14-02-2008-Liturgia-03

14/02/2008 – LITURGIA OPERA DI DIO E DELLA CHIESA – 03/…

26. La liturgia delle ore
Fausto

La liturgia come azione comune di Cristo e della chiesa si realizza anche nel quotidiano servizio di preghiera della Chiesa, la liturgia delle ore. Infatti anche qui Cristo come sommo sacerdote della nuova Alleanza è presente e operante quando nelle letture bibliche è annunciata la parola di Dio, e quando egli si unisce alla chiesa in preghiera e ai suoi membri per la santificazione degli uomini e la glorificazione del Padre celeste. La celebrazione della liturgia delle ore deve essere valutata come un importante settore dell’intera liturgia.
1. Origine e sviluppo storico
Il più forte impulso alla preghiera quotidiana della comunità primitiva derivò certamente da Gesù stesso. I vangeli raccontano in molti punti che egli era un grande oratore, che insegnò ai suoi discepoli a pregare (Mt 6,9-13; Lc 11,2-4) e che li esortò a “pregare sempre, senza stancarsi” (Lc 18,1). Più volte incontriamo il suo monito alla vigilanza: “Vigilate dunque, perché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino”.
La comunità dei discepoli ha seguito fedelmente l’esempio e il monito del suo Signore, come confermano gli Atti degli apostoli e le lettere apostoliche. Gesù e i suoi discepoli vissero nella tradizione ebraica di preghiera e di culto, che prevedeva la preghiera nel Tempio e nelle sinagoghe a ore ben determinate nel corso del giorno. Non sorprende quindi che già presto si formassero determinate “ore” di preghiera. Ad esse appartengono innanzitutto la preghiera del mattino e della sera e inoltre quella per l’ora terza, sesta e nona, calcolando secondo le dodici “ore di luce”, che, secondo la divisione greco-romana del giorno, cominciavano alle sei del mattino. La preghiera della comunità primitiva non era solo familiare o addirittura individuale. Numerosi passi della Scrittura lasciano piuttosto apparire chiaramente che si trattava anche di una preghiera in comunità e come tale comportava un certo ordinamento (cfr. ad es. At 2,46 s.; 1 c Cor 14).
Questo è chiaro all’inizio del II secolo nella lettera di S. Ignazio ai Magnesii e a cento anni dopo Tertulliano parla di preghiere del mattino e della sera prescritte dalla legge e dall’uso. Secondo Ippolito Sacerdoti, diaconi e popolo debbono radunarsi ogni mattino per una liturgia della Parola. Per la preghiera della sera le Costituzioni Apostoliche alla fine del IV secolo lasciano già intravedere una struttura che è simile al nostro vespro attuale. Un influsso particolare avranno le comunità monastiche per un assetto ulteriore della liturgia delle ore istituzionalizzando la veglia di preghiera a metà della notte, l’ora di prima, verso le sette e l’ora di compieta prima del riposo.
Per l’insieme di queste ore di preghiera ci sono diversi nomi. Le designazioni Liturgia delle ore e Ore canoniche indicano che la preghiera è ordinata a determinate ore del giorno e intende santificare l’intera giornata. La parola Breviariobreviaria. Questi erano corti elenchi, nei quali da note e brevi indicazioni era possibile sapere quali testi prendere dai diversi libri in uso per la celebrazione comune in coro. risale al Medioevo e deriva dalla parola latina
Il Vaticano II si occupò intensamente della riforma del Breviario e nella Costituzione Conciliare “Sacrosanctum Concilium” dedica a essa un capitolo apposito (IV) con 19 articoli. In esso si fanno importanti affermazioni sulla teologia e la spiritualità della liturgia delle ore, se ne afferma il carattere di preghiera comunitaria, e si pone l’accento sulla veritas temporis, cioè sulla corrispondenza delle ore al loro vero tempo. Per la riforma concreta vengono fissati alcuni criteri di significato decisivo.
“a) Le lodi, come preghiera del mattino, e i vespri,m come preghiera della sera, che, secondo la venerabile tradizione di tutta la chiesa, sono il duplice cardine dell’Ufficio quotidiano, devono essere ritenute le Ore principali e come tali celebrate;
b) Compieta sia ordinata in m odo che si adatti bene alla conclusione della giornata;
c) L’ora detta “mattutino”, pur conservando l’indole di preghiera notturna per il coro, venga adattata in modo da poter essere recitata in qualsiasi ora del giorno, e abbia un minor numero di salmi e letture più lunghe;
d) L’ora di prima sia soppressa;
e) Per il coro si mantengano le ore minori di terza, sesta e nona. Fuori di coro si può invece scegliere una delle tre, quella cioè che meglio risponde alò momento della giornata”.
Queste ed altre direttive permisero di avviare un intenso lavoro per il nuovo breviario.
2. La comprensione della liturgia delle ore
Tutto quello che soprattutto SC e PNLO (Principi e norme per la Liturgia delle Ore) dicono per la comprensione della liturgia delle ore, viene presentato per maggior chiarezza.
a) La liturgia delle ore è preghiera per mezzo di, con e in Cristo
“La preghiera diretta a Dio però deve essere connessa con cristo, Signore di tutti gli uomini, unico Mediatore,e il solo per il quale abbiamo accesso a Dio … In Cristo, appunto, ed in lui solo, la religione umana consegue il suo valore salvifico e il suo fine” (PNLO 6). Questa unione dell’orante con Cristo è resa possibile essenzialmente dall’appartenenza al Corpo mistico; in forza del battesimo e della confermazione diventa partecipazione al suo sacerdozio e quindi anche alla sua incessante preghiera. Con geniale pregnanza Agostino esprime questi pensieri mostrando al tempo stesso che si tratta di una convinzione dell’antichità cristiana: “E’ lui stesso unico salvatore del suo corpo, il Signore nostro Gesù Cristo … che prega per noi, prega in noi ed è pregato da noi. Prega per noi come nostro sacerdote, prega in noi come nostro capo, è pregato da noi come nostro Dio. Riconosciamo dunque in lui le nostre voci e le sue voci in noi. Così Cristo è presente e opera la salvezza non solo nella celebrazione dell’eucaristia, ma anche in quella della liturgia delle ore.
Questa presenza nello stesso tempo favorisce il nostro rivolgerci orante a nostro Signore: “E’ pregato da noi come nostro Dio” (Agostino). Nella liturgia delle ore la preghiera a Cristo ha trovato molte forme espressive, come metterà in luce il commento delle singole ore. Così la liturgia delle ore diventa un intenso incontro con Cristo, e già IppolitoSempre Christum in memoria habere ( = avere sempre Cristo davanti agli occhi). poteva tradurre il senso e il frutto di questa preghiera nella formula:
b) La liturgia delle ore è preghiera della chiesa
L’intervento di Dio a favore dell’umanità in Cristo ha fatto dei credenti e dei redenti una comunità animata dallo Spirito santo, che si può designare come popolo di Dio e, nel senso di s. Paolo, come Corpo mistico dio Cristo. Purtroppo alla coscienza di molti la parola chiesa richiama solo pallidamente questa realtà spirituale, perché la chiesa spesso è percepita solo come istituzione storica od organizzazione esteriore. Eppure già la parola stessa, chiesa, si riferisce alla comunità dei chiamati, il cui stretto collegamento con Cristo possiamo a stento scandagliare.
La Chiesa così intesa ha cercato, dai tempi degli apostoli, non solo di dare una risposta all’iniziativa divina attraverso la lode riconoscente nella celebrazione dell’eucaristia ma anche, nella prospettiva dell’universale volontà salvifica di Dio, non ha mai cessato di innalzare preghiere per tutti gli uomini. Così essa ci si presenta fin dagli inizi come Ecclesia orans, come chiesa in preghiera. Questo atteggiamento ha trovato una espressione essenziale nella liturgia delle ore. “la chiesa unendosi a Gesù Cristo nella preghiera attua la sua essenza, realizza ciò che essa già è e attinge la forza per poter diventare ciò che deve essere e non è ancora”. Ora colui che come membro di questa chiesa, con o senza un particolare incarico, partecipa a questa preghiera, collabora a questa autorealizzazione della chiesa nel senso della glorificazione di Dio e della salvezza degli uomini. “Tutti coloro pertanto che compiono questa preghiera, adempiono da una parte l’obbligo proprio della chiesa, e dall’altra partecipano al sommo onore della Sposa di Cristo perché, lodando il Signore, stanno davanti al trono di Dio in nome della madre chiesa”. Ciò vale tanto per la solenne preghiera corale delle comunità religiose che per la semplice preghiera di piccole comunità o anche del singolo orante.
c) La liturgia delle ore ha carattere dialogico
Come ogni evento liturgico, anche la liturgia delle ore ha carattere dialogico: “Nella liturgia delle ore si compie la santificazione dell’uomo e si esercita il culto divino in modo da realizzare in essa quasi quello scambio o dialogo (commercium seu dialogus)tra Dio e gli uomini nel quale ” (PNLO 14).
Nel suo Figlio, Dio viene incontro agli uomini e li santifica; la chiesa in preghiera però risponde con la lode, il dono di sé e anche la preghiera dio intercessione. Anche questa infatti, in quanto servizio del prossimo, diventa glorificazione di Dio.
d) La liturgia delle ore è innanzitutto preghiera comunitaria
SC e PNLO danno particolare importanza al carattere comunitario della liturgia delle ore. Poiché essa non è di natura privata, ma preghiera ufficiale della chiesa, la sua celebrazione in comunità merita di essere preferita alla recita individuale, secondo il principio valido anche per le altre azioni liturgiche (cfr. SC 26 s., 99). I PNLO rivolgono un appello al riguardo non solo a quei sacerdoti e religiosi che in sé e per sé sono tenuti alla celebrazione comunitaria della liturgia delle ore, ma invitano anche associazioni di laici e parrocchie “alla celebrazione comunitaria delle ore principali” possibilmente in chiesa. “Se dunque i fedeli vengono convocati per la liturgia delle ore e si radunano insieme, unendo i loro cuori a le loro voci, manifestano la chiesa che celebra il mistero di Cristo”. Anche le famiglie, quali “chiese domestiche”, vengono incoraggiate non solo a pregare insieme ma, nei limiti delle loro possibilità, anche a celebrare qualche parte della liturgia delle ore e a inserirsi così più intimamente nella chiesa. Su tentativi e possibilità di una “celebrazione delle ore del giorno nelle chiese parrocchiali” informa diffusamente F. Kohlschein.
e) Le ore dell’Ufficio richiedono di essere celebrate nel tempo corrispondente
Si ha qui una istanza importante dei PNLO, già caldeggiata insistentemente da SC (88, 94). “poiché dunque la santificazione del giorno e di tutta l’attività umana rientra nelle finalità della liturgia delle ore, il suo ordinamento è stato rinnovato in modo da far corrispondere, per quanto era possibile, la celebrazione delle ore al loro vero tempo, sempre tenendo conto, però, delle condizioni della vita odierna” (PNLO 11). Sarebbe quindi illogico ad es. pregare l’ora del mattino (lodi) al pomeriggio e l’ora sera (vespri) già al mattino. In effetti era diventata un’abitudine per molti sacerdoti ancora pochi decenni fa, “anticipare” già al pomeriggio del giorno precedente mattutino e lodi, e dire vespri e compieta già di primo mattino, perché si temeva di non avere tempo sufficiente alla sera a motivo delle occupazioni pastorali.
f) Determinate persone e comunità hanno l’obbligo della liturgia delle ore
Affinché questa preghiera essenziale della chiesa non venga a mancare in nessun luogo e in nessun tempo, la chiesa ha incaricato di questo servizio di preghiera coloro che hanno ricevuto l’ordine sacramentale e le comunità religiose (PNLO 17,28 s.). per i diaconi permanenti deve essere vincolante almeno una parte della liturgia delle ore giornaliere, secondo l’indicazione delle Conferenze episcopali (PNLO 30). Quanto al grado di obbligazione di questo servizio della lode e della preghiera si può cogliere nei testi del PNLO un certo addolcimento del rigore giuridico e anche una differenziazione delle singole ore.
g) La liturgia delle ore ben celebrata favorisce la pietà personale
Il servizio della lode e della preghiera, anche se compiuto in forza di un incarico, non può essere compiuto solo esteriormente, senza partecipazione interiore. Già la SC esorta “nel Signore i sacerdoti e tutti gli altri che partecipano all’Ufficio divino a fare in modo che, nel recitarlo, la mente corrisponda alla voce”. Ciò è necessario “perché questa preghiera sia propria di ciascuno di coloro che vi prendono parte e sia parimenti fonte di pietà e di molteplice grazia divina, e nutrimento dell’orazione personale e dell’azione apostolica” (PNLO 19). Coloro che la celebrano “cercando Cristo, e penetrando sempre più intimamente con l’orazione nel suo mistero, lodino Dio e innalzino suppliche con quel medesimo animo con il quale pregava lo stesso divino Redentore” (ivi). Per poter meglio realizzare ciò la SC raccomanda “una maggiore istruzione liturgica biblica”, specialmente per quanto riguarda i salmi. Molto utile può essere anche all’occasione il silenzio contemplativo, che la SC aveva raccomandato anche in altre azioni liturgiche. I PNLO applicano questa indicazione in particolare alla liturgia delle ore: “Per accogliere nei cuori la piena risonanza della voce dello Spirito, e per unire più strettamente la preghiera personale con la parola di Dio e con la voce pubblica della chiesa, si può dunque, secondo l’opportunità e la prudenza, interporre un intervallo di silenzio …” In particolare nella recita individuale c’è “più ampia possibilità di fermarsi nella meditazione di qualche formula che stimoli gli affetti dello spirito, senza che l’Ufficio perda per questo la sua caratteristica di preghiera pubblica”.
3. La riforma postconciliare della liturgia delle ore
a) Il salterio
I salmi restano la componente più essenziale della liturgia delle ore. I PNLO dedicano a essi un ampio paragrafo nel capitolo terzo (100-135). Queste “poesie e canti” dell’Antico Testamento vengono apprezzati, ma si ha anche coscienza delle difficoltà per farli propri come preghiera cristiana. Perciò vengono date alcune indicazioni per pregare bene i salmi.
Poiché la preghiera dei salmi si compie in nome della chiesa, i contrasti tra il testo dei salmi e lo stato d’animo dell’orante può essere superato, in quanto, considerando la chiesa, ci sono sempre motivi di gioia o di tristezza, nel senso di Rm 12,15: “Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto”.
La preghiera dei salmi della chiese deve fare attenzione al loro senso messianico, con riguardo al quale essa ha appunto preso l’intero libro dei salmi come suo libro di preghiera. In questa prospettiva cristologica i Padri – e lo stesso vale per la liturgia – “vedevano nei salmi Cristo che si rivolge al Padre, o il Padre che parla al Figlio; anzi riconoscevano la voce della chiesa, degli apostoli e dei martiri… l’interpretazione cristologica non si limita soltanto a quei salmi che sono considerati messianici, ma si estende a molti altri, nei quali senza dubbio si tratta di semplici adattamenti, convalidati tuttavia dalla tradizione della chiesa” (ivi). Ciò vale specialmente per i giorni festivi, nei quali le antifone, prese per lo più dal salmo, rilevano questo aspetto cristologico e gli danno un colorito proprio. Un altro sussidio per la comprensione cristologica dei salmi è, nel nuovo libro della liturgia delle ore, il titolo, che sinteticamente dà il senso letterale e, aggiunta a esso, il titolo dal NT o dagli scritti dei Padri, che fa emergere la dimensione cristologica.
Quanto alle forme di esecuzione dei salmi, questi, che originariamente sono canti di lode da eseguire sull’arpa, hanno una musicalità, che richiede il canto per esprimere tutta la sua ricchezza lirica. Questo carattere musicale dei salmi non dovrebbe essere perso di vista anche nella recita e perfino nella preghiera silenziosa (cfr. PNLO 103).
b) Gli inni
Una particolare attenzione spetta anche agli inni,che introducono ogni Ora e ne illustrano il carattere proprio o quello delle varie feste. La SC stabilisce che gli inni della liturgia delle ore “per quanto sembrerà conveniente, siano restituiti alla loro forma originale,m togliendo o mutando ciò che ha sapore mitologico o che può essere meno conveniente alla pietà cristiana. Secondo l’opportunità, poi, se ne riprendano anche altri che si trovano nelle raccolte innografiche”. I PNLO fanno un posso innanzi autorizzando le Conferenze episcopali a adattare gli inni latini al carattere della propria lingua o anche a introdurre inni di nuova composizione purché si addicano al carattere dell’ora, o del tempo o della celebrazione.
c) Le ore della nuova liturgia delle ore
La liturgia delle ore riformata ha la seguente struttura:
· Invito alla preghiera (invitorium);
· Ufficio delle letture (officium lectionis);
· Lodi (ufficio del mattino);
· Terza, sesta, nona (ora media; ore minori);
· Vespri (ufficio della sera);
· Compieta (preghiera della notte).
L’invitatorio viene sempre premesso come introduzione all’ora (ufficio delle letture o lodi) celebrata per prima. Consiste nel versetto “Signori, apri le mie labbra. E la mia bocca proclami la tua lode” e nel salmo 94. questo contiene l’appello a cantare la lode di Dio, ad ascoltare la sua voce e a guardare verso il “riposo del Signore” (cfr. Ebsalmi 99; 66 o 23. l’antifona annessa al salmo varia secondo i tempi e le feste. I PNLO ne raccomandano l’esecuzione responsoriale, ossia di cantare il salmo intercalando l’antifona. 3,11; 4,1). Al suo posto possono essere presi a scelta i
L’Ufficio delle letture, come successore del mattutino di prima deve essere mantenuto nel coro come preghiera notturna, e tuttavia è adattato in modo da poter essere recitato, con pieno significato a ogni ora del giorno (PNLO 57), “anche nelle ore notturne del giorno precedente, dopo aver recitato i vespri”. Esso deve aiutare ad aprire i tesori della sacra Scrittura e degli scrittori ecclesiastici, specialmente dei Padri della chiesa. Esso si articola in: versetto di apertura; inno; tre salmi (o parti di salmo); versetto di transizione; una lettura dalla sacra Scrittura e dagli scrittori ecclesiastici, o una lettura che riguarda il santo celebrato (lettura agiografica), ognuna seguita da un responsorio; l’orazione del giorno. Al responsorio della seconda lettura segue in certi giorni il Te Deum. Il nuovo Breviario latino ha accolto per le letture solo un ciclo annuale di testi e ha annunciato un ciclo biennale in un apposito volume supplementare (cfr. PNLO 145, 161). Nelle domeniche, solennità e feste l’ufficio delle letture può anche essere ampliato in una veglia, per la quale nei PNLO vengono date più precise disposizioni.
Le lodi formano con i vespri “il duplice cardine dell’ufficio quotidiano” e devono essere celebrate come “le ore principali” (SC 89°, PNLO 37). Il loro nome di un tempo Laudes matutinae permette di riconoscere in esse il vero ufficio del mattino. Per evitare un doppione della preghiera del mattino si è eliminata prima, che era sorta negli ambienti monastici. Le lodi consistono di: versetto di introduzione; inno; salmodia con un salmo del mattino, un cantico veterotestamentario e un salmo di lode; lettura breve con responsorio; cantico di Zaccaria (Lc 1,68-79) con antifona; invocazioni per la santificazione del giorno e del lavoro (già nella precedente prima); preghiera del Signore; orazione conclusiva e benedizione. Secondo un’antica tradizione le lodi servono nello stesso tempo a ricordare la risurrezione del Signore (cfr. PNLO 38).
Terza, sesta e nona (ora media e ore minori), con le quali già i cristiani dell’antichità, eredi delle ore di preghiera ebraiche, interrompevano il loro lavoro, sono dedicate al “ricordo degli eventi della passione del Signore e della prima propagazione del vangelo” (PNLO 75). Secondo Ippolito di Roma la preghiera all’ora terza (ore 9) fa memoria dell’inizio della crocifissione (cfr. Mc 15,25), quella dell’ora sesta (ore 12) ricorda le tenebre che scesero al momento della crocifissione (Mt 27, 45 e paralleli), la preghiera dell’ora nona (ore 15) commemora la morte di Gesù. Questo riferimento è particolarmente rilevato nell’ora media del venerdì. Quanto al rapporto con la “prima propagazione del vangelo” a terza si deve pensare alla discesa dello Spirito santo a pentecoste (At 2,15), sesta ricorda la preghiera di Pietro a Ioppe (At 10,9), seguita dall’accoglienza dei primi pagani nella chiesa; nona fa pensare alla guarigione del paralitico dalla nascita da parte di Pietro, quando egli insieme a Giovanni sale “al tempio per la preghiera verso le tre del pomeriggio” (At 1,3 s.). Fuori della celebrazione corale si ha l’obbligo di recitare solo l’ora media e precisamente quella che meglio corrisponde al momento della giornata. La struttura di tutte e tre è uguale: versetto di introduzione; inno rispondente al momento del giorno; salmodia con tre salmi e rispettive antifone; lettura breve con versetto e orazione conclusiva.
I vespri (dal latino vesper o vespera = sera) formano insieme con le lodi i pilastri o, secondo le parole della Costituzione liturgica, il duplice cardine di tutta la liturgia delle ore. Essi intendono rendere grazie per il giorno che declina, ma anche per le azioni salvifiche di Cristo la sera del Giovedì santo e il sacrificio della croce il pomeriggio del Venerdì santo (PNLO 39). Particolarmente raccomandata è la celebrazione comune dei vespri con le comunità, specialmente nei giorni domenicali e festivi (SC 100; PNLO 21,40). La loro struttura è come quella delle lodi: versetto di introduzione; inno; salmodia con due salmi o parti di un salmo; e un cantico dalle letture apostoliche o dall’Apocalisse. La successiva lettura breve nei vespri comunitari può essere sostituita da una più lunga, e può essere corredata da una omelia. In luogo del responsorio che segue si può anche eseguire un canto del medesimo carattere. Si ha quindi il Magnificat con l’antifona. Seguono le intercessioni; il Padre nostro; l’orazione conclusiva e, nei vespri con il popolo, il rito di conclusione come nella messa. L’introduzione del Padre nostro al termine delle lodi e dei vespri è particolarmente apprezzata dal papa Paolo VI nella sua Costituzione apostolica Laudis canticum come un ritorno all’uso dell’antichità cristiana di dire la preghiera del Signore tre volte al giorno; come terzo Padre nostro si intende quello della messa.
Compieta (dal latino completorium = compimento) è la preghiera prima del riposo della notte ed eventualmente può essere detta anche dopo mezzanotte (PNLO 84). In essa dopo il versetto di introduzione viene raccomandato un esame di coscienza. “Nella celebrazione in comune, l’esame si compie in silenzio o si inserisce in un atto penitenziale servendosi delle formule del Messale Romano”. Per l’inno che segue si ha ogni giorno un testo alternativo. La salmodia successiva consiste il sabato e il mercoledì di due salmi, altrimenti di un salmo; essi sono scelti tra i salmi di fiducia in Dio, il che a dir il vero vale meno per il salmo del venerdì (Sal 87, preghiera di un uomo gravemente malato).Chi vuole recitare compieta a memoria può prendere sempre i salmi del sabato o della domenica (ivi). Dopo la lettura breve e il responsorio seguono il cantico di Simeone (Lc 2,29-32) con l’antifona invariabile, l’orazione conclusiva e la benedizione. La conclusione è formata da una delle antifone mariane, le quali non sono più assegnate obbligatoriamente a determinati tempi, con eccezione del Regina caeli, proprio del tempo pasquale. Le Conferenze episcopali possono inoltre approvare altre antifone. Nell’insieme compieta è, per usare le parole di Pius Parsch, “un capolavoro nella sua composizione, creato da s. Benedetto, e può essere considerato l’ideale di una preghiera della notte”.

27. La preghiera personale
Fausto

Non è possibile definire l’uomo senza ricorrere alla comprensione della preghiera. Ma egualmente non possiamo comprendere la vera natura e lo scopo della preghiera senza comprendere la vocazione totale dell’uomo. Chi è l’uomo che prega? E’ preghiera riflettere sul mistero del proprio essere? E’ preghiera l’atto di chi ammira la grandezza dell’universo o cerca di comprendere il significato della propria esistenza? Certo, questi sono atti fondamentali dell’uomo, in essi egli esprime la sua dignità e la sua dinamica verso il vero ed il bene, ma non si può definire tutto ciò preghiera.
Le tre note indispensabili per la struttura interna di chi sperimenta la realtà della preghiera sono:
Fede in un Dio personale vivente
Fede nella presenza reale di Dio
Fiducia che il Dio che ci ha parlato e continua a rilevarsi ascolterà la nostra preghiera.
Queste tre condizioni costitutive della preghiera si verificano ovunque vi sia religione autentica. Ciò però non esclude che i concetti possano non essere così chiari. Può accadere che qualcuno si dichiari panteista mentre in realtà prega e considera Dio come un “tu”. Dove si prega con fiducia e con fede viva, là vi è la presenza dello Spirito di Dio. E la grazia di Cristo non rimane assente, anche se chi prega non conosce né Gesù né il mistero della Trinità.
La preghiera cristiana
“Davanti a Dio non vi è preferenza di persone” (Rm 2,11). Parlando dunque di carattere specifico della preghiera cristiana, non dobbiamo farne motivo di vanto davanti ai non cristiani. S’impone però la meditazione sui molti motivi di riconoscenza per la vocazione riservataci e la conseguenza di rendere una testimonianza attraente e convincente della nostra preghiera. Il cristiano che prega sa quale è la vita eterna: conoscere Dio come Padre del Signore Gesù, riconoscere Cristo come vero Dio e vero Uomo, mediatore fra noi ed il Padre, e credere nello Spirito Santo che prega in noi.
ABBA, PADRE! – Ogni preghiera di qualsiasi tempo raggiunge il suo apice in Cristo, il quale chiama Dio onnipotente “Padre” in modo unico. Il suo “Abba, Padre” risuona nei cuori degli apostoli, ed è con questo nome che Gesù ci invita e ci insegna a rivolgerci a Dio. Il Risorto a Maria Maddalena dice: “Ascendo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” (Gv 20,17). Noi crediamo soltanto in un Dio personale, Creatore onnipotente, ma lo adoriamo e amiamo come Padre, nostro e del Signore Gesù. Questo ci da una fiducia unica, ma non dimentichiamo che egli è “nei cieli”, che cioè si tratta del Dio santo, mentre noi siamo le creature, non di rado, purtroppo peccatrici. Quanto più siamo consapevole del peccato, tanto maggiori saranno non solo il nostro timore ma anche la gratitudine, la gioia e la beatitudine nella preghiera.
Cristo ha reso visibile il Padre. Ma la nostra preghiera non potrà unirsi con la sua nell’invocare il Padre se non ci uniremo anche all’amore da lui manifestato verso tutti gli uomini.
Ciascuno di noi sta davanti a Dio con un nome irripetibile, ma per trovarlo dobbiamo vivere la solidarietà di salvezza che esprime la nostra fede nel Padre nostro e nel Cristo, solidarietà di salvezza incarnata.
PREGHIERA IN CRISTO E A CRISTO – In Cristo il Padre ci si fa vicino e si manifesta come “Dio con noi”. E’ì solo in Cristo che possiamo osar dire “Padre nostro”: E’ Cristo che ci dà il coraggio di pregare con fiducia, è da lui che impariamo l’adorazione di Dio in spirito e verità, e questa adorazione vale in quanto ci unisce alla sua e viene offerta in suo nome. La preghiera cristiana ha la sua base non solo nella fede in Cristo, ma anche nella conoscenza di lui.
CREDO NELLO SPIRITO SANTO – Noi adoriamo Dio perché guidati dallo Spirito (Vedi Romani 8/15-16).
E’ lo Spirito che ci da la sapienza ed il gusto della preghiera; ci rende vigilanti ed attenti verso i segni dei tempi, che poi sono i segni della presenza di Dio.
Presenza – Ascolto di Dio
Dio è sempre presente ma questa presenza è più recepibile e trasformante se preghiamo. Perché nella preghiera diventiamo consapevoli di Lui.
Ricordiamo che l’iniziativa è sempre di Dio, è Lui che per primo chiama, che fa il primo passo. L’esperienza mistica dei santi è caratterizzata dalla consapevolezza di questa iniziativa, e tanto più grande sarà il progresso della vita spirituale dell’uomo quanto più attento e grato egli diventerà per il dono che gli viene fatto.
Sarebbe un errore attribuire l’iniziativa ed il carattere gratuito solo ai fenomeni soprannaturali. Per l’uomo di preghiera ogni cosa porta il marchio dell’iniziativa divina ed invita alla lode, alla gratitudine ed all’adorazione. Dio parla mediante le realtà create. Tutto è creato nel Verbo: ogni opera Dio è una parola, un messaggio, un dono ed un invito alla riconoscenza ed alla gioia. Certo, lo sappiamo, l’atto di ammirazione di fronte alla bellezza del creato non può dirsi preghiera, ma nondimeno è indispensabile per il suo sviluppo. Difatti quanto più la persona progredisce nella preghiera, tanto maggiore si fa la sua ammirazione per il creato, perché tutto le parla della grandezza, della maestà, della sapienza e della bontà di Dio. Ogni cosa è parola di un Padre che coi suoi doni ci chiama alla solidarietà, alla giustizia ed alla carità fraterna. Per questo il cristiano gioisce nella visione dell’evoluzione del mondo, perché tutto viene portato avanti e diventa messaggio per mezzo del Verbo eterno ed in vista dell’incarnazione.
L’iniziativa più inaudita del Padre è l’incarnazione del Verbo eterno in Cristo Gesù. Questo Verbo risuona in ogni opera creata, in tutti gli eventi di bontà, di giustizia, di bellezza e di gioia autentica. “Il Verbo si fece carne ed abitò fra noi, e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria che come unigenito egli ha dal Padre, pieno di grazia e di verità” (Gv 1,14). Questa iniziativa del Padre tanto più esige la nostra gratitudine e la nostra adorazione quanto più siamo coscienti della nostra indegnità. Dio ci ha amati da prima, da quando eravamo peccatori; la sua iniziativa, immeritata, dà un tono preciso alla preghiera dei fedeli: questa è amore riconoscente; un amore che deve essere degno di quello con cui Dio ci ha prevenuti nell’incarnazione, nella morte e nella risurrezione del suo Cristo. La presenza del Verbo eterno fattosi carne è grazia ed appello a permeare ogni pensiero ed ogni azione di un amore che in qualche modo possa corrispondere a quello di Dio. Ogni parola ed opera di Dio riceve splendore e forza attrattiva se viene considerata in vista del Verbo incarnato. “Perché in lui sono state create tutte le cose nei cieli e sulla terra, le visibili e le invisibili … tutto è stato creato da lui e per lui” (Col 1,16-17).
Cristo non è soltanto la parola definitiva e completa del Padre – parola in cui viene dato il significato di ogni opera – ma è anche la risposta perfetta. Nella sua umanità, unita al Verbo eterno, Cristo risponde in nome dell’intero creato, anche in nome nostro. E così egli si fa per noi grazia e obbligo di unione con lui e di trasformazione della nostra vita per farne risposta autentica e piena, grata e solidale, nella sua salvezza, a misura della sua risposta che, nel sangue, fu espressione suprema di solidarietà.
La preghiera specificamente cristiana è marcata dal fatto che Dio non si esprime mai con parole vuote, ma la sua parola è efficace, è evento, è opera visibile; dunque la preghiera del cristiano non può mai dissociarsi dalla storia della salvezza e dagli eventi e deve inserirsi come parola che porta frutto nella carità, nella giustizia, nella creatività e nella fedeltà.
Un modo della presenza attiva di Dio, indicato nuovamente nel Vat II, sono i segni dei tempi. Per chi non crede e si rifiuta di prestare il proprio cuore all’ascolto, il libro della storia è un libro sigillato e privo di significato. Ma per il cristiano che conosce Cristo e lo riconosce Signore della storia, gli eventi diventano parola potente che sollecita una risposta solidale.
Nella sensibilità per i segni dei tempi e nella vita solidale e responsabile si trova il carattere proprio dei cristiani, regno di sacerdoti. Questa dimensione rende evidente l’impossibilità che la preghiera cristiana si riduca ad una semplice recitazione di formule. Davanti al credente rimane sempre la prospettiva, il programma del “Padre nostro”. Esso è vita, è integrazione fra fede e vita nella vigilanza verso i segni dei tempi e nella prontezza di una risposta personale e solidale.
La sacra scrittura è in modo privilegiato parola di Dio. Non può esser meditata o dare profitto senza una disponibilità alla risposta. Non scordiamo che la scrittura racconta la storia del rapporto di Dio con il genere umano e di questo genere umano – fatto di santi, di profeti e di peccatori – con Dio. Essa perciò parla a quanti rimangono inseriti volentieri in questa storia e sono disposti ad esserne co-attori con Cristo e con i santi.
Lo studio scientifico della scrittura rende un servizio prezioso alla stessa preghiera [Esperienza spirituale nella bibbia; parola di Dio; Salmi] e ad una vita che le si ispira perché aiuta a comprendere la dinamica della storia della salvezza e la concrete circostanze in cui Dio parla e sollecita una risposta esistenziale ed orante. Chi legge la bibbia soltanto nella speranza di riceverne consolazione, senza esser disponibile a corrispondervi come co-attore della storia salvifica, tronca la dinamica della parola divina e vede sfumare la propria meta. Ma neppure chi studia il testo sacro criticamente senza uno spirito di preghiera si trova su quella lunghezza d’onda che consente di coglierne l’autentico significato.
Ciascuno, almeno per una volta nella sua vita, dovrebbe sentire l’esigenza di leggere la bibbia intera con speciale attenzione, perché essa c’insegna ad ascoltare e a rispondere con tutta la nostra vita; allora essa sarebbe per lui ciò che deve essere: una scuola di preghiera.
Dobbiamo imparare a pregare come Cristo ci ha insegnato e come i grandi santi della nuova alleanza hanno sperimentato. Prima di leggere la scrittura, poniamoci alla presenza di Dio in piena coscienza e ricordiamo che per mezzo di essa il Signore vuole parlarci ed invitarci alla risposta in ogni circostanza nella quale si trovi la nostra vita. Se non riflettiamo sul significato della parola che ci viene rivolta e sulle esigenze che essa ha per la nostra vita, allora non si tratta di lettura e di ascolto autentico.
Ed infine, l’uomo, immagine di Dio, ci svela il volto di lui se noi avviciniamo il prossimo con un amore generoso e disinteressato. Se accogliamo l’altro sperandone una eventuale ricompensa, non avviene una trascendenza vera dell’io verso l’altro. Ma se serviamo umilmente il povero riconoscendo il suo diritto ad averci solidali nella sua dignità e nella sua miseria, allora ascoltiamo davvero la voce di Dio che viene dall’alto e, insieme, dal basso. Questo è uno dei pensieri centrali della filosofia e della teologia di Emmanuel Levinas: “L’altro come tale si manifesta nella dimensione dell’alto e del basso, in un abbassamento glorioso: l’altro ha il volto del povero, dello straniero, della vedova, dell’orfano; egli è un maestro che mi chiama a impegnare e giustificare la mia libertà”.
Chi riconosce nel povero la dignità ed il diritto di esser amato ed aiutato, trascende il proprio io e diventa persona in dialogo, mentre nell’altro compare l’invito, il più glorioso ed urgente, a rispondere. Rispondendo in questa maniera al povero si risponde a Dio e si perviene ad una conoscenza più profonda della trascendenza divina, condizione necessaria per una preghiera specificamente cristiana.
Ed infine a titolo di conclusione ricordiamo e facciamo nostra la famosa frase del giovane Samuele: “Parla Signore che il tuo servo ti ascolta”.

28. Le devozioni
Fausto

Sarebbe una perdita dimenticare quelle devozioni che la pietà popolare ha reso tradizionali. In esse, se celebrate con giusto spirito, si trova la ricchezza della preghiera.
Per un cattolico sarà sempre da apprezzarsi la visita al Santissimo Sacramento. Il rinnovamento liturgico ci ha reso più consapevoli della centralità della stessa celebrazione eucaristica alla quale non dovrà mancare la comunione. Ma questo non sarà per noi motivo di trascurare la visita al Santissimo Sacramento. L’umile e continua presenza di Cristo nel tabernacolo, sempre pronto ad accogliere e visitare i malati, potrà rendere fresca la nostra memoria riconoscente. La sola presenza a colui che resta con noi può apportare pace, gioia e spesso grande entusiasmo che si esprime nella preghiera affettiva. La visita al Santissimo Sacramento è una continuazione contemplativa della celebrazione eucaristica e ci prepara alla prossima. Egualmente è da stimarsi la benedizione eucaristica: in essa lodiamo l’incarnazione, la morte e la risurrezione di Cristo nell’attesa della sua venuta, sorgente di ogni benedizione.
Dai tempi di s. Francesco la via crucis ha portato frutto abbondante nella vita di molti cristiani. E’ una devozione facile ed attraente, radicata anch’essa in modo contemplativo nella celebrazione eucaristica.
Tra le più care devozioni dei cristiani – specialmente dei cattolici e degli ortodossi – vi è la venerazione della vergine Maria mediante la meditazione o il canto del Magnificat, preghiera magistrale di Maria regina dei profeti. Anche il rosario, se lo si recita meditando veramente i misteri principali della nostra salvezza, svela il suo rapporto con l’eucaristia. E’ però importante che non si tratti di una semplice recitazione meccanica di paternostri e avemarie. Vi deve esser tempo sufficiente per leggere il racconto evangelico del mistero e tempo sufficiente per la meditazione e la preghiera spontanea, che ci condurranno alla recitazione raccolta delle tradizionali formule di preghiera. Il Vat II afferma: “la vita spirituale non si esaurisce nella partecipazione alla liturgia. Il cristiano, infatti, benché chiamato alla preghiera in comune, è sempre tenuto ad entrare nella sua stanza per pregare il Padre nel segreto ed incessantemente”.
Inoltre il concilio aggiunge direttive per l’approfondimento ed il rinnovamento di tutte le devozioni e dei pii esercizi: “I pii esercizi del popolo cristiano, purché siano conformi alle leggi ed alle norme della chiesa, sono vivamente raccomandati … bisogna però che tali esercizi, tenendo conto dei tempi liturgici, siano ordinati in modo da essere in armonia con la liturgia, da essa traggano in qualche modo ispirazione, e ad essa, data la sua natura di gran lunga superiore, conducano il popolo cristiano”.

29. I Sacramenti (1/6)
Fausto

Un settore essenziale della liturgia è la celebrazione dei sette sacramenti. Proprio in questo ambito la teologia negli ultimi decenni ha messo in luce nuovi aspetti e posto accenti nuovi.
La parola latina sacramentum è in primo luogo la traduzione del termine greco-biblico mysterion, che nel NT indica non solo mistero, ma è da intendere specialmente dell’insondabile opera di salvezza di Dio in Cristo (cfr. Ef 1,9 s.), e più precisamente di Cristo stesso, il «mistero della pietà» (1Tm 3,16). Infine, i teologi dei primi secoli cristiani designano come misteri anche le parole e le azioni di Gesù, in quanto furono dette e compiute per la nostra salvezza. Oltre a ciò in seguito sono detti mysteria = sacramenta anche la chiesa, la sua dottrina, la sua liturgia, le sue preghiere, benedizioni e riti. Solo nel sec. XII si sviluppa il concetto di sacramento oggi abituale, in quanto la prima Scolastica distingue tra i sacramenta maiora e i sacramenta minora (= sacramenti grandi e piccoli). Tra i primi essa conta battesimo, confermazione, eucaristia, penitenza, unzione degli infermi, ordine e matrimonio; invece i ‘”sacramenti minori” ricevono la comune denominazione di sacramentali. (1)
Certo si può intendere la parola ”sacramento”, indipendentemente dalla storia teologica del termine, anche nel senso generale di un segno di qualcosa di importante e di significativo e infine si può chiamare sacramento tutto ciò che è portatore di significato, sia persona che cosa. (2) Un tale uso, però, della parola potrebbe oggi ingenerare confusione e nuocere più che favorire la comprensione dei “sette sacramenti”. Dovremmo mantenere questa designazione dei sette sacramenti sviluppatasi nei secoli.1) La definizione da parte del magistero del numero settenario si ebbe al n concilio di Lione del 1274 (DS 860), nel Decretum pro Armenis (con stretto riferimento a s. Tommaso) del concilio di Firenze del 1439 (DS 1310) e al concilio di Trento del 1547 (DS 1601).

2) L. Boff, Kleine Sakramentenlehre, Düsseldorf 19761 (trad. it., Sacramenti della vita, Borla, Roma, dove tra l’altro si parla di un sacramento “della brocca”, “del mozzicone di sigaretta”, della “candela di Natale”, dell’ “insegnantedella scuola elementare”).

(2/6)… Come agire di Cristo
L’accesso più immediato alla comprensione dei sacramenti è costituito da Gesù Cristo. La sua persona, la sua missione, la sua attività sono il fondamento su cui poggia la fede cristiana e la fonte della quale è alimentata dall’attività mediatrice di salvezza della chiesa. Il NT e la fede della chiesa ispirata dallo Spirito santo fanno su di lui le seguenti affermazioni essenziali:
a) Egli è vero uomo e Figlio di Dio esistente dall’eternità: cioè egli è uomo-Dio.
b) Egli sa di essere chiamato dal Padre a portare agli uomini una nuova buona novella e a dare a essi liberazione e salvezza (cfr. Lc 4,16-19).
c) La sua vita è servizio e dono per gli uomini e culmina nella passione e risurrezione, con la quale egli vince la nostra morte e ci dona «vita in abbondanza» (Gv 10,10).
d) Egli promette alla comunità dei suoi discepoli, la chiesa, lo Spirito Santo e, in lui, la sua presenza permanente (Mt 18,20; 28,20).
e) Egli dà ai suoi discepoli l’incarico e il potere di continuare il suo ministero di salvezza con l’annuncio della parola e la celebrazione dei sacramenti. In ciò egli si unisce e solidarizza con essi L’accesso più immediato alla comprensione dei sacramenti . In ciò egli si unisce e solidarizza con essi così strettamente da riferire a se stesso l’accoglienza o il rifiuto fatto ai suoi discepoli (ad es. Lc 10,16).
Nel suo farsi uomo l’eterno figlio di Dio si dona e si rende presente all’umanità e assume la nostra natura umana. Così in Gesù Cristo ci vengono incontro Dio e l’uomo, l’onnipotenza e l’impotenza, la ricchezza divina e la povertà umana, il trionfo di Dio e la sofferenza e morte dell’uomo. Se noi nel senso della teologia tradizionale intendiamo il sacramento nel suo significato generale come segno visibile di una grazia invisibile, allora possiamo giustamente designare Cristo con il sacramento primordiale. Questo sacramento primordiale che è Cristo è divenuto centro dinamico di una attività salvifica, la quale attraverso la chiesa e la sua liturgia vuole raggiungere e trasformare l’intera umanità.
In certo senso Gesù comunica questa costituzione umano-divina anche alla sua chiesa, in quanto egli stesso si dona e si rende presente a lei e ne fa il suo corpo mistico. Così la chiesa ha una parte visibile, umana, essa è«chiesa di peccatori», alla quale non è sconosciuto il misero fallimento umano, e che sente di essere chiamata alla conversione e alla penitenza. Essa però come corpo di Cristo è anche portatrice di una realtà divina ed è chiamata nello Spirito e nella forza di Cristo a cooperare per la salvezza del mondo. Così essa diventa segno visibile di salvezza tra i popoli, e acquista struttura e funzione sacramentale. Essa si colloca tra il sacramento primordiale, Cristo, e i singoli sacramenti, che celebra per incarico di lui. Il Vaticano II la chiama il sacramento universale di salvezza (3) istituito dallo Spirito di Cristo. Alcuni teologi parlano di «sacramento di Cristo», di «sacramento fondamentale e radicale», di «sacramento principale o totale».
Dietro l’evento “sacramenti” c’è l’onnipotente volontà salvifica di Dio, il quale per mezzo di Cristo e del suo Spirito si comunica agli uomini e opera la nuova creazione dell’alleanza neotestamentaria. Il sommo sacerdote Cristo, che vuole la nostra salvezza, si china sull’uomo e lo eleva verso il Padre.
Cristo come sacramento primordiale realizza la sua volontà di salvezza attraverso la chiesa, sacramento universale. Essa deve render presente e applicare la sua opera di salvezza ad ogni generazione. A questo scopo è sufficiente che egli abbia stabilito e chiarito la finalità delle azioni salvifiche sacramentali. Compito della chiesa però è di dare alla volontà salvifica di Gesù chiaramente orientata la forma concreta del segno e della parola, e quindi di determinare il rito concreto del sacramento. Diventa così comprensibile che la storia della chiesa conosca una certa diversità nella forma dei sacramenti in Oriente e in Occidente, e che anche nell’ambito della chiesa occidentale si siano avuti cambiamenti del rito nel segno e nelle parole, nella materia e nella forma.
3) Costituzione dogmatica sulla chiesa 48.

(3/6)… come incontro con Cristo
I sacramenti si fondano sulla efficace volontà salvifica di Dio in Cristo, e in essi Cristo come salvatore del mondo e sommo sacerdote della nuova alleanza si avvicina all’uomo bisognoso di salvezza, servendosi in ciò, quale sacramento primordiale, della chiesa, sacramento universale. Se designiamo tale evento sacramentale di salvezza come un incontro con Cristo, e in lui e attraverso lui con il Padre, questo concetto comporta un’importante constatazione: un incontro tra partner dotati di spirito richiede franchezza reciproca e un avvicinarsi l’uno all’altro. Poiché Cristo prende sul serio l’uomo nella sua libertà, egli non intende imporre a nessuno l’offerta della sua grazia e tanto meno costringere ad accettarla. Egli vuole l’incontro personale, di partecipazione. La “parte” che l’uomo deve portare in esso è la fede in Gesù, quale Signore glorificato e salvatore del mondo, e nel Padre, che lo ha inviato per la santificazione degli uomini, «Il sacramento è in certo qual modo il prolungamento di quel dono infinito che il Padre ha fatto al mondo bisognoso di redenzione nel suo Figlio prediletto, il quale ha voluto offrire se stesso per noi sulla croce. La parola divina di dono si rivolge però all’uomo libero. Per divenire partecipe del dono della salvezza, l’uomo deve credere: deve aprirsi al messaggio della salvezza con umiltà e riconoscenza e rimettersi con fede al Dio che dona». (4)
Così la fede di colui che riceve il sacramento, con la volontà di salvezza e la disponibilità in essa contenute, è la premessa indispensabile per l’agire sacramentale di Cristo e per una ricezione fruttuosa del sacramento. Inoltre ogni sacramento, quale ferma promessa di salvezza da parte di Dio e parola di salvezza concretizzata, è come un seme, che viene piantato nell’uomo e non si sviluppa senza la fede e l’amore di chi lo riceve. In questo senso ogni sacramento è un inizio donato da Dio, che ha bisogno di esser portato avanti fino al compimento. Così il dono del sacramento diventa impegno e obbligo, che non è realizzabile senza la fede perseverante del ricevente.
4) B. HÄRING, Gabe und Auftrag der Sakramente. Meditationen, Salburg 1962, 30 s.

(4/6)… Come attività della chiesa
Se designiamo i sacramenti come incontro personale e di partecipazione dell’uomo con Cristo, potrebbe trarne incremento l’idea che in essi è solo questione di un processo attinente la sfera privata di un uomo, il quale cerca e trova il suo Dio e la sua salvezza. A questa visione riduttiva si oppone già il Vaticano II con il linguaggio che gli è proprio: «Le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della chiesa che è “sacramento di unità”, cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi. Perciò tali azioni appartengono all’intero corpo della chiesa, lo manifestano e lo implicano; i singoli membri poi vi sono interessati in diverso modo, secondo la diversità degli stati, degli uffici e dell’attuale partecipazione» (SC 26).
Questo aspetto ecclesiologico dei sacramenti appare innanzitutto nel fatto che essi sono celebrati nella e da parte della chiesa. Essa è anzi, come abbiamo visto, il sacramento universale, che per incarico del sacramento primordiale, Cristo, realizza la volontà salvifica divina. Essa è lo strumento nella mano di Cristo, la sua longa manus visibile a tutti gli uomini, il segno permanente della sua vicinanza e del suo amore soccorrevole. La celebrazione dei sacramenti non è certo l’unico incarico dato da Dio alla chiesa, ma è uno dei compiti essenziali e importanti. Essa appartiene alle sue attività fondamentali e alle sue autorealizzazioni ed è paragonabile all’altra attività di annunciare la parola di Dio. Come la chiesa deve custodire quale preziosa eredità la parola di Dio e, opportunamente o importunamente. deve in ogni tempo tradurla e proclamarla, edificando se stessa, così è anche con i sacramenti. Essi sono in fondo la presenza del mistero pasquale del suo Signore e il dono di Cristo agli uomini bisognosi di salvezza.
Ogni sacramento celebrato e ricevuto, serve all’edificazione del corpo mistico di Cristo, gli dà vita e lo amplia. Poiché i sacramenti, ognuno secondo il proprio fine e il proprio dono di grazia, aggiungono nuovi membri alla comunità della chiesa o danno inizio a nuovi vivaci rapporti con essa e con il suo Capo.
Questo significato di sacramento che riguarda l’intera chiesa, tende chiaro che la sua celebrazione non può essere di natura puramente privata, ma deve avere il carattere di una celebrazione liturgica e deve essere messa in opera in modo corrispondente. Perciò non c’è né una “messa privata” né un battesimo privato in senso proprio. A partire di qui devono essere compresi gli sforzi del Vaticano IIperché tutte le celebrazioni liturgiche siano possibilmente compiute con la presenza e la partecipazione attiva di una sia pur piccola assemblea.

(5/6)… Efficacia dei sacramenti
Da quanto detto finora è ormai chiaro che l’effetto salvifico del sacramento si fonda alla fine su Cristo. Egli è il vero celebrante; le persone incaricate dalla chiesa sono per così dire uno strumento nella sua mano. Ora già nell’antichità cristiana, in connessione con la cosiddetta controversia circa il battesimo degli eretici, sorge la questione se i sacramenti producano il loro effetto anche quando il ministro umano è indegno, ad es. come eretico o come uno che si è reso responsabile di una grave colpa e così ha perduto la grazia. La teologia ha sempre ritenuto che l’attività salvifica di Cristo si ha in ogni luogo dove il ministro umano compie il rito essenziale con l’intenzione di fare ciò che la chiesa intende fare col sacramento, anche se egli personalmente è indegno.
Per quanto riguarda colui che riceve un sacramento, l’effetto sacramentale è sempre dono, mai merito. Ciò che viene richiesto da lui è di aprirsi al Signore – che si avvicina a lui nel sacramento – nella fede e nel dono interiore di sé. In colui tuttavia che a questa operazione di grazia da parte di Cristo oppone un ostacolo (latino: obex) con una cosciente mancanza di fede e con un interiore rifiuto, il sacramento non può produrre alcun effetto. Egli se ne va a mani vuote, anzi si rende colpevole, come si diceva una volta di un sacrilegio. Lo stesso Paolo ha ammonito insistentemente dal ricevere indegnamente il corpo e il sangue di Cristo Cor 11,27-29).

(6/6)… Gerarchia dei sacramenti
La teologia e la prassi della chiesa hanno portato in Occidente al numero settenario dei sacramenti, sebbene nel primo millennio si siano designati con questa espressione anche altri mysteria della chiesa, come la dedicazione di una chiesa, la professione di un monaco e i riti delle esequie – talvolta si contarono più di 30 sacramenti. Per la serie limitata dei sette sacramenti, a partire dalla Scolastica è stato elaborato un seguito ben determinato, a partire principalmente dal momento in cui i sacramenti sono ricevuti. Battesimo, confermazione ed eucaristia rappresentano fin dai tempi antichi i sacramenti delI’”iniziazione”, del divenire cristiano, ed erano celebrati, dopo una preparazione di anni (catecumenato), per lo più nella notte pasquale. Il sacramento della riconciliazione, in quanto «tavola di salvezza dopo il naufragio del peccato (grave)» originariamente era celebrato solo di rado, talvolta solo una volta in vita. L’unzione degli infermi doveva servire a sollevare il malato nel corpo e nello spirito nella situazione grave di una malattia seria. I due sacramenti elencati per ultimi dell’ordine e del matrimonio, detti anche «sacramenti di stato» hanno una particolare funzione sociale-ecclesiologica; l’ordine come conferimento di un ministero per assicurare l’attuazione della salvezza attraverso la testimonianza della fede, la liturgia e l’amore fattivo (Martyria, Leiturgìa, Diakonia); il matrimonio per la fondazione e la santificazione della famiglia, per la costruzione della «piccola chiesa» o «chiesa domestica», come la famiglia è stata chiamata.
Quanto all’ordine gerarchico dei sacramenti tra di loro, l’eucaristia, come memoriale e ripresentazione del mistero pasquale, forma il punto centrale e culminante dell’evento sacramentale, al quale gli altri sacramenti sono più o meno ordinati e dal quale essi traggono la loro forza. Ciò vale anche per l’ampia serie dei sacramentali, delle consacrazioni e benedizioni, e di tutte le altre forme di liturgia cristiana.
La chiesa insegna che tre sacramenti conferiscono a chi li riceve una particolare impronta, il carattere sacramentale (la parola greca carattere significa originariamente stampo, conio), che è incancellabile e perciò impedisce anche di ricevere nuovamente questi sacramenti. Si tratta del battesimo, della confermazione e dell’ordine Secondo Agostino questa impronta significa una consacrazione permanente (consecratio), che rende il ricevente proprietà inalienabile di Cristo . Tommaso d’Aquino vede in esso la partecipazione al sacerdozio di Cristo e una deputatio ad cultum divinum, cioè ogni credente viene deputato a ricevere o a dare agli altri ciò che attiene al culto di Dio.

a) Il sacramento dell’ordine

(1/7) Le ordinazioni
Nella successione dei sette sacramenti, usuale a partite dall’alto Medioevo, il settimo è detto sacramento dell’ordine. Con questo nome la chiesa cattolica intende l’ufficio del ministero, articolato in tre gradi, ai cui detentori diamo il nome di vescovi, sacerdoti e diaconi. Una piccola inchiesta negli scritti neotestamentari servirà a chiarire quanto questi uffici corrispondano all’intenzione di Gesù, e come furono visti e praticati nelle comunità apostoliche.

Il sacramento dell’ordine (2/7)
Fondamenti biblici e sviluppo storico del sacramento dell’ordine
Il NT conosce numerosi titoli di onore per Gesù, i quali esprimono il significato della sua persona e della sua opera per gli uomini. «Gesù per la chiesa primitiva è colui che ha e dona lo Spirito, colui che è inviato e che invia, colui che serve e chiama a servire. Perciò gli vengono dati anche molti nomi e titoli tradizionali, i quali tutti devono rilevare la mediazione singolare e del tutto nuova di Gesù, il crocifisso e il risorto, che continua la sua vita al tempo stesso presso Dio e nella sua chiesa: egli è il santo di Dio, il liturgo, il mediatore dell’alleanza, il sacerdote, insieme offerente e vittima, l’unico e definitivo sommo sacerdote; egli è colui che è munito del pieno potere, colui al quale ogni potere è stato dato in cielo e in terra. Egli è il Figlio di David, il profeta, il Figlio dell’uomo, il buon pastore, il re d’Israele, il Figlio di Dio. Gesù è il testimone fedele, colui che guida tutti gli uomini alla salvezza».
Tra questi titoli di onore, quelli di profeta, di pastore e di sacerdote esprimono in modo particolarmente denso la sua opera per l’umanità; noi parliamo dell’ufficio di profeta (maestro), di pastore e di sacerdote di Gesù. Come profeta egli è il messaggero di una nuova e buona novella da parte di Dio, come pastore egli, disinteressato, pieno di abnegazione e pronto al sacrificio, serve gli uomini, i quali erano «come pecore senza pastore» (Mt 9,36; Mc 6,34) e offre la sua vita per loro (cfr. Gv 10,1-18). Egli vede la sua morte in croce come obbedienza alla volontà del Padre suo e la accetta con amore quale sacrificio per la salvezza del mondo, come le parole decisive dei racconti dell’Ultima Cena fanno chiaramente capire. Però colui che offre se stesso in questo modo per la salvezza del mondo deve essere detto in realtà un sacerdote, un sommo sacerdote. L’ufficio pastorale di Gesù si compie nel suo ufficio sacerdotale. «Per me non c’è dubbio che il termine “pastore” indica compiutamente la missione di Gesù, e tuttavia il sacerdozio indica il massimo di intensità del suo ufficio pastorale, poiché Cristo compie tale ufficio attraverso il dono di sé fino alla morte». Egli è nello stesso tempo il ministro e l’offerta del sacrificio.
Poiché tuttavia Cristo è lo strumento dell’universale volontà saIvifica di Dio, egli, come Signore glorificato, attraverso il suo Spirito, perpetua questi servizi di salvezza in tutti i tempi, rimanendo presente agli uomini come maestro, pastore e sacerdote. Egli realizza questa presenza attraverso l’invio dei suoi discepoli.
Cristo collega l’invio dei suoi apostoli e discepoli a continuare così il suo triplice ufficio con l’assicurazione che egli è dietro di loro, solidarizza e anzi si identifica con loro. Così nell’inviare i 70 discepoli dice: «Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi mi ha mandato» (Lc 10,16). Nello stesso modo, dopo aver lavato i piedi ai suoi discepoli egli assicura: «In verità, in verità vi dico: Chi accoglie colui che io manderà, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato» (Gv 13,20).
Un tale invio e una tale delega di poteri con un così alto grado di identificazione di Cristo con gli inviati, significa per essi una responsabilità quasi sovrumana. La loro prima preoccupazione dovrebbe essere di incontrare sempre gli uomini nel modo con cui Cristo li incontrerebbe e di rendersi trasparenti nei confronti della persona e dell’intenzione salvifica di Cristo. Per abilitarli a ciò egli promette loro lo Spirito santo e prega per loro: «Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo; per loro io consacro me stesso perché siano anch’essi consacrati nella verità» (Gv 17,17 s.). Qui è chiaro che l’invio dei discepoli non è solo un incarico (= ordinazione), ma contiene pure un elemento di santificazione e di consacrazione che autorizza pienamente a parlare appunto di consacrazione.
La continuazione del triplice ufficio di Cristo nei suoi inviati riguarda dapprima la cerchia ristretta dei seguaci, i cui componenti sono chiamati dagli evangelisti ora apostoli, ora discepoli. Però oltre a questo il NT conosce nella comunità apostolica una quantità di doni dello Spirito o carismi, i quali devono servire alla edificazione del Corpo di Cristo (cfr. 1 Cor, 12,28).
Oltre agli uffici e ai carismi non si deve trascurare che tutti i fedeli, in base alla loro vocazione e santificazione, sono tenuti a collaborare alla edificazione del popolo di Dio. Nel battesimo e nella confermazione è conferito loro questo «sacerdozio comune dei fedeli» (cfr. 1 Pt 2,9): anche essi quindi sono al servizio di Cristo.
I capi della comunità vengono designati (dapprima indistintamente) come pastori, episcopi e presbiteri, e solo in seguito vengono distinti gli uni dagli altri nelle loro funzioni e competenze. Le lettere del vescovo e martire Ignazio di Antiochia (dopo il 110) conoscono già i gradi gerarchici di vescovo, presbitero e diacono, con poteri ben determinati e reciproca correlazione. Questo ordinamento degli uffici si diffuse con relativa rapidità in tutta la chiesa e si mantenne fino a oggi.
Ma la Chiesa non è legata per sempre ed esclusivamente a questa forma di ministeri. Proprio in questi nostri tempi vediamo come da bisogni pastorali e anche da un nuovo accento posto sul laicato sorgano nuove attività, le quali portano anche a nuovi ministeri, paragonabili alle sfere di competenza dei carismi neotestamentari in 1 Cor 12.
Il riconoscimento dei mutamenti storici e delle possibilità non ancora esaurite non ci dispensa dall’obbligo di vedere e di accettare nell’attuale ordinamento del triplice ministero sacramentale uno sviluppo legittimo, che in definitiva ha le sue radici nella volontà salvifica di Cristo. Ministero sacramentale significa che vescovi, sacerdoti e diaconi sono segni e strumenti, rappresentanti attivi di Gesti Cristo, profeta, pastore e sacerdote, il quale opera nella e attraverso la sua chiesa. Dovunque essi annunciano la parola di Dio, celebrano i sacramenti e prestano agli uomini le molteplici opere dell’amore che serve e della guida che aiuta, Cristo è presente ed è all’opera con essi (cfr. SC 7).
Purtroppo talora il senso del potere ha, nei secoli, oscurato questo aspetto di servizio.

Il sacramento dell’ordine (3/7)

L’episcopato
Mentre, come gia ricordato, negli scritti neotestamentari, le parole episkopos (da cui la nostra parola italiana vescovo, letteralmente: (soprintendente) e presbyter (da cui la nostra parola prete, letteralmente: anziano) sono ancora usate molto indistintamente, emerge all’inizio del sec. II, in Siria e in Asia minore, l’episcopato monarchico con autorità su presbiteri e diaconi. Le prime testimonianze sono fornite dalle lettere del vescovo e martire Ignazio di Antiochia. L’autorità dell’ufficio episcopale viene incrementata dal fatto che i suoi titolari, dalla metà del sec. II spesso si radunano in sinodi per deliberare sulla difesa dalle eresie, che si diffondono minacciosamente. Il conferimento liturgico dell’ufficio attraverso l’imposizione delle mani e la preghiera,di cui si parla già nel NT (At 6,6; 1 Tm 4,14; 2 Trn 1,6), viene descritto per la prima volta nella Tradizione apostolica di Ippolito di Roma attorno al 215. Ivi viene anche rilevata espressamente la preghiera epicletica dell’assemblea. L’ordinazione episcopale era preceduta dalla scelta del candidato da parte della comunità
Di significato storico fu il fatto che già Pio XII con la Costituzione apostolica Sacramentum ordinis del 30 novembre 1947 decise con un intervento di magistero che il rito essenziale in tutti e tre i gradi del sacramento consistesse nell’imposizione delle mani e nella preghiera di ordinazione. Il Vaticano II era consapevole della debolezza non solo del rito dell’ordinazione, ma anche della teologia dell’ufficio episcopale. Mentre la SC, come primo documento del concilio, con chiaro riserbo, si limita a chiedere una rielaborazione del rito dell’ordinazione e permette nella consacrazione episcopale l’imposizione delle mani di tutti i vescovi presenti (invece di tre soltanto come finora), LG e CD pongono in modo più approfondito le basi teologiche. Della consacrazione episcopale si insegna che attraverso di essa viene conferita la «pienezza del sacramento dell’ordine» e che «i vescovi, in modo eminente e visibile, sostengono le parti dello stesso Cristo Maestro, Pastore e Pontefice, e agiscono in sua persona» (LG 21). Peraltro nei documenti vaticani le espressioni latine ordinatio e consecratio vengono usate indistintamente come già appare in SC 76.
In seguito i Vescovi hanno affidato, in vario grado, il loro ministero a vari soggetti della Chiesa.
Tutte le ordinazioni hanno luogo nell’ambito di una celebrazione eucaristica, dopo il vangelo e possibilmente in un giorno domenicale o festivo per facilitare una grande partecipazione di fedeli. Per motivi pastorali però può essere scelto anche un altro giorno come, per l’ordinazione di un vescovo, la festa di un apostolo.
Il rito dell’ordinazione di un vescovo prevede che il consacrante principale abbia come con-consacranti almeno altri due vescovi. Però anche tutti gli altri vescovi presenti possono opportunamente (decet) diventare consacratori compiendo l’imposizione delle mani. Il candidato all’ordinazione, che nei testi ufficiali è designato come “eletto”, è assistito da due presbiteri. Tutti coloro che sono stati citati prendono parte all’eucaristia concelebrando. L’ordinazione inizia dopo il vangelo e ha la seguente struttura:
a) Invocazione allo Spirito santo, presentazione e lettura del mandato del papa;
b) Omelia del celebrante principale;
c) Interrogazioni;
d) Litanie dei santi;
e) Imposizione delle mani e preghiera di ordinazione con imposizione del libro dei vangeli;
f) Riti esplicativi: unzione crismale, consegna del libro dei vangeli, consegna dell’anello, della mitra e del pastorale, insediamento;
g) Abbraccio di pace;
h) Riti di conclusione al termine della celebrazione eucaristica.
a) Come invocazione allo Spirito santo è previsto il Veni, creator Spiritus o un altro inno corrispondente. L’eletto si avvicina al consacrante principale. Uno dei sacerdoti che l’assistono fa la domanda di ordinazione episcopale per l’eletto. Quindi viene letto il mandato del papa, al termine del quale tutti rispondono «Rendiamo grazie a Dio».
b) Nell’omelia il celebrante principale prende lo spunto dall’invio di Cristo da parte del Padre, che trova la sua continuazione nella missione degli apostoli, che essi a loro volta trasmettono ai loro successori con l’imposizione delle mani. Grazie a essa è conferita «la pienezza del sacerdozio» e continua «l’ininterrotta successione dei vescovi», e con essa si ha la prosecuzione dell’opera della salvezza.
c) Le interrogazioni, nelle quali il celebrante principale ritorna ancora una volta su questi importanti obbligh,i e amplia il discorso con la domanda sulla disponibilità a custodire puro e integro il deposito tradizionale della fede e a rimanere unito al papa nell’obbedienza e nella fedeltà. Davanti a tutta l’assemblea il candidato consente con le parole: «Sì, lo voglio»
d) Le successive litanie dei santi, quale preghiera dell’assemblea, sono concluse dal consacrante principale con la preghiera: «Ascolta, o Padre, la nostra preghiera: effondi su questo tuo figlio con la pienezza del sacerdozio la potenza della tua benedizione».
e) Ora il consacrante principale impone le mani – e dopo di lui anche tutti i vescovi presenti – sul capo dell’eletto senza dire nulla. Quindi gli viene imposto sul capo il libro dei vangeli aperto, che due diaconi sorreggono fino al termine della preghiera di ordinazione. Questa cerimonia, già conosciuta in Oriente (Siria occidentale) nel sec. IV, doveva simboleggiare nel senso originario la discesa dello Spirito «come dono del Signore Gesù Cristo presente nel segno dell’evangeliario» . La preghiera di ordinazione fin qui in uso è stata sostituita da quella di Ippolito, leggermente rimaneggiata, preghiera utilizzata anche nei patriarcati di Antiochia e di Alessandria della chiesa orientale. La Costituzione apostolica Pontificalis Romani considera come essenziali le parole: «Effondi ora sopra questo eletto la potenza che viene da te, o Padre, il tuo Spirito che regge e guida; tu lo hai dato al tuo diletto Figlio Gesù Cristo ed egli lo ha trasmesso ai santi apostoli che nelle diverse parti della terra hanno fondato la chiesa come tuo santuario a gloria e lode perenne del tuo nome».
f) Poiché con l’imposizione delle mani e la preghiera di ordinazione si è compiuto il sacramento, i riti che seguono devono essere considerati come riti esplicativi dell’ordinazione avvenuta. Ciò vale anche per l’unzione crismale del capo, già inserita nella preghiera di ordinazione e considerata come parte essenziale.
La successiva consegna del libro dei vangeli si riferisce alla partecipazione all’ufficio di insegnamento di Cristo.
La consegna dell’anello episcopale, benedetto insieme con la mitra e il pastorale non più nella messa di ordinazione ma prima, in un momento conveniente, simboleggia l’obbligo di fedeltà del vescovo verso la chiesa, specialmente la chiesa locale, che nelle parole di accompagnamento è designata come sposa di Cristo.
La mitra è imposta senza nessuna formula di accompagnamento.
Un simbolo eloquente dell’ufficio di pastore del vescovo è il pastorale, conosciuto anche dalla chiesa orientale. Il consacrante principale lo consegna con le parole che si richiamano al discorso di addio di Paolo a Mileto (At 20,28): «Ricevi il pastorale, segno del tuo ministero di pastore: abbi cura di tutto il gregge in mezzo al quale lo Spirito santo ti ha costituito vescovo per reggere la chiesa di Dio» .
g) A conclusione del rito di ordinazione il nuovo vescovo, se è stato ordinato nella sua cattedrale, viene condotto alla cattedra (seggio episcopale) e qui egli riceve da tutti i vescovi presenti l’abbraccio di pace.
h) Detta l’orazione dopo la comunione, mentre si canta il Te Deum, il neoordinato viene condotto attraverso la chiesa e imparte ai fedeli la sua prima benedizione episcopale.

Il sacramento dell’ordine
(4/7) Il Presbiterato
Da quanto detto sopra è emerso che anche il ministero dei sacerdoti deve essere visto solo come partecipazione ai tre uffici di Cristo, e quindi come sviluppo dell’unico ministero che Cristo ha affidato alla sua chiesa. Ogni derivazione da, o parallelo con i sacerdoti di Israele o della religione pagana, è fuori posto. Per questo fu anche molto grave il fatto che dalla fine dell’epoca antica e poi in misura accresciuta nel Medioevo si fossero introdotti nei riti di ordinazione degli elementi testuali, che ponevano in risalto l’ufficio dei sacerdoti e dei leviti dell’AT come modello ed esempio del sacerdozio cristiano.
Elementi fondamentali quanto all’essenza e al significato del ministero sacerdotale sono contenuti soprattutto in alcuni documenti del magistero del Vaticano II, specialmente in LG, CD e nel “Decreto sul ministero e la vita dei Presbiteri” (Presbyterorum ordinis = PO) del 7 gennaio 1965. «I Presbiteri, pur non possedendo l’apice del sacerdozio e dipendendo dai vescovi nell’esercizio della loro potestà, sono tuttavia a loro congiunti per l’onore sacerdotale e in virtù del sacramento dell’ordine, ad immagine di Cristo….., sono consacrati per predicare il vangelo, pascere i fedeli e celebrare il culto divino, quali veri sacerdoti del Nuovo Testamento. Partecipi, nel loro grado di ministero, dell’ufficio dell’unico Mediatore Cristo (1 Tm 2,5) annunziano a tutti la divina parola. Ma soprattutto esercitano il loro sacro ministero nel culto eucaristico o sinassi….. agendo in persona di Cristo e proclamando il suo mistero…» (LG 28). Il discorso verte quindi sul loro servizio di riconciliazione dei peccatori e di sollievo dei malati. Nella partecipazione all’ufficio pastorale di Cristo essi portano le loro comunità per mezzo di Cristo, nello Spirito santo, al Padre. «I sacerdoti, saggi collaboratori dell’ordine episcopale e suo aiuto e strumento…., costituiscono col loro vescovo un unico presbiterio, sebbene destinato a diversi uffici» (ivi). Per così dire essi rendono presente nelle loro comunità il vescovo, e nello stesso tempo rendono visibile la chiesa universale.
Il nuovo rito dell’ordinazione sacerdotale è nella sua struttura molto simile a quello dell’ordinazione dei vescovi e dei diaconi. Anche l’ordinazione sacerdotale viene celebrata dopo il vangelo di una celebrazione eucaristica, in giorno domenicale o festivo, e ha la seguente struttura
a) Presentazione dei candidati ed elezione da parte del vescovo;
b) Omelia del vescovo;
c) Interrogazioni e promesse di obbedienza dei candidati, che pongono le mani in quelle del vescovo;
d) Litanie dei santi;
e) Imposizione delle mani e preghiera di ordinazione;
f) Riti esplicativi: vestizione degli abiti sacerdotali, unzione crismale delle mani, consegna del pane e del vino;
g) Abbraccio di pace.
a) I candidati, che hanno indossato amitto, camice, cingolo e stola diaconale, vengono chiamati per nome. Ciascuno risponde «Eccomi» e si avvicina al vescovo. Ad una domanda del vescovo il sacerdote responsabile della formazione dichiara che sono stati interpellati il popolo cristiano e coloro che hanno curato la formazione dei candidati, ed essi attestano che i candidati sono degni. Qui si intravede ancora come nell’epoca antica della chiesa il conferimento degli ordini era fatto dipendere dalla previa scelta o consenso della comunità.
b) Il successivo modello di omelia del vescovo si ispira fortemente alle affermazioni di LG 28
c) Le promesse dei candidati, in risposta a corrispondenti domande del vescovo, dichiarano la loro disponibilità ad assumere i doveri dell’ufficio di pastori, di sacerdoti e di maestri, e a dedicarsi a Dio in una unione sempre più stretta di se stessi col sommo sacerdote Cristo, per la salvezza degli uomini. Quindi ognuno si inginocchia davanti al vescovo, pone le sue mani giunte in quelle del vescovo e promette a lui e ai suoi successori «rispetto e obbedienza».
d) Dopo un invito del vescovo alla preghiera l’assemblea canta le litanie dei santi in forma molto abbreviata. Secondo cognizioni recentemente acquisite questa preghiera dell’assemblea per i candidati all’ordinazione deve essere considerata un elemento importante del rito, in connessione con la preghiera di ordinazione del vescovo. «Poiché si è ordinati attraverso l’imposizione delle mani e la preghiera della ekklesia radunata attorno al vescovo ordinante»
e) A questo punto il vescovo, senza dire nulla, impone le mani sul capo di ciascun candidato. Anche i sacerdoti presenti fanno lo stesso e rimangono schierati attorno al vescovo fino alla fine della preghiera di ordinazione. Così è messo in evidenza che i neoordinati sono accolti come fratelli nel presbiterio. Purtroppo la preghiera di ordinazione è rimasta ancora fortemente legata ai paralleli veterotestamentari della precedente formula. A quanto si dice sembra che anche qui nella progettata nuova edizione si prospetti una revisione. Anche sotto altri aspetti questa preghiera rimane indietro di fronte alla profondità e alla ricchezza della nuova teologia dell’ordine e dei ministeri.
f) Come segno del ministero sacerdotale ricevuto i neoordinati vengono rivestiti da alcuni sacerdoti con la stola sacerdotale (disponendo diversamente la stola diaconale) e con la casula. Quindi il vescovo unge la parte interna delle mani col crisma pregando che Cristo, consacrato dal Padre in Spirito santo e potenza, voglia custodire e rafforzare i neoordinati nel loro compito sacerdotale. Durante questi riti esplicativi può essere cantato l’inno Veni, creator Spiritus o un salmo o un canto. Quindi il vescovo consegna a ogni ordinato le offerte sacrificali del pane e del vino (patena e calice) per l’eucaristia che segue e dice: «Ricevi le offerte del popolo santo per il sacrificio eucaristico. Renditi conto di ciò che farai, vivi il mistero che è posto nelle tue mani, e sii imitatore del Cristo immolato per noi». Così ciò che prima era considerato come segno essenziale si è conservato come simbolo esplicativo.
g) L’abbraccio di pace del vescovo, che anche i sacerdoti presenti possono scambiare con i neoordinati, conclude il rito di ordinazione.
Nella celebrazione eucaristica i neoordinati concelebrano con il vescovo. Nella Preghiera eucaristica è possibile inserire un particolare testo di intercessione.
Se si confronta il nuovo rito con quello finora in uso non si può negare un apprezzabile miglioramento; si può tuttavia sperare che la nuova edizione eliminerà le carenze che ancora si avvertono

Il sacramento dell’ordine
(5/7) Il Diaconato
L’ufficio dei diaconi (dal greco diakonêin – servire) viene menzionato già negli scritti del NT (Fil 1,2; 1 Tm 3,8 s). Come precursori possono essere considerati quei sette uomini che, secondo il racconto di At 6,1-6, furono scelti dalla comunità primitiva di Gerusalemme e furono costituiti dagli apostoli come loro collaboratori con la preghiera e l’imposizione delle mani. Anche se il loro primo compito fu il «servizio delle mense», e quindi un compito sociale- caritativo, però già presto vediamo questi sette anche nel servizio della predicazione e della conversione, compresa l’amministrazione del battesimo (Stefano, Filippo). 1Tm 3,8-12 avanza già determinate esigenze morali riguardo ai diaconi. All’inizio del sec. II essi compaiono nelle lettere del vescovo e martire Ignazio di Antiochia come un grado ben definito del ministero in seno alla direzione gerarchica della chiesa. Mentre la chiesa orientale conosce fino ad oggi il diaconato come ministero stabile che dura tutta la vita, in Occidente esso è stato praticato a partire dal Medioevo come grado di passaggio sulla via al sacerdozio. Si diventava diaconi non per rimanerlo, ma per poter diventare sacerdoti.
Col Vaticano II LG 29 definisce innanzitutto i compiti del diacono: «E’ ufficio del diacono, conforme gli sarà stato assegnato dalla competente autorità, amministrare solennemente il battesimo, conservare e distribuire l’eucaristia, in nome della chiesa assistere e benedire il matrimonio, portare il viatico ai moribondi, leggere la sacra Scrittura ai fedeli, istruire ed esortare il popolo, presiedere al culto e alla preghiera dei fedeli, amministrare i sacramentali, dirigere il rito funebre e della sepoltura. Essendo dedicati agli uffici di carità e di assistenza…».
A questo punto però il documento continua con la frase più importante: «E siccome questi uffici, sommamente necessari per la vita della chiesa, nella disciplina oggi vigente della chiesa latina in molte regioni difficilmente possono essere esercitati, il diaconato potrà in futuro essere restituito come proprio e permanente grado della gerarchia. Spetterà poi ai competenti ceti episcopali territoriali di vario genere, decidere, con l’approvazione dello stesso sommo Pontefice, se e dove sia opportuno che tali diaconi siano istituiti per la cura delle anime. Col consenso del romano Pontefice questo diaconato potrà essere conferito a uomini di matura età anche viventi nel matrimonio, e così pure a dei giovani idonei, per i quali però deve rimanere ferma la legge del celibato» (29). Il decreto su l’attività missionaria della chiesa (Ad gentes, del 7 dicembre 1965) conferma questa decisione e la motiva con la convenienza «che uomini, i quali di fatto esercitano il ministero di diacono, o perché come catechisti predicano la parola di Dio, o perché a nome del parroco o del vescovo sono a capo di comunità cristiane lontane, o perché esercitano la carità attraverso appunto le opere sociali e caritative, siano confermati e stabilizzati per mezzo dell’imposizione delle mani, che è tradizione apostolica, e siano più saldamente congiunti all’altare, per poter esplicare più fruttuosamente il loro ministero con l’aiuto della grazia sacramentale del diaconato» (EV II, 1154-1169).
A queste dichiarazioni di intenzione seguì, dopo altre intense consultazioni, il ripristino ufficiale del diaconato stabile col motu proprio Sacrum diaconatus di Paolo VI, del 18 giugno 1967. In seguito si formarono in molti paesi cristiani delle “comunità diaconali”, le quali servono a preparare all’ordinazione sotto la guida di un incaricato del vescovo.
I candidati al sacerdozio assumono con l’ordinazione diaconale anche l’obbligo della liturgia delle ore, mentre per i diaconi stabili è indicato come altamente conveniente che essi «recitino quotidianamente almeno una parte della liturgia delle ore, quale sarà definita dalla Conferenza Episcopale»
Il rito di ordinazione. dopo il vangelo di una celebrazione eucaristica, è essenzialmente uguale nella sua struttura a quello dell’ordinazione presbiterale:
a) Presentazione dei candidati d elezione da parte del vescovo;
b) Omelia del vescovo;
c) Interrogazioni e promessa di obbedienza dei candidati, che pongono le mani in quelle del vescovo;
d) Litanie dei santi;
e) Imposizione delle mani e preghiera di ordinazione;
f) Riti esplicativi: vestizione della stola e della dalmatica, consegna del libro dei vangeli;
g) Abbraccio di pace.
a) La presentazione e l’elezione dei candidati, che indossano amitto, camice e cingolo si svolgono come nell’ordinazione sacerdotale.
b) Il modello di omelia del vescovo definisce innanzitutto la posizione e i compiti del diacono in forma generale: «Fortificato dal dono dello Spirito santo, esso sarà di aiuto al vescovo e al suo presbiterio nel ministero della Parola, dell’altare e della carità, mettendosi al servizio di tutti i fratelli»; vengono quindi enumerate le sue funzioni in particolare (LG 29).
c) Anche la promessa di obbedienza dei candidati (a una corrispondente domanda del vescovo) e il porre le proprie mani in quelle del vescovo assomigliano a quelle dell’ordinazione presbiterale.
d) Lo stesso vale per le litanie dei santi.
e) L’imposizione delle mani e la preghiera di ordinazione formano anche qui il nucleo dell’azione sacramentale. La preghiera di ordinazione contiene elementi di lode e di intercessione, soprattutto però l’epiclesi per la discesa dello Spirito santo, che dalla Costituzione apostolica Pontiflcalis Romani è posta in rilievo come testo essenziale: «Ti supplichiamo, o Signore, effondi in lui lo Spirito santo, che lo fortifichi con i sette doni della tua grazia, perché compia fedelmente l’opera del ministero». L’assemblea conferma la preghiera di ordinazione con il suo «Amen».
f) La vestizione degli abiti diaconali si compie con l’aiuto di alcuni diaconi o sacerdoti. Quindi il vescovo consegna nelle mani di ogni neoordinato il libro dei vangeli e dice: «Ricevi il vangelo di Cristo del quale sei divenuto l’annunziatore: credi sempre a ciò che proclami, insegna ciò che credi, vivi ciò che insegni».
g) A conclusione dell’ordinazione il vescovo scambia con ciascuno l’abbraccio di pace, il che fanno pure i diaconi presenti. In tal modo essi accolgono il neoordinato nel loro collegio.

Il sacramento dell’ordine
(6/7) Gradi preparatori al sacramento dell’ordine
Sulla via al sacerdozio furono collocati nel corso di una lunga evoluzione storica vari gradi preparatori, che non potevano essere saltati. Per poter apprezzare meglio il nuovo ordinamento postconciliare viene ora descritto brevemente il precedente ordinamento della chiesa cattolica romana.
Prima del Vaticano II
La Tonsura
L’ammissione nello stato clericale (e anche nello stato monastico) era unita già alla fine dell’antichità cristiana con il taglio dei capelli e si sviluppò nel rito della tonsura (dal latino tondere = tagliare).
I quattro ordini minori
Tra essi si annoverano nella chiesa latina gli ordini degli ostiari, dei lettori, degli esorcisti e degli accoliti; nella chiesa orientale, solo i lettori e i suddiaconi. Nell’antichità si trattava di determinati servizi nelle comunità, in seguito essi divennero solo gradi di passaggio senza funzioni concrete. Il suddiaconato fu anche in Occidente sino al 1200 circa un ordine minore, allorquando sotto papa Innocenzo III fu contato tra gli ordini maggiori.
Gli ostiari (dal latino ostium = ingresso, porta) avevano il compito di tenere lontano gli estranei dalla casa di Dio e di vegliare sulla sua sicurezza. Nella precedente ordinazione essi ricevevano simbolicamente una chiave della chiesa e dovevano aprire e chiudere le porte e suonare una campana. Il loro ufficio è compiuto oggi dai sacrestani.
I lettori avevano il compito di proclamare le letture nelle celebrazioni liturgiche.
Agli esorcisti toccò nell’antichità il compito di fare i cosiddetti esorcismi, soprattutto nel battesimo. Per esorcismo si intende lo sforzo per liberare, per mezzo di particolari preghiere, gli uomini dal potere di forze avverse a Dio.
Gli accoliti (letteralmente: persone del seguito) avevano il compito di prestare determinati servizi aiutando nelle celebrazioni liturgiche.
L’ordinazione del suddiacono
Originariamente il suddiacono era l’aiuto del diacono, specialmente nella celebrazione dell’eucaristia, nella quale toccava a lui ad es. la lettura dell’epistola. Il rito di ordinazione non previde mai un’imposizione delle mani: una conferma che esso non è da considerare ordine maggiore o parte del sacramento dell’ordine.

Dopo il Vaticano II
Il nuovo ordinamento, che già da molte parti era stato auspicato prima e durante il Vaticano II, venne instaurato dal papa Paolo vi con le due lettere apostoliche Ministeria quaedam e Ad pascendum, del 13 agosto 1972. Nella prima lettera è stato deciso che al posto dei quattro ordini minori fino allora in uso subentrano i due ministeri del lettore e dell’accolito. Nello stesso tempo essi assumono i compiti del suddiaconato, che da ora in poi decade. L’ammissione allo stato clericale si ha solo con il diaconato. I due servizi non sono riservati ai candidati al sacramento dell’ordine, cioè essi possono essere affidati anche a laici, però, secondo la tradizione ecclesiastica, solo a uomini.
Nella seconda lettera Ad pascendum si stabilisce che la tonsura, come rito di ammissione nello stato clericale, decade. Al suo posto subentra un rito di ammissione tra i candidati al diaconato e al presbiterato. Questi, dopo un certo tempo, devono ricevere l’istituzione di lettore e di accolito per prepararsi attraverso questi ministeri al diaconato e al presbiterato.
La Congregazione per il culto divino preparò riti propri per la citata istituzione, l’ammissione tra i candidati alle ordinazioni e la pubblica accettazione del celibato (3 dicembre 1972). Una edizione italiana del rito, con aggiunte la consacrazione delle vergini, la benedizione abbaziale, l’istituzione dei ministri straordinari della comunione e un’appendice di letture, preghiere e canti, fu pubblicata per ordine della Conferenza episcopale italiana il 29 settembre 1980.

Il sacramento dell’ordine
(7/7) I servizi liturgici delle donne
Nella lettera apostolica Ministeria quaedam, dell’istituzione dei ministeri di lettore e di accolito – ai quali a discrezione delle Conferenze episcopali possono essere aggiunti anche altri uffici – si dice che essi non sono più “ordini minori”, ma che coloro che sono incaricati rimangono laici. Nello stesso tempo si afferma che questi ministeri si basano sul sacerdozio universale dei fedeli, il che significa partecipazione al sacerdozio di Cristo, anche se distinta dal sacerdozio ministeriale sacramentale
Tanto più sorprendente risulta quindi la disposizione VII: «L’istituzione del lettore e dell’accolito, secondo la veneranda tradizione della chiesa è riservata agli uomini». Questa disposizione, sentita da molti come una penosa discriminazione delle donne, che tuttavia in forza del loro battesimo e confermazione partecipano pure al sacerdozio universale, appare difficilmente componibile con altre determinazioni dell’autorità romana. Così nella terza Istruzione “per l’esatta applicazione della Costituzione liturgica”’, del 5 settembre 1970, viene permesso alle donne di proclamare le letture con eccezione del vangelo; le Conferenze episcopali possono precisare maggiormente il posto adatto per tale proclamazione. Una disposizione simile si trova nella seconda edizione tipica del MR (1975) e in PNMR 70. Nella Istruzione Irnmensae caritatis della Congregazione dei sacramenti, del 29 gennaio 1973, come ministri straordinari della comunione nella e fuori della messa vengono ammesse anche le donne. Il CIC del 1983 ripete innanzitutto che laici uomini possono essere costituiti stabilmente, con il rito previsto, nei ministeri del lettore e dell’accolito (can. 230 § 1); tutti i laici però, con un incarico temporaneo, possono assumere nelle azioni liturgiche il munus lectoris; «ugualmente tutti i laici possono esercitare gli uffici del commentatore, del lettore e altri uffici previsti dal diritto» (can. 230 § 2). In caso di necessità e in mancanza di ministri, anche i laici possono, se pure non sono lettori e accoliti, svolgerne i compiti, e cioè celebrare liturgie della Parola, guidare la preghiera liturgica, amministrare il battesimo e distribuire la santa comunione (ivi § 3).
Se dunque donne in certi casi assumono gli uffici dei lettori e degli accoliti (distribuzione della comunione), ci si domanda perché non deve essere permessa la loro istituzione con un rito liturgico. «A dire il vero questa discriminazione ha nella chiesa un’“antica e veneranda tradizione” – è l’unico argomento che viene addotto come motivazione – e tuttavia non si può dimenticare che la chiesa primitiva ha conosciuto incarichi ufficiali di donne a uffici ecclesiali».
Una discussione ancora più accesa si ebbe e tuttora si ha in certi paesi sulla questione se sia permesso alle ragazze o alle donne l’ufficio di ministranti nella celebrazione della messa. L’Istruzione Inestimabile donum del 3 aprile 1980 (Congregazione per i sacramenti e il culto divino) aveva stabilito al nr. 18: «Non è permesso alle donne assumere gli uffici di un accolito o di un ministrante», D’altra parte l‘Istruzione Immensae caritatis della Congregazione dei sacramenti, del 29 gennaio 1973, aveva concesso alle donne l’ufficio essenzialmente più importante di ministro straordinario della comunione. Si era così in attesa di quale posizione avrebbe preso in questa questione il CIC 1983. Nel can. 906 esso rinuncia, senza proporre un’alternativa, alla disposizione del CIC 1917 can. 813 § 2, per cui il ministrante non può essere una donna. Invece del can. 813 § 1, che proibisce la celebrazione della messa sine ministro e quindi senza un inserviente uomo, la disposizione nel nuovo CIC can. 906 suona: «Al di fuori di un motivo giusto e ragionevole il sacerdote non può celebrare il sacrificio eucaristico senza la partecipazione almeno di un fedele» (fidelis, senza riferimento al sesso).
Per togliere ogni dubbio il (pro-) presidente della commissione per l’interpretazione del Codice, arcivescovo R.J.Castillo Lara, il 14 febbraio 1983 in una lezione pubblica dichiarò: «Quanto alla distinzione uomo-donna nell’ambito ecclesiale, oltre all’esclusione dall’ordine e dai ministeri istituiti non c’è alcun’altra differenza tra l’uomo e l’altro sesso»
Più difficile da chiarire sembra essere il problema della possibilità di una ordinazione delle donne al presbiterato e al diaconato sacramentale. Si è fatto notare che le donne avevano assunto compiti importanti nella cerchia di Gesù e nelle comunità neotestamentarie, e che escono risultati di recenti ricerche «nelle chiese orientali e, durante i primi secoli cristiani, sporadicamente, anche nelle chiese del rito latino, delle donne vennero ordinate diaconesse». Inoltre si è attirato l’attenzione sul fatto che molte donne esercitano una quantità di attività, che per sé spettano al diaconato. La loro attuale posizione nella chiesa e nella società non permette di «escluderle da funzioni ufficiali nella chiesa, teologicamente possibili e pastoralmente auspicabili». Nello stesso tempo si sottolinea che la questione dell’ammissione della donna al diaconato sacramentale ‘è diversa da quella del sacerdozio della donna. In questa prospettiva è stato anche avanzato il voto che «si esamini secondo le attuali conoscenze teologiche la questione del diaconato della donna e, considerata l’odierna situazione pastorale, se possibile, siano ammesse delle donne all’ordinazione diaconale»
A Roma stessa la Pontificia commissione biblica approvò la dichiarazione unanime, per cui in base alla sola Scrittura non si può provare, chiaramente e una volta per tutte, che le donne possono essere ordinate oppure no». Contrariamente a ciò la Congregazione per la dottrina della fede pubblicò una “Dichiarazione sull’ammissione delle donne al Sacerdozio ministeriale” (15 ottobre 1976), la cui frase centrale suona: «la chiesa, per fedeltà all’esempio del suo Signore, non si considera autorizzata ad ammettere le donne all’ordinazione sacerdotale». Con ciò tuttavia non è ancora stato pronunciato alcun no all’ordinazione diaconale delle donne. Sembra che questa questione sarà in avvenire oggetto di esame a Roma. A dire il vero una recente ricerca storica di un apprezzato studioso fa apparire ridotte le prospettive di una decisione favorevole.

segue