15/03/2009 – QUARESIMA – ANNO B – 3ª DOMENICA – 2009
Preparazione alla celebrazione della messa.
3ª DOMENICA DI QUARESIMA.
Anno B – 15 Marzo 2009
Ci Raccogliamo
davanti al Signore Gesù, Dio fatto uomo, che si dona, muore, risorge, trasmette lo Spirito (Nota 1).
Leggiamo
il formulario liturgico della messa corrispondente, dall’Ingresso alla preghiera Dopocomunione.
Rileggiamo
i testi a cominciare dal vangelo (cfr PNLMR), adorando, pregando e contemplando il Risorto.
Il Corpo di Cristo, nuovo e unico «luogo» d’incontro con Dio Padre.
Il brano evangelico della liturgia è in due parti. La prima (Gv 2,13-22) presenta la cacciata dei venditori dal tempio; la seconda (vv. 23-25) è introduzione al brano seguente, di Nicodemo. Le unisce il tema del «segno»: il segno del tempio-corpo risorto di Cristo (v. 18), e i segni di Gesù che portano a «credere nel suo nome» (v. 23).
Primo. Il segno del tempio-corpo risorto di Cristo.
Adoriamo.
Il Signore Gesù è il Figlio dell’uomo, che agisce secondo le previsioni delle Scritture. Si manifesta fin dalla prima battuta del Vangelo il contrasto tra la realtà attuale del tempio e Gesù: “Si avvicinava la Pasqua dei Giudei». Fin dall’inizio l’evangelista presenta Gesù con un’espressione polemica: «La pasqua dei giudei» (nota 2), che non è mai menzionata nell’antico testamento. «Gesù salì a Gerusalemme, e trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete». Quanti venivano al tempio, offrivano animali da sacrificare. Non se li portavano da casa, lungo tutto il viaggio. Li compravano nel luogo (Nota 3). Inevitabilmente c’era mercato nel tempio, luogo di preghiera, d’intimità con Dio. In questo quadro culturale, che cosa farebbe il Messia, l’atteso da Israele? Ogni Rabbì ti risponde: Si presenterebbe come il «Figlio dell’uomo» (vedi, in particolare, la visione di Daniele, nota 4), che per prima cosa purifica il tempio e le persone dei preti; è ciò che Gesù si accinge a fare, entrando nel tempio: «Allora Gesù fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi (Nota 4¹); gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi; e ai venditori di colombe (Nota 5) disse: “Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!» (Nota 6). Gesù fa questo, per mettere in evidenza la sua identità. Fa un gesto messianico che qualifica il Messia. Non usa violenza contro qualcuno, ma mostra l’animo del «personaggio atteso» dai profeti, in particolare Geremia (nota 7), fino all’ultimo profeta, Zaccaria. Come se Gesù dicesse: il Messia che voi attendevate, ecco, sono io. Sto adempiendo ciò che ben avete inteso del Messia. – La violenza manifesta quanto detto dai teologi del tempo, scrutatori delle Scritture. Le parole di Gesù ai ragazzi che vendevano colombe: “Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!”, ha due significati. Il primo è immediato: non fate del tempio un luogo di guadagni materiali. Il secondo significato, simbolico, ci fa riflettere. Si può esprimere con una frase del genere: io ti do preghiere e quant’altro, e tu mi dài la grazia che ti chiedo. – Altro mercato, spirituale, ben peggiore! – Certo, possiamo e dobbiamo chiedere a Dio qualunque cosa; ma noi, che cosa possiamo dare? L’idea del «meritare» al tempo di Gesù, come forse anche al nostro, è abbondantissima, ed è specificatamente pagana; doppiamente pagana, quando si «pretende» qualcosa da Dio, perché si fanno delle pratiche religiose, degli atti di culto: falsità istituzionalizzata; collusione tra religione e denaro.
Gesù, vero tempio di Dio. Con la stessa frase – “Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!”, Gesù dice due cose: la dignità di questo luogo sacro, e la dignità del nostro spirito che entra in dialogo con Dio in questo luogo sacro, appunto, e diventa tempio di Dio. «Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: “Quale segno ci mostri per fare queste cose?”. Cioè, che autorità hai? Rispose loro Gesù: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». In 46 anni è stato solo ristrutturato (nota 8). Erode ha ordine dai sacerdoti solo di ristrutturare il tempio, e non di ricostruirlo. Rimane sempre vero che la costruzione del tempio «in tre giorni», costruito o ristrutturato in quarantasei anni, è un assurdo. «Gesù parlava del tempio del suo corpo». Novità in assoluto. Il concetto di tempio era duplice: tempio, come luogo dell’incontro tra Dio e l’uomo; e tempio, come tabernacolo dove si custodiva (fino al VI s. a. C.) l’arca dell’alleanza, con dentro le due tavole della legge, la ciotola della manna e il bastone di Mosè. Segni della «Parola di Dio», della «provvidenza di Dio», e del simbolo sacerdotale come «possibilità del dialogo con Dio». Gesù sta abolendo il culto ebraico. Da ora, Il tempio, con tutto ciò che comportava, è Gesù Cristo. «IL tempio sono io!». Scacciando animali eccetera, Gesù sta abolendo il culto ebraico. Tutto ciò che il tempio era prima, ora è Gesù: luogo dell’incontro con Dio: tu vuoi incontrare Dio?, devi incontrare Gesù Cristo; vuoi parlare con il Padre, chiedere qualcosa, chiedere perdono?, lo devi chiedere a Gesù Cristo. Gesù è la parola di Dio, Gesù è la nuova manna per gli uomini, Gesù è l’unico mediatore «sacerdote» tra Dio e l’uomo. Dietro questo episodio c’è molto! C’è tutto Gesù che manifesta la sua identità messianica.
Con questo gesto Gesù propone anche un cambiamento radicale nel gestire i rapporti con il Padre. Ora tutti passano attraverso di lui. E non è un caso. «Quando poi fu risuscitato dai morti credettero in lui.» Cioè, i discepoli sono rimasti di ghiaccio quando è successo questo episodio; solo dopo la risurrezione se lo sono ricordato, e credettero alla Scrittura e alla Parola detta da Gesù. I discepoli allora non capivano niente, e non gli credevano; hanno completato il loro cammino di fede dopo la risurrezione di Gesù! Son dovuti stare con il Risorto parecchio tempo. Quaranta giorni vuol dire tanto tempo quanto necessita per capire la lezione del maestro. Gesù è rimasto con loro forse molto più di quaranta giorni. Ci sono tracce nel nuovo testamento di questa permanenza del Signore con i suoi discepoli. Vedi l’ultimo discorso di Gesù, nell’ultima cena, in Giovanni (cc. 13-16). Si trova una frase strana che ritorna due volte: “Questo vi ho detto quando io ero ancora con voi”. Giovanni ev pesca e mette in bocca a Gesù pre-pasquale questo discorso del Risorto. «Mentre era a Gerusalemme per la pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo». Gesù ha compiuto questa cacciata via di tutti dal tempio, e non lo hanno toccato, perché guariva le persone. Non si tocca una persona che ti guarisce, come un santo, equiparato alla ss. Trinità, a Maria Vergine,… La gente l’ascoltava e credeva per i segni che faceva, ma lui, Gesù, ha reazioni di rifiuto. Perché la gente vede i segni, i miracoli; e di un dato segno prende ciò che è utile; non lo capiscono come segno, ma secondo il proprio interesse. La cacciata era un segno. I miracoli erano altri segni; ma non l’hanno capito. Quei segni erano semplicemente «cose utili».
Gesù cambia radicalmente il concetto di «luogo di culto». Ecco cosa troviamo d’importante in questo segno. Una chiesa o basilica non è luogo di culto. Gesù stesso è il luogo di culto. Abbiamo una casa pagana, basilica perché sostitutiva d’una stanza da pranzo d’una casa che era la casa stessa del «re» (basileùs). Dopo la pace di Costantino (313-314 d.C.) si creano questi spazi. Ma, il vero luogo di culto siete voi. Noi, o Gesù Cristo? Noi, in Gesù Cristo, perché il battesimo non ci ha solo pulito dal peccato originale; ma, ci ha innestato in Cristo, e quindi ciascuno di noi è una cosa sola con Cristo. Conclusione: come lui è «tempio di Dio», anche noi siamo «tempio di Dio». Questa affermazione nasconde un dato impressionante: ciascuno, in ogni istante, qualunque cosa faccia, quanti meriti ha? Supponiamo cento. Ma se al posto di ciascuno c’è Gesù Cristo, e dice a ognuno: prendo le sembianze tue e parlo e agisco io. Domanda: lui, Gesù, quanti meriti ha di fronte al Padre? Risposta: Infiniti! Questo è il merito che io ho, come ciascuna persona ha, parlando e agendo in persona di Cristo, perché ciascuno di noi è una sola cosa con Cristo. È lui che agisce insieme con me. È importante che lui, Gesù, lo faccia insieme con me. Qualunque cosa io faccia, allora, ha merito infinito! Questo vuol dire essere «tempio di Dio». Così, chi parla e opera; come, chi ascolta e accoglie! Come in me, se è Cristo che ascolta, ha meriti infiniti; così voi, in quanto tempio di Dio. In tutti c’è Dio. Paolo lo ha detto chiaramente. Voi siete «tempio dello spirito». Conclusioni: allora, se io sono tempio di Dio, io non posso fare quello che voglio. Qui, come altrove, io e voi. Per il tempio e il luogo di culto si ha rispetto. Lo stesso per noi stessi. La nostra vita corporale, la nostra materialità… è importante, la nostra vita, la nostra cultura, la nostra vita spirituale, è importante e se tutto questo costituisce il mio io, e io sono «il tempio di Dio», devo avere cura di tutti questi aspetti.
Gesù annulla il culto sacrificale e instaura il culto spirituale. «In quei giorni Dio pronunciò tutte queste parole», i dieci comandamenti (prima lettura). Cosa c’entrano i 10 comandamenti con l’episodio ev che abbiamo letto? C’entrano per due motivi importanti. Primo. Non è una novità. I profeti l’avevano detto. Vedi Amos, cc. 4 e 5: voi ebrei fate un culto che a Dio non interessa nulla. Lo fate per accontentare voi stesi e non lui, e vedi Geremia, c 7 (nota 9). Anzi per lui fate la cosa peggiore, peccate. Il culto per Dio è «cercare Dio»: Daràsh Iavè; e cercare Dio = domandarsi: dov’è Dio? Cosa mi chiede Dio in questa situazione? Scoprirlo nel proprio vissuto. Geremia quasi 150 anni più tardi, dirà (nel c. 7) che Dio non ha dato alcun ordine ai piedi del Sinai riguardo ai sacrifici e agli olocausti. Ha chiesto solo: ascoltate la mia voce (nota 10). Quindi: cercare e ascoltare la sua voce, non solo foneticamente. L’Ascolto è Obbedienza. Se Gesù butta via il culto sacrificale, il vero culto rimane l’impegno morale. Il dottore della legge chiede a Gesù: “Qual è il massimo dei comandamenti?”, e Gesù risponde: “Ama Dio, e ama il prossimo come te stesso”. Il maestro della legge risponde: “Maestro, hai risposto bene; infatti amare Dio e amare il prossimo come se stessi vale più di tutti i sacrifici e olocausti” (Mc 12,28-34). Costui era già cristiano. La chiesa precisa: l’impegno morale del cristiano consiste nella vita morale. Lo dice associando questo brano all’episodio evangelico del tempio. Paolo dice: “Offrite le vostro persone come sacrificio vivente, sacro, gradito a Dio” (Rom 12,1s); quindi culto spirituale è vivere moralmente bene. Altri motivi di accostamento del vangelo a questa prima lettura: è tutto questo discorso del rapporto fra Cristo e noi, cosicché io, noi e lui siamo una cosa sola, tempio di Dio. Domanda: come? Risposta: questi sono i valori fondamentali per avere cura di noi, di te stesso.
Se osservo la legge morale di Cristo, non sto accontentando lui, ma sto facendo bene a me stesso. Allora nasce un concetto nuovo: quando io pecco non posso dire: ho fatto piangere Gesù, perché lui non si sente offeso dal mio peccato; bensì ho fatto del male a me stesso, e lui soffrirebbe perché io mi sono fatto del male.
Qualche osservazione, a titolo di esempio: i comandamenti che noi troviamo qui nella parola di Dio, non li troviamo nei testi del catechismo, dove si legge, per es.: «Dio è l’essere perfettissimo, Creatore del cielo e della terra…». Qui invece si ha: «Io sono il Signore Dio tuo; non avrai altri dèi all’infuori di me. Io sono il Signore tuo Dio che ti ho fatto uscire dall’Egitto, non avrai altri dèi… né non ti prostrerai davanti a loro.., perché io sono un Dio geloso… punirò fino a quattro generazioni…, userò misericordia fino a mille generazioni per quelli che mi amano e osservano…”. È lungo questo primo comandamento, e dice tante cose. Vediamo l’indice delle più importanti. Anzitutto, prima di dare il primo comando, Dio fa una premessa, dicendo: “Io sono il tuo Dio che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto…”. Traducendo: ci sono tanti dèi: il dio della collina, dell’albero sacro, della guerra, della fecondità, della primavera, del toro… dèi cioè che risiedono in queste cose. Javè, invece, è il Dio di un popolo; e la sede di Javè è il suo popolo. Dio dice: tenete presente che io sono in mezzo a voi. Vi ho liberato dall’Egitto avete fatto esperienza di Dio, sapete chi sono; e quindi ciò che vi comando è la continuazione, il perfezionamento di questa liberazione, che io ho compiuto con voi. Prima da una schiavitù, ora da altre schiavitù, con quel che vi propongo.
La legge morale di Cristo. Non è come la legge dell’antico testamento; la prima lettura, del deuteronomio, trova la sua perfezione nel nuovo tempio, Gesù, del vangelo. Solo Gesù l’ha potuto portare a compimento. Esempio: poi Dio dice: “Non fate immagini di Dio”. Immagini, in ebr. pessen = statuetta, bassorilievo, pittura. In gr. nella traduzione dei Settanta, è tradotto: eìdolon = statuetta…, ma anche «idea». Quindi Dio dice: non ti fare immagini di me e neanche idea. Gli ebrei si erano fatto l’idea precisa del Messia. Gesù non corrispondeva a quell’idea, e lo hanno ammazzato. Quando ti fai l’idea di Dio, non gli dài più la possibilità di manifestarsi in modo nuovo. L’idea impedisce di riconoscere Dio. Egli ti viene incontro, e tu non lo riconosci, a causa della tua idea mentale, e non fai esperienza di Dio. Agostino era solito dire: “Ho paura che Dio mi passi acconto, e io non me ne accorga”. È giusto avere idee di Dio, ma elastiche, morbide, accoglienti e non rigide. “Dio è l’Essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra” (catechismo)? È difficile riconoscerlo in un poveretto! Ho difficoltà a conciliare le due cose, rischio di trascurare il povero. Giovanni dice (1Gv 4,8): Dio dona gratuitamente. Come posso vedere questo in un individuo lacero e puzzolente…? E se Dio è amore gratuito, chi mi può definire tale amore? Non certo la mia testa o un’altra testolina umana quali noi siamo. Allora comincio a comprendere che forse lui, il vero Amore gratuito, lo sta chiedendo a me qui ora, perché posso «immaginare» che qui ci sia Dio, che mi chiede: come do a te amore gratuito, così lascia che in te, oltre le tue idee, io possa continuare a donare amore gratuito. Allora non mi baserò unicamente sulla definizione dogmatica che, certo, non respingo; ma non la prendo neanche in modo assoluto, perché la parola di Dio mi ha dato un’altra indicazione che mi può aiutare. Mi servo delle idee, ma sapendo che Dio va oltre i nostri pensieri. Un Dio buonissimo è oltre le mie capacità comprensive; Dio è molto più di un’idea di bontà, paternità, misericordia…; è semplicemente tutt’altro. Quindi, i nostri concetti ci possono avvicinare a lui, ma non vanno presi in assoluto; non ci facciamo un Dio troppo piccolino, come la nostra testa. Ci sarebbero da precisare altre particolarità, per esempio, come Dio è un Dio geloso; ma qui, ora sarebbe troppo lungo!
Noi predichiamo Cristo: Potenza di Dio e Sapienza di Dio. Mentre i giudei cercano i segni e i greci la sapienza noi cristiani, anche se abbiamo tante lauree, direbbe Paolo, cerchiamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei, perché si è lasciato uccidere, stoltezza per i greci, perché si lascia uccidere per una cosa assurda.. Perché? Paolo fa le premesse, salta il ragionamento esplicativo, e ci mette davanti le conclusioni. Il ragionamento, però, è semplicissimo: Gesù è stato bocciato nelle sue idee, nelle sue azioni, nella sua persona, tant’è che lo hanno ammazzato. Bocciatura totale di tutto ciò che era, che faceva e che diceva. Ma Dio lo ha risuscitato: promosso a pieni voti. Come dire: la vostra sete di miracoli non vale niente, la vostra sapienza non vale niente; ciò che vale è mio Figlio, per questo l’ho risuscitato. Quindi la vera potenza, la vera sapienza è lui. Quindi, per Paolo è semplice: noi predichiamo la sapienza e potenza di Dio, perché ciò che è debolezza di Dio e stoltezza di Dio, la predicazione di Gesù e ciò che ha fatto, è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più potente degli uomini. Cosa c’entra questo con quanto detto finora, che cioè Gesù è tempio, e noi siamo tempio, e i dieci comandamenti sono il primo atto di culto che noi facciamo, e l’impegno morale è il modo d’aver cura di noi, in quanto tempio di Dio: il bene che ci possiamo fare?
Si può rispondere con un esempio riassuntivo: siamo derisi, insultati; noi non reagiamo. Chi ci offende, cade a terra e si fa male davanti a noi. Rimettendoci dl nostro, noi lo soccorriamo. Siamo giudicati stupidi. Rispondiamo: lo faccio perché io e Cristo siamo una sola cosa. Per me Cristo è stato risuscitato dal Padre, mentre gli uomini l’hanno crocifisso. Non sarei tempio di Dio se non accettassi tutto il modo di ragionare e agire di Gesù.
Preghiamo.
Signore, facci diventare tempio vivo del tuo amore. Colletta propria. Signore nostro Dio, santo è il tuo nome – santo = pieno di vita: «tempio vivo» -. Piega i nostri cuori ai tuoi comandamenti – che ci rendono tempio vivo -, e donaci la sapienza del cuore – della croce per amore, il tuo amore -, perché liberati dal peccato che ci chiude nel nostro egoismo – l’opposto del tempio vivo che è Cristo -, ci apriamo al dono dello spirito – che opera in noi per renderci come Cristo – per diventare tempio vivo del tuo amore”, secondo il percorso della parola ascoltata, accolta e pregata.
O Padre, la tua misericordia ci faccia una sola cosa con Cristo, tempio vivo della tua gloria. Colletta generale. “Dio misericordioso, fonte di ogni bene: tu ci hai proposto a rimedio del peccato il digiuno, la preghiera e le opere di carità fraterna”. La prima colletta invece di comandamenti dice: vuoi avere rispetto di te, tempio di Dio? Tieni conto del digiuno, della preghiera e delle opere di carità fraterna; e continua dicendo: “Guarda la nostra miseria; e poiché ci opprime il peso delle nostre colpe”, … il rimorso, che è umano, è nostro compagno normale, ma non sempre salutare. La cosa grave dopo la colpa non è il rimorso, ma, se la colpa è grave, io e Gesù Cristo non siamo più una cosa sola, e salta quanto detto prima, riguardo al tempio di pietre vive; allora non ci rimane che chiedere a Dio «misericordia»; quindi, digiuno, elemosina, preghiera, ma se non sono più una cosa sola con Cristo, imploriamo la sua misericordia, come all’ingresso di questa celebrazione: “Volgiti a me e abbi misericordia, Signore, perché – come creatura – sono povero e solo”. Posso pregare così il Signore, memore delle sue parole: “Quando manifesterò in voi la mia santità – la mia pienezza di vita – vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati da tutte le vostre sozzure e io vi darò uno spirito nuovo”, dice il Signore.
È in mezzo a noi Gesù, Sapienza della croce, o Padre: abbassato fino a noi, c’innalza fino a te. L’assemblea celebrante riconosce il proprio Capo, il Signore Gesù, e in lui, tempio della tua gloria, o Padre, celebra le tue lodi, a nome di tutta la chiesa, l’umanità intera; e intercede per essa, riconoscendo la tua Legge che è il Signore Gesù: fonte di vita e di gioia, di saggezza e giusto giudizio, di rettitudine, giustizia e purezza, più preziosa e dolce di ogni altra cosa.
Divenuti pietre vive per il nuovo tempio del tuo amore, ti offriamo il sacrificio vivo e santo: pieni di vita, ammessi alla tua presenza, compiamo il servizio sacerdotale di Cristo per tutta l’umanità in cielo e in terra. Tu, infatti, o Dio, ha tanto amato il mondo – quella parte di noi lontana da te, avversa a te, presente in ognuno di noi –
da dare il tuo Figlio unigenito; fa’ che crediamo in lui – ci muoviamo verso di lui da divenire sempre più lui – fino a giungere alla pienezza della vita che abbiamo ereditato da te (canto al vang.).
Perdona, o Padre, i nostri debiti e donaci la forza di perdonare ai nostri fratelli. È l’operazione dello Spirito in atto in questo sacrificio di riconciliazione. Così egli prepara i tuoi fedeli a celebrare la Pasqua: con assidua preghiera e carità operosa, che scaturiscono da questi misteri, e ci assimilano gradualmente alla pienezza della vita nuova in Cristo tuo Figlio, nostro Salvatore.
Contempliamo.
Il tempio di pietre in Gerusalemme, dove Dio ha posato i suoi piedi, e continua a camminare e a rendersi presente nella persona delle sue creature, tanto amate da dare il suo Figlio.
Contempliamo il tempio di persone con i sentimenti di Dio, formate alla conoscenza della sua Legge e della sua volontà, desiderosi di bene in tutti, operatori di pace e di crescita umana.
Contempliamo il tempio di carne del Cristo, morto e risorto, innalzato sopra ogni creatura.
Contempliamo il tempio di pietre vive: i fedeli aperti allo Spirito di Amore, che dal Capo scende, penetra e anima tutte le membra, e le trasforma in fratelli, sorelle e madri.
Contempliamo il tempio di uomini immersi in Cristo, tramite lui pienamente uniti al Padre nella gloria, e già fin d’ora fatti segni della sua presenza nel mondo.
O Padre, che ci hai amato da darci il Figlio, perché credendo in lui abbiamo la vita eterna; fa’ che il tuo popolo acclami: Signore, veramente tu hai parole di vita eterna. Per Cristo nostro Signore. Amen.
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Nota 1.
La Parola di Dio, Proclamata in questa celebrazione, richiamata dall’antifona alla Comunione (cf T. Ordinario – Anno B – 5ª Domenica – 09/02/2003), e approfondita anche da altri testi eucologici (cf ad es. 05/02/2006), «attua ora» sacramentalmente in noi la redenzione, realizzata fin dall’evento pasquale della morte e risurrezione di Gesù il sette Aprile del trenta d.C.
La Parola di Dio «attua ora sacramentalmente in noi la redenzione», perché lo stesso evento pasquale di duemila anni fa, con la sua efficacia, è in atto nella Parola «Proclamata» in quest’Eucaristia; la stessa «opera di Gesù» è in atto quindi in circostanze diverse: «storiche» di quel tempo in Israele, «sacramentali» (gesti e parole) ora nella sua Parola proclamata.
La Parola («Dabàr») è «Fatto e Parola» («Dabàr Javè» = «Fatto e Parola di Javè»); lo stesso «Fatto» storico della Pasqua di Gesù (che soffre, muore, trasmette lo Spirito, risorge) per opera dello Spirito Santo è presente in questa «Parola» proclamata nell’assemblea liturgica; anzi, «in previsione» della sua pasqua redentrice era già presente fin nel grembo di Maria.
Noi ora, come Maria, diciamo: “Sì”, con il cuore bendisposto nel celebrare. La redenzione, operata nei «misteri» (gesti e parole di Gesù nel rito), trasforma tutta la nostra vita. La Parola proclamata nella liturgia, cioè, lo stesso Gesù pasquale, ispira e attua i vari momenti della celebrazione e dell’esistenza in chi l’accoglie.
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Nota 2.
Non è mai esistita la «pasqua dei giudei» in tutto l’antico testamento, ma solo la «pasqua di Javè». Giovanni qui la chiama «pasqua dei giudei» per dire che i giudei hanno falsificato il valore del culto, e quindi questa celebrazione non è più come Dio l’ha voluta, ma è diventata qualcosa di folkloristico: accontenta i sentimenti religiosi degli ebrei, ma non corrisponde alla volontà di Dio.
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Nota 3.
Gli «animali per il sacrificio» erano venduti solo dai sacerdoti, che per non contaminarsi con le cose materiali e con il denaro, demandavano la gestione di compravendita degli animali ad altri. Compravano dai pastori, rivendevano con guadagno alla gente per il sacrificio. Quando non era un olocausto, che comportava la combustione totale dell’animale, ritornavano a loro gli stessi animali sacrificati, che rivendevano come carne commestibile. Il cambio del denaro avveniva poi tramite la banca del tempio: il clero della Palestina non voleva moneta di poco valore, ma l’ufficiale, quella romana. Le altre monete quindi dovevano essere cambiate, ed era un vantaggio per i sacerdoti. La banca a sua volta si faceva pagare con l’«arrotondamento». Le colombe erano gli animali del sacrificio per i poveri. Non erano vendute dai preti, ma dai ragazzini, che se le allevavano e le vendevano per un guadagno personale di pochi soldi.
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Nota 4.
«Visione del profeta Daniele: “Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco apparire, sulle nubi del cielo, uno, simile ad un figlio di uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui, che gli diede potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano; il suo potere è un potere eterno, che non tramonta mai, e il suo regno è tale che non sarà mai distrutto”» (Daniele 7,13s).
Spiegazione: «Figlio dell’uomo». L’aramaico «bar nashà», come l’ebraico «ben ‘adam», equivale in primo luogo a «uomo» (cf Sal 8,5: “che cosa è l’«uomo» perché te ne ricordi e il «figlio dell’uomo» perché te ne curi?”). È così che in Ez Dio chiama il profeta. Ma l’espressione ha qui un senso particolare, eminente: designa un uomo che supera misteriosamente la condizione umana.
L’espressione «Figlio dell’uomo» ha «senso personale», così come fanno fede gli antichi testi giudei apocrifi, ispirati al nostro passo (Enoch e 4 Esdra), come anche l’interpretazione rabbinica più costante, e soprattutto l’uso che ne fa Gesù applicandolo a se stesso.
[cf Mt 8, 20: «Gli rispose Gesù (al tale che si era proposto di seguirlo): “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”». («Figlio dell’uomo» appare solo nei vangeli, Gv 14+; eccetto Atti 7,56; Ap 1,13; 14,14. Gesù stesso se l’è certamente dato e con predilezione, ora per descrivere le sue umiliazioni, Mt 8,20; 11,19; 20,28; soprattutto quelle della passione, Mt 17,22, ecc.; ora per annunziare il suo trionfo escatologico della risurrezione, Mt 17,9, del ritorno glorioso, Mt 24,30, e del giudizio, Mt 25,31. Questo titolo infatti, di sapore aramaico e che in origine significa «uomo», Ez 2,1+, per l’originalità della locuzione attirava l’attenzione sull’umiltà della sua condizione umana; ma nello stesso tempo, applicato da Dn 7, 13, cf sopra, e in seguito dall’apocalittica giudaica (Enoch) al personaggio trascendente, d’origine celeste, che riceve da Dio il regno escatologico, esso suggeriva, in maniera misteriosa ma sufficientemente chiara, Mc 1,34+, Mt 13,13+, il carattere del suo messianismo). La dichiarazione esplicita, pronunciata davanti al sinedrio da gesù, Mt 26,64+: “…vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio, e venire sulle nubi del cielo”, doveva d’altronde dissipare ogni equivoco].
Ma, l’espressione «Figlio dell’uomo» ha anche senso collettivo, fondato sul v. 18, e il v. 22, dove il Figlio dell’uomo si identifica in qualche modo con i santi dell’Altissimo; il senso collettivo, però, ugualmente messianico, prolunga il senso personale, essendo il Figlio dell’uomo, nello stesso tempo, il capo, il rappresentante e il modello del popolo dei santi. E così che sant’Efrem pensava che la profezia avesse di mira dapprima i giudei (Maccabei) poi, attraverso loro e in maniera perfetta, Gesù (dalle note della Bibbia di Gerusalemme).
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Nota 4¹
Gesù «scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi»; la traduzione sarebbe «tori», perché i buoi a causa dell’operazione subita non possono essere offerti in sacrificio nel tempio.
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Noa 5
Ai venditori di colombe disse: “Portate via…”. Gesù non tocca gli animali né le persone, ma semplicemente ordina di portare via tutto. La sua violenza è rivolta ai venditori di buoi, di pecore, e ai cambiamonete. La violenza effettiva di Gesù è richiamo dei profeti, avversi ad atti di culto mescolati a violenza contro il prossimo (vedi anche nota 7).
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Nota 6
«La casa del Padre mio». Per la prima volta Gesù si presenta come «il Figlio» che sostiene e difende i diretti di Dio, suo Padre. Per questo dice ai venditori di colombe: “Portate via di qui queste cose…”. Il tempio, luogo d’incontro dei figli con il Padre, non può essere ridotto a un mercato. Il «mercato» si oppone a «casa». Il mercato ha il suo segno nel denaro, nella disuguaglianza, nel sopruso del ricco sul povero.
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Nota 7
L’ira e il furore sono menzionati in particolare da Geremia 36,5-8:
“Geremia ordinò a Baruc: “Io ne sono impedito e non posso andare nel tempio del Signore. Andrai dunque tu a leggere, nel rotolo che hai scritto sotto la mia dettatura, le parole del Signore, facendole udire al popolo nel tempio del Signore in un giorno di digiuno; le leggerai anche ad alta voce a tutti quelli di Giuda che vengono dalle loro città. Forse si umilieranno con suppliche dinanzi al Signore e abbandoneranno ciascuno la sua condotta perversa, perché grande è «l’ira e il furore» che il Signore ha espresso verso questo popolo”. Baruc figlio di Neria fece quanto gli aveva comandato il profeta Geremia, leggendo sul rotolo le parole del Signore nel tempio”.
Isaia 29,13: Dice il Signore: “Poiché questo popolo si avvicina a me solo a parole e mi onora con le labbra, mentre il suo cuore è lontano da me e il culto che mi rendono è un imparaticcio di usi umani,
Geremia 7,27s: Tu dirai loro tutte queste cose, ma essi non ti ascolteranno; li chiamerai, ma non ti risponderanno. Allora dirai loro: Questo è il popolo che non ascolta la voce del Signore suo Dio né accetta la correzione. La fedeltà è sparita, è stata bandita dalla loro bocca.
Zaccaria8,19: “Così dice il Signore degli eserciti: Il digiuno del quarto, quinto, settimo e decimo mese si cambierà per la casa di Giuda in gioia, in giubilo e in giorni di festa, purché amiate la verità e la pace”.
Isaia58,1-11: Il digiuno accetto a Dio.
Grida a squarciagola, non aver riguardo; come una tromba alza la voce; dichiara al mio popolo i suoi delitti, alla casa di Giacobbe i suoi peccati. Mi ricercano ogni giorno, bramano di conoscere le mie vie, come un popolo che pratichi la giustizia e non abbia abbandonato il diritto del suo Dio; mi chiedono giudizi giusti, bramano la vicinanza di Dio: “Perché digiunare, se tu non lo vedi, mortificarci, se tu non lo sai? ”. Ecco, nel giorno del vostro digiuno curate i vostri affari, angariate tutti i vostri operai. Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi e colpendo con pugni iniqui. Non digiunate più come fate oggi, così da fare udire in alto il vostro chiasso. È forse come questo il digiuno che bramo, il giorno in cui l’uomo si mortifica? Piegare come un giunco il proprio capo, usare sacco e cenere per letto, forse questo vorresti chiamare digiuno e giorno gradito al Signore? Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne? Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto. Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà. Allora lo invocherai e il Signore ti risponderà; implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi! ”. Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se offrirai il pane all’affamato, se sazierai chi è digiuno, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio. Ti guiderà sempre il Signore, ti sazierà in terreni aridi, rinvigorirà le tue ossa; sarai come un giardino irrigato e come una sorgente le cui acque non inaridiscono.
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nota 8.
Il tempio è stato ristrutturato in quarantasei anni. Era stato costruito nel cinquecentoquindici a.C.; dopo ventitre anni dal ritorno d’Israele dall’esilio in Babilonia nel cinquecentotrentotto a.C., e più piccolo di quello costruito da Salomone più di quattrocento anni prima. Erode avrebbe voluto rifarlo per apparire grande di fronte ai giudei; ma i sacerdoti gli hanno fatto capire che lo potrà solo ristrutturare pezzo per pezzo nelle parti che necessitano riparazioni, parete per parete. Questo si sa dallo storico Giuseppe Flavio. Ma rimane sempre vero che la costruzione del tempio «in tre giorni», costruito o ristrutturato in quarantasei anni, è un assurdo. Gesù intende ben altro, e loro lo hanno capito, perché da tempo hanno stabilito di «distruggere» Gesù fisicamente; lo hanno capito, anche se non sanno come possa avvenire. L’evangelista lo precisa. Anche i discepoli lo comprendono dopo la risurrezione.
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Nota 9.
Amos proponeva «la ricerca di Dio» come vero atto di culto contrapposto al sistema dei sacrifici che si accompagnava ad una vita piena di ingiustizie: «“Ascoltate queste parole, o vacche di Basàn… che opprimete i deboli, schiacciate i poveri e dite ai vostri mariti: Porta qua, beviamo!”. Il Signore Dio ha giurato per la sua santità: “…sarete cacciate. Offrite i vostri sacrifici…perché così vi piace di fare, o Israeliti, dice il Signore. Eppure vi ho lasciato a denti asciutti… e non siete ritornati a me, dice il Signore. Vi ho pure rifiutato la pioggia… e non siete ritornati a me, dice il Signore. Vi ho colpiti con ruggine e carbonchio… e non siete ritornati a me, dice il Signore. Ho mandato contro di voi la peste, … e non siete ritornati a me, dice il Signore. Vi ho travolti come Dio aveva travolto Sodomia e Gomorra:… e non siete ritornati a me, dice il Signore”» (Am 4).
E ancora:
«… così dice il Signore alla casa d’Israele: “Cercate me e vivrete! …Io detesto, respingo le vostre feste e non gradisco le vostre riunioni; anche se voi mi offrite olocausti, io non gradisco i vostri doni, e le vittime grasse come pacificazione io non le guardo. Lontano da me il frastuono dei tuoi canti: il suono delle tue arpe non posso sentirlo! Piuttosto scorra come acqua il diritto, e la giustizia come un torrente perenne. Ora, io vi manderò in esilio al di là di Damasco, dice il Signore, il cui nome è Dio degli eserciti”» (Am 5).
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nota 10.
Un obbrobrio è il culto senza fedeltà, senza ascolto del Signore (Geremia 7,21-28):
«Dice il Signore degli eserciti, Dio di Israele: “Aggiungete pure i vostri olocausti ai vostri sacrifici e mangiatene la carne! In verità io non parlai né diedi comandi sull’olocausto e sul sacrificio ai vostri padri, quando li feci uscire dal paese d’Egitto. Ma questo comandai loro: Ascoltate la mia voce! Allora io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo; e camminate sempre sulla strada che vi prescriverò, perché siate felici. Ma essi non ascoltarono né prestarono orecchio; anzi procedettero secondo l’ostinazione del loro cuore malvagio e invece di voltarmi la faccia mi han voltato le spalle, da quando i loro padri uscirono dal paese d’Egitto fino ad oggi. Io inviai a voi tutti i miei servitori, i profeti, con premura e sempre; eppure essi non li ascoltarono e non prestarono orecchio. Resero dura la loro nuca, divennero peggiori dei loro padri. Tu dirai loro tutte queste cose, ma essi non ti ascolteranno; li chiamerai, ma non ti risponderanno. Allora dirai loro: Questo è il popolo che non ascolta la voce del Signore suo Dio né accetta la correzione. La fedeltà è sparita, è stata bandita dalla loro bocca» (vedi anche, nota 9).
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condividiamo (cfr neretto) la preghiera della Chiesa (cfr colori).