11-03-2007-LectioDivina-dom3Quaresima

11/03/2007 – LectioDivina Lc 24,13-35MessaDom.3C quaresim-2007

PONTOGLIO – LECTIO DIVINA – Terza Domenica di Quaresima – 11.03.2007

Lectio Divina su Luca 24,13-35
Testo dei «Due discepoli sulla strada di Emmaus» – Segue:

LECTIO nuova traduzione CEI: La Sacra Bibbia, Nuovo Testamento, Roma 28.03.1997, p. 211

Leggiamo ancora l’intero brano di Luca 24,13-35 con i suoi sei aspetti dell’incontro con Cristo.
La Ricerca: è l’atteggiamento dei due discepoli (24,13-14 – A).
24,13Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Emmaus, distante circa sette miglia da Gerusalemme, 14e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto.
Il Testimone: è Gesù che accompagna i due nel loro cammino di fede (vv.15-16 – B).
15Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro, 16Ma ai loro occhi era impedito di riconoscerlo.
Il contenuto del discorso dei discepoli: è Gesù di Nazaret (vv. 17-24 – C).
17Ed egli disse loro: «Che discorsi state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; 18uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». 19Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; 20come i capi dei sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi lo hanno crocifisso. 21Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. 22Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba 23e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. 24Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui, non l’hanno visto».
Le Scritture: in bocca a Gesù, lui le illumina ed esse illuminano il suo mistero (vv. 25-27 – C’).
25Ed egli disse loro: «Voi non capite e siete lenti a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! 26Non bisognava che il Cristo subisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». 27E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
La Scoperta: i due riconoscono la vera identità di Gesù (vv.28-32 – B’).
28Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. 29Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. 30Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. 3lAllora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. 32Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
La Missione: i due tornano a Gerusalemme e riferiscono l’accaduto agli Undici (vv. 33-35 – A’).
33Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, 34i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». 35Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avessero riconosciuto nello spezzare il pane.
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Rilettura.
L’altra volta, nel nostro primo incontro, abbiamo letto il testo come abbiamo appena fatto, e poi abbiamo riletto una parte: Gesù, viandante sconosciuto, che si accosta e cammina con i due discepoli, li ascolta e spiega loro le Scritture (Lc 24,13-27): Gesù in persona che parla di se stesso.
Ora, in questo nostro secondo incontro rileggiamo in particolare La Scoperta, il riconoscimento della vera identità di Gesù da parte dei discepoli. La rileggiamo, cioè cerchiamo di capirla come devono averla compresa i contemporanei di Luca. In un terzo incontro rileggeremo la terza e ultima parte del brano: La Missione (vv 33-35).
Ma come rileggere ora il riconoscimento di Gesù, per comprenderlo come lo dovevano comprendere i contemporanei di Luca? Facendo attenzione al modo di procedere degli autori biblici, in particolare di Luca, oggi in questo testo che mostra come Gesù «si fa riconoscere» dai discepoli. Il modo di procedere segue una norma precisa, applicata dall’Evangelista Luca. Questa norma dice: Se vuoi far comprendere un dato significato di un evento, devi usare una data parola e ripetere solo quella parola. – Attenzione allora allo schema del racconto in questione, proposto già l’altra volta: A B C C’ B’ A’, struttura a chiasmo o a cerchio, dove A aiuta a comprendere A’, B fa comprendere B’, e C il C’.
Nel brano di oggi (B’) ritornano quattro parole già usate (in B), e sono: «accostarsi», «camminare», «occhi», «riconoscere». Osserviamo come sono usate e che nuovo significato assumono.
Sono usate da Luca all’inizio del racconto dei due: «Gesù in persona “si accostò” e “camminava” con loro. Ma ai loro “occhi” era impedito di “riconoscer” lo».
Nel passo di oggi troviamo scritto (in greco, lingua originale e ispirata del testo): «Quando “si accostarono” al villaggio dove “erano incamminati”, egli si dispose a “camminare” oltre, ma essi fecero pressione: “Resta con noi…”. Entrò … Quando fu a tavola con loro, prese il pane… Allora si aprirono i loro “occhi” e lo “riconobbero”». Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: “Non ci ardeva il cuore…?”. Di nuovo quindi: si accostarono, erano incamminati, occhi, riconobbero.
Rileggiamo l’evento della «scoperta» di Gesù con attenzione particolare a queste quattro parole.

«Quando “si accostarono”».
All’inizio del viaggio Gesù, viandante sconosciuto, «si accostò» ai due. Ora abbiamo che Gesù e i due «si accostarono al villaggio»: cioè a un luogo con tradizioni antiche, buone o cattive, ma fisse, che non cambiano mai; come i due discepoli all’inizio erano fissi, sicuri, fermi nelle loro valutazioni, e mai sarebbero cambiati, se Gesù in persona non si fosse accostato di sua iniziativa! «Il villaggio» è immagine anche dei discepoli. Qualche volta, come quando si è accostato ai due discepoli di Emmaus, Gesù entra solo, senza discepoli, nel villaggio, per esempio di Marta e Maria: «Mentre erano (plurale) in cammino, entrò (singolare) in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa» (Lc 10,28s); e in quella casa Gesù porta un grande cambiamento: una donna, Maria, per la prima volta nella storia diventa discepola di un Maestro, di un Rabbì. Altre volte Gesù non entra affatto nel villaggio, ma chiama fuori dal villaggio, per esempio ancora le sorelle di Lazzaro, cioè Marta e Maria, quando vuol far loro cambiare mentalità: «Dopo queste parole (di Gesù, Marta) se ne andò a chiamare di nascosto Maria, sua sorella, dicendo: “Il Maestro è qui e ti chiama”. Quella, udito ciò, si alzò in fretta e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro» (Gv 11,28s). E ora, nel brano di oggi, abbiamo che Gesù e discepoli «si accostarono al villaggio», alla vecchia consuetudine dei discepoli, dopo la delusione subita a Gerusalemme. Gesù è andato a Gerusalemme, e là lui è morto e risorto; i discepoli invece si allontanano da Gerusalemme, verso il loro villaggio, legato alla tradizione, alle loro convinzioni. Ma ora anche Gesù è con loro: con loro, ora, Gesù deve cambiare tutto il villaggio, come ha già cominciato a cambiare loro (il loro cuore già «arde»), spiegando le Scritture riguardo a lui; così ora Gesù deve cominciare a cambiare tutta la comunità del villaggio, tutti noi qui ora, con la sua presenza, con le sue Scritture, riguardo a lui, come sta facendo qui, ora, con noi, come ampliamento della prima parte della messa, che segue a questo incontro.

«Quando arrivarono al villaggio dove erano incamminati,
egli fece per camminare oltre, ma essi lo costrinsero».
Come si è accostato ai discepoli delusi, all’inizio del loro cammino, stentato e pesante, simbolo del loro stato d’animo, cambiato poi con la lettura delle Scritture; così ora Gesù e discepoli si accostano al villaggio, che non conosce ancora la gioia della Scrittura, e non può avere un cuore che «arde». Che tristezza in quel villaggio, dove la gente attende di fare i funerali di ciascuno, uno dopo l’altro; cioè, dove si vive senza prospettiva di vita nuova, senza esperienza di risurrezione; e magari hanno abbondanza di ogni cosa!
Gesù deve cambiare tutto: deve completare il cambiamento dei due, cominciando a cambiare tutto il villaggio, e proprio con loro, i due discepoli. Come procederà? Gesù è sempre in atto di.. . sempre «si dispose a… camminare oltre». «Essere incamminati» assume per Gesù un nuovo senso, non più solo geografico. Quello geografico, che consiste in uno spostamento progressivo da una parte all’altra, diventa simbolo di un altro «cammino», di un altro spostamento, quello spirituale; cioè di un «cammino» o cambiamento nell’intimo dei discepoli, che simboleggiano tutto il villaggio, tutta la comunità, tutta la chiesa, l’umanità intera, tutti noi, qui, ora. Il «cammino» diventa importante, interiore. Da dove farà cominciare Gesù questo nuovo cammino nei due discepoli, che sono sempre simbolo di tutto il messaggio evangelico, vissuto nella comunità in cammino? («Parrocchia» = parà-oikìa = verso-casa, spostamento in avanti, pellegrinaggio). Gesù non finge, non simula: ma di fatto egli sarebbe andato oltre; e va oltre, se i due non lo invitano a rimanere con loro! Se noi non lo invitiamo a tavola con noi. Solo qui in Lc e in tutto il nuovo testamento si trova questo verbo che descrive l’atteggiamento di un permanente «disporsi a camminare oltre», che mostra Gesù in movimento, in atto di suscitare nei suoi discepoli un invito «gratuito» verso di lui, come Gesù lo ha avuto verso di loro, fin dall’inizio del loro viaggio, accostandosi a loro per aiutarli a comprendere i fatti. E come alla delusione dei due in Gerusalemme era collegato un simbolico «camminare», tanto pesante che «si fermarono, col volto triste», divenuto poi un camminare spedito, ascoltando dalla bocca di Gesù «la Scrittura che si riferiva a lui», e tanto spedito, che subito il testo aggiunge: e «si accostarono al villaggio dove erano incamminati» (vedi anche Gv 6,21: Presero Gesù sulla barca «e rapidamente la barca toccò la riva alla quale erano diretti”); così ora, all’ascolto della stessa Scrittura che descrive questo amore gratuito di Gesù, e al cuore che arde ascoltandolo da farli giungere presto al villaggio, si accompagna ora l’ospitalità, espressa con le parole meravigliose che sempre ci colpiscono e ci commuovono: “Rimani con noi!”. È una pressione morale continuata, la loro, perché accetti (parebiàsanto: parà-biàzo = faccio violenza); come quella di Lidia verso Paolo, Timoteo e Sila: “Dopo esser stata battezzata insieme alla sua famiglia, ci invitò: “Se avete giudicato ch’io sia fedele al Signore, venite ad abitare nella mia casa”. E ci < costrinse > ad accettare» (Atti 16,15). Al villaggio c’è già un cuore nuovo, un cuore che «arde» e muove all’invito. È la prima e forse più commovente preghiera della comunità cristiana dopo la pasqua. Essa allude alla povertà e solitudine dell’uomo, che si fa più evidente nella oscurità del mondo. Essa chiede che il colloquio di speranza si prolunghi e che la presenza di quel Maestro non si interrompa: Continui lui stesso a parlare di se stesso. Questa «supplica d’invito» manifesta che Gesù, sempre in cerca di noi, non intende imporre la propria presenza a nessuno, ma semplicemente “si dispose a camminare” oltre. È bellissimo questo «rimani»; vuol dire: ormai siamo diventati amici, ti accogliamo con noi, vogliamo stare con te, non andartene, perché si fa sera; del resto, fra quante ore troveresti un nuovo albergo?! “Rimani con noi!”. – Gesù li ha messi alla prova, ha esplorato il loro cuore; li ha trovati sinceri verso di lui, pellegrino foresto. «Essi insistettero…: “Perché si fa sera”» (v.29). A quell’ora, simbolo di ogni difficoltà, urge il dovere dell’ospitalità, importante per chi accoglie e per chi è accolto. «Soprattutto verso i poveri e i pellegrini…, perché proprio in essi maggiormente si riceve il Cristo»; tradizione ecclesiale, recepita da San Benedetto (cfr Regola benedettina c 53). Ospitalità cordiale, espressa in una preghiera: “Rimani con noi!”. Ospitalità premiata: “Ero forestiero e mi avete accolto”, dirà Gesù, Giudice, concludendo: “Ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo” (Mt 25,34). Ospitalità sentita nella prima chiesa. Ospitalità, “somma di tutte le virtù”, precisa s. Tommaso.
Gesù cede volentieri alle pressioni ed esaudisce il loro desiderio di comunione, posto da lui stesso nei loro cuori e da loro accolto: «Egli entrò per rimanere con loro». Tre volte si ripete: «con»: «rimani con noi», «entrò per rimanere con loro». «dopo essersi seduto a tavola con loro prese il pane». Gesù entra per rimanere quando è invocato. Gesù comincia il cammino senza il loro invito; ma, accolto, non lo continua senza essere invitato, perché dalla loro iniziativa emerga in loro la consapevolezza di ciò che Gesù ha già operato nel loro intimo. È facendo qualcosa, che si prende progressivamente coscienza di ciò che si sta facendo. Gesù ha voluto suscitare l’invito a cena, come ora vuole che continuino ad invitarlo, proponendogli anche il primo posto, quello del capofamiglia, riservato all’ospite. «Quando fu a tavola con loro», nel momento conviviale, che favorisce la confidenza e l’intimità, Gesù compie il gesto proprio del capofamiglia, che può essere affidato precisamente all’ospite, cioè, dire la preghiera di benedizione, spezzare il pane e offrirlo ai commensali. È il gesto che Gesù ha fatto nella moltiplicazione del pane e nell’ultima cena. Questo gesto diventa ora per i due discepoli il segno del riconoscimento di Gesù in quell’ospite, come per Maria essere chiamata per nome (cfr Gv 20,14.16), come mangiare davanti ai discepoli (cfr Lc 24,41s), mostrare le mani e il costato feriti (cfr Gv 21,20.27), far fare una pesca miracolosa (cfr Gv 21,4-7). Per l’evangelista e per i suoi lettori lo «spezzare il pane» designa chiaramente il rito eucaristico, dove nel segno del pane è presente il Risorto.

«Allora furono aperti i loro occhi».
«Furono aperti»: è un passivo divino, che sottintende: aperti «da Dio». È un intervento gratuito di Dio, una Grazia! Come quando Gesù «aprì loro la mente» (v, 45), e «il Signore aprì il cuore» di Lidia (Atti 16,14), e lo spirito Santo «illumina gli occhi» dei discepoli e li rende capaci di testimoniare (cfr v 49; At 1,8; Ef 1,17s). Quindi, occhi «aperti» per grazia di Dio, come risultato di tanti momenti successivi di grazie. Infatti, i discepoli hanno avuto in dono un cuore che cerca, cuore fatto a immagine di Dio, cuore con un dono innato, con un’esigenza di giustizia, da dire per esempio: «Non è giusto che Gesù, passato facendo il bene, sia ucciso!». I discepoli hanno avuto un’intelligenza assetata di capire il senso delle cose: come la tomba vuota, la testimonianza delle donne; i discepoli hanno il dono di accogliere un forestiero che si accosta a loro, di accogliere anche un suo forte richiamo: “O insensati e tardi di mente a credere in tutto quello che dissero i profeti!”; i discepoli hanno il dono di ascoltare volentieri quel forestiero che spiega loro le Scritture, il dono di invitarlo a rimanere con loro quando mostra di camminare oltre, il dono di dargli il primo posto a tavola, il dono di avere assistito alla condivisione del pane, e ora il dono di ricordare tutto questo mentre compie gli stessi gesti; i discepoli ora hanno gli «occhi» per vedere tutto questo in un colpo d’occhio, e scoprirsi destinatari di tanti fatti, tante esperienze, brutte e belle, ingiuste ed entusiasmanti, ma finalmente con un collegamento fra loro, collegamento in una giustizia secondo Dio, che è giusto in rapporto alla sua bontà misericordiosa. Allora dal cuore «acceso» si passa agli occhi «aperti»: dal cuore interno agli occhi esterni. Precede sempre un moto interiore, per la Parola di Dio, per lo Spirito di Verità, e si giunge sempre a un comportamento esterno coerente. Ogni situazione è per una persona un momento di questo cammino. E presto o tardi, secondo la nostra accoglienza, scatta il momento della verità, dell’evidenza nella fede, come per tutti i discepoli che cercano di ascoltare e di seguire lo Spirito di Gesù.

E lo riconobbero.
È un evento (eghéneto, dice il testo). Passaggio dall’incapacità alla capacità di «riconoscere», attraverso una sinergia cioè una collaborazione, fra doni da parte di Dio in Gesù che «si fa conoscere» come dice il testo; e accoglienze da parte dell’uomo, più o meno costrette da una storia, che è pure condotta da Dio, perché imprevista dall’uomo. Evento di piena corrispondenza tra la facoltà dei discepoli a riconoscere Gesù, e la realtà profonda dell’ospite che è Gesù, apparso nella veste di quell’ospite. Nel momento in cui Gesù si fa riconoscere, sparisce l’ospite, rimane il Risorto. Sparisce anche l’idea sbagliata che i due discepoli avevano del Messia, Liberatore politico: “Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele” (v.21). Si conferma invece la testimonianza delle donne che «egli è vivo» (v. 23). Gli altri due discepoli sono corsi al sepolcro, «lui però non lo videro» (v. 24); questi due invece «l’hanno visto». Non c’è un «meglio»; ma solo un «sapere» che tutto è «a nostro ammaestramento»: per imparare cioè che, anche se ora è sparito dai loro, come dai nostri, occhi, egli resta nel loro e nel nostro cuore, ardente d’amore per il Risorto. Il testo infatti segue con la constatazione dei due che si dicono l’un l’altro: “Non era forse il «nostro» cuore ardente in «noi» come parlava a «noi» durante il cammino, mentre apriva a «noi» le Scritture?”. Quando era assente dalla loro fede si è fatto presente visibilmente; ora che lui è presente nel cuore con il suo «modo» di aprire le scritture, si fa assente fisicamente; ascensione: Gesù «è asceso», dall’esterno all’interno dei suoi discepoli. Ascensione preparata «lungo il cammino» (v. 32), simbolo del nostro cammino spirituale, dove l’amore, il cuore ardente, precede la conoscenza e la consapevolezza: prima «il cuore era ardente» (v. 32) e poi «si aprirono gli occhi» e «si dicevano l’un l’altro: “Non era forse il nostro cuore ardente in noi come parlava a noi durante tutto il cammino?”» (v. 31): il desiderio, l’ardore, suscitato da Dio e accolto dall’uomo, è Gesù stesso nell’uomo, e guida l’uomo durante tutto il cammino ad avere lo stesso desiderio, lo stesso ardore di Gesù, che tutto dispone perché «siano aperti» gli occhi di ciascuno.

In conclusione: la Persona, i gesti e le parole di Gesù, che si accosta, cammina, spiega le Scritture, fa ardente il cuore dei discepoli, si dispone a camminare oltre, perché lo invitino a rimanere, accoglie l’invito a rimanere, entra per rimanere con loro, si mette a tavola, ecco: «tutto questo», che corrisponde alla prima parte della messa, questo evento per tutta la via fino ad Emmaus, come in ogni santa messa culmine di un cammino, in qualsiasi via fino ad ogni edificio del mondo, per tutti i tempi, non è un messaggio intellettuale, non è un’idea, non è una verità astratta, non è una dottrina; ma è una Persona, è la Persona di Gesù, vero Dio e vero uomo, che parla, opera, suscita sentimenti e azioni di risposta, in ogni persona, in ogni comunità.
Lo stesso Gesù in Persona, che suscita con tutto questo nei fedeli una «Risposta di gratitudine, di gioia e di esultanza, che si chiama “Preghiera Eucaristia”», Gesù stesso presiede questa risposta: prende, benedice e spezza il pane, comanda di fare questo in sua memoria, offre il pane ai commensali, apre gli occhi e si fa riconoscere in atto di spezzare il pane come quando ha saziato tutti, di donare cioè se stesso a loro e con loro. Nella tradizione della chiesa, questa Risposta, suscitata in noi da Gesù e presieduta da Gesù, si chiama appunto «Eucaristia o Preghiera Eucaristica», per significare che tutta l’esistenza umana o «cammino» sulla terra, è un uno stato d’animo di gratitudine immensa, è la seconda parte della messa, è la preghiera efficace della Chiesa, in risposta, perché la preghiera è sempre comunque «una risposta», suscitata in noi da Dio, in Cristo Gesù «asceso» in croce, da dove «effonde» su tutto, il suo Spirito.
Gesù «asceso», «effonde»: sono le due caratteristiche del Cristo storico e pasquale secondo l’evangelista Giovanni (o chi per lui), che testimonia la vita della chiesa nascete, dal novantacinque circa dC.

La chiesa, nella sua tradizione, esprime questa «Preghiera Eucaristica» in cinque momenti:
PREFAZIO o lode, ringraziamento al Padre per ciò che sta operando in noi… .
CONSACRAZIONE o attuazione: Gesù si rende attuale e noi siamo contemporanei di Gesù…
OFFERTA di noi in Cristo al Padre: ti rendiamo grazie per averci ammessi alla tua presenza…
INTERCESSIONE per tutti i vivi e defunti sempre in persona di Cristo presso il Padre…
LODE FINALE, esplosione di tutti i sentimenti dal prefazio all’intercessione, con L’Amen di adesione da parte di tutta l’assemblea: «Un boato», diceva Tertulliano, come al goal nello stadio.

MEDITATIO.

Vediamo ora questa presenza attiva di Gesù nei nostri confronti. – Tre momenti.

Gesù in persona si accosta a noi, ci parla di se stesso, con noi si accosta agli altri. Come reagiamo?
Gesù, Verbo incarnato, muore e risorge, è sempre presente, si dispone a proseguire. Lo ospitiamo?
Condividendo se stesso nel pane, Gesù ci apre gli occhi e noi lo riconosciamo. Come rispondiamo?

Verifichiamo noi stessi con Esempi biblici che ci illuminano correttamente, senza inganni.
Ci lasciamo interpellare da alcuni esempi della Parola di Dio, «viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore. Non v’è creatura che possa nascondersi davanti a lui, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e a lui noi dobbiamo rendere conto» (Ebr 4,12s).
Davanti a lui riconosciamo il modello biblico di «ascolto», di «ospitalità», di «condivisione» che ci rappresenta, e ringraziamo o chiediamo perdono e aiuto per migliorare.

Esempi di ascolto e di graduale cammino fino alla felicità di Dio in noi.
Anzitutto impariamo da Gesù a «camminare», cioè a comprendere che la nostra crescita spirituale, come quella fisica, avviene per opera di Dio, dall’interno, gradualmente.
Nel brano, che abbiamo riletto, si può notare chiaramente l’iniziativa di Gesù ad accostarsi, a chiedere e chiarire, ad aprire le Scritture e a comprenderle: quindi tutto lavoro di Dio. Gesù fa tutto questo per strada, camminando con i discepoli, fermandosi quando si fermano e riprendendo il cammino quando vanno avanti, senza mostrare insofferenze, avendo tutto il tempo a sua disposizione come «giorno di riposo», quando, dice Gesù, “il Padre mio opera sempre e anch’io opero” (Gv 5,17).
Sei insofferente, impaziente con te stessa/o? Con gli altri? Credi di fare da solo/a? Non andresti a nessuna parte. Gesù si accosta a te, ti aiuta a prenderne coscienza, perché ti lasci guidare da lui.

Gesù comincia dall’interno: si fa ripetere ciò che i due dicono, perché prendano maggiore coscienza dei loro intimi sentimenti, e vedano se non siano da preferire quelli che lui propone. Infatti si può essere puniti perché lo si merita, ma si può essere maltrattati e morire perché lo si accetta volentieri, per amore di altri che lo meriterebbero. È il caso di Gesù Redentore. Le Scritture lo illuminano bene, e Gesù le spiega aprendo la loro mente alla comprensione. Esse parlano di questa bontà misericordiosa che quell’ospite ora mostra verso di loro. Quindi dice ciò che fa. Intuiscono che, in conformità a questo amore redentivo, uno può anche morire; anzi, capiscono che una persona con un Amore così non muore mai. Questi sono pensieri più belli dei loro, e suscitano nel loro intimo sentimenti migliori: fanno un «cuore ardente». Sono già arrivati a Emmaus. Ma Gesù si dispone a camminare oltre: si sarà aggiustato il mantello come per riprendere il cammino? La sua intenzione parla comunque nel cuore dei discepoli, li spinge a invitarlo di loro iniziativa. Gesù li ha aiutati ad accoglierlo. E ora, che lo hanno accolto nel loro intimo, Gesù in loro va oltre, vuole continuare ad accogliere altri con la loro umanità, con il loro cuore ardente. Il primo che Gesù in loro vuole accogliere, con la loro umanità e con il loro cuore, è se stesso: quindi Gesù accoglie se stesso mediate l’umanità dei discepoli, fatta propria da Gesù. Diventa quindi come un vortice o un turbine Gesù che ci prende con sé e ci porta nel suo mondo con forza, perché non stiamo più terra terra!

In un altro passo Gesù opera nell’intimo della persona umana, dicendo: “Quando porti la tua offerta all’altare, e là ti viene ricordato” dallo Spirito Santo “che qualcuno ha qualcosa verso di te, lascia lì la tua offerta e va prima a riconciliarti con il tuo fratello” (cfr Mt 5,23s). Anzitutto ti vien assicurato che lo Spirito Santo s’impegna a farti memoria. Poi non ti ricorda se tu hai qualcosa verso altri, ma «dato che qualcuno ha qualcosa verso di te». Infine, va prima a riconciliarti; e non dice chiaramente che sia un movimento esterno, questo da fare «prima», bensì una presa di coscienza, un interiore atteggiamento da correggere verso qualcuno, che può essere l’altro tuo vecchio io. Di sicuro, se ti disponi a cogliere nel tuo intimo il suggerimento dello Spirito, egli ti mostrerà anche tempi e modi per una esterna riconciliazione, già avvenuta nel tuo cuore ben disposto verso l’altro. Dal cuore buono seguiranno senza traumi azioni esterne. Ecco la gradualità, che non consiste nel non prendere subito tutta la decisione, ma di prenderla subito prima di tutto nell’intimo, dove vede il tuo Padre celeste, e dove preghi il Padre tuo celeste per te e per quella persona, che il suo Spirito ti ricorda.

Ora facciamo l’esperienza: ti viene in mente una persona. Fermati sulla prima. Chiaro? Una alla volta. Distingui tutta una storia, che questa persona ti fa venire in mente, dalla persona stessa. Va ricercata eventuale colpevolezza o responsabilità per date situazioni, ma mai va data sentenza di condanna o castigo da parte di Dio. Prendi coscienza invece che lo Spirito di Gesù in te si vuole accostare a lei, come tu stessa/o desideri che lui si accosti a te, e come di fatto si accosta, e in tuo favore, secondo la spiegazione delle Scritture fatta da Gesù. Ecco la conversione, la pasqua: passare dalla storia alla persona, e da un giudizio di castigo a un intervento di Dio in suo favore tramite te. Dicendo, per esempio: Godo, Signore, che ami questa persona come ami me, con amore che non verrà mai meno. Aiutala come aiuti me. Godo che sai preparare una storia per lei, perché anche lei ti ascolti e si lasci guidare da te, come ora fai con me… – Fare così ogni volta che lo Spirito fa venire alla mente quella persona. E così per ogni persona. Ci penserà lo Spirito a suggerirti tutti i passetti da fare nel cammino di comunione anche esterna con ciascuna persona. Certo che il passo fatto da soli non porta a nessuna parte, se non porta indietro, perché è Dio che fa, e lo fa movendo così dal di dentro, e senza fretta esterna, senza manifestazioni impulsive, ma con tutta la decisione interiore.

Essere disponibile a lasciarsi fare così da Dio, è tutto il risultato della Parola di Dio proposta oggi e in questa quaresima, che ha domeniche con testi di conversione interiore per opera di Dio in ogni persona. Dio stesso ci accompagna, ci sorregge e ci guida in questo cammino di cinque tappe in cinque domeniche successive:
Gesù vittorioso sulle tentazioni (1ª domenica);
Gesù che si trasfigura (2ª dom.);
Gesù che chiede al Padre di lavorare ancora un anno intorno al fico infruttuoso (3ª dom.);
Gesù che rende presente il Padre buono verso il figlio prodigo (4ª dom.);
Gesù che perdona e congeda l’adultera (5ª dom.).

Esempi di ospitalità.
Applichiamo l’esercizio precedente, per iniziare con un’ospitalità interna.
L’ospitalità è antichissima nella bibbia. Primo è Abramo, che ospitò i tre angeli in modo esemplare: ne vide tre e adorò l’Unico. In sintesi viene detto che si adora Dio accogliendo gli altri, e che si accolgono gli altri come si deve, quando il pensiero è rivolto a Dio. Alcuni santi, come Benedetto, hanno realizzato questo duplice comando, disponendo che si legga davanti all’ospite la parola di Dio e che si preghi prima di dare il bacio santo (cfr Reg. Ben. c 53). Abbiamo la possibilità di verificare la nostra rettitudine verso noi stessi, gli altri e Dio.

Altri testi del nuovo testamento, riguardo a Gesù, mostrano esempi di varie posizioni nell’ospitalità.
L’ospitalità è un tema che accompagna tutta l’esistenza di Gesù: Creatore che viene in casa sua, e fin alla nascita non ci fu posto per accoglierlo (Lc 2,7), da adulto non trovava posto dove posare il capo (Lc 9,58), Gerusalemme non ha accolto la sua visita (Lc 19,44). Come reagisce Gesù? E io?

Invece la peccatrice, Marta e Maria, i pubblicani danno a Gesù un’ospitalità grande. La peccatrice: “La tua fede ti ha salvata; và in pace! ” (Lc 7,36-50). Marta e Maria: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta” (Lc 10,38-42). I nazaretani: «Si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò» (Lc 4,29s). Zaccheo: “Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto”. Gesù gli rispose: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto» (Lc 19,1-10).
Ci arde il cuore in petto mentre ascoltiamo questi esempi? Chiediamo luce, forza alla Parola di Dio?

L’ospitalità è il simbolo dell’uomo che ha superato l’istintivo timore dell’altro, la diffidenza che può avere verso il viandante. È attraverso l’ospitalità che si svolgeva il ministero itinerante dei primi discepoli di Gesù e dell’apostolo Paolo. Esempio di Lidia: «Dopo esser stata battezzata insieme alla sua famiglia, ci invitò: “Se avete giudicato ch’io sia fedele al Signore, venite ad abitare nella mia casa”. E ci costrinse ad accettare» (At 16,15). Praticando l’ospitalità, si accoglie il mistero di Dio.
È l’aspetto più importante della vita per te?

Ciascuno riconosce il tipo biblico più simile. Lo Spirito ce lo mostra e ci aiuta a provvedere…
L’ospitalità si completa con la frazione del pane (v. 30). Questa esperienza è stata talmente grande che, come vedremo nel prossimo incontro, tornati a Gerusalemme, riferiscono di averlo riconosciuto nello spezzare il pane (v. 35).
Lo riconosciamo noi nello spezzare il pane? Se no, non abbiamo da dire nulla a nessuno.

La partecipazione allo stesso pane è l’ospitalità che diventa fratellanza, è la condivisione che diventa alleanza fra Dio Padre e noi suoi figli nell’unico Figlio. L’ascolto della parola di Dio si traduce in accoglienza o ospitalità e in condivisione. Dal cuore che arde poi scaturiscono sentimenti di gratitudine e di preghiera eucaristica per sé e per tutti. Pure questa è esperienza umana primaria.
Provo io sentimenti di gratitudine da dove esce la Preghiera Eucaristica o partecipo solo a dei riti?

Esempio di divisione (Gen 3) e di comunione (Lc 24) .
Da Gn 3 e da Lc 24 emerge che l’uomo può vivere male o bene l’esperienza del mangiare insieme. In Gn 3 questa esperienza era stata fatta per soddisfare ogni desiderio, nella sfiducia, nella pretesa di giungere subito alla pienezza, all’evidenza. In Lc 24 il mangiare diventa il vertice dell’incontro con l’altro, dell’accettazione del suo mistero.
Hai esperienza di carità che tutto copre, tutto crede, tutto spera o di sospetti, dubbi, divisioni?

In Gn 3 il mangiare porta alla chiusura in se stessi, alla rottura della solidarietà; in Lc 24 l’aver mangiato assieme a Gesù riconduce i due discepoli all’apertura verso gli altri. Vedremo nel prossimo incontro che i due di Emmaus sono disposti ad andare a Gerusalemme, per aggregarsi agli altri apostoli e discepoli, per condividere la stessa fede e per diventare, con la forza dello Spirito, testimoni del Risorto presso ogni uomo e ogni popolo, fino ai confini del tempo e della terra.
Cosa esprimi nei tuoi pasti o nei tuoi incontri? Presenza o assenza di Dio? Chiusura o missione?

Incontreremo, riconosceremo il Signore Gesù come i due di Emmaus nella messa che seguirà:
ci aiuteremo con brevi richiami nel suo percorso. Ci prepariamo a farlo insieme con il desiderio del cuore.