08/05/2012 – T. ORDINARIO – ANNO B – DOMENICA 18 – ANIMATORI –
DOMENICA 18ª TEMPO ORDINARIO – ANNO B
animatori Gruppi Liturgici Parrocchiali
“Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame, chi crede in me non avrà più sete, mai”.
“Donaci, Signore, il pane del cielo”. Traccia – 12.08.2012.
Ricapitolando in breve.
Tornati, entusiasti, dalla missione, gli Apostoli sono stanchi. Gesù li conduce con sé a riposare: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’”. Arrivati nel posto, Gesù scende dalla barca e vede una grande folla: «Ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose». In vacanza con Gesù s’impara la sua «compassione» che gli fa dire «molte cose», come nella prima parte della messa, «mensa della parola» (domenica 16ª).
Nella seconda parte della messa, simboleggiata nel pane condiviso (dom. 17ª), Gesù sazia in modo perfetto la sua assemblea, donando se stesso in cibo che sazia per sempre: “Chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete, mai!”. Da Buon Pastore, Gesù comincia a educare quella «grande folla» a comprendere e poi celebrare adeguatamente «in sua memoria» ciò che egli dice e fa. «Allora Gesù … disse a Filippo: “Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?”. Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere».
Il linguaggio biblico, in genere, e quello dei vangeli, in particolare, è speciale, perché racconta una storia che suppone la ‘precomprensione’ di Gesù protagonista. I destinatari dell’Evangelista lo sanno: essi partecipano all’assemblea liturgica, e sanno che in essa Cristo risorto parla di se stesso Capo e Membra; ma prima della risurrezione, discepoli e folle non lo sanno. Gesù intende istruirli con parole e frasi allusive a fatti e testi ‘profetici’, che rivelano come Gesù ne è il ‘compimento’.
Quindi, domenica scorsa (17ª) Giovanni evangelista inizia il suo cap. 6 narrando il segno del pane condiviso. A partire da oggi, 18ª domenica del tempo ordinario, e per altre tre domeniche (19ª. 20ª. 21ª) seguiamo il cap. 6° di Giovanni. Leggeremo questo lungo e importante capitolo che contiene il discorso di Gesù. Egli cerca di aiutare coloro che hanno mangiato il pane, a capirne il senso. Il discorso è suddiviso in quattro brani. Cominciamo a leggere il 1° brano.
VANGELO (Gv 6,24-35).
Il brano di oggi tratta la rivelazione di Gesù, vero pane di vita. Il pane condiviso era un segno, Gesù è il senso.
Lo cercano per farlo re: “Rabbì, quando sei venuto qua?”. Gesù risponde: “Voi mi cercate perché avete mangiato, e vi siete saziati”. E aggiunge: “Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane. Il pane che dà la vita al mondo”. Cercate “il pane che dà la vita al mondo, la vita eterna, che il Figlio dell’uomo vi darà. Su di lui il Padre Dio, ha messo il suo sigillo”. – “Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?”, c’è qualche altro comandamento da osservare? – “Questa è L’opera di Dio”, e non vostra: “che crediate in colui che egli ha mandato”. Traducendo: il Padre manda a voi il Figlio. Quest’opera di Dio, la missione del Figlio, suscita in voi e richiede da voi una risposta: accogliere il Figlio, me, che egli vi manda. E questa è la vostra opera in risposta all’opera di Dio: credere in me, lasciarvi attrarre da me, che sono mandato a voi dal Padre mio; una decisione che coinvolge tutta la vostra persona; e che è suscitata in voi dal Padre mio, che fa di voi un dono a me. Quindi, il vostro aderire a me, il vostro credere, il vostro sentirvi attrarre da me, è opera di Dio; il vostro credere a me, accogliermi, azione vostra personalissima, vostra decisione la più radicale che coinvolge al massimo la vostra libertà, è opera di Dio. E voi, sotto questa azione del Padre mio, non siete inermi: siete fatti attivi al massimo; e quando vi cogliete in atto di accogliermi, ecco, voi avvertite in voi un’azione suscitata in voi dal Padre mio, che vi rende attivi nell’accogliermi; e questa è opera di Dio che diventa in voi opera vostra, nell’atto di rispondere all’opera di Dio. Quindi, opera di Dio e opera dell’uomo, insieme, è una sinergia che inizia da Dio; opera dell’uomo «in Dio e con Dio»; sintesi fra l’azione di Dio e la libertà dell’uomo che obbedisce piacevolmente all’azione di Dio in lui. Piacevolmente, nel senso che ti piace..
Allora gli dissero: “Quale segno tu copi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna dal cielo …”. Risponde loro Gesù: “Non è Mosè che vi ha dato il pane vero. Il pane dal cielo, quello vero, ve lo dà il Padre mio. Il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo. – Così rispondendo, Gesù ha cambiato il soggetto: “Non Mosè, ma il Padre mio”; il verbo: non «ha dato», ma «dà»; l’oggetto: non «il pane» materiale, ma una persona ‘divina’, “colui che discende dal cielo”; e lo dichiara: il ‘Salvatore’, che “dà la vita al mondo”.
Allora gli dicono, come persone che lo hanno cercato, sono state istruite da Gesù e cercano ancora più con sincerità: “Signore, dacci sempre questo pane”. Gesù risponde loro: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!”, perché in me ha tutto quanto io ho dal Padre mio: la pienezza della Vita.
PRIMA LETTURA (Es 16). Cogliamo qui la dolcezza, la tenerezza di Dio verso ogni essere umano. Gesù s’intrattiene con ciascuno di noi, suoi fratelli, figli come lui del Padre suo, ognuno, dono del Padre a lui suo unico Figlio Amato. Ecco il racconto d’Israele nel bisogno e prontamente aiutato dal Padre, lo stello Padre che consegna tutti noi a Gesù. Durante il cammino d’Israele nel deserto, che lascia alle spalle l’Egitto e tende verso il monte Sinai, il popolo soffre la fame, soffre la sete, soffre di nostalgia. Sperimenta che la libertà è faticosa. Molti rimpiangono la schiavitù: meglio schiavi con la pancia piena; che liberi e affamati. Il racconto antico aveva proprio questa valenza simbolica importante. Il popolo di Dio è in cammino. In cammino verso la libertà; e la libertà è faticosa. Continuamente c’è la tentazione nostalgica di tornare indietro. Di tornare alla schiavitù. Nel deserto «tutta la comunità degli israeliti mormorò». Contro Mosè e contro Aronne. Se la prendono contro i capi. Sono loro che li hanno portati fuori. Gli Israeliti dicono: “Fossimo morti per mano del Signore nella terra d’Egitto!”. Quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Che bei tempi “quando eravamo seduti presso la pentola della carne!”. Che stessero male, che fossero oppressi, schiavizzati, sfruttati fino all’osso non lo ricordano più. Ricordano solo che «mangiavano». Invece ci avete fatti uscire in questo deserto, per far morire di fame tutta questa moltitudine. Ci avete fatti uscire. – non sono contenti di essere stati liberati. Si lamentano che Mosè e Aronne li hanno portati via dalla pentola della carne. Gli Israeliti sono davvero come dei bambini: stanno male e piangono!
Allora il Signore dice a Mosè: “Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi”. Dio si prende a cuore la situazione. E anche Israele legge il dono della manna come l’intervento provvidenziale di Dio nella storia del suo popolo in cammino. La manna è un prodotto naturale di un albero del deserto. Punto da un insetto produce una goccia lattiginosa, che il vento porta sulla sabbia e che può essere raccolto, pestato, e si trasforma in una specie di farina dolciastra. È un alimento conosciuto dal popolo del deserto. Israele si trovò invece di fronte a questo strano alimento, a queste gocce bianche sulla terra deserta. Si chiesero: “Man hu?”, che in ebraico vuol dire: Che cosa, questo? Un gioco etimologico, per spiegare il nome di questo alimento del deserto. Lo chiamano: “Manna”, perché richiama la domanda con cui si chiedono: ‘che cos’è – questa cosa’! (Man – hu: assonanza etimologica). Non l’avevano mai vista. Mosè precisa, come poi dirà Gesù: “È il pane che «il Signore vi ha dato» in cibo”! Il ricordo che durante il soggiorno nel deserto Israele mangiava questo strano alimento, che non si coltiva, che non si produce da parte dell’uomo, ma che si trova già bell’e fatto, è diventato un elemento simbolico per parlare del «dono provvidenziale di Do», che tratta il suo popolo, ogni uomo, come un vero Papà: è il pane che viene dal cielo, è il dono di Dio che fa vivere il suo popolo, è il nutrimento nel deserto. È sottolineata la bontà misericordiosa del Signore nostro Dio che provvede come un padre alle necessità della sua creatura. Il riferimento non è tanto l’oggetto strano o miracoloso; quanto il miracolo continuato di Dio che nutre con «tenerezza materna» il suo popolo, provvedendo il cibo e poi anche l’acqua.
IL SALMO RESPONSORIALE riporta e mette in bocca nostra le parole di Gesù in persona, che rende presente un Dio invisibile, che solo lui conosce per esperienza. Esse esprimono adeguatamente i sentimenti suscitati in noi dalla Parola ascoltata e accolta; chi altri potrebbe farlo così:“Donaci, Signore, il pane del cielo”. È sottofondo alle parole del salmo 77 che racconta in altro modo l’episodio della Manna, simbolo della paternità di Dio. Ciò che abbiamo udito e conosciuto, azioni gloriose, fatti potenti, opere del Signore, meraviglie che egli ha compiuto: ordini alle nubi dall’alto, porte del cielo che si aprono, manna per cibo, pane dal cielo. Vino dei forti, cibo dei figli: in abbondanza.
SECONDA LETTURA (Ef 4): fratelli, se davvero impariamo ad ascoltare e conoscere Gesù, pane del cielo, parola che nutre, vero corpo donato, a noi cristiani che ci nutriamo di Eucaristia, che riconosciamo il tabernacolo, la tenda della presenza in mezzo a noi, Gesù «vero Pane», rendiamo grazie al Signore che ci nutre nel nostro cammino, nutre un popolo peregrinante nel deserto, la sua provvidenza ci mantiene in vita e ci fa crescere. Non mormoriamo, non rimpiangiamo la schiavitù; godiamo di essere suo santuario, pietre vive incastonate nel tempio, cellule ossigenate del suo corpo, ciascuno di noi,Rivestiti dell’uomo nuovo, creato secondo le viscere materne di Dio.
“O Dio, che affidi al lavoro dell’uomo le immense risorse del creato, fa’ che non manche mai il pane sulla mensa di ciascuno dei tuoi figli, e risveglia in noi il desiderio della tua parola, perché possiamo saziare la fame di verità che hai posto nel nostro cuore. Per Cristo nostro Signore. Amen” (Colletta propria).
RENDIAMO GRAZIE A DIO
per «l’Annuncio evangelico» in vari tempi e modi: P. Elia intercede perché obbediamo al Magistero di Cristo nella Chiesa;
per «la Celebrazione» in persona di Cristo: Don Mario ci guida e c’incoraggia con «umiltà e serietà»;
per «la Carità» di Dio effusa nei nostri cuori; la Sorella Noemi ci procura d’imitarla nel «buon profumo di Cristo».