07-03-2003-LectioDivina-5

07/03/2003 – LECTIO DIVINA e SANTA MESSA – 5/5

V MEDITAZIONE – 5/5

Ora vediamo il rito della messa attuale.
Lo faccio prendendo l’«introduzione al messale», si può dire così? Di fatto si chiamano «Principi e norme per l’uso del messale romano» (PNMR). Sono 75 pagine fitte fitte di introduzione; ma chi le ha lette, chi le ha studiate? Spero che le abbiano studiate i preti perché, se non lo avessero fatto, per loro è peccato mortale. Perché questo testo, oltre a darci le norme, cioè «come si deve fare», ci spiega anche i principi, dando le «motivazioni di ogni singolo gesto».
In questa introduzione di princìpi e norme ci sono diversi capitoli. A noi interessa per il momento una parte del capitolo II che è intitolato: Struttura, elementi e parte della messa. E comincio con la struttura generale della messa.

struttura generale della messa. Con diversi elementi, e le singole parti. Struttura generale: qui il messale divide la messa in quattro parti. I: introduzione; II: liturgia della Parola; III: liturgia eucaristica; IV: riti di conclusione.
Questa divisione non mi piace. Perché non mi piace? Perché intanto i riti di conclusione sarebbero: Il Signore sia con voi, Vi benedica Dio Onnipotente, Andate in pace. E’ una parte? E invece, liturgia eucaristica è troppo ampia, dall’inizio dell’offertorio fino a dopo la comunione; io la suddividerei in tre: offertorio, liturgia eucaristica insieme alla preghiera eucaristica e riti di comunione.
Se la divisione è fatta così, io ci vedo
tre volte la parola riti, e due volte la parola liturgia. E le parti principali sono le parti liturgiche: liturgia della Parola, quando Dio parla a noi; liturgia eucaristica, cioè la preghiera eucaristica, quando la Chiesa innalza la preghiera al Padre.
Invece i tre riti non sono così importanti; sono, per così dire, la cornice, ma hanno un senso. Nelle due parti liturgiche importante è la Parola, nelle letture o nella preghiera. In queste due liturgie l’assemblea sta ferma, o per ascoltare o per pregare. I tre riti invece sono tre momenti in cui sono importanti non tanto i testi, ma sono importanti i gesti, quello che si fa. Tanto è vero che l’assemblea non sta ferma: riti di ingresso, riti d’offertorio (o meglio presentazione dei doni), riti di comunione; anzi ci sono le processioni, e queste tre processioni sono accompagnate da un canto adatto al tempo liturgico e al momento liturgico.
In questi tre riti abbiamo anche dei momenti comuni.
C’è la «litania». C’è una litania nell’ingresso: «Signore pietà, Cristo pietà, Signore pietà». C’è una litania nel rito di comunione: «Agnello di Dio che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi. Agnello di Dio …, Agnello di Dio …». Nel rito d’offertorio c’è una litania? Dipende! Se noi consideriamo la preghiera dei fedeli come ultima parte della liturgia della Parola, nel rito d’offertorio non c’è litania; ma se la consideriamo come l’inizio del rito d’offertorio, allora c’è la litania, perché nella preghiera c’è il ritornello: Ascoltaci, Signore; Ascoltaci, Signore …Ascoltaci…
Altro elemento comune è la «preghiera conclusiva». Il rito d’ingresso si conclude con la preghiera che si chiama colletta; il rito d’offertorio con la preghiera che noi diciamo sulle offerte; il rito di comunione con la preghiera che noi chiamiamo dopo la comunione.
Se io apro il messale vedo che ci sono tre preghiere: colletta, sulle offerte e dopo la comunione. Sono le uniche preghiere di ogni messa; sono le tre preghiere presidenziali, oltre la preghiera eucaristica, e con la struttura della preghiera eucaristica: verbo indicativo che richiama l’operato di Dio; e verbo imperativo di grata adesione, che in Cristo esprime tutta la cordiale partecipazione e appartenenza dell’assemblea all’operato di Dio Padre. Lodato egli sia da tutti e per sempre.
Gli elementi di ogni messa sono tre: letture, preghiere, canti.
I – Le letture, e per questo ci sono i lezionari divisi secondo il tempo, i riti, le circostanze. Dalle letture dipende tutto il resto, perché dalle letture vengono fuori le omelie, dovrebbero venire fuori le monizioni, dovrebbero venire fuori la preghiera dei fedeli, che nasce come risposta a Dio che ci parla. Come si chiama il complesso delle preghiere, nel senso dell’orazione? Si chiama eucologia.
II – Secondo elemento quindi le preghiere.
III – I canti. Quindi in ogni liturgia ci sono letture, preghiere e canti. Questa la struttura generale

Adesso vediamo il senso.
Cominciamo con i riti (= quello che prima ho detto: III – I canti). Il rito d’ingresso, offertorio e comunione. Fanno da cornice, ma rispondono ad una esigenza, mostrano e realizzano (sono segno e strumento) che l’eucaristia fa la Chiesa. Noi diciamo che la Chiesa fa l’eucaristia. No! Prima di tutto è l’eucaristia che fa la Chiesa. Noi siamo un corpo solo perché mangiamo un solo pane. Nel rito della messa questa Chiesa che si edifica viene manifestata.

Nel. rito d’introduzione (cap. 24 del messale) le parti hanno un carattere di inizio, di introduzione e di preparazione. Scopo di questi riti è che «i fedeli, riuniti insieme, formino una comunità e si dispongano ad ascoltare con fede la Parola di Dio e a celebrare degnamente l’eucaristia». Dunque, scopo dei riti d’ingresso è che i fedeli formino una comunità, vi pare poco? Ricordo un libro del 1922, di Romano Guardini: «I santi segni».
Il primo dei segni qual è? «La campana», quando suonavano le campane. Tu sei a casa tua, senti la
campana e cominci a muoverti verso la chiesa. Questo non è una processione, non è un procedere?
Convenire in unum, radunarsi, che i fedeli riuniti formino una comunità. «Dio parlerà al suo popolo». Ai singoli, ma in quanto popolo. «Quando il popolo è riunito, mentre il sacerdote fa il suo ingresso con i ministri, finisce il canto di ingresso».
La funzione propria di questo «canto di ingresso» è di dare inizio alla celebrazione, favorire l’unione dei fedeli riuniti, perché se tutti cantiamo, l’armonia delle voci è sintomo della concordia dei cuori; introdurre il loro spirito nel mistero del tempo liturgico o della festa. Il canto di ingresso proprio perché è il primo canto che si fa, dovrebbe subito farti capire in che festa siamo. Una volta era così. Non solo entrando in chiesa, tu dovresti «percepire che festa è dai colori»: verde, bianco, rosso, viola; dagli odori come l’incenso, ed anche dai fiori. Ad esempio Pentecoste: rose; Assunta: tuberose; ecc. Noi «celebriamo con tutto il nostro essere».
Ultimo scopo, non il primo, del canto di ingresso è «accompagnare i sacerdoti e i ministri».
Finalmente i sacerdoti raggiungono l’altare, la pietra, una volta la mensa. “Altare” non è quello che noi vediamo, noi – diceva Diogneto – «non abbiamo né templi, né altari, perché il nostro altare è Gesù Cristo».
Abbiamo la mensa, perché se c’è una cena ci vuole la «mensa», la tavola. Imbandita, naturalmente, perché se c’è un «banchetto» solenne ci vogliono i «fiori», le «candele».
L’altare è comunque la pietra fondamentale dell’edificio che è segno di Cristo, e «noi siamo pietre vive» che costruiscono il tempio santo di Dio (I lettera di san Pietro).
Salutato l’altare c’è il «segno della croce»: “In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Il segno di croce non c’era prima o non era ad alta voce. Il sacerdote lo diceva sotto voce. Il segno di croce a questo punto è «memoria del battesimo». Noi abbiamo diversi segni battesimali nella messa: oltre il segno di croce, «l’aspersione con l’acqua, il Credo, il Padre Nostro. Noi possiamo partecipare all’eucaristia perché siamo stati battezzati». “Nessuno mangi e beva della vostra eucaristia se non è stato battezzato” (Didachè 9).
Subito dopo c’è «il saluto». E con questo «annuncia alla comunità riunita la presenza del Signore».
Annunzia! Allora dovrebbe dire «Il signore è con voi e non Il Signore sia con voi; oppure: dato che lo è, ma lo sia! Con enfasi di adesione». In latino c’è sia? Dominus vobiscum. Non c’è: «Il Signore con voi», che implica tutti e due i sensi In greco il vescovo saluta: «Pace a tutti»! E’ l’annunzio della presenza del Signore. Quel sia in senso cristologico vuol dire che «Cristo è presente in mezzo a noi, nell’assemblea. Ma non solo nell’assemblea, Cristo è presente in tutta la celebrazione eucaristica; Cristo è presente nel ministro; nella Parola, è Lui che parla; è presente nell’eucaristia, come sacramento che viene a noi; per noi e per tutti».
Secondo motivo del saluto, questa volta «motivo ecclesiologico»: il saluto sacerdotale e la risposta del popolo manifestano il mistero della Chiesa radunata. «Il saluto crea comunione».
Il sacerdote a questo punto può fare una «brevissima introduzione alla messa del giorno». E sottolineo il “brevissima”. Non devono essere discorsi lunghi e vi faccio un esempio. E’ come un allenatore negli spogliatoi fra il primo e il secondo tempo. Fa le raccomandazioni? Il mister ha solo pochissimo tempo per parlare, non può fare discorsi lunghi.
Poi c’è «l’invito all’atto penitenziale». E’ un elemento introdotto adesso, prima non c’era, o almeno c’era, ma era privato. Adesso «tutta la comunità fa l’atto penitenziale» ed è una raccomandazione che ci fa s. Giacomo, ripetuta dalla Didachè. Giacomo 5,16: “Confessatevi gli uni agli altri i vostri peccati e pregate gli uni per gli altri per essere guariti”. Oppure la Didachè dice: “Confessatevi gli uni agli altri i vostri peccati, perché la vostra offerta sia pura”. Capite che forza vivificante ha l’atto penitenziale! Io, tu, tutti, abbiamo peccato e preghiamo gli uni per gli altri. Dopo l’invito c’è l’atto penitenziale, l’atto si fa. E’ il momento in cui ognuno si riconosce peccatore. E poi abbiamo la «formula di confessione generale, poi c’è assoluzione generale». Questo è un sacramentale, non è il sacramento della penitenza. Questo assolve dai peccati quotidiani, i peccati gravi di cui uno ha coscienza deve confessarli singolarmente. Il sacramento della penitenza si può celebrare in tre modi:
1 – rito della riconciliazione di un singolo penitente: io vado a confessarmi da un prete, io e lui.
2 – rito della riconciliazione di più penitenti con confessione e assoluzione individuale. E’ la celebrazione comunitaria della penitenza, però ognuno poi va confessarsi e riceve l’assoluzione; tutto è comunitario fuorché l’essenziale.
3 – rito della confessione di più penitenti con confessione e assoluzione generale. Ma per fare questo rito ci vuole un caso grave e urgente ed il permesso del Vescovo. Assoluzione valida, però «rimane l’obbligo al singolo di confessarsi passato il pericolo».
Dopo l’atto penitenziale si canta il «Gloria». E’ cantato, perché è un inno. L’inno o si canta o si suona, ma non si recita. In tante chiese si canta Signore pietà e non il Gloria. Assurdo! Quello è un’invocazione e questo è un inno.
Dopo c’è la «colletta». E’ una preghiera di conclusione dei riti di ingresso. Si chiama colletta perché
significa raccolta delle preghiere dei singoli. Allora io dico: Preghiamo, e tutti rispondono: Preghiamo. E si sta in silenzio per qualche tempo per prendere coscienza di essere alla presenza di Dio e poter formulare nel proprio cuore la preghiera personale. Poi il sacerdote eleva la preghiera di colletta. E l’assemblea risponde con l’approvazione Amen. Tutti questi riti dall’inizio ad adesso servono a formare una comunità. A questa sua famiglia Dio rivolge la Parola:

Liturgia della Parola. Perché si legge la Scrittura nella liturgia? Non è catechismo, non si legge la Scrittura per istruire; è celebrazione: noi celebriamo la Parola! Pensate ai gesti di venerazione che la Chiesa tributa al Libro dei Vangeli. Si porta in processione, si mettono i candelieri, si incensa, si bacia. Il Vangelo è Gesù Cristo. E’ a Gesù Cristo che si acclama Alleluia: = Lodate il Signore.
E’ importante capire che in quel momento Dio sta parlando a noi. Io posso leggere la Parola di Dio? sì! Ma quando questo libro mi viene aperto in chiesa, e uno me lo legge, me lo annuncia, è Dio che parla. C’è differenza tra la celebrazione della Parola e la lettura personale: la lettera morta diventa parola viva.
C’è un’altra introduzione, l’introduzione al lezionario, che sono delle premesse teologiche oltre che
pastorali perché vi dice qual è il significato, il senso, della Parola di Dio celebrata. Tutte le letture
convergono verso il fatto centrale, in fondo è sempre la Pasqua che si annunzia. La liturgia della Parola vorrebbe rendere presente tutta la storia della salvezza, che ha il suo centro nella Pasqua di Cristo. L’eucaristia cosa rappresenta? La Pasqua di Cristo. Quello che la Parola annunzia, il sacramento lo realizza.
«L’omelia» fa da cerniera tra la prima e la seconda parte, perché compito dell’omelia è mostrare al popolo come “questa Scrittura oggi si compie per voi”. Al momento della comunione – cfr ottava di Pasqua – il libro prevede che si canti questa antifona: “accosta la tua mano, tocca le cicatrici dei chiodi e non essere incredulo, ma credente, alleluia”. Nel Vangelo sono parole che Gesù rivolge a Tommaso, ma nel momento della comunione parla a ciascuno di noi. Si compie per noi la Scrittura, quel giorno siamo noi Tommaso.
Altro esempio, IV domenica di quaresima, anno A: il cieco nato. Durante la comunione si canta così: Il Signore ha spalmato un po’ di fango sui miei occhi, sono andato, mi sono lavato, ho acquistato la vista, ho creduto in Dio. Anche questa volta è per me. Non sempre è facile cogliere il vero significato, ma ogni volta che al momento della comunione si canta un versetto del Vangelo proclamato in quel giorno, significa che nel momento della comunione quella Parola si compie per noi.

Riti di offertorio o presentazione dei doni, preghiera eucaristica, riti di comunione, noi diciamo che ci danno la chiave di lettura. E’ la prima volta che queste tre prati corrispondono ai tre verbi con cui ci viene descritta l’istituzione dell’eucaristia. «Gesù prese il pane e il calice (riti d’offertorio), rese grazie con la preghiera di benedizione (preghiera eucaristica), spezzò il pane e li diede» (rito di comunione).

Liturgia Eucaristica. La Chiesa ha disposto tutta la celebrazione della liturgia eucaristica in vari momenti che corrispondono a questi momenti e gesti di Cristo. Infatti nella preparazione dei doni vengono portati all’altare pane e vino con acqua, che sono gli stessi elementi che Cristo prese con le sue mani. Nella preghiera eucaristica si rende lode a Dio per tutta l’opera della salvezza e le offerte diventano il corpo e sangue di Cristo. Mediante la frazione di un unico pane si manifesta l’unità dei fedeli e per mezzo della comunione i fedeli si cibano del corpo e sangue del Signore allo stesso modo con il quale gli Apostoli li hanno ricevuti dalle mani di Cristo stesso. Perché dico questo? Perché qualche volta mi hanno detto (io non l’ho mai visto) che qualche sacerdote mentre fa la preghiera eucaristica e racconta quello che Gesù ha fatto, «prese il pane e lo spezzò», prende il pane e lo spezza. E invece non è quello il momento, siamo ancora al momento in cui rese grazie con la preghiera di benedizione. Invece la frazione è al terzo momento: lo spezzò e li diede.
Al momento dell’offertorio noi preghiamo sulle offerte che sono le nostre offerte per il corpo di Cristo; ma il corpo di Cristo sono sia l’eucaristia – il pane e il vino servono per il corpo eucaristico – sia i poveri, cioè i bisognosi, anche quelli sono nostri fratelli e sono il corpo di Cristo. E per loro offrirai alimenti, soldi, ecc. per i loro bisogni. Quindi le offerte sono sia per il corpo eucaristico, sia per il corpo ecclesiale. Nella preghiera eucaristica siamo noi che veniamo trasformati. Una volta che veniamo trasformati dalla pienezza dello Spirito Santo diventiamo corpo di Cristo. Allora nella messa non c’è il sacrificio di Cristo, da solo, persona singola, come sulla croce; ma c’è il sacrificio di Cristo che unisce a sé la sua Chiesa.. Noi come assemblea siamo il corpo di Cristo che si offre al Padre.
L’offertorio è il momento in cui noi ci uniamo a Cristo; nel momento della preghiera eucaristica, noi, diventati un solo corpo, veniamo offerti al Padre. E le parole di Gesù sono: … “fate questo in memoria di me”. Questo: che cos’è “questo”? Rifare gli stessi gesti, dire le stesse parole che Gesù fece e disse? E’ questo lo stesso significato? Nel vangelo di Giovanni non si racconta l’istituzione dell’eucaristia. Giovanni racconta la lavanda dei piedi. Alla fine di questo gesto, Gesù domanda agli Apostoli: “Sapete che cosa vi ho fatto?
Io vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri”. Non è uguale a “fate questo in memoria di me”? Allora non vuol dire ripetere gli stessi gesti rituali, ma è «Come io do la mia carne da mangiare, come io do il mio sangue da bere, così anche voi fatevi mangiare, fatevi succhiare il sangue, date la vita”. Ma bisogna tener presente che fra «io» e «voi» c’è di mezzo il battesimo, iniziativa di Gesù: quindi non sono due soggetti separati, ma un corpo, come la mia mano e il mio io che agisco tramite la mia mano e per questo la curo e la nutro. Se i riti di ingresso servono a farci diventare una comunità, i riti d’offertorio allargano la visuale, non solo a noi che siamo qui in assemblea; ma tutti i nostri fratelli sono uniti. L’offertorio è chiamato «l’ufficio della carità, perché quello che si raccoglie poi si distribuisce a chi ne ha bisogno». Ecco perché nel messale c’è scritta l’antifona di introduzione, c’è scritta l’antifona di comunione, ma non c’è scritta l’antifona di offertorio. Al posto delle antifone possono esserci dei canti. Se il canto non c’è il sacerdote deve leggere l’antifona. Ma per l’offertorio non è così; può esserci il canto, ma se il canto non c’è, il sacerdote non legge nessuna antifona. C’è solo un caso nel messale in cui c’è l’antifona di offertorio, ed è il Giovedì Santo, nella Messa in coena domini.

Nei riti di comunione diventiamo uno con Cristo. Ma ci uniamo anche con Dio Padre, perché quel sacrificio di Cristo è stato tutto offerto a Dio Padre.
Ma è comunione anche tra di noi. Paolo dice: noi siamo un corpo solo perché mangiamo un unico pane.
Prima di questa unione tra noi, ci sono dei riti preparatori e sono tre:

la preghiera del «Padre Nostro», prima della comunione perché «in essa si chiede il pane quotidiano, nel quale i cristiani scorgono anche un riferimento al pane eucaristico e si implora la purificazione dai peccati, così che realmente i santi doni vengano dati ai santi». La purificazione dai peccati viene chiesta al momento del «rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori». Questo il senso del Padre Nostro messo lì. E viene recitato da tutti, non tenendo le mani “a cordata”. Durante il canto o la recita del Padre Nostro si possono tenere le braccia allargate. Questo gesto, purché «opportunamente spiegato, si svolga con dignità e in clima fraterno di preghiera». Il gesto dell’orante è questo. Dice s. Paolo a Timoteo: “Pregate alzando al cielo mani pure”. Il gesto di fraternità c’è, è il gesto della pace, ma viene dopo. Ora noi stiamo pregando. E la preghiera si conclude con un embolismo (che vuol dire sviluppo), che è una preghiera che sviluppa l’ultima domanda: ma liberaci dal male, “liberaci, Signore, da tutti i mali, ecc., ecc”.
E poi c’è un’acclamazione: “Perché tuo è il regno, la potenza e la gloria nei secoli”. Questa acclamazione conclude il Padre Nostro nella Didachè. Così lo concludono i bizantini, così lo concludono i protestanti, soltanto noi cattolici non lo avevamo.

Il rito della pace è il secondo momento di preparazione alla comunione. Il rito della pace comprende la «preghiera» per la pace, «l’augurio» di pace da parte del sacerdote che è dono di Pasqua e il «segno» della pace. Questo segno non è previsto qual è; si dice che le Conferenze Episcopali devono stabilire quale segno. La Conferenza Episcopale Italiana non ha stabilito per fortuna nessun segno. Però si insiste sul «significato»: «il segno di pace che i partecipanti alla celebrazione si scambiano con i fedeli che sono al loro fianco, che è lo spirito di riconciliazione e di fraternità cristiana necessario per accostarsi alla comunione eucaristica … si può fare in vari modi, secondo le varie culture e le varie lingue». Se uno non è in pace con qualcuno non può fare la comunione. I riti ambrosiani, e quelli orientali, hanno il rito della pace prima dell’offertorio, perché Gesù ha detto: “Quando stai per fare la tua offerta all’altare, e lì ti ricordi di qualcosa che tuo fratello ha contro di te, vai prima a riconciliarti”. La liturgia romana pone ora la pace e la comunione come primo frutto dell’eucaristia.
Terzo: il gesto di frazione. Come si chiamava l’eucaristia negli Atti degli Apostoli? La «frazione del pane». E’ simbolo di comunione, è il gesto che Gesù ha fatto nell’ultima cena. Significa per noi che «diventiamo un corpo solo nella comunione ed un solo pane di vita che è Cristo». Poi il celebrante mette «nel calice una piccola porzione dell’ostia». Perché? In origine il sacerdote metteva nel calice un pezzetto dell’ostia consacrata dal vescovo, per indicare la «comunione con l’eucaristia del vescovo». Non solo noi di questa assemblea siamo un corpo solo, ma «tutta la Chiesa siamo un corpo solo». E questo pezzetto è il «fermentum», l’eucaristia del vescovo fermenta la Chiesa diocesana. Ci sono altri significati.
Poi il sacerdote dice: Beati gli invitati alla cena del Signore. In latino dice: «Beati gli invitati alla cena dell’agnello». Dovremmo dire con le parole dell’Apocalisse: «Beati gli invitati alla cena delle nozze dell’agnello», perché questo è il banchetto nuziale che il Padre ha fatto per le nozze del Figlio suo. Lui è lo sposo, noi siamo la sposa; questo è il banchetto nuziale, dove noi mangiamo lui, come dire che è la consumazione di questo matrimonio.
Poi c’è
Ecco l’Agnello di Dio. E noi rispondiamo: “Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa…”. E’ un po’ adattato, prima erano le stesse parole del centurione. Questa è una comunità, non siamo degni, ma basta una tua parola e noi diveniamo degni. Quello è il momento ultimo, momento penitenziale. E a questo punto si va alla comunione. Si va processionalmente, dovrebbe essere una danza, una coreografia. In mano o in bocca sono modi di cui possiamo discutere, importante è quello che significa: qui siamo diventati un corpo solo. Vedete come l’eucaristia fa la Chiesa.
Dopo c’è il momento del
ringraziamento silenzioso, seguito dalla preghiera dopo la comunione. E questa preghiera chiede una delle due cose: o di passare dal banchetto eucaristico al banchetto celeste; o di passare dalla celebrazione alla vita.
A questo punto ci sono gli avvisi. Sempre dopo la comunione e dopo la preghiera, non prima.

Saluto, benedizione, e andate in pace. L’ultima parola che l’assemblea dice è Rendiamo grazie a Dio.