07-06-2009-SantissimaTrinità-B

07/06/2009 – SS. TRINITÀ – ANNO B – 1 Dom. dopo Pent. – 2009

SANTISSIMA TRINITÀ
1ª domenica dopo pentecoste – Anno B – 7 Giugno 2009

Ci Raccogliamo
davanti al Signore Gesù, Dio fatto uomo, che si dona, muore, risorge, trasmette lo Spirito (Nota 1).
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo. Amen.
Ascolta, Israele: io sono il Signore Dio tuo…! (Ascolta N. [tuo nome]; ascolta, Chiesa che sei in.. [nomi di parrocchie, comunità, famiglie. Le presentiamo al Padre come membra di Gesù che vive presentandogli tutta l’umanità. Gli presentiamo in Cristo anche singole persone: ascolta N. [nome d’una persona]. E tutti, con disponibilità, accogliamo la nostra esistenza quotidiana in Cristo, dicendo):
Eccomi, Signore, aiuta tutti, come ora aiuti noi ad ascoltarti.

Leggiamo
il formulario liturgico della messa corrispondente, da Ingresso a Dopocomunione, secondo le disposizioni della chiesa (nota 2). Cogliamo una parola da contestualizzare, «vedi sotto: Rileggiamo» e da ripetere all’annunzio del Signore nella giornata.

Rileggiamo
i testi, cominciando dal vangelo, dove Gesù, Buona Notizia, parla di se stesso,
“Compimento” delle promesse della prima lettura; “Fondamento”
della chiesa, dell’umanità intera (vedi Principi e Norme per l’uso del Lezionario e del Messale Romano).
Rileggiamo vangelo e I-II lettura in rapporto al vang.,
adorando, pregando, contemplando Gesù presente.

Il Vangelo (Mt 28,16-20 ).
Struttura.
Matteo 28,16-20 è il brano conclusivo del Vangelo di Matteo. Questo brano nella bibbia inizia, dicendo: «Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato». Nel Lezionario, invece, si ha: «ln quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato». La differenza consiste in due piccoli particolari. Nel testo liturgico c’è in più l’incipit «ln quel tempo», e c’è in meno la locuzione avverbiale «intanto». Quest’ultimo particolare lega il brano all’episodio precedente, nella bibbia. Il Lezionario, non rifacendosi a nessun episodio precedente, lo sopprime per concentrare l’attenzione sulle parole di Gesù ai suoi discepoli. Sembra un particolare irrilevante, invece è un modo per dire una cosa che sta a cuore allo Spirito Santo, per la chiesa. Vuol dirle con questo particolare: non distrarti! Ma punta la tua attenzione alle parole di Gesù che seguono.
Le parole che seguono mostrano che la liturgia segue la strada non delle considerazioni astratte sulla Trinità, cioè, non di definire la Trinità, ma di narrare come Dio salva l’uomo nella storia; e Matteo, a conclusione del vangelo che riassume tutto il vangelo stesso, ci presenta un Gesù Risorto in contatto con i discepoli. Ci troviamo di fronte ad un brano molto, molto importante, sotto molti punti di vista. Il testo si presenta in due momenti:

Primo momento, «narrativo», in cui l’evangelista dipinge il quadro, dicendo:
«In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono (proskinèo). Essi però dubitarono».
Secondo momento, «discorsivo», in cui l’evangelista riporta le parole stesse del Signore risorto.
«Gesù “si avvicinò” e disse loro: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con “vicino a” voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”».
Tematica.
Dio è Padre, Figlio e Spirito Santo. Dio è trino: ciò è rivelazione e, quindi, è mistero. Per questo motivo san Tommaso d’Aquino afferma: «Dio si onora col silenzio non perché non si parli affatto o non s’indaghi per niente su di lui, ma perché prendiamo coscienza che rimaniamo sempre al di qua di una sua comprensione adeguata». Sant’Agostino, 800 anni prima, aveva già risposto a questa considerazione, dicendo: sì, se ne parli, coscienti che «non c’è altro argomento a proposito del quale l’errore sia più pericoloso, la ricerca più ardua, la scoperta più feconda». I migliori ingegni del cristianesimo hanno tentato la ricerca con risultati alterni: alle volte, difficili da comprendere; altre volte, chiarissimi e lucidi. Sempre, però, incapaci di scalfire il mistero. La liturgia è pienamente consapevole della fatica, ricca di fede, posta in atto dall’uomo; contemporaneamente, però, la liturgia è consapevole che il mistero di Dio si contempla e si esperimenta; non si spiega: «Mistero spiegato, mistero negato», direbbe a proposito il nostro San Leopoldo Mandich.
Senza usare mai il termine «Trinità» (nota 4), la Scrittura narra i fatti salvifici attraverso i quali il credente scopre la relazione amorosa e salvifica che il Padre continuamente costruisce con l’uomo, di generazione in generazione. Attraverso i testi sacri celebrati, il credente scopre anche come tale relazione amorosa e salvifica venga realizzata dal Figlio e come lo Spirito Santo la sostenga, portandola a compimento nei singoli credenti della Chiesa.

La prima lettura (Deuteronomio 4,32-34.39-40) presenta l’operato di Dio a favore d’Israele.
La seconda lettura (Rom 8,14-17) menziona il dono di Dio: lo Spirito che grida: “Abbà, Padre”.
I testi eucologici ci portano a celebrare, perché noi «Preghiamo» e «Contempliamo» con la Parola efficace di Dio.

Totalmente immersi in Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo.

ADORIAMO.
1. Ti adoriamo, Signore Gesù: tu ti avvicini sempre a noi, per sostenerci.
Per quanto riguarda il discorso narrativo, noi ci troviamo di fronte agli undici discepoli che, obbedienti, vanno incontro al Signore nel luogo dove il Signore stesso aveva loro indicato (nota 5). La reazione all’apparizione di Gesù è duplice; da una parte, mostrano di credere completamente, compiendo l’atto d’adorazione, espresso con il verbo proskinèo; dall’altra, il testo dice che “essi dubitavano”. Su questo verbo molti hanno delle perplessità: non tutti sono d’accordo nel tradurre il senso di questo «dubbio». Forse, gli undici vedono che Gesù è resuscitato, che è passato attraverso la persecuzione e la morte; ma “essi dubitano” di essere capaci di giungere alla condizione divina passando attraverso la croce. Ma il Signore nutre in tempo di fame: in tempo opportuno chi rimane fedele. C’è un dato di fatto: di fronte all’apparizione di Gesù ci sono due atteggiamenti, uno che mostra di non aver bisogno di essere sostenuto, un altro invece che ha bisogno d’approfondire: ha bisogno di sostegno per arrivare alla pienezza della fede, e il Signore soccorre.

2. Ti adoriamo, Signore Gesù: tu ci sostieni con il tuo pieno potere dal Padre.
Gesù parla a tutti, senza distinzione, dal suo potere Superiore. Dice: “Ogni potere mi è stato dato in cielo e in terra. È un’affermazione apparentemente semplice; di fatto è molto complessa. Due cose.
A. Si deve tener presente che il vocabolo adoperato per la parola «potere», = exousìa, è una parola che indica il «potere pieno di Dio», ed è una parola che indica anche purtroppo il «potere che satana ha» sugli uomini. Con tale affermazione Gesù dice con chiarezza, che egli ha il potere di Dio, ma ha anche il potere che fino a quel momento il demonio aveva sugli uomini; quindi, un’affermazione che sta a dimostrare l’operato redentivo di Gesù, che ha riscattato l’uomo dal potere di satana. Satana non ha più alcun potere sull’uomo, perché “Cristo ,-direbbe Paolo- ci ha riscattato a caro prezzo” (1Cor 6,20; 7,23).
B. Possiamo fare anche un’altra osservazione sull’espressione «cielo e terra». I biblisti la chiamano: «Espressione polare», perché allude, in qualche maniera, sia alla dimensione salvifica di Gesù (terra), sia a quella escatologica di Gesù (cielo). Per dimensione escatologica s’intende l’aspetto che Gesù assume alla fine del mondo, quando ritornerà come giudice. Un’espressione così breve ha delle tematiche così importanti: Gesù si presenta come colui che ha sottratto l’umanità dal potere del demonio; ha tutto il potere divino, e contemporaneamente, si manifesta come «salvatore e giudice» dell’uomo.
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3. Ti adoriamo, Signore Gesù: tu ti mandi a continuare la tua missione salvifica.
Una seconda cosa importante che Gesù dice, è «l’invio in missione». Questo invio in missione va fatto con uno spirito bene preciso: Gesù adopera, stando alla testimonianza greca di Mt, una «forma» di missione ben precisa: i discepoli devono fare «tutte le genti “altri discepoli”»; ma di Gesù, non dell’apostolo: “Andate e fate mie discepole tutte le genti”. Questa sarebbe la traduzione. È un dato molto importante, perché il missionario cristiano, tutti coloro che hanno il compito di eseguire questa missione, devono far transitare ogni persona, attraverso il vangelo, nel discepolato di Gesù, cioè, nella sequela e nell’imitazione del Maestro.

4. Ti adoriamo, Signore Gesù: nella formula battesimale ci riveli la Trinità in azione salvifica.
Una terza grande cosa che Gesù dice in questo testo è la «rivelazione sintetica», si potrebbe dire, della Trinità, se è necessario dirlo, perché Gesù ha manifestato in tutta la sua vita la dimensione trinitaria. Gesù ha manifestato in forma sintetica la Trinità (nota 6). Gesù dice che i suoi, che devono andare a fare gli altri «discepoli di Gesù», devono battezzare e devono insegnare. Nella formula battesimale noi troviamo la confessione di fede della chiesa, fatta attraverso le parole di Gesù: “Nel nome del Padre e del figlio e dello Spirito Santo”. Non si tratta di affermazioni tardive, come qualcuno potrebbe sostenere, erroneamente; ma si tratta di accogliere ciò che Gesù ha offerto ai suoi, e di eseguirlo nell’obbedienzialità più fedele.
Ci troviamo dunque di fronte ad un altro argomento: quest’affermazione sintetica della Trinità è legata ad un’esperienza battesimale. Non a caso: poco prima, infatti, ai discepoli che dubitavano, Gesù si avvicinò con un potere profondo, divino, di fronte al quale l’uomo può solo essere disponibile. Dio, Gesù, il Risorto è colui che si avvicina all’uomo e stabilisce per lui tempi e modi: il Risorto ha stabilito di avvicinarsi a noi attraverso il sistema dei Sacramenti, attraverso quest’esperienza che Gesù sintetizza nella formula battesimale della Trinità. Dunque, è una Trinità che, come in passato così anche nel presente, continua ad essere globalmente salvifica per l’uomo. L’esperienza del battesimo, infatti, è questa porta di salvezza che Dio offre all’umanità, attraverso la quale l’uomo sperimenta di appartenere a Dio, d’essere figlio di Dio, proprio perché è fatto tale per opera del Padre, del Figlio e dello Spirito.

5. Ti adoriamo, Signore Gesù: «Dio con noi».
La parte finale del discorso di Gesù è la promessa di essere sempre con i suoi: “Io sono con «vicino a» voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”. È l’ultima parola di Gesù nel vangelo di Matteo, che rileva l’adempimento di quanto Isaia aveva già detto circa settecento cinquant’anni prima della nascita del Messia: “Ecco la Vergine concepirà e partorirà un Figlio, e lo chiamerà: «Dio con noi»”. «Gesù con noi» significa colui che continuamente ci accompagna per mezzo del suo Spirito all’esperienza di questo Dio, Uno e Trino, che tutti possono esperimentare, più che azzardarsi a pensarlo, dal momento che la nostra mens, la nostra intelligenza, è limitata; ma la nostra esperienza è assetata di Dio, e il nostro cuore è stato fatto per questo. “Ecco, io sono «con -vicino a- voi» fino alla fine del mondo” (nota 7).
Il testo evangelico di Mt 28,16-20 evidenzia come il Signore Risorto «comandi» ai suoi discepoli di compiere nei confronti di ogni uomo alcune azioni determinate, a sua imitazione: «andare» incontro all’uomo, cioè, «avvicinarsi» agli altri come Gesù; fare dell’uomo un discepolo «del Signore il Risorto»; «immergerlo» con la ricchezza sacramentale nella vita del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; «donare ad ogni persona» la carità dell’insegnamento di Gesù in parole e opere. Tutto, d’iniziativa divina; dall’uomo, destinatario di tanto amore, si richiede solo disponibilità a ricevere e lasciarsi cambiare, maturare, divenire discepolo di Gesù: in questo è glorificato il Padre.

6. Ti adoriamo, Signore Gesù: tu ci fai crescere come discepoli affidando a noi la tua missione.
Questa missione non è offerta da Gesù ai suoi discepoli «santi e credenti», ma anche ai suoi discepoli «problematici». Sul monte, infatti, prima che Gesù li invii tutti in missione, lo «adoravano», ma sono anche «dubbiosi» (edìstasan). Ancora a loro è successo che «apparve, mentre stavano a mensa, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato. Gesù disse loro: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,14s); «li rimproverò e disse: “Andate in tutto il mondo”», missione dopo un aspro rimprovero. Gesù ci educa ad diventare discepoli, facendoci fare la sua missione. Giacomo dice in proposito: «Fratelli miei, se uno di voi si allontana dalla verità e un altro ve lo riconduce (e può essere non migliore di lui), costui sappia che chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore, salverà la sua anima dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati» (Gc 5,19s).
Gesù non chiede al credente d’essere impeccabile per essere un testimone e un apostolo; ma che continui solo a credere, come ha chiesto al capo della sinagoga: «Mentre (Gesù) ancora parlava, dalla casa del capo della sinagoga vennero a dirgli: “Tua figlia è morta; perché disturbi ancora il Maestro? ”. Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: “Non temere, continua solo ad aver fede! ” (Mc 5,35s); e anche a Paolo, «una notte in visione il Signore disse: “Non aver paura, ma continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male”» (Atti 18,9s). Gesù chiede l’obbedienza: si sperimenti la Trinità, solo come discepolo, sia che doni il messaggio cristiano, sia che lo riceva. Non è possibile pensare, alla luce del testo di Matteo, che la forza intellettuale dell’uomo (non credente) possa giungere al mistero della Trinità. Solo il discepolo può vivere l’esperienza sacramentale e l’obbedienza alle parole e alle azioni del Cristo. Per chi non crede, la Trinità resta un assurdo; per chi crede, un mistero da sperimentare.
Gesù «vicino» non ci risparmia la fatica della crescita da parte nostra, perché lo scopo di Dio è che non rimaniamo delle semplici «sue immagini»: «incompleti»; ma che «diveniamo simili a lui». La vicinanza di Gesù non è una «protezione anticipata», un «esonero da rischi». La vicinanza del Signore è piuttosto una sicurezza d’aiuto, che verrà al momento opportuno; da subito, la sua «vicinanza» è promessa di protezione, che suscita un pieno affidamento a lui: a lanciarsi nell’impresa in atto, confidando in lui; un aiuto, quindi, che ci viene quando ci si trova già dentro le difficoltà. Spesso Mosè è invitato ad aver così fiducia: «Io sono con te; sarò con te»; è una promessa da accettare. Essa suscita sicurezza e slancio a metterci nelle mani di Gesù.

7. Ti adoriamo, Signore Gesù: che riveli la continua relazione salvifica del Padre con l’uomo.
In rapporto al vangelo, la prima lettura (Deuteronomio 4,32-34.39-40) presenta l’operato di Dio Padre a favore d’Israele. Si fonda su un passato salvifico. Fatti: la grande manifestazione del Sinai (v. 33), la liberazione dalla schiavitù d’Egitto (v. 34), tutte le gesta di salvezza e d’amore di Dio (vv. 36-38). Questo è il vero volto del Signore nostro Dio, presentato dalla Scrittura. Secondo il libro del Deuteronomio, quindi, noi diremmo che, la fede in Dio Padre si basa su una storia precedente, e richiede da noi, non una risposta teorica, ma una storia: un’adesione, che metti tutta la nostra esistenza. Dio si presenta a noi attraverso interventi storici a nostro favore: l’intervento più grande è precisamente l’incarnazione del Figlio, il Verbo, la seconda Persona della ss. Trinità, che assume la nostra umanità, epilogo degli interventi di Dio a nostro favore, Gesù, che conferma tutte le promesse di Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo; anche la nostra risposta di fede, quindi, richiede un impegno vitale, che solo può dar senso alle verità in cui crediamo; anzi, questa «richiesta d’impegno vitale» non è opera nostra: è suscitata in noi da Dio stesso, dallo Spirito Santo mandato dal Padre e dal Figlio. Così Dio, Uno e Trino, è all’opera nella storia degli uomini.

8. Ti adoriamo, Signore Gesù: tu mandi dal Padre lo Spirito Santo che grida: “Abbà-Padre”.
In rapporto al vangelo, la seconda lettura (Rom 8,14-17) menziona il dono di Dio, che è lo Spirito Santo. Egli grida in noi: “Abbà, Padre”. Il rapporto tra il fedele e Dio – Padre, Figlio e Spirito Santo – è, per Paolo, «una relazione paterno-filiale». Essa s’è instaurata con la pasqua di Cristo. Gesù, morendo, ci «ha trasmesso» lo Spirito (parêdoken ton Pneùma, Gv 19,30); da qui viene la parola trasmissione o “Tradizione” della chiesa. Con tale Dono, con lo Spirito Santo, noi possiamo rivolgerci al Padre con la stessa familiarità di Gesù, attribuendogli il nome di «Abbà, Padre». È il senso del termine giuridico greco «adozione» sconosciuta agli ebrei. Non è un’adozione giuridica che riconosce diritti, per esempio, d’eredità, senza cambiare la persona: è, al contrario, anzitutto una trasformazione della persona umana, «costituita nella dignità di figlia di Dio», in modo totalmente inatteso e gratuito. Lo Spirito da’ testimonianza e ci svela che tale dono può venire a noi solo dal Dio che è «Amore». Lo stesso Spirito rende l’uomo partecipe della stessa eredità di Cristo, «della stessa natura di Dio» (2Pt 1,4), destinato alla glorificazione di Gesù.

PREGHIAMO.
Aderendo all’agire dello Spirito, per mezzo di Cristo che è: «1. Ringraziamento; 2. Pane; 3. Offerta; 4. Intercessione; 5. Lode»:
1. «Ringraziamo», raccontando l’Amore del Padre in Cristo verso di noi (prefazio). Grazie, Padre, per il tuo Figlio: mediante lo Spirito Santo ci trasforma sempre più da persona umana in persona «spirituale», cioè, «costituita nella dignità di figlia di Dio», in modo pieno, anche se totalmente inatteso e gratuito.
2. «Siamo nutriti» di Cristo, che, preso il «pane» e rese grazie, si dona vero cibo e bevanda di salvezza (consacrazine, transustanziazione). Ora, Padre, manda lo Spirito, che perfeziona l’opera di Gesù nel mondo, compiendo ogni santificazione: trasformandoci gradualmente, come è proprio del cibo in chi lo assume; così opera in noi Gesù con il suo corpo e il suo sangue, mediante lo Spirito Santo Vivificante.
3. «Diveniamo» luogo riservato a Gesù, che in noi continua a «donare» se stesso (offerta). In noi, Padre, si offre a te Gesù: tanto che Gesù può offrire se stesso al Padre nella nostra esistenza, come fa di se stesso presso il Padre, perché siamo divenuto «suoi discepoli, sue membra, suo corpo».
4. «Intercediamo» per tutti in Cristo, che «intercede» per noi, e ci fa intercessori con lui per gli altri (intercessione). Tutti, Padre, accogli in Cristo: vivi, defunti, celebranti. Imperfetti e dubbiosi, miglioriamo operando per Gesù verso gli altri, imperfetti come noi: ci salviamo operando in Cristo per la salvezza degli altri.
5. «Glorifichiamo» pienamente il Padre, per Cristo, con Cristo, in Cristo nello Spirito Santo che ci fa santi (lode finale). A te, Padre, ogni onore e gloria: da coloro che tu hai chiamato alla tua presenza a compiere il servizio sacerdotale di Gesù.

O Padre, che ci hai donato il Figlio e lo Spirito Santo; ti glorifichi il popolo che hai scelto nello Spirito. Per Cristo nostro Signore. Amen.

CONTEMPLIAMO.
la storia del piano di Dio.
Nella chiesa il Padre convoca i credenti in Cristo, in cinque tappe (Lumen Gentium, 2; vedi: nota 3). Contempliamo oggi nei suoi cinque momenti, per esempio, La Relazione:
prefigurata, sin dall’inizio, nella Creazione: relazione, fra persone umane;
figurata, nella storia d’Israele, antica alleanza: relazione, fra Dio e Israele;
compiuta, in Cristo Gesù, negli ultimi tempi: relazione, fra Padre Figlio e Spirito Santo;
manifesta, nella chiesa, per lo Spirito effuso: relazione, fra Dio e uomo sua dimora;
completa, alla fine, nella gloria della Trinità. relazione, fra il Padre e tutti noi in Cristo.

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NOTE
Nota 1.
La Parola di Dio, Proclamata in questa celebrazione, richiamata dall’antifona alla Comunione (cf SS. Trinità – Anno B – 1ª Domenica dopo Pentecoste – 15/06/2003), e approfondita anche da altri testi eucologici, «attua ora» sacramentalmente in noi la redenzione, realizzata fin dall’evento pasquale della morte e risurrezione di Gesù il sette – nove Aprile del trenta d.C.
La Parola di Dio «attua ora sacramentalmente in noi la redenzione», perché lo stesso evento pasquale di duemila anni fa, con la sua efficacia, è in atto nella Parola «Proclamata» in quest’Eucaristia; la stessa «opera di Gesù» è in atto quindi in circostanze diverse: «storiche» di quel tempo in Israele, «sacramentali» (gesti e parole) ora nella sua Parola proclamata.
La Parola («Dabàr») è «Fatto e Parola» («Dabàr Javè» = «Fatto e Parola di Javè»); lo stesso «Fatto» storico della Pasqua di Gesù (che soffre, muore, trasmette lo Spirito, risorge) per opera dello Spirito Santo è presente in questa «Parola» proclamata nell’assemblea liturgica; anzi, «in previsione» della sua pasqua redentrice era già presente fin nel grembo di Maria.
Noi ora, come Maria, diciamo: “Sì”, con il cuore bendisposto nel celebrare. La redenzione, operata nei «misteri» (gesti e parole di Gesù nel rito), trasforma tutta la nostra vita. La Parola proclamata nella liturgia, cioè, lo stesso Gesù pasquale, ispira e attua i vari momenti della celebrazione e dell’esistenza in chi l’accoglie.
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Nota 2.
“I fedeli partecipino con frequenza alle messe, anche feriali, e, quando ciò non è possibile, siano invitati a leggere almeno i testi delle letture corrispondenti in famiglia o in privato”, vediPartecipazione e Celebrazione delle Feste Pasquali, Congreg. per il Culto, n.13; del 16.01.1988);
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Nota 3.
«I credenti in Cristo, (il Padre) li ha voluti chiamare a formare la santa Chiesa, la quale, già annunciata (“prefigurata”) in figure sino dal principio del mondo, mirabilmente “figurata” nella storia del popolo d’Israele e nell’antica Alleanza [1], stabilita (“compiuta”) infine «negli ultimi tempi», è stata manifestata (“manifesta”) dall’effusione dello Spirito e avrà glorioso compimento alla fine dei secoli (“completa”). Allora, infatti, come si legge nei santi Padri, tutti i giusti, a partire da Adamo, «dal giusto Abele fino all’ultimo eletto» [2], saranno riuniti presso il Padre nella Chiesa universale» (Lumen Gentium 2).
Cinque tappe della formazione della chiesa (da kalèô = chiamo; participio passato = èkklesa: ecclèsia, chiesa = chiamata): prefigurata, figurata, compiuta, manifesta, completa.
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Nota 4.
II termine «Trinità» non è biblico; è coniato dalla chiesa primitiva. Il testo della Scrittura chiama per nome le persone divine, e «narra di esse ciò che fanno per l’uomo»; non c’introduce nel mistero di ciò che esse sono, ma nell’evidenza di ciò che esse fanno.
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Nota 5.
“Andarono sul monte che Gesù aveva loro fissato”. Il monte citato nel Vangelo di Matteo è il monte delle “beatitudini”, che sono la magnacarta di Gesù. La prima beatitudine è fondamento di tutte le altre. Dice: “Beati i poveri nello Spirito”. Cioè: beati coloro che mossi dallo Spirito condividono ciò che sono e ciò che hanno. Tutti possono sperimentare la vita nuova delle beatitudini: la vita del Risorto. Queste indicazioni dell’evangelista Matteo valgono per i lettori del Vangelo di tutti i tempi. Crede alla presenza di Gesù resuscitato chi incontra il Vivente, il Vivificante: chi accoglie lo Spirito che muove alla condivisione. La resurrezione di Gesù non è un privilegio per poche persone di duemila anni fa, quindi, ma una possibilità per tutti i tempi. Fai l’esperienza di Gesù risuscitato accogliendo la sua persona; la pratica del suo messaggio che trovi nel discorso della montagna (Mt 5-7) produce in te una qualità di vita che ti mette in sintonia con il Cristo vivente. “Andare sul monte” vuol dire avere accesso alla divinità, avere la condizione divina. Il “monte delle beatitudini” è detto “luogo della maturità e della gioia” (Sophia Jesu Christi). Tutti siamo invitati alla maturità di Gesù.
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Nota 6.
Da tener presente che la parola «Trinità» è stata coniata dalla teologia della chiesa nascente, ma non dalla chiesa apostolica; nel senso che nei testi evangelici e nei testi neotestamentari il termine«Trinità» non lo troviamo. La rivelazione delle tre persone divine, però, che si trova dietro a questo termine teologico, è assolutamente biblica.
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Nota 7.
Da notare come l’inizio e la fine del secondo momento «discorsivo» del brano evangelico riporta lo stesso atteggiamento di Gesù «vicino» (v. 18a), «con» (v. 22b), che fa inclusione nel brano stesso, determinandone tutto il contenuto incluso: «Gesù “si avvicinò” e disse loro»; “Ed ecco, io sono con «= vicino a» voi tutti i giorni”. Il contenuto incluso è determinato da Gesù: 1) «“a me” è stato dato ogni potere»; 2) «fate discepoli “miei” tutti i popoli»; 3) «insegnando loro ad osservare tutto ciò che “vi ho comandato”».
Anche di questi tre ultimi punti, il secondo, il centrale, «fate discepoli «miei» tutti i popoli», è accompagnato dalla «formula trinitaria sintetica» del battesimo: “Battezzandoli nel nome del Padre e del figlio e dello Spirito Santo”, che, a sua volta, ha per centro «il Figlio», fra il Padre da cui Gesù tutto riceve, e lo Spirito Santo che Gesù manda dal Padre.
Tertulliano descrive l’umanità di Gesù, seconda persona della SS. Trinità, incarnata, con tre parole: “Caro salutis cardo” = la carne (caro) di Gesù è cardine (cardo) di salvezza (salutis); Gesù «Dio che ha preso la nostra umanità» è cardine di salvezza, nel senso che Gesù unisce e porta l’umanità in seno al Padre, da dove Gesù è venuto, e, per opera dello Spirito Santo dal Padre, riporta l’umanità con sé nel Padre.

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condividiamo (cfr neretto) la preghiera della Chiesa (cfr colori).