11/03/2007 – QUARESIMA – ANNO C – 3 DOMENICA – 2007
Preparazione alla celebrazione della messa.
3ª DOMENICA DI QUARESIMA.
Anno C – 11 Marzo 2007
LITURGIA DELLA PAROLA.
Dio parla a noi in Cristo. Lo Spirito ci dispone ad ascoltare la sua Parola. Gesù parla e conclude: Oggi si attua la Parola che udite. – Richiamiamo quindi la Parola, e aderiamo all’azione dello Spirito Santo.
Richiamiamo la Parola, cioè persona, messaggio e attività di Gesù.
LO SPIRITO CI CHIAMA ALLA CONVERSIONE: A IMPARARE LA PERSONA DI GESÙ.
Galilei ammazzati, giudei morti per un incidente, un albero da tagliare: che senso hanno? Nel milleseicento Calvino, ossessionato nei riguardi della vita eterna, ha creduto di risolvere il problema mettendo fuori della chiesa fra l’altro questa sentenza: Ciascuno è «predestinato» o al paradiso o all’inferno, senza poterci far nulla. – Ma come si fa a sapere dove sono destinato? – Risponde: Se Dio ti benedice, è segno che sei destinato al paradiso; se ti maledice è segno che sei destinato all’inferno. – E come faccio a sapere che Dio mi benedice piuttosto che maledirmi? – Se nella vita tutto ti va bene: salute, denaro, fama, è segno che Dio ti benedice. Viceversa, se non hai salute e sei povero e disprezzato, è segno che Dio ti maledice.
Domanda: Da dove ha preso Calvino questa dottrina? Dall’antico testamento che dice esattamente così: Se ti va tutto bene, Dio ti benedice. Se ti va male, Dio ti maledice. Esempio è Giobbe: gli viene a mancare tutto, campi, bestiame, servi, case, figli; eccetto la moglie che lo mette fuori casa e gli procura un coccio per grattarsi la rogna. Vengono a trovarlo tre amici. Gli dicono: Stai male, segno che Dio ti maledice, perché hai peccato. Pèntiti, Dio ti perdona e tu stai meglio. Giobbe dice: Ma io non ho fatto niente di male. – Gli amici di Giobbe rappresentano la mentalità dell’antico testamento. Anche i discepoli di Gesù hanno questa mentalità: per strada vedono un cieco, e gli chiedono: “Chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché costui nascesse cieco?”. Gesù risponde: “Né lui né i suoi genitori hanno peccato. Ciò è avvenuto perché si potesse mostrare la potenza misericordiosa di Dio e la salvezza degli uomini”. E i giudei pensano: se sto bene, segno che non sono peccatore e Dio mi benedice e io non ho bisogno di salvezza; se fossi cieco, sarei peccatore.
Così pensano quelli che riferiscono a Gesù sull’uccisione dei Galilei: semplici pacifisti che vanno a Gerusalemme, entrano nel tempio; Erode sospetta che siano delle spie e li uccide. Quelli che lo riferiscono a Gesù, pensano: sono morti perché maledetti da Dio; devono aver peccato. Noi non siamo morti, non siamo maledetti da Dio, quindi noi non abbiamo peccato. – Gesù dice: No! Non hanno peccato, né i Galilei morti al tempio, né i Giudei morti sotto il crollo della torre. E Gesù non aggiunge altro, non dà spiegazione; dice solo: “Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”.
«Se non vi convertite». La conversione. Cosa intente dire Gesù? Cosa vuol dire «convertirsi» nella lingua che Gesù usa parlando ai suoi interlocutori? Anzitutto è sbagliato pensare che uno abbia peccato o meno perché gli è capitato qualcosa di bene o di male. Il peccato è qualcos’altro. Poi, è sbagliato pensare anche: ho peccato, mi pento; non pecco più, mi sono convertito. No: anche la conversione è qualcos’altro. È importante sapere come stanno esattamente le cose riguardo al peccato, alla salvezza e alla conversione, per non condurre male tutta una vita ed essere dei falliti. Che cos’è allora la Conversione per Gesù! Il senso di conversione per il discepolo di Gesù implica due cose: la prima, è Gesù che sceglie e fa i suoi discepoli; non sono i discepoli che scelgono Gesù come loro maestro. Gesù lo dice: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi”. E i discepoli percepiscono di essere scelti. L’altra cosa: il discepolo di Gesù non è chiamato a imparare qualcosa, come gli altri discepoli che seguono un Maestro. Del resto ciò che Gesù dice non è del tutto nuovo. Nell’antico testamento ci sta quasi tutto: Gesù, parte lo prende, parte lo cambia, e in parte lo mantiene. La straordinarietà di Gesù è la sua «Persona». Mai nessuno al mondo ha potuto fare ciò che Gesù ha fatto. Per questo Gesù chiede al suo discepolo di convertirsi: cioè, di fare della «sua Persona il punto di riferimento»: “Amatevi gli uni gli altri, «come io» ho amato voi”; “vi ho dato l’esempio perché facciate «come io» ho fatto”, “imparate «da me» che sono mite e umile di cuore”. – Siamo richiesti di «imparare la sua Persona» e non una dottrina; i suoi sentimenti oltre il suo modo di ragionare: i suoi modi di rapportarsi con la realtà, con le persone anziane e giovani, malate e sane. È decisivo per tutti divenire come lui, simile a lui, presto o tardi. Tutta l’esistenza di ciascuno è a «immagine» di Gesù, per divenire «simile» a Gesù. Il discepolo di Gesù non potrà mai essere più grande del suo Maestro. Ma è importante imparare la Persona di Gesù, il suo ragionare, il suo sentire, il suo agire. Convertirsi quindi non è solo un «non peccare», ma anche una maniera diversa di vedere i fatti, di leggere la realtà, come Gesù: Il cieco nato non è tale per i peccati. No! Dice Gesù – Ecco un modo nuovo di vedere la realtà. La samaritana ha avuto cinque mariti e ora ha il sesto; Gesù le dice solo: “Hai detto il vero”, senza richiamarla, senza rimproverarla. Non la prossima ma l’altra domenica di quaresima vedremo l’adultera, una donna che i farisei colgono in fragrante adulterio. Gesù scrive per terra. Insistono nel chiedere se è da lapidare, e lui si limita a dire che «cominci chi è senza peccato». Rimane solo Gesù davanti a lei; e Gesù le chiede: “Nessuno ti ha condannata? – No. – Neanche io. Va’ e non peccare più”. – Anche quando la persona è colpevole, quindi, Gesù ha un altro modo di rapportarsi. A quel tizio che cerca la vita, Gesù non dice subito: Sì, “vieni e sèguimi”; ma dice: “Se vuoi”. In Gesù non c’è la logica: «Tu devi!». – Ma la logica del: «Tu scegli». – E chiede la conversione a tutti. Valutare se uno è più o meno peccatore di un altro: non ha alcuna importanza per Gesù. Importante è convertirsi e guardare a Gesù che ti rimpasta.
Il passaggio dal peccato alla grazia è quindi solo un aspetto della conversione: un frutto. L’altro aspetto, ben più importante, è «imparare la Persona» di Gesù: il suo modo di vedere, pensare, agire, incontrare, valutare. Non è nuovo questo; ha almeno duemila anni. Paolo lo comprende subito; dice: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù”. Parla così chi ha imparato bene che cos’è la conversione. E quando Paolo dice: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”, parla da convertito, che non fa questione di morale, perché l’impeccabilità non è nostra. Il suo modo di «pensare e di sentire» deve essere nostro! Avremo sempre da chiedere perdono; ma la conversione è un’altra cosa, perché guarda e si confronta con la Persona di Gesù, non con se stessi né con le idee.
L’albero da tagliare: perché non porta frutto. Ha sensi diversi: non porta frutto, non solo materiale, ma neanche simbolico, cioè non porta il frutto del bene, delle opere buone. Riguarda noi, ma anche Dio che è il vignaiolo; e ordina di tagliare se non vede frutti. Il contadino, Gesù, però dice: Lo aiuto io a far frutto; lo zappo intorno, lo concimo. Ancora un anno. E ogni anno Gesù chiede al Padre: “Ancora un anno”. Anche questo in senso simbolico – Ci è possibile quindi far frutto, convertirsi: guardare alla Persona di Gesù, con l’aiuto di Dio. Dipende da noi accogliere il suo aiuto, accettare e appoggiarci a lui. Cristo, il contadino della parabola, ci aiuta come modello efficace. E noi non dobbiamo inventare i frutti! C’è già: Gesù, la Persona di Gesù qui in noi è il frutto. Basta guardare lui. Come Dio già dice a Mosè: Fa come vedi. – E Gesù dice: Guarda me. Lo dice a ciascuno di noi. Nessuno è esonerato dalla conversione, dal guardare Gesù. Ognuno ha il suo aiuta efficace; nessuno può essere sostituito nel dare la sua parte di piena adesione alla Persona di Gesù. E Gesù ci fa suoi messaggeri, suoi angeli, suoi apostoli partecipi dei suoi sentimenti, come la Maddalena.
Attentati, incidenti: uomini, donne, bambini, muoiono ogni giorno di morte violenta. Occorre ricercare i colpevoli di questi crimini e i responsabili di queste catastrofi, ma mai affermare che le vittime sono state punite a causa dei loro peccati! Al contrario, sapendo di dover morire in un modo o in un altro, ciascuno deve evitare di lasciarsi sorprendere dalla morte. Senza dubbio, Dio è paziente, ma il tempo di cui disponiamo per convertirci è breve. Approfittiamo del “momento favorevole” della Quaresima, e ci convertiamo, riconoscendo presente in noi il Signore Gesù, venuto nel mondo
Richiamiamo la Profezia, portata a compimento in Gesù.
IO MI TROVO SEMPRE VICINO A TE, DICE IL SIGNORE, PER ESSERE ACCOLTO DA TE.
Mosè sta pascolando il gregge. Vede un roveto che arde e non si consuma. S’incuriosisce e pensa:
“Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto brucia e non si consuma?”. Una voce dal roveto lo chiama: “Mosè, Mosè”. Poi dice: “Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!”. E aggiunge: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Mosè si copre il viso, perché ha paura. Il Signore dice: “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido; sono sceso per liberarlo, farlo uscire da questo paese”. Qui il testo biblico riportato è monco. Mancano quattro versetti. Si va subito al punto. «Mosè disse a Dio: “Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?”. Mosè non conosce Dio (che prima in Egitto lo ha spinto a scendere per gli ebrei). Lo sta conoscendo adesso: «Dio disse a Mosè: «Heliè ashèr heliè!”. Poi disse: “Dirai agli Israeliti: “Heliè” mi ha mandato a voi”. Dio aggiunse a Mosè: «Dirai agli Israeliti: Javè, il Dio dei vostri padri, mi ha mandato a voi”». Dio ripete tre volte il suo nome: Heliè ashèr heliè; Heliè mi ha mandato a voi; Javè, il Dio dei vostri padri mi manda. Non lo fa tanto per dire, ma per far capire a Mosè che il suo nome deriva da un verbo; non è un nome come Bahal, Artuk, Ashtarte. E qual è quel nome, che Mosè fino a quel momento ancora non sa, e che pure ha spinto Mosè a scendere dal palazzo del Faraone per difendere gli ebrei dagli egiziani? Nome o desiderio di bene che Mosè ora lontano dall’Egitto sente ancora ardere nel suo cuore nel deserto di Madian? È un nome che deriva dal verbo «hajà=essere», diverso dal nostro verbo essere. Hajà equivale al nostro «trovarsi». In italiano «Dio» non ha alcun significato. In ebraico invece Dio si dà il nome di: «Io-mi-trovo»: accanto a te, a voi, ai vostri padri. “Questo è il mio nome per sempre”; “questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione”. Invece di tradurre «Io sono colui che sono», sarebbe più opportuno forse dire: «Colui che si trova accanto a te». Se fai esperienza di chi è accanto a te, ecco, sai che Dio è così, e puoi dire: «Colui che si trova accanto a te» mi manda a voi. Questo nome di Dio sta al centro e domina tutto il brano che abbiamo sentito.
Alcuni dati. Anzitutto, la vocazione: “Mosè, Mosè!”. Due volte è ripetuto lo stesso nome. Come: «Saulo, Saulo!». O: «Samuele, Samuele». La ripetizione del nome in ebraico indica sempre una chiamata. Non è l’unico modo di chiamare, ma sicuramente questa è una chiamata, una vocazione. La chiesa ha voluto questo testo in questa messa, testo così adattato, perché l’invito alla conversione è una vocazione, per il cristiano. Non è un optional, di cui mi servo quando ne ha bisogno. Fa parte integrante della vocazione cristiana. Il convertirsi è una chiamata, il credere in Gesù Cristo è la stessa chiamata. Altro dato importante: Gesù non rimprovera mai nessuno. Attira l’attenzione dei suoi discepoli, ma non rimprovera. Come Dio non rimprovera Mosè che non ha riconosciuto la sua presenza nell’intimo, lo ho sostituito, ha agito di propria iniziativa, ed è dovuto scappare. Mostra invece più vicinanza Dio, apparendo nel roveto ardente: come fa Gesù con Giuda, con Pietro. Vivi la tua vicinanza bella con una persona. Così Dio vuole essere identificato da te. Ricorda come da piccola/o qualcuno ti abbracciava perché ti voleva bene: questo è Dio. Dio non fa del male, non castiga; siamo noi che ci facciamo del male e poi diciamo: Dio mi ha castigato. Dio invece partecipa ai nostri sentimenti più profondi. Dice a Mosè: “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele”. Dio conosce le nostre sofferenze, partecipa con tutto il suo amore divino alla vita delle sue creature, mostra la sua vicinanza accondiscendente nei confronti delle persone. Soffrono? “Io pure soffro come soffrono loro. Le loro pene mi riguardano; vedo anche le pene che non dicono, ma che opprimono i loro cuori…”. Io mi trovo accanto a loro, dentro di loro dopo l’ascensione; e conclude: “Io sarò con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo” (Mt 28,20); il mio essere è tutto per ciascuna persona, per questo mi dichiaro “il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio di Israele, il Dio di Gesù Cristo”, capo e membra. Facciamo parte del nome di Dio, e Dio, El, fa parte del nome del suo popolo: Isra-El, antico e nuovo. Tale è l’alleanza di Dio con l’uomo. Più di Mosè noi ne prendiamo atto qui ora, e ci convertiamo a te, Signore Gesù, che sei il più interno del nostro intimo.
Vocazione e missione di Mosè, rivelazione del nome divino, celebre racconto della Bibbia, passaggio fondamentale nella storia della salvezza, l’esodo, evento fondatore del popolo di Dio, avviene sotto la guida di Mosè inviato dal Signore, Dio dei padri fedele alle sue promesse, che si sveleranno progressivamente nel loro esatto contenuto, ma l’intenzione viene enunciata già fin da questo momento: liberare il popolo eletto dalle sofferenze e dalla schiavitù. Nel corso di questa visione Dio rivela il suo nome: Io sono colui che è sempre presente, che trascende il tempo e la storia, lo stesso ieri, oggi e domani, che era, che è e che viene, come confessa la sacra liturgia.
Richiamiamo la Realtà, che ora Gesù attua in noi come in se stesso.
CON E NEL SIGNORE GESÙ RICONOSCIAMO E BENEDICIAMO IL PADRE.
Il salmo 102 in bocca allo stesso Gesù, vero Mosè, ci fa cogliere innumerevoli sfumature di senso! Solo Gesù può comprendere appieno ciò che dice di se stesso nelle parole di benedizione dei credenti che lo riconoscono come l’Inviato: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore”. La nostra lode al Signore è l’eco di quella benedizione: “Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome”. Tutto il mio intimo lo benedica; la benedizione di Lui salga dal mio cuore, dalla mia storia, dal mondo che per quella benedizione vive. Quando proclamiamo: “Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue malattie…Buono e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore”, noi intendiamo esprimere la scoperta del Nome di Dio per il nostro cuore che ha cambiato tutta la nostra vita, e trasfigurandola, ce la fa apparire sotto tutta un’altra luce. Proprio alla scoperta del Nome di Dio che si rivela pienamente in Gesù ci rimanda l’invito evangelico: “Convertitevi!”. «In Cristo infatti abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2,9): perdono, guarigione, tenerezza, giustizia, rivelazione del mistero di Dio attraverso i suoi disegni e i suoi grandi prodigi.
Richiamiamo l’Apostolo, che descrive il discepolo di Gesù.
LO SPIRITO SANTO CI EDUCA A CONVERTIRCI: A IMPARARE LA PERSONA DI GESÙ.
“Non vi sgomentate per paura di loro (dei potenti), né vi turbate, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto” (1Pt 3,14s). E parlando delle donne, Pt dice: “Il vostro ornamento non sia quello esteriore – capelli intrecciati, collane d’oro, sfoggio di vestiti – (non l’esterno, di trecce di capelli e adornarsi di ori o vestirsi di abiti, ornamento); cercate piuttosto di adornare l’interno del vostro cuore con un’anima incorruttibile piena di mitezza e di pace: ecco ciò che è prezioso davanti a Dio” [Lett.: ma il nascosto del cuore uomo –– nell’incorruttibile (sottint.: ornamento, ma al posto di ornamento, dice:) del mite e tranquillo spirito, che è davanti a Dio prezioso – o kriptòs tes kardìas ànthropos en to afthàrto (sottint.: ornamento, ma al posto di ornamento, dice:) tu praèos kai esichìu pneumatos, cfr Rm 8,26, o estìn enòpion tu theù politelès, cfr Mc 9,7: prediletto, (1Pt 3,3s)].
Evento fondatore del popolo di Dio, continuamente riletto, meditato, commentato dagli autori biblici, l’Esodo è ricco di inesauribili insegnamenti sempre attuali. Oggi, è il Cristo a camminare davanti a noi e a darci in cibo, sulla strada dell’esodo degli ultimi tempi, il suo corpo e il suo sangue. Evitiamo il peccato da cui ci hanno liberato le acque del battesimo, per entrare nella terra promessa e partecipare alla Pasqua eterna. Convertendoci, non viviamo più per noi stessi, ma riconosciamo in noi l’unico Salvatore già presente mediante lo Spirito nelle sue orme lasciate nel deserto mediante interventi di Dio a favore del suo popolo: la nube, il mare attraversato, il cibo provveduto da Dio, l’acqua dalla roccia per comando di Dio; simboli dell’acqua che è lo Spirito mandato da Gesù da parte del Padre dopo la sua glorificazione. Spirito offerto al credente come radice di una totale trasformazione. Spirito effuso nella Chiesa come principio di salvezza, di comportamento cristiano e di piena comunione con Dio. Non avvenga che desideriamo piuttosto le cipolle della schiavitù antica o che non ci decidiamo per il Signore. Incarniamo piuttosto la Persona di Cristo per non fallire nella nostra vita.