13-05-2007-LectioDivina-dom6Pasqua

13/05/2007 – LectioDivina Lc24,33ss-Messa Dom.6 C – Pasqua 2007

PONTOGLIO – LECTIO DIVINA – Sesta Domenica di Pasqua – 13.05.2007

Lectio Divina su Luca 24,13-35
Testo dei «Due discepoli sulla strada di Emmaus» – Segue:

LECTIOnuova traduzione CEI: La Sacra Bibbia, Nuovo Testamento, Roma 28.03.1997, p. 211

Leggiamo ancora l’intero brano di Luca 24,13-35 con i suoi sei aspetti dell’incontro con Cristo.
– A – La Ricerca: è l’atteggiamento dei due discepoli (24,13-14).
24,13Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Emmaus, distante circa sette miglia da Gerusalemme, 14e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto.
– B – Il Testimone: è Gesù che accompagna i due nel loro cammino di fede (vv.15-16).
15Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro, 16Ma ai loro occhi era impedito di riconoscerlo.
– C – Il contenuto del discorso dei discepoli: è Gesù di Nazaret (vv. 17-24).
17Ed egli disse loro: «Che discorsi state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; 18uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». 19Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; 20come i capi dei sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi lo hanno crocifisso. 21Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. 22Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba 23e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. 24Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui, non l’hanno visto».
– C’ – Le Scritture: in bocca a Gesù, lui le illumina ed esse illuminano il suo mistero (vv. 25-27).
25Ed egli disse loro: «Voi non capite e siete lenti a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! 26Non bisognava che il Cristo subisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». 27E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
– B’ – La Scoperta: i due riconoscono la vera identità di Gesù (vv.28-32).
28Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. 29Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. 30Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. 3lAllora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. 32Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
– A’ – La Missione: i due tornano a Gerusalemme e riferiscono l’accaduto agli Undici (vv. 33-35).
33Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, 34i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». 35Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avessero riconosciuto nello spezzare il pane.
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Rilettura.
Nel nostro primo incontro, dopo aver letto il testo come abbiamo appena fatto, e abbiamo riletto una parte: Gesù-Viandante sconosciuto, che si accosta e cammina con i due discepoli, e spiega loro le Scritture (Lc 24,13-27): Gesù in persona che parla, e parla di se stesso.
Nel secondo incontro abbiamo riletto in particolare La Scoperta, il riconoscimento della vera identità di Gesù da parte dei discepoli. Oggi approfondiamo la terza parte (vv. 33-35), La Missione, o partecipazione e testimonianza dell’esperienza fatta. La rileggiamo come il solito, questa terza parte, cercando di capirla come devono averla compresa i contemporanei di Luca. Alla fine, dopo questi tre incontri, avremo riletto tutto il testo ispirato, che illumina la nostra esistenza attuale, perché la nostra storia è continuazione della storia sacra. Quella di Gesù è una storia normativa, la nostra è normata; Dio ha provveduto che fosse messa per iscritto (sacra Scrittura Nuovo Testamento) proprio quella di Gesù e della primissima sua comunità o chiesa, perché noi possiamo averla come punto di riferimento per la nostra esistenza concreta.
Rileveremo alla fine i punti essenziali di tutto il brano dei due di Emmaus, per prendere coscienza della nostra vita in rapporto a Dio ora, in concreto. Per questo siamo qui: per prendere coscienza di quanto il Signore sta facendo in noi, e perché possiamo dire a lui tutta la nostra gratitudine. Alla fine ci accorgeremo che Dio stesso suscita in noi un cuore che arde, come i due discepoli se ne sono accorti, e si son detti: “Non ci ardeva il cuore in petto mentre ci parlava per via?”. È stata la prima loro espressione di lode e di ringraziamento al Signore Gesù.
Ricordiamo qui ancora come dobbiamo rileggere il testo di oggi, la Missione, il ritorno dei due discepoli da Emmaus a Gerusalemme, per comprenderlo come lo dovevano comprendere i contemporanei di Luca. Va sempre tenuta presente la regola seguita dallo Scrittore ispirato, per non far dire al testo ciò che non intende dire. Abbiamo già rilevato negli incontri precedenti il modo di procedere degli autori biblici, in particolare dell’Evangelista Luca (vedi). Attenzione allora allo schema del racconto in questione, proposto già la prima volta: A B C C’ B’ A’, struttura a chiasmo o a cerchio, dove A aiuta a comprendere A’, B fa comprendere B’, e C il C’.
Nel brano di oggi, «A’», ritornano quattro espressioni già usate in «A»; queste espressioni sono: «nella stessa ora» (in italiano: “Senza indugio”), «lungo la via», «Gerusalemme», «dire e riferire». In «A» noi abbiamo visto: «nello stesso giorno”, “in cammino”, “Gerusalemme”, “conversavano».

Riportiamo il testo, vv. 33-35, con qualche annotazione:
Ed essendosi alzati – anastàntes, come Gesù dalla tomba: Gesù ha spiegato nelle scritture ciò che si riferisce a lui, arrivati ad Emmaus, Gesù ha indotto i due a fare un gesto di bontà, facendosi invitare a cena da loro; lui è risorto per la sua bontà che «doveva» avere: “Non bisognava che il Figlio dell’uomo soffrisse tutte queste cose per entrare nella gloria?”. Ora risorgono anche loro per amore-
«Nella stessa ora» ritornarono a «Gerusalemme» – prima ritornarono a Emmaus da Gerusalemme –.
E trovarono radunati – ethroismènous, per la loro risurrezione, e ora radunati con loro i due per la stessa risurrezione: radunati con loro infine i membri d’ogni assemblea liturgica nella storia -.
Gli undici e quelli con loro, che dicevano: “Veramente è risuscitato il Signore – altro verbo per esprimere la risurrezione: il primo, anastàntes = fare alzare, ha indicato il movimento corporeo, questo secondo, egèrthe = far sorgere o destare, indica il risveglio interiore -.
Ed è apparso a Simone – òfthe, vedere, Gesù è stato visto con gli occhi del corpo di Simone”.
Anche loro raccontavano le cose accadute lungo la via – exegoùnto, raccontavano, all’imperfetto che descrive un’azione passata, non ancora finita «imperfetta», mentre si sta svolgendo nella sua durata: i due, ora fermi, sono ancora in cammino con la mente e con il cuore, mentre raccontano -.
E come lo riconobbero nello «spezzare» il pane – egnòsthe, conobbero riflettendo; en te klàsei = nello spezzare il pane, sottolinea il tempo della durata dell’avvenimento; solo qui in tutto Luca -.

Rileggiamo l’evento del «ritorno dei due discepoli da Emmaus a Gerusalemme» con particolare attenzione alle quattro parole.

1. Partirono «nella stessa ora». (v. 33),
Avere riconosciuto Gesù in quell’ospite è stato un momento straordinario, culmine del loro cammino di ritorno a casa. Sono arrivati, ma quel semplice loro invitare cordialmente Gesù ora fa esplodere l’inizio di un nuovo cammino, di tutt’altro genere, su un piano diverso, con un nuovo intento e la consapevolezza di un altro cuore; un cammino che li fa passare dalla comunione con Gesù alla condivisione della loro esperienza con altri: ad una comunione più grande, più ampia.
La comunione con Gesù – creatasi per il loro invito: «rimani con noi», e per il suo rimanere: «entrò per rimanere con loro» – li spinge a «partire» per una comunione partecipata. La conoscenza – «lo riconobbero» perché «si fece riconoscere» – li fa camminare fino alla narrazione, alla testimonianza – «fecero ritorno a Gerusalemme dove trovarono riuniti gli Undici e riferirono» tutto. – Avevano detto al pellegrino di fermarsi con loro, ed ora essi partono. Il motivo dell’invito a fermarsi era l’ora tarda: «perché si fa sera e il giorno già volge al declino», ed essi «nella stessa ora» si rimettono in viaggio. Non è una contraddizione, ma una scoperta che li obbliga a cambiare programma; è un camminare di tutt’altro genere, come quello di Maria Maddalena che va ad annunziare ai discepoli chiusi nel cenacolo: “Ho visto il Signore” (Gv 20,18); sentono anche loro l’urgenza di comunicare ad altri la loro esperienza, come hanno fatto poi anche Pietro e Giovanni: “Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato” (Atti 4,20). La luce interiore illumina l’oscurità della notte, non solo temporale. «Tornarono»: il loro andare non è un distacco da Gesù, che era entrato in casa «per rimanere con loro». Gesù è scomparso dalla vista, non dalla loro presenza; anzi, si è reso più vicino a loro, più intimo, come all’Ascensione, quando dice ai discepoli: “Andate”, e subito aggiunge: “Io sono con voi tutti i giorni”, e operava con loro (Mt 18,19s). La comunione interiore con Gesù va oltre tutte le distanze geografiche d’ogni missione, e unisce le persone al di là d’ogni contrasto. «Nella stessa ora» in cui il Signore fa venire a me qualche persona, accolgo il Bene del Risorto, che lo Spirito mi fa desiderare nel cuore per quella persona, e sperimento il mondo nuovo del Risorto, mi trovo nella comunione del regno, operata fra noi dal Signore Gesù. Può essere che quella persona venga a me per una strada umana, forse non bella; ma io «nella stessa ora» vado a lei per un’altra strada, quella del Signore Gesù che non può non amare, «deve» amare, e lo fa tramite me, perché mi ha fatto suo, e vuol farmi quindi come lui è, giorno dopo giorno con questo esercizio della sua presenza, che fa ardere il cuore e «camminare in fretta», come Maria che va da Elisabetta portando in grembo Gesù, come la Maddalena che è venuta alla tomba per un affetto umano ma poi torna presso i discepoli con l’affetto del Risorto (Gv 20,18).

2. «Tornarono a “Gerusalemme”» (v. 33),
Il verbo «tornare», iporstrèphein, indica spesso un ritorno al luogo dove si svolge abitualmente la propria vita, ma con occhi e cuore nuovi, con un’esperienza da comunicare ai propri amici e conoscenti. Questo significa che il primo luogo della missione è casa propria, l’ambiente normale di vita, che cambia e diventa la «nuova Gerusalemme discesa dal cielo, da Dio, la dimora di Dio con gli uomini! Con noi Dio che terge ogni lacrima dai nostri occhi, fa sparire la morte, il lutto, il lamento, l’affanno, perché le cose di prima sono passate: “Ecco io faccio nuove tutte le cose”, egli dice, e io le posso sperimentare. Così «i pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto» (Lc 2,20); all’indemoniato guarito Gesù dice: «Torna a casa tua e racconta quello che Dio ti ha fatto» (Lc 8,39); «I settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: “Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome”» (Lc 10, 17; cfr 9,10); uno dei dieci lebbrosi, «vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce» (Lc 17,15; cfr v.18); «le folle che erano accorse a questo spettacolo (della crocifissione di Gesù) se ne tornavano percuotendosi il petto» (Lc 23,48); le donne, «tornate dal sepolcro, annunziarono tutto questo» (Lc 24,9); gli Undici, dopo l’Ascensione, «tornarono a Gerusalemme con gioia grande» (Lc 24,52; cfr At 1,12). È sempre un «tornare» con una nuova qualità di vita: nell’intimo delle persone che «tornano» c’è il Risorto che vive e con chi l’accoglie va ad incontrare altri. «Gerusalemme» diventa il simbolo della persona divenuta dimora riservata a Dio, simbolo della dimora dove il Risorto pone i suoi piedi: viene con il Padre, vi fa dimora e mangia con me che l’ha accolto (cfr Gv 14,23), condivide con me la sua vita divina.
I due ritornarono «a Gerusalemme» non soltanto perché è la sede della loro comunità, ma anche perché, secondo il disegno di Dio, è quello il luogo di partenza della missione: «Cominciando da Gerusalemme» (v.47), fino ai confini della terra. Così è giunto fino a noi e vive in noi ogni momento il Risorto con il suo Spirito che va oltre ogni ostacolo. Sempre una persona può essere chiamata dal Signore Gesù a far visita con lui presso un’altra persona, come Maria di Magdala ai discepoli (cfr Gv 20,18), come Anania presso Saulo (cfr Atti 9,13-17), come Paolo in Macedonia (cfr Atti 16,9s).

3. I radunati «dicevano»: Davvero il Signore è risorto; i due «riferirono» ciò che era accaduto». (v.33).
I due trovarono radunati gli Undici e gli altri che erano con loro. Questi «dicevano» e i due arrivati «riferirono». «Dire e riferire»: insieme i due gruppi conversano. La loro nuova conversazione è diversa da quella che i due facevano all’inizio del loro cammino. Ora conversano sulla risurrezione di Gesù, sapendo d’essere alla presenza del Risorto, che riunisce la comunità: «radunata», sott’inteso da Dio, passivo divino. È il momento forte di una comunità, che si qualifica come cristiana quando è radunata intorno al Risorto, quando è convocata dall’annunzio pasquale. Essi dicevano: “Davvero il Signore è risorto” (v.34). I due arrivano con una lieta notizia da comunicare: ma devono prima ascoltare la testimonianza della comunità, soprattutto quella del primo apostolo, Simon Pietro (cfr v.34). Anch’essi «raccontarono». I due ascoltano, poi è il loro turno e raccontano: conversano insieme, come tutte le persone che s’incontrano per la nuova strada del Risorto, come le donne che vengono dal sepolcro vuoto «con timore e gioia grande», e mentre corrono a dare l’annunzio ai suoi discepoli, ecco Gesù viene loro incontro e dice: “Salute a voi”. Ed esse, si avvicinano, gli prendono i piedi e lo adorano. E Gesù dice loro: “Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea, cioè nel discorso della montagna, e là mi vedranno (Mt 28,8ss). Così anche i due discepoli correggono l’«omelia» che si son fatti all’inizio del loro viaggio.
Si è parte della comunità per l’esperienza fatta, come Paolo: introdotto da Barnaba alla comunità d’Antiochia, Paolo racconta la propria esperienza di Cristo (cfr Atti 9,27). Quando Paolo e Barnaba poi vedono la resistenza alla parola di Dio, interpretano l’ordine del Signore per i suoi missionari: “Ti ho posto come luce per le genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra” (Cfr Atti 13,43-52). La comunità vive dell’apporto di ciascuno. Le singole persone formano una comunità e accolgono dalla stessa un nuovo stile di vita: ognuno realizza se stesso senza sottrarre nulla alla comunità, bensì arricchendola della presenza del Risorto, secondo il progetto redentivo di Dio. La vera comunione può avvenire fra persone di comunità diverse; fra quanti nel mondo odono, come Isaia, la voce del Signore che dice: “Chi manderò e chi andrà per noi? ”, e rispondono come lo stesso Isaia: “Eccomi, manda me!” (cfr Isaia 6,8).

4. I due riferirono le cose accadute «lungo la via». (v. 35).
«Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via»: finalmente arriva il loro turno – «essi poi» -, e la loro testimonianza conferma quella della comunità, che li ha preceduti e sostenuti. «Riferirono», exegoùnto, raccontavano spiegando. Il contenuto della narrazione è l’evento pasquale di Gesù, morto e risorto, da riferire non parzialmente, con animo triste e deluso (cfr vv. 17.21), ma con la spiegazione (vv. 27.32). Un fatto raccontato in tutto il suo svolgimento drammatico, che comprende due parti: lunghezza – «lungo la via» – e profondità – «come l’avevano riconosciuto» (v. 35) -.
La prima parte del loro racconto con spiegazione riguarda la lunghezza – «lungo la via» – e consiste nel riportare quanto ha detto Gesù stesso, spiegando quel che si riferisce a lui nelle Scritture; spiegazione suggellata dalla scena del riconoscimento che segue.
La seconda parte del loro racconto con spiegazione comincia con il gesto dello «spezzare il pane», che provoca il riconoscimento del viandante e il ritorno dei discepoli a Gerusalemme: esperienza fondamentale che li rende testimoni del Risorto. Raccontano un evento che li coinvolge; non è loro estraneo, ma fa parte della loro esistenza. Riguarda il passato: tutto quello che li faceva stare tanto male e raccontavano come una realtà del tutto incomprensibile e inammissibile: un Giusto ingiustamente condannato! Invece no: è un presente, è la vera manifestazione di Dio in Gesù, che deve soffrire tutte queste cose, perché, spiega Gesù stesso, “bisogna che il mondo sappia chi io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato” (Gv 1431). Realtà che coinvolge i due perché si sentono ora parte del Risorto; e coinvolge ogni persona umana, chiamata all’esistenza, per essere in Cristo una creatura nuova (cfr 2Cor 5,17).

MEDITATIO.

Vediamo ora in tutto il brano dei due discepoli la presenza attiva di Gesù nei nostri confronti.
I due discepoli costituiscono un esempio tipico, secondo Luca, di quanto l’Evangelista ha esposto in tutto il vangelo: dopo aver compiuto tutto, Gesù aspetta e si accosta ad ogni persona e comunità, lungo la sua via, per dirle lui stesso, come ai due discepoli, tutto quanto le riguarda in tutta la Scrittura. Ogni persona deve saperlo per accettare di essere attratta da Gesù, per abbandonarsi a lui e per essere felice, lasciandolo continuare a compiere mediante lei il suo servizio. In tre momenti:
Una vita d’incertezze perché Gesù nessuno lo vede, neanche «i nostri», gli apostoli, primi testimoni.
Una messa presieduta da Gesù che spiega se stesso nella Scrittura, e dona se stesso nell’Eucaristia.
Un cuore che arde e fa andare in fretta dalle persone, a cominciare «dai nostri» a riferire: l’ho visto.
1. Una vita d’incertezze: in realtà è piena di tante presenze, dai sommi sacerdoti alle donne, ai «nostri». Ma tutte persone viste in modo sbagliato: non nei fatti, ma nel senso dei fatti. Da dove ci verrà l’aiuto, la comprensione, la verità, la gioia di sapere che si può vivere fin d’ora la comunione con Dio che è in atto? Anche questo è già tutto predisposto: “Vicino a te è la parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore: cioè la parola della fede che noi predichiamo” (Rom 10,8).
2. Una messa presieduta da Gesù che dona se stesso, la sua parola e la sua vita. Gesù in persona si accosta a noi, ci parla di se stesso, con noi si accosta agli altri. Nulla ci manca. Nella messa lo stesso Gesù che ha spiegato le Scritture ai due discepoli, ora parla e spiega tutto a noi con il suo Spirito effuso nei nostri cuori. In sua persona noi abbiamo libero accesso al Padre suo e nostro, con la certezza di essere esauditi. Egli fa quanto ci dice e viene in noi e noi possiamo uscire dalla celebrazione della messa con il cuore che arde. Gesù, Verbo incarnato, morto e risorto, è sempre presente, disposto a «proseguire oltre» con noi, nel miglioramento di noi stessi e degli altri che ci chiama a visitare con lui.
3. Un cuore che arde e fa andare in fretta a trovare le persone, fisicamente, spiritualmente, secondo le possibilità di tempo. In un lampo si corre con lui da un capo all’altro della terra, e dell’universo. È lui, il Risorto che ci chiama con sé dovunque va; è la preghiera dello Spirito che geme in noi per noi e per gli altri; ed è tanto più prontamente esaudita dal Padre, quanto più nascosta e sentita.
Siamo chiamati di fatto in tutti i modi: vengono in mente persone (Missione) mediante qualche fatto o storia più o meno buona o brutta? È lui, il Risorto, che chiama e fa ardere il cuore, facendoci così superare anche malesseri legati a storie.
Usciamo dalla celebrazione con migliore disponibilità interiore a fare del bene? È lui, il Risorto, che condividendo se stesso nel pane, ci apre gli occhi perché noi lo riconosciamo e abbiamo i suoi interessi versi i fratelli che ci ha messi vicini. Non siamo noi che scegliamo il nostro prossimo!
Siamo ingolfati nei guai perché «il mondo va male»? È lui il Risorto che si accosta a ciascuno come un viandante per ascoltarci, spiegarci il senso dei fatti, invitandoci a messa per donarci se stesso e farci ardere il cuore perché sappiamo vedere le necessità e correre ad aiutare nel suo nome….

Concludendo.
In qualunque situazione ci troviamo o ci cogliamo, Gesù risorto provvede a completare l’opera in tutti e tre gli aspetti che costituiscono il nostro cammino con lui in questa vita:
Viviamo una storia d’ingiustizie e di belle cose come la sua vicinanza, anche se non avvertita da noi? Gesù aggiunge la messa con le letture e la sua presenza reale; e viene con noi in missione.
Frequentiamo la messa, fonte e culmine dei sacramenti e della vita? Gesù aggiunge la nostra storia quotidiana con le sue meschinità, e la migliora con la sua presenza dalla riva, come ha fatto con Pietro e compagni tornati a pescare, dopo la risurrezione.
Incontriamo persone in ogni situazione? Gesù ci richiama la vita che abbiamo dalla messa, e la nostra storia che ci rende capaci di capire gli altri senza giudicare.

Incontreremo e riconosceremo il Signore Gesù come i due di Emmaus nella messa che seguirà: con lui andremo dai fratelli. Egli ci aiuterà a vivere giorno per giorno secondo il suo volere, insieme agli altri, perché giungiamo tutti all’età matura del Risorto (cfr Ef 4,15s).

Omelia

LO SPIRITO SANTO VI RICORDERÀ TUTTO CIÒ CHE VI HO DETTO; e poi:
ABBIAMO DECISO, SPIRITO SANTO E NOI,
D’IMPORVI SOLO L’OBBLIGO DI AMARE.
Eredità straordinaria: Gesù nella mente e nel cuore dei suoi.
In punto di morte, Gesù tutto proteso verso i suoi: “Non sia turbato il vostro cuore – dice – e non abbia timore”. Trecentosessantacinque volte nella bibbia, perché ce lo ricordiamo ogni giorno. Dato che mi amate voi osserverete la mia Parola, la Parola del Padre mio. Il Padre mio vi amerà e noi verremo a voi e prenderemo dimora presso di voi. Queste cose ve l’ho dette sempre fin da quando ero ancora tra voi. Ma ora il Consolatore, lo Spirito Sanato che il Padre manderà nel mio nome, egli vi ricorderà, v’insegnerà e vi renderà capaci di fare ogni cosa che io vi ho detto. M’interessa che vi realizziate pienamente secondo tutte le profonde esigenze che ho posto in noi, a mia immane e somiglianza. “Ve l’ho detto adesso, prima che avvenga, perché quando avverrà voi crediate”. Gesù è nella mente e nel cuore dei suoi. Così divengono, diveniamo la nuova Gerusalemme dal cielo, da Dio, come una Sposa ornata per il suo Sposo: unita indissolubilmente al suo Sposo. Questa, l’unità fra loro.

«Paolo e Barnaba si opponevano risolutamente e discutevano animatamente contro costoro», contro quelli che insegnavano che bisogna passare attraverso Mosè, cioè osservare le leggi dell’antico testamento, per essere salvi. «Si opponevano risolutamente e discutevano animatamente contro costoro». Situazione di opposizione e di contrapposizione:
si potrebbe dire situazione di «scandalo».
Ricordiamo un’altra situazione riportata nello stesso libro degli Atti capitolo sesto, situazione di malumore a causa della distribuzione delle mense.
È scritto: «Erano un cuor solo e un’anima sola» (Atti 4,32). Cosa è vero, l’una o l’altra? Contrapposizione o un cuor solo? Possiamo ricordare anche quel che spesso ripete nelle sue lettere s. Paolo: “Abbiate lo stesso pensiero”. La conclusione allora è questa: l’unanimità, la concordia, avere anche lo stesso pensiero, è una meta, non è una cosa acquisita una volta per sempre, statica, ma dinamica. «Si opponevano risolutamente e discutevano animatamente», agli inizi del Concilio di Gerusalemme. Alla fine la stessa chiesa di Gerusalemme dirà: Noi «abbiamo perciò deciso, tutti d’accordo». «Noi» è un plurale di concordia, d’unanimità; ma dopo.
Luca riporta come sintesi di tutto il vangelo i due discepoli di Emmaus.Anche loro, all’inizio del viaggio di ritorno a casa «discorrevano e discutevano» animatamente e «con volto triste» (Lc24,15s). Alla fine, con cuore pieno di gioia ascoltano e riferiscono ((cfr Lc24, 32-35). Non ci scandalizzeremo più neanche nei nostri giorni se sentiamo notizie di contrapposizione, di contraddizione animata.
Notiamo ancora qualche particolare: ancora Paolo e Barnaba «passando attraverso le regioni per andare a Gerusalemme, suscitarono grande gioia in tutti i fratelli», e sembra che tutti siano d’accordo; ma ci sono alcuni giudeo cristiani che ricordano di non essere d’accordo. C’è un «tutti i fratelli», ma bisogna tener presente il contesto dove non sono realmente «tutti».
Poi ancora: «furono ricevuti dalla chiesa»; l’accoglienza, nonostante non si sia ancora fatto il Concilio. Si sappia che ci sono posizioni diverse. Un’accoglienza al di sopra delle posizioni. Un’amicizia, un amore, una carità al di sopra, anche di «verità», tra virgolette, diverse: posizioni diverse non devono contrapporre le persone.
«Furono ricevuti con gioia»:
è possibile l’accoglienza ed è possibile la gioia, nonostante posizioni diverse. Certo, è difficile!
A base dell’opposizione sta la storia: «Raccontando la conversione dei pagani, riferirono tutto ciò che Dio aveva compiuto per mezzo loro». Raccontano, riferiscono la storia, il fatto che ci sono «molte conversioni da parte dei pagani». Storia che diventa Parola di Dio per alcuni e non per altri. Se questi pagani si convertono, vuol dire che Dio è con noi in quest’attività – «tutto ciò che Dio aveva compiuto per mezzo loro», riporta Luca. Coloro che raccontano sono Paolo e Barnaba: loro sono convinti che tutto questo è opera di Dio. Non sono dello stesso parere gli altri, e di questo si dovrà discutere al Concilio di Gerusalemme. La storia suscita problemi; è un altro punto: le cose non devono stare così, lasciar campare, con problemi irrisolti; occorre affrontarli. Allora si riunirono per esaminare questo problema. Per «esaminare» in greco è: per vederci chiaro, un lavoro di discernimento comunitario.
Non scandalizzarci quindi quando si trova scritto: «La chiesa era in pace» e poi «si opponevano». E anche quando sono storie nostre, non scritte, lasciare lo spirito scandalistico, che non è uno spirito divino. Invece, accettare la realtà e sapere che è all’opera Dio: «Riferirono tutto ciò che Dio», il Padre per il Magistero dello Spirito Santo opera in una persona per mezzo di un’altra: in tutti per mezzo della chiesa, sacramento mezzo o strumento, mediatrice dell’opera di Dio, con discernimento, una mediazione comunitaria, almeno di due, per evangelizzare, per riconoscere il senso dei fatti, aldilà delle singole opinioni. Imparare a parlare ascoltando lo Spirito più grande di noi. Impariamo a vivere la nostra storia, comunitaria, familiare, universale.
Come impariamo? Come hanno imparato Paolo e Barnaba, e tutti i discepoli di Gesù, raffigurati nei due discepoli di Emmaus: avvicinati da Gesù che legge loro la Scrittura riguardante il suo amore fino al dono totale di se stesso, come ora fa con noi in questa prima parte della messa, si dona loro effettivamente a Emmaus, come nella seconda parte di questa messa. E scoprono Gesù risorto, vero senso dei fatti, ne gioiscono, lo raccontano con chiara spiegazione.
Questa scrittura ci dà consolazione: noi sappiamo che Dio è all’opera in questa nostra storia. Riconosciamo il Risorto che continua a vivere in noi come amore e attenzione verso tutti: «nessun altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie» per l’attenzione verso gli altri. State bene. E ora staremo bene con lui che viene in noi, e con il Padre fa dimora presso di noi.