10-05-2009 Pasquale-B-dom5

10/05/2009 – T. PASQUALE – ANNO B – 5 DOMENICA – 2009

Preparazione alla celebrazione della messa.

5ª DOMENICA DI PASQUA.
Anno B – 10 Maggio 2009

Ci Raccogliamo
davanti al Signore Gesù, Dio fatto uomo, che si dona, muore, risorge, trasmette lo Spirito (Nota 1).
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo. Amen.
Ascolta, Israele: io sono il Signore Dio tuo…! (Ascolta N. [tuo nome]; ascolta, Chiesa che sei in.. [nomi di parrocchie, comunità, famiglie. Le presentiamo al Padre come membra di Gesù che vive presentandogli tutta l’umanità. Gli presentiamo in Cristo anche singole persone: ascolta N. [nome d’una persona]. E tutti, con disponibilità, accogliamo la nostra esistenza quotidiana in Cristo, dicendo):
Eccomi, Signore, aiuta tutti, come ora aiuti noi ad ascoltarti.

Leggiamo
il formulario liturgico della messa corrispondente, da Ingresso a Dopocomun. Cogliamo una parola, la contestualizziamo «rileggendo» (cfr sotto), e la ripetiamo al ricordo del Signore.

Testo.

Antifona d’ingresso.
Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto prodigi; a tutti i popoli ha rivelato la salvezza. Alleluia. (Sal 98,1-2).

Colletta.
O Padre, che ci hai donato il Salvatore e lo Spirito Santo, guarda con benevolenza i tuoi figli di adozione, perché a tutti i credenti in Cristo sia data la vera libertà e l’eredità eterna. Per…
Oppure:
O Dio, che ci hai inseriti in Cristo come tralci nella vera vite, donaci il tuo Spirito, perché, amandoci gli uni gli altri di sincero amore, diventiamo primizie di umanità nuova e portiamo frutti di santità e di pace. Per il nostro Signore Gesù Cristo… .

PRIMA LETTURA. (At 9,26-31).
Bàrnaba raccontò agli apostoli come durante il viaggio Paolo aveva visto il Signore.
Dagli Atti degli Apostoli
In quei giorni, Saulo, venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi ai discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo che fosse un discepolo. Allora Bàrnaba lo prese con sé, lo ondusse dagli apostoli e raccontò loro come, durante il viaggio, aveva visto il Signore che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù. Così egli poté stare con loro e andava e veniva in Gerusalemme, predicando apertamente nel nome del Signore. Parlava e discuteva con quelli di lingua greca; ma questi tentavano di ucciderlo. Quando vennero a saperlo, i fratelli lo condussero a Cesarèa e lo fecero partire per Tarso.
La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samarìa: si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero. Parola di Dio.

SALMO RESPONSORIALE.
(Sal 21)
Rit: A te la mia lode, Signore, nella grande assemblea.

Scioglierò i miei voti davanti ai suoi fedeli. I poveri mangeranno e saranno saziati, loderanno il Signore quanti lo cercano; il vostro cuore viva per sempre! R/
Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra; davanti a te si prostreranno tutte le famiglie dei popoli. R/
A lui solo si prostreranno quanti dormono sotto terra, davanti a lui si curveranno quanti discendono nella polvere. R/
Ma io vivrò per lui, lo servirà la mia discendenza. Si parlerà del Signore alla generazione che viene; annunceranno la sua giustizia; al popolo che nascerà diranno: «Ecco l’opera del Signore!». R/.

SECONDA LETTURA.
(1Gv 3,18-24)
Questo è il suo comandamento: che crediamo e amiamo.
Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo
“Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità. In questo conosceremo che siamo dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa.
Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio, e qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito.
Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui. In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato. Parola di Dio.

Canto al Vangelo.
(Gv 15,4.5)
Alleluia, alleluia.
Rimanete in me e io in voi, dice il Signore, chi rimane in me porta molto frutto. Alleluia.

VANGELO.
(Gv 15,1-8)
Chi rimane in me ed io in lui fa molto frutto.
Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 1«Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. 2Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. 3Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
4Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. 5Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 6Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
7Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. 8In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli». Parola del Signore.

Preghiera sulle offerte.
O Dio, che in questo scambio di doni ci fai partecipare alla comunione con te, unico e sommo bene, concedi che la luce della tua verità sia testimoniata dalla nostra vita. Per Cristo nostro Signore.

PREFAZIO PASQUALE V
Cristo sacerdote e vittima.
È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, proclamare sempre la tua gloria, o Signore, e soprattutto esaltarti in questo tempo nel quale Cristo, nostra Pasqua, si è immolato.
Offrendo il suo corpo sulla croce, diede compimento ai sacrifici antichi, e donandosi per la nostra redenzione divenne altare, vittima e sacerdote.
Per questo mistero, nella pienezza della gioia pasquale, l’umanità esulta su tutta la terra, con l’assemblea degli angeli e dei santi canta l’inno della tua gloria: Santo…

Antifona di comunione.
“Io sono la vera vite e voi i tralci”, dice il Signore; “chi rimane in me e io in lui, porta molto frutto”. Alleluia (Gv 15,1.5).

Preghiera dopo la comunione.
Assisti, Signore il tuo popolo, che hai colmato della grazia di questi santi misteri, e fa’ che passiamo dalla decadenza del peccato alla pienezza della vita nuova. Per Cristo nostro Signore. Amen.

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Rileggiamo
i testi, cominciando dal vangelo (cfr PNLMR):
adorando, pregando e contemplando Gesù, presente.

STRUTTURA del vangelo della quinta domenica (Gv 15,1-8) di Pasqua. È caratterizzato dalla ripetizione dell’espressione: «lo sono la vera vite» (v. 1), e «lo sono la vite» (v. 5). Questa ripetizione divide il brano in due parti. Nella prima parte c’è il rapporto Gesù – Padre: “Io sono la vite, il Padre mio è il vignaiolo”; nella seconda parte c’è il rapporto Gesù – discepoli: “Io sono la vite (Gesù), voi i tralci”. il testo si divide in due parti, A – B.
Ma si può notare qualcosa di più; al v. 4 della 1ª strofa A, troviamo, infatti: “Rimanete in me ed io in voi”, A¹. Questo stesso tema ritorna al v. 7 della 2ª strofa. Dice così: “Rimanete in me, e le mie parole rimangono in voi”, B¹.
Allora il testo, non si divide in due parti, ma in 4: “Io sono la vite e il padre mio è il vignaiolo (A); rimanete in me e io voi (A¹). “Io sono la vite voi i tralci”, riprende il tema di A, lo chiamiamo A¹. Il v. 7: “Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi”, riprende il tema di B; lo chiamiamo B¹. Allora abbiamo una sequenza strutturale A, B, A¹, B¹, e si chiama STRUTTURA PARALLELISTICA. Quando un testo biblico è scritto in questa maniera: 1 – 2 , 1¹ – 2¹, vuol dire che i due pezzettini che si chiamano con lo stesso numero, 1, vanno letti insieme, cioè vanno capiti uno con l’altro; e i due pezzettini, che si chiamano, 2, vanno letti insieme, a loro volta, e vanno capiti uno con l’altro; quindi non è un capriccio spendere un po’ di tempo per vedere come è fatto il testo, perché una volta che abbiamo capito come è fatto, lo sappiamo leggere meglio. Allora, COME VA LETTO QUESTO TESTO? Essendo fatto di due grandi strofe, leggo la prima strofa come un’unità di due parti che dialogano fra loro, 1, 2; quando non si riesce a capire qualcosa, si chiede aiuto alle parti corrispondenti dell’altra strofa, 1¹,2¹.

“Io sono la Vite”, dice il Signore: “Voi i tralci”.

Adoriamo

Il Signore Gesù: Parola del Padre, che ci fa ricchi di vita.
Prima strofa, prima parte: “Ogni tralcio che in me non porta frutto, il vignaiolo lo toglie (nota 3) e ogni tralcio che porta frutto, lo pota” (nota 4).
In greco non c’è il verbo «POTARE», ma il verbo: kathaìrei» che vuol dire «purificare». E’ importante perché, se andiamo al versetto 3, si dice una frase che prende significato, comprendendo bene quel verbo. Il versetto 3 dice, voi siete già mondi (puri, katharoì) per la parola che Dio ha annunziato. Allora,
LA DOMANDA è, che cosa significa potare? La potatura non sono quei momenti di difficoltà e di sofferenza che Dio ci fa vivere nella vita. No! Proviamo a stare dentro al testo: perché i discepoli sono già puri? Per la parola. Allora, il Padre, come rende puri i tralci? Cosa vuol dire questa potatura? E’ il dono della parola a coloro che saranno discepoli di Gesù dopo la prima generazione cristiana, perché dice: voi (i discepoli di Gesù) non avete bisogno di questo intervento del Padre, perché “voi siete già puri per la parola che avete ascoltato”. Sarà compito del Padre rendere puri (stranamente tradotto in italiano con potare!), sempre secondo questo criterio, che è la parola di Gesù.
Chiarito questo problema, domandiamo al testo: QUANTI TIPI DI TRALCI esistono? Non esiste il tralcio vivo che non porta frutto. Esiste il tralcio vivo, che porta frutto, e il tralcio secco. Chi va ad aggiustare la vite, trova questa realtà: tralci vivi non fruttiferi, tralci vivi fruttiferi, e tralci secchi. Di fatto, nell’esempio portato da Gesù esistono solo due tipi di tralci: quelli che portano frutto e quelli che non portano frutto. Quelli che non portano frutto vengono gettati via, quelli che portano frutto vengono PURIFICATI DALLA PAROLA. Questo è il concetto. Se non fosse così, il v. 3 sarebbe un pleonasmo, cioè, non servirebbe a niente. Il v. 3, invece, chiarisce che cosa significa purificare. (Non è la sofferenza che purifica. Non sempre la potatura fa bene! Quella lettura che normalmente si fa, dicendo che la potatura porta frutto, vale la pena potarla. Potrà essere utile come riflessione spirituale, ma non come spiegazione di questo testo). Questo testo dice semplicemente: «noi veniamo resi puri da Dio per mezzo della sua Parola».
Allora, la domanda è: che cosa significa ESSERE PURI, MONDI? Nel mondo biblico le parole «puro e mondo» si oppongono a «profano e morto». Quindi puro e mondo significa: «pieno di vita». Il Padre ci dona quella vita che ci è mancante, e ce la dona per mezzo della Parola. Nel mondo orientale, dunque, mondo e puro non sono il pulito, ma è «il PIENO DI VITA». Adesso il discorso ci diventa di una chiarezza straordinaria. Proviamo a rileggere il testo: “Io sono la vera vita e il Padre mio è il vignaiolo, ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie, e ogni tralcio che porta frutto, lo purifica, lo rende puro (ricco di vita), perché porti più frutto. Voi siete già mondi = già ricchi di vita, per la parola che vi ho annunziato”. Questa prima parte della prima strofa, A, l’abbiamo capita con la precisazione del verbo «potare» = purificare, come al v. 3. – A te la mia lode, Signore, nella grande assemblea degli arricchiti di vita da te.

Il Signore Gesù: presente in noi per le sue parole che «rimangono» in noi.
Continuiamo a leggere l’altra parte della prima strofa, che dice. “Rimanete in me, e io in voi”. Abbiamo scoperto che questa frase apre un altro tema, quello di «rimanere in Cristo, e Cristo in noi». COME si faccia a rimanere in Gesù, e come faccia Gesù a rimanere in noi, ancora NON LO SAPPIAMO. PROSEGUIAMO: “Come il tralcio non può far frutto da se stesso, se non rimane nella vite, così anche voi, se non rimanete in me”. (Notiamo, fra l’altro, come lo stesso v. 4 comincia, dicendo: “rimanete in me”, e finisce, dicendo: “se non «rimanete in me»”, facendo ulteriore inclusione; ma non complichiamo le cose. Per ora, stiamo all’essenziale). Rileviamo il PARAGONE CENTRALE: “Come il tralcio non può portare frutto da se stesso, così neanche voi”. Qui il problema è semplice: il tralcio porta frutto, se resta unito alla vite, cioè: “Se rimanete in me”. Questo è il messaggio. La nostra domanda, però, è: che COSA SIGNIFICA, CRISTO RIMANE IN ME, e io in Lui, che è la prima parte della frase B? Chiediamo aiuto alla parte rispettiva. Se questa è B, andiamo a visitare B¹; cioè facciamo un salto nella seconda parte della seconda strofa, v.7, dove leggiamo: “Se rimanete in me, e le mie parole rimangono in voi”. Confrontiamo. Prima ha detto: “Rimanete in me, e io in voi”. Ora dice: “Se rimanete in me, e le mie parole rimangono in voi”. C’è ora in più la frase: “e LE MIE PAROLE RIMANGONO in voi”. Non sappiamo ancora il significato della prima parte delle due frasi: “Rimanete in me”, v. 4, e “Se rimanete in me”, v. 7; per il momento non sappiamo che cosa significhi questo; ma abbiamo imparato che cosa significa: “e io in voi”, del v. 4, precisato da: “se «le mie parole» rimangono in voi”. Ora cominciamo a capire cosa significa: «Cristo in noi». Ce lo fa capire la frase: “Se le mie parole rimangono in voi”. Fuori testo, ecco due constatazioni:
1ª. «Cristo in noi», non è il sentimento che noi abbiamo verso di Lui, ma sono «le sue parole»; diciamo, allora, che la Parola di Dio dovrebbe risuonare continuamente dentro di noi: dovremmo vedere le cose, parlare, ragionare, imparare a sentire la realtà con Cristo, CON LA PAROLA di Dio; e Cristo sarà in noi.
2°. Comprendiamo che «la Bibbia» non è uno dei libri della spiritualità religiosa; «BIBBIA È IL LIBRO della spiritualità cristiana», perché «se le parole di Lui non restano in noi», Lui non è in noi! (cfr anche la presenza di Cristo nella liturgia, Sacrosanctum Concilium, 7. Nota bene: fino a Güttenberg, cioè fino all’invenzione della stampa, per Bibbia s’intendeva la parola pregata nell’assemblea liturgica). – A te la mia lode, Signore, nella grande assemblea, riunita per le tue parole.

Il Signore Gesù: ci fa «rimanere in lui», ci fa diventare suoi discepoli.
Rimane da spiegare la prima parte di questo versetto 7: “Se rimanete in me”. Cosa vuol dire: «RIMANERE IN LUI»? Abbiamo capito come lui rimane in noi: mediante la parola; ma noi, come rimaniamo in lui? Andiamo ancora a consultare l’aiuto, B¹, corrispettivo di B; continuiamo a leggere cioè la seconda parte della seconda strofa: “Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio, che portiate molto frutto, e diventiate miei discepoli”. “Chiedere”, “glorificare”, “portar frutto”, “essere discepoli”. Cominciamo da “discepoli”.
«PORTARE FRUTTO», «DIVENTARE SUOI DISCEPOLI»: due frasi, paratattiche, affiancate, sullo stesso livello. La costruzione grammaticale è classica del mondo orientale: «…che portiate molto frutto», «e (congiunzione) diventiate miei discepoli». Esprimendoci all’occidentale, dobbiamo dire: «che portiate frutto, diventando miei discepoli»; facendo una principale: «portiate», e una secondaria: «diventando»; in oriente invece fanno tutte e due le frasi principali: «che portiate e diventiate». In ogni caso, il «portare frutto» è «diventare suoi discepoli». Ma,
CHI DIVENTA DISCEPOLO di Cristo»? Se riusciamo a risolvere questo problema, molte cose di questo brano ci diventano chiare. Questo problema «lo risolviamo, tenendo presente tutto il vangelo di Giovanni, in particolare i discorsi dell’ultima cena» (Gv 13-18), da dove è tratto il nostro brano (è possibile a tutti tener presente la Bibbia, leggendo il messalino quotidiano. Voi lo constate, perché, dopo aver letto, è sufficiente richiamare qualche frase, e voi subito dite: aaah, sì! Proviamo). È discepolo di Gesù:
1°. È SCELTO. Nei discorsi dell’ultima cena, Gesù ha chiarito molto bene chi è il discepolo: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi”. Il discepolo dei Rabbini si sceglie il proprio Rabbino; quindi è il discepolo che sceglie il maestro. Per il Rabbino Gesù, le cose sono all’opposto: a lui non interessa essere scelto; è lui che sceglie i suoi discepoli! Se noi oggi ci troviamo ad essere discepoli suoi, vuol dire, che in qualche maniera è stato lui a sceglierci. Gesù, che ci sceglie, ci fa amici suoi.
2°. È FATTO «AMICO». Gesù continua dicendo: “Non vi chiamo più servi, ma amici”. E’ strano, perché il discepolo del Rabbino entra in casa del Rabbino, come «servo» del Rabbino. Gesù dice: no! Il mio discepolato ha un’altra fisionomia, colui che io scelgo «non è mio servo», ma è mio «amico»; non è un rapporto tra superiore (padrone) e inferiore (servo). Gesù vuole RAPPORTI PARITARI. Per noi è un po’ difficile, perché noi siamo qui in basso, e lui è lì sopra! Tutta la nostra educazione ci ha mostrato un Cristo che è un passo sopra di noi. Invece Gesù, nel rapporto interpersonale, vuole una parità: “Non vi chiamo più servi, ma amici”. Da Persona a Persona, oltre la dottrina e la teologia.
3°. IMPARA LA PERSONA «GESÙ». Il terzo elemento è interessante. Il discepolo dei Rabbini insegna ciò che ha imparato dal Rabbino: le idee teologiche. Gesù, invece, ha sempre accompagnato le sue idee teologiche più forti con un esempio, dicendo: guardate me.
A) A) “Beati i miti”; “Imparate da me che SONO MITE e umile di cuore”.
B) L’amore è il fondamento d’ogni morale cristiana. “Amatevi gli uni gli altri COME IO ho amato voi”. C) Gesù, alla fine della vita, quasi in maniera riassuntiva, non solo perché ha lavato i piedi ai discepoli, ma perché è vissuto in un certo modo, dice: “Vi ho dato l’esempio, perché COME HO FATTO IO facciate anche voi”. IL DISCEPOLO È CHIAMATO AD IMPARARE «IL MAESTRO», «la sua persona»; non le sue idee. Ma questo è possibile solo, se le sue parole rimangono in noi. SE ABBIAMO LE SUE PAROLE IN NOI. Solo con le sue parole, e mediante le sue parole, è possibile apprendere il Maestro Gesù. Riprendendo il testo del vangelo che si sta commentando, ci chiediamo: perché è importante che le «parole di Gesù siano in noi»? Perché altrimenti come possiamo «imparare il maestro», «vivere il maestro»? (cfr studi sulla «comunicazione = travaso» dei sentimenti, da chi segue un bambino, per es., al bambino stesso; non si sa ancora esattamente come questo avvenga; di certo, le parole di Gesù sono efficaci). Se le sue parole non sono in noi, noi non sapremmo da chi andare per farci spiegare «chi è, come pensa, come si rapporta con la realtà, con gli uomini, con Dio…». Se abbiamo le sue parole in noi, «sappiamo» il maestro, e sperimentiamo che ci rende in grado di agire come lui; se non abbiamo le sue parole in noi, sapremo tante cose, ma non LUI.
4°. GESÙ, UNICO MAESTRO. C’è un quarto elemento del discepolato. Gesù nel vangelo di Matteo dice: “Non fatevi chiamare «maestro. Uno solo è il vostro maestro», voi tutti, «scolari» per sempre. Dunque il «portare molto frutto» è «diventare discepoli», vivendo queste quattro dimensioni: consapevolezza di essere scelti da lui, di dialogare con lui in un atteggiamento di amicizia: “Non vi chiamo più servi ma amici”, «imparare lui» e non i suoi concetti (a Gesù Cristo non può interessare tanto le sue idee, perché abbiamo visto come le idee fondanti del cristianesimo siano sempre rapportate alla sua persona; s’impara quindi la «persona di Gesù» non il suo pensiero. Sempre discepoli di Gesù come Maria. – A te la mia lode, Signore, nella grande assemblea dei tuoi discepoli.

Il Signore Gesù: rimanendo in noi con le sue parole, ci fa suoi discepoli, e noi rimaniamo in lui, ed egli agisce tramite noi.

«RIMANERE IN LUI: adesso intuiamo che cosa significa. LUI OPERA ATTRAVERSO DI NOI: le sue parole rimangono in noi, e ci fanno rimanere in lui, e fanno in modo che «lui possa parlare attraverso di noi, agire attraverso di noi, pensare attraverso di noi, toccare il bisogno degli altri attraverso di noi»; perché, se io sono suo discepolo, con l’obbiettivo, non d’imparare le sue idee, ma la sua persona; è chiaro che ciò che ne deriva non è il pensiero di Gesù; ma «rimanere in lui», e ciò che mi deriva nella vita, è L’ESSERE IL PIÙ POSSIBILE «COME LUI». Questo è «il mio rimanere in Lui». Invece «il suo rimanere in me» sono tutte le sue parole, nella Bibbia, che io continuamente faccio mie, rifletto, covo, tengo al caldo, come Maria; e mi ritrovo a tradurle nella vita: non per esser santo, ma per essere come lui. Gesù dice una sola volta: “Siate perfetti, come è perfetto il Padre mio”, poi non lo dice più; ma dice continuamente: “Siate come me”.
Abbiamo spiegato la prima parte della prima strofa: la parola del Padre ci fa ricchi di vita.
La seconda parte della prima strofa: Gesù rimane in noi mediante le sue parole, ascoltate e custodite.
L’ultima parte della seconda strofa: Gesù ci fa diventare suoi discepoli, e noi rimaniamo in lui, ed egli agisce tramite noi, perché noi diventiamo come lui. – A te la mia lode, Signore, nella grande assemblea, che tu hai fatto a sua immagine, perché ciascuno diventi come lui.

Il Signore Gesù: senza di lui non possiamo far nulla.
“Io sono la vite voi i tralci, chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché “SENZA DI ME NON POTETE FAR NULLA”. Ci mancava questa frase, inizio della seconda strofa.
Arrivati alla fine, ora possiamo tornare indietro, e vedere come questa frase ci è chiara. Ci è chiaro che senza di lui non possiamo far nulla, perché, se IL FRUTTO, che dobbiamo portare, È ESSERE DISCEPOLI, ed essere discepoli implica fondamentalmente IMITARE LUI, è ovvio che senza di Lui non possiamo imitarlo. Come potremmo imitarlo senza conoscerlo?! SE LUI NON È IN NOI, con la sua Parola, NOI NON POSSIAMO IMITARLO, quindi senza di lui non possiamo far niente.
“RIMANERE IN LUI, adesso sappiamo che cosa significa: compiere questo percorso d’imitazione, cioè, fare in modo che nella storia i sentimenti, gli atteggiamenti, le scelte di Gesù continuino a vivere attraverso di noi. E non c’è altra scelta. Dio si aspetta una libera adesione, con il suo aiuto. Fare liberamente ciò che dobbiamo fare. Chi non rimane in me, significa chi non intraprende questa via, questa scelta del discepolato, viene gettato via come il tralcio, abbiamo rilevato fin dall’inizio che ci sono due tipi di tralci: secchi, e vengono gettati via; ecco qui torna: e si secca e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. (dimostrazione dell’inferno?). E’ semplice «dichiarazione d’inutilità», cioè chi non sceglie di essere discepolo di Gesù, CHI NON FA LA SCELTA DI IMITARE CRISTO. Sarebbe il terzo passaggio: noi siamo SCELTI da lui, siamo AMICI suoi, IMPARIAMO LUI, rimarremo SEMPRE DISCEPOLI. UN CRISTIANO CHE NON FA QUESTA SCELTA, che non è consapevole di questa scelta, NON SERVE esattamente A NIENTE,. Leggiamo bene il testo, torniamo all’ultimo versetto: “In questo è glorificato il Padre mio, che portiate molto frutto e che diventiate mie discepoli”. “Quindi siamo TUTTI IN UNA GRANDE PROCESSIONE, che stiamo camminando VERSO IL DISCEPOLATO. Noi abbiamo una vita intera per diventare cristiani, non per esserlo, chi presume di esserlo, non ha neanche incominciato a camminare per questa strada. Diventare discepoli, ricordiamoci significa essere come lui, chi è oggi così presuntuoso da dire io sono come lui? Nessuno, e allora stiamo diventando discepoli, tutta la vita. Capite che cosa significa umiltà, non è una cosa che ci fa diventare con il muso lungo, ma ci fa anche sorridere e dire: meno male. Siamo TUTTA GENTE IN CAMMINO, in questa fase progredente, in questa capacità che ogni età porta in più, di quello che abbiamo fatto nell’età precedente.
LEGGIAMO IL TESTO, HA UN ALTRO SAPORE: (ciascuno intervenga se vuole). In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: Io sono la vera vite, il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, (ogni trancio cioè che non sceglie di diventare discepolo) lo toglie, e ogni tralcio che porta frutto lo purifica, lo rende mondo (non lo pota), perché porti più frutto. Voi siete già mondi per la parola che vi ho annunciato. Dio ci rende mondi, attraverso la parola. Rimanete in me e io in voi, come il tralcio non può portar frutto da se stesso, perché il tralcio se gli manca la parola di Cristo dentro di lui non può diventare suo discepolo, perché non sa come imitarlo e non sa come imparare la persona di Cristo. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, coi i tralci chi rimane in me e io in Lui fa molto frutto perché senza di me non potete far nulla, e noi ovviamente qui pensiamo alla grazia preveniente e concomitante nella vita del credente.
Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se voi siete capaci di incamminarvi verso la strada del discepolato e le mie parole restano dentro di voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato, in questo glorificate il Padre mio, che portiate molto diventando miei discepoli.
CHIEDETE QUELLO CHE VOLETE E VI SARÀ DATO. Di tutto quello che abbiamo letto c’è una cosa sola che va ancora chiarita. Noi potremmo chiedere di diventare miliardari, perché no? Che cosa abbiamo detto fino adesso, il vero grande frutto è essere discepoli. CHIEDETE quello che volete, secondo quale criterio? SECONDO IL CRITERIO DI GESÙ, allora Gesù chiede di essere risparmiato dalla morte, ma conclude questa richiesta dicendo SIA FATTA LA TUA VOLONTÀ. Allora quando il vangelo dice: chiedete quello che volete, lo dobbiamo chiedere come discepoli, COME SE FOSSE LUI A CHIEDERE, allora Dio ci ascolta. Allora impariamo a chiedere quello di cui abbiamo veramente bisogno.