cristiani (no, veramente c’erano prima!). E’ che nel rito cristiano si compie quella che è l’aspirazione
dell’uomo: l’uomo desiderava trovare una soluzione, ha cercato come a tentoni di aggrapparsi a questo e a
quello. Quello che l’uomo cercava, Dio gliel’ha dato.
Tu volevi un Dio a cui aggrapparsi per morire e per risorgere? Gesù Cristo te l’ha dato pari pari. Risponde
alle esigenze.
Allora quelle aspirazioni, che sono presenti nei riti misterici, si dice che sono “semi del Verbo”; sono stati
degli accenni, degli indizi, poi è arrivato la conferma, la pienezza: Gesù Cristo.
Allora l’eucaristia che cos’è?
L’eucaristia è … ora lo possiamo dire che è un rito misterico? Perché il mistero di Cristo si rende
presente!
L’eucaristia è la morte e la resurrezione.
Perché si celebrano i riti misterici?
Perché gli iniziati, chiamati miste, ne possono prendere parte.
Noi celebriamo la morte e la resurrezione di Cristo nel rito eucaristico perché noi ne possiamo prendere
parte.
Avete mai sentito parlare di partecipazione? Partecipare a che cosa?
La partecipazione di cui si parla è a 2 livelli. C’è il livello rituale: noi partecipiamo al rito perché
ascoltiamo, perché qualcuno va a leggere, perché cantiamo, perché suoniamo, perché portiamo le offerte,
perché facciamo la comunione. Tutto questo è partecipazione rituale.
Possiamo partecipare anche all’evento: prendere parte al mistero, cioè la morte e resurrezione. Come si
prende parte alla morte? Morendo! E come si prende parte alla resurrezione? Risorgendo!
Se tu non arrivi a questo nella messa, hai fatto finta.
Paolo dice che ogni volta che noi mangiamo questo pane e beviamo da questo calice annunciamo la
morte e proclamiamo la resurrezione; dice che noi ci uniamo a Cristo morto e risorto.
Torniamo a Romani 6: il battesimo. Non usa la parola mistero. Ma il modo di parlare di Paolo è
misterico! Paolo dice: non sapete che quanti siamo stati battezzati, siamo stati battezzati nella sua morte.
Siamo stati infatti sepolti con lui – in latino è più forte: consepultis, conmortui, conresuscitati…, Paolo ha
inventato queste parole, non c’erano in greco – ma quando Paolo dice noi siamo stati sepolti nella morte,
dico: no, Paolo, senti a me; io sono stato messo sott’acqua! E’ vero, tu sei stato messo sott’acqua, ma la
realtà – questo è il mistero – dice che tu sei entrato nel sepolcro; tu sei uscito dall’acqua? difatti tu sei uscito
dal sepolcro; sei morto e risorto. Questa è la partecipazione vera.
Noi invece ci fermiamo normalmente alla partecipazione rituale. Cioè io ho fatto tutto, una bella
funzione, una bella omelia, anche se non so cosa ha detto, ma se la nostra partecipazione non va alla
partecipazione al mistero, noi abbiamo fatto un rito e basta.
Dunque noi lo possiamo chiamare mistero se ci rendiamo un pochino conto di quello che noi facciamo.
La fede ci dice che noi rendiamo presente l’evento per poter prendere parte a quel rito e quindi essere
contemporanei di Cristo.
Preghiera eucaristica I o canone romano, preghiera che viene usata dal IV secolo fino ad oggi. Quella
preghiera eucaristica ha una particolarità rispetto alle nuove preghiere eucaristiche: il racconto
dell’istituzione è con altre parole:
La notte – la vigilia – della sua passione egli prese il pane nelle sue mani venerabili e alzando gli occhi al
cielo a Dio Padre suo onnipotente, rese grazie con la preghiera di benedizione, spezzò il pane, lo diede ai
suoi discepoli e disse: prendete e mangiate questo è il mio corpo … Allo stesso modo, dopo aver cenato,
prese questo glorioso calice nelle sue mani sante e venerabili, rese grazie con la preghiera di
benedizione…Avete notato che c’è un errore?
Allo stesso modo dopo aver cenato “prese”, che tempo è? “Prese” questo, ma allora quel “prese” non è
passato, quel prese è come in principio Dio creò, non crea più? Quello non è un passato, è un perfetto. In
ebraico i verbi hanno solo due tempi: perfetto e imperfetto. Se l’azione è completa è perfetta. Se l’azione non
è ancora completa è imperfetta. Difatti l’imperfetto noi lo traduciamo con il futuro, perché non è ancora
completa.
Ma quando il soggetto è Gesù Cristo il verbo è perfetto, ma non significa passato. E allora ci dice
chiaramente che o quel tempo lì lo riportiamo ad oggi, o noi veniamo riportati a quel tempo e allora
diventiamo contemporanei di Cristo: “Gesù oggi prese questo …”. E’ una perla teologica!
Noi siamo contemporanei di Cristo! E poi nella comunione noi diventiamo concorporei di Cristo:
diventiamo il suo corpo; consanguinei di Cristo: beviamo il suo sangue. Capite la forza di questa
celebrazione?
Se noi non superiamo lo scoglio del rito, saremo troppo razionali: passato è passato, presente è presente.
Il tempo, e oggi la scienza lo conferma, non è così passato. Il passato si rende presente. A parte il fatto
che uno potrebbe dire: se è passato l’evento storico di Gesù, è storico; se è storico il passato è passato perché
è passato alla storia. Sì, è vero, le azioni di Gesù sono storiche, però le azioni di Gesù sono storiche in quanto
fatte dalla natura umana, in quanto fatte quel giorno, quel tempo. Gesù era uomo e quindi …
Ma Gesù è Dio fatto uomo, le sue azioni sono più umane o sono più divine? Sono azioni umane e azioni
divine. Se Gesù mangiava, Dio non mangia, mangiava come uomo. Quando si sedette stanco sul pozzo di
Giacobbe – sant’Agostino dice: guarda un po’ si è stancata la potenza di Dio! – era stanco come uomo. Però
quando faceva miracoli li faceva come Dio.
Sì però le azioni umane sono azioni della persona. Se io sollevo un oggetto, la mia mano solleva e io dico
“io” ho sollevato. Quando Gesù dice “io” è un “io” umano o divino?
In Gesù ci sono due nature, vero? Una umana e una divina. Quante persone? Una. Umana o divina?
Concilio di Efeso, Concilio di Calcedonia, 431, 451: in Gesù ci sono due nature e una persona. Gesù è la
seconda persona della santissima Trinità fatto uomo. Dunque è persona divina. Per cui, le azioni, siccome
sono della persona perché “io faccio”, bene o male che sia, l’io di Gesù è la persona divina.
Possiamo dire che Dio ha camminato in questo mondo? Sì. Possiamo dire che Dio è morto? No, perché
Dio non ha natura umana. Possiamo dire che Maria è madre di Dio? Sì perché è madre di una persona, solo
per questo. Altrimenti sarebbe una bestemmia, perché Dio è ingenerato. Ma siccome Maria ha dato il corpo
alla persona divina del Verbo, Maria ha partorito Dio, infatti si dice “deipara. Perché le azioni di Cristo sono
della persona divina.
E lo possiamo dire da quando al Conciglio di Efeso, 11 ottobre de 431, i Padri del Concilio arrivarono ad
approvare che in Gesù l’unica persona è la persona divina, e quindi Maria essendo madre della persona si
può chiamare Theotokos, cioè “colei che ha partorito Dio”. E da allora quel giorno era ricordato come il
giorno della maternità divina di Maria. Poi la data è stata spostata. La notte di Natale è la notte della
maternità di Maria.
Conclusione: poiché le azioni di Gesù, sia quando fa miracoli, sia quando fa azioni puramente umane,
sono azioni della persona, sono azioni divine, e Dio è fuori dal tempo, cioè oltre il tempo. Noi dobbiamo
recuperare a proposito della liturgia, per capire la contemporaneità nostra con Cristo, il concetto di
metastoria. Abbiamo sempre parlato di metafisica, adesso si deve recuperare questo concetto.
Le azioni sono in un certo senso storiche, in un altro senso metastoriche, superano la storia, per cui in Dio
non c’è passato, presente, futuro, ma è tutto presente. Noi ripresentiamo attraverso la preghiera nel tempo,
oggi, domani, qui, là, quelle azioni salvifiche perché noi possiamo prenderne parte. Morire e risorgere fino a
quando sarà tutto chiaro.

V meditazione – 5/5

Ora vediamo il rito della messa attuale.
Lo faccio prendendo l’«introduzione al messale», si può dire così? Di fatto si chiamano «Principi e norme per l’uso del messale romano» (PNMR). Sono 75 pagine fitte fitte di introduzione; ma chi le ha lette, chi le ha studiate?
Spero che le abbiano studiate i preti perché, se non lo avessero fatto, per loro è peccato mortale.
Perché questo testo, oltre a darci le norme, cioè «come si deve fare», ci spiega anche i principi, dando le
«motivazioni di ogni singolo gesto».
In questa introduzione di principi e norme ci sono diversi capitoli. A noi interessa per il momento una
parte del capitolo II che è intitolato: Struttura, elementi e parte della messa. E comincio con la struttura generale della messa.

struttura generale della messa. Con diversi elementi, e le singole parti.
Struttura generale: qui il messale divide la messa in quattro parti. I: introduzione; II: liturgia della Parola;
III: liturgia eucaristica; IV: riti di conclusione.
Questa divisione non mi piace. Perché non mi piace? Perché intanto i riti di conclusione sarebbero: Il
Signore sia con voi, Vi benedica Dio Onnipotente, Andate in pace. E’ una parte?
E invece, liturgia eucaristica è troppo ampia, dall’inizio dell’offertorio fino a dopo la comunione; io la
suddividerei in tre: offertorio, liturgia eucaristica insieme alla preghiera eucaristica e riti di comunione.
Se fosse fatta così la divisione, io ho visto
tre volte la parola riti e due volte la parola liturgia. Perché le parti principali sono le parti liturgiche: liturgia della Parola, quando Dio parla noi; liturgia eucaristica, cioè la preghiera eucaristica, quando la Chiesa innalza la preghiera al Padre.
Invece i tre riti non sono così importanti; sono, per così dire, la cornice, ma hanno un senso. Nelle due
parti liturgiche importante è la Parola, nelle letture o nella preghiera. In queste due liturgie l’assemblea sta
ferma, o per ascoltare o per pregare. I tre riti invece sono tre momenti in cui sono importanti non tanto i testi, ma sono importanti i gesti, quello che si fa.

Tanto è vero che l’assemblea non sta ferma: riti di ingresso, riti d’offertorio (o meglio presentazione dei doni), riti di comunione; anzi ci sono le processioni, e queste tre processioni sono accompagnate da un canto adatto al tempo liturgico e al momento liturgico.
In questi tre riti abbiamo anche dei momenti comuni. C’è la litania.
C’è una litania nell’ingresso: «Signore pietà, Cristo pietà, Signore pietà».
C’è una litania nel rito di comunione: «Agnello di Dio che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi.
Agnello di Dio …, Agnello di Dio …».
Nel rito d’offertorio c’è una litania? Dipende! Se noi consideriamo la preghiera dei fedeli come ultima
parte della liturgia della Parola nel rito d’offertorio non c’è litania, ma se la consideriamo come l’inizio del
rito d’offertorio allora c’è la litania, perché nella preghiera c’è il ritornello: Ascoltaci Signore, …Ascoltaci
Signore …Ascoltaci…
Un terzo elemento comune è la preghiera conclusiva. Il rito d’ingresso si conclude con la preghiera che si
chiama colletta; il rito d’offertorio con la preghiera che noi diciamo sulle offerte; il rito di comunione con la
preghiera che noi chiamiamo dopo la comunione.
Se io apro il messale vedo che ci sono tre preghiere: colletta, sulle offerte e dopo la comunione. Sono le
uniche preghiere di ogni messa, tranne la preghiera eucaristica. Sono le tre preghiere presidenziali.
Gli elementi di ogni messa sono tre.
I – Le letture, e per questo ci sono i lezionari divisi secondo il tempo, i riti, le circostanze. Dalle letture
dipende tutto il resto, perché dalle letture vengono fuori le omelie, dovrebbero venire fuori le monizioni,
dovrebbero venire fuori la preghiera dei fedeli, che nasce come risposta a Dio che ci parla. Come si chiama il
complesso delle preghiere, nel senso dell’orazione? Si chiama eucologia.
II – Secondo elemento quindi le preghiere.
III – I canti. Quindi in ogni liturgia ci sono letture, preghiere e canti. Questa la struttura generale.

Adesso vediamo il senso.
Cominciamo con i riti (= quello che prima ho detto: III – I canti). Il rito d’ingresso, offertorio e comunione. Fanno da cornice, ma rispondono ad una esigenza, mostrano e realizzano (sono segno e strumento) che l’eucaristia fa la Chiesa.
Noi diciamo che la Chiesa fa l’eucaristia. No! Prima di tutto è l’eucaristia che fa la Chiesa. Noi siamo un
corpo solo perché mangiamo un solo pane.
Nel rito della messa questa Chiesa che si edifica viene manifestata.

Nel. rito d’introduzione (cap. 24 del messale) le parti hanno un carattere di inizio, di introduzione e di preparazione. Scopo di questi riti è che «i fedeli, riuniti insieme, formino una comunità e si dispongano ad ascoltare con fede la Parola di Dio e a celebrare degnamente l’eucaristia». Dunque, scopo dei riti d’ingresso è che i fedeli formino una comunità, vi pare poco? Ricordo un libro del 1922, di Romano Guardini: «I santi segni».
Il primo dei segni qual è? «La campana», quando suonavano le campane. Tu sei a casa tua, senti la
campana e cominci a muoverti verso la chiesa. Questo non è una processione, non è un procedere?
Convenire in unum, radunarsi, che i fedeli riuniti formino una comunità. «Dio parlerà al suo popolo». Ai
singoli, ma in quanto popolo. «Quando il popolo è riunito, mentre il sacerdote fa il suo ingresso con i ministri, finisce il canto di ingresso».
La funzione propria di questo «canto di ingresso» è di dare inizio alla celebrazione, favorire l’unione dei
fedeli riuniti, perché se tutti cantiamo, l’armonia delle voci è sintomo della concordia dei cuori; introdurre il
loro spirito nel mistero del tempo liturgico o della festa. Il canto di ingresso proprio perché è il primo canto che si fa, dovrebbe subito farti capire in che festa siamo. Una volta era così. Non solo entrando in chiesa, tu dovresti «percepire che festa è dai colori»: verde, bianco, rosso, viola; dagli odori come l’incenso, ed anche dai fiori. Ad esempio Pentecoste: rose; Assunta: tuberose; ecc. Noi «celebriamo con tutto il nostro essere».
Ultimo scopo, non il primo, del canto di ingresso è «accompagnare i sacerdoti e i ministri».
Finalmente i sacerdoti raggiungono l’altare, la pietra, una volta la mensa. “Altare” non è quello che noi
vediamo, noi – diceva Diogneto – «non abbiamo né templi, né altari, perché il nostro altare è Gesù Cristo».
Abbiamo la mensa, perché se c’è una cena ci vuole la «mensa», la tavola. Imbandita, naturalmente, perché se
c’è un «banchetto» solenne ci vogliono i «fiori», le «candele».
L’altare è comunque la pietra fondamentale dell’edificio che è segno di Cristo, e «noi siamo pietre vive» che
costruiscono il tempio santo di Dio (I lettera di san Pietro).
Salutato l’altare c’è il «segno della croce»: “In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Il segno di croce non c’era prima o non era ad alta voce. Il sacerdote lo diceva sotto voce. Il segno di croce a questo punto è «memoria del battesimo». Noi abbiamo diversi segni battesimali nella messa: oltre il segno di croce, «l’aspersione con l’acqua, il Credo, il Padre Nostro. Noi possiamo partecipare all’eucaristia perché siamo stati battezzati». “Nessuno mangi e beva della vostra eucaristia se non è stato battezzato” (Didachè 9).
Subito dopo c’è «il saluto». E con questo «annuncia alla comunità riunita la presenza del Signore».
Annunzia! Allora dovrebbe dire «Il signore è con voi e non Il Signore sia con voi; oppure: dato che lo è, ma lo sia! Con enfasi di adesione». In latino c’è sia? Dominus vobiscum. Non c’è: «Il Signore con voi», che implica tutti e due i sensi In greco il vescovo saluta: «Pace a tutti»! E’ l’annunzio della presenza del Signore. Quel sia in senso cristologico vuol dire che «Cristo è presente in mezzo a noi, nell’assemblea. Ma non solo nell’assemblea, Cristo è presente in tutta la celebrazione eucaristica; Cristo è presente nel ministro; nella Parola, è Lui che parla; è presente nell’eucaristia, come sacramento che viene a noi; per noi e per tutti».
Secondo motivo del saluto, questa volta «motivo ecclesiologico»: il saluto sacerdotale e la risposta del
popolo manifestano il mistero della Chiesa radunata. «Il saluto crea comunione».
Il sacerdote a questo punto può fare una «brevissima introduzione alla messa del giorno». E sottolineo il
“brevissima”. Non devono essere discorsi lunghi e vi faccio un esempio. E’ come un allenatore negli
spogliatoi fra il primo e il secondo tempo. Fa le raccomandazioni? Il mister ha solo pochissimo tempo per
parlare, non può fare discorsi lunghi.
Poi c’è «l’invito all’atto penitenziale». E’ un elemento introdotto adesso, prima non c’era, o almeno c’era,
ma era privato. Adesso «tutta la comunità fa l’atto penitenziale» ed è una raccomandazione che ci fa s.
Giacomo, ripetuta dalla Didachè. Giacomo 5,16: “Confessatevi gli uni agli altri i vostri peccati e pregate gli uni per gli altri per essere guariti”. Oppure la Didachè dice: “Confessatevi gli uni agli altri i vostri peccati, perché la vostra offerta sia pura”. Capite che forza vivificante ha l’atto penitenziale! Io, tu, tutti, abbiamo peccato e preghiamo gli uni per gli altri. Dopo l’invito c’è l’atto penitenziale, l’atto si fa. E’ il momento in cui ognuno si riconosce peccatore. E poi abbiamo la «formula di confessione generale, poi c’è assoluzione generale». Questo è un sacramentale, non è il sacramento della penitenza. Questo assolve dai peccati quotidiani, i peccati gravi di cui uno ha coscienza deve confessarli singolarmente. Il sacramento della penitenza si può celebrare in tre modi:
1 – rito della riconciliazione di un singolo penitente: io vado a confessarmi da un prete, io e lui.
2 – rito della riconciliazione di più penitenti con confessione e assoluzione individuale. E’ la celebrazione
comunitaria della penitenza, però ognuno poi va confessarsi e riceve l’assoluzione; tutto è comunitario
fuorché l’essenziale.
3 – rito della confessione di più penitenti con confessione e assoluzione generale. Ma per fare questo rito
ci vuole un caso grave e urgente ed il permesso del Vescovo. Assoluzione valida, però «rimane l’obbligo al
singolo di confessarsi passato il pericolo».
Dopo l’atto penitenziale si canta il «Gloria». E’ cantato, perché è un inno. L’inno o si canta o si suona, ma
non si recita. In tante chiese si canta Signore pietà e non il Gloria. Assurdo! Quello è un’invocazione e questo è un inno.
Dopo c’è la «colletta». E’ una preghiera di conclusione dei riti di ingresso. Si chiama colletta perché
significa raccolta delle preghiere dei singoli. Allora io dico: Preghiamo, e tutti rispondono: Preghiamo. E si
sta in silenzio per qualche tempo per prendere coscienza di essere alla presenza di Dio e poter formulare nel
proprio cuore la preghiera personale. Poi il sacerdote eleva la preghiera di colletta. E l’assemblea risponde con l’approvazione Amen. Tutti questi riti dall’inizio ad adesso servono a formare una comunità. A questa sua famiglia Dio rivolge la Parola:

liturgia della Parola. Perché si legge la Scrittura nella liturgia? Non è catechismo, non si legge la Scrittura per istruire, è celebrazione: noi celebriamo la Parola! Pensate ai gesti di venerazione che la Chiesa tributa al Libro dei Vangeli. Si porta in processione, si mettono i candelieri, si incensa, si bacia. Il Vangelo è Gesù Cristo. E’ a Gesù Cristo che si acclama Alleluia.
E’ importante capire che in quel momento Dio sta parlando a noi. Io posso leggere la Parola di Dio? sì!
Ma quando questo libro mi viene aperto in chiesa, e uno me lo legge, me lo annuncia, è Dio che parla. C’è
differenza tra la celebrazione della Parola e la lettura personale: la lettera morta diventa parola viva.
C’è un’altra introduzione, l’introduzione al lezionario, che sono delle premesse teologiche oltre che
pastorali perché vi dice qual è il significato, il senso, della Parola di Dio celebrata. Tutte le letture
convergono verso il fatto centrale, in fondo è sempre la Pasqua che si annunzia. La liturgia della Parola
vorrebbe rendere presente tutta la storia della salvezza, che ha il suo centro nella Pasqua di Cristo.
L’eucaristia cosa rappresenta? La Pasqua di Cristo. Quello che la Parola annunzia, il sacramento lo
realizza.
«L’omelia» fa da cerniera tra la prima e la seconda parte, perché compito dell’omelia è mostrare al popolo
come “questa Scrittura oggi si compie per voi”. Al momento della comunione – cfr ottava di Pasqua – il libro prevede che si canti questa antifona: “accosta la tua mano, tocca le cicatrici dei chiodi e non essere incredulo, ma credente, alleluia”. Nel Vangelo sono parole che Gesù rivolge a Tommaso, ma nel momento della comunione parla a ciascuno di noi. Si compie per noi la Scrittura, quel giorno siamo noi Tommaso.
Altro esempio, IV domenica di quaresima, anno A: il cieco nato. Durante la comunione si canta così: Il
Signore ha spalmato un po’ di fango sui miei occhi, sono andato, mi sono lavato, ho acquistato la vista, ho
creduto in Dio. Anche questa volta è per me. Non sempre è facile cogliere il vero significato, ma ogni volta che al momento della comunione si canta un versetto del Vangelo proclamato in quel giorno, significa che nel momento della comunione quella Parola si compie per noi.

Riti di offertorio o presentazione dei doni, preghiera eucaristica, riti di comunione, noi diciamo che ci danno la chiave di lettura. E’ la prima volta che queste tre prati corrispondono ai tre verbi con cui ci viene descritta l’istituzione dell’eucaristia. «Gesù prese il pane e il calice (riti d’offertorio), rese grazie con la preghiera di benedizione (preghiera eucaristica), spezzò il pane e li diede» (rito di comunione).

Liturgia Eucaristica. La Chiesa ha disposto tutta la celebrazione della liturgia eucaristica in vari momenti che corrispondono a questi momenti e gesti di Cristo.
Infatti nella preparazione dei doni vengono portati all’altare pane e vino con acqua, che sono gli stessi
elementi che Cristo prese con le sue mani. Nella preghiera eucaristica si rende lode a Dio per tutta l’opera
della salvezza e le offerte diventano il corpo e sangue di Cristo. Mediante la frazione di un unico pane si
manifesta l’unità dei fedeli e per mezzo della comunione i fedeli si cibano del corpo e sangue del Signore
allo stesso modo con il quale gli Apostoli li hanno ricevuti dalle mani di Cristo stesso. Perché dico questo?
Perché qualche volta mi hanno detto (io non l’ho mai visto) che qualche sacerdote mentre fa la preghiera
eucaristica e racconta quello che Gesù ha fatto, «prese il pane e lo spezzò», prende il pane e lo spezza. E invece non è quello il momento, siamo ancora al momento in cui rese grazie con la preghiera di benedizione. Invece la frazione è al terzo momento: lo spezzò e li diede.
Al momento dell’offertorio noi preghiamo sulle offerte che sono le nostre offerte per il corpo di Cristo;
ma il corpo di Cristo sono sia l’eucaristia – il pane e il vino servono per il corpo eucaristico – sia i poveri,
cioè i bisognosi, anche quelli sono nostri fratelli e sono il corpo di Cristo. E per loro offrirai alimenti, soldi,
ecc. per i loro bisogni. Quindi le offerte sono sia per il corpo eucaristico, sia per il corpo ecclesiale.
Nella preghiera eucaristica siamo noi che veniamo trasformati. Una volta che veniamo trasformati dalla
pienezza dello Spirito Santo diventiamo corpo di Cristo. Allora nella messa non c’è il sacrificio di Cristo, da solo, persona singola, come sulla croce; ma c’è il sacrificio di Cristo che unisce a sé la sua Chiesa.. Noi
come assemblea siamo il corpo di Cristo che si offre al Padre.
L’offertorio è il momento in cui noi ci uniamo a Cristo; nel momento della preghiera eucaristica, noi,
diventati un solo corpo, veniamo offerti al Padre. E le parole di Gesù sono: … “fate questo in memoria di me”. Questo: che cos’è “questo”? Rifare gli stessi gesti, dire le stesse parole che Gesù fece e disse? E’ questo
lo stesso significato? Nel vangelo di Giovanni non si racconta l’istituzione dell’eucaristia. Giovanni racconta la lavanda dei piedi. Alla fine di questo gesto, Gesù domanda agli Apostoli: “Sapete che cosa vi ho fatto?
Io vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri”. Non è uguale a “fate questo in memoria di me”? Allora non vuol dire ripetere gli stessi gesti rituali, ma è «Come io do la mia carne da mangiare, come io do il mio sangue da bere, così anche voi fatevi mangiare, fatevi succhiare il sangue, date la vita”. Ma bisogna tener presente che fra «io» e «voi» c’è di mezzo il battesimo, iniziativa di Gesù: quindi non sono due soggetti separati, ma un corpo, come la mia mano e il mio io che agisco tramite la mia mano e per questo la curo e la nutro. Se i riti di ingresso servono a farci diventare una comunità, i riti d’offertorio allargano la visuale, non solo a noi che siamo qui in assemblea; ma tutti i nostri fratelli sono uniti. L’offertorio è chiamato «l’ufficio della carità, perché quello che si raccoglie poi si distribuisce a chi ne ha bisogno». Ecco perché nel messale c’è scritta l’antifona di introduzione, c’è scritta l’antifona di comunione, ma non c’è scritta l’antifona di offertorio. Al posto delle antifone possono esserci dei canti. Se il canto non c’è il sacerdote deve leggere l’antifona. Ma per l’offertorio non è così; può esserci il canto, ma se il canto non c’è, il sacerdote non legge nessuna antifona. C’è solo un caso nel messale in cui c’è l’antifona di offertorio, ed è il Giovedì Santo, nella Messa in coena domini.

Nei riti di comunione diventiamo uno con Cristo. Ma ci uniamo anche con Dio Padre, perché quel sacrificio di Cristo è stato tutto offerto a Dio Padre.
Ma è comunione anche tra di noi. Paolo dice: noi siamo un corpo solo perché mangiamo un unico pane.
Prima di questa unione tra noi, ci sono dei riti preparatori e sono tre:

la preghiera del «Padre Nostro», prima della comunione perché «in essa si chiede il pane quotidiano, nel quale i cristiani scorgono anche un riferimento al pane eucaristico e si implora la purificazione dai peccati, così che realmente i santi doni vengano dati ai santi». La purificazione dai peccati viene chiesta al momento del «rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori». Questo il senso del Padre Nostro messo lì. E viene recitato da tutti, non tenendo le mani “a cordata”. Durante il canto o la recita del Padre Nostro si possono tenere le braccia allargate. Questo gesto, purché «opportunamente spiegato, si svolga con dignità e in clima fraterno di preghiera». Il gesto dell’orante è questo. Dice s. Paolo a Timoteo: “Pregate alzando al cielo mani pure”.
Il gesto di fraternità c’è, è il gesto della pace, ma viene dopo. Ora noi stiamo pregando. E la preghiera si
conclude con un embolismo (che vuol dire sviluppo), che è una preghiera che sviluppa l’ultima domanda: ma
liberaci dal male, “liberaci, Signore, da tutti i mali, ecc., ecc”.
E poi c’è un’acclamazione: “Perché tuo è il regno, la potenza e la gloria nei secoli”. Questa acclamazione
conclude il Padre Nostro nella Didachè. Così lo concludono i bizantini, così lo concludono i protestanti,
soltanto noi cattolici non lo avevamo.

Il rito della pace è il secondo momento di preparazione alla comunione. Il rito della pace comprende la «preghiera» per la pace, «l’augurio» di pace da parte del sacerdote che è dono di Pasqua e il «segno» della pace. Questo segno non è previsto qual è; si dice che le Conferenze Episcopali devono stabilire quale segno. La Conferenza Episcopale Italiana non ha stabilito per fortuna nessun segno. Però si insiste sul «significato»: «il segno di pace che i partecipanti alla celebrazione si scambiano con i fedeli che sono al loro fianco, che è lo spirito di riconciliazione e di fraternità cristiana necessario per accostarsi alla comunione eucaristica … si può fare in vari modi, secondo le varie culture e le varie lingue». Se uno non è in pace con qualcuno non può fare la comunione. I riti ambrosiani, e quelli orientali, hanno il rito della pace prima dell’offertorio, perché Gesù ha detto: “Quando stai per fare la tua offerta all’altare, e lì ti ricordi di qualcosa che tuo fratello ha contro di te, vai prima a riconciliarti”. La liturgia romana pone ora la pace e la comunione come primo frutto dell’eucaristia.
Terzo: il gesto di frazione. Come si chiamava l’eucaristia negli Atti degli Apostoli? La «frazione del pane». E’ simbolo di comunione, è il gesto che Gesù ha fatto nell’ultima cena. Significa per noi che «diventiamo un corpo solo nella comunione ed un solo pane di vita che è Cristo». Poi il celebrante mette «nel calice una piccola porzione dell’ostia». Perché? In origine il sacerdote metteva nel calice un pezzetto dell’ostia consacrata dal vescovo, per indicare la «comunione con l’eucaristia del vescovo». Non solo noi di questa assemblea siamo un corpo solo, ma «tutta la Chiesa siamo un corpo solo». E questo pezzetto è il «fermentum», l’eucaristia del vescovo fermenta la Chiesa diocesana. Ci sono altri significati.
Poi il sacerdote dice: Beati gli invitati alla cena del Signore. In latino dice: «Beati gli invitati alla cena dell’agnello». Dovremmo dire con le parole dell’Apocalisse: «Beati gli invitati alla cena delle nozze dell’agnello», perché questo è il banchetto nuziale che il Padre ha fatto per le nozze del Figlio suo. Lui è lo sposo, noi siamo la sposa; questo è il banchetto nuziale, dove noi mangiamo lui, come dire che è la consumazione di questo matrimonio.
Poi c’è
Ecco l’Agnello di Dio. E noi rispondiamo: “Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa…”. E’ un po’ adattato, prima erano le stesse parole del centurione. Questa è una comunità, non siamo degni, ma basta una tua parola e noi diveniamo degni. Quello è il momento ultimo, momento penitenziale. E a questo punto si va alla comunione. Si va processionalmente, dovrebbe essere una danza, una coreografia. In mano o in bocca sono modi di cui possiamo discutere, importante è quello che significa: qui siamo diventati un corpo solo. Vedete come l’eucaristia fa la Chiesa.
Dopo c’è il momento del
ringraziamento silenzioso, seguito dalla preghiera dopo la comunione. E questa preghiera chiede una delle due cose: o di passare dal banchetto eucaristico al banchetto celeste; o di passare dalla celebrazione alla vita.
A questo punto ci sono gli avvisi. Sempre dopo la comunione e dopo la preghiera, non prima.

Saluto, benedizione, e andate in pace. L’ultima parola che l’assemblea dice è Rendiamo grazie a Dio.