11-06-2011-Pentecoste-A

11/06/2011 – T. PASQUALE – PENTECOSTE – ANNO A – ANIMATORI

INCONTRO ANIMATORI GRUPPI LITURGICI PARROCCHIALI
Piedimulera (NO) – 2° sabato – 11 Giugno 2011 – Domenica di Pentecoste – A. Traccia lunga per testi riportati.

Oggi finisce un itinerario molto forte: cominciato con la prima domenica di quaresima, anzi, con il mercoledì delle ceneri, ci ha condotti a Pasqua, riflettendo su un cammino di battesimo e conversione. Poi abbiamo celebrato il mistero inesauribile e insondabile della risurrezione, e da domenica scorsa, in quest’ultima settimana abbiamo imparato che: 1° Gesù, primo Paraclito, è salito dall’esterno all’interno di noi stessi; 2° per farci salire, come membra del suo Corpo, dalla sua immagine alla sua somiglianza; 3° fino a Lui, nostro Capo, accanto al Padre nella gloria; 4° così divinizzati, siamo già partecipi della sua risurrezione, sicuri e sereni che nessuna creatura ci può nuocere, in quanto superiori «ad ogni Principato e Potenza, Forza e Dominazione, nel tempo presente e futuro»2ªlet. Cinquanta giorni di festa, con cinquanta «segni» precisi della sua presenza di Risorto nella nostra angusta storia ancora nel tempo e nello spazio; apparentemente invisibile, concretamente presente fra noi, Gesù opera con noi, come riporta Matteo all’inizio del vang.: «“Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato ‘Emmanuele’, che significa Dio con noi”; e destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore» (Mt 1,23: vigilia di Natale); alla fine, Matteo chiude il vangelo, riportando le parole di Gesù: “Ed ecco,‘io sono con voi’,Emmanuele, tutti i giorni, sino alla fine del mondo”(Mt28,20:Ascensione). Chiude e completa questo percorso il mistero della Pentecoste, che ora ci prepariamo a celebrare e a vivere,
PIENI DI GIOIA PER IL DONO DELLO SPIRITO DAL PADRE E DAL FIGLIO.
Messa vespertina nella vigilia
VANGELO. «Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi, gridò: “Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me”. Come dice la Scrittura: “Fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno” (Gv 7,37-39). Ci sono almeno cinque punteggiature diverse nel leggere il testo, con differenti sfumature di significato. La liturgia coglie il senso globale. Con questo grido di Gesù nella folla, riportato dallo Spirito Santo nella liturgia alla fine del tempo pasquale, Gesù attua pienamente la profezia d’Isaia, che riporta il grido di Dio, 5 secoli prima di Cristo: “O voi tutti assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente; comprate e mangiate senza denaro e senza spesa, vino e latte. Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro patrimonio per ciò che non sazia? Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti. Porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e voi vivrete. Io stabilirò per voi una alleanza eterna, i favori assicurati a Davide” (Is 55,1-3). È la fine della festa delle capanne, in autunno. Israele ricorda la vita trascorsa nelle tende durante il viaggio nel deserto dopo l’Esodo.
«Festa delle capanne» era un modo di dire, perché nell’esodo non c’erano «capanne», ma «tende». Questa festa ha avuto origine infatti dall’uso contadino in autunno al tempo del raccolto. Quando gli ebrei arrivati in Palestina, trovano questa festa, se n’appropriano. Anche i contadini palestinesi, non ebrei, come tutti i contadini, nel periodo dei raccolti autunnali, si spostano nelle capanne in mezzo ai raccolti, fanno una piccola festa d’occasione, e vi s’installano per custodire i raccolti da ladri eventuali. Gli ebrei prendono questa consuetudine e la trasformano in festa dell’esodo, in memoria dei quarant’anni nel deserto. Si celebrava comunque l’Alleanza, o dono della Torah, come nelle altre feste della Pasqua e dei covoni o sette settimane; ma ora sotto il profilo della permanenza nel deserto.
Durante questa festa, mentre il sacerdote porta in processione un’anfora d’acqua dalla piscina di Siloe al tempio, con tanta gente ai lati, ecco Gesù si alza in piedi e urla: “Chi ha sete venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: Fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno”. L’evangelista precisa: “Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: non era infatti ancora donato lo Spirito perché Gesù non era stato ancora glorificato”. Per Giovanni la «glorificazione» non era la risurrezione; ma, la morte e la risurrezione. In Giovanni 19-21 troviamo, infatti, che Gesù morendo comincia a «effondere, consegnare lo Spirito»; e, risorto, «soffia» lo Spirito sui discepoli, dicendo “ricevete lo Spirito Santo”; effonde, consegna lo stesso Spirito operante in Gesù.
Lo Spirito è effuso, consegnato da Gesù che muore in croce; quindi era attivo molto prima della Pentecoste(di Atti,2).
Di fatto, lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque sin dalla creazione. I Padri della chiesa chiamano la creazione «opera trinitaria», per la presenza dello Spirito, del Padre e della Parola (= poi Gesù Cristo). Poi lo Spirito scende su «uomini» e li fa Profeti. Nel nuovo testamento lo Spirito scende su Zaccaria per dirgli chi sia il suo bambino,«GvBatt.»; lo Spirito scende su Elisabetta, quando lei saluta Maria; lo Spirito è su Simeone quando profetizza a Maria cosa le capiterà e che cosa sia questo Bambino; lo Spirito opera in Maria Vergine, e compie una nuova creazione (non una inseminazione): Lei ha offerto se stessa, e lo Spirito Santo opera in Lei ciò che fin dall’inizio ha operato, cioè una nuova vita. È un’opera creativa. In Gesù non c’è il DNA o cromosomi del Padre eterno!
«Fiumi d’acqua viva» che sgorgheranno dal seno di Gesù sono dunque lo Spirito Santo mandato dal Padre, “Primo dono ai credenti, a perfezionare l’opera di Gesù nel mondo e compiere ogni santificazione” (Preghiera Euc. 4ª).
“Riceverete lo Spirito Santo”, aveva già promesso con chiarezza Gesù durante l’ultima cena, promettendo l’altro Consolatore, il Paraclito, precisando: “Voi farete cose più grandi di queste”.
Miracoli hanno fatto i santi! Hanno portato la parola del vangelo a quasi due miliardi di persone, cristiani, di cui un miliardo sono cattolici. Gesù non ha portato il vangelo a tante persone! Gesù ha predicato solo due anni e mezzo. Gesù dice, dunque, che noi faremo molto più di lui, come tanti grani della spiga dell’unico seme, Gesù.
Per la sua opera, Gesù ha ricevuto lo Spirito al battesimo, e con lo Spirito ha operato tutto ciò che sta nel vangelo. Anche noi abbiamo bisogno dello Spirito, per continuare ciò che Cristo ha iniziato. La Pentecoste dunque non è un regalo a piacimento, come un anello, un ornamento da mettere al dito. Lo Spirito è Dio stesso in noi per continuare l’opera di Cristo. C’è una logica: essere discepoli di Cristo significa rapportarsi nei confronti degli altri (giovani, vecchi, sani, malati, uomini, donne), come lui si è rapportato. Noi continuiamo la sua opera; non sarà perfetta come la sua, ma dal momento che uno dice: il mio modello è Cristo, tutto ciò che fa, lo compie tentando di incarnare in sé lo stile di Cristo, perfezionato dal Paraclito. La Pentecoste appare come «continuazione» della missione di Cristo.

PRIMA LETTURA. Profezia, composta di quattro testi (riporterò brani dei testi, non riportati nel libretto). Profezia, portata a compimento in Gesù. 4 testi, 4 frutti. Lo Spirito di Dio non viene, quindi, in noi solo per continuare l’opera di Cristo; ma per approfondire la densità della Pentecoste.
1. Lo Spirito Santo porta comunione dov’è disgregazione: “Fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno”. È il primo frutto. Lo Spirito, il dono di Gesù dal Padre, opera in chi lo riceve: e la comunità aumenta di numero, favorita dalla comunione. Babele «fu chiamata Babele, perché si confuse la lingua di tutta la terra» (Gen 11,1-9). Quegli uomini si vogliono costruire una torre per «farsi un nome», e per «non disperdersi su tutta la terra» (cfr v. 11). Due facce della stessa medaglia, due aspetti dello stesso peccato:
a. Farsi un nome. Farsi un nome non significa diventare famosi, ma essere indipendenti da tutto e da tutti. Quando il Signore cambia il nome ad Abramo, vuol dirgli: d’ora in poi tuo riferimento sono io, il Signore, e nessun altro. – All’inizio della creazione, alla donna nessuno pone un nome. Il testo dice: «Si chiamerà donna»; o lei o Dio, e nessun altro «la chiamerà», cioè, comanda su di lei: o lei o Dio; non l’uomo. Ma, subito dopo il peccato, è Adamo che impone il nome alla donna, e la chiama Havà = Eva; e da quel momento lei è soggetta all’uomo. Il criterio degli uomini di Babele, nel costruirsi una torre, è: non dipendere da nessuno, neanche da Dio. È un modo per dire, che il peccato d’origine non è solo in Adamo, ma anche in Caino, in Abele, nel diluvio, nella costruzione della torre di babele. Sono «Medaglioni» che richiamano sempre il peccato di origine.- Quando le persone si staccano dall’unico principio, si fanno ognuna dio di se stessa: se io sono dio di me stesso, e tu sei dio di te stessa, non ci troviamo più. Ciascuno ha il suo concetto di giustizia, e, quando ci incontriamo per discutere su qualcosa, ci scontriamo, perché ciascuno si ritiene un’autorità assoluta, un dio di se stesso, senza un Dio su tutto e su tutti. Ci troviamo a risolvere i problemi, dovendoci innalzare sull’altro. Sono poste le basi per non capirci più. Solo se accettiamo che Dio sia su di noi, è giusto accettarsi fra noi, e aiutare chi è più debole, come fa Dio; perché allora seguiamo un concetto di giustizia superiore: dall’alto; non accettandolo, non ci capiamo più fra noi; non si sa più che cosa significhi «Verità» (cfr Pilato) o si dice che essa non esiste (cfr prof. Vattimo di Torino, fondatore del pensiero debole). È vero ciò che io penso, che ciascuno pensa, in questo momento, ciò che pensa la maggioranza. Ma, la maggioranza non fa la verità: se la gran parte dice che questo legno è un marmo, non cambia il legno in marmo. Quindi, non si capisce e non si comunica più la Verità! Lo Spirito c’insegna a riconoscere la Signoria di Gesù. Non possiamo infatti dire: “Gesù è il Signore” se non nello Spirito Santo.
b. Non disperdersi su tutta la terra. Altro grave peccato, simboleggiato dalla torre di Babele, è aver disobbedito a Dio, che aveva comandato di diffondersi su tutta la terra, e dominare su tutti gli animali: «Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra”» (Gen 1,28). La torre è disobbedienza all’invito-comando che Dio fa: di espandersi. Caino aveva cominciato a farsi una città. Ora, costoro vogliono fare una torre: con la cima che «tocchi il cielo», Dio; farsi un nome per non disperdersi su tutta la terra; farsi Dio, non disperdersi, ecco le due facce del peccato delle origini. L’uomo non può più capire l’altro, non può più dialogare; non può, e non deve prendere in considerazione l’altro, se vuole imporsi e vincere sull’altro (Cfr es. commenti su votazioni: dimostrano il peccato delle origini. Cfr giornali, idem). Questa è la situazione dell’umanità fin dall’inizio. Ma «lo Spirito Santo riempie tutta la terra»; Egli crea unità d’intenti e comunione fra tutti.
2. Lo Spirito Santo opera l’Alleanza «unilaterale donativa» fra Dio e il suo Popolo. “Fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno”, portano un altro frutto dello Spirito in chi accoglie, cioè, crede in Gesù. Non è un’Alleanza bilaterale, come al monte Sinai: «Il Signore discese dal monte Sinai», dove sono gli ebrei, ai piedi del Sinai (cfr Es 19,3-8a,16-20b); e là Dio domanda: avete visto come vi ho liberati? (v. 5): «“Se volete ascoltare la mia voce e custodire la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra; voi sarete per me un regno di sacerdoti, una nazione santa”. Queste parole dirai agli israeliti. Mosè riferì, e tutto il popolo disse: “Quanto il Signore ha detto noi lo faremo”». È la proposta dell’alleanza di Dio a Israele; e Dio si manifesta presente, disponibile a questa alleanza, attenzione, con tuoni, lapilli, fuochi, come sta scritto: «Il terzo giorno, sul far del mattino, vi furono tuoni, lampi, una nube densa sul monte, un tuono fortissimo di tromba… il monte Sinai era tutto fumante… Tutto il monte tremava molto». Questo viene richiamato a Pentecoste, con le «fiammelle». Così è rappresentato lo Spirito per dire che si è di fronte ad una nuova alleanza. Firma dell’alleanza di Dio con noi; ma, ecco la novità: non un’Alleanza bilaterale, come sul Sinai; bensì come ha profetizzato Geremia: «unilaterale». Noi siamo invitati ad accogliere ciò che Dio ci dona, punto e stop; come nell’ultima cena: “Questo è il mio corpo; questo è il sangue della nuova ed eterna Alleanza”, che noi controfirmiamo, accogliendo lo Spirito e celebrando ciò che Cristo ci ha comandato di celebrare. Pentecoste, allora, è dono dello Spirito, che rende l’uomo non più dio di se stesso; ma «eteronomo» = dipendente da Dio, divinizzato perché possiede Dio stesso. Puro dono. È «Alleanza con Dio» non bilaterale, non con impegno reciproco; ma unilaterale e di tipo «donativo». Nel mondo antico esisteva l’alleanza unilaterale di tipo «ingiuntivo»; il Grande va dal Piccolo e gli dice: tu ogni anno mi devi dare es. 200 cavalli. E tu avrai in cambio la sopravvivenza, perché, o me li dai o ti uccido. Nell’alleanza «donativa» uno offre senza chiedere nulla in cambio, come a Pentecoste
3. Lo Spirito Santo è la nostra risurrezione: ”Ossa inaridite, infonderò in voi lo spirito, e rivivrete” (Ez 37,1-14). È il terzo brano della prima lettura, 3° aspetto del vang., tratto dal libro di Ezechiele 37: visione delle ossa aride. Ezechiele svolge il suo apostolato nel 500 a C., un pò in Israele, resto in esilio.
Presupposto: per i popoli antichi essere sradicati dalla propria patria, in un’altra terra, con altra lingua, usi, costumi, calendari, funzioni religiose, linguaggio diversi, è morire come popolo. Ezechiele fa da padre spirituale a un popolo che si considera morto: senza terra, sacrificio, legge, lingua, senza tradizioni religiose, culturali. Ezechiele dice: io ho visto questo; una grande valle: il regno dei babilonesi; tante ossa di morti: gli ebrei. Quando Dio decide, mette insieme tutte le ossa: muscoli, nervi…; e poi Javè dà lo Spirito. Due interventi tipici per la creazione del mammifero persona umana, per l’animale invece un solo intervento, come in genesi. Cioè, voi tornerete a casa. Ecco tutto. Ma, qui succede come nelle grandi aziende: ciascuno vede la propria parte; solo il direttore generale vede tutto l’insieme: è Dio che sa tutto. Dio incarica Mosè e Giosuè a scrivere il Pentateuco, altri a scrivere libri storici, profetici, sapienziali. Ognuno sa quel che sta facendo; ma non si rende conto come la sua parte s’inserisca in un discorso globale. Così Ezechiele, scriveva questo per incoraggiare i suoi, e non si rendeva conto che quanto scriveva, aveva un significato più profondo. Scriveva quello che voleva e sapeva Dio.
Per mezzo di Paolo poi, infatti, sappiamo da Dio il suo disegno: guardate che noi riceviamo lo stesso Spirito che ha risuscitato Cristo dai morti (2ª lett., che vedremo un prossimo anno). Siamo garantiti che risorgeremo. Paolo scrive questo, copiando alcuni vocaboli di Ezechiele tradotti in greco e riportati da Paolo come citazioni implicite. Così Ezechiele è profeta non solo per il ritorno d’Israele; ma profetizza anche il nostro ritorno definitivo, la nostra risurrezione; perché non siamo titubanti che questo si realizzi, ma “siamo certi e pazienti nell’attesa” («Spe salvi»).

4. Lo Spirito Santo opera in «ogni persona umana», senza eccezione: ”Io effonderò il mio Spirito sopra ogni uomo” (Gioele 3,1-5: 4° testo della I lettura), quarto frutto dello Spirito in chi crede nel Signore Gesù e sperimenta che “Fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno”: “Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni”. Gioele mostra uno spirito democratico, perché parla di uno Spirito per tutti. Prima di Gioele lo Spirito era per i grandi: re e i profeti. Gioele si rifa al fatto dei due che profetizzano nell’accampamento: «Un giovane corse a riferire la cosa a Mosè e disse: “Eldad e Medad profetizzano nell’accampamento”. Allora Giosuè, figlio di Nun, che dalla sua giovinezza era al servizio di Mosè, disse: “Mosè, signor mio, impediscili! ”. Ma Mosè gli rispose: “Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo spirito! ”. Mosè si ritirò nell’accampamento, insieme con gli anziani d’Israele» (Num., 11,27-30). Richiamato, Mosè risponde: “Magari tutti fossero profeti”. Gioele s’ispira a questo e dice: coraggio, siamo figli di una grande promessa. Così dice il Signore: “Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni. Anche sopra gli schiavi e sulle schiave, in quei giorni, effonderò il mio Spirito. Farò prodigi… anche per i superstiti che il signore avrà chiamato”. Lo Spirito è democratico, è per tutti, è garanzia di salvezza. Abbiamo bisogno di essere rassicurati; e lo Spirito che abita in noi ci dà questa certezza e consolazione, in tutti noi. Non solo in alcuni. Anche chi noi consideriamo depravati. Dobbiamo imparare a rileggere la storia dal progetto di Dio. Lo Spirito è presente in tutti. Quindi, Dio stesso è presente in tutti, e mi può raggiungere mediante chiunque; se io escludo uno solo, posso escludere Dio. Lo dice Paolo scrivendo agli Efesini: “Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti” (Ef 4,6). Ecco lo Spirito donato da Gesù; desiderato da Mosè, espresso da Gioele, ispirato da Dio, e tradotto per noi da Paolo nel Nuovo Testamento: tutti, senza eccezione, siamo investiti dallo Spirito, che ci risuscita come ha risuscitato Cristo da morte (Salmo Resp., 2ªlett., brani Eucologici: nei prossimi anni).
Messa del giorno, brevemente perché l’essenziale è già detto.
VANGELO (Gv 20,19-23):
“Pace a voi!”, dice loro due volte Gesù. «Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati”». Accanto allo Spirito, da sottolineare oggi, ci sono altre due cose in questo testo. 1. Gesù per ben due volte dice «Pace a voi» nello stesso momento; 2. Gesù lega il dono dello Spirito alla remissione dei peccati.

1. Gesù dice due volte “Pace a voi”.- Lo Spirito Santo opera la piena realizzazione dell’umana esistenza: “Pace”, shalom, non è un semplice saluto, ma impegno a favorire la realizzazione di chi si saluta; shalom = realizzazione. Ciascuno ha «diritto di realizzarsi» per quello che è. «Pace» non è semplice augurio, ma compromissione. Quei clericali, dicessero «Shalom» al malcapitato nei ladroni, dovrebbero fermarsi e aiutare, per non essere falsi. Si comprometterebbero e non arriverebbero più a celebrare il culto a Gerusalemme. Nessuno vuol essere detto falso, augurando a qualcuno di star meglio, senza poi dare aiuto; quindi, proseguono per la loro strada; il samaritano invece si compromette e aiuta. Si augura Pace a qualcuno, dandogli qualcosa per renderlo Felice. Dicendo “Pace a voi”, Gesù dice: io voglio che voi vi realizziate, siate felici, per questo vi dono lo Spirito Santo. Attraverso lo Spirito voi fate l’esperienza della remissione dei peccati. Noi siamo moralisti! Questa remissione dei peccati non ci dice alcun che. Di fatto, invece, peccato e morte sono due facce della stessa realtà; avere un peccato perdonato, significa che un pezzo di morte non comanda più su di me; tutti i peccati perdonati? = eliminazione di tutta la morte. Non è moralismo o perbenismo esterno; ma una realtà che trasforma l’essere: è «shalom» = la mia realizzazione. Realtà enorme.
2. Gesù lega il dono dello Spirito alla remissione dei peccati: Lo Spirito Santo dona la vita con il perdono: ”Perdonando, mi vien tolta di dosso la morte spirituale; ne è prova che sono capace di «perdonare» a mia volta, di avere in me la Forza di Dio che perdona: faccio esperienza di liberazione da uno che era mio padrone; io perdono, e la morte non è più mia padrona. Io non muoio. Sono gli altri che mi vedono morire; in realtà per me la morte è apertura di una porta che mi immette nella vita.
PRIMA LETTURA. ”Tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare” (At 2,1-11.). Così lo Spirito toglie alla radice il peccato che crea divisione e morte.
1. Spirito Santo fa crescere la comunità di numero e nella comunione. «Vento gagliardo», «lingue di fuoco», «si trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione (16) che è sotto il cielo» sono citazioni implicite che rimandano all’esperienza d’Israele alle sponde del Mar Rosso, asciugato da un vento gagliardo, e ai piedi del Sinai lampi e tuoni spaventosi (vedi sopra: 2. Lo Spirito Santo opera l’Alleanza «unilaterale donativa» fra Dio e il suo Popolo); citazioni che testimoniano la nuova esperienza del nuovo popolo che riconosce Dio, unico Signore, per opera dello Spirito Santo in ogni persona umana (vedi sopra: 4. Lo Spirito Santo opera in «ogni persona umana», senza eccezione ). Esperienza, certo, interiore; ma a Dio è possibile mostrarla anche all’esterno. Gli uomini tornano a capirsi come Dio vuole: comprensione, solidarietà, aiuto, stima reciproca, stesso modello Gesù; si sentono fratelli. Il segno è la «comprensione» fra tante persone, tante nazioni. Solo lo Spirito Santo ci fa passare dalle verità «ideali» all’esperienza di realizzazione personale, di comunione fra persone, ecc. Le «fiammelle» designano questa «profonda» esperienza divina trasformante. Esperienza come «dono» di Dio, come «Alleanza unilaterale donativa» di Javè, come con Abramo: “Dio vi darà discendenza, popolo, terra…”, e non chiede nulla in cambio, se non «adesione» a lui. Dio sigilla il suo patto unilaterale, passando in mezzo come «fuoco bruciante»; nel deserto Dio appare a Mosè nel «roveto infuocato»; guida Israele come «colonna di fuoco bruciante»: Dio è quindi «amicizia» con Abramo; è «presenza operativa» che salva, come con Israele; con Mosè è «guida» che non ti abbandona mai nelle tenebre, come non ha abbandonato Israele (Salmo 22: “anche camminassi in una valle di morte, tu con me!”). Gli apostoli fanno tutte queste esperienze di Dio: amicizia, presenza operativa, guida che non abbandona. Dio appare sempre con volto sereno, sorridente: è Dio Paraclito che ti aggiunge ciò che ti manca, per essere gradito a Dio tuo Giudice. Dio, Difensore estremo e Giudice? Sì! Per noi, incomprensibile! Ma vero (1Cor 13: “Dio è Amore, non tiene conto del male ricevuto», “l’ha buttato in fondo al mare”). Ed è il nostro Kùrios, il nostro unico «Signore»
2. Lo Spirito “rinnova tutte le cose”. A modo di sintesi si potrebbe pensare in breve alla «Pentecoste Paolina» di Gal 5: i sette doni dello Spirito Santo; e alla seconda lettura di oggi che noi svilupperemo un prossimo anno, e che ora solo richiamiamo: “Ciascun membro, del corpo di Cristo, riceve un dono particolare dallo Spirito di Cristo”; comune a tutte le membra è il dono dello Spirito che ci fa riconoscere: «Gesù è Signore!». Poi «vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti». Segno dell’attività dello Spirito di Dio operante in noi, membra di Cristo, è la «ricerca del bene comune», che consiste in «unità e crescita» di tutta la comunità, crescita uniforme analoga al corpo umano, uno, con tante membra; “così è anche il Cristo. Infatti, noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito”. Il nostro Signore è solo uno, la Persona di Cristo, e non posso vivere questa scelta se non ho lo Spirito, che mi permette di scegliere, non per convenienza, interesse, mio punto di vista. Lo Spirito fa vivere ciascuno nel corpo di Cristo secondo il dono fattogli (vedi sopra: 3. Lo Spirito Santo è la nostra risurrezione). In conclusione. Abbiamo contemplato lo Spirito. Ma anche questo non serve a nulla. Perché, o noi, sulla base di quanto la Parola oggi ci ha detto, facciamo «esperienza» dello Spirito Santo, cogliendolo in ciò che ci accade durante la giornata, e allora la nostra fede è nutrita come lui provvede che avvenga; o noi non conosciamo lo Spirito Santo operante in noi. Perché «non sappiamo» di essere inabitati dallo Spirito (anche i demoni lo sanno!), ma «sperimentiamo» di essere inabitati dallo Spirito Santo, in quanto lo lasciamo operare la vita di Cristo in noi. In questo caso l’esperienza diventa più facilitante nel credere alla grande speranza, che non è «attesa di un bene possibile», ma «certezza di un bene sicuro»: la Risurrezione.
Allora canteremo con Maria il Magnificat: “Benedici il Signore, anima mia! Sei tanto grande, Signore, mio Dio!”.