16-05-2007-Corso-sull’Eucarestia-2

16/05/2007 – CORSO SULL’EUCARISTIA – incontro 02/10

Corso sull’eucaristia

2° incontro su dieci.

Abbiamo focalizzato l’evento pasquale, per capire come esso sia fondamento della fede ebraica e, soprattutto, per capire che, nel celebrare la Pasqua di anno in anno, l’ebreo assume la consapevolezza della sua identità, che consiste nell’essere partecipe dell’evento dell’esodo.
Questo si comprende solo nella fede. Per l’ebreo, chiunque viva la celebrazione pasquale è come se lui stesso partecipasse a quell’evento pasquale. Dice l’haggādā della Pasqua ebraica è : “In ogni singola generazione ciascuno deve considerarsi come lui stesso uscito dall’Egitto”.

In Esodo 12, 21-27 – dove sono scritte le prescrizioni per la Pasqua – é sottolineata la necessità che le nuove generazioni siano consapevoli di ciò che è avvenuto.
21 Mosè convocò tutti gli anziani d’Israele e disse loro: «Andate a procurarvi un capo di bestiame minuto per ogni vostra famiglia e immolate la pasqua. 22 Prenderete un fascio di issopo, lo intingerete nel sangue che sarà nel catino e spruzzerete l’architrave e gli stipiti con il sangue del catino. Nessuno di voi uscirà dalla porta della sua casa fino al mattino. 23 Il Signore passerà per colpire l’Egitto, vedrà il sangue sull’architrave e sugli stipiti: allora il Signore passerà oltre la porta e non permetterà allo sterminatore di entrare nella vostra casa per colpire. 24 Voi osserverete questo comando come un rito fissato per te e per i tuoi figli per sempre. 25 Quando poi sarete entrati nel paese che il Signore vi darà, come ha promesso, osserverete questo rito. 26 Allora i vostri figli vi chiederanno: Che significa questo atto di culto? 27 Voi direte loro: È il sacrificio della pasqua per il Signore, il quale è passato oltre le case degli Israeliti in Egitto, quando colpì l’Egitto e salvò le nostre case». Il popolo si inginocchiò e si prostrò.

La preoccupazione è l’istituzione di generazione in generazione, per sempre, e la necessità che le nuove generazioni siano consapevoli di quello che è avvenuto. E’ molto bello il passo che dice:
Quando i vostri figli vi domanderanno cosa significa questo atto di culto.

Nel rito che verrà fissato più tardi, è il bambino più giovane che fa la domanda al padre (o a chi presiede il gruppo) e la ripete per ben quattro volte: “Perché questa notte è diversa dalle altre notti?”. Il padre dovrà spiegare, dopo aver raccontato le vicende della notte di Pasqua: “Questa notte è diversa perché il Signore ci ha liberato dall’Egitto. Ecco perché mangiamo l’agnello in piedi, mangiamo le erbe amare … “ e spiega tutto il rito che avviene.

In Esodo 13, 3-8 c’è un’altra ammonizione:
1 Il Signore disse a Mosè: 2 «Consacrami ogni primogenito, il primo parto di ogni madre tra gli Israeliti – di uomini o di animali -: esso appartiene a me». 3 Mosè disse al popolo: «Ricordati di questo giorno, nel quale siete usciti dall’Egitto, dalla condizione servile, perché con mano potente il Signore vi ha fatti uscire di là: non si mangi ciò che è lievitato. 4 Oggi voi uscite nel mese di abib. 5 Quando il Signore ti avrà fatto entrare nel paese del Cananeo, dell’Hittita, dell’Amorreo, dell’Eveo e del Gebuseo, che ha giurato ai tuoi padri di dare a te, terra dove scorre latte e miele, allora tu compirai questo rito in questo mese. 6 Per sette giorni mangerai azzimi. Nel settimo vi sarà una festa in onore del Signore. 7 Nei sette giorni si mangeranno azzimi e non ci sarà presso di te ciò che è lievitato; non ci sarà presso di te il lievito, entro tutti i tuoi confini. 8 In quel giorno tu istruirai tuo figlio: È a causa di quanto ha fatto il Signore per me, quando sono uscito dall’Egitto.

Tre testi legislativi (Es 12, 1-11, Es 12, 21-27, Es 13, 3-8) per dire che c’è un rito preciso che Israele deve osservare: “Questo è quanto il Signore ha fatto per me ed io lo dico a te!”.

E’ il dinamismo della fede ebraica e della sua trasmissione di generazione in generazione. L’istituzione perenne della Pasqua fa sì che essa sia un memoriale: ricorda la liberazione dall’Egitto voluto dal Signore, evento del passato ma rivissuto oggi nella fede. Nella fede l’istituzione della Pasqua diventa memoriale. Chi non ha fede dice: è un evento del passato, ne hanno beneficiato i nostri padri ma io non c’entro.

EB insiste su questo perché è anche il problema della Pasqua di Cristo. Anche Gesù Cristo è morto una volta per tutte ma noi, col rito della messa, partecipiamo a quell’unica morte. In passato, proprio perché non si capiva bene la teologia dell’A.T., si è arrivati a dire che la messa è il rinnovamento del sacrificio della croce. Bugia ed eresia. Cristo è morto una volta per tutte, come dice la Lettera agli Ebrei, non muore costantemente sull’altare. Non c’è nessun rinnovamento manoi, partecipando al rito, partecipiamo a quell’unico evento esattamente come gli ebrei, celebrando la Pasqua con la cena pasquale, partecipano all’evento dell’esodo.

LA CELEBRAZIONE DELLA PASQUA EBRAICA

Per capire bene cos’è la Pasqua cristiana dobbiamo sostare ancora un momento sullacelebrazione della Pasqua ebraica, che aveva in due momenti intimamente connessi, ugualmente necessari, entrambi previsti dalla legge.

Primo momento:l’immolazione dell’agnello

Es 12, 1-13

1 Il Signore disse a Mosè e ad Aronne nel paese d’Egitto: 2 «Questo mese sarà per voi l’inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese dell’anno. 3 Parlate a tutta la comunità di Israele e dite: Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa. 4 Se la famiglia fosse troppo piccola per consumare un agnello, si assocerà al suo vicino, al più prossimo della casa, secondo il numero delle persone; calcolerete come dovrà essere l’agnello, secondo quanto ciascuno può mangiarne. 5 Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, nato nell’anno; potrete sceglierlo tra le pecore o tra le capre 6 e lo serberete fino al quattordici di questo mese: allora tutta l’assemblea della comunità d’Israele lo immolerà al tramonto. 7 Preso un po’ del suo sangue, lo porranno sui due stipiti e sull’architrave delle case, in cui lo dovranno mangiare. 8 In quella notte ne mangeranno la carne arrostita al fuoco; la mangeranno con azzimi e con erbe amare. 9 Non lo mangerete crudo, né bollito nell’acqua, ma solo arrostito al fuoco con la testa, le gambe e le viscere. 10 Non ne dovete far avanzare fino al mattino: quello che al mattino sarà avanzato lo brucerete nel fuoco. 11 Ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta. È la pasqua del Signore! 12 In quella notte io passerò per il paese d’Egitto e colpirò ogni primogenito nel paese d’Egitto, uomo o bestia; così farò giustizia di tutti gli dèi dell’Egitto. Io sono il Signore! 13 Il sangue sulle vostre case sarà il segno che voi siete dentro: io vedrò il sangue e passerò oltre, non vi sarà per voi flagello di sterminio, quando io colpirò il paese d’Egitto.

I mesi per gli ebrei erano ritmati sul calendario lunare: nel primo giorno si ha il novilunio, nel quattordicesimo il plenilunio, nel ventottesimo di nuovo il novilunio. Per raccordare gli anni “solari” con quelli “lunari”, dopo un certo numero di anni si avevano due mesi prima della Pasqua, in quell’anno quindi c’erano tredici mesi di 28 giorni.
Il giorno 10 del mese di nisân (nisân nome babilonese del mese di abib (o delle spighe), periodo marzo-aprile. Es 12, 2 sottolinea che è il primo mese dell’anno, in quanto prima dell’influenza babilonese l’anno comunicava con l’autunno) (il primo mese dell’anno) si doveva scegliere un agnello del gregge che avesse caratteristiche ben precise; si doveva conservarlo fino al giorno 14 pomeriggio quando doveva essere ucciso, e preparato per essere cotto e mangiato. In un primo tempo questo rito (I libri dell’Esodo (c. 12-13) e del Deuteronomio (c. 16), ci trasmettono una tradizione pasquale già ben definita, nella quale è lecito distinguere alcuni elementi che anticamente erano separati.
A) Tradizione del rito dell’agnello immolato (Pasqua) (Pasqua, parola dal significato ancora incerto “saltellare”?), proprio dei pastori nomadi, celebrato all’inizio della primavera prima di partire per i pascoli estivi (al crepuscolo della notte al plenilunio del primo mese, 14 del mese di abib). Il rito era celebrato in famiglia o nella tribù (senza collegamento al santuario locale) come rito di solidarietà e patto di difesa, e segno di comunione con la divinità e tra i partecipanti (agnello arrostito [nei sacrifici di origine posteriore la vittima è cotta in pentola, crf. I Sam 2, 14-15] mangiato senza spezzarne le ossa [come l’impalcatura fondamentale, cfr. Ez 37] perché Dio faccia rivivere la vittima, cioè per assicurare la fecondità del gregge). Come rito per tenere lontani gli spiriti maligni, che non nuocessero al gregge, serviva il sangue di un agnello, che veniva sparso sui pali della tenda (più tardi sugli stipiti della porta di casa). Il pane che si mangiava non era lievitato come le pitie, ancora in uso pressi i beduini e gli arabi. L’abbigliamento quello dei pastori in partenza (sandali, bastone).
B) Tradizione del rito del pane azzimo (= non lievitato, cioè senza nulla che derivasse dal raccolto precedente), proprio degli agricoltori (sedentari), celebrato all’inizio della primavera, offerta del primo covone dopo il raccolto dell’orzo (abib = spiga). Il rito era celebrato dalla famiglia, con riferimento al santuario locale (offerta delle primizie alla divinità). Il rito durava una settimana, da sabato (venerdì sera) a sabato, con lo scopo di ringraziare Dio per il nuovo raccolto. Questo rito iniziava con una preghiera di benedizione a Dio per il pane che, spezzato, era distribuito dal capofamiglia durante la cena del venerdì sera ed usato in tutti i pasti della settimana. In un’altra festa, al termine del periodo del raccolto dopo sette settimane, venivano offerti pani lievitati, segno del ritorno alla vita normale.
Unificazione dei due riti. Quando i pastori (nomadi) si insediarono in Palestina (sec. XIII a.Cr.), si integrarono con la popolazione di agricoltori (sedentari) già insediata. Progressivamente si fusero anche le due tradizioni, che cadevano all’incirca nello stesso periodo (la Pasqua al plenilunio di primavera, quindi a data fissa; gli Azzimi al primo raccolto, quindi ad una data più indeterminata). Il rito dell’agnello, che era legato al mese, attrasse quello del pane azzimo, legato alla settimana, per cui la cena dell’agnello venne a coincidere con quella degli azzimi; per contro questa influenzò l’altra facendola collegare, prima con qualche santuario locale, poi con il Tempio a Gerusalemme.
Siccome l’uscita dall’Egitto avvenne in occasione della festa dell’agnello, questa celebrazione assunse il significato di memoriale della liberazione dalla schiavitù dell’Egitto. “In una determinata primavera, all’epoca in cui si offrivano i sacrifici che assicuravano il bene del gregge e la partenza per la transumanza, un intervento strepitoso di JHWH aveva salvato il popolo e l’aveva condotto fuori dall’Egitto per istallarlo nella Terra promessa” (R. de Vaux, Les sacrifices de l’ancien Testament, Paris, 1964). Il collegamento tra l’avvenimento ed il sacrificio pasquale venne stabilito dal “rito del sangue” in quanto in quella notte le case segnate con il sangue furono risparmiate dalla decima piaga, quella che sterminava i primogeniti. Così “il culto ha fissato il ricordo di una delle tappe importanti della storia d’Israele”. Perdutosi, dopo la sedimentazione, il senso del rito originale, esso si caricò di sensi nuovi nei suoi particolari: il nome di Pasqua divenne il “salto” delle case segnate con il sangue, l’abbigliamento dei nomadi ed il pane non lievitato il segno della fretta per la partenza. La celebrazione pasquale, inseritasi nella storia d‘Israele, ne divenne “memoriale” ”zikkaron”, rito evocatore di un intervento salvifico di Dio ed insieme attualizzazione in vista di una partecipazione personale di coloro che annualmente celebravano la Pasqua. (Don Ottaviano, Il cristianesimo questo sconosciuto, Il sacramento dell’eucaristia – la Messa, p. 327)) veniva fatto nel clan o nel villaggio, successivamente, con la riforma di Giosia (7° sec. a.C.) l’immolazione avveniva nel Tempio a Gerusalemme con un unico rito. Ecco allora che al pomeriggio del 14 del mese di nisân, gli agnelli venivano portati al tempio dove i sacerdoti li immolavano e, dopo aver fatto perdere tutto il sangue, li cuocevano; poi erano portati a casa per la festa .
Cosa importante: con la riforma di Giosia c’è un’unica liturgia sacrificale dell’agnello pasquale e del pane azzimo. Nel 2° libro delle Cronache (35, 7) si racconta dell’immolazione di 3000 agnelli!
LA PASQUA – STORIA (Schema tratto da Don Ottaviano, Il cristianesimo questo sconosciuto, Il sacramento dell’eucaristia – la Messa, p. 328)

XVIII secolo a. C. PASTORI AGRICOLTORI

AGNELLO

Esodo
(Liberazione dall’Egitto)

XIII secolo a. C. UNIFICAZIONE IN PALESTINA

I secolo d. C. GESÙ

CRISTIANI EBREI

Cosa è importante per noi per capire l’eucaristia come evento pasquale?
I) Soggetto della liturgia è tutta l’assemblea, non soltanto i sacerdoti. “Tutta l’assemblea d’Israele lo immolerà al tramonto” (Es 12, 6).
II)
Il sangue dell’agnello è un sangue che salva. La memoria era che quel sangue aveva salvato i primogeniti nella notte dell’esodo, ma quel sangue viene percepito come mezzo di salvezza sempre. Gli ebrei non portavano a casa il sangue dell’agnello pasquale, né lo mettevano sugli stipiti delle porte di casa, ma quel sangue era considerato salvifico, non era come quello delle altre vittime. Il sangue dell’agnello pasquale aveva salvato i padri dalla morte e dall’angelo sterminatore, ma a poco a poco venne percepito come un sangue che rimette i peccati. Qui sono le radici dell’eucaristia cristiana. E’ questo sangue che dà alla festa di Pasqua la sua qualità salvifica. Tutti i rabbini lo dicono: “La Pasqua è salvifica in virtù del rito del sangue degli agnelli”.

Perché è importante l’immolazione dell’agnello?
Facciamo un excursus nel N.T. La Chiesa, dopo l’ascensione Gesù, medita sul rito dell’eucaristia, medita sulle vicende di Gesù ed incomincia a dire: “E’ Gesù il vero agnello pasquale!”.
Paolo, nella 1Cor 15, 7 dice: “Gesù è il nostro agnello pasquale”. E’ una rilettura della pasqua ebraica. Infatti i cristiani non celebreranno più la Pasqua a Gerusalemme, nel tempio, ma la celebreranno con il rito dell’eucaristia.
Pietro nella 1ª lettera 1, 18 scrive: “Voi siete stati redenti con il sangue di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia “, come l’agnello pasquale (Es 12, 5).
Ma chi arriva alla pienezza della teologia su questo punto è Giovanni che dispone il suo vangelo in modo di far apparire che Gesù è il vero agnello pasquale. Per tre volte dice: “Era vicina la Pasqua dei Giudei” e parla di tre Pasque in preparazione della Pasqua di Cristo.
Nella prima Pasqua (Gv 2, 13 – 3, 21) Giovanni dice che Gesù ha purificato il tempio due anni prima della sua Pasqua (Gv 2, 13) [la cacciata dei cambiavalute e dei mercanti]. E’ detto con precisione: ” Scaccia tutti dal tempio con le pecore ed i buoi” (gli animali del sacrificio). Come può essere celebrata la Pasqua se gli animali sono stati scacciati? Ecco la teologia giovannea: “Io sono il vero agnello pasquale”. Di conseguenza l’economia dell’agnello pasquale come sacrificio di un animale sta per finire.
Nella seconda Pasqua (Gv 6, 1-70) non a caso Gesù annuncia l’eucaristia (Gv 7).
Ma nella terza Pasqua (Gv 11,55 – 12, 50) Giovanni dice che Gesù, andato a Gerusalemme:
il 10 di nisân si ritira, va in nascondimento, non ha più contatti con nessuno, come l’agnello che il 10 di nisân veniva tolto dal gregge e messo da parte;
in realtà non ha celebrato la Pasqua il 14 sera, perché secondo lui è morto il 14 pomeriggio (mentre i sinottici dicono che la Pasqua è stata celebrata il 14 sera). E’ un problema di cronologia che si può risolvere, ma Giovanni intende dire che nell’ora in cui nel tempio si macellavano gli agnelli pasquali, moriva in croce Gesù il vero agnello pasquale. La terza Pasqua per Giovanni è quella del compimento (Gv 19, 31-37).
Per dire che Gesù è il vero agnello pasquale Giovanni, dopo aver detto: “E chinato il capo, spirò”, annota: “Era i giorno della Parasceve ” (= preparazione), vale a dire Gesù morì mentre venivano sgozzati gli agnelli pasquali e non gli furono spezzate le gambe, così come non dovevano essere rotte le ossa agli agnelli della Pasqua ebraica (Es. 12, 46).

A partire da questo punto, nella letteratura giovannea e nell’Apocalisse Gesù ha il nome di “agnello” ben 28 volte: agnello vittima (su di lui si è scaricato l’odio per il giusto), agnello vincitore (in quanto risuscitato), agnello di Dio.
In aramaico per dire “agnello” e “servo” si usa lo stesso termine. Con molta probabilità il Battista non ha detto: “ecco l’agnello di Dio”, ma “ecco il servo di Dio”; ma quando Giovanni scrive il suo vangelo in greco, tra “agnello” e “servo” sceglie “agnello” e fa dire al Battista: “ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”, ma è l’agnello pasquale.

Secondo momento:la celebrazione della cena.

Questo rito è più importante di quello dell’immolazione, anche se per noi è difficile capirlo.
Filone (14 di nisân, la Pasqua quell’anno era il 15) dice una cosa molto bella: “ogni casa è rivestita della dignità del tempio durante la cena pasquale”. La vigilia della Pasqua il vero tempio è la casa. La liturgia è fatta in casa dall’assemblea, non dai sacerdoti. La vera liturgia si fa in casa, con il capo famiglia o il capo gruppo. Nel caso di Gesù è stata compiuta da un gruppo di dodici persone di cui era capo Gesù di Nazaret. Era molto frequente questa prassi. C’erano gruppi come i farisei, legati a movimenti pii, che andavano a Gerusalemme e si mettevano insieme – da 10 a 15 persone – e celebravano la Pasqua. Formavano, diremmo oggi, un’unità sociologica primaria, in cui è possibile sentire, realisticamente, la comunione.

Sappiamo che durante la cena il capofamiglia (o il capogruppo) faceva una lunga spiegazione sulla Pasqua: è l’haggādā, il racconto. La cena era una celebrazione ben precisa, ricca di benedizioni: quattro volte la benedizione sul vino, quattro volte si alza la coppa, si mangia il pane azzimo, l’agnello, si mangiano le erbe amare. Gesù ha voluto celebrare da ebreo questa cena. I vangeli sinottici insistono nel dire che Gesù ha voluto mangiare la Pasqua con i suoi. Dicono che i discepoli chiedono: “Dove vuoi che mangiamo la Pasqua?”, poi insistono tutti e tre che Gesù manda due in città a cercare una stanza (forse in affitto), per preparare la mensa con dei cuscini (si mangiava distesi per terra). Sappiamo di una camera alta al secondo piano.

In Luca c’è una sottolineatura particolare, Gesù dice: “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi prima della mia passione”.

Giovanni, nel cap. 13, non dice che fosse una cena pasquale.

1 Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. 2 Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, 3 Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio ed a Dio ritornava, 4 si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. 5 Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto. 6 Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». 7 Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo». 8 Gli disse Simon Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». 9 Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!». 10 Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti». 11 Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete mondi».
12 Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Sapete ciò che vi ho fatto? 13 Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. 14 Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. 15 Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi. 16 In verità, in verità vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato. 17 Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica. 18 Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho scelto; ma si deve adempiere la Scrittura: Colui che mangia il pane con me, ha levato contro di me il suo calcagno. 19 Ve lo dico fin d’ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che io sono. 20 In verità, in verità vi dico: Chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato».
21 Dette queste cose, Gesù si commosse profondamente e dichiarò: «In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà». 22 I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse. 23 Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. 24 Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: «Di’, chi è colui a cui si riferisce?». 25 Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». 26 Rispose allora Gesù: «È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò». E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone. 27 E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui. Gesù quindi gli disse: «Quello che devi fare fallo al più presto». 28 Nessuno dei commensali capì perché gli aveva detto questo; 29 alcuni infatti pensavano che, tenendo Giuda la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. 30 Preso il boccone, egli subito uscì. Ed era notte.
31 Quand’egli fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui. 32 Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. 33 Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete, ma come ho già detto ai Giudei, lo dico ora anche a voi: dove vado io voi non potete venire. 34 Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. 35 Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri».
36 Simon Pietro gli dice: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io vado per ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi». 37 Pietro disse: «Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!». 38 Rispose Gesù: «Darai la tua vita per me? In verità, in verità ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte».

E’ nella settimana che precede la Pasqua; ma non sarebbe la sera del 14, perché nel vangelo di Giovanni Gesù muore quel pomeriggio. Allora? Questa discordanza resta enigmatica! E’ chiaro che Gesù ha celebrato la Pasqua, atto rigorosamente obbligatorio pena la radiazione dalla comunità (la scomunica).
Se un ebreo non mangia la Pasqua, non appartiene al popolo di Dio, non è più in condizione salvifica. L’ebreo non è scomunicato se non va in sinagoga, ma se non mangia la Pasqua. Addirittura è prescritto che ci sia una celebrazione supplementare il mese dopo, per chi fosse stato in viaggio!

Gesù certamente ha celebrato la Pasqua. Giovanni tace, per lui è l’ultima cena con gli amici, non narra l’istituzione dell’eucaristia ma narra la lavanda dei piedi. Problema enorme! Avete mai pensato che Giovanni scrive un vangelo in cui non si parla dell’istituzione dell’eucaristia ma, al suo posto, c’è l’istituzione della lavanda dei piedi!
E’ importante che per i sinottici l’ultima cena sia una celebrazione pasquale. Giovanni non nega che lo sia, ma non lo afferma: tiene più alla data e … ha ragione lui! Secondo i sinottici Gesù avrebbe celebrato la Pasqua il 14 e sarebbe morto il 15. Ma il 15 era giorno di Pasqua, giorno in cui nessuno poteva essere messo a morte. Impossibile pensare ad un processo avvenuto in una notte: Caifa, Erode, Pilato, il Sinedrio (composto da 70 persone). E’ impensabile che tutto sia avvenuto in una notte. Inoltre condannare in giorno di festa era proibito dalla legge. Ciò significa che ha ragione Giovanni: Gesù è morto la vigilia, questo sì era possibile.

Giovanni dice che nel giorno di Pasqua non dovevano neanche restare esposti neppure i corpi dei condannati al supplizio della croce. Infatti un condannato in croce aveva quella tipica postura per cui né la terra lo voleva (era sollevato dalla terra), né il cielo lo voleva (non era in cielo). Né Dio né gli uomini lo volevano: era un maledetto da Dio e dagli uomini.
Così è morto Gesù! Come tale non poteva essere là nel giorno santo della Pasqua, di fronte a Gerusalemme. Ecco perché si cerca, il giorno prima, di togliere i corpi, se erano morti, e di farli morire velocemente, rompendo le ossa se erano ancora vivi. Giovanni ha ragione, dunque. Ma allora…..

Circa trent’anni fa un’esegeta francese, Annie Jaubert (Filone (Alessandria 25 ca. a.C. – 40 ca. d.C.) filosofo giudaico di lingua greca), scoprì un calendario a Qumran, che metteva la Pasqua il martedì sera. Qumran non celebrava la Pasqua insieme agli ebrei. In sostanza: se gli ebrei celebravano la Pasqua il 14 di nisân, i monaci di Qumran la celebravano il 12. L’ipotesi dell’esegeta francese, un tempo criticata, oggi viene accettata abbastanza. Gesù, di cui si è sempre più certi che era in connessione con il movimento di Qumran (nessuno più lo nega, i suoi adepti provenivano di lì anche se non sappiamo esattamente la sua collocazione nel movimento), ha celebrato la Pasqua il martedì sera. Pertanto hanno ragione i sinottici, ma ha ragione anche Giovanni quando dice che morì il venerdì pomeriggio.

Recentemente alcuni dati archeologici hanno rivelato che la casa in cui Gesù ha celebrato la Pasqua (la zona del cenacolo) era il quartiere in cui abitavano gli esseni.
Da ciò risulta che Gesù fu arrestato il martedì sera, ci sono stati il mercoledì e il giovedì per i vari processi, il venerdì è stato crocifisso.

Certamente Gesù ha osservato la legge in modo pieno, ha mangiato l’agnello, ha seguito il seder, ha fatto l’haggādā pasquale. Di ciò non abbiamo alcuna testimonianza, ma abbiamo però la rilettura del quarto vangelo, scritto almeno sessant’anni dopo da una comunità cristiana. L’haggādā è sostituita dai discorsi d’addio. Invece del bambino che domanda al padre: ” perché questa notte è diversa dalla altre?”, ci sono i quattro interventi dei discepoli che chiedono a Gesù: “Dove vai?” (Gv 13, 36), “Non sappiamo dove vai, come possiamo conoscere la via?” (Gv 14, 5), “Mostraci il Padre!” (Gv 14, 8), “Perché ti manifesti solo a noi e non al mondo?” (Gv 14, 22). Giovanni, mantenendo il quadro pasquale, fa emergere tutta la novità della Pasqua di Gesù, della Pasqua cristiana.

Insomma, quando leggiamo i vangeli ci accorgiamo che hanno voluto mettere in evidenza una relazione determinante, assoluta, tra la Pasqua dell’A.T. e la Pasqua cristiana.
EB legge un testo di un Padre della Chiesa, Efrem il Siro (A. Jaubert, La date de la Cène, Paris 1957) (siamo nel 370 circa), che dice:
A Pasqua gli ebrei furono liberati dalla schiavitù; noi siamo stati liberati dalla schiavitù del peccato.
A Pasqua gli ebrei immolavano un agnello il cui sangue li ha salvati; noi siamo stati liberati grazie al sangue di Cristo.
A Pasqua gli ebrei ebbero per capo e guida Mosè; nella nostra Pasqua noi abbiamo come capo e salvatore Gesù Cristo.
A Pasqua, per gli ebrei, Mosè divise il mare, li fece passare, li portò alla terra promessa; nella nostra Pasqua il Salvatore aprì l’inferno, ne abbatté le porte, liberò tutti quelli che stavano nell’inferno e ci ha fatto passare alla terra nuova della vita eterna.

Sintesi straordinaria, mai smentita.

Infine,la cena pasquale avveniva in una veglia. Iniziava dopo il tramonto, verso le sette / otto di sera e si prolungava a lungo nella notte. La sua durata dipendeva dal capofamiglia, se lui era capace di raccontare la Pasqua oppure no. Il rito pasquale dice: “Il capofamiglia dirà la Pasqua con tutte le sue forze e per quanto ne sarà capace”. Se il capofamiglia era persona semplice, le cose andavano in un certo modo; se il capofamiglia era un sommo sacerdote andavano in un altro. Il racconto può essere molto semplice, ricalcare quello biblico oppure può riempirsi di grandi fatti, di grandi eventi.
E’ importante questo: la narrazione dipende da chi presiede la cena. Nel IV secolo, quando si compongono le preghiere eucaristiche, si dirà che il vescovo, al momento di fare l’anafora (il canone) la farà “con tutte le sue forze e per quanto ne sarà capace”. Stesse parole. In seguito noi abbiamo usato le preghiere eucaristiche che ci sono state date dalla Chiesa, ma nei primi tempi era il vescovo ad “inventare”, le creava sulla base di un canovaccio biblico.
Quella veglia, così importante, era fatta con il pasto preso in piedi, con i fianchi cinti, con i sandali e con un bastone in mano, perché si doveva uscire dall’Egitto e c’era fretta. Anche i pani non lievitati (molto sottili come il pane sardo) sono spiegati così, non c’era tempo per aspettare la lievitazione. Più tardi, quando ormai si era nella terra promessa, il pane continuò ad essere azzimo, ma la cena si riempì di molte cose, diventò una cena ricca, c’erano salse, uova sode…..non più solo pane, agnello ed erbe amare.

L’importanza di questa veglia è provata anche dal fatto che si è arrivati a pensare che tutta la storia del mondo sia stata la storia di quattro notti che hanno ritmato la storia della salvezza (al tempo di Gesù questa era la grande coscienza).
Il Targum su Esodo 12, 42, il “poema delle quattro notti” ( Efrem di Siria, 306-373), diacono, santo e dottore della Chiesa), ne parla chiaramente.

La prima notte fu quella in cui Dio creò la luce. Dio disse: “Sia la luce” e la parola del Signore brillò nelle tenebre. (Notare come il Talmud cambia le parole della Bibbia “E la luce fu”, con “La parola del Signore brillò nelle tenebre”).
La seconda notte fu quando Isacco fu immolato da Abramo sul monte Moria che è il monte di Gerusalemme su cui fu costruito il tempio (la tradizione dice che il Tempio fu costruito dove Abramo sacrificò il figlio).
La terza notte fu la notte dell’esodo, quando i figli d’Israele uscirono dall’Egitto. Nell’Esodo è scritto: “Notte di veglia (Citaz. a pag. 74 in Enzo Bianchi, Evangelo secondo Giovanni, Commento esegetico spirituale Capp. 1 – 12, Ed. Qiqajon, Magnano 1985) fu quella notte per il Signore!”.
La quarta notte sarà quella in cui verrà il Messia.

La preghiera finale della celebrazione della Pasqua dice infatti: “Ricordati, Signore, del Messia, figlio di Davide tuo servo: fa che venga e venga al più presto”.

Questo è l’alveo, la matrice della Pasqua cristiana. Tutto questo ha forgiato il sacramento pasquale dell’eucaristia. Gesù non farà altro che inverare, portare a compimento la ricchezza della Pasqua ebraica.