17/05/2007 – CORSO SULL’EUCARISTIA – incontro 03/10
3° incontro su dieci:
Conclusione delle radici dell’eucaristia nell’A.T.
Il tema dell’alleanza
Gesù parla del calice del sangue della nuova Alleanza; non si comprende se non si capisce l’antica Alleanza.
Il libro dell’Esodo ha il suo centro nell’uscita dall’Egitto, la liberazione celebrata con il rito della cena dell’agnello, ma la conclusione di tutto l’evento dell’esodo, si ha al Sinai quando Dio stipula l’alleanza con il suo popolo.
Il libro dell’Esodo legge l’uscita dall’Egitto come uscita “per” l’incontro con Dio, prima ancora di essere uscita per la Terra Promessa. Quando Mosè, avuta la vocazione, chiede a Dio un segno che veramente è Lui a mandarlo per compiere una missione per Suo conto, Dio dice a Mosè: “Il segno è questo: «Quando io avrò liberato il mio popolo, voi servirete Dio su questo monte, sul monte Sinai»”.
L’esodo allora è un grande pellegrinaggio di uscita dall’Egitto per l’incontro con Dio al Sinai. Là si ha la vera liberazione totale, non solo dalla schiavitù sociale, economica, politica dal faraone, ma liberazione dalla schiavitù del faraone come dio e da tutti i suoi idoli, perché al Sinai c’è l’incontro con il Dio vivente.
Ozou, un esegeta dell’Esodo che trent’anni fa e più ha scritto un commento ancora oggi considerato uno dei migliori, ha dato un titolo al suo libro (Sarà una notte di veglia per tutti gli israeliti di generazione in generazione. Notare l’insistenza “di generazione in generazione”, un quarto testo oltre i tre già citati) che suona come una formula: “Dalla schiavitù del faraone al servizio del Dio vivente”. Rende bene il movimento dell’incontro con il Signore.
Al Sinai Dio stringe alleanza con il suo popolo. Dio dice: “Io ho un mio popolo, Israele” ed il popolo di Israele dice: “Io ho un solo Dio, il Signore”. Questa èl’Alleanza , un patto – come dice il termine – fra due contraenti (un patto come quello che un re faceva con un altro re, un governatore con un altro governatore). Dio lo fa con il suo popolo.
Per comprendere l’eucaristia è importante cogliere che l’Alleanza è stata celebrata attraverso un rito; quindi non soltanto il rito dell’agnello della Pasqua, ma ancheil rito di Alleanza .
Non dimentichiamo che i testi scritti della Tôrâh, come li conosciamo noi oggi, furono redatti durante l’esilio a Babilonia e tratti dalle tradizioni orali; è chiaro che i redattori hanno messo insieme e mescolato diverse fonti.
Il testo importante per noi è Esodo 24, 1-11. Leggiamolo tenendo conto che si tratta di un testo composito.
1 Il Signore aveva detto a Mosè: «Sali verso il Signore tu e Aronne, Nadab e Abiu e insieme settanta anziani d’Israele; voi vi prostrerete da lontano, 2 Mosè avanzerà solo verso il Signore, ma gli altri non si avvicineranno e il popolo non salirà con lui».
3 Mosè andò a riferire al popolo tutte le parole del Signore e tutte le norme. Tutto il popolo rispose insieme e disse: «Tutti i comandi che ha dati il Signore, noi li eseguiremo!».
Dio non parla mai direttamente, parla attraverso Mosè. E’ lui che trasmette le norme, porta le tavole della legge e il popolo dice: “Ciò che il Signore ci ha dato come legge, come comandi, noi li eseguiremo”.
Ecco il patto.. Il popolo diventa popolo di Dio, il Signore diventa il Dio d’Israele, in base a dei patti. Le clausole sono i 10 comandamenti. Tutto ciò è detto in forma riassuntiva, perché se andiamo a leggere il capitolo 20, troviamo un testo molto composito, si legge sui comandamenti, ma si parla di omicidi ecc. Qui leggiamo soltanto questo.
4 Mosè scrisse tutte le parole del Signore, poi si alzò di buon mattino e costruì un altare ai piedi del monte, con dodici stele per le dodici tribù d’Israele. 5 Incaricò alcuni giovani tra gli Israeliti di offrire olocausti e di sacrificare giovenchi come sacrifici di comunione, per il Signore. 6 Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l’altra metà sull’altare. 7 Quindi prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo. Dissero: «Quanto il Signore ha ordinato, noi lo faremo e lo eseguiremo!».
E’ la prima volta che appare il Libro, cioè i 10 comandamenti, quel nucleo di leggi.
8Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo dicendo: “Eccoil sangue dell’Alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!”.
E’ una pagina determinante. La scena viene descritta così: il popolo è alla base del Sinai, non può assolutamente salire. Mosè e gli anziani salgono, ma Mosè solo va fino alla vetta, dove Dio gli parla e gli comunica le leggi per Israele. Il popolo è in attesa alla base del monte. (Es 19, 17)
Questa pagina ci vuol dire che nel giorno della stipulazione dell’alleanza il popolo diventa un’assemblea. Non sono più persone disperse, una massa uscita dall’Egitto; nel deserto, attraverso Mosè, Dio trasforma quella massa in popolo. Dio chiama quella massa in assemblea Ekal Adonai = assemblea di Dio (ebraico ekal = ek-clesia in greco, l’assemblea del popolo di Atene).
EB sottolinea tre elementi. Bisogna capire in profondità, per cogliere che nell’eucaristia come la celebriamo oggi non è cambiato NULLA da 3200 anni.
I) E’ Dio che convoca il popolo in assemblea. Non è un’assemblea auto-convocata come sono oggi quelle politiche o sindacali, ma è un’assemblea “chiamata da”. Questo è essenziale!
II) A questa assemblea Dio dà la sua parola, in quel caso “le 10 parole”, i 10 comandamenti, la legge. Dio chiama in assemblea e dà la sua parola, vale a dire le clausole necessarie per stipulare l’Alleanza.
III) C’è un rito di comunione, vengono portati i vitelli, c’è il sacrificio. E’ importante capire che è un “rito di comunione”, perché porta comunione fra Dio e quelli che offrivano il sacrificio. Immaginiamo l’altare e il popolo. Mosè, dopo aver fatto sgozzare gli animali, raccoglie il sangue in catini e ne versa metà sull’altare, poi con dei rami asperge sul popolo l’altro sangue.
Questo è il rito di comunione. Straordinario! Il sangue per l’ebreo è la vita, ecco perché non si può mangiare l’animale in cui resta il sangue. Chi mangia un animale soffocato o macellato in cui quindi sia rimasto il sangue (o beve il sangue) è come se dicesse: “quella vita è mia”. E’ un impurità. No, la vita è di Dio, quindi il sangue non va bevuto.
Il sangue versato sull’altare, simbolo del luogo di Dio, ed asperso sul popolo, significa che una stessa vita va in Dio e nel suo popolo; c’è comunione tra Dio e il suo popolo perché lo stesso sangue (delle vittime) li unisce. Ecco perché è detto “sacrificio di comunione”. La cosa importante è che Mosè dice: “Questo è il sangue dell’alleanza che il Signore conclude con voi, attraverso tutte queste parole”. (Es 24, 8)
Non solo. Nei sacrifici di comunione il sangue andava (tutto) a Dio, alcune parti della vittima (il grasso del bue o del vitello) erano bruciate per significare che andavano a Dio, altre parti le mangiavano i sacerdoti, una parte la mangiava l’offerente.
In questo caso a Dio va il sangue ed il grasso, i 70 anziani saliti sul Sinai con Mosè mangiano la parte restante della vittima. La conclusione è:
(Salirono, i privilegiati) 10 videro Dio, mangiarono e bevvero.
Il rito di comunione è fatto prima con il sangue asperso nell’altare, simbolo di Dio, e sul popolo; poi si parla di banchetto, di tavola di Dio, a cui Mosè ed i settanta hanno partecipato.
La struttura di questo evento non è cambiata, si realizza tutte le domeniche . La struttura di ciò che chiamiamo eucaristia (o messa) è la stessa. Si ripete nient’altro che questo:
Dio ci convoca in assemblea,
Dio ci dà la sua Parola (liturgia della Parola),
il celebrante pronunzia le parole dette da Gesù sul calice, che sono le stesse dette da Mosè: “Questo è il sangue dell’Alleanza che Dio ha concluso con voi” (liturgia eucaristica, liturgia di comunione con Dio).
Gesù dirà: “Questo è il sangue della nuova Alleanza”. Noi mangiamo il pane che attraverso Cristo mette in comunione, in un’unica vita, noi e Dio.
Cos’è cambiato dell’eucaristia in 3200 anni? Nella liturgia dell’eucaristia cattolica, ortodossa o delle chiese della Riforma, cos’è cambiato? Strutturalmente nulla, se non che si è giunti alla pienezza con la nuova vittima che è Gesù Cristo.
C’è Dio che:
– convoca in assemblea;
– fa dono della sua parola (liturgia della parola);
– celebra l’Alleanza (liturgia di comunione).
Poi i riti saranno diversi: romano, bizantino, gallicano, ecc., ma la struttura non cambia, l’essenziale è che ci siano i tre momenti.
Nel libro di Giosuè, capitolo 24, c’è una novità: il popolo è entrato nella terra, non siamo più nel deserto, né al Sinai.
1Giosuè radunò tutte le tribù d’Israele in Sichem e convocò gli anziani … che si presentarono davanti a Dio. (E’ la convocazione di un’assemblea)
2Giosuè disse a tutto il popolo: “Dice il Signore Dio d’Israele: « … i vostri padri abitavano oltre i grande fiume e servivano altri dei. 3Io presi il padre vostro Abramo … e gli feci percorrere il paese di Cannan; moltiplicai la sua discendenza e gli diedi Isacco. … 5Poi mandai Mosè … 6Feci uscire dall’Egitto i vostri padri … 7Dimoraste lungo tempo nel deserto. … 8Io vi condussi poi nel paese degli amorrei … io li misi in vostro potere. …13Vi diedi una terra, che voi non avete lavorato, … 14Temete dunque il Signore e servitelo con integrità e fedeltà …».
E’ la parola di Dio, nuova perché non c’è più soltanto la legge, ma la coscienza della necessità della Parola (la stessa dei padri).
[Giosuè disse] 15Se vi dispiace di servire il Signore, scegliete oggi chi volete servire, se gli dei che i vostri padri servirono altre il fiume oppure gli dei degli amorrei, del paese nel quale abitate. Quanto a me ed alla mia casa vogliamo servire il Signore.
16Allora il popolo rispose: Lungi da noi abbandonare il Signore per servire altri dei!
19Giosuè disse al popolo: ”Voi non potete servire il Signore, perché è un Dio santo, è un Dio geloso; egli non perdonerà le vostre trasgressioni … 20e dopo avervi fatto tanto bene … vi consumerà”.
24Il popolo rispose a Giosuè: “Noi serviremo il Signore nostro Dio … “
25Giosuè in quel giorno concluse un’alleanza per il popolo e gli diede uno statuto ed una legge a Sichem. Poi Giosuè scrisse queste cose nel libro della legge di Dio …
Giosuè non fa opera di persuasione, come certi pastori oggi, semmai fa opera dissuasiva: “fate attenzione, diventare credenti è opera difficile … “.
E’ la conclusione dell’Alleanza in cui non si nominano i sacrifici (sacrifici che ci sono stati).
Quando il popolo celebrerà la Pasqua con Giosia, il rito è ripetuto con la stessa struttura.
Quando il popolo tornerà da Babilonia (Neemia 7, 72 – 8, 12) farà di nuovo la stessa cosa:
7 72 Nel settimo mese tutti gli abitanti della Giudea partirono dalle loro città
8 1 e si radunarono tutti a Gerusalemme nella piazza davanti alla porta delle Acque. Esdra, esperto nella legge data agli Israeliti dal Signore, fu incaricato di portare il libro della legge di Mosè. 2 Il sacerdote Esdra lo portò davanti all’assemblea, composta di uomini, donne e bambini in grado di capire. Era il primo giorno del settimo mese. 3Dall’alba fino a mezzogiorno Esdra lesse il libro davanti a quella folla nella piazza della porta delle Acque. Tutti ascoltavano con attenzione. 4 Esdra, l’esperto nella legge, stava su una pedana di legno costruita per l’occasione. Accanto a lui stavano, a destra: Mattitia, Sema, Anaia, Uria, Chelkia e Maaseia; a sinistra: Pedaia, Misael, Malchia, Casum, Casbaddana, Zaccaria e Mesullam. 5 Quando Esdra, che era ben visibile da tutti, apri il libro, il popolo si alzò in piedi. 6 Esdra lodò il Signore, il grande Dio, e tutti alzarono le mani e risposero: “Amen, Amen!”. Si inchinarono fino a terra per adorare il Signore. 7 Poi si rialzarono e alcuni leviti spiegarono al popolo la legge. Erano: Giosuè, Bani, Serebia, Iamin, Akkub, Sabbetai, Odia, Maaseia, Kelita, Azaria, Iozabad, Canan e Pelaia. 8 I leviti leggevano alcuni brani della legge di Dio, li traducevano e li spiegavano per farli comprendere a tutti. 9 La gente sentì quel che la legge richiedeva e si mise a piangere. 10 Esdra aggiunse: “Dovete far festa, preparate un pranzo con buone carni e buon vino e mandate una porzione a chi non ne ha. Oggi è un giorno consacrato al Signore. Non dovete essere tristi, perché la gioia che viene dal Signore vi darà forza”. 11 Anche i leviti incoraggiarono il popolo: “Non siate preoccupati: oggi è un giorno santo, non dovete essere tristi”. 12 Tutti allora andarono a mangiare e condivisero quello che avevano. Fecero una grande festa perché avevano capito il senso delle parole ascoltate.
Il Tempio è distrutto, quindi non ci può essere assemblea nel Tempio. Il popolo è convocato sulla piazza, viene costruito l’ambone (è la prima volta in cui si parla di ambone in legno più alto del popolo), Neemia porta il libro della legge, la Tôrâh (il Pentateuco) che era stato redatto in forma scritta dai sacerdoti a Babilonia, lo legge da capo a fondo (ormai gli ebrei non parlavano più ebraico, ma aramaico), poi subito dopo un grande banchetto.
Anche in questa occasione:
il popolo è convocato in assemblea;
dono della Parola, la Tôrâh (primo libro intero della Bibbia, più tardi verranno i libri dei profeti ed quelli sapienziali);
rito di comunione.
Questa struttura è la stessa che troviamo inGesù. Egli viene,
chiama attorno a sé i discepoli,
per tre anni fa il dono della sua Parola, li istruisce,
la vigilia della sua passione fa un rito di comunione con cui stipula la nuova Alleanza.
La struttura risale a Mosè, Gesù la porta a compimento.
Allora si capisce perché quando noi celebriamo l’eucaristia dobbiamo riallacciarci alla celebrazione dell’alleanza fatta da Mosè.
Geremia, profeta venuto prima della distruzione di Gerusalemme, aveva professato una nuova alleanza:
Ci sarà una nuova alleanza. (Geremia 31, 31)
Gesù porta la nuova alleanza profetizzata da Geremia. La nuova definitiva alleanza tra Dio ed il suo popolo, che non può più essere spezzata.
Per quel rito di Alleanza che il popolo viveva all’interno della cena pasquale, si diceva che nessun straniero doveva mangiarne, solo i circoncisi (ripetuto in Es 12, 43 ed il Es 12, 47). Mangiare la Pasqua significa celebrare l’Alleanza, solo Israele può mangiare la Pasqua.
Se un israelita fosse stato in viaggio e non era a Gerusalemme per mangiare la Pasqua, il 14 del mese dopo quello di nisân c’era una Pasqua non solenne proprio per quelli che non avevano mangiato la Pasqua. Nel libro dei Numeri è scritto: “chi non mangia la Pasqua sia eliminato dal popolo santo, perché è Alleanza” (Nm 9, 10-13).
Altri elementi da mettere in evidenza:i sacrifici. Più volte diciamo che l’eucaristia è la celebrazione del sacrificio di Gesù, sacrificio pasquale; questo aspetto (anche se oggi è un po’ dimenticato) è assoluto. L’eucaristia è la memoria del sacrificio di Cristo.
Ma noi cosa vogliamo dire con sacrificio? Tutti gli uomini, tutte le culture hanno conosciuto il sacrificio. Il rito del sacrificio è uno degli aspetti più studiato dalla storia delle religioni, dall’antropologia stessa. I risultati sull’origine per ora non sono convergenti e non ci illuminano molto. Possiamo solo dire che in tutte le culture l’uomo sente il bisogno ad un certo punto di privarsi di qualcosa per darlo a Colui che chiama Dio, di “consacrarlo” alla divinità per entrare in un rapporto più stretto.
Sacrificio è un termine che deriva da “sacrum facere” rendere sacro. Sacro significa una cosa che viene tolta al suo uso normale, per diventare una cosa riservata a un altro scopo. Per intenderci, (esempio banale) se io qui ho due tazze, se io dico questa tazza la uso per bere, quest’altra invece non la uso assolutamente né per bere, né per mangiare, ma la uso perché vi metto del vino e lo spargo in onore del Signore, io rendo questa tazza sacra, le do un uso non normale, un uso diverso, messa a parte in quanto riservata per un atto di culto.
Il sacrificio ha un po’ questo senso, però è anche vero che il senso del termine “sacrificio” varia da lingua a lingua, da cultura a cultura, per cui non sempre noi siamo certi nei nostri discorsi sui sacrifici.
Nella Bibbia, abbiamo la testimonianza che fin dai primi uomini (Abele … ) venivano fatti dei sacrifici, con i frutti della terra o con animali. Normalmente questi sacrifici erano prendere dei frutti, bruciarli, consumarli, prendere un agnello o una tortora, ammazzarla, bruciarla. Con quel gesto ci si priva di quella tortora, di quell’agnello; nell’immaginario viene offerto a Dio, alla divinità.
Però nella Bibbia è tutto quanto mai complesso e complicato, infatti accanto alla testimonianza di sacrifici, c’è il Salmo che dice: “del Signore è la terra e quanto contiene, il Signore possiede tutto e non ha bisogno che noi gli diamo nulla, perché sono sue le cose”.
Nel sacrificio le cose sono dell’uomo che le restituisce a Dio, ma nella Bibbia è Dio il padrone di tutte le cose. Nel primo libro delle Cronache c’è un canto attribuito a Davide:
Chi sono io e chi è il mio popolo, per essere in grado di offrirti tutto spontaneamente? Tutto proviene da te; noi, dopo averlo ricevuto dalla tua mano, te lo abbiamo ridato. (1Cor 29, 14)
Il movimento è sempre quello del sacrificio, ma non è che noi prendiamo qualcosa di nostro e lo diamo a Dio. E’ Dio che ce lo dà e noi lo ridiamo a lui.
Ma non solo; i Profeti fanno una politica sui sacrifici, sempre presente in tutto l’A.T., e dicono: “ma Dio non ha bisogno di sacrifici”.
Salmo 50, 12: [dice il Signore] “se avessi fame a te non lo direi”.
Altri profeti dicono: “ma Dio non vi ha chiesto dei sacrifici”.
I testi sono indubbiamente ambigui.
In Israele c’è sempre il Tempio, con il culto fatto di sacrifici, ed i Profeti che hanno sempre contestato questo culto dei sacrifici.
Quali erano questi sacrifici?
Innanzi tutto i sacrifici di dono. Quelli testimoniati dall’A.T. sono essenzialmente: l’olocausto (Edizioni Dehoniane) (dal greco “tutto bruciato”) e l’offerta delle primizie (Lv 1, 1-18 e Lv 6, 1-6). L’olocausto era un sacrificio in cui la vittima era totalmente bruciata, ma è significativo che in ebraico non si chiama “olocausto”, come in greco, perché i greci nei loro sacrifici bruciavano tutta la vittima. Il termine in ebraico è chiamato “olà” (innalzamento, salita). Il sacerdote prende una vittima e la metto sull’altare (primo innalzamento); la brucia, il fumo sale verso Dio (secondo innalzamento). Per questo sacrificio c’era il toro, il capretto, l’agnello, i piccioni, le tortore; venivano sgozzati prima, il sangue veniva versato ai piedi dell’altare, poi il fuoco sull’altare bruciava tutto.
Perché venivano fatti questi sacrifici?
Innanzitutto per rendere grazie al Signore. L’olà (3000 – 4000 anni fa) era un modo per ringraziare. Era come dire “mi privo di tutto questo capretto, lo brucio per donarlo tutto al Signore”. Era un modo molto ingenuo, un modo infantile, ma anche la fede ha avuto una sua infanzia; bisogna tener conto di questo.
Altre volte era un dono di supplica (chiedere la salute, la fecondità, la pace, ecc.).
Vi erano poi isacrifici di comunione (Lv 2, 14-16 e Lv 6, 7-16) (sebà) (o sacrifici di pace, dell’alleanza), come quelli visti in Esodo. La vittima veniva portata dall’offerente, veniva sgozzata sempre sull’altare perché il sangue andasse totalmente a Dio e poi c’era la divisione delle parti: il grasso e il sangue sempre a Dio, le parti un po’ più buone andavano ai sacerdoti, l’offerente aveva le parti meno buone; però attorno all’altare mangiavano i sacerdoti e l’offerente. Erano sacrifici pieni di gioia, di festa; normalmente si accompagnava con olio, vino, sale per renderle più saporite.
E’ qui che si incomincia a parlare di “tavola del Signore” e di “cibo del Signore”, termini che troveremo applicati all’eucaristia. E’ san Paolo che usa questi termini, ma per un ebreo il tavolo del xyrios era la tavola del sacrificio di comunione, a cui Dio sedeva come un commensale e mangiava la stessa cosa con l’offerente ed i sacerdoti.
Infine vi erano isacrifici espiatori. Erano di due tipi: per il peccato ( Lv 4, 1-5, 13 e Lv 6, 17-23) e per la riparazione (Lv 5, 14-26 e Lv 7, 1-10).
Facendo un peccato, per chiedere perdono a Dio l’ebreo andava con una vittima all’altare al Tempio e faceva un sacrificio espiatorio (chiedeva perdono a Dio) e con l’altro sacrificio metteva in risalto l’eventuale riparazione da fare. Erano soprattutto nella festa di Yôm Kippur (il giorno del grande perdono). E’ una festa che Israele celebrava a settembre, all’inizio dell’autunno. Il sommo sacerdote confessava tutti i peccati commessi nell’anno dal popolo di Israele, poi veniva la remissione dei peccati quando il sommo sacerdote, dopo aver confessato i peccati, entrava nel Santo dei Santi e diceva il nome santo di Dio, il nome che noi non sappiamo come si pronunciasse perché lo sapevano solo i sommi sacerdoti. Noi non sappiamo se dicesse JHWH o JAQUE’ o JAWO’. Ci sono tante possibilità, noi conosciamo solo le consonanti, le vocali che nell’ebraico non ci sono le inventiamo noi (Geova è certamente sbagliato, è stato uno storpiamento).
Il sommo sacerdote entrava nel Santo dei Santi, pronunziava il nome santo di Dio, in quel momento venivano rimessi i peccati di tutto Israele. Il suono della tromba del tempio annunciava a tutto Israele, dovunque fossero raccolti in preghiera, che i peccati erano perdonati.
All’interno della liturgia di Yôm Kippur c’erano due agnelli, uno detto “per il Signore”, l’altro “per Azazel”. Venivano portati al tempio, un agnello veniva immolato come sacrificio di espiazione, col suo sangue si aspergeva il popolo (ecco la rimessione dei peccati) e col nome santo di Dio portava l’assoluzione (la stessa cosa che noi cristiani diciamo con la confessione, per gli ebrei avveniva nel giorno di Kippur), sull’altro agnello (per Azazel) il sommo sacerdote metteva le mani e cominciava a dire tutti i peccati del popolo: “Signore, noi non abbiamo santificato il tuo nome”, “Signore, noi non abbiamo santificato il sabato”, “abbiamo ucciso”, “detto falsa testimonianza”. Il sacerdote diceva tutti i peccati immaginabili che il popolo poteva commettere. Quel capretto, caricato di tutti i peccati del mondo, veniva poi mandato nel deserto, che significa: “i peccati escono da Israele, questo agnello sarà pasto del demonio, l’abitante del deserto, Azazel”.
All’interno di questa festa …
Nel Tempio all’interno del “cortile di Israele” per tutti gli ebrei, c’era uno spazio riservato ai sacerdoti che si chiamava Santo, ed una scatola cubica, una stanza, detta “il Santo dei Santi”.
Nel “Santo dei Santi” vi era una lastra di metallo d’oro, su cui stavano inchinati due angeli; la lastra è chiamata in ebraico kapporel ed era, per gli ebrei, il luogo dove stava Dio, il trono di Dio. Poi c’era l’arca che, nell’antichità era una specie di cassapanca che conteneva la legge di Mosè, un vaso di manna, la verga di Aronne (tutti i ricordi dell’Esodo). Il Sommo Sacerdote, quando entrava nel Santo dei Santi portando il sangue dell’agnello sgozzato per Dio, diceva il nome ma gettava il sangue su questa lastra. In quel momento c’era la remissione dei peccati perché il sangue della vittima (dell’agnello di espiazione) toccava il luogo in cui Dio c’era.
Paolo, nella lettera ai Romani (3, 25), dice che Gesù è il nostro Kapporel, è Lui che ci ha tolto i peccati, la funzione di quella lastra (luogo della presenza di Dio) l’ha presa Gesù però attraverso il suo sangue.
La Lettera agli Ebrei non è comprensibile senza sapere tutto questo. Dice: Gesù è entrato una volta sola nel Santo dei Santi, non come il Sommo Sacerdote deve entrare ogni anno e con il sangue delle vittime, ma Lui, portando il suo stesso sangue, ha dato la remissione dei peccati.
Attenzione, questa festa di Yôm Kippur era talmente pensata in connessione con la Pasqua che, per molti periodi, Israele ha celebrato l’inizio dell’anno non il mese di Abib (cioè il plenilunio di primavera), non lo celebrava a settembre. Oggi gli ebrei iniziano l’anno a settembre, non l’iniziano più nel mese di nisân ( Nome babilonese del mese di Abib = delle spighe). Prima dell’esilio a Babilonia il capodanno aveva questa portata; nel dopo esilio l’inizio dell’anno era Pasqua. Non solo, questa ritualità di espiazione è in connessione con la Pasqua, perché il sangue porta la remissione dei peccati e si diceva che per la remissione dei peccati era necessario l’agnello pasquale (sangue dell’alleanza) e l’agnello dell’espiazione dei peccati.
Questo permette di capire cosa fa Gesù quando dice: “Questo è il sangue della nuova alleanza per la remissione dei peccati”. In sostanza nell’eucaristia si fondono Yom Kippur e Pasqua. Sono due gli elementi: il sangue dell’agnello pasquale e quello di Yom Kippur per la remissione dei peccati.
Ecco il travaglio attraverso il quale si arriva all’eucaristia. Paolo dirà che, grazie al sangue di Cristo, noi abbiamo fatto pace con Dio (Col 1, 20); ci avviciniamo a Dio (Ef 2,13); ma tutto questo lo fa sulla base del sangue della festa di Yom Kippur, giorno dell’espiazione.
Tutto questo che abbiamo detto dell’A.T. come economia del sacrificio, a un certo punto non subisce solo una critica dei profeti, ma tramite i profeti diventa una metafora, soltanto una metafora, vale a dire, il vero sacrificio non è più quello di una vittima, ma diventa un sacrificio di lode, un sacrificio di ringraziamento. Già nei Salmi (ad esempio il Miserere) troviamo:
Signore, apri le mie labbra
e la mia bocca proclami la tua lode;
poiché non gradisci il sacrificio
e, se offro olocausti, non li accetti.
Uno spirito contrito è sacrificio a Dio,
un cuore affranto ed umiliato,
tu, o Dio, non disprezzi (Salmo 51, 17-19).
Questo salmo testimonia un tempo in cui non c’è il tempio. Se non c’è il tempio significa che il Signore non vuole i sacrifici (altrimenti farebbe ricostruire il tempio), ma uno spirito contrito Dio lo accetta sempre.