15/02/2004 – T. ORDINARIO – ANNO C – 06 DOMENICA – 2004
6ª DOMENICA TEMPO ORDINARIO
Anno C – 15 Febbraio 2004
RACCOGLIMENTO
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo. Amen.
Ascolta, Israele: io sono il Signore Dio tuo…! Ascolta, Chiesa che sei in..; ascolta N [tuo nome]
Eccomi, Signore: aiutaci tutti ad ascoltarti (Dt. 6,4; Lc 8,21; Is 6,8; Ebr 10,1s; Rm 12,1s).
LETTURA
Signore Gesù, nulla mi è più caro di te! Ascolto la tua parola nella messa del giorno (PCFP, 13); tu mi metti in bocca anche la risposta: fa’ che ascolto e risposta crescano con l’orante che ti cerca, o Dio (Gregorio, Cassiano, Benedetto). Vedi LETTURE
MEDITAZIONE o RILETTURA
Signore Gesù, tu mi parli di te stesso “Buona Notizia” nel vangelo, “compimento” delle promesse della prima lettura, “fondamento” della chiesa nella seconda lettura: rileggo vangelo, I e II lett. alla luce del versetto al vangelo:
Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò, dice il Signore. –
Rallegratevi ed esultate, perché la vostra ricompensa è grande nei cieli.
Signore Gesù, tu ti rendi presente! Con lo Spirito e la Sposa io grido: “Vieni, Signore Gesù!”. E tu rispondi: “Sì, ecco: io vengo” (Apc. 22,17s); così nel dialogo, alla comunione, mi dici chi sei e cosa fai oggi in noi (Antifona alla Comunione): Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio».
Affaticàti e oppressi, io vi ristoro: grande è la vostra ricompensa nei cieli.
(Confrontiamo la parola, che Gesù ci rivolge, con le scene del vangelo, prima e seconda lettura, per coglierne il senso).
Affaticàti e oppressi di tutto il mondo, io sono la Risurrezione e la vita. Beati quanti confidano nel Signore (vangelo). Beati quanti si accorgono della presenza del Signore e confidano in lui (prima lettura). Beati coloro che confidano nel Signore Gesù, perché sono già risorti con lui (seconda lettura). Venendo in noi Gesù dice: Oggi mi rendo presente in atto di far sperimentare la vita nuova di risorto con me a chi mi accoglie e condivide il mio dono a tutti; nel simbolo dell’albero piantato lungo l’acqua, che verso la corrente stende le radici. – Signore, tu vegli sul nostro cammino, perché non andiamo in rovina, come gli empi che neppure si accorgono di te.
Affaticàti e oppressi, mi abbasso fino a voi, per innalzarvi fino a me. «Gesù si fermò in un luogo pianeggiante». Da una parte c’è il monte che raffigura Dio, dall’altra la pianura che rappresenta gli uomini. «Disceso» dal monte, Gesù appare Dio, che discende di sua iniziativa divina. Discende come nuovo Mosè, per portare al popolo la nuova Legge: l’ultima rivelazione che è lui stesso, come persona che parla e opera in quanto Dio. «Disceso con loro» che si è scelti per mandarli davanti a sé, Gesù sarà sempre con loro, nella loro testimonianza, mediante il suo Spirito, perché risuoni sempre e ovunque la sua parola che ora pronunzia per la prima volta. Sono «Dodici» i discepoli che si è scelto e che ora scendono con lui: per le dodici tribù del nuovo Israele che è l’umanità intera, nelle sue «tre» stratificazioni, passato presente e futuro, «per quattro» direzioni, est ovest sud nord. La loro scelta inoltre è stata la settima azione creativa di Gesù, la definitiva: tutta l’umanità può finalmente aderire a Gesù, e ascoltare la parola che la rinnova e la fa entrare gratuitamente nella gioia dell’amore di Dio sempre in atto. «Dodici»: di numero sarebbero ben pochi, ma rappresentano l’intera umanità. Poi li chiamerà «poveri», in un senso ben preciso: poveri cioè di fiducia in se stessi o in tutto ciò che non è Dio; ma è grande lui, Gesù, Dio in cui confidano: di lui diventano «sacramento o mezzo e strumento di salvezza» (Lumen Gentium, 1), perché in loro Gesù stesso opera in quanto Dio. L’azione di Gesù, che «si fermò», è espressa con un verbo (l’aoristo) che all’azione aggiunge l’intenzione di stabilità: Gesù cioè si ferma con l’intenzione di stare per sempre, come Salvatore / Liberatore. Gesù scende «in un luogo pianeggiante». Il testo dice: in «un» luogo, quindi non un luogo preciso; se dicesse: «nel» luogo pianeggiante, indicherebbe un luogo preciso e conosciuto. Ma l’evangelista sta pensando a un altro significato della parola «pianeggiante», parola che lui solo usa, e solo qui: Luca usa la parola «pianeggiante» per dire non un luogo, ma la persona stessa di Gesù. Luca cioè vuol dire: Gesù, mentre discende, diventa lui stesso come «un luogo pianeggiante» che sta fra il Padre (il monte) e gli uomini (la pianura). Gesù è Dio che discende verso il popolo, e dà al popolo la capacità di salire fino a lui. Gesù è come «un luogo pianeggiante» dove Dio e uomini s’incontrano. In Gesù, che è lui stesso Uomo/Dio, l’uomo incontra Dio, come i Dodici che Gesù ha chiamati a sé. E i Dodici, «scendono con Gesù»: dopo essere stati chiamati da Gesù, i Dodici «scendono con lui». Questo significa che quanti accolgono il Signore Gesù, che chiama a sé, non solo sono resi capaci di salire dalla pianura fino a incontrare il Signore Dio in Gesù di Nazaret; ma sono fatti gratuitamente capaci anche ad aiutare gli altri a salire con loro per la Forza di Gesù in loro. – Fatti coscienti di questo dono dell’incontro con Dio, ci fidiamo del Donatore e acclamiamo: Beato l’uomo che si compiace del Signore.
Affaticàti e oppressi, giudei e non giudei, venite a me. Gesù ha già compiuto una serie di guarigioni, del corpo e dello spirito, e ha completato la scelta dei suoi apostoli. E’ già percepito dalla folla come uno capace di guarire (6, 19), di compiere azioni prodigiose (5, 26) e ha già cominciato ad essere odiato da scribi e farisei (5, 21; 6, 11). «C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente». «Discepoli» e «gente»: una grande moltitudine di discepoli, di abitanti della Giudea e di Gerusalemme; addirittura pagani di Tiro e Sidone, sono davanti a Gesù. Alcuni vengono solo spinti dalla speranza di guarire, altri per ascoltare l’insegnamento di Cristo; ma tra questi, quanti sono soltanto dei curiosi, e quanti sono invece disposti ad un vero ascolto? Di fronte al discorso sintetico e chiaro di Cristo, la folla viene divisa, si chiariscono le posizioni. Ai primi Gesù rivolge promesse di bene e consigli per una vera conversione (6,20-23 etc); agli altri parole chiare destinate a smuoverli con la loro crudezza. Gesù è il dono del Padre per tutti; davanti a lui in quel luogo «pianeggiante» non c’è più distinzione fra discepoli e gente, fra giudei «da Gerusalemme» e pagani «da Tiro e Sidone»; apostoli, discepoli e moltitudine sono il popolo che Dio ama: tutta l’umanità è «Chiesa» = «Chiamata», all’esistenza, ad essere comunità, corpo di Gesù. Sicuri, per la sua parola, che siamo così amati da Dio, poniamo in lui la speranza che egli suscita in noi, e acclamiamo: Beato chi pone la speranza in te, Signore.
Affaticàti e oppressi, a voi tutti io mi rivolgo. «Gesù diceva ai suoi discepoli: Beati voi, poveri». Segue l’insegnamento di Gesù. E’ un messaggio di salvezza «totale», da cui nulla resta escluso: né lo spirito, né il corpo. Le beatitudini di Mt 5, 3-11 insistono più sugli atteggiamenti interiori, in Luca emerge l’aspetto «sociale e «fisico» delle persone. La salvezza è di «tutto» l’uomo, e non in tempi futuri, ma una liberazione sperimentata «fin d’ora»: «Beati [oggi] voi poveri, perché vostro è [già] il Regno di Dio. Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati». La liberazione dalla fame, dalle lacrime, dall’odio è riservata al futuro, ma lo stato di beatitudine è già in atto, il possesso del Regno di Dio è già acquisito. E questo è per tutti: Gesù vede tutti divenuti «suoi discepoli»; non guarda ad altro, se non per servirsene a bene di tutti. «Egli» (pronome omesso nella traduzione; nell’originale infatti sta scritto: «Egli, alzati gli occhi»; caratteristico di Luca che lo ripete più di 20 volte): sottolinea e richiama alla mente l’agire della persona stessa di Gesù, che sta a cuore all’evangelista, come al destinatario Teòfilo, cioè chiunque «Ama Dio», come ciascuno di noi, interessato ad ascoltarlo. Egli, quindi, Gesù, «Alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva». L’inciso, «Alzàti gli occhi», indica un gesto prima di cominciare a parlare: Gesù richiama l’attenzione su quanto sta per dire; come dicesse: Attenzione, devo dirvi una cosa eccezionale, importantissima. Gesù alza gli occhi «verso i suoi discepoli», e vede tutti i suoi discepoli, di tutti i tempi: è lo stesso sguardo con cui Gesù vede «Levi Matteo», e ora vede te! Gesù dice: “Beati voi”, “guai a voi”: quattro beatitudini e quattro lamenti di Gesù. Sono appelli indirizzati agli ascoltatori, come ai lettori di ogni tempo, e destinati a provocare una presa di posizione personale. Ognuno é invitato a riconoscere che la vera beatitudine e la vera sfortuna, sono ben diverse da quelle che ciascuno potrebbe ritenere. Ognuno è invitato a lasciarsi cambiare il proprio metro di giudizio sulla realtà: a lasciarsi “cambiare il cuore”.
«Beati voi, poveri», perché «Dio che regna» è il vostro Dio, vostra è la sua nuova presenza: la giustizia e la fedeltà di Dio sta dalla vostra parte; Dio si manifesta come Colui che viene incontro a voi; beatitudine, quindi, che non riguarda ciò che sente e sperimenta l’uomo; si riferisce, invece, a qualcosa in Dio, in me, riguardo all’uomo: il Padre vi possiede, per questo in me possedete il Padre. Il Padre vi ama in me, e a causa del suo amore per voi io sono odiato e perseguitato dagli uomini. «Voi, poveri» , in ogni senso: storpi, zoppi, ciechi, sfruttati, oppressi, indifesi; ecco la Bella Notizia: Dio vi viene incontro per vincere la vostra povertà; non è beata la povertà in sé e per sé, ma è beato Dio che discende verso di voi e rende beati voi che potete incontrarlo nel luogo «pianeggiante» della vostra povertà perché egli l’ha fatta sua. Come per la povertà, così per la fame, il pianto, l’emarginazione: odio, insulto, esclusione. «Beato/a» sei tu, se scopri che tutte queste cose sono il luogo pianeggiante, dove puoi accorgerti di me, della mia presenza: incontrare il ‘vangelo’, farti mio discepolo/a, riconoscere il bene che ti viene offerto come un tesoro inatteso, per il presente e per il futuro.
Affaticàti e oppressi, io vi attiro a me. «Beati voi, poveri». I «poveri» intesi da Luca sono coloro che si trovano realmente nell’indigenza, come gli «affamati». Anzi, tutti coloro che soffrono, sono poveri. Come l’espressione “poveretto” si può riferire a chiunque, ricco o povero, che soffra per malattia, per lutto o per qualsiasi cosa: pianto, odio, disoccupazione (Mt 20,1ss). Mi rivolgo a voi, direttamente, come mie membra in cui mi riconosco; parlando di voi, della vostra povertà, io parlo di me stesso, della mia passione di amore: io sono odiato, insultato, schernito; mi faccio solidale con voi, poveri, mi identifico con voi, e risorgendo realizzo nella mia persona la «beatitudine», associando a me tutti voi nella sazietà, e nella gioia del mio regno. Per questo mi rivolgo a voi e mi felicito con voi. Mosè ha rivelato ciò che doveva fare l’uomo per Dio; col mio essere, agire e parlare io rivelo ciò che Dio fa e come Dio agisce nella storia per voi. Dio infatti è Padre amoroso che ama tutti i suoi figli e non può non difendervi, facendosi solidale con voi, condividendo la vostra vita per salvarvi. La sorgente dell’Amore non siete voi, ma il cuore del Padre mio e vostro che ama ciascuno secondo il suo bisogno. E voi, poveri, siete nel bisogno. Per questo intervengo a partire da voi. «Beati voi, poveri». Una promessa / proposta di beatitudine a tutti poveri che confidano in Dio è assurda; le parole di Gesù possono ben suscitare «riso di scherno». Gesù si lamenta («guai» = ahhh!) per coloro che non gli aderiscono e si auto escludono dalla «beatitudine» e dal suo «ristoro». La situazione di povertà, d’ogni tipo, non basta infatti a garantire da sola la beatitudine: alla povertà va aggiunta la piena confidenza in Dio, la piena adesione a Gesù; della mancanza di questa adesione fiduciosa Gesù si lamenta (“guai” = ahhh!), perché vede un fratello, una sorella escludersi dalla beatitudine. Chi non accetta di seguire “il Figlio dell’Uomo”, a costo di porsi in contrasto con i gusti del mondo circostante, chi non mette la sequela di Cristo al disopra di tutto, non é automaticamente beato per la sua povertà, ma incorre nel lamento di Dio che in Gesù cerca la sua pecorella finché non la trova. Solo quando l’ha trovata, Pastore e pecorella gioiscono con tutti i vicini e con gli angeli del cielo (Lc 15).
Affaticàti e oppressi, vostro è il regno di Dio. «Affamati», non afflitti, ma desiderosi d’essere saziati di Colui che solo può sfamarvi e ve lo promette: «Sarete saziati», non solo fisicamente, ma in tutte le vostre esigenze del regno. «Ora piangete; ma riderete»: per la sorpresa della situazione capovolta. L’incontro con me vi riserva tutta una nuova vita anche a livello psicologico, perché: «Vostro è il regno». Questa beatitudine comporta una promessa: innanzi tutto il “regno di Dio”. Gesù é venuto appunto per questo, per farsi araldo di questo regno che comporta il buon annuncio ai poveri, la proclamazione della liberazione per i prigionieri, il perdono per i peccatori, la salvezza per gli indemoniati, la guarigione per i malati (cfr Is 61,1). Gesù legge e compie in se stesso nella sinagoga di Nazaret, fin dall’inizio della sua vita pubblica, ciò che ora intende attuare in te, in ogni persona che gli aderisce. Gesù realizza in te tutto questo, e attua sulla terra il regno di Dio. “Vostro é il regno dei cieli” significa infatti che il regno di Dio é affidato a voi, poveri, che aderite a Gesù. Egli, da ricco che era, si è fatto povero per arricchirvi. Ora siete voi, i poveri che attuate «il regno dei cieli». Gesù affida ai poveri, agli ultimi, animati dalla fede, la continuazione della sua opera: attuare nel mondo, per quanto sta all’uomo, il Regno di Dio. Per questo, come lui, i veri poveri, che accoglieranno la sua proposta, verranno perseguitati; per questo, come gli antichi collaboratori di Dio, i profeti, dovranno subire la persecuzione; ma la vittoria della loro fede è garantita da Dio. «Il regno» è il bene di tutti i beni, la somma dei desideri, delle attese, delle promesse di Dio; misericordia, giustizia, pace, che si compiono pienamente in me, è tutto vostro: sono disceso per stare con voi. «Quando vi odieranno, metteranno al bando, insulteranno…, in quel giorno gioite, esultate»: quello stesso male che soffrite segna l’inizio della mia azione consolatoria; l’attuale consolazione, poi, è caparra del futuro; con me, infatti, la storia presente è storia definitiva, perché apre alla salvezza definitiva.
«I profeti» sono un esempio. Uno può anche cercarla la povertà, abbandonare tutto per non rischiare di essere ingolfato da beni materiali che impediscono l’incontro con il Dio che regna, anzi per condividerli con chi ne ha bisogno, per imparare che c’è più gioia nel dare che nel ricevere, per rivelare il volto di Dio che discende e piange con chi piange perché rida del suo sorriso; di fatto così io mi rivelo! Questa compassione è il mio manifesto, la mia magna carta, annunciata dai profeti. Beati voi, poveri, che incontrate me, mi seguite, incontrate il Padre, trovate la felicità: Danzate!
Affaticàti e oppressi doppiamente, perché non vi accorgete della mia presenza. «Guai a voi, ricchi». Questo rammarico non c’è nell’antifona alla comunione, perché non riguarda chi viene a me; ma conferma nella beatitudine chi mi accoglie come te ora alla comunione, e condivide il mio amore per tutti. «Guai»: Quanto detto finora riguarda i collaboratori di Dio, chi accoglie la promessa-proposta di Gesù. Gli altri, i ricchi, hanno “la loro consolazione” dalle «loro ricchezze». Ma la vera consolazione, la forza che affronta avversità e sofferenze, viene da Dio; altre consolazioni sono illusorie. I ricchi sono degli illusi: credono di poter contare su se stessi, si ritengono forti da soli; ben presto incontrano malattia o morte (cfr 16,25; 12,16-21); ed è la fine della loro illusione. Ma anche tutto questo può essere occasione che spinge il ricco a lasciarsi cambiare dalle parole di Gesù: ad entrare nel numero dei beati. Come mi sono felicitato con i poveri, partecipi del mio regno, così ora mi rammarico per voi, ricchi, che vi auto escludete dal regno. «A voi, ricchi», indotti dalla vostra ricchezza a ritenervi autosufficienti, sazi, compiaciuti e pieni di vanagloria, di superbia, di fiducia in voi stessi, dico: Sono dispiaciuto del fatto che non vi accorgete del male che vi sovrasta. Tutte le cose sono buone: sono mio dono agli uomini; il loro possesso è cattivo quando non le ritenete come dono, bensì come da voi meritate e a voi dovute. Per voi i miei beni non richiamano più me, Donatore; ma mi sostituiscono, e diventano fine a se stessi; e voi divenite idolatri di beni materiali; la vostra avidità dei beni sostituisce l’adorazione del Donatore. Ma «anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni» (12, 32). Il ricco, pieno di sé per la prosperità, tutto questo «non comprende: è come gli animali che periscono»; non crede in Dio, si bea di se stesso; non ha un rapporto personale con Dio; e «come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri e non cercate la gloria che viene da Dio solo?». E questo, come vale per i beni materiali, vale ancor più per i beni spirituali: invece di servire la Verità, ve ne servite a vostro vantaggio. E’ l’atteggiamento dei farisei che «amano la gloria degli uomini più di quella di Dio»; per questo non accettate me, Gloria del Padre, non vi accorgete di me, dice Gesù. – «Siete sazi», paghi dei vostri beni; e, se anche mi avvicinate, non mi seguite, e restate nella vostra tristezza. Non sono io a maledirvi, ad augurarvi la rovina, a giudicarvi, e tanto meno esulto per la vostra infelicità; ma mi rammarico, e non per il fatto che «ridete», bensì perché il vostro ridere è segno che non vi accorgete di Dio, del suo regno, del futuro di bene che vi è aperto, non ne sentite il bisogno; non vi accorgete del male causato dalla vostra insipienza, vi fidate della consolazione che già possedete; così non vi accorgete degli altri, dei poveri «Lazzaro» alla porta; in realtà essi sarebbero i vostri «amici nelle dimore eterne». Il mio «guai» è un lamento di compianto nei vostri riguardi, sulla scia dei falsi profeti. Ma la mia parola è sempre in grado di trasformarvi e rendervi poveri, cioè confidenti in Dio, meritevoli del regno, capaci di ascoltare, anche se prima non lo eravate, come è avvenuto per tanti santi, miei fedeli: mi hanno ascoltato, hanno deciso, sono annoverati fra i poveri di se stessi, ricchi del mio regno.
Beato chi pone la speranza in te, Signore.
Affaticati e oppressi, io vi ristoro: grande è la vostra ricompensa nei cieli.
Affaticati e oppressi, io vi ristoro. «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo». Anche questo mio rammarico non c’è nell’antifona alla comunione: non riguarda te che ora mi accogli. «L’uomo che confida nell’uomo», non pone la garanzia della propria salvezza in Dio, unico Salvatore; ma poggia il suo braccio sulla polvere, scompare facilmente, cancellato dal vento; ritiene sua forza «la carne» caduca, debole, ricca di tutti i limiti dell’uomo. Questa è la conseguenza del fatto che «dal Signore ritira il suo cuore», non intende dare ascolto alla sua parola, per non dover cambiare; è come «il tamerisco nella steppa»; quell’arbusto che vive stentatamente in ambiente arido, senza conoscere la fertilità, semplicemente perché, abituato al terreno arido, non si accorge che piove: non coglie i segni dei tempi, non sa vedere da se stesso ciò che è meglio: non vede la presenza della felicità, abita soddisfatto tra le arsure del deserto, in terra salata, senza vita. Questo l’aspetto del vangelo che viene sottolineato: non accorgersi del bene che è il Signore presente.
Affaticati e oppressi, grande è la vostra ricompensa nei cieli. «Benedetto l’uomo che confida nel Signore»: «chi confida nel Signore» è benedetto, scende su di lui la benedizione che è Dio stesso. «Il Signore» è la sua speranza! La fiducia nel Signore rende l’uomo «benedetto»; è l’esperienza di tutta la storia sacra da Abele a Gesù, esauditi per la loro preghiera, per avere preferito il Signore nella loro vita, confidando in lui: «Padre, nelle tue mani affido il mio Spirito». Questo atteggiamento è come l’«albero piantato presso l’acqua»: si accorge del vicino ruscello permanente, Gesù fermatosi in luogo pianeggiante, e spinge verso di lui le sue radici; ha le sue radici nel cielo e di là cresce verso la terra (Agostino); non si accorge quando giunge il calore, non si preoccupa perfino d’un anno di siccità; rimane sempre verde, non cessa di produrre il suo frutto. L’opposto dell’empio, del ricco, di chi confida nell’uomo, e non si accorge del Signore vicino; invece si accorge poi della triste infelicità.
Beato chi pone la speranza in te, Signore.
Affaticati e oppressi, io vi ristoro: grande è la vostra ricompensa nei cieli.
Affaticati e oppressi, Gesù risorto è la vostra ricompensa. «Se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede». Ma se «Cristo è risuscitato dai morti», il regno di Dio per voi, poveri, è Lui, il Cristo stesso, il vostro bene dei beni; e dimostra che la risurrezione è possibile, ed è la vostra realtà: è risurrezione per la vita in atto, riservata a quanti l’accolgono come i poveri che si accorgono di Cristo e lo desiderano, gli aderiscono e lo lasciano vivere pienamente in se stessi. Cristo è risorto o non è risorto: non c’è altra alternativa. Non è «vana», vuota, priva di contenuto la vostra fede che si regge tutta su questo cardine, o «poveri». Non è «inutile la vostra fede», perché è risorto il Cristo Signore in cui avete sperato; potete ben dire che non «siete ancora nei vostri peccati», perché è risorto il vostro capo, primizia di quelli che risorgono. Non è «perduto» il povero che confida nel Signore; la sua «speranza in Cristo in questa vita» è la sua ricchezza assicurata: come il primo manipolo prelevato dalla mèsse e offerto a Dio rappresenta l’inizio della mèsse raccolta in seguito come dono gratuito di Dio, così Cristo risorto è la garanzia della tua gratuita risurrezione e vita in Dio. «I più miserabili di tutti gli uomini» sono coloro che preferiscono le vane ricchezze di questo mondo alla vita nuova in Cristo Gesù.
Beato chi pone la speranza in te, Signore.
PREGHIERA EUCARISTICA
La risposta di lode e di supplica riassunta nel Vers. Resp.:
Beato chi pone la speranza in te, Signore,
si sviluppa in preghiera eucaristica fatta di:
ringraziamento: prefazio.
Grazie, Padre, per il tuo Figlio:
egli è il Dio che regna e suscita speranza nei poveri che confidano in lui;
attualizzazione: consacrazione. Ora, Padre, manda lo Spirito:
lo Spirito d’Amore cambia pane e vino in Cristo; cambia ricco in povero e povero in ricco;
offerta: nostra in Cristo al Padre. In noi, Padre, si offre a te Gesù:
mentre accogliamo la sua presenza, aderiamo a lui e confidiamo in lui, che agisce tramite noi;
intercessione: per tutti vivi defunti. Tutti, Padre, accogli in Cristo:
fatti a sua immagine, siamo liberi e realizzati a somiglianza di Gesù tuo Figlio;
lode finale: esplosione dei sentimenti. A te, Padre, ogni onore e gloria.
da tutta l’umanità, rinnovata nel tuo amore.
CONTEMPLAZIONE
Nella chiesa il Padre convoca i credenti in Cristo, in cinque tappe (v. LG 2); contempliamo oggi nei suoi cinque momenti, per es., La fiducia:
prefigurata, sin dall’inizio, nella Creazione: fiducia, di una persona in un’altra che cerca il bene;
figurata, nella storia d’Israele, antica alleanza fiducia, di Dio nell’uomo che stenda la sua mano verso di Lui;
compiuta, in Cristo Gesù, negli ultimi tempi: fiducia, di Gesù nel Padre che lo risuscita da morte;
manifesta, nella chiesa, per lo Spirito effuso: fiducia, di Gesù nell’uomo che lo riconosce unico Salvatore;
completa, alla fine, nella gloria della Trinità. fiducia, dell’umanità nei beni che danno la vera vita.
Preghiamo: –
O Padre, che inviti i poveri a rallegrarsi ed esultare, perché grande è la loro ricompensa nei cieli; concedi al tuo popolo di essere povero: di porre in te la sua speranza. Per Cristo nostro Signore. Amen.
Condividiamo la nostra preghiera (neretto) nello schema della preghiera ecclesiale (colori).