10-10-2009-Ordinario-B-dom28

10/10/2009 – T. ORDINARIO – ANNO B – DOMENICA 28 – 2009

Preparazione alla celebrazione della messa.

28ª DOMENICA TEMPO ORDINARIO.
Anno B – 11 Ottobre 2009

Ci Raccogliamo
davanti al Signore Gesù, che si dona, muore, risorge, trasmette lo Spirito: ci fa suoi tralci con il Battesimo, la Cresima, l’Eucaristia (Nota 1). Rinnoviamo la nostra piena adesione a lui con il segno della croce. Nel nome Bdel Padre e del Figlio e dello Spirito santo. Amen. Gesù dice:
“Ascolta, Israele: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore; e il prossimo come te stesso”.
Dio parla a noi tramite noi stessi come nella celebrazione liturgica. Diciamo: “Ascolta, N.” [tuo nome]; “Ascolta, Chiesa che sei in..” [nomi di famiglie, parrocchie, comunità, singole persone]. Ci presentiamo al Padre in loro nome come membra di Gesù che “sta alla destra di Dio e intercede per noi” (Rom 8,34), presentandogli ciascuna persona e tutta l’umanità in se stesso. Con Paolo diciamo: “Sono lieto di dare compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24); e con disponibilità, accogliamo la nostra esistenza quotidiana in Cristo, ripetendo con Gesù e Maria): Eccomi, Signore! Aiuta tutti, come ora aiuti noi ad ascoltarti.

Leggiamo
il formulario liturgico della messa corrispondente, da Ingresso a Dopocomunione, secondo le disposizioni della chiesa (nota 2). Cogliamo una parola da contestualizzare (vedi: «Rileggiamo») e da ripetere: “N.,…”, appena il Signore si annunzia (= ci viene in mente) durante la giornata.

Rileggiamo
i testi, cominciando dal vangelo, dove Gesù si rivela Buona Notizia, parlando della sua e nostra pasqua che celebriamo; dove si rivela “Compimento” delle promesse della prima lettura; e “Fondamento” della sua comunità, la chiesa, nella seconda lettura (vedi Principi e Norme per l’uso del Lezionario e del Messale Romano). Rileggiamo vangelo e I-II lettura in rapporto al vangelo, ascoltando, adorando, pregando, contemplando Gesù Risorto, presente fra noi.

Il VANGELO (Mc 10,17-30).
Struttura.
Testo evangelico e testo evangelico-liturgico (Mc 10,17-30) coincidono, fatto salvo il solito incipit liturgico: “In quel tempo”. Ogni “detto» e «fatto» di Gesù, dopo la confessione di Pietro e la prima profezia della passione-risurrezione di Gesù, va inquadrato – secondo la teologia di Marco – nel cammino «pasquale» di Gesù verso Gerusalemme.
Il Lezionario ha preferito fare una scelta diversa. Ogni «detto» e «fatto» di Gesù sono una realtà in sé «assoluta», da collocarsi all’interno della celebrazione, che è sempre celebrazione del mistero pasquale. Ogni «detto» e «fatto» di Gesù, quindi, ha come «contesto» o, se si vuole adoperare un’espressione meno classica, come «orizzonte interpretativo», il mistero pasquale celebrato. Ciò permette al Lezionario di giocare, togliendo o lasciando dei brani, con gli elementi redazionali di Marco sul cammino «pasquale» di Gesù verso Gerusalemme, e prelevare per la celebrazione un singolo brano, come oggi.
Mc 10,17-30 è composto da tre pericopi, letterariamente distinte, ma tematicamente congiunte: la vocazione dell’uomo ricco (Mc 10,17-22), il pericolo delle ricchezze (Mc 10,23-27) e la ricompensa per la preferenza della sequela di Gesù alle ricchezze (Mc 10,28-30).

La prima lettura (Sap 7,7-11) presenta la Sapienza come profezia realizzata in Gesù nel vangelo.
La seconda lettura (Eb 4,12-13) presenta Gesù, Parola che opera efficacemente ciò che dice.

Tematica.
Il discepolo di Gesù sa che la sua scelta per Dio viene continuamente messa alla prova. Esiste una realtà che ha una forza potentissima di attrazione, ma che non possiede la stessa logica di Dio. Si tratta delle «ricchezze». Nel mondo biblico con il termine «ricchezze» s’intende indicare i beni materiali, e tutte quelle sicurezze che vengono dal mondo della cultura, dal mondo affettivo, e, oggi, da tutto il bagaglio delle osservanze religiose, (Mc 10,17-30).
Riformulare la scelta per Dio non significa che il credente deve essere indigente, ignorante e svuotato del suo mondo affettivo, incurante dell’osservanza della Legge; ma che deve diventare continuamente «libero e povero» (cf. la Colletta particolare), capace cioè di preferire una persona divina, Gesù, e seguirlo, sottovalutando di fronte a Cristo, unica vera ricchezza, ogni realtà, ogni creatura, servendosi di tutto, senza diventarne servo, schiavo, perché è tutt’uno solo con Cristo.
Il vangelo indica così il criterio fondamentale con cui il discepolo gestisce la propria scelta: prima la sequela di Cristo, poi tutto ciò che si armonizza con essa, rinunciando a quello che è disarmonico o, addirittura, contrapposto ad essa. Per fare questa scelta e perseverarvi è necessario il dono dello Spirito che viene da Dio, capace di dare lo «splendore che non tramonta mai» (Sap 7,7-11; 1ª let ).

I testi eucologici guidano la celebrazione: «Ascoltando», «Preghando», «Contemplando» la Parola.

Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: “Una cosa sola ti manca:
“Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!”.

Saziaci, Signore, con il tuo amore: gioiremo per sempre.

ASCOLTIAMO E ADORIAMO.
1. Ti adoriamo, Signore Gesù: vero Dio «l’unico buono», fatto «Via» che porta alla «Vita».
Vocazione dell’uomo ricco, (Mc 10,17-22), episodio ben circoscritto da un arrivo (10,17: «Un tale gli corse incontro») e da un allontanarsi (10,22: «Se ne andò»).
«Mentre Gesù andava». Non è la traduzione del vangelo di Marco, che invece ha: «Essendo egli uscito» (Ekporeuomènoû autoû), collegandosi all’accaduto precedente. Traducendo «Mentre Gesù andava», il Lezionario separa invece il testo del vangelo della messa da tutto il precedente di Marco. Gesù, «mentre andava», si rivela subito «Via» in atto, che si muove incontro a ciascuna persona, a noi, rappresentati dal «tale» (significato simbolico della «strada» diventa realtà in Gesù). Questa è una particolarità importante. Marco è cosciente di cose importanti del genere. Altrove avverte il destinatario del suo scritto evangelico: “Chi legge, capisca” (Mc 13,14), per spiegarlo alla comunità. Il destinatario del brano evangelico liturgico oggi è la guida ecclesiastica, che deve saper avvertire il senso profondo delle parole, per trasmetterlo all’assemblea celebrante (nota 5). «Il tale» è attirato da Gesù che si fa incontrare. Dai gesti e parole, egli appare sincero, disponibile alla conversione («gettandosi in ginocchio davanti a Gesù, gli domandava»); vuole comprendere bene il significato della Legge; vuole avere la vita eterna. Nessuno ha posto mai una tale domanda a Gesù.
È un fariseo, crede nella risurrezione e nella vita futura. La domanda che pone, chiamando Gesù “Maestro buono”, andrebbe fatta solo a Dio, «l’unico buono»; rispondendo, Gesù si autorivela Dio. In quanto Dio, poi, Gesù gli propone i valori fondamentali dell’alleanza, i comandamenti. Del decalogo Gesù evidenzia ciò che è attinente al prossimo. Descrivendo se stesso «Dio fatto uomo reperibile per le strade del mondo», Gesù mostra di avere a cuore il prossimo, citando anche la «frode» da un altro codice della legge (Dt 24,14 e Sir 4,1), che riguarda la giusta paga all’operaio. Da buon fariseo, quel «tale» che ci rappresenta, ha dei difetti: è presuntuoso, perfezionista, formale esibizionista (cf. gr. efylaxàmen = osservare, adempiere); è ricco di osservanze, ma pur sempre volenteroso di bene; e Gesù, da amico più maturo ad amico che cerca aiuto, gli si propone, come lui solo sa fare, con sguardo di amore efficace: «Fissò lo sguardo su di lui, lo amò». Gesù è Dio che ha fatto le sue creature per amore (Sap 11,24-26: “Tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure creata. Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non vuoi? O conservarsi se tu non l’avessi chiamata all’esistenza? Tu risparmi tutte le cose, perché tutte son tue, Signore, amante della vita!”), e come Creatore, Gesù è uno Sposo che si è fatto la sposa, cerca di vederla per via, fissa lo sguardo su di lei e la ama: l’attira (Cc 2,8-10: “Una voce! Il mio diletto! Eccolo, viene saltando per i monti, balzando per le colline. Somiglia il mio diletto a un capriolo o ad un cerbiatto. Eccolo, egli sta dietro il nostro muro; guarda dalla finestra, spia attraverso le inferriate. Ora parla il mio diletto e mi dice: “Alzati, amica mia, mia bella, e vieni!”); Gesù, Dio tutt’uno con il Padre, è Creatore che ama da sempre le sue creature, come un padre e una madre, tenendo fisso lo sguardo su ciascuna di esse (Rom 8,29: “Quelli che egli «da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati» ad essere conformi all’immagine del Figlio suo”). Gesù lo invita a seguirlo, dicendogli: “Una cosa sola ti manca”, come dirà poi al dottore della legge (Mc 12,34: “Non sei lontano dal regno di Dio”). In concreto, Gesù gli dice: dato che mi «riconosci» come l’Unico Buono, “seguimi”, sottovaluta tutto il resto in confronto a me. Sì, è «una cosa sola» che ti propongo, un amore unico che sottovaluta tutto il resto; ma abbraccia, muove tutto l’essere umano, interno ed esterno; come la «compassione» nel buon samaritano (Lc 10,33-36: “Egli era in viaggio, passandogli accanto [all’uomo incappato nei ladroni] lo vide –- e n’ebbe «compassione»: [ne segue tutto l’agire] gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno”. Gesù descrive se stesso, dall’incarnazione al suo ritorno finale, mosso dalla compassione).
Il «tale», affascinato dalla «bontà» -bellezza, grazia, realizzazione- di Gesù, Dio, che «fa quanto dice», riceve dalla sua Parola la forza di fare altrettanto come lui a sua immagine: «andare, vendere, dare ai poveri, venire, seguire» Gesù, «Tesoro in cielo». Ma, quel tale non è disposto a lasciarsi affascinare. Non ha discernimento: non valuta ciò che è meglio per lui; non trasferisce in cielo le sue ricchezze, che hanno valore d’acquisto solo quando sono usate per i poveri; non realizza il capitale per guadagnare ciò che «gli manca»: seguire Gesù come discepolo, accogliere, condividere l’unico suo Bene per cui è fatto. Conseguenze: «si fece scuro in volto e se ne andò rattristato». La ricchezza è una spina da affrontare per ogni cristiano, nella riflessione teoretica e nella prassi.

2. Ti adoriamo, Signore Gesù: tenerezza infinita, e forza potente per chi si affida a te.
Il pericolo delle ricchezze (Mc 10,23-27). Gesù e i discepoli rileggono l’accaduto. Marco parla ad una comunità cristiana, oggi a noi, per comunicarci insegnamenti di Gesù assai importanti. L’uomo ricco è uscito di scena. Gesù dà un principio generale sulla pericolosità delle ricchezze (costituite da tutto ciò che ci occupa o attira più di Cristo Gesù, comprese le osservanze religiose): impediscono l’entrata nel Regno; ma esse non sono l’unico ostacolo ad entrarvi (nota 6).
Avvolgendo i discepoli in un clima di affetto, come ha fatto con l’uomo ricco (v. 21: «Fissò lo sguardo su di lui, lo amò»), li chiama «figlioli» (v. 24), e li «guarda» (v. 27), li spinge a fidarsi di Dio: chi si apre a Dio, alla sua Parola, si lascia attirare, è reso capace da Dio a valutare le cose come le valuta Dio. È una valutazione interiore vincente.
Rivolgendosi ai discepoli, e chiamandoli: “Figli”, Gesù mostra un affetto infinito, una commozione divina. Gesù è conscio d’avere in sé l’affetto infinito del Padre per loro, come verso di sé, e di conseguenza il proprio legame con i discepoli. Sono lì, spaventati, ma non se ne vanno. «Gesù li fissò e disse: “Agli uomini è impossibile ma non a Dio. Tutto è possibile a Dio». Salvarsi non è in potere dell’uomo. La salvezza è un dono gratuito di Dio e non può essere meritata.
Lo sguardo amoroso è il «segreto» del brano evangelico di oggi: Gesù lo riserva a quel «tale» che gli era corso incontro, gettandosi ai suoi piedi. Sguardo d’amore, sguardo intenso, riservato a lui: a te, a ciascuno, come a un Tesoro massimamente prezioso!
Per quell’uomo le ricchezze hanno contato più dello sguardo di Gesù, più di quell’amore. Per quell’uomo, la sicurezza offerta dai suoi beni è un vantaggio irrinunciabile. Ma, non può fare, che Gesù non lo ami. Le ricchezze sono pericolose perché rendono opaco l’amore di Dio. Ecco perché Gesù lancia quel detto che dobbiamo prendere così com’è, in tutta la sua durezza: «È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio!».
La ricchezza – ogni ricchezza, non solo quella materiale – t’illude d’essere autosufficiente, è contro lo stato d’animo dell’anaw = il povero che vive l’abbandono totale, incondizionato in Dio. In definitiva impedisce di abbandonarsi fiduciosi al progetto d’un Papà buono e previdente. La ricchezza trattiene, vincola, limita, esige: è un ostacolo insormontabile.
Gesù domanda che si creda al suo annuncio, al punto da lasciare ogni cosa pur di seguirlo; non si limita a chiedere ai suoi l’osservanza dei comandamenti. È una richiesta avanzata a tutti quelli che vogliono seguire Gesù ed essere «di Cristo». Prima o poi arriva il momento di qualche scelta costosa, e allora, ad essere in causa è proprio l’amore per lui, per Gesù.
Vuoi raggiungere la vita eterna? Considerala un puro dono, come, di fatto, è ogni eredità: se no, come potresti meritarla? Tu non sei in grado neanche di «dar via i tuoi beni!». Solo chi si esamina sui comandamenti verso il prossimo, suggeriti da Gesù, e soccorre i bisognosi, può vedere se osserva i comandamenti, come Dio vuole. Non basta non rubare; bisogna condividere (aspetto positivo). Gesù ti dice ciò che sta facendo in te che l’accogli: «Va’, vendi quanto hai, donalo ai poveri e avrai un tesoro in cielo, poi vieni: seguimi» (10,21); solo chi lo lascia fare nel proprio io, come tu cerchi di lasciarlo fare, può dire che, di conseguenza, si trova a osservare la Legge.
La Via della vita è Gesù, la strada, per il vero povero nelle mani del Padre; ci arricchiamo davanti a Dio, diventando discepoli di Gesù: seguendolo con le sue forze. Solo chi si lascia guidare da Gesù e perde la vita in questo mondo, la ritroverà nella vita eterna. «Molti lasciano ricchezze, ma non seguono il Signore. Segue invece il Signore Gesù chi lo imita e segue i suoi passi» (San Beda il Venerabile). Ma non lo puoi fare tu: lo può fare solo Cristo in te, quando «celebri»: lo lasci parlare e operare tramite te nel rito e nella vita. Senza te lui non opera, né tu senza lui. L’autosufficienza è Vero skandalon, ostacolo, sulla via della vita eterna; la comperi con i soldi usati per aiutare gli altri.

3. Ti adoriamo, Signore Gesù: che ricompensi con la tua vita eterna chiunque ti segue.
Ricompensa per la sequela (Mc 10,28-30). Chi segue l’indicazione di Gesù, come Pietro (Gv 6,68: “Signore, da chi andremo?
Tu hai parole di vita eterna”), abbandona tutto per essere suo discepolo, e riceverà la ricompensa da Dio. L’abbandono non è rifiuto, ma subordinazione: “fratelli, sorelle, madre, padre e figli” non si abbandonano, ma “il legame con loro è subordinato a quello con Cristo”. È in Cristo che ritrovi ogni sua creatura; ed è già una ricompensa terrena per aver scelto lui: tutto ciò che è di Cristo, appartiene anche a chi gli appartiene. Gesù s’immedesima con i suoi, e dice: “Chi non è contro di noi, è con noi”. La situazione sotto Nerone è un esempio lampante di «cento volte tanto insieme a persecuzioni»: quanti non erano con l’assassino Nerone, infatti, erano con i cristiani; coloro che erano con Nerone, erano persecutori di cristiani. Chi, però, appartiene a Cristo ha soprattutto qualcosa d’eterno: la vita eterna con Cristo in Dio. Gesù lo assicura a Pietro che parla a nome di tutti: “Ecco, noi abbiamo abbandonato tutto e ti abbiamo seguito”. “In verità vi dico: Non c’è nessuno che abbia abbandonato… tutto, per causa mia e del Vangelo, che non riceva il centuplo, ora in questo tempo, e nel mondo futuro la vita eterna”. Da notare l’uso di due coppie di verbi. Pietro usa l’espressione «lasciare-seguire» (v. 19) alludendo alla vocazione sulle sponde del lago di Tiberiade. Gesù corregge la frase di Pietro con un accostamento positivo: «lasciare-ricevere» (vv. 29-30). Ciò che si dona lo si ritrova poi, arricchito e ampliato. Una gioia profonda, una sicurezza e una pace inaspettate divengono «già al presente» (v. 30) l’eredità permanente di chi si è svuotato di ogni attaccamento e possesso per far irrompere in sé il Cristo e il suo vangelo.
Per salvarti, quindi, lasci tutto e segui Gesù e ricevi. Lasciare tutto non basta; è necessario seguire Gesù, poi ricevi. La prima affermazione di Pietro “Noi abbiamo lasciato tutto” è vera (1,16-20: «Lungo la riva del mare di Galilea Gesù vide Simone e Andrea…, Giacomo e Giovanni…, disse loro: “Seguitemi”… ed essi abbandonarono tutto e lo seguirono»). La seconda Ti abbiamo seguito è discutibile. Certo, malgrado tante difficoltà e incomprensioni (la più forte descritta in 8,14-21: “Guardatevi dal lievito dei farisei e di Erode”. «Quelli si misero a discutere fra loro perché non avevano pane. Gesù disse loro: “Perché discutete sul fatto che non avete pane? Ancora non riuscite a capire e a comprendere? Avete forse un cuore indurito? Avete occhi e non vedete? Avete orecchi e non udite? E non vi ricordate”…dei pani e dei pesci? “Non capite ancora?”.), malgrado tante difficoltà e incomprensioni non abbandonano il loro Maestro. In essi c’è davvero buona volontà. Ma sono disposti a lasciarsi coinvolgere totalmente nel suo destino di morte e vita? Hanno già veramente capito che la sequela comporta questo? Non sembra. La reazione agli annunci di passione lo dimostrano e continueranno a rilevare le loro resistenze. Ma in loro c’è buona volontà. E Gesù continua a educarli.
Come Gesù ha fatto con l’uomo ricco, così anche a loro prospetta la ricompensa su questa terra e nel mondo futuro. All’inizio però prospetta i distacchi. Come Gesù, a causa del suo annuncio del Vangelo, ha sperimentato la contrarietà dei suoi parenti (3,31: “Arrivarono sua madre e i suoi fratelli e lo mandarono a chiamare rimando fuori”; Gv 7,5: «Neppure i suoi fratelli credevano in lui») e ne ha preso le distanze (3,33-35: «Egli rispose loro dicendo: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Poi, guardando coloro che erano seduti attorno a lui, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli. Chi fa la volontà di Dio è per me fratello, sorella e madre”».), così dovranno fare, se necessario, anche i suoi discepoli. E se loro non avranno paura, per amore del suo Vangelo, di affrontare le rotture familiari, e anche la persecuzione, «si accorgeranno», sperimenteranno di «ricevere» in cambio il centuplo su questa terra. Troveranno nella comunità di fede una vera famiglia (senso della parola «casa», oikìa) e tanti fratelli, sorelle, madri e figli, tutti riuniti dalla bontà di un solo Padre, quello celeste. A questa gioia che si affianca alla persecuzione, seguirà la vita eterna.

4. Ti adoriamo, Signore Gesù: tu, con le tue doti umane e spirituali, arricchisci i tuoi fedeli.
Al confronto della Sapienza stimai un nulla la ricchezza (Sapienza 7,7-11). La celebrazione della sapienza domina questo brano tratto da quel finissimo prodotto della letteratura giudaica alessandrina che è il libro della Sapienza. Sfilano davanti a Salomone, personaggio-tipo del perfetto re e del perfetto sapiente, i beni materiali. Secondo la tecnica stilistica della comparazione queste realtà svelano la loro inconsistenza (sono una manciata di fango o di sabbia, v. 9) rispetto alla prudenza e alla sapienza, cioè alle doti autenticamente umane e spirituali, le uniche che possano rendere ricca l’esistenza dell’uomo. Gesù, perfetta Sapienza, comunicate ai suoi fedeli tutte le sue prerogative con la sua stessa Persona.

5. Ti adoriamo, Signore Gesù: Parola divina che vivifichi spirito, anima e corpo dell’uomo.
La parola di Dio scruta i sentimenti e i pensieri del cuore: purifica e ricrea. (Ebrei 4,12-13). Questo passo della lettera agli Ebrei è una suggestiva celebrazione dell’efficacia della parola divina e della sua totale radicalità. Essa è espressa chiaramente dal simbolismo della spada, e dal termine «scoperto» del versetto 13 che nell’originale greco richiama la situazione del lottatore prostrato e ridotto all’impotenza dal suo avversario.
All’immagine militare risponde quella fisiologica dell’essere umano (anima, corpo, spirito, cioè la totalità delle dimensioni umane) penetrato e conquistato dalla parola. «Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato la terra, senza averla fatta germogliare dopo averla fecondata, perché dia il seme al seminatore e il pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca» (ls 55,10-11).

PREGHIAMO.
Aderendo all’agire dello Spirito, per mezzo di Cristo che è: «1. Ringraziamento; 2. Pane; 3. Offerta; 4. Intercessione; 5. Lode»:
1. «Ringraziamo», raccontando l’Amore del Padre in Cristo verso di noi (prefazio). Grazie, Padre, per il tuo Figlio: in lui ci doni ogni bene; ci sazi con il tuo amore, e noi gioiremo per sempre; c’insegni a considerare non quanto oppressiva sia la vita dell’uomo o la situazione attuale della comunità, ma ad accettarla come un dono da te.
2. «Siamo nutriti» di Cristo, che, preso il «pane» e rese grazie, si dona vero cibo e bevanda di salvezza (consacrazine, transustanziazione). Ora, Padre, manda lo Spirito, che perfeziona l’opera di Gesù nel mondo, compiendo ogni santificazione: ci rende presente Gesù, tutto il nostro bene, nei segni del pane, del vino e della nostra condivisione; e noi, affidandoci a te, Signore, raggiungiamo un «cuore sapiente, fiducioso a chiedere un tuo nuovo atteggiamento verso la nostra comunità.
3. «Diveniamo» luogo riservato a Gesù, che in noi continua a «donare» se stesso (offerta). In noi, Padre, si offre a te Gesù: penetrando nel nostro intimo ci rende con sé a te graditi, operando quello che la comunità peccatrice ha mancato di fare, e la comunità potrà ancora rifiorire come l’erba del mattino.
4. «Intercediamo» per tutti in Cristo, che «intercede» per noi, e ci fa intercessori con lui per gli altri (intercessione). Tutti, Padre, accogli in Cristo: vivi, defunti, celebranti: la tua Sapienza ci porta gioiosi nella tua dimora; dopo un lungo tempo di sofferenza tu ci concedi un tempo uguale di gioia, che garantisce il futuro dei tuoi servi, manifestando loro e ai loro figli la tua opera e il tuo splendore.
5. «Glorifichiamo» pienamente il Padre, per Cristo, con Cristo, in Cristo nello Spirito Santo che ci fa santi (lode finale). A te, Padre, ogni onore e gloria: da noi tutti, partecipi della vita tua e degli altri per la ricchezza del corpo e sangue del tuo Figlio; il tempo trascorso sotto la tua ira si trasforma in un tempo sotto il tuo favore; nonostante la caducità della nostra vita, la tua azione in favore dei tuoi servi torna ad essere visibile; il nostro lavoro e la nostra fatica tornano a portare frutti duraturi

O Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci concedi lo spirito di Sapienza, perché sappiamo conoscere qual è la speranza della nostra chiamata; donaci la sapienza del cuore. Per Cristo nostro Signore. Amen.

CONTEMPLIAMO.
la storia del piano di Dio.
Nella chiesa il Padre convoca i credenti in Cristo, in cinque tappe (Lumen Gentium, 2; vedi: nota 3). Contempliamo oggi nei suoi cinque momenti, per esempio, La Ricchezza:
prefigurata, sin dall’inizio, nella Creazione: la ricchezza, di tutti i beni del creato;
figurata, nella storia d’Israele, antica alleanza: la ricchezza, della Sapienza di Dio a Salomone;
compiuta, in Cristo Gesù, negli ultimi tempi: la ricchezza, del Verbo uscito dal seno del Padre;
manifesta, nella chiesa, per lo Spirito effuso: la ricchezza, di Gesù con tutti i beni in chi l’accoglie;
completa, alla fine, nella gloria della Trinità. la ricchezza, della comunità dei fratelli in Cristo.

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NOTE
Nota 1.
La Parola di Dio, Proclamata in questa celebrazione, richiamata dall’antifona alla Comunione (cf .. – Anno B – ª Domenica – ../../..), e approfondita anche da altri testi eucologici (cf ad es. ../../..), «attua ora» sacramentalmente in noi la redenzione, realizzata fin dall’evento pasquale della morte e risurrezione di Gesù il sette – nove Aprile del trenta d.C.
La Parola di Dio «attua ora sacramentalmente in noi la redenzione», perché lo stesso evento pasquale di duemila anni fa, con la sua efficacia, è in atto nella Parola «Proclamata» in quest’Eucaristia; la stessa «opera di Gesù» è in atto quindi in circostanze diverse: «storiche» di quel tempo in Israele, «sacramentali» (gesti e parole) ora nella sua Parola proclamata.
La Parola («Dâbhâr») è «Fatto e Parola» («Dâbhâr Javè» = «Fatto e Parola di Javè»); lo stesso «Fatto» storico della Pasqua di Gesù (che soffre, muore, trasmette lo Spirito, risorge) per opera dello Spirito Santo è presente in questa «Parola» proclamata nell’assemblea liturgica; anzi, «in previsione» della sua pasqua redentrice era già presente fin nel grembo di Maria.
Noi ora, come Maria, diciamo: “Sì”, con il cuore bendisposto nel celebrare. La redenzione, operata nei «misteri» (gesti e parole di Gesù nel rito), trasforma tutta la nostra vita. La Parola proclamata nella liturgia, cioè, lo stesso Gesù pasquale, ispira e attua i vari momenti della celebrazione e dell’esistenza in chi l’accoglie.
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Nota 2.
“I fedeli partecipino con frequenza alle messe, anche feriali, e, quando ciò non è possibile, siano invitati a leggere almeno i testi delle letture corrispondenti in famiglia o in privato”, vediPartecipazione e Celebrazione delle Feste Pasquali, Congreg. per il Culto, n.13; del 16.01.1988);
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Nota 3.
«I credenti in Cristo, (il Padre) li ha voluti chiamare a formare la santa Chiesa, la quale, già annunciata (“prefigurata”) in figure sino dal principio del mondo, mirabilmente “figurata” nella storia del popolo d’Israele e nell’antica Alleanza [1], stabilita (“compiuta”) infine «negli ultimi tempi», è stata manifestata (“manifesta”) dall’effusione dello Spirito e avrà glorioso compimento alla fine dei secoli (“completa”). Allora, infatti, come si legge nei santi Padri, tutti i giusti, a partire da Adamo, «dal giusto Abele fino all’ultimo eletto» [2], saranno riuniti presso il Padre nella Chiesa universale» (Lumen Gentium 2).
Cinque tappe della formazione della chiesa (da kalèô = chiamo; participio passato = èkklesa: ecclèsia, chiesa = chiamata): prefigurata, figurata, compiuta, manifesta, completa.
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Nota 4.
Nella celebrazione «il mistero pasquale» è sempre l’orizzonte interpretativo del testo.
Il fatto che nella celebrazione l’orizzonte interpretativo è sempre il «mistero pasquale celebrato», permette al Lezionario di giocare, togliendo o lasciando detti o fatti di Gesù (con elementi redazionali dell’evangelista). Questo vale in genere; oggi, vale per questo brano di Marco, riguardo al cammino «pasquale» di Gesù verso Gerusalemme; il vangelo di Marco lo mostra in + di cinque cc. 8-13; il brano evangelico-liturgico lo suppone, celebrandolo nel contesto pasquale della messa.
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Nota 5.
Prete e presidenza liturgica (cfr Settimana, 35 p 10; 4 ottobre 2009).
Siamo destinatari di testi liturgici, che vanno interpretati con «Principi e Norme per l’uso del Lezionario e del Messale», e vissuti nella celebrazione liturgica. Il celebrante ha un testo da capire e spiegare, mentre presiede e conduce la celebrazione eucaristica. C’è differenza espositiva fra testo “evangelico” e quello “evangelico-liturgico” (cfr nota 4).
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Nota 6.
Gesù e discepoli rileggono l’accaduto.
Spesso Gesù parla con altri: folle, farisei, e ora con un tale, e poi riflette con i discepoli su ciò che si è discusso (7,1-23, con farisei e scribi si parla di tradizione e legge, labbra-cuore, rendere culto-seguire precetti umani; con la folla, si parla di puro-impuro, dentro-fuori. In casa i discepoli gli fanno domande, e Gesù dà dei criteri: “Invano mi rendono culto con le labbra”, “non ciò che entra ma ciò che esce contamina l’uomo”; 8,11-21, con farisei: «gli chiedevano un segno dal cielo»; “Abbandonàtili, se ne andò”; con i discepoli: dimentichi del pane; «non avevano con sé che un pane solo»; “Non capite ancora?”; 9,14-29, uno della folla: “Maestro, ti ho portato mio figlio”, “Generazione incredula”, “Se tu puoi”, “Tutto è possibile a chi crede”; in casa con i discepoli: “Perché non siamo riusciti a scacciarlo?”, “Solo la preghiera li può scacciare”; 10,1-12, con alcuni farisei: “lecito ripudiare la moglie?”, “Quel che Dio ha unito, l’uomo non lo separi”; in casa ai discepoli dice: “Chi ripudia la moglie, commette adulterio; e se questa… ne sposa un altro commette adulterio”). Caratteristica del Vangelo di Marco è appunto questa continua presentazione di Gesù Maestro della sua comunità, a volte segnalata dalle espressioni: «in disparte, soli, in un luogo solitario, in casa».

condividiamo (cfr neretto) la preghiera della Chiesa (cfr colori).