10/05/2009 – T. PASQUALE – ANNO B – 5 DOMENICA – 2009
Preparazione alla celebrazione della messa.
5ª DOMENICA DI PASQUA.
Anno B – 10 Maggio 2009
Ci Raccogliamo
davanti al Signore Gesù, Dio fatto uomo, che si dona, muore, risorge, trasmette lo Spirito (Nota 1).
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo. Amen.
Ascolta, Israele: io sono il Signore Dio tuo…! (Ascolta N. [tuo nome]; ascolta, Chiesa che sei in.. [nomi di parrocchie, comunità, famiglie. Le presentiamo al Padre come membra di Gesù che vive presentandogli tutta l’umanità. Gli presentiamo in Cristo anche singole persone: ascolta N. [nome d’una persona]. E tutti, con disponibilità, accogliamo la nostra esistenza quotidiana in Cristo, dicendo):
Eccomi, Signore, aiuta tutti, come ora aiuti noi ad ascoltarti.
Leggiamo
il formulario liturgico della messa corrispondente, da Ingresso a Dopocomun. Cogliamo una parola, la contestualizziamo «rileggendo» (cfr sotto), e la ripetiamo al ricordo del Signore.
Rileggiamo
i testi, cominciando dal vangelo (cfr PNLMR):
adorando, pregando e contemplando Gesù, presente.
Vangelo di Giovanni (15,1-8) della quinta domenica di Pasqua. STRUTTURA: è caratterizzato dalla ripetizione dell’espressione: «lo sono la vera vite» (v. 1), e «lo sono la vite» (v. 5). Questa ripetizione divide il brano in due parti. Nella prima parte c’è il rapporto Gesù – Padre: “Io sono la vite, il Padre mio è il vignaiolo”; nella seconda parte c’è il rapporto Gesù – discepoli: “Io sono la vite (Gesù), voi i tralci”. Il testo si divide in due parti, A – B.
Ma si può notare qualcosa di più; al v. 4 troviamo: “Rimanete in me ed io in voi”. Questo stesso tema ritorna al v. 7, che dice così: “Se rimanete in me, e le mie parole rimangono in voi”.
Allora il testo, non si divide in due parti, ma in 4: “Io sono la vite e il padre mio è il vignaiolo (A); rimanete in me e io voi (B). “Io sono la vite voi i tralci”, riprende il tema di A, lo chiamiamo A¹. Il v. 7: “Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi”, riprende il tema di B; lo chiamiamo B¹. Allora abbiamo una sequenza strutturale A, B, A¹, B¹, e si chiama STRUTTURA PARALLELISTICA. Quando un testo biblico è scritto in questa maniera: 1 – 2 , 1¹ – 2¹, vuol dire che i due pezzettini che si chiamano con lo stesso numero, 1, vanno letti insieme, cioè vanno capiti uno con l’altro; e i due pezzettini, che si chiamano, 2, vanno letti insieme, a loro volta, e vanno capiti uno con l’altro; quindi non è un capriccio spendere un po’ di tempo per vedere come è fatto il testo, perché una volta che abbiamo capito come è fatto, lo sappiamo leggere meglio. Allora, COME VA LETTO QUESTO TESTO? Essendo fatto di due grandi strofe, si legge la prima strofa come un’unità di due parti che dialogano fra loro, 1, 2; quando non si riesce a capire qualcosa, si chiede aiuto alle parti corrispondenti dell’altra strofa, 1¹,2¹.
“Io sono la Vite”, dice il Signore: “Voi i tralci”.
ADORIAMO
1°. Il Signore Gesù: Parola del Padre, che ci fa ricchi di vita.
Prima strofa, prima parte: “Ogni tralcio che in me non porta frutto, il vignaiolo lo toglie (nota 3) e ogni tralcio che porta frutto, lo pota” (nota 4).
In greco non c’è il verbo «POTARE», ma il verbo: kathaìrei» che vuol dire «purificare». E’ importante perché, se andiamo al versetto 3, si dice una frase che prende significato, comprendendo bene quel verbo. Il versetto 3 dice, voi siete già mondi (puri, katharoì) per la parola che Dio ha annunziato. Allora,
POTARE: che cosa significa? Diciamo prima cosa non è: la potatura, non sono quei momenti di difficoltà e di sofferenza che Dio ci fa vivere nella vita. No! Proviamo a stare dentro il testo: perché i discepoli sono già puri? Per la «Parola». Allora, il Padre rende puri i tralci con il dono della parola a coloro che saranno discepoli di Gesù, dopo la prima generazione cristiana, perché dice: voi (i discepoli di Gesù) non avete bisogno dell’intervento del Padre, perché “voi siete già puri per la parola che avete ascoltato” da me. Sarà compito del Padre rendere puri (stranamente tradotto in italiano con potare!), sempre secondo questo criterio, che è la parola di Gesù, anche i discepoli che verranno in seguito.
DUE TIPI DI TRALCI. Chiarito il problema della «potatura», vediamo quanti tipi di tralci ci sono nel testo! Non esiste il tralcio vivo che non porta frutto. Esiste il tralcio vivo, che porta frutto, e il tralcio secco. Chi va ad aggiustare la vite, invece trova: tralci vivi non fruttiferi, tralci vivi fruttiferi, e tralci secchi. Di fatto, nell’esempio portato da Gesù esistono solo due tipi di tralci: «quelli che portano frutto, e quelli che non portano frutto». Quelli, che non portano frutto, vengono gettati via, quelli che portano frutto vengono
PURIFICATI DALLA PAROLA. Questo è il concetto. Se non fosse così, il v. 3 sarebbe un pleonasmo, cioè, non servirebbe a niente. Il v. 3, invece, chiarisce che cosa significa purificare. Non è la sofferenza che purifica. Non sempre la potatura fa bene! Quella lettura che normalmente si fa, dicendo che la potatura porta frutto, vale la pena potarla. Potrà essere utile come riflessione spirituale, ma non come spiegazione di questo brano. Questo testo dice semplicemente: «noi veniamo resi puri da Dio per mezzo della sua Parola». Ai discepoli di Gesù provvede la parola di Gesù; ai successivi, la Parola dal Padre.
ESSERE PURI, MONDI, nel mondo biblico, significa: «pieni di vita». Le parole «puro e mondo» si oppongono a «profano, morto». Il Padre ci fa puri e mondi: ci dona quella vita che ci è mancante, e ce la dona per mezzo della Parola. Nel mondo orientale, dunque, mondo e puro non sono il «pulito», ma è «il
PIENO DI VITA». Adesso il discorso ci diventa di una chiarezza straordinaria. Proviamo a rileggere il testo: “Io sono la vera vita e il Padre mio è il vignaiolo, ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie (nota 3), e ogni tralcio che porta frutto, lo purifica (lo rende puro, ricco di vita), perché porti più frutto (nota 4). Voi siete già mondi (ricchi di vita: ora c’è nesso nel teso), per la parola che vi ho annunziato”. Questa prima parte della prima strofa, A, l’abbiamo capita con la precisazione del verbo «potare» = purificare, come al v. 3. – A te la mia lode, o Padre, nella grande assemblea degli arricchiti di vita da te.
2°. Adoriamo il Signore Gesù: presente in noi per le sue parole che «rimangono» in noi.
Continuiamo a leggere l’altra parte della prima strofa, B, in seno alla prima grande parte del vangelo, A, che dice. “Rimanete in me, e io in voi”. Abbiamo scoperto che questa frase apre un altro tema, quello di «rimanere in Cristo, e Cristo in noi» che abbiamo chiamato B. COME si faccia a rimanere in Gesù, e COME faccia Gesù a rimanere in noi, ancora non lo sappiamo. Il seguito dello stesso versetto, poi, afferma la necessità di essere in Cristo per portare frutto, perché: “Come il tralcio non può far frutto da se stesso, se non rimane nella vite, così neanche voi, se non rimanete in me”. Qui il problema è semplice: il tralcio porta frutto, se resta unito alla vite; tutto è fatto dalla vite: si crea il tralcio, gli fornisce linfa necessaria; basta che «rimanga nella vite», e l’agricoltore ci pensa. Gli uomini sono tralci liberi. Dicendo: “Rimanete in me”, Gesù vuol dire: fate liberamente ciò che in botanica i tralci fanno fisiologicamente. Questo è il messaggio. La nostra domanda allora è: che SIGNIFICA, CRISTO RIMANE IN ME, e io in Lui (prima parte di B)? Chiediamo aiuto alla parte rispettiva, B¹, in base alla legge del parallelismo: cioè, facciamo un salto al v.7, seconda parte di B, e leggiamo: “Se rimanete in me, e «le mie parole rimangono» in voi”. Confrontiamo. Prima ha detto: “Rimanete in me, e io in voi”. Ora dice: “Se rimanete in me, e «le mie parole rimangono» in voi”. C’è ora in più la frase: “E LE MIE PAROLE RIMANGONO» in voi”. Non sappiamo ancora il significato della prima parte delle due frasi: “Rimanete in me”, de v. 4, e “Se rimanete in me”, del v. 7; per il momento non sappiamo che cosa significhi questo; ma abbiamo imparato che cosa significa: “e io in voi”, del v. 4, precisato da: “se «le mie parole rimangono» in voi”, deò v. 7. Ora cominciamo a capire cosa significa: «Cristo in noi». Ce lo fa capire la frase: “Se le mie parole rimangono in voi”. Fuori testo, ecco due constatazioni:
1ª. «Cristo in noi», non è il sentimento che noi abbiamo verso di Lui, ma sono «le sue parole»; diciamo, allora, che la Parola di Dio dovrebbe risuonare continuamente dentro di noi: dovremmo vedere le cose, parlare, ragionare, imparare a sentire la realtà con Cristo, con la parola di Dio; e Cristo sarà in noi.
2°. Comprendiamo che «la Bibbia» non è uno dei libri della spiritualità religiosa: «la Bibbia è “il” libro della spiritualità cristiana», perché «se le parole di Lui non restano in noi», Lui non è in noi! (cfr anche la presenza di Cristo nella liturgia, Sacrosanctum Concilium, 7. Nota bene: fino a Güttenberg, cioè fino all’invenzione della stampa, per Bibbia s’intendeva la parola pregata nell’assemblea liturgica; dopo è un libro). – A te la mia lode, Signore, nella grande assemblea, riunita per le tue parole.
3°. Adoriamo il Signore Gesù: che ci fa «rimanere in lui», facendoci diventare suoi «discepoli».
Rimane ora da spiegare la prima parte di questo v. 7: “Se rimanete in me”. Cosa vuol dire: «RIMANERE IN LUI»? Abbiamo capito come lui rimane in noi: mediante la Parola; ma noi, come rimaniamo in lui? Andiamo ancora a consultare l’aiuto, B¹, corrispettivo di B; continuiamo a leggere cioè la seconda parte della seconda strofa: “Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà dato. «In questo è glorificato il Padre mio, che portiate molto frutto, e diventiate miei discepoli»”. «Chiedere», «glorificare», “«portar frutto», «essere discepoli»; cominciamo da «discepoli».
«DIVENTIATE MEI DISCEPOLI». Precede: «Portiate frutto», e segue: «Diventiate miei discepoli». Due frasi paratattiche, cioè, affiancate sullo stesso livello. La costruzione grammaticale è classica del mondo orientale: volontà di Dio è «che portiate molto frutto e (congiunzione) diventiate miei discepoli». Noi occidentali diremmo: «che portiate frutto, diventando miei discepoli», facendo una principale: «portiate», e una secondaria modale: «diventando»; in oriente invece fanno tutte e due le frasi principali: «che portiate e diventiate». In ogni caso, il «portare frutto» è «diventare suoi discepoli». Ma,
CHI diventa discepolo di Cristo», e COME? Risolvendo questo problema, molte cose del nostro brano ci diventano chiare. Lo risolviamo, tenendo presente tutto il vangelo di Giovanni, in particolare i discorsi dell’ultima cena (Gv 13-18), da dove è tratto il brano del vangelo d’oggi (Gv 15,1-8). È possibile a tutti tener presente la Bibbia, leggendo il messalino quotidiano. Voi lo constate, perché, dopo aver letto, sarà sufficiente richiamare qualche frase, e voi subito dite: aaah, sì! Proviamo: il discepolo di Gesù è:
1°. SCELTO. Nei discorsi dell’ultima cena, Gesù ha chiarito molto bene chi è il suo discepolo: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi”. Il discepolo di Gesù è una persona «scelta» da Gesù. Il discepolo dei Rabbini si sceglie il proprio Rabbino; quindi è il discepolo che sceglie il maestro. Per il Rabbino – Gesù, le cose sono all’opposto: a lui non interessa essere scelto: è lui che sceglie i suoi discepoli! Se noi oggi ci troviamo qui, a leggere, ascoltare, assimilare la sua Parola, come suoi discepoli, vuol dire, che in qualche maniera è stato lui a sceglierci. Gesù, che ci sceglie, ci fa anche suoi amici. Il discepolo di Gesù:
2°. È «CHIAMATO (= FATTO) AMICO». Gesù continua dicendo: “Non vi «chiamo» più servi, ma amici”. E’ strano, perché il discepolo del Rabbino entra in casa del Rabbino, come «servo» del Rabbino. Gesù dice: no! Il mio discepolato ha un’altra fisionomia, colui che io scelgo «non è mio servo», ma mio «amico»; non è un rapporto tra superiore (padrone) e inferiore (servo). RAPPORTI PARITARI sono quelli che Gesù vuole. Per noi è un po’ difficile, perché noi siamo qui in basso, e lui è lì, sopra! Tutta la nostra educazione ci ha mostrato un Cristo, che è un passo sopra di noi. Invece, Gesù vuole una parità nel rapporto interpersonale: “Non vi chiamo più servi, ma amici”, da Persona a Persona, oltre la dottrina e la teologia. In un rapporto semplice, come quello d’un bambino che «impara suo papà», il discepolo,
3°. IMPARA LA PERSONA «GESÙ». È il terzo elemento innovativo. Il discepolo dei Rabbini insegna ciò che ha imparato dal Rabbino: le idee teologiche. Gesù, invece, ha sempre accompagnato le sue idee teologiche più forti con un esempio, dicendo: guardate me; per esempio:
a) “Beati i miti” = “Imparate da me che SONO MITE e umile di cuore”. Imparare = diventare coscienti.
b) L’amore è il fondamento d’ogni morale cristiana? “Amatevi gli uni gli altri COME IO ho amato voi”.
c) Gesù, alla fine della vita, lava i piedi ai discepoli, quasi in maniera riassuntiva di tutto un suo modo di vivere, e dice: “Vi ho dato l’esempio, perché, COME HO FATTO IO, facciate anche voi”.
«IL DISCEPOLO È SCELTO E CHIAMATO AD IMPARARE IL MAESTRO», «la sua persona»; non le sue idee. Ma questo è possibile solo, se «le sue parole rimangono in noi»: se abbiamo le sue parole in noi. Solo con le sue parole, e mediante le sue parole, è possibile apprendere il Maestro = Gesù. Riprendendo il testo del vangelo che si sta commentando, ci chiediamo, allora: perché è importante che le «parole di Gesù siano in noi»? Perché, altrimenti, non possiamo «imparare il maestro», «vivere come lui» (cfr studi sulla «comunicazione = travaso» dei sentimenti da chi segue un bambino, per es., al bambino stesso; non si sa ancora esattamente come questo avvenga; di certo, le parole di Gesù sono efficaci: fanno ciò che dicono). Se le sue parole non sono in noi, noi non sapremo da chi andare per farci spiegare «chi è Gesù, come pensa, come si rapporta con la realtà, con gli uomini, con Dio, con i grandi e i piccoli, con gli ammalati e i sani, nella gioia e nel dolore, nella fede e nell’impressione della mancanza di fede…». Se abbiamo le sue parole in noi, «sappiamo il maestro», e sperimentiamo che ci rende in grado di agire come lui. Se non abbiamo le sue parole in noi, sapremo tante cose, come Cleopa di Emmaus, ma non LUI.
4°. GESÙ, UNICO MAESTRO, è il quarto elemento del discepolato. Gesù nel vangelo di Matteo dice: “Non fatevi chiamare «maestri». Uno solo è il vostro maestro”, voi tutti, «scolari», per sempre. Dunque il «portare molto frutto» è «diventare discepoli», vivendo queste quattro dimensioni: a. Consapevolezza di essere scelti da lui; b. Consapevolezza di dialogare con lui in un atteggiamento di amicizia: “Non vi chiamo più servi ma amici”; c. «Imparare lui» e non i suoi concetti (a Gesù Cristo non può interessare tanto le sue idee, perché abbiamo visto come le idee fondanti del cristianesimo siano sempre rapportate alla sua persona; s’impara, quindi, la «persona di Gesù» non il suo pensiero); d. «Sempre discepoli» di Gesù: come Maria. – A te la mia lode, Signore, nella grande assemblea dei tuoi discepoli.
4°. Adoriamo il Signore Gesù: con la sua parola in noi ci fa suoi discepoli, e può agire tramite noi.
Abbiamo intuito cosa comporta «RIMANERE IN LUI»: accettare lui, Gesù, che OPERA attraverso di noi: le sue parole rimangono in noi, e ci fanno rimanere in lui, e fanno in modo che «lui possa parlare attraverso di noi, agire attraverso di noi, pensare attraverso di noi, toccare il bisogno degli altri attraverso di noi»; perché, se io sono suo discepolo, con l’obbiettivo, non d’imparare le sue idee, ma la sua persona, è chiaro che ciò che ne deriva, non è il pensiero di Gesù, ma «rimanere in lui»; e ciò che mi deriva nella vita è L’ESSERE IL PIÙ POSSIBILE «COME LUI». Questo è «il mio rimanere in Lui». Invece «il suo rimanere in me» sono tutte le sue parole della Bibbia, che io cerco di fare mie, le rifletto, le covo, le tengo al caldo, come Maria; perché il «Seme», la Parola, Gesù, cresca fino a maturità; e mi ritrovo a tradurle nella vita, non per esser santo, ma per essere «come lui», Gesù che solo dice una volta: “Siate perfetti, com’è perfetto il Padre mio”; ma continuamente ripete: “Siate come me”.
ORA È CHIARA la parola del Padre che «purifica», fa ricchi di vita (A).
È chiaro come Gesù «rimane in noi mediante la sua Parola», ascoltata e custodita (B¹):
Gesù ci fa diventare suoi discepoli, e noi rimaniamo in lui, mediante la sua Parola, che agisce tramite noi, e ci fa diventare come lui (seconda parte della seconda strofa, B¹) – A te la mia lode, Signore, nella grande assemblea, che tu hai fatto a sua immagine, perché ciascuno diventi «come lui».
5°. Adoriamo il Signore Gesù: che ci fa suoi discepoli, e ci fa agire come lui, operando lui stesso in noi.
“Io sono la vite voi i tralci (B). Chi rimane in me e io (per la mia Parola che rimane) in lui, fa molto frutto, perché «senza di me non potete far nulla»” (B¹). Arrivati alla fine, per cercare di comprendere Cristo in noi e noi in Cristo, mediante il parallelismo, ora possiamo tornare indietro, e vedere come questa frase, di B, B¹, ci è chiara. Ci è chiaro che senza di lui, Gesù, non possiamo far nulla, perché, se IL FRUTTO, che dobbiamo portare, È ESSERE DISCEPOLI, ed essere discepoli implica fondamentalmente IMITARE LUI, è ovvio che senza di Lui non possiamo imitarlo: come potremmo imitarlo senza conoscerlo?! Se lui non è in noi con la sua parola, noi non lo possiamo imitare, quindi, «senza di lui non possiamo far niente». Ora sappiamo che cosa significa “RIMANERE IN LUI: compiere questo PERCORSO D’IMITAZIONE, cioè, lasciare che nella nostra storia continuino a vivere attraverso di noi i sentimenti, gli atteggiamenti, le scelte di Gesù. Non c’è altra scelta. Dio si aspetta una libera nostra adesione: che facciamo liberamente con il suo aiuto ciò che dobbiamo fare.
Chi non rimane in me, allora, significa: chi non intraprende questa SCELTA DEL DISCEPOLATO, viene gettato via come il tralcio, che non porta frutto; l’abbiamo rilevato fin dall’inizio (A): ci sono due tipi di tralci; quelli secchi, che vengono gettati via (ecco qui il caso): “e si secca (nota 3) e lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano” (Dimostrazione che esiste l’inferno? No! Ma, semplice «dichiarazione d’inutilità»); cioè: chi non sceglie di essere discepolo di Gesù, «chi non fa la scelta d’imitare cristo», d’imparare lui, che ci fa suoi discepoli, e ci attira a sé, NON SERVE A NIENTE. Sono quattro passaggi finalizzati all’imparare lui: 1°: noi siamo «scelti» da lui; 2°: noi siamo fatti «amici» suoi; 3°: noi «impariamo lui»; 4°: noi rimaniamo «sempre Discepoli». Un cristiano che non aderisce coscientemente a questa scelta di Cristo nei suoi riguardi, non serve esattamente a niente; ma c’è da fare attenzione ad una parola. Leggiamo bene il testo, torniamo all’ultimo versetto:
“In questo è glorificato il Padre mio, che portiate molto frutto, DIVENTANDO miei discepoli”. “Quindi, siamo «tutti in una grande processione», tutti stiamo camminando «verso il discepolato». Quanti sono i cristiani? Pochi. Pochissimi. Forse, neanch’io. Forse, nessuno di noi. Stiamo tutti «diventando», dice il testo. Noi «abbiamo una vita intera per diventare» cristiani, non per esserlo; chi presume di esserlo, non ha neppure incominciato a camminare per questa strada. «Diventare discepoli», ricordiamoci, significa essere «come lui». Chi è oggi così presuntuoso da dire: io sono come lui? Nessuno, e allora stiamo diventando discepoli, tutta la vita. Che cosa significa, allora, umiltà? Non è una cosa che ci fa diventare tetri; ma ci fa anche sorridere e dire: meno male: siamo TUTTI IN CAMMINO, in questa fase, in questa capacità, ogni età porta qualcosa in più, di quello che si è fatto nell’età precedente.
RILEGGIAMO INSIEME IL TESTO, vediamo che ha un altro sapore: ciascuno intervenga, se vuole, aggiungendo il senso acquisito nel parallelismo:
«In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: Io sono la vera vite, il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, (ogni trancio cioè che non sceglie di diventare discepolo) lo toglie, e ogni tralcio che porta frutto lo purifica, lo rende mondo (non lo pota), perché porti più frutto. Voi siete già mondi per la parola che vi ho annunciato. Dio ci rende mondi, attraverso la parola. Rimanete in me e io in voi, come il tralcio non può portar frutto da se stesso, perché il tralcio se gli manca la parola di Cristo dentro di lui non può diventare suo discepolo, perché non sa come imitarlo, e non sa come imparare la persona di Cristo. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in Lui fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla». E noi ovviamente qui pensiamo alla grazia preveniente e concomitante e conseguente nella vita del credente, come abbiamo imparato dai teologi: è tutto vero; ma la parola di Dio dice qualcosa di più preciso ed efficace: qualcosa oltre la verità, perché è vita, come un seme….
«Chi non rimane in me, viene gettato via come il tralcio, e si secca e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se voi siete capaci di incamminarvi verso la strada del discepolato e le mie parole restano dentro di voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, diventando miei discepoli».- A te la mia lode, Signore, nella grande assemblea: in noi tu continui ad operare ora “cose ancora più grandi”.
6°. Adoriamo il Signore Gesù: che c’insegna il vero rapporto con il Padre, e la preghiera efficace.
Sì, di tutto quello che abbiamo letto, c’è una cosa sola che va ancora chiarita: “CHIEDETE QUELLO CHE VOLETE E VI SARÀ DATO”. Noi potremmo chiedere di diventare miliardari, perché no! Ma, che cosa abbiamo detto fino ad ora: il vero grande frutto è essere discepoli. Allora, «Chiedete quello che volete», quale criterio sott’intende? SECONDO IL CRITERIO DI GESÙ.
Gesù chiede di essere risparmiato dalla morte, ma conclude la sua richiesta, dicendo: “Sia fatta la tua volontà”. Allora, quando il vangelo dice: “Chiedete quello che volete”, lo dobbiamo chiedere come discepoli, «come se fosse lui a chiedere», allora Dio ci ascolta. Allora impariamo a chiedere quello di cui abbiamo veramente bisogno. – A te la mia lode, Signore, nella grande assemblea, da te esaudita.
7°. Adoriamo il Signore Gesù: che in Paolo ci mostra come ci fa concretamente suoi discepoli.
La prima lettura ci presenta un «tralcio» unito a Cristo, purificato dalla sua Parola.
Paolo era già rabbino, conosceva benissimo l’Antico Testamento, ha l’esperienza mistica dell’incontro con Cristo; ma poi impara la povera materialità della Parola evangelica da Anania, che lo ha battezzato. Lui è uno di questi tralci, e quando uno è un tralcio vivo, ecco, come si comporta:
«Saulo, venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi con i discepoli, ma tutti aveva paura di lui, non credendo che fosse un discepolo», cioè, uno che aveva scelto di imitare Gesù Cristo fino in fondo. Uno che era stato scelto da Gesù, uno che aveva accettato di essergli amico, e uno che aveva accettato di non diventare mai più rabbino in vita sua. Non credevano che fosse tale.
«Allora Barnaba lo prese con se, lo presentò agli apostoli e raccontò loro come durante il viaggio aveva visto il Signore che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù». Noi qui abbiamo un complemento di modo che è molto importante, «con coraggio»; traduciamo: essere discepoli significa avere un po’ di coraggio. Chi non è cristiano, alcune volte non ci capisce, e di fronte a queste incomprensioni, noi rischiamo di sederci, e dire: basta, non ce la faccio. – Il discepolo è colui che ha coraggio.
«Così egli poté stare con loro e andava e veniva da Gerusalemme, parlando apertamente nel nome del Signore e parlava e discuteva con gli ebrei di lingua greca, ma questi tentarono di ucciderlo. Venutolo però a sapere i fratelli, lo condussero a Cesarea e lo fecero partire per Tarso». Perché Paolo non rimane a Gerusalemme? Lo facevano martire prima; invece di farsi uccidere dai romani a Roma, poteva farsi uccidere a Gerusalemme. Il martirio, non è cosa bella? Durante le persecuzioni, che l’impero romano ha compiuto contro i cristiani, c’è stato qualche esaltato che ha ragionato così: vado là, mi dichiaro cristiano, mi uccidono, e io divento martire; e la chiesa li ha scomunicati. Il martirio non va cercato, il martirio è un dono di Dio; tu, per quanto ti è possibile, scansalo; quindi, il coraggio non deve mai essere fanatismo. “Quando in una città vi perseguitano andatevene in un’altra”, dice il Signore.
«La chiesa era dunque in pace, per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria. Essa cresceva e camminava nel timore del Signore, colma del conforto dello Spirito Santo». Nella lettera ai Galati c’è un passo, dove vengono enunciati i doni dello Spirito (che non corrispondono ai sette doni che si trovano nel Proto Isaia, 11,2: in ebraico sono sei, e non sette; sono diventati sette per un errore di traduzione di s. Girolamo); e fra questi doni dello Spirito, che Paolo enumera nella lettera ai Galati, 5, c’è anche questa capacità di essere equilibrati, di vedere le cose in maniera sapiente; quindi, bisogna ricordarsi che dove c’è qualcosa di fanatico, non siamo nel discepolato cristianesimo. – A te la mia lode, Signore, nella grande assemblea dei tuoi discepoli.
8°. Adoriamo il Signore Gesù: più grande del nostro cuore, come il Capo è più grande d’un suo membro.
Seconda lettura. “Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità”, cioè, secondo Gesù Cristo. “Da questo conosceranno che siamo nati dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa”. Noi conosciamo di essere nati in Gesù Cristo, quando amiamo secondo il criterio di Gesù Cristo; e quando noi amiamo secondo questo criterio, anche se noi abbiamo una moltitudine di peccati, non dobbiamo aver paura, dice Giovanni, “perché Dio è più grande della nostra coscienza”. Pietro che era meno teologo di Giovanni, traduce questo pensiero in una forma molto più semplice; dice,: “L’amore copre una moltitudine di peccati” (1Pt 4,8). Vogliamo tradurre ancora: noi, quando abbiamo qualche peccato da farci perdonare, andiamo a confessarci. Il Nuovo Testamento dice, che non sempre è necessario. Quando tu ami, Dio ti perdona i tuoi peccati. S. Giacomo dice: guarda che se tu riesci a riportare sulla strada buona una persona, sei salvo, cioè, sei stato perdonato (cfr Gc5,20). Esistono tante forme di perdono da Dio; quello sacramentale è la strada principale, ma ci sono altre forme, per questo nella chiesa antica si facevano opere buone, pellegrinaggi, si creavano ospizi. Luoghi di sofferenza (case di Lazzaro), dove i cristiani vi si recavano volontariamente, come momento d’amore penitenziale. I becchini facevano il loro servizio come atto di carità, perché la carità è perdono.
“In questo conosceremo che siamo nati dalla verità, e davanti a Lui rassicureremo il nostro cuore qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa. Carissimi se il nostro cuore non ci rimprovera nulla abbiamo fiducia in Dio, e qualunque cosa chiediamo la riceviamo da Lui perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito”. Quali sono i comandamenti? Questo è il suo comandamento che crediamo verso la Persona del suo figlio Gesù Cristo, e ci amiamo gli uni gli altri secondo il precetto che ci ha dato”. Questi sono i due comandamenti. “Chi osserva i suoi comandamenti, dimora in Dio ed egli in lui”. Ritorna il tema che abbiamo appena visto nel vangelo: “Rimanete in me ed io in voi”; “voi in me e le mie parole in voi”. “Chi osserva i suoi comandamenti”; ma osservare i suoi comandamenti significa diventare suoi discepoli. “In questo conosciamo che Lui dimora in noi: dallo Spirito che ci ha dato”. Che cosa significa questo? Paolo risponde che, «nessuno può dire: “Gesù è Signore” se non sotto l’azione dello Spirito Santo» (1Cor 12,3): cioè, dentro di lui c’è lo Spirito, che lo spinge, l’aiuta e lo sostiene a fare questa confessione di fede. –
Il testo di Giovanni ci dà un criterio splendido, per riconoscere in noi lo Spirito; Giovanni dice: se il vostro modo di scegliere, di ragionare, tiene conto che Gesù Cristo è colui che deve avere l’ultima parola su di voi, questa è la prova che lo Spirito ci è stato dato, abita e opera in noi.
Giovanni ritorna al discorso precedente: se io accetto che Gesù Cristo sia il mio Kùrios, vuol dire che accetto di essere suo imitatore. Questo non significa dire sempre di sì, e a tutto: neanche alle cose buone.
C’è un episodio che di solito i predicatori non evidenziano mai: Due fratelli vanno da Gesù e dicono: Signore diventa arbitro, fra me e mio fratello per l’eredità di nostro padre (cfr Lc 12,13). – Gesù dice: per amore della pace, io vi dico “No”. – Ha piazzato un no solenne, ma doveva fare pure del bene? Non ha voluto, come non ha voluto guarire tutti i lebbrosi della Palestina; ne ha guariti solo alcuni. Perché il cristiano non può avere il delirio dell’onnipotenza; il cristiano fa quello che può, non di più; ma se c’è un bene che io vedo di poter fare, e non riesco a farlo, per tanti motivi: devo lasciarlo andare, perché l’imitazione di Cristo comporta in me anche questo senso di povertà: cioè, non riuscire a fare tutto il bene che vedo, per il limite delle forze, e delle capacità che mi ritrovo. – A te la mia lode, Signore, nella grande assemblea, delle membra del tuo corpo, che è la chiesa.
PREGHIAMO.
Grazie, Padre, per il tuo Figlio:
in lui tu ci hai inseriti come tralci nella vera vite. L’albero della croce è il segno visibile di quella vite, dalla quale viene a noi la linfa della salvezza. Gesù, “offrendo il suo corpo sulla croce, diede compimento ai sacrifici antichi, e donandosi per la nostra redenzione divenne altare, vittima e sacerdote (cf pref. pasquale V). Per questo dono di vita che ci viene dal sacrificio di Cristo, eleviamo a te, o Padre, il nostro inno di ringraziamento e di lode.
Ora, Padre, manda lo Spirito a perfezionare l’opera di Gesù e compiere ogni santificazione.
Gesù in mezzo a noi ci dona di amarci gli uni gli altri di vero amore, perché Cristo stesso opera in noi, e noi possiamo dire: “Annunziamo la tua morte, Signore; proclamiamo la tua risurrezione”.
In noi, Padre, si offre a te Gesù.
Stando in mezzo a noi, egli ci dona di amarci gli uni gli altri di vero amore. Così portiamo frutti di santità e di pace, come primizie dell’umanità nuova nel Cristo risorto.
Tutti, Padre: vivi, defunti, celebranti, accogli in Cristo.
Come primizie dell’umanità nuova in lui, noi passiamo dalla decadenza del peccato alla pienezza della vita, che cresce in noi mentre la chiediamo a te per tutti; come il tuo Figlio ha donato il suo corpo sulla croce, divenendo altare, vittima e sacerdote per tutti. Rimanendo nel tuo Figlio e rimanendo in noi le sue parole chiediamo la vita per tutti e siamo esauditi.
A te, Padre, ogni onore e gloria,
dall’umanità, discepola di Gesù, molto fruttuosa nel servizio reciproco. La chiesa attuale come quella delle origini, è in pace, cresce e cammina «nel timore del Signore, colma del conforto dello Spirito Santo» che la santifica e la rende “gloria di Dio”.
O Padre, che…; fa’ che… Per Cristo nostro Signore. Amen.
CONTEMPLIAMO GESÙ – LA VERA VITE:
prefigurata, sin dall’inizio, nella Creazione,
la vite, ben curata dal vignaiolo, partecipe della cura di Dio.
figurata, nella storia d’Israele, antica alleanza:
la vite è il popolo Israele scelto da Dio, amato, chiamato figlio di Dio, partecipe del suo regno.
compiuta, in Cristo Gesù, negli ultimi tempi:
unica vera vite, Gesù impersona ogni uomo, scelto, chiamato amico, sua parte ed eredità, suo discepolo, partecipe del regno eterno e glorioso, per sempre.
manifesta, nella chiesa, per lo Spirito effuso:
la vite, è la Chiesa di battezzati in Cristo, arricchiti di forza dal Padre, portano molto frutto.
completa, alla fine, nella gloria della Trinità:
la vite, è l’umanità passata dalla caducità del peccato alla pienezza di vita nuova in Gesù, capace di ridare vita nuova anche ai tralci rinsecchiti che ricorrono a lui, riconosciuto finalmente unico Redentore.
– O Padre, che ci fai membra del tuo unico Figlio, vera vite, perché portiamo molto frutto; fa che l’assemblea dei fedeli canti in eterno la tua lode. Per Cristo nostro Signore. Amen.
– Colletta Generale: “Padre, che ci hai donato il salvatore e lo Spirito Santo: adesso comprendiamo il perché di questi due doni: non c’è solo Gesù Cristo, c’è anche lo Spirito, perché senza lo Spirito noi non possiamo confessare «Gesù Cristo nostro Kùryos); guarda con benevolenza i tuoi figli di adozione, perché a tutti i credenti in Cristo sia data la vera libertà e l’eredità eterna”. La vera libertà è: se tu scegli che Cristo abbia l’ultima parola su di te, non sei più schiavo di nessuno; e di lui non sei schiavo: sei Amico, con parità di rapporto interpersonale.
– Anno B: O Dio che ci hai inseriti in Cristo, come tralci nella vera vite, – qualcosa di più uniti, ci hai «inseriti», felice allusione al battesimo, secondo la lettera ai romani (capitolo sei); donaci il tuo Spirito, perché, amandoci gli uni gli altri di sincero amore, diventiamo primizie di umanità nuova in Gesù Cristo (noi riproponiamo oggi, nella nostra povertà, quella umanità nuova che è la sua, e diventiamo primizie), “portando frutti di santità, cioè di pienezza di vita e di pace, di realizzazione per sé e per gli altri Amen”.
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Nota1.
La Parola di Dio, Proclamata in questa celebrazione, richiamata dall’antifona alla Comunione (cf T. Pasquale – Anno B – 5ª Domenica – 18/05/2003), e approfondita anche da altri testi eucologici (cf ad es. 14/05/2006), «attua ora» sacramentalmente in noi la redenzione, realizzata fin dall’evento pasquale della morte e risurrezione di Gesù il sette – nove Aprile del trenta d.C.
La Parola di Dio «attua ora sacramentalmente in noi la redenzione», perché lo stesso evento pasquale di duemila anni fa, con la sua efficacia, è in atto nella Parola «Proclamata» in quest’Eucaristia; la stessa «opera di Gesù» è in atto quindi in circostanze diverse: «storiche» di quel tempo in Israele, «sacramentali» (gesti e parole) ora nella sua Parola proclamata.
La Parola («Dabàr») è «Fatto e Parola» («Dabàr Javè» = «Fatto e Parola di Javè»); lo stesso «Fatto» storico della Pasqua di Gesù (che soffre, muore, trasmette lo Spirito, risorge) per opera dello Spirito Santo è presente in questa «Parola» proclamata nell’assemblea liturgica; anzi, «in previsione» della sua pasqua redentrice era già presente fin nel grembo di Maria.
Noi ora, come Maria, diciamo: “Sì”, con il cuore bendisposto nel celebrare. La redenzione, operata nei «misteri» (gesti e parole di Gesù nel rito), trasforma tutta la nostra vita. La Parola proclamata nella liturgia, cioè, lo stesso Gesù pasquale, ispira e attua i vari momenti della celebrazione e dell’esistenza in chi l’accoglie.
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Nota 2.
Domenica scorsa Gesù si è rivelato come il «pastore modello» (buon pastore). In questa domenica, con il testo di Gv 15,1-8, il Signore compie una seconda autorivelazione: egli è la vite. Accanto a questa si pone anche un’ulteriore rivelazione: il Padre è il vignaiolo. Tutt’e due le rivelazioni sono legate ai tralci. Questi o non sono parte della vite (e vengono gettati via) o sono parte della vite (e vengono potati = purificati).
Anche se non è possibile identificare questa immagine di Gesù con qualche testo antico testamentario preciso, è tuttavia evidente lo sfondo culturale e teologico. Nel mondo dell’Antico Testamento la vite aveva un valore altamente simbolico. La distruzione della vite era il segno più crudo per individuare una calamità disastrosa (cf. Sal 80,816; Ez 19,10-14). Viceversa, la presenza della vite e il suo frutto erano segno sia della benevolenza di Dio verso il suo popolo sia del futuro regno escatologico. In questa ottica l’affermazione di Gesù ha un valore che supera il solo rapporto con i suoi discepoli: egli velatamente afferma di essere l’anticipo nella storia delle realtà future (il Regno).
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Nota 3.
Nella vite ci sono tralci vivi produttivi e tralci morti improduttivi. Forse vale la pena sfumare certe interpretazioni legate all’identificazione del frutto con la semplice opera buona. Per la teologia giovannea credere, amare, osservare i comandamenti, compiere opere buone sono sfaccettature di una sola realtà: conoscere e accogliere il Figlio. Chi non porta frutto (non crede in Cristo) non è considerato vivo e perciò il Padre lo taglia e lo getta nel fuoco (v. 6). Chi è il discepolo che si separa da Cristo? Stando alla teologia giovannea sembra che si tratti dell’apostata e di colui che commette il peccato per la morte (cf. 1Gv 5,16).
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Nota 4.
Chi porta frutto (crede in Cristo e ama secondo Cristo: cf. seconda lettura, 1Gv 3,18-24) viene potato dal Padre. In greco c’è il verbo kathàirei. Significa «rendere mondo», «far crescere e purificare» (cf. Cirillo di Alessandria, Giovanni Crisostomo) oppure «pulirli dalla pula o dalle erbacce» (alcuni esegeti contemporanei)? Il testo biblico sembra voglia indicare con la potatura (= rendere mondi) il dono della Parola ai discepoli (cf. v.3).
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Nota 5.
L’unione tralcio-vite (discepolo-Gesù) nasce dalla convergenza di due elementi: la Parola annunciata da Cristo-vite (v. 3); deve rimanere nei discepoli-tralci (v. 7). La Parola di salvezza raggiunge l’uomo. Costui è chiamato a prendere una decisione in favore di Cristo il quale, a sua volta, risponde con una fedeltà non esteriore, ma intrinseca e interiore («rimanete in me e io in voi»: v. 4). La parola di Cristo, infatti, non è solo il messaggio concettuale, ma la parola di Gesù contiene «spirito e vita» (cf. Gv 6,6).
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Nota 6.
L’obiettivo del «rimanere» in Cristo è apparentemente duplice: portare molto frutto; e diventare discepoli di Cristo. Di fatto si tratta di una endiadi: il rimanere in Cristo, porta il frutto del discepolato. Riassumendo: questo obiettivo si chiama «glorificare il Padre», ovvero vivere in modo tale da poter confessare, come Paolo, «in me vive Cristo». In questo caso, il discepolo è una cosa sola con Cristo, come Cristo con il Padre. Partendo da questo mistero sono comprensibili la partecipazione e l’appartenenza del credente alla Chiesa (cf. la prima lettura: At 9,26-31).
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condividiamo (cfr neretto) la preghiera della Chiesa (cfr colori).