18-01-2009-Ordinario-B-dom2

18/01/2009 – T. ORDINARIO – Anno B – 2 DOMENICA – 2009

Preparazione alla celebrazione della messa.

2ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Anno B – 18 Gennaio 2009

Ci raccogliamo
Nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo. Amen.
Ascolta, Israele: io sono il Signore Dio tuo…!
Ascolta, Chiesa che sei in..; ascolta N [tuo nome e altri nomi di persone, comunità…suggeriti, e impersonati dai presenti dicendo]:
Eccomi, Signore, aiuta tutti come ora aiuti noi ad ascoltarti e a risponderti (Dt. 6,4; Lc 8,21; Is 6,8; Ebr 10,1s; Rm 12,1s).
Siamo davanti a te qui presente, Signore Dio fatto uomo, che ti doni fino alla morte, risorgi, trasmetti lo Spirito (Cf «Nota» n° 1, a piè di questo documento).

Leggiamo
i testi della celebrazione.

Meditiamo = Rileggiamo
i Testi secondo Principi e Norme per l’uso del Lezionario e del Messale Romano.

Il Chiamato Accetta Di Essere «Amico» e «Possesso» Di Dio.
«“Ecco l’agnello di Dio!”.
«In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: “Ecco l’agnello di Dio!”. E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù».
Tutti siamo chiamati alla pasqua di morte e risurrezione di Gesù. Il vangelo di Gv lo dice scandendo il racconto con l’inciso, “il giorno dopo” (cf Nota n° 2); il brano evangelico nella messa lo dice in altro modo.
La liturgia toglie la formula avverbiale, «il giorno dopo», che sta all’inizio del testo biblico, e richiama direttamente l’attenzione sulla «vocazione pasquale», concentrandoci sul gesto e sulle parole di Giovanni Battista.
Il gesto: «Fissando lo sguardo su Gesù che passava». Gesù è l’unico che merita attenzione. Giovanni Batt. lo ha mostrato più volte nel tempo natalizio celebrato (II e III dom. d’Avv.).
Le parole: “Ecco l’agnello di Dio!”, dicono che il «Servo di Javè», «ucciso» ma che «vedrà la luce», preannunziato dal Deutero-Isaia (cf cc. 40-55), si è fatto presente in Gesù di Nazaret. Di fatto, Gesù morirà mentre l’agnello della Pasqua viene ucciso nel tempio. Gesù è l’Agnello immolato, il sacrificio della Pasqua (cf 1Cor 5,7), l’Agnello della nuova ed eterna Alleanza. Negli occhi di Gv Batt si condensa lo sguardo più lucido dell’Antico Tes. Egli coglie il mistero che palpita in Gesù e lo sintetizza per i suoi discepoli dicendo: “Ecco l’Agnello di Dio”. Il Battista non vedrà Gesù innalzato sulla croce, eppure gli rende testimonianza. Quella dell’Agnello è un’immagine biblica che raffigura la lotta salvifica del Cristo. Nel crocifisso con le gambe non spezzate ma con il costato trafitto dalla lancia, è dato di contemplare il vero Agnello pasquale, prefigurato dall’antico agnello, immolato nella notte dell’uscita dall’Egitto.
Dall’Esodo all’Apocalisse l’agnello porta il segno cristologico della redenzione, espresso con lo stesso vocabolo della lingua aramaica «Taliah» per dire «agnello» e «servo». Gesù è l’Agnello di Dio in quanto è il servo del Signore: Come Agnello mansueto il Servo del Signore sarà condotto al macello (cf Is 53,7; Ger 11,19).
«Giovanni stava con due dei suoi discepoli». I due discepoli che stanno con Giovanni B., sono senza nome, perché ogni persona in questo mondo vi ponga il proprio nome. «Due discepoli» sono i testimoni di tutti, nessuno escluso: tutti siamo chiamati a partecipare alla pasqua di morte e risurrezione di Cristo.
«E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù». I due discepoli del Battista decidono di seguire l’Agnello, attratti da lui stesso: dalla forza del suo amore sulla croce in atto nel suo cuore (mentre pensa e poi dice: “Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me”, Gv 12,32). Lo seguono: lasciare Gv Batt. per seguire Gesù vuol dire lasciarsi mettere sui sentieri della pasqua (“venite e vedrete”), percepiscono Dio presente in Gesù, decidono di «consacrarsi definitivamente» a lui, l’Agnello pasquale operatore di salvezza, il Messia.
– Grandi cose fa il Signore per noi! Mi mette sulla bocca un canto nuovo: lode al nostro Dio.

“Venite e vedrete”.
«Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: “Che cosa cercate?”. Gli risposero: “Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?”. Disse loro: “Venite e vedrete” », fate esperienza con me. «Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio». L’evangelista insiste sui particolari dell’esperienza di quel giorno; l’«Aquila» che vola alto, Giovanni ev., si ferma a fissare tanti particolari rimasti impressi: «Andarono, videro, dove dimorava (condivisione di vita intima, focolare), rimasero con lui, quattro del pomeriggio». Il ricordo preciso, con il sapore dell’esperienza personale, suggerisce d’individuare l’autore del Vangelo stesso. Questo discepolo poi entra nel sepolcro vuoto, osserva le bende «ordinate», e scrive di se stesso nel IV Vangelo: “Vide e credette”. Dal «venite e vedrete» al «vide e credette» si snoda l’itinerario vocazionale di chi intende dimorare con l’Agnello di Dio. L’incontro personale però non è un dono da tenere per sé. Come la voce del Battista giunge ad Andrea, così quella di Andrea raggiunge il fratello Simone, perché tutti, uno alla volta, siano raggiunti, trasformati, «beati».
«Uno dei due… era Andrea».
«Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: “Abbiamo trovato il Messia” – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù». L’entusiasmo dell’esperienza è la missione, la testimonianza. È l’entusiasmo dell’ebreo che annunzia: ecco, le profezie si sono adempiute, il Messia è venuto. Simone ascolta il fratello Andrea che conosce bene. Il soprannaturale suppone sempre in naturale.
“Sarai chiamato Cefa”. La curiosità di Simone è premiata: incontra Gesù, che si premura di cambiargli il nome; dice: non ti chiamerai più Simone ma «Pietro». «Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa” – che significa Pietro» (vedi Nota n° 3 a fine doc.). L’esperienza di Giovanni Battista si trasforma in proposta: “Ecco l’Agnello di Dio”. L’esperienza entusiasta di Andrea lo fa esclamare: “Abbiamo trovato il Messia”! Come esprimere un’esperienza vitale? Facendola provare. Chi l’ha fatta, non trova altra via per dirla, che proporne l’esperienza; e il «Venite e vedrete» si traduce in un fatto: condurre altri alla stessa fonte sorgiva: «e lo condusse da Gesù», fuoco irresistibile che suscita pronta risposta (cf Nota n° 4). La liturgia presenta nella prima lettura un’immagine di «pronta risposta» nella figura di Samuele. Dio chiama attraverso altre persone, e in modi vari, geniali, compreso il sonno, come nel caso di Samuele (cf Nota n° 5).

Il Signore chiamò: “Samuele!”, ed egli rispose: “Eccomi”.
«In quei giorni, Samuèle dormiva nel tempio del Signore, dove si trovava l’arca di Dio. Allora il Signore chiamò: “Samuèle!” ed egli rispose: “Eccomi”, Samuele risponde subito, come fa un bambino, poi corse da Eli e gli disse: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Eli rispose: “Non ti ho chiamato, torna a dormire!”. Tornò e si mise a dormire. Ma il Signore chiamò di nuovo: “Samuèle!”; Samuèle si alzò e corse da Eli dicendo: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Ma quello rispose di nuovo: “Non ti ho chiamato, figlio mio, torna a dormire!”. In realtà Samuèle fino allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore. Il Signore tornò a chiamare: “Samuèle!” per la terza volta; questi si alzò nuovamente e corse da Eli dicendo: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovane. E noi comprendiamo anche come Samuele risponde prontamente, senza calcoli, alla prima parola, e cerca il senso di queste chiamate; lo trova nelle parole del suo tutore, Eli. Eli disse a Samuèle: “Vattene a dormire e, se ti chiamerà, dirai: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”».
«Cresce con il Signore» Samuele che significa: «Il Signore ascolta».
«Venne il Signore, stette accanto a lui e lo chiamò come le altre volte: “Samuéle, Samuéle!”. Samuèle rispose subito: “Parla, perché il tuo servo ti ascolta”. Samuèle crebbe e il Signore «fu con lui» si chiama «Iavè» (colui che «si trova là», con Samuele come con Abramo, Isacco e Giacobbe): “Il Signore, il Dio dei vostri padri” (Esodo 3,15), e fa che Samuele «non lasci andare a vuoto una sola delle sue parole». Con questa forza d’immagine divina, Samuele ascolta, risponde, corre, torna a coricarsi, dorme. Vive già la consacrazione definitiva come quella dei due discepoli di Giovanni, come quella di Pietro, che parte dall’incontro con Gesù tutto cambiato, con un nome nuovo. – O Dio, tu ci hai fatti «amici» del tuo Consacrato: «possesso» del tuo Cristo, sue membra.

«Noi siamo di Cristo, e Cristo è tutt’uno con te, o Padre»,
per questo pregando diciamo per noi e per tutti, come abbiamo detto iniziando questa celebrazione: “O Dio, che riveli i segni della tua presenza nella Chiesa, nella liturgia e nei fratelli; fa’ che non lasciamo cadere a vuoto nessuna tua parola, per riconoscere il tuo progetto di salvezza e divenire apostoli e profeti del tuo regno”; e “concedendoci di partecipare degnamente ai santi misteri, tu hai compiuto anche oggi, come sempre, il memoriale del sacrificio del tuo Figlio, che compie in noi l’opera della nostra redenzione.
Dopo aver posto in noi precise esigenze interiori: speranze, attese, grida, che solo tu conosci, ecco, tu vieni in noi, stai accanto a noi, ci chiami, e ciascuno di noi può dire: «Ho sperato, ho sperato nel Signore, ed egli su di me si è chinato, ha dato ascolto al mio grido (si chiama infatti, Samuele: “Dio ascolta”). “Mi hai messo sulla bocca un canto nuovo, una lode al nostro Dio».
Ciascuno sa che il Signore Gesù, venendo in noi, stabilisce un intimo rapporto personale fra lui e ognuno di noi, suo «amico», suo fratello; e per bocca sua (cioè di ciascuno di noi) ora Gesù stesso dice a te, o Padre: “Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto, non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato. Allora ho detto: «Ecco, io vengo», a «fare la tua volontà», come sta scritto; «mio Dio, questo io desidero nel mio intimo»; tu vedi la sincerità del cuore che mi hai dato; la verità è sulle mie labbra. Signore, tu lo sai.

Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà.
In questa risposta del salmo responsoriale è racchiuso l’atteggiamento di Gesù, il Servo, l’Agnello di Dio; ma è racchiuso anche il sentire dei suoi discepoli di ieri e di oggi, che ascoltano la sua voce, senza lasciare cadere a vuoto una sola parola, sull’esempio di Samuele; ma l’atteggiamento di Gesù avvalora il sentire di noi tutti che siamo in lui, che dice ciò che ascolta dal Padre, e fa ciò che vede fare il Padre (Gv 5,30). “Il corpo per il Signore, e il Signore per il corpo” formano un unico sacrificio gradito a te, o Padre. Per tutti questi chiamati delle letture, come per noi, valgono allora le parole di Paolo: “Fratelli, il corpo è per il Signore; e come “Dio ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza”.
Come lodiamo in Cristo il Padre davanti a tutti i suoi santi; così egli ci consacra, ci trasforma in Cristo. “Siamo ammessi alla tua presenza, o Padre, a compiere il servizio” d’amore del tuo Figlio. È offerta a te in Cristo che ci rende in grado di giungere alla perfezione: alla tua destra in lui. “Sappiamo infatti che i nostri corpi, come tutto il nostro essere, è parte del tuo figlio, “immersi” e uniti a lui, da «formare con lui un solo spirito». Il nostro corpo, tempio dello Spirito Santo, che è in noi, come lo abbiamo ricevuto da Dio, così ci fa partecipi di Dio: noi non apparteniamo a noi stessi; ma, siamo stati comprati a caro prezzo: glorifichiamo per questo, te o Dio, con tutto noi stessi! Come sacrificio a te gradito.
Tutto è nostro, noi siamo di Cristo e Cristo appartiene a te, o Padre. Quindi anche noi con Gesù, che esulta nello Spirito Santo, diciamo, come lode finale di questa Eucaristia: “Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché questo è il tuo piacere” (cf Lc 10,21s). Con Cristo e in Cristo ogni cosa tu ci hai affidata, o Padre santo, e in Cristo noi ti vogliamo lodare e benedire con tutto il cielo e la terra, ora alla conclusione dell’Eucaristia, come abbiamo fatto fin dall’inizio di questa celebrazione: “Tutta la terra ti adori, o Dio, e inneggi a te: inneggi al tuo nome, o Altissimo”.

“Dinanzi a me hai preparato una mensa”.
Alla comunione ognuno sperimenta l’incontro dei due discepoli di Giovanni Battista con Gesù, e acclama: “Dinanzi a me hai preparato una mensa e il mio calice trabocca” (Sal 23,5); e tutt’insieme in coro proclamiamo: Abbiamo conosciuto l’amore che tu hai per noi, o Dio, e ti abbiamo creduto (cf 1Gv 4,16). “Nutriti con l’unico pane di vita” alla comunione, possiamo ripetere anche noi le parole di Giovanni Battista, che vede Gesù passare, e dice: “Ecco l’Agnello di Dio!”; anzi ora molto di più, perché Gesù è in noi! E come Andrea, che incontra il fratello Simone, e gli dice: “Abbiamo trovato il Messia, per mezzo del quale vengono la grazia e la verità”, anche noi, uscendo di qui, divenuti corpo, membra del Signore Gesù, possiamo dire: “formiamo un cuor solo e un’anima sola”, o Dio, “perché tu infondi in noi, o Padre, lo Spirito del tuo amore. Per Cristo nostro Signore. Amen”.

«Chiamati all’esistenza, per essere di Cristo, profeti delle sue meraviglie;
come Samuele, come Giovanni Battista, come Andrea, come Pietro, noi siamo segno visibile della sua presenza invisibile, come persone docili e disponibili, ben realizzate, felici di appartenere a te, o Dio, a lode della tua gloria. Amen.

Preghiamo:
O Padre, che ci hai donato e fatto incontrare il tuo Cristo Gesù: la tua Grazia, la tua Verità; concedici di esistere per fare in Cristo la tua volontà. Per lo stesso Cristo nostro Signore. Amen.
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Nota n° 1.
La Parola di Dio, Proclamata in questa celebrazione, richiamata dall’antifona alla Comunione (cf Tempo Ordinario – Anno B – 2ª Domenica – 19/01/2003), e approfondita anche con altri testi eucologici (cf ad es. 15/01/2006), «attua ora» sacramentalmente in noi la redenzione, realizzata fin dall’evento pasquale della morte e risurrezione di Gesù il sette Aprile del trenta d.C.
La Parola di Dio «attua ora sacramentalmente in noi la redenzione», perché lo stesso evento pasquale di duemila anni fa, con la sua efficacia, è in atto nella Parola «Proclamata» in quest’Eucaristia; la stessa «opera di Gesù» è in atto quindi in circostanze diverse: «storiche» di quel tempo in Israele, «sacramentali» (gesti e parole) ora nella sua Parola proclamata.
La Parola («Dabàr») è «Fatto e Parola» («Dabàr Javè» = «Fatto e Parola di Javè»); lo stesso «Fatto» storico della Pasqua di Gesù (che soffre, muore, trasmette lo Spirito, risorge) per opera dello Spirito Santo è presente in questa «Parola» proclamata nell’assemblea liturgica; anzi, «in previsione» della sua pasqua redentrice era già presente fin nel grembo di Maria.
Noi ora, come Maria, diciamo: “Sì”, con il cuore bendisposto nel celebrare. La redenzione, operata nei «misteri» (gesti e parole di Gesù nel rito), trasforma tutta la nostra vita. La Parola proclamata nella liturgia, cioè, lo stesso Gesù pasquale, ispira e attua i vari momenti della celebrazione e dell’esistenza in chi l’accoglie.

Nota n° 2.
Il brano evangelico nella liturgia salta la formula avverbiale «il giorno dopo» che nel vangelo di Giovanni si trova all’inizio dello stesso versetto 35, e si ripete poi al v. 43. L’evangelista scandisce con la ripetizione di questa formula, «il giorno dopo», la «settimana iniziale» dell’apostolato pubblico di Gesù, e colloca l’episodio della vocazione dei due discepoli «il terzo giorno» di questa settimana di Gesù («In principio» Gv 1,1; «Il giorno dopo» 1,29; «Il giorno dopo» 1,35:vocazione dei discepoli). L’allusione in Giovanni evangelista è evidente: «Il terzo giorno» richiama il «giorno della risurrezione» dopo la morte, perno della salvezza, centro d’ogni annunzio e vocazione cristiana.

Nota n° 3.
Alla fine del vangelo di Giovanni, al c. 21, troviamo un’altra vocazione di Pietro; nei Sinottici Matteo, Marco e Luca un’altra ancora. È giusto domandarci qual è la giusta e vera vocazione di Pietro, quella di questo primo c. di Giovanni o quella del c. 21 o quella degli altri vangeli Sinottici? Questa o quella in riva al lago dove Gesù e Pietro si parlano, e Gesù chiede per tre volte: “Simone di Giovanni, mi ami tu?”. E Pietro risponde: “Tu sai che ti amo”. Con i verbi che cambiano e danno sfumature essenziali diverse al testo che si conclude con una vera e propria vocazione di Pietro a guida delle pecore di Gesù. Se poi guardiamo i sinottici, in particolare Marco c. primo, troviamo Pietro insieme ad Andrea con i loro strumenti di lavoro fra le barche e le reti. Quest’ultimo racconto di vocazione non collima tanto con il racconto Giovanneo. I sinottici devono aver coagulato in un unico racconto ciò che doveva essere un duplice episodio: uno prima della pasqua, c. primo di Giovanni, e uno dopo pasqua, raccontato nel c. 21 di Giovanni; i sinottici semplificherebbero in un unico racconto la vocazione di Pietro; mentre Giovanni custodisce le due tappe della vocazione di Pietro. Non è una osservazione inutile, né un caso; anche la vocazione di Abramo subisce un duplice momento; anche Abramo è stato chiamato per tappe. L’invito di Javè ad Abramo è stato molto preciso: “Esci dalla tua terra e va dove io t’indicherò”; non glielo dice subito. Abramo dovrà rimanere in attesa che Dio intervenga ulteriormente a specificare questa chiamata. Così Pietro ha avuto questa prima chiamata e poi la seconda che ha specificato e caratterizzato questa prima chiamata.
Un altro elemento da specificare è che Gesù impone un nome nuovo a Pietro. In oriente imporre il nome significa avere autorità, avere un potere su chi accetta di ricevere il nome cambiato. Ed un ripristinare in qualche modo le proprie origini, infatti quando gli uomini di Babele costruiscono quelle alte torri, dicono: “Vogliamo farci un nome”, costruire la nostra esistenza senza da noi, senza dipendere da Dio. Abramo invece accetta la propria dipendenza da Dio, si lascia cambiare il nome; come Pietro accetta di avere il nome cambiato, perché accetta di dipendere da Gesù. È la logica di ogni vocazione: accettare di lasciarsi guidare da Dio verso il compimento del suo progetto salvifico nei riguardi degli uomini.

Nota n° 4.
Ha provato a resistergli Geremia. Non ci riuscì: «“Mi hai sedotto, Signore! E io mi sono lasciato sedurre”… Mi dicevo: “Non penserò più a lui, non parlerò più in suo nome!”. Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo. Sentivo le insinuazioni di molti. Terrore all’intorno: “Denunciatelo e lo denunceremo” . Tutti i miei amici spiavano la mia caduta» (Ger 20,7-10). Geremia vorrebbe «il piacere senza il dolore»; ma Dio lo educa al «vero amore», alla gioia pasquale di chi prende su di sé per amore il proprio e altrui dolore in vista della salvezza. Geremia impara e risponde prontamente; diventa immagine di Gesù.

Nota n° 5.
L’iniziativa è sempre del «Signore», e la chiamata alla salvezza è un dono di Dio agli uomini; ma non piove dall’alto, non si riversa direttamente su una persona; avviene sempre attraverso la mediazione di altre persone, che Dio associa a sé in modi sempre nuovi, imprevedibili. Siamo educati da Dio alla disponibilità, e a cercare che cosa può significare ciò che avviene: Dio parla al piccolo Samuele e all’anziano Eli, che alla fine trova il giusto suggerimento da dare a Samuele: “Vattene a dormire e, se ti chiamerà, dirai: Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”». Anche se personalmente Eli «non fa», non educa bene i propri figli (cf nella bibbia il prosieguo della prima lettura), sa intuire il senso divino dei fatti, e lo suggerisce. Il Signore misericordioso ci parla anche indirettamente: ci fa intuire il bene da suggerire almeno agli altri.

Preghiamo (vedi: neretto) con la preghiera della Chiesa (vedi: colori).