06/03/2003 – LECTIO DIVINA e SANTA MESSA – 4/5
QUARTA MEDITAZIONE – 4/5.
La lettera di Paolo agli Efesini è tutta, fino al capitolo III sicuramente, sul mistero. E ad un certo punto Paolo dice questa frase: “Ora vi svelo un mistero: tutti risorgeremo, ma non tutti saremo cambiati”.
Secondo me, il mistero che Paolo ci ha svelato, e che Dio ci ha rivelato in Cristo, è la «nostra resurrezione». E così torniamo al punto di partenza del nostro incontro.
Ma nella lettera agli Efesini Paolo comincia con quel famoso inno “Benedetto sia Dio…”. Ricordate? Ad un certo punto dice però, “per farci conoscere il mistero del suo volere…, il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose”. Dunque il mistero di cui parla Paolo è il disegno di Dio, il progetto di Dio, di colmare tutto, non solo la persona, ma anche le cose, anche il cosmo materiale.
Vedete perché, nella notte di Pasqua, la Chiesa benedice anche gli elementi materiali: benediciamo l’olio, benediciamo l’acqua, prima il fuoco, benediciamo il pane e il vino, elementi fondamentali. Perché ha fatto con la resurrezione di Cristo, non solo noi, che abbiamo le primizie dello spirito – Romani VIII –…; ma «tutta la creazione geme e soffre come nelle doglie del parto». «Il disegno di ricapitolare», Paolo lo chiama “il mistero del suo volere”. Questa è «volontà di Dio» …
Se non ci fosse la volontà di Dio, uno potrebbe fare quello che gli pare, e non potrebbe, certo, rinnovare, ricreare tutte le cose. Sì, ripensare l’esistenza in Cristo, vuol dire «rinnovarla» mettendoci ciò che le mancava: la sua presenza, un vivere con lui, in colloquio con lui; ecco il rinnovamento nello Spirito.
Voi dite: “Sia fatta la tua volontà”, e come lo dite? A volte si dice come se fosse una disgrazia, dato che non si può fare la volontà mia, sia fatta la volontà di Dio.
Secondo voi…. credete voi al paradiso? All’inferno, pure? Non ci crede nessuno, però il diavolo c’è. Secondo voi in paradiso c’è qualcuno che ha fatto la volontà propria? Lo hanno fatta coincidere con la volontà di Dio. Quindi in paradiso ci sono quelli che hanno fatto la volontà di Dio! Secondo voi all’inferno c’è qualcuno che ha fatto la volontà propria? Tutti! Quelli che sono all’inferno sono quelli che hanno fatto di testa propria. Dovremmo dirlo. Dovremmo pregare: Per carità, Signore, fa’ che io faccia sempre la tua volontà. Perché «nella tua volontà è il nostro caso», mi pare dicesse padre Dante. Dunque la “volontà di Dio” non è del tutto la volontà di Dio; come pure nel Gloria c’è: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di «buona volontà»”. Perché, gli uomini hanno la buona volontà? Sempre? Ma lì, nel gloria, non è questo il senso, non c’entra la «buona volontà» umana. Il testo greco è: «Pace in terra agli uomini “oggetto della benevolenza di Dio”». La volontà di Dio è il suo «buon-volere» su di noi: il suo amore.
Il mistero di cui parla Paolo è questo progetto di Dio realizzato, poi rivelato perché realizzato. Gesù
ha realizzato questo disegno di Dio: morendo e risorgendo Gesù ha salvato l’umanità realizzando, il progetto di Dio. Questo mistero – dice Paolo altrove – che era nascosto nei secoli ai padri delle precedenti generazioni, ora è stato rivelato. E’ stato rivelato per il fatto che si è realizzato.
Io, per esempio, non ho mai visto il disegno di questa costruzione, di questa Domus Fraternitatis, ma adesso ho bisogno di vederli? Una volta che lo vedo realizzato, lo vedo realizzato e posso capire i disegni. Eppure, nonostante che sia stato realizzato, perciò rivelato, Paolo continua a chiamarlo “mistero”. E dice: “Io sono stato chiamato apostolo per essere ministro di questo mistero.
E qui Paolo dice una cosa precisa; sarebbe interessante che ognuno faccia un confronto tra quello che pensa e quello che dice Paolo, Efesini 3,4: “Dalla lettura di ciò che ho scritto potete ben capire la mia comprensione del mistero di Cristo – la comprensione che Paolo ha del mistero di Cristo, e poi ognuno confronti la sua comprensione del mistero di Cristo con quella che ha Paolo –. Questo mistero non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni, come al presente è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che – qual è il mistero qui? Eccolo: – i Gentili – cioè i Pagani – sono chiamati in Cristo Gesù a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, ad essere partecipi della promessa per mezzo del Vangelo del quale io sono indegno ministro”.
“Il mistero” è il disegno di Dio, preparato nell’Antico Testamento per mezzo di gesti e personaggi simbolici:
il passaggio del Mar Rosso è un fatto, ma è un simbolo prefigurativo di un’altra Pasqua; preparato nell’Antico Testamento, ma poi realizzato in Gesù Cristo quando venne la pienezza dei tempi con la sua morte e risurrezione.
Cristo in voi – precisa allora Paolo in un altro testo – è l’unico che riunisce i popoli in un solo popolo. Tutta l’opera di Cristo, la sua Persona, le sue parole, è «IL MISTERO».
Molte volte è ripetuta la parola “mistero”. Nei Vangeli invece la troviamo una sola volta. Nei Vangeli la parola “mistero” la dice Gesù. I sinottici (Matteo, Marco, Luca) la riferiscono con qualche piccola variante dopo la parabola del seminatore. Dopo averla raccontata, gli Apostoli domandarono a Gesù: ce la spieghi questa parabola? E Gesù rispose: A voi è dato sapere, “a voi è dato conoscere il mistero del regno dei cieli”, la venuta del regno dei cieli. Luca: “A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio”. Marco: “A voi è stato confidato il mistero del regno di Dio”. Non dice “confidato” nel senso italiano, ma in senso latino: “Confidare” significa “affidare”; in greco è “donare”: a voi è stato donato il mistero, come se fosse un oggetto, non una conoscenza. Però Paolo, che usa più spesso questa parola, non usa invece mai la parola “mistero” quando parla di sacramenti, di liturgia, di riti. Paolo parla di riti qualche volta. Una volta parla del battesimo. Non si può capire tutta la celebrazione della veglia pasquale, se non partendo da questo brano della lettera di Paolo ai Romani (6,3-11), che è l’ottava lettura della veglia pasquale, o seconda della s. messa, dato che le sette precedenti costituiscono la prima lettura dell’A.T. Dopo sette letture dell’Antico Testamento, appunto, la notte di Pasqua, la Chiesa ci fa fare la lectio divina, perché di fatto leggiamo con questa sequenza: I lettura, la creazione. Dopo questa bellissima poesia – in greco poièo significa «creo», poesia = creazione, a imitazione di quella del grande Poeta, Dio -; dopo il racconto di questa bellissima «poesia» che è la creazione, segue il Salmo 103. Questo salmo è uno dei più belli: “Benedici il Signore anima mia…”. Abbiamo sentito, ascoltato, la creazione, nella Genesi; noi rispondiamo con il Salmo, che ci aiuta a riflettere sulla creazione, ci aiuta a fare la «ruminatio». La preghiera (o II parte della colletta, con l’imperativo di adesione), che segue e conclude l’unità – lettura, salmo, preghiera – ci aiuta a esprimere i sentimenti, suscitati in noi dal racconto del fatto della creazione, dicendo: “…tutti «comprendano» che, se fu grande all’inizio la creazione del mondo, ben più grande alla fine dei tempi è l’opera della nostra salvezza nel sacrificio redentore del Cristo…”.
Dunque, la morte di Cristo, la Pasqua (patire per amore), è più grande della creazione.
La settimana santa si chiama settimana maggiore. Ci si può chiedere: maggiore di quale? Risposta: maggiore della settimana della creazione!
Sant’Ambrogio la vede così: “Quella è l’Esàmeron = i Sei giorni, sottinteso della creazione, e questa sono gli altri sei giorni, sottinteso della «Redenziologia».
In quella notte di Pasqua, dopo le sette letture, sempre in questa struttura, leggiamo l’ottava che è l’Apostolo Paolo. E l’apostolo Paolo in quella notte potrebbe anche farci sentire il kerigma, cioè l’annuncio della resurrezione. Paolo ne parla in I Corinzi 15. Ma non si legge; invece si legge Romani, capitolo sei, dove ancora Paolo dice: “Non sapete voi che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù…”. Be’, la notte di Pasqua si parla del battesimo? … siamo stati battezzati nella sua morte: “Siamo stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in novità di vita”.
Paolo parla del battesimo che è un rito, e qui non usa la parola “mistero”.
In 1Corinzi 11 Paolo ripete: “Io ho ricevuto quello che a mia volta vi ho trasmesso: nella notte in cui veniva consegnato, Gesù si consegnò: prese del pane, rese grazie…”… È l’istituzione dell’eucaristia. Qui parla di un rito, non usa la parola «mistero». Bisognava usarla? Il fatto è che noi poi la usiamo. Noi parliamo del mistero eucaristico, noi parliamo del mistero liturgico. Paolo no! Per Paolo il mistero è quello che Cristo ha fatto, è l’evento.
Nel Nuovo Testamento in latino questa parola, Mistero, è stata tradotta a volte con la parola sacramentum. Il greco «mysterion» spesso è tradotto in latino con «sacramentum», Sacramento.
Noi lo diciamo, i Padri lo dicono; invece Paolo lo evita. Perché? Paolo lo evita per non confondere i riti cristiani con i misteri pagani di allora.
Che cosa sono i «misteri pagani»? I misteri pagani sono riti specialmente nelle religioni dette appunto “misteriche”. Qual è il mistero in queste religioni? Per quel poco che ne possiamo sapere, “mistero” significa ciò che non si deve dire “tabù”; infatti lo storico greco Pausania, quando parla di certe città dove si esercitavano religioni misteriche diceva: “Queste sono città tabù. Si fanno cose che non si possono dire, se uno non è iniziato non può saperle”. Dunque, il “mistero” in queste religioni è il “rito”. Un rito però nel quale attraverso o per mezzo di segni simbolici si rende presente un mito. Mito, però, non significa favola come noi traduciamo normalmente.
Mito è il «fatto», vero o presunto, che sta alla base. Un esempio, terra terra. L’Etna è Polifemo. Polifemo aveva un occhio solo: è il cratere dell’Etna.
Polifemo, l’Etna, tirò le pietre alle navi d’Ulisse? Sono i faraglioni di Acitrezza, di Acicastello: sono blocchi di lava che nel mare si era raffreddata; ma dicevano che erano pietre lanciate da Polifemo. Il fenomeno, il dato di fatto, è che ci sono i faraglioni. Il mito vuole spiegare i faraglioni, e parla di Polifemo, e delle pietre lanciate nell’acqua.
Il pomo d’Adamo è un mito. Chi ha detto che il pomo gli è rimasto qua…? E’ una spiegazione “eziologica”, si dice, cioè noi vogliamo trovare la causa di un fenomeno. Allora, il problema serio è questo: l’uomo vede che in natura il sole la sera tramonta, muore; però domani mattina rispunta. Tu metti un chicco di frumento sotto terra, muore, marcisce, però poi spunta il filo d’erba, spunta la spiga e si moltiplica addirittura (Pare che Gesù abbia preso questo esempio: se il chicco non muore…, era lui, peraltro). Dunque, in natura – tu dici – tutto muore, ma poi risorge. E come fa? E perché io no? Come risolvere la morte, come risolvere il problema? Perché io muoio e quello risorge? Come fa quel chicco di frumento, che muore, ma poi rispunta? Come fa? Il chicco di frumento fa così perché ogni anno ripercorre la strada di Proserpina, in greco Core. Core significa “ragazza”. Core è una bella ragazza, figlia di Demèra, ma Plutone, dio degli inferi se ne innamora, se ne invaghisce, la rapisce e se la porta con sé sotto terra. La madre cerca la figlia, non la trova, non la vede, urla, si dispera, piange, si strappa i capelli. Era l’inverno: pioggia, vento, ecc… Giove, il dio capo, alla fine stabilisce che Core sta per sei mesi con Plutone sotto terra, e per altri sei mesi, quando Ermes, dio del sole, sale al cielo con il suo cocchio, Core starà sulla terra con sua madre. E poi ricomincia daccapo. Il chicco di grano è Core che ogni anno muore e risorge, va sotto terra e rispunta. Ecco il mito! Il mito è Core che è la spiegazione del fatto agricolo normale, però vuol dire anche un altro fatto: Se noi, dice l’uomo, riusciamo a rendere presente il mito di Core …! – E hanno fatto un gesto, che sostanzialmente si riduce a mostrare una sfida. La sfida è la conclusione di tutto il processo, diciamo, irrisolto: “Se io riesco a rendere presente il mito di Core, io che faccio? Mi aggrappo a Core. E’ vero che io muoio, ma se Core, quando muore poi risorge, io pure esco fuori. Risolto il problema! Noi che cosa diciamo? Sono tutte storie! Diciamo: sono inventate dagli uomini. Bella l’impalcatura; ma che c’è di vero? Però ditemi com’è che questi miti sono tutti degli dei, figli di dio, incroci fra un dio e un uomo, una dea e un uomo, un dio e una donna?
Qualcuno ha osservato: ma noi non abbiamo pure un figlio di Dio? Anzi il figlio di Dio, che si chiama Gesù Cristo? Non è andato pure lui sottoterra? Non è ritornato da sottoterra? Ma questo non è un mito, è un dato storico. Quando il mito sarebbe avvenuto? In principio! La Bibbia comincia così: In principio. Certo, se in principio Dio ha creato il cielo e la terra, possiamo capire quando.
Ma se dico in principio era il Verbo, dico dall’eternità, da sempre; allora perché in principio?
Perché il mito ha come sua natura di essere il principio di…, il fatto primordiale. Il nostro «in principio» è l’evento «Gesù Cristo».
Però l’evento Gesù Cristo non è fuori del tempo, è datato. E’ stato un venerdì, tra marzo e aprile
dell’anno, diciamo, 33; dove? A Gerusalemme. Il punto c’è, abbiamo le coordinate storico-geografiche, quindi il fatto è storico. Lo hanno seppellito e il giorno dopo …, non l’hanno visto risorgere, ma hanno trovato il sepolcro vuoto. Prima c’era, ora non c’è: è un fatto storico.
Questo fatto storico, però, è successo una volta, si può ripresentare? E quando lo facciamo? Perché se io celebro l’eucaristia e annuncio la morte e la resurrezione rendo presente quell’evento.
Adesso fate la differenza. Se il mito è fuori dalla storia è creazione umana; e la morte e resurrezione di Cristo è un fatto storico; poi il processo di ripresentazione è lo stesso.
Cioè quello che loro chiamano mito, noi lo chiamiamo mistero, stando a Paolo.
Quello che loro chiamano mistero, rito, noi lo chiamiamo celebrazione. Paolo non lo chiama per non confondere.
I primi Padri, specie i Padri apologisti, tipo Ireneo, tipo Giustino, dicono che i riti pagani (cioè anche loro, i pagani, hanno riti di iniziazioni, battesimi, cene sacre, banchetti, rituali…), sono scimmiottature diaboliche dei riti cristiani (no, veramente c’erano prima!). Il fatto è che nel rito cristiano si compie quella che è l’aspirazione dell’uomo: l’uomo desiderava trovare una soluzione, ha cercato come a tentoni di aggrapparsi a questo e a quello. Quel che l’uomo cercava, Dio glielo ha dato. Tu volevi un Dio a cui aggrapparti per morire e per risorgere? Gesù Cristo te lo ha dato pari, pari. Risponde alle esigenze. Allora quelle aspirazioni, che sono presenti nei riti misterici, si dice che sono “semi del Verbo” (lògoi spermatikòi); sono stati degli accenni, degli indizi, poi è arrivata la conferma, la pienezza: Gesù Cristo.
Allora l’eucaristia che cos’è? L’ eucaristia è…, ora lo possiamo dire che è un «rito misterico»? Perché il mistero di Cristo si rende presente! E l’eucaristia è la morte e la resurrezione di Cristo.
Perché si celebrano i riti misterici pagani? Perché gli iniziati, chiamati «miste», ne possono prendere parte. Noi celebriamo la morte e la resurrezione di Cristo nel rito eucaristico, perché noi ne possiamo prendere parte.
Avete mai sentito parlare di «partecipazione»? Partecipare a che cosa? La partecipazione di cui si parla è a due livelli. C’è il livello «rituale»: noi partecipiamo al rito perché ascoltiamo, perché qualcuno va a leggere, perché cantiamo, perché suoniamo, perché portiamo le offerte, perché facciamo la comunione. Tutto questo è «partecipazione rituale».
Possiamo partecipare anche all’«evento»: prendere parte al mistero, cioè alla morte e resurrezione. Come si prende parte alla morte? Morendo! E come si prende parte alla resurrezione? Risorgendo!
Se tu non arrivi a questo nella messa, hai fatto finta. Paolo dice che “ogni volta che noi mangiamo questo pane e beviamo da questo calice, annunciamo la morte e proclamiamo la resurrezione”; dice che noi ci uniamo a Cristo morto e risorto.
Torniamo a Romani, c. 6: il battesimo. Non usa la parola «mistero». Ma il modo di parlare di Paolo è «misterico»! Paolo dice: “Non sapete che quanti siamo stati battezzati, siamo stati battezzati nella sua morte? Siamo stati infatti sepolti con lui” – in latino è più forte: «consepulti, conmortui, conresuscitati …» – Paolo ha inventato queste parole, non c’erano in greco – Ma quando Paolo dice: “Noi siamo stati sepolti nella morte”, dico: no, Paolo, senti a me; io sono stato messo sott’acqua! – E’ vero, tu sei stato messo sott’acqua; ma la realtà – questo è il mistero – Paolo dice che tu sei entrato nel sepolcro. Poi, tu sei uscito dall’acqua? Di fatto tu sei uscito dal sepolcro; sei morto e risorto, quindi. Questa è la partecipazione vera, decisionale, interiore ed esteriore: nell’adesione a Cristo, mediante il simbolo; unione di acqua e fede.
Noi invece ci fermiamo normalmente alla partecipazione rituale? Cioè io ho fatto tutto: una bella
funzione, una bella omelia (anche se “non so cosa ha detto”, uno può rispondere); ma se la nostra partecipazione non va alla «partecipazione al mistero», noi abbiamo fatto un rito e basta.
Dunque, noi lo possiamo chiamare mistero, se ci rendiamo un po’ conto di quello che noi facciamo.
La fede ci dice che noi, mediante segni simbolici efficaci, pieni della nostra partecipazione nella fede, rendiamo presente l’evento, per poter prendere parte a quel rito, e quindi essere contemporanei di Cristo.
Preghiera eucaristica I o canone romano, preghiera che viene usata dal IV secolo fino ad oggi: quella preghiera eucaristica ha una particolarità rispetto alle nuove preghiere eucaristiche.
il racconto dell’istituzione è espresso con altre parole, tipo: «La notte – la vigilia – della sua passione egli prese il pane nelle sue mani venerabili, e alzando gli occhi al cielo, a te, Dio Padre suo onnipotente, rese grazie con la preghiera di benedizione, spezzò il pane, lo diede ai suoi discepoli e disse: prendete e mangiate; questo è il mio corpo… Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese questo glorioso calice nelle sue mani sante e venerabili, rese grazie con la preghiera di benedizione…».
Nel racconto dell’Istituzione c’è un errore, in italiano. Il testo dice: «Allo stesso modo, dopo aver cenato, “prese”». Che tempo è «prese»? In italiano è un tempo passato, finito: «“Prese” questo.… » Ma, quel “prese”, passato, non è come «in principio Dio creò»? Forse che ora Dio non crea più? Quel verbo non è un passato, è un «perfetto». In ebraico i verbi hanno solo due tempi: perfetto e imperfetto. Se l’azione è completa, è perfetta. Se l’azione non è ancora completa, è imperfetta. Difatti, l’imperfetto noi lo traduciamo con il futuro, perché non è ancora completa.
Quando il soggetto è Gesù Cristo, il verbo è perfetto; che non significa «passato». E allora ci dice chiaramente che o quel tempo lì lo riportiamo ad oggi, o noi veniamo riportati a quel tempo, e allora diventiamo «contemporanei» di Cristo: “Gesù oggi «prese» questo…”. E’ una perla teologica!
Noi siamo «contemporanei» di Cristo! E poi nella comunione noi diventiamo «concorporei» di Cristo: diventiamo il suo corpo; «consanguinei» di Cristo: beviamo il suo sangue. Capite la forza di questa celebrazione?
Se noi non superiamo lo scoglio del rito, saremo troppo razionali: passato è passato, presente è presente. Il tempo, – e oggi la scienza lo conferma – non è così passato. Il passato si rende presente. A parte il fatto che uno potrebbe dire: se è passato l’evento storico di Gesù, è storico; se è storico il passato, è passato perché è passato alla storia. Sì, è vero, le azioni di Gesù sono storiche; però le azioni di Gesù sono storiche in quanto fatte dalla natura umana, in quanto fatte quel giorno, quel tempo.
Gesù, è l’unico, perfetto nel suo mistero che ha realizzato nella storia dal concepimento alla risurrezione, «una volta per sempre» (=ef’àpax). Sempre lo stesso ieri, oggi e sempre, può rendersi presente efficacemente in ogni celebrazione come unico primo soggetto agente mediante noi sue membra.
Gesù era uomo e quindi soggetto al tempo e allo spazio. Ma Gesù è «Dio fatto uomo». Le sue azioni, sono più umane o sono più divine? Sono azioni umane e azioni divine insieme: commutatio idiomatum. In Cristo, tutto ciò che è umano, compatibile con Dio, ha per soggetto Dio, e tutto ciò che è divino appartiene all’agire di quell’uomo Gesù di Nazaret: «in Cristo abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2,9). Se Gesù mangiava, Dio non mangia, mangiava come uomo. Quando si sedette stanco al pozzo di Giacobbe, sant’Agostino dice: guarda un po’, si è stancata la potenza di Dio! – Era stanco come uomo, perché il Verbo ha preso natura umana. Però, quando faceva miracoli, li faceva come Dio, perché in Gesù c’era anche la natura divina. E la persona divina gli faceva fare segni oltre le possibilità umane a favore degli uomini.
Le azioni umane sono azioni della persona. Se io sollevo un oggetto, lo solleva la mia mano! Ma io dico: “Io” ho sollevato… Quando Gesù dice: “Io”, è un “io” umano o divino? In Gesù ci sono due nature. Una umana e una divina. Quante persone? Una. Umana o divina? Il Concilio di Efeso, 431, e il Concilio di Calcedonia, 451, rispondono: in Gesù ci sono due nature e una persona. Gesù è la seconda persona della santissima Trinità, fatta uomo. Dunque, è persona divina. Per cui, le azioni, che sono della persona – bene o male, sono “io che opero” – in Gesù sono della persona divina.
Possiamo dire che Dio ha camminato in questo mondo? Sì. Possiamo dire che Dio è morto? No, perché in Gesù, Dio ha la natura divina che non può morire. Per poter morire, il Verbo ha dovuto prendere anche la nostra natura umana. E muore in quanto uomo. Possiamo dire che Maria è madre di Dio? Sì, perché è madre di una persona, solo per questo. Altrimenti sarebbe una bestemmia, perché Dio è ingenerato. Ma siccome Maria ha dato il corpo alla persona divina del Verbo, Maria ha partorito Dio, infatti si dice “deipara” (in latino, dei=di Dio; para=partoriente); perché le azioni di Cristo sono della persona divina. E lo possiamo dire da quando al Conciglio di Efeso, 11 ottobre de 431, i Padri del Concilio arrivarono ad approvare che in Gesù l’unica persona è la persona divina, e quindi Maria, essendo madre della persona, si può, chiamare «Theotokos», “colei che ha partorito Dio” (in greco, theos=Dio; tokos=partoriente). E da allora, quel giorno, 11 ottobre, era ricordato come il giorno della maternità divina di Maria. Poi la data è stata spostata. La notte di Natale è la notte della maternità di Maria, come fatto. L’ottava di Natale, primo dell’anno attualmente, è la festa della donna Maria Madre di Dio, tipo della Chiesa, e di ciascun membro della Chiesa, tipo di ogni persona umana: possiamo essere come Maria che genera il Verbo nel cuore; lei, unica a generarlo anche nel corpo.
Conclusione: poiché le azioni di Gesù, sia quando fa miracoli, sia quando fa azioni puramente umane, sono azioni della persona, sono azioni divine; e Dio è fuori del tempo, cioè oltre il tempo. Noi dobbiamo recuperare, a proposito della liturgia, per capire la contemporaneità nostra con Cristo, il concetto di «metastoria» (in greco, metà=oltre). Abbiamo sempre parlato di «metafisica»; adesso si deve recuperare il concetto di metastoria.
Le azioni sono in un certo senso storiche, in un altro senso metastoriche: superano la storia, per ogni persona anche umana (ciascuno può dire: ricordo quando io ero… e può pensare a qualche fatto in un dato tempo e spazio passati; eppure ciascuno può anche dire: “Io, il mio io, eccolo qui. Tanto più questo vale per Dio, che è «oltre» ogni tempo e spazio creati da lui). In Dio, quindi, non c’è passato, presente, futuro, ma è tutto presente. Noi ripresentiamo attraverso la preghiera nel tempo, oggi, domani, qui, là, quelle azioni salvifiche di Dio, perché noi possiamo prenderne parte. Morire e risorgere fino a quando sarà tutto chiaro.