09/08/2011 – T. ORDINARIO – ANNO A – 28 DOMENICA – ANIMATORI –
INCONTRO ANIMATORI di GRUPPI LITURGICI PARROCCHIALI
Piedimulera (NO) – 08.10.2011 2° sabato – 28ª Dom. T. O. anno A –Traccia.
“O Padre, tu inviti il mondo intero alle nozze del tuo Figlio”. (cf colletta).
VANGELO: (Mt 22,1-14). Beati gli invitati al banchetto di nozze del Figlio, l’Agnello che toglie il peccato del mondo.
Giunto a Gerusalemme, Gesù si trova nel tempio, incontra le varie autorità d’Israele, e nel cortile del tempio instaura con loro dei dibattiti teologici importanti. L’antica tradizione, conservata soprattutto dall’evangelista Marco, riportava, della serie delle discussioni di Gesù con le autorità di Gerusalemme, la parabola dei vignaioli omicidi. Matteo conserva questa parabola, e ne aggiunge altre due, una prima e una dopo. Così ora abbiamo in Matteo tre parabole che sottolineano il rifiuto di Gesù: la prima, quella dei due figli, l’abbiamo ascoltato e pregato l’altra domenica, 26ª: fa la volontà del Padre chi dice “no”, ma poi, pentitosi, fa “sì” e va a «lavorare nella vigna». La parabola dei vignaioli omicidi, comune a Marco e Matteo, l’abbiamo ascoltata e pregata domenica scorsa, 27ª: il Figlio ucciso, pietra scartata, Gesù, diventa fondamento della nuova costruzione (“Non l’avete mai letto, voi?”, sta nel Salmo 118,22). E noi, come quei vignaioli omicidi fin da Adamo ed Eva (Gen 3), o riconosciamo il nostro Creatore e Salvatore Gesù, che ci cambia, «sostituendo in noi» la nostra natura vecchia omicida, con la «nuova creatura», tutta dedita alla sua Vigna, o «siamo sostituiti» da altri che accettano di lavorare come si deve, riconoscendo l’Unico Padrone. Non c’è alternativa. La terza e ultima parabola del rifiuto di Gesù in Matteo l’ascoltiamo e preghiamo oggi, 28ª domenica del tempo ordinario anno A. Questa 3ª parab. ci propone «Gli invitati al banchetto di nozze». Una parabola, molto simile, è presente anche nel vangelo secondo Luca. Ma con una notevole differenza specifica in Matteo, che è il vangelo di oggi. Matteo, infatti, sottolinea l’aspetto «regale» di colui che invita. È un re che non invita a una cena qualsiasi, ma «fece un banchetto di nozze per suo figlio», quindi l’attenzione va tutta al figlio del re che si sposa. «Banchetto di nozze» in questo caso è un’allegoria, una figura retorica: un’espressione che denota qualcos’altro, cioè, si riferisce a un significato più profondo e nascosto da cogliere nella parabola; connota cioè Gesù, Sposo della Chiesa. Dietro a questa immagine del banchetto la comunità cristiana di Matteo ha imparato a vedere allegoricamente e riconoscere la pasqua di Gesù che muore e risorge: il banchetto di nozze del figlio è concretamente «prendere parte all’Eucaristia celebrata nella chiesa», centro di tutta la storia. Secondo le intenzione di Matteo, viene quindi raccontata qui una sintesi di «storia della salvezza», con due missive d’inviti e due rifiuti. È evidente infatti il rifiuto da parte dei primi destinatari dell’invito: il re fa in gran banchetto, manda i suoi servi a chiamare gli invitati a nozze, e questi «non vollero venire». Il re continua ugualmente i suoi preparativi per il banchetto, manda «altri servi a dire: “Ormai è tutto pronto. Venite alle nozze!”. Si sente echeggiare l’ultimo giorno, il tempo compiuto per il Messia, l’annunzio di Giovanni Battista e di Gesù: “Il tempo è compiuto, il regno è presente. Convertitevi e credete al Vangelo” (Mt 3,2; 4,17; Mc1,15).
È la Storia d’un banchetto salvifico: voluto per tutti, rifiutato, ma conseguito efficacemente. «Gli invitati non se ne curarono; andarono al proprio campo, ai propri affari, addirittura qualcuno “insulta e uccide i servi che portano l’invito”». Sarebbe esagerato ammazzare il postino che ti porta una partecipazione a nozze! se non vuoi partecipare non ci vai… La parabola è esagerata nel senso che non descrive una scena realistica, ma cerca di racchiudere in un grande quadro un po’ tutta la storia. Due missioni: la prima, quella dei profeti, la seconda, quella dei apostoli. Ormai è tutto pronto. Addirittura alcuni li ammazzano. A quel punto la città di quegli assassini viene data alle fiamme. È difficile non riconoscere un riferimento alla distruzione di Gerusalemme dell’anno 70, quando i romani distrussero effettivamente la città santa. La comunità cristiana visse quell’evento come un fatto drammatico e significativo di novità di vita: si passa dal simbolo alla realtà, dalla città terrena alla città che viene fin d’ora dal cielo. Il banchetto infatti non viene disertato. Il progetto di Dio si realizza per opera di Dio stesso: altri entrano. I primi invitati non erano degni. Altri sono chiamati. Raccolsero quindi «quanti trovarono buoni e cattivi». Ritorna l’immagine tipica in altre parabole di Matteo: la compresenza di buoni e cattivi, presenti nella parabola della zizzania mescolata al grano buono (Mt 13,25-35) o la parabola della rete che raccoglie pesci buoni e cattivi (Mt 13,47s). La distinzione non può essere fatta nel corso della storia. Ci sarà, alla fine (Mt 13, 49s). Ed ecco, la sala si riempie di commensali, ma non sono tutti buoni; ce ne sono anche di cattivi. È il dramma della comunità cristiana che ha accolto l’invito, ma ciò non significa ancora che sia tutta buona, subito: si celebra l’Eucaristia nel rito e nella vita. Il Rapporto con lo Sposo, nel rito e nella vita, ci attira ogni giorno più in alto, dietro a lui e alla Regina Madre. Per questo abbiamo imparato a celebrare anche noi la presenza del Signore Gesù. Se no, che cos’altro? Il re entra a vedere i commensali e ne scorge uno, senza nome, perché ciascuno vi metta il proprio; costui non ha «l’abito nuziale», il simbolo che tutta la persona è mutata in rapporto con il Re e il suo Figlio! Come l’espressione «Banchetto di nozze», anche «l’abito nuziale» è una «denotazione», cioè, una frase speciale con una nuova «connotazione», un senso nuovo. Non scusiamo quindi il nuovo capitato, non depauperiamo il significato dell’evento. Sono fuori luogo espressioni come: ma, poveretto, era per strada, è stato invitato, è andato senza vestito adatto perché non aveva tempo, ecc. Una veste a tre misura sta sempre davanti alla porta d’entrata. Basta prenderla. Dobbiamo imparare a leggere questi testi e i loro dettagli con il valore sapienziale e simbolico che hanno: l’«abito nuziale» è il segno della «partecipazione trasformante alle nozze»: al dialogo con lo Sposo; e nel linguaggio cristiano richiama la «veste bianca del battesimo» consegnata dopo l’éffeta sull’orecchio (= “apriti all’ascolto”, parola che fa ciò che dice) come dono di grazia, non come conquista personale. La presenza nella sala del banchetto, senza l’abito di nozze, vuol dire una risposta non adeguata e coerente alle potenzialità che ti vengono elargite; vuol dire anche la grande realtà della libera e personale adesione all’invito. Per un cristiano, che è solo di nome, e non di fatto, è più difficile andare alle nozze senza veste che con la veste, dal momento che «sei costituito tale» per natura e per grazia. Ecco allora la domanda del Re, che ci ha fatto a immagine del Figlio perché diveniamo simili a lui, lo Sposo: “Come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Come puoi pretendere di partecipare al banchetto di nozze del Figlio del re senza una vita coerentemente adeguata: bella, buona, felice? Se ti ho fatto con i piedi per camminare in avanti, come fai a camminare in dietro schiena? È un assurdo! “Legatelo mani e piedi e buttatelo fuori”. È un testo parenetico, esortativo: come dire, ma chi te lo fa fare star male! Sei fatto per star «dentro», nell’intimità di Dio! E tu, non vi aderisci, e preferisce star fuori? Non basta essere entrati per essere al sicuro; necessita una vita di conseguente rapporto con lo Sposo e in lui con il Papà dello Sposo.
Tu sai come realizzare il tuo piano di salvezza per tutti i popoli, Signore.
PRIMA LETTURA (Is 25,6-10a). Il Signore preparerà un banchetto, e asciugherà le lacrime da ogni volto.
Gesù compie la profezia messianica della piena realizzazione degli uomini quali il Padre «da sempre ha conosciuto» (Rom 8,29) nel simbolo d’un banchetto. È necessario vedere la prima lettura per sapere che cosa il Gesù del vangelo dice di se stesso a noi come ai due discepoli di Emmaus (Lc 24,27: “E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui… E il loro cuore ardeva..»). Noi ci fermiamo al testo che lo Spirito Santo ci propone oggi dell’AT.
Il banchetto della parabola sta al centro della prima lettura, una pagina apocalittica, tratta dal rotolo di Isaia c. 25; un testo, cioè, che prospetta per la fine dei tempi il momento in cui il Signore stesso farà un grande banchetto sul monte Sion. Là egli inviterà tutti i popoli; non solo da Israele, ma da ogni parte, liberandoli dalla morte. Allora, chi ha avuto fiducia in lui potrà dire: “Ecco il Dio in cui abbiamo sperato!”. Abbiamo fatto bene a porre la nostra fiducia in lui. Adesso vediamo la sua salvezza. Gesù è il compimento apocalittico. Lui rivela il banchetto di Dio. È il protagonista: a lui tutto è affidato. L’Eucaristia è questo banchetto. Ad esso sono invitati tutti i popoli ed è il Figlio stesso del Re ad offrire a tutti gratuitamente
l’abito nuziale dello Spirito, certezza di chiamata alla tua vita divina,
come siamo invitati ad acclamare con il SALMO RESPNSORIALE (22/23)
salmo del buono pastore, che mi fa esclamare: “Il Signore è il mio pastore”, e io
“Abiterò per sempre nella sua casa”.
È l’unica mia vita: in lui non manco di nulla. In lui riposo, perché lui mi disseta tutte le potenzialità umano – divine che egli ha posto in me, e le conosce ben più di me stesso/a. È lui il mio vero «camminare», lui con me è la vita che la morte non può raggiungere. Vivo nella certezza di rinnovamento nello Spirito. Lui stesso (nella seconda parte del Salmo) mi ospita nella sua dimora. È sua l’iniziativa nell’invitare tutti al suo banchetto, con autorevolezza e capacità, nella prima e seconda missione. È il Signore, il Re grande su tutta la terra. Mi accoglie nell’intimità della sua dimora, prepara davanti a noi una mensa, ci offre da bere un calice traboccante, versa olio profumato sul capo: in una tale dimora vi abiterò per tutta la durata dei miei giorni!Tutto posso in colui che mi dà forza.
è la SECONDA LETTURA (Fil 4,12-14.19-20), che vedremo a suo tempo. Lo Spirito di Gesù me lo ha insegnato, e io ora so vivere in libertà di Spirito. Voi, Filippesi, fate bene a prendere parte alle mie tribolazioni. Sono fatte da voi in Dio, che sa colmare ogni vostro bisogno, perché voi soccorrete ugualmente tutti i fratelli suoi figli. Nella seconda lettura leggiamo un brano della lettera ai filippesi. È l’ultimo. In esso Paolo ringrazia i cristiani di quella comunità per averlo aiutato: “Avete fatto bene a prendere parte alla mia tribolazione”. Paolo ringrazia, è contento che siano stati generosi, ma dice personalmente ho imparato ad essere povero e ad essere ricco tutto posso in colui che mi da la forza. Cristo è la mia forza, grazie a lui posso affrontare ogni situazione, comunque sono contento che mi abbiate aiuto, sono contento perché voi siete generosi. Mi fa più piacere la vostra generosità che il vostro stesso dono. Il fatto che siate generosi è il segno che avete il vestito di nozze, e partecipate bene al banchetto cui siete stati invitati.
RENDIAMO GRAZIE A DIO
per «l’Annuncio della Parola» in vari modi: P. Elia ci ottenga una piena adesione alla Chiesa;
per la Celebrazione in persona di Cristo: Don Mario Ceresa ci guida e incoraggia con serena umiltà;
per «la Carità» di Dio effusa nei nostri cuori; la Sorella Noemi ci ottiene il buon profumo di Cristo.