12-04-2010-PrimaComunitàCristiana

12/04/2010 – PRIMA COMUNITÀ CRISTIANA

LA PRIMA COMUNITÀ CRISTIANA Atti 2,42-47

All’inizio di un anno pastorale, ci domandiamo, di che cosa vive una comunità cristiana?
“Di Eucaristia”, risponde l’enciclica “Ecclesia de Eucharistia” di Giovanni Paolo II.;
Di Sacramenti che culminano nella messa, si suole dire o si sente dire dal popolo un po’ istruito. Lo stesso Papa Gv Pl 2° dice ai vescovi del triveneto, in visita presso la Santa Sede nel 1991:

“Il Messale, quindi, con il suo ampio Lezionario, quotidiana «mensa» della Parola di Dio, può ben essere considerato il manuale universale della catechesi per tutto il popolo, in parrocchia, in ogni chiesa o comunità”.
Tutto, in un modo o in un altro, ci rimanda alla prima comunità cristiana (cfr Scheda A, Scheda B) .

Ricomponiamo lo spirito di profondità per ascoltare la parola. Invochiamo lo Spirito Santo.
Proviamo a leggere anche noi nell’originale questo testo ispirato di Atti 2,42-47. Faremo esperienza concreta di com’è vero che una sola parola di Dio è inesauribile (Sant’Efrem).

SCHEMA

1 – 2,42 Èsan de proskarteroùntes tè didakè tòn apostòlon kaì tè koinonìa,
2 – erano poi perseveranti allo insegnamento degli apostoli e alla comunione,
3 – tè klàsei toù àrtoù kai taìs proseuchaìs.
4 – alla frazione del pane e alle preghiere.
5 – 43 Egìneto dè pàse psuchè fòbos: pollà te tèrata kaì semeìa dià ton
6 – c’era poi in ogni anima timore, molti – miracoli e segni attraverso gli
7 – apostòlon egìneto.
8 – apostoli avvenivano.
9 – 44 Pàntes dè hoì pisteùsantes èsan epì tò autò kaì eìchon hàpanta koinà,
10 – Tutti poi i credenti erano in lo stesso (luogo) e avevano tutte le cose comuni,
11 – 45 kaì tà ktèmata kaì tàs hupàrcseis epìprascon kaì diemèrizon autà pàsin, kathòti
12 – e le proprietà e le sostanze vendevano e dividevano queste a tutti secondo
13 – àn tis chreìan eìchen.
14 – che qualcuno necessità avesse.
15 – 46 kath’ hemèran te proskarteroùntes homothumadòn en tò ierò klòntes te
16 – Ogni giorno – perseveranti unanimemente in lo tempio spezzando –
17 – kat’ oìkon àrton, metelàmbanon trofès en agalliàsei kaì afelòteti kardìas,
18 – in casa pane prendevano cibo in gioia e semplicità di cuore,
19 – 47 ainoùntes ton theòn kaì èchontes chàrin pròs òlon tòn laòn. o de kùrios
20 – lodando il Dio e avendo favore presso intero il popolo. Il – Signore
21 – prosetìthei toùs sozomènous kath’ hemèran epì tò autò.
22 – aggiungeva i salvati ogni giorno in lo stesso.

Italiano CEI ufficiale

1 – 2,42 (Quelli che erano stati battezzati) erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e
2 – nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. 43 Un senso di timore era in tutti,
3 – e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. 44 Tutti i credenti stavano insieme e
4 – avevano ogni cosa in comune; 45 vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con
5 – tutti, secondo il bisogno di ciascuno. 46 Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e,
6 – spezzando il pane nelle case, 47 prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e
7 – godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità
8 – quelli che erano salvati.

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Varianti nelle traduzioni.
Constatiamo le varianti di un solo versetto, 42, tanto per avere un’idea delle difficoltà nel tradurre.

I – Traduzione attuale della CEI:
(Quelli che erano stati battezzati) erano perseveranti [nell]’insegnamento degli apostoli e [nella] comunione, [nello] spezzare [il] pane e [nelle] preghiere.

II – Traduzione della CEI precedente, nel Messalino ancora in uso; vedi 2ª domenica di Pasqua A):
“I fratelli erano assidui ad [ascoltare] l’insegnamento degli apostoli…”;

III – Una traduzione che pretende di aderire al testo, parola per parola:
[Partecipavano] assiduamente all’insegnamenti degli apostoli[,] alla vita comune, allo spezzar del pane e alle preghiere.

IV – Infine, una traduzione che compare spesso in libri di commenti, intenti a sottolineare l’unione nelle comunità (ci fermiamo sempre al v. 42 per avere un’idea di come si può bistrattare la parola di Dio, anche con buone intenzioni, che nulla hanno a che fare con Dio):
Erano assidui all’[ascolto dell]’insegnamento degli apostoli e all’[unione fraterna]….

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Possiamo vedere come le traduzioni corrispondono più o meno al testo, cambiando molto il senso delle parole ispirate; ma l’originale rimane sempre lì per essere studiato e approfondito; e anche se uno non conosce il greco, può essere guidato a rendersi conto di tante cose nella parola rivelata. Ognuno ne ha diritto e dovere. Ora abbiamo gli strumenti per poterlo fare!

Una considerazione generale: la vita cristiana si trasmette con la Tradizione e la Scrittura (DV).
Un testo ispirato trasmette la vita che contiene, quando è unito all’autentica tradizione della chiesa.

Abbiamo mostrato che bisognerebbe notare con una matita le varianti. Accostiamo ora la Parola di Dio, rivelata. Notiamo solo tre aspetti: Didaké, v. 42; Metelàmbanon, vv. 46-47; Kaì, v. 42.

DIDAKÈ
Èsan = erano; dè: non si traduce perché manca il corrispondente in italiano; proscarteroùntes = perseveranti; tè = alla; DIDAKÈ = insegnamento; tòn = degli; apostòlon = apostoli…Fermiamoci sulla parola Didakè. Che cos’è la Didakè?
Nel mondo orientale, chi parla sa e chi ascolta tace, perché non sa. Qual è il pregiudizio che subdolamente passa al lettore ascoltando il testo italiano? Gli apostoli sanno e la comunità cristiana è popolo ignorante, che deve «ascoltare». Ma questo è nella testa nostra; non c’è nel testo rivelato. Ecco un pregiudizio o pre-comprensione, perché la Didakè non è: io parlo e voi ascoltate. Il meccanismo della didakè è questo. Voi vivete la vita quotidiana che pone problemi vari…, di obbedienza, di convivenza, eccetera; come accettare per es. responsabili con testa piccola, o sudditi con testa ancora più piccola. Si dice allora “all’Apostolo”: noi abbiamo difficoltà a vivere.… Siamo noi che poniamo domande fondamentali. L’Apostolo non risponde con il «suo buon senso». Nella chiesa nascente non c’è buon senso. L’Apostolo cerca di ricordare episodi o detti (lòghia) di Gesù che aiutino a risolvere i problemi, trovando una risposta a queste domande. Quindi, c’è: domanda, memoria, discussione; domanda, risposta, discussione. La didakè è la sintesi di quell’opera che lo Spirito Santo fa, sia nell’autorità della chiesa, sia nell’assemblea dei fedeli che formano la chiesa. Lo Spirito Santo non sta sulla linea di demarcazione che passa sopra i miei capelli e sotto le suole del vescovo… Allora tutto lo Spirito santo sarebbe a nord e tutta la zucconaggine a sud. Ma il vescovo, il papa hanno un dono dello Spirito di tipo x, noi abbiamo dei doni dello Spirito di tipo y; è mettendo
insieme le due cose che nasce la Didakè. La traduzione «ascoltare», all’infuori di questa dinamica, di comunione dei doni, è deviante, blasfemo. Sotto il naso si deve avere il testo ispirato che ci parla, e rivela cosa Dio dispone e vuole. Ora si capisce che, se anche non si conosce il greco, come può conoscerlo un competente, non importa; si può essere guidati a capire quel minimo che basta per controllare il testo ispirato e renderci conto personalmente di ciò che vale davvero, aldilà di pareri o istruzioni o pregiudizi o pre-comprensioni umane. Questo è studio, questa è ricerca in vista della liturgia (lettura del testo: prima fase della Lectio Divina Monastica). Ogni parola ispirata esige attenzione e studio, che da solo/a nessuna persona può fare. Nei nostri incontri noi, con l’aiuto di tutti, ci fermiamo su qualche aspetto del testo, per prendere coscienza dell’infinito valore della Parola di Dio.
Per esempio, ora costatiamo che chi traduce può far passare involontariamente i suoi preconcetti; esempio, una parola, «ascolto», che nel testo rivelato non esiste (anche questo è incarnazione, di un Dio che, pur di stare con noi, accetta la passione, anche del fraintendimento). Santa Teresa di Lisieux scrive nel frontespizio del suo scritto «Storia di un’anima»: vorrei essere un uomo per poter studiare l’originale ebraico e greco. Noi non siamo come lei.
Tornando alla Didakè: abbiamo visto che secondo la Didakè degli apostoli, non esiste il magistero che sa tutto, da una parte, e il popolo di Dio che non sa niente, dall’altra. La struttura della Didakè è dialogica. Non va dimenticato. Non esiste autorità cristiana senza dialogo; né obbedienza cristiana senza dialogo. L’ultima parola è dell’autorità; su ciò non si discute; ma la penultima è tutta nostra.
Riflettere sulla parola di Dio così è santità, ma riflettere sulla
«non parola di Dio», che cos’è? Non si sa.

METELÀMBANON = PRENDEVANO (cibo)
Facendo un po’ di ANALISI SINTATTICA del periodo centrale del brano, prima in italiano, poi in greco, vediamo il rapporto fra i verbi, e scopriamo la struttura di vita della prima comunità cristiana.

Lettura del testo italiano CEI ufficiale:
1 – v.46 Ogni giorno [erano] perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case,
2 – prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore,
3 – 47 lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo.

Altra traduzione:
1 – v.46 Ogni giorno [erano] perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case,
2 – prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore,
3 – v.47 lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo.

CEI precedente:
1 – v.46 Ogni giorno tutti insieme [frequentavano] il tempio e [spezzavano] il pane a casa
2 – [prendendo] i pasti con letizia e semplicità di cuore,
3 – v.47 lodando Dio e godendo la stima di tutto il popolo.

Fare la struttura del testo, vuol dire, notare i verbi principali che reggono i verbi secondari, cioè che «danno il senso» ai verbi secondari di tutto il brano. Prima cosa da fare allora è individuare i verbi principali. Quanti verbi principali e secondari ci sono nell’italiano letto sopra? E nell’originale?

Vediamo ora l’originale, rivelato; lo ricopiamo dallo SCHEMA iniziale traslitterato, e si ha:
15 – v.46 kath’ hemèran te proskarteroùntes homothumadòn en tò ierò klòntes te
16 – Ogni giorno – perseveranti unanimemente in lo tempio spezzando –
17 – kat’ oìkon àrton, metelàmbanon trofès en agalliàsei kaì afelòteti kardìas,
18 – in casa pane prendevano cibo in gioia e semplicità di cuore,
19 – v.47 ainoùntes ton theòn kaì èchontes chàrin pròs òlon tòn laòn.
20 – lodando il Dio e avendo favore presso intero il popolo.

Sono riportati qui sotto, in grassetto, i verbi. Qual è la struttura che ne risulta? Precedono due participi presenti, un verbo finito principale al centro, seguono altri due partic. pres. Quindi un unico verbo principale finito dà senso e forma a quattro verbi part. pres. Come segue.

Kath’ emèra = ogni giorno
Proskarteroùntes = perseveranti: participio presente, frase non completa, dipendente.
Klòntes = spezzanti (in casa il pane): partic. presente, frase non completa, dipendente;
Metelàmbanon = prendevano (cibo): verbo finito, frase princip., reggente 2+2↨partic.
Ainoùntes = lodanti (il Dio): participio presente, frase non completa, dipendente.
Èchontes =aventi (grazia, favore; e non: simpatia: = non c’era persecuzione): part. pres. dipend.

L’autore sacro pone al centro il verbo finito principale, Metelàmbanon, il mangiare insieme.
Immediatamente sopra e immediatamente sotto, lo «spezzare del pane» (l’Eucaristia), sopra, e «lodare il Dio», sotto. Agli estremi, mette, sopra «frequentare il tempio» e sotto «godere grazia» (grazia = tolleranza, non simpatia; la gente li sopportava: non c’era persecuzione).

Perché l’autore sacro pone questo verbo principale unico, Metelàmbanon = prendevano (cibo), al centro, con la dipendenza degli altri quattro verbi, participi, come dire «un mangiare insieme che caratterizza tutta la cena, tutto il pranzo»? Con quali criteri o valori?
Troviamo la risposta nell’AT. Chi volesse studiare un po’ la letteratura orientale, trova nel mondo antico, nell’AT in particolare, fondamentalmente due strutture letterarie (nel NT ci sono ampi retaggi della letteratura ebraica e aramaica, ma un po’ meno strutturati degli scritti dell’AT, perché sono pensati in aramaico e poi tradotti in greco). Cerchiamo di capire perché è fondamentale «mangiare insieme» per l’autore sacro, da mettere questo verbo al centro del brano, da caratterizzare tutta una situazione, come una cena, tanto importante nel mondo semitico!

«Accoglienza dell’altro»
Prima caratteristica del «mangiare insieme» nell’Antico testamento è «accogliere l’altro» com’è.
Primo esempio del mangiare insieme nella bibbia è il pranzo offerto da Abramo agli ospiti: «Poi il Signore apparve a lui alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno. Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, dicendo: “Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo. Si vada a prendere un pò di acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l’albero. Permettete che vada a prendere un boccone di pane e rinfrancatevi il cuore; dopo, potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo”. Quelli dissero: “Fà pure come hai detto”. Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: “Presto, tre staia di fior di farina, impastala e fanne focacce”. All’armento corse lui stesso, Abramo, prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. Prese latte acido e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse a loro. Così, mentr’egli stava in piedi presso di loro sotto l’albero quelli mangiarono» (Gn18).

Prima caratteristica del mangiare insieme: «accogliere l’altro» così com’è, in quanto amato da Dio. Abramo è fuori della tenda; arrivano tre ospiti misteriosi. Il Padre eterno con due segretari. Caratteristiche di questo mangiare insieme: Accoglienza; anche qui è già presente il «far memoria»; ma ne parleremo dopo, a parte. Ora vediamo l’Accoglienza in Abramo. Il patriarca Abramo li accoglie senza chiedere chi sono. È gente di passaggio e Abramo nella sua fede vede un disegno di Dio: «Non a caso, dice il testo, siete passati di qua»; e quindi venite. Primo criterio del mangiare insieme non è la sopravvivenza biologica, quella è scontata, ma è accettare le persone per quello che sono, senza chiedere carte d’identità, senza domandarsi cultura, pelle, religione, santità; per il fatto che tu esisti Dio ti ama (Sap). Bene io ti accolgo per quello che sei.
Quando Gesù dice: “Siate come i bambini”, non fa un’affermazione poetica. La Tata è cicciona, nera, sformata; non importa, il bambino sta bene quando e stretto al cuore, è contento si rasserena, allora l’essere sformata, nera…, è solo pregiudizio. Il bambino piccolo non chiede se è cattolica, mussulmana, atea. Sta bene con lei. Poi diventa grande e comincia a dire: non mi piaci, perché sei cicciona e hai la pelle nera, e poi tu ti prostri al venerdì mentre io vado a messa la domenica. Gesù dice: siate come il ragazzo o come il bambino? Abramo è come un bambino; non sa chi siano quegli ospiti e li accoglie per quello che sono. Quando uno sa accogliere l’altro per quello che è, senza chiedere nessuna patente? Quando ha imparato ad accogliersi per quello che è, perché il meccanismo con cui accogliamo gli altri è lo stesso con cui ci accogliamo noi stessi per quello che siamo. Accogliere, non significa approvare, accogliere significa voler bene. Quando un marito sbaglia e una moglie è innamorata del suo uomo, gli vuol bene lo stesso, anche se è condannato dal giudice, perché l’amore non guarda le qualità dell’altro, ma solo il fatto che esiste. Quante donne amano uomini sozzi, ignoranti, brutti, rozzi e puzzolenti, incapaci di far l’amore quando vogliono, eppure li amano. Mistero: non li amano perché sono attraenti.
Questa è la prima qualità del mangiare insieme nel mondo biblico; per questo, scribi e farisei si meravigliano di Gesù, che accoglie i peccatori senza rimproverarli.

«Fare Memoria»
Seconda caratteristica del mangiare insieme nel mondo biblico è quello del «far memoria». Oggi abbiamo mangiato. Quando si mangia da cristiani, da persone umane, si prende coscienza che noi possiamo mangiare ciò che stiamo consumando perché alle spalle di questo cibo non c’è solo aria, sole, terra, cielo, lavoro; ma perché è esistita una storia. Storia che implica la vocazione di quelle persone che ci stanno servendo, che rendono questa casa ospitale. Quelle persone sono state chiamate da Dio. Loro si sono offerte a Dio, e per una serie di circostanze misteriose Dio le ha poste qui a servire noi ospiti. Fa memoria! Renditi conto di come dietro quel piatto che sembra banale c’è tutta una serie di chiamate che Dio ha fatto. Gente che si è sacrificata per maturarsi e crescere. Dietro ancora cosa c’è? C’è una chiesa, un gruppo di apostoli, c’è Gesù Cristo, e dietro a lui una lunga attesa, un popolo, dei profeti. L’ebreo ragiona così. Nel mondo biblico si ragiona in questa maniera. Noi siamo qui in questa terra perché Dio ha detto al nostro patriarca: io la darò a te e ai tuoi discendenti. Se noi mangiamo in questa nostra terra queste olivette, queste banane… il cibo degli ebrei era povero!… è perché alle spalle c’è tutta questa storia; una lunga storia provvidenziale ci ha portato fin qui.

Mangiare insieme al Messia poi, secondo la teologia rabbinica, voleva dire essere garantiti. Quelli che avrebbero mangiato con il Messia, Dio li avrebbe accolti nel regno di Dio, anche se fossero stati fior fiore di mascalzoni. Mangiare con il Messia voleva dire, ricevere una specie di cambiale in bianco con la sua firma. Un pass, per cui puoi presentare quel pass e nessuno può fermarti. Dopo la confessione di Pietro a Cesarea di Filippo, gli apostoli hanno capito che cos’era Gesù. Hanno capito che mangiavano con il Messia. Dopo l’ultima cena, quando Gesù dice: “Fate questo in memoria di me”, sperimentano il mistero di salvezza; mangiare col Messia.

L’autore sacro pone con ragione al centro il verbo: «mangiare insieme cibo con gioia e serenità di cuore». Implica tre dati. L’ultimo è già teologico. I primi due sono antropologici, dipendono da noi: accoglierci-accogliere, fare memoria; ciò che io vivo oggi è l’ultimo anello d’una lunga catena che Dio ha compiuto perché quest’ultimo anello prenda significato. Stranamente questo gesto, di far memoria, non lo facevano nella sinagoga; ma lo facevano in casa, mangiando insieme. Testi della liturgia pasquale ebraica, editi dalla Marietti, di un certo Omar Karèna, dell’università di Monaco, dal titolo: La pasqua ebraica per i cristiani, presentano il seder di pesah, lo descrivono. È la cena ebraica. Lì si fa memoria; non altrove. Insieme, mangiando, discutendo, parlando.
L’autore lo pone al centro, perché tu non puoi celebrare l’eucaristia, non puoi lodare Dio, se non ti accetti per quel che sei, e se non accetti l’altro per quel che è, e se non hai il coraggio di far memoria, ogni tanto, per capire che tu non sei all’inizio di una storia; sei alla fine: sei l’ultimo anello di una storia che ti precede; e quindi non hai la vocazione di re-inventare tutto da capo; ma hai la vocazione ad accogliere tutto ciò che il passato ti consegna, e a dare il tuo apporto a questo passato, perché diventi la tua ricchezza d’oggi, che tu consegnerai alla generazione futura. Non siamo gli ultimi di questo mondo. Diventeremo vecchi; e la ricchezza spirituale che abbiamo accolto, dando il nostro apporto, la consegneremo alle generazioni future. Quante cose stanno dietro alla semplicissima frase: «Prendevano i pasti insieme con letizia e serenità di cuore»; perché è il centro dell’eucaristia e della lode.

Abbiamo rilevato solo due aspetti del testo: la «Didakè» e il «Mangiavano insieme». Ma tutti gli aspetti del testo sono di valore infinito. Nessuno potrà mai esaurire una parola di Dio (Sant’Efrem).

LE QUATTRO CARATTERISTICHE della chiesa dello Spirito: KAÌ, KAÌ.
Cerchiamo ora di vedere le quattro caratteristiche che appartengono alla chiesa dello Spirito. La chiesa di Gesù è permeata totalmente dallo Spirito. Quando noi siamo permeati totalmente dallo Spirito, quali caratteristiche assumiamo?
Torniamo allo “SCHEMA” iniziale, versetto 2,42. Rileggiamo il testo in italiano per rilevare una duplice doppietta: Didakè e Comunione, Spezzare (il pane) e Preghiere. Quattro membri, uniti due a due dalla congiunzione «kaì = e: KAÌ, KAÌ = e, e».

Altri manoscritti minori uniscono queste quattro parti, non due a due, come sopra, ma di seguito:
«Ppartecipavano assiduamente alle Istruzioni degli apostoli, alla Vita Comune, allo Spezzare del pane e alle Preghiere». Qui notiamo che le singole parti, rimarcate con la maiuscola: Istruzioni, Comunione, Spezzare, Preghiere sono elencate di seguito, separate dalla virgola. Solo l’ultima, «Preghiere» è unita dalla congiunzione «e», che tiene il posto semplicemente della virgola.
Per questo alcuni biblisti hanno detto: qui abbiamo la struttura della messa; didakè o liturgia della Parola, Koinonia o momento dell’offerta, Frazione del pane o momento eucaristico, Preghiere finali.
Invece i migliori manoscritti hanno due kaì = due «e» congiunzione, una doppietta di concetti, messa in parallelo: Insegnamenti degli apostoli (didakè) e Comunione (Koinonìa, non Unione fraterna), Frazione (del pane) e Preghiere. Allora Didakè unita a Koinonìa formano un’unità, e Frazione del pane unita a Preghiere formano una seconda unità. Vediamo le unità e poi le singole parti.

“Koinonìa” dalla Didakè: la Comunione deriva dalla Didakè. Abbiamo visto che la Didakè è lo scambio di quella porzione di Spirito che ognuno di noi ha. Noi, popolo di Dio, abbiamo la nostra porzione di Spirito Santo, e la offriamo a coloro che nella chiesa fungono da magistero; e il magistero ha questa porzione di Spirito che viene donata a noi. Ma ci deve essere questa osmosi. La Koinonìa (che non è, come viene tradotto, l’Unione fraterna: due parole; in greco, una sola, e Koinonìa = Comunione). Che cos’è questa Comunione alla luce della Didakè? Io ti do, tu mi dài. Che cosa ti posso dare io? Ciò che possiedo, perché ciò che non possiedo, non ti posso dare. Allora, prima di tutto, la Comunione nasce dalla consapevolezza di quali doni Dio mi ha fatto. Questa è l’umiltà. Il grado zero, cioè, il punto di partenza per la Comunione è il rendersi conto di ciò che Dio ha fatto in me: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente”. La Signora Maria, sì che se ne intendeva! Allora io posso dire: non ti offro i fumi della mia fantasia, ma ciò che con fatica e tremore ho scoperto da parte dello Spirito dentro di me.
Allora non ho più paura di dire a quelli che detengono lo Spirito dell’autorità, che non sono infallibili, ti dono questo aspetto dello Spirito, ti do il mio punto di vista, dopo averci pregato e riflettuto sopra. Il problema, questo frammento di storia di salvezza, io lo vedo così; però, non te lo impongo, ma te lo offro. Si capisce allora che l’obbedienza non è un gioco dell’Ordine – Signor Sì! Questa è disciplina militare. Che occorra anche nel nostro mondo un po’ di disciplina, niente male. Ma l’obbedienza è un gioco diverso: io so per me ciò che lo Spirito mi ha dato e te lo offro; tu, però, che sei l’autorità, scopri dentro di te lo Spirito e me l’offri. Dentro questo rapporto nasce la Comunione. Io vedo dentro di me ciò che lo Spirito mi ha dato, e devo avere l’attenzione di rispettare ciò che lo Spirito ha dato all’altra persona, mio confratello, consorella, fino al Vescovo…
Altrimenti si gioca «ai politici»: si mette sul tappeto la forza contrattuale (linguaggio non più dello Spirito). Allora si sa che ci sono delle persone che non hanno forza contrattuale e devono dire di sì sempre su tutto; e ce ne sono altre che possono contrattare, e allora la controparte cede (linguaggio che nulla ha da spartire con lo Spirito di Didakè e Koinonìa). Io ti offro ciò che lo Spirito mi ha dato, tu offrimi ciò che lo Spirito ti ha dato. Vediamo insieme e poi l’ultima parola è tua. Per questo molto intelligentemente nella chiesa primitiva si mette insieme «Didakè degli apostoli», scambio dello Spirito, da cui nasce la «Koinonìa».

Le Preghiere dall’Eucaristia: non esiste preghiera sganciata dall’Eucaristia.
Nella chiesa nascente non esiste la Preghiera sganciata dall’Eucaristia. Non c’è esicasmo (esichìa = “quiete” con la ripetizione del nome di Gesù o altro) sganciato dall’Eucaristia, non c’è preghiera del profondo sganciata dall’Eucaristia, non c’è preghiera del silenzio sganciata dall’Eucaristia, non c’è neanche preghiera corale sganciata dall’Eucaristia.
Studiando un po’ di liturgia si può sapere una cosa molto semplice: la preghiera delle ore nella chiesa nasce dalla preghiera ebraica; le strutture vengono dall’ebraismo, e la struttura della preghiera ebraica nasce dal sacrificio nel tempio. Perché si prega al mattino e alla sera? Non perché il sole sorge e il sole tramonta; in privato, perché sostituiscono le preghiere delle lodi e di vespri. Lodi e Vespri che sono esistiti unendosi alla celebrazione eucaristica del Vescovo, che celebrava cinquanta, cento km lontano (non ogni comunità aveva il lusso di un proprio vescovo o presbitero). «Lucernari» si chiamavano per le candele che si accendevano al mattino, prima dell’alba, o alla sera dopo il tramonto del sole. Sempre in comunione, in sintonia, con la preghiera eucaristica del vescovo. La Preghiera non ha valore per se stessa; ma è sintonia, prolungamento, anticipazione dell’Eucaristia. Allora si possono comprendere certe assurdità che nascono dentro la vita sacerdotale, religiosa. L’esicasmo non ha senso per se stesso: è una pura tecnica; per se stessa la preghiera del silenzio: è una pura tecnica; per se stessa la preghiera del profondo: è una pura tecnica; non è «La Preghiera». La Preghiera è qualcosa di molto più articolato, ed è sempre, comunque, legata all’Eucaristia.

Eucaristia: architrave d’ogni preghiera: l’Eucaristia che a sua volta si basa sulla Didaké-Koinonìa.
Che cos’è allora l’Eucaristia? Per la stragrande parte della gente, anche cristiana, Eucaristia = Presenza. È, certo, «presenza»; ma non semplicemente «presenza». Che presenza è quella di Dio?
Brevemente. Immaginiamoci di essere in Egitto, circa tremiladuecento anni prima di oggi. Siamo tutti ebrei. Immaginiamo ancora, per presentare le cose plasticamente, che io sono Mosè e voi, tutti ebrei. Io vi avviso che questa notte Iavè passerà tra le case. Dio ha disposto così. In ebraico «passare» si dice Pesàh = Pasqua. La Pasqua non è il passaggio nel Mar Rosso. Pasqua è il Passaggio di Dio Iavè tra le case. Questo passaggio è salvezza o no? Questo passaggio è ambiguo, perché diventa salvezza e contemporaneamente diventa morte. Per se stesso non è salvifico. Ma io, Mosè, dico a voi: uccidete l’agnello, sporcate gli stipiti col sangue, cucinatelo, non bollito ma arrostito, cinture ai fianchi, bastone in mano, mangiatelo con una certa sollecitudine, spiegando ai vostri bambini che cosa sta succedendo: “Papà, perché facciamo questo?”. – “Perché il Signore stanotte passa, e noi gli andiamo dietro. Il Signore questa notte ci libera da uomini padroni religiosi e sociali”.
Questa descrizione si chiama: «Programma Rituale Partecipativo», cioè, rende le persone, che fanno questo programma rituale, capaci di partecipare alla vita; d’innestare la spina giusta, e succhiare la salvezza che c’è in questo passaggio. Senza questo Programma Rituale Partecipativo, la salvezza, che c’è in questo avvenimento, non viene succhiata. Se manca questo Programma Rituale Partecipativo, questo passaggio diventa: passaggio di morte.
Saltiamo milleduecento anni: al sette Aprile del trenta d.C. Siamo un po’ lontani dal Golgota? Non tanto. Che valore ha infatti la morte di Gesù? È ambigua; non è necessariamente salvifica.
Se fossimo tutti romani, diremmo: perché è morto quel tizio? Il Centurione, che era di queste parti venete, perché la “decima legio augustèa” forniva i militari della legione italica, che era di stanza in Siria-Palestina, e la decima legione augustèa era dal Trentino, Veneto, Friuli (i nostri soldati hanno ammazzato Gesù Cristo; da questi dati forse qualche cromosoma deicìda gira ancora fra noi qua o là!). E noi chiediamo al Centurione romano: perché l’avete ammazzato? – Eh, dice, Pilato ha fatto emettere quel cartiglio di sentenza di morte. Questo tizio delle brigate rosse voleva sovvertire lo stato. Quindi, una morte politica: Gesù Nazzareno Re Dei Giudei; mentre c’è un solo Cesare.
Immaginiamo ora che siete tutti parenti di rabbini ebrei, e chiedete a me che sono uno scriba: senti, perché è morto quello scriba rabbino come te? – Ah, io rispondo, questo qua! Dimenticatelo. Questo è un eretico. Pensate, Mosè dice: ascolta, Israele; il Signore nostro Dio è uno solo. E lui ha voluto farsi Dio. Bisogna ammazzarlo. È un eretico.
Quindi, la morte di Gesù è una morte “politica”; non necessariamente, ma anche politica. È una morte “eretica”, sì, ma non solo, perché è anche politica.
Ma noi, che eravamo lì, all’ultima cena con lui, sappiamo che questa morte è una morte salvifica. Da che cosa lo sappiamo? Da quel piccolo Programma Rituale Partecipativo che Gesù ha svelato ai suoi: “Fate questo in memoria di me!”. La sua morte e la sua risurrezione restano ambigue per coloro che non possiedono il Programma Rituale Partecipativo, che diventa criterio interpretativo di questi avvenimenti, che in sé sono molto ambigui. La morte di Gesù ha almeno tre valori: politico, religioso, salvifico. Io so che è salvifico, perché ho la chiave di lettura nel Programma Rituale. Il sepolcro vuoto potrebbe essere frutto di un furto; potrebbe essere frutto di un crocifisso che è fuggito. Noi sappiamo che è risurrezione, perché c’è il Programma Rituale Partecipativo. La domenica successiva, quando Gesù appare loro, non c’è più la morte, non c’è più la risurrezione. Al posto della sua morte e della sua risurrezione c’è la “proclamazione dell’avvenimento”. Ma, il Programma Rituale Partecipativo resta lo stesso. La liturgia della Parola, dunque, prende il posto dell’avvenimento; mentre la parte della celebrazione eucaristica non è altro che la diretta erede dell’ultima cena, che mi rende capace di partecipare totalmente alla salvezza presente nell’avvenimento della morte e della risurrezione, oggi, pienamente sostituito dalla liturgia della parola.
Allora la Liturgia della Parola non è una parte didattica della messa, ma è un vero e proprio “avvenimento”. Nel sette Aprile del trenta abbiamo un Dabàr (= avvenimento), l’avvenimento della morte e risurrezione; successivamente abbiamo un altro Dabàr (Dabàr vuol dire Parola Proclamata); ma sempre Dabàr Iavè, al quale io partecipo solo e unicamente attraverso quel Programma Rituale Partecipativo. Senza quello non c’è partecipazione alla salvezza. Senza quel Programma Rituale dell’Esodo non c’è salvezza; c’è morte. È stupido teologicamente quel filone di riflessione che si sente molto spesso fra persone di poco approfondimento teologico (bisogna aver sempre terrore della mezza cultura teologica; è deleteria, devastante. Bisogna studiare).
Ora si capisce perché è importante la Liturgia della Parola: perché lì è presente tutto il mistero pasquale. Anche se leggiamo le beatitudini? Il mistero pasquale di solito è detto il mistero della morte e risurrezione di Gesù. Ma, Gesù muore e Giovanni ev. dice: “Parèdoken to Pneuma” = effuse lo Spirito. Allora, il mistero pasquale non è solo la Morte e Risurrezione di Gesù, ma è anche la Pentecoste. Gesù muore per i nostri peccati secondo le Scritture; allora, quel mistero di salvezza era già presente quando diceva all’adultera: “Donna, nessuno ti ha condannato? – No, Signore! – Neanche io ti condanno”. Allora, in quell’episodio il mistero pasquale era già operante. Come quando prende per mano la figlia di Giairo e le comanda: “Àlzati!”. Allora il concetto della liturgia è questo:
nel frammento è già presente il tutto.

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Che cos’è, allora, la messa?
Che cosa scaturisce dalla messa?
In ogni messa, la prima parte, le letture… è Cristo Pasquale, in atto di amare fino a morire, risorgere, effondere lo Spirito (lo stesso evento, Dabàr = Parola, come l’evento, Dabàr del sette, otto, nove aprile dell’anno trenta d.C.). Io, noi, sue membra, ora siamo fatti partecipi di un aspetto della sua Pasqua, come la vite e i suoi tralci. Ogni giorno.
È istruzione o condivisione di vita quotidiana…?
Di doni, Didaké, donde la Comunione?
Condivisione di Gratitudine a Dio Padre, in Cristo, per lo Spirito Santo, sia che mangiamo, sia che…; donde le Preghiere, sia che…: sorriso, vita, un pranzo di Nozze? Perché? Sì!
Perché Gesù, il Signore risorto, è qui, PRESENTE; e noi tutti con lui, in lui; davanti al Padre, con tutti i suoi angeli e santi. Ci chiamiamo: Giovanni = Javè fa grazia, con i suoi doni a ciascuno.
Esperienza o idee?
Come si fa esperienza, allora?
L’iniziativa è dello Spirito o nostra?
Tutti i verbi riguardanti Dio dicono esperienza.
Che cosa vuol dire?
Come partire sempre dalla Parola di Dio, autentica?
Come individuo e come Comunità?
Sono cosciente dei sentimenti che ora tutto Questo suscita in me?
Carta e penna, prova elencare pensieri e sentimenti suscitati in me dallo Spirito?
Non è importante come tante altre cose, e forse di più?!
Colgo pure in me il «desiderio», dallo Spirito, di condividerli: proporli a qualcuno, per capire meglio?
Mi fa intravedere (introspezione spirituale) lo Spirito anche chi mi potrebbe aiutare in questo, come Maria ed Elisabetta (Saulo e Anania, …)?
… che cantano, e fanno cantare anche Zaccaria, come ora tutta la Chiesa, mattina e sera?
Che cosa può significare, allora, «Preparazione alla celebrazione della Messa»?
Prepararci ad animare altri, nella vita? Negli incontri che si fanno per questo?
Individualmente o insieme?
Non è infatti istruzione; ma che cosa?
Quale potrebbe essere il nostro prossimo approfondimento? Il programma formativo? Di che cosa?