19/05/2007 – CORSO SULL’EUCARISTIA – Incontro 05/10
5° incontro su dieci.
A questo punto inizia un itinerario biblico/liturgico, perché si tratta di capire l’eucaristia a partire da quello che la Chiesa celebra, di capire il rito della Messa in tutte le sue parti, fino a capire a fondo la preghiera eucaristica.
La tradizione giovannea
C’e ancora un elemento da mettere in evidenza riguardo al NT prima di passare alla liturgia vera e propria: la tradizione giovannea riguardo all’eucaristia.
Da quel che abbiamo detto voi ormai avete davanti lo sviluppo del NT. Non dimenticate che Giovanni è l’ultimo Vangelo, scritto negli anni 90, quando ormai i tre sinottici sono il Vangelo della Chiesa e certamente ormai da almeno 20 anni in forma scritta.
Giovanni scrive un Vangelo che è “altro”, un Vangelo diverso, di linguaggio, di struttura, di racconto.
Fin dall’inizio è stato chiamato “l’altro Vangelo”, proprio per la sua diversità. Clemente Alessandrino lo chiamerà “il Vangelo spirituale”, Vangelo – lui dice – per gli gnostici, cioè quelli che hanno la conoscenza vera del mistero cristiano. I Padri della chiesa dicono che il Vangelo di Giovanni va letto quando uno è un cristiano maturo, non va dato a un qualsiasi cristiano che non ha questa maturità spirituale.
Noi oggi comprendiamo alcune cose ed io mi scuso di non dirvele in maniera più analitica. Ma noi oggi comprendiamo che il Vangelo di Giovanni, quando è apparso, era il Vangelo di una comunità precisa; certamente era la comunità del discepolo che Gesù amava. Chi era costui non lo sappiamo. Lui si presenta anonimo. La tradizione ha detto che è Giovanni, il figlio di Zebedeo. Ci sono elementi in questo senso, ma oggi nessun esegeta pensa che sia davvero uno di quei dodici, anche se all’interno del Vangelo ci sono dei segni in questo senso. Raymond E. Brown, che forse è stato il maggior studioso di Giovanni (morto nel 2001), intitola la sua ultima opera, la più estesa, “L’enigma della comunità giovannea”. L’enigma! Non sappiamo che comunità fosse; certamente non era una chiesa normale. Molti ipotizzano una comunità monastica perché tutto fa dire che, per avere in mano un Vangelo di quel genere dovevano essere cristiani di una certa qualità. Infatti è un Vangelo che presenta troppe difficoltà, una simbologia, un messaggio cristiano di alta qualità, che non è per le comunità normali.
Ancora oggi la Chiesa fa difficoltà a leggerlo.
Ma certamente questo Vangelo quando è apparso era un Vangelo “altro”. Questo forse vi stupisce, può darsi che qualcuno non l’abbia mai percepito, ma noi oggi sappiamo che la Chiesa ha avuto difficoltà ad accettare questo Vangelo: lo sentivano troppo diverso, lo sentivano con altro interesse, lo sentivano con una alterità rispetto a Pietro, che ormai era ritenuto quello che Gesù aveva lasciato come elemento di comunione della Chiesa. All’interno di questo Vangelo Pietro è maltrattato: Pietro arriva sempre dopo, è sempre il discepolo amato che arriva prima. È il discepolo amato che crede, Pietro invece esce dal sepolcro vuoto e non crede. È il discepolo amato che riconosce che Gesù è apparso sul lago, mentre Pietro pensa che sia un fantasma. È il discepolo amato che è sotto la croce, accanto alla madre di Gesù, mentre Pietro ha rinnegato e tradito.
Noi capiamo che queste difficoltà hanno portato con ogni probabilità a modificare il Vangelo, perché la Chiesa lo accettasse. E’ questa un’ipotesi.
Chiunque legga il Vangelo di Giovanni sente che finisce al capitolo 20, dove c’è una conclusione. I discepoli del “discepolo amato”, più tardi, aggiungono il capitolo 21 e fanno una seconda conclusione, dicendo chiaramente che sono loro che lo hanno scritto. Ma nel capitolo 21 c’è quel confronto tra Pietro e Giovanni. Gesù che dice a Pietro: “Mi ami tu?”, “Mi ami tu?”, “Mi ami tu?” E poi dice: “Voglio che il discepolo amato resti. E a te che importa? Sono io – dice Gesù – il responsabile di questo discepolo e di questa chiesa”.
Da un lato questa comunità accetta Pietro, perché Pietro riceve da Gesù per tre volte l’ordine “Pasci i miei agnelli”, ma si garantisce che la sua individualità, la sua caratteristica di comunità del discepolo amato ha il diritto di essere nella sua alterità, nella sua diversità. È molto importante questo fatto. Io ho pubblicato anche degli articoli perché tengo particolarmente a questo tema.
E’ il riconoscimento della comunione dell’unità della Chiesa attorno a Pietro, ma un’unità plurale, un’unita in cui c’è diritto all’alterità, alla differenza. L’unità e la comunione non appiattiscono mai e lasciano che ci siano diverse situazioni. L’unità è nell’essenziale.
Un altro dei temi che rende il Vangelo “diverso” è il tema dell’eucaristia. Dopo quel che abbiamo detto, vi rendete conto che narrare l’ultima cena – quel pasto che Gesù ha fatto con i suoi – e non narrare l’istituzione dell’eucaristia, poteva indubbiamente essere una difficoltà nell’accettare questo Vangelo.
Tanto più che si percepisce bene l’intenzione di Giovanni: nell’ultima cena Gesù ha fatto gesti ed ha detto alcune parole, come riportano i sinottici. Ma per i sinottici Gesù ha fatto un gesto sul pane e sul vino e ha detto parole sul pane e sul vino; per Giovanni Gesù ha lavato i piedi e ha detto delle parole su quel segno, della lavanda dei piedi. Non solo (non sto qui a darvi la struttura letteraria), come nei sinottici c’è: “Fate questo in memoria di me”, nel Vangelo di Giovanni, in maniera proprio uguale, alla fine di quel gesto Gesù dice: ”Io ve ne ho dato l’esempio. Come ho fatto io a voi, anche voi fate gli uni gli altri”. In tal modo Giovanni istituisce una similitudine, una equivalenza fra l’eucaristia e la lavanda dei piedi. La Chiesa, con molta intelligenza, il giovedì santo sente il bisogno di fare memoria dei due segni: prima c’è la lavanda dei piedi, subito dopo c’è la celebrazione eucaristica.
E’ significativo che siano stati i monaci a fare la lavanda dei piedi e poi a chiedere alla Chiesa che la immettesse nella liturgia. Ma sono stati monaci che praticavano tra loro la lavanda dei piedi. Con ogni probabilità, voi capite, in un contesto comunitario la lavanda dei piedi è molto più facile che in un contesto di grande comunità. Tanto è vero che poi oggi in un contesto di grande comunità la lavanda dei piedi è sfigurata; o si lavano i piedi a dei bambini che hanno i piedi pulitissimi e incipriati dalla mamma, oppure si lavano in una maniera che non è una lavanda, due gocce con una brocca, senza che nessuno si pieghi… Tutto diventa simbolico, diventa segno, diventa rito. Non è più la verità della lavanda dei piedi che Gesù ha fatto, quando c’erano piedi polverosi, sporchi, di gente che camminava sulle strade a piedi nudi, tutt’al più coi sandali!
Perché Giovanni fa questo? Noi possiamo pensare che lo abbia fatto perché al suo tempo ormai l’eucaristia non era più fatta nella piena verità. Era diventata un rito, svuotato del suo vero significato, soprattutto era diventata un mistero molto simile ai misteri greci. D’altronde, le devianze nelle celebrazioni dell’eucaristia si sono subito rivelate. L’eucaristia è fragilissima. La comunità di Corinto celebra un’eucaristia malata, Paolo deve intervenire dicendo: ”Quando voi vi radunate, voi non mangiate la cena del Signore”. Da notare che quando Paolo interviene, siamo nell’anno 52 (o 53). Perché non mangiano la cena del Signore? Perché quando c’era la celebrazione dell’eucaristia, ognuno portava da mangiare le sue cose, mangiava le sue, non aspettava gli altri, non c’era comunione dei beni, ma semplicemente era un pasto rituale. I Corinzi avevano già avuto questa mediazione: “Se noi partecipiamo all’eucaristia, il pasto in cui si dà Cristo risorto, noi partecipiamo delle sue energie e siamo salvati”.
Non è un ragionamento molto diverso da quello che viene fatto ancora oggi. Paolo interviene dicendo: ”Voi non mangiate la cena del Signore, ma mangiate e bevete la vostra propria condanna, perché non è il rito che salva. Il rito deve essere calato in una prassi”.
E’ il discorso che vi dicevo: ”Non c’è un Gesù eucaristico autonomo”.L’eucaristia serve perché il cristiano sappia dare la vita per gli altri. Giovanni interviene in questa maniera per dire: ”Attenzione! L’eucaristia non è solo sacramento del pane: è sacramento del fratello.” Come tale allora l’eucaristia è la lavanda dei piedi, è il servizio dello schiavo, è il servizio del servo del Signore. Come ha fatto Gesù, i cristiani lo facciano tra di loro l’un l’altro. Poi, in maniera ancora simmetrica, alla fine della cena, il mandatum novum: “Io vi do un comandamento nuovo: «amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato»”. L’Eucaristia è lì.
Giovanni al capitolo 6 pone una lunga catechesi sull’eucaristia; con ogni probabilità questa catechesi è stata anche rimaneggiata dai discepoli in una seconda edizione per farla accettare alla grande Chiesa. E’ importante sapete che questo capitolo è stato, purtroppo, il brano della discordia nella Chiesa ed ha significato a lungo una delle principali ragioni di divisione tra cattolici e chiese della riforma. Voi tutti ricordate che nel Vangelo di Giovanni Gesù moltiplica il pane in occasione della seconda pasqua, poi il giorno dopo Gesù va nella sinagoga di Cafarnao e fa un grande discorso:il discorso sull’eucaristia.
E’ un discorso estremamente ricco, è di tantissimi versetti (in Giovanni i capitoli sono lunghi, questo è un capitolo di ben 70 versetti). All’interno di quel discorso, noi abbiamo il linguaggio eucaristico dei sinottici ripreso, ma con alcune precisazioni che orientano questo discorso in un senso ben preciso:
26In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato dei pani e vi siete saziati. 27Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà.
Il Figlio dell’uomo dà un cibo per la vita eterna.
28Gli dissero allora: “Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?”. 29Gesù risponde:
“Questa è l’opera di Dio: credere in colui che Dio ha mandato.”
Vedete: tutto sta sotto il segno della fede.
30Allora gli dissero: “Quale segno ci fai perché vediamo e possiamo crederti? Quale opera compi? 31I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto.” [ … ] 32Rispose loro Gesù: ”In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà ora il pane del cielo, quello vero; 33il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo.
Poco prima, nel descrivere Gesù che sfama una grande folla, è già usato il linguaggio eucaristico:
11Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì …
Èil pane, ma attenzione, subito la precisazione di Giovanni: “Il pane che il Padre mio vi dà dal cielo, quello vero, è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo”.
Questopane è Gesù Cristo. Ma Gesù Cristo tutto, non il Gesù eucaristico, Gesù Cristo tutto, cioè il Gesù Cristo dell’incarnazione, il figlio di Dio venuto tra di noi, nato da Maria Vergine, il quale è cresciuto, ha fatto una vita d’uomo per trentaquattro anni, gli ultimi tre in forma pubblica, fino alla morte e alla risurrezione; è lui il pane di vita.
Vedete, se in Paolo l’eucaristia era soprattutto memoria della morte e della risurrezione: “Voi annuncerete la morte del Signore fino a che Egli venga”, in Giovanni c’è una precisazione: “E’tutta la vita di Cristo che è eucaristia , tutta la vita, non un’ora soltanto, non un momento soltanto”. Allora state a sentire:
34Gli dissero: “Signore, dacci sempre questo pane”. 35Gesù risponde: “Io sono il pane della vita”.
Insomma, pane è colui che discende: io . Εγοι, nella parola giovannea. “Io sono il pane di vita”. Notate bene, lo dice tre volte: in modo quasi ossessivo ai versetti 35, 48 e 51. Il pane che dà la vita è Gesù Cristo stesso, l’unico Gesù Cristo.
Non solo, dice:
35Io sono il pane della vita, chi viene a me non avrà più fame, chi crede in me non avrà più sete. 36Vi ho detto però che voi mi avete visto e non credete. 37Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me; colui che viene a me non lo respingerò, 38perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà del Padre che mi ha mandato.
Ripete di nuovo:
48Io sono il pane della vita. 49I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; 50questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.
51Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che gli darò è la miacarne per la vita del mondo.
Insomma l’insistenza è che il pane, il pane eucaristico è Gesù Cristo. Allora, se è Gesù Cristo, quando qui si parla di questo pane, non è soltanto il pane eucaristico, ma è il pane della parola ed il pane dell’eucaristia.
Il dramma è stato che i cattolici a lungo hanno detto: “Questo capitolo è solo il pane eucaristico”, i protestanti: “Questo capitolo riguarda solo la parola che Gesù ha dato”.
In realtà, ormai gli esegeti concordano, ma i Padri lo avevano già capito, non è possibile distinguere da una parte un pane che è il Gesù eucaristico e dall’altra un altro un pane che è il Gesù della parola. Le parole di Gesù e l’eucaristia sono un tutt’uno. “Io sono il pane di vita”.
Ma ecco lo slittamento:
“51Io sono il pane vivo disceso dal cielo”, dunque colui che ha dato la parola. “Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno …”,
ma aggiunge:
“ … ed il pane che darò è la mia carne per la vita del mondo”.
Ecco la novità giovannea. Non è più il linguaggio eucaristico dei sinottici (compreso Paolo) in cui Gesù aveva detto: “Questo è il mio corpo, dato per voi.”; in Giovanni viene fuori “carne”. Cos’è la carne? Attenzione che qui ci sono delle difficoltà. La carne per la vita del mondo non va intesa nel senso che davvero si mangia la carne. La “carne” èl’esistenza di Gesù nella carne , l’esistenza fragile, la vita terrena. Ricordate il prologo: “E il Verbo si fece carne”. Quindi, il comandamento di Gesù di “mangiare la sua carne”, va inteso nel senso che ci si deve nutrire della sua vita, quella vita che lui ha fatto in mezzo a noi, come vita terrena, vita di uomo nella sua fragilità fino alla morte.
Gesù insiste:
53In verità, in verità vi dico che se non mangiate la carne del figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita.
Vedete dunque da un lato una dichiarazione eucaristica del quarto Vangelo netta, chiara, forte (come nei sinottici), addirittura: “non avrete la vita, se non la mangiate”; ma d’altro lato una sottile critica allusiva per dire: “Attenzione, l’eucaristia è il segno di Gesù, ma di un unico Gesù, che ci ha dato la sua parola, la sua vita … e il pane e il sangue.
Questa è l’unità che va capita. Giovanni indubbiamente con questo fa una critica alla prassi della Chiesa, che in quel momento mostrava dei segni di una patologia (difficoltà) della comprensione eucaristica.Giovanni certamente con il capitolo 6 e con la lavanda dei piedi ci porta ancora una volta alla verità eucaristica profonda.
In sostanza Gesù è venuto, ha dato tutta la sua vita per noi, l’ha spesa per noi. Quando celebriamo l’eucaristia non dobbiamo mai dimenticare che lì c’è tutta la sua vita. Certo, noi dovremmo dire addirittura, come hanno capito i Padri della Chiesa, tutta la vita del Figlio: la vita che lui in principio aveva presso il Padre, la vita che aveva quando attraverso di lui Dio creava il mondo, la vita che ha avuto quando da Spirito santo si è incarnato in Maria Vergine, la vita che lui ha vissuto a Nazareth, la vita di predicazione, in cui ha dato la parola, la vita in cui lui è giunto alla morte, alla resurrezione, alla vita di risorto, alla vita attuale di intercessore presso il Padre, vita di colui che viene nella gloria.
Se l’eucaristia è vista nella sua pienezza, è davvero il mistero grande, il mistero che è Cristo, perché è un’unica cosa con lui. Non si può assolutamente dividere un Cristo eucaristico (raddoppiato) dall’unico Cristo che ci consegnano i Vangeli, e che è il Figlio del Padre.
EB allora crede che “l’altro” Evangelo, quello della tradizione giovannea, rappresenti un messaggio che fa un contrappunto alla tradizione sinottica. Insieme sinottici e Giovanni ci danno in pienezza il messaggio eucaristico; non gli uni senza gli altri. Guai se noi ci fermiamo a una dimensione sola dell’eucaristia. EB vuole essere molto semplice, sintetico: se noi ci fermassimo a quanto dice Paolo nella prima lettera ai Corinzi – un po’ quel che è successo in certi momenti della tradizione della riforma protestante, proprio per un privilegio che Paolo ha avuto – l’eucaristia apparirebbe soltanto come un sacrificio redentivo di Cristo. Avete presente che Paolo conclude il suo ricordo eucaristico dicendo:
“Ogni volta che ne bevete, che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunciate la morte del Signore, fino che egli venga”.
Ecco, se uno si ferma a queste parole, finisce per dire che l’eucaristia annuncia soltanto la morte del Signore. Ma è una deriva, perché l’eucaristia appare soltanto più come sacrificio della croce, come sacrificio di Cristo sul Calvario. Errore terribile, in quanto coglie una verità, ma non è l’unica. Nell’eucaristia c’è tutta la vita del Figlio, come dice Giovanni al capitolo 6, tutta intiera, non c’è un solo elemento. Per questa ragione l’eucaristia è memoria della morte di Cristo, è memoria della resurrezione, ma è memoria anche dell’incarnazione, è memoria della sua venuta gloriosa.
Tanto è vero che le eucaristie orientali, che dossologicamente (= sotto il profilo trinitario) sono le più ricche, dopo l’istituzione, dopo il racconto di Gesù, normalmente dicono:
“ … ricordando la sua incarnazione, ricordando la sua passione, ricordando la sua morte, ricordando la sua sepoltura, ricordando la sua resurrezione, ricordando l’ascensione al cielo, ricordando la sua sessione presso il Padre, ricordando la sua venuta nella gloria” (Liturgia eucaristica bizantina, Piero Gribaudi Editore, Torino 1988, pag. 98).
Quella cattolica, più stringata, dice soltanto:
“ … ricordando la sua morte, ricordando la sua resurrezione, ricordando la sua venuta”.
Avete presente? Adesso questa formula viene espressa con un canto.
Tutto è nell’eucaristia. L’eucaristia è un mistero, è un sacramento delicatissimo. Tutte le eresie nella Chiesa hanno sempre avuto un risvolto eucaristico, tutte! Perché è un argomento delicato, delicato proprio perché è Cristo, nient’altro che Gesù Cristo. Quindi la comprensione di Cristo significa una comprensione anche eucaristica. E una comprensione eucaristica significa una comprensione di Cristo.
Le prime tradizioni liturgiche cristiane
Dette queste cose, possiamo iniziare un tragitto anche liturgico. Abbiamo visto come Gesù ha celebrato l’eucaristia. Le fonti dei sinottici, anche se con delle divergenze, a seconda che il racconto si era forgiato nella chiesa di Antiochia o in quella di Gerusalemme, ci hanno detto che Gesù ha compiuto un gesto, prima sul pane poi sul vino, accompagnandoli con parole precise, che riguardavano il pane come suo corpo e il vino come suo sangue (o il calice del sangue dell’alleanza). Noi dobbiamo chiederci: “Da quella sera come si è giunti a celebrare l’eucaristia?”
E’ un cammino difficile in cui non abbiamo molti elementi e molte testimonianze.
Abbiamo la prima testimonianza di una celebrazione eucaristica, narrata all’interno della Didachè (Dottrina dei dodici apostoli), questo testo che può essere collocato negli anni 60 – 75, prima dunque dei Vangeli. E’ un testo che ci dice come celebravano l’eucaristia i cristiani di origine giudaica, cioè gli Ebrei diventati cristiani, la prima comunità. Ecco cosa si dice all’interno di questo testo:
“Riguardo all’eucaristia, rendete grazie così.
Prima sul calice dicendo: «Noi ti rendiamo grazie, Padre nostro, per la santa vite di Davide tuo servo, che a noi rivelasti per mezzo di Gesù tuo servo; a te gloria nei secoli!» (Amen).
Poi per (il pane) spezzato: «Ti rendiamo grazie, Padre nostro, per la vite e la conoscenza che ci hai rivelato per mezzo di Gesù tuo servo; a te la gloria nei secoli.
Come questo pane spezzato era sparso sui colli e, raccolto, è diventato una cosa sola, così Signore raccogli la tua Chiesa nel tuo regno dai confini della terra; poiché tua è la gloria e la potenza per Gesù Cristo nei secoli!» (Amen).
Nessuno però mangi né beva della vostra eucaristia, se non i battezzati nel nome del Signore, perché anche riguardo a ciò il Signore ha detto: «Non date le cose sante ai cani».
Dopo che vi sarete saziati [perché mangiavano, anche se era un pasto rituale era sempre un pasto] rendete grazie in questo modo: «Ti rendiamo grazie, Padre santo, per il tuo santo nome che hai fatto abitare nei nostri cuori, per la conoscenza, la fede e l’immortalità che ci hai rivelato per mezzo di Gesù tuo servo; a te gloria nei secoli! (Amen).
Tu, Signore onnipotente, hai creato ogni cosa a gloria del tuo nome, hai dato agli uomini cibo e bevanda a loro consolazione, affinché ti rendano grazie; ma a noi hai fatto dono di un cibo e di una bevanda spirituale in vista della vita eterna per mezzo del tuo servo. Soprattutto noi ti rendiamo grazie perché sei l’onnipotente. A te gloria nei secoli.
Ricordati, Signore, della tua Chiesa, di preservarla da ogni male, di renderla perfetta nel tuo amore. Santificata, raccoglila dai quattro venti nel tuo regno, che per lei hai preparato. Tua è la potenza e la gloria nei secoli! Amen.
Venga la grazia e passi questo mondo! Osanna alla casa di Davide! Chi è santo venga; chi non lo è si penta. Marana thà (Vieni Signore)».
Ai profeti poi permettete di fare il ringraziamento che desiderano.
(Didachè, 9-10)
La Didachè narra com’era celebrata intorno al 60 nelle comunità cristiane giudaiche. Da notare, è importante, che qui non c’è la memoria dell’istituzione, non si dice: “La notte in cui fu tradito [Gesù] prese il pane, prese il calice”. Però, fate attenzione, ci sono i gesti. “Riguardo all’eucaristia, rendete grazie (fate eucaristia) così: prima per il calice, ringraziando Dio, poi per il pane spezzato”. In sostanza, voi dovete immaginare che l’eucaristia, prima di diventare una formula (o un’anafora), ha vissuto in una certa incertezza. Ciò che facevano i cristiani era ripetere il gesto di Gesù. Cioè trovarsi per una cena (rituale), benedire Dio per il pane, spezzarlo, e poi darlo da mangiare; benedire Dio per il calice e poi passarlo. Questo era essenziale. Non erano essenziali neanche dire: “Gesù ha detto: «Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue»”. Questo è venuto dopo, ma in alcune preghiere eucaristiche questo non c’è. EB fa notare che noi cattolici, per lungo tempo, abbiamo detto che quelle parole consacravano il pane e il vino. Ma quella era un’eresia! Perché è tutta l’azione liturgica che consacra; è “quello che si fa nel nome del Signore”, non “quelle parole”.
Vi dico a questo proposito una cosa straordinaria. La Chiesa siriaca, non cattolica, una chiesa ritenuta dunque nella tradizione scismatica, ha una preghiera eucaristica che si chiama preghiera eucaristica di Addeo e Mari (dal nome dei due che l’hanno composta), come la Chiesa ortodossa ha le anafore di san Basilio e di san Giovanni Crisostomo. Anche noi attualmente abbiamo anche una anafora di san Basilio – forse non lo sapete – la quarta anafora della riforma liturgica. La vedremo poi insieme. Nell’anafora eucaristica di Addeo e Mari non c’è l’istituzione. Il presbitero prende il pane, invoca lo Spirito santo, c’è l’epiclesi, dice che questo pane diventi il corpo di Cristo, ma non ci sono le parole dell’istituzione. Per lungo tempo dunque i teologi cattolici dicevano: “Non è un’eucaristia valida”. Giovanni Paolo II ha firmato un documento con questa Chiesa nel quale quella eucaristia è ritenuta valida, che il canone è un canone a tutti gli effetti, che non solo è legittimo, ma può esser detto e che i cattolici che sono nella zona dell’Irak (dove c’è la Chiesa caldea), che non possono avere preti cattolici per la comunione possono andare alla comunione di questa Chiesa dove è detta questa anafora.
Ve lo dico perché capiate come la vera teologia della Chiesa, non le preoccupazioni di qualcuno, indicano che importante è ripetere il gesto di Gesù, anche se le parole che la Chiesa dice non sono le parole stesse di Gesù. Lo vedremo facendo le anafore, che non ci sono le parole che abbiamo letto nei vangeli. D’altronde nei vangeli abbiamo visto che sono riportate quattro forme di parole dette da Gesù. La Chiesa in seguito le ha radunate insieme ed ha aggiunto alcune cose. Addirittura la versione italiana ha cambiato le parole rispetto al testo latino. Il testo latino delle nuove preghiere eucaristiche dice: “Questo è il mio corpo per voi”. La Chiesa italiana, solo lei, non quella chiesa francese, traduce: “Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi”, che non c’è nella formula latina voluta da Paolo VI.
Questo per dire che non ha molta importanza la parola. Ciò che assicura l’eucaristia è il “fate questo in memoria di me”, è la ripetizione del gesto di Gesù.
Quindi nella Didachè siamo di fronte a una preghiera eucaristica che non ha l’istituzione. Ma i cristiani nel 60 celebravano in questo modo.
Praticamente intorno all’anno 150, un cristiano che si chiama Giustino, che è nato in Samaria, scrive un’apologia all’imperatore Antonino Pio in difesa della fede cristiana. Gli imperatori perseguitavano la fede cristiana. Lui gli manda un testo che gli presenta la fede cristiana per convincerlo a non perseguitarla più. Sono passati ormai 100 anni dal testo Didachè, l’unico che abbiamo della eucaristia celebrata in quegli anni. Giustino dice:
“Innanzi tutto quando c’è un battesimo, noi, dopo aver lavato colui che è credente e che ha dato la sua adesione, lo conduciamo nel luogo dove sono radunati quelli che si chiamano fratelli.”
EB fa notare che già allora soltanto i battezzati partecipano all’eucaristia e che c’è un luogo in cui ci sono quelli che si chiamano fratelli. Anche la Didachè, avete visto, diceva: “non partecipi all’eucaristia chi non è battezzato”.
“Facciamo in comune delle preghiere per noi, per colui che è stato battezzato, per tutti gli altri, in qualunque luogo siano, al fine di ottenere con la conoscenza della verità, la grazia di praticare i comandamenti e meritare la salvezza. Finite le preghiere, ci diamo il bacio di pace.”
Il bacio della pace (cioè la riconciliazione) a quel punto della celebrazione, prima dell’offerta eucaristica, memori delle parole di Gesù: “se tu stai per offrire la tua offerta all’altare ed hai qualcosa contro tuo fratello, (prima) riconciliati, poi fai l’offerta”.
“Poi si porta a colui che presiede l’assemblea dei fratelli del pane e una coppa di vino allungato con un po’ di acqua. Egli li prende e loda e glorifica il Padre dell’universo, per il nome del Figlio e dello Spirito Santo. Quindi fa un lungo ringraziamento per averci fatti degni di questi doni. Quando ha terminato la preghiera e il ringraziamento, tutto il popolo presente fa l’esclamazione: «Amen, amen», una parola ebraica che significa è proprio così. Quando colui che presiede ha fatto il ringraziamento e tutto il popolo ha risposto, i servi, chiamati diaconi, fanno prendere a tutti quelli che sono là il pane, il vino e ne portano agli assenti. Noi chiamiamo questo alimento eucaristia e nessuno può prendervi parte se non crede alla verità della nostra dottrina, se non ha ricevuto il battesimo per la remissione dei peccati, se non vive secondo i precetti di Cristo. Gli apostoli nelle loro memorie, che chiamiamo Vangeli (Giustino sente il bisogno di spiegare), ci riferiscono che Gesù fece loro queste raccomandazioni: Prese del pane, rese grazie e disse loro: «Fate questo il memoria di me. Questo è il mio corpo». Così prese il calice e, rese grazie, disse loro: «Questo è il mio sangue» e li diede a loro soli”.
Questo testo ci dice già come si svolgeva l’eucaristia, con una forma che a poco a poco si costruisce. Per trovare una celebrazione dell’eucaristia simile alla nostra, dobbiamo andare al 215, quando abbiamo un’eucaristia, un canone, una preghiera precisa: è quella che la Chiesa cattolica, con la riforma liturgica del concilio Vaticano II, ha ripreso ed è conosciuta come la seconda preghiera eucaristica.
È una preghiera che viene dal contesto che si chiama “dottrina di Ippolito”. Ippolito era un presbitero diventato addirittura antipapa a Roma (non è certo che sia stato lui a comporla). Comunque è arrivata a noi con questo nome, così che abbiamo l’eucaristia come celebrata nei 215, tale e quale. EB esorta a non dimenticare che, quando il presbitero presiede l’eucaristia usando il canone secondo, fa l’eucaristia proprio come nel 215 era già in uso in tutta la Chiesa di Roma, sicuramente non dopo. E’ importante renderci conto che non è cambiato nulla, nulla.
EB dice che a questo punto, dopo aver capito il movimento, è necessario porci un’ulteriore domanda: “Ma, per giungere a questa forma dell’eucaristia (in cui certamente c’era un pasto durante una cena, nel corso di questo pasto venivano fatti dei gesti in memoria di quello che aveva fatto Gesù e chi presiede diceva quelle determinate parole), hanno inventato tutto o avevano già qualcosa nella Chiesa in cui hanno innestato l’eucaristia?”.
Oggi abbiamo la grande grazia, proprio per il nuovo clima che si e instaurato, di percepire che l’alveo, il grembo in cui l’eucaristia si è formata come rito, era una cena ebraica.
Cosa sappiamo oggi di certo? Sappiamo che all’interno di Israele (il popolo ebraico), il sabato sera veniva celebrata una cena festiva, qualche volta il venerdì sera all’apertura del sabato. Soprattutto gli Esseni, Qumram, i gruppi, le aburot, di cui già è stato fatto cenno, facevano questo pasto comune. Ma questo pasto veniva fatto anche nelle famiglie, soprattutto nelle famiglie dove c’era una vita di fede molto intensa. In questa cena festiva che cosa si faceva?
C’erano in sostanza tre cose:
un rito di benedizione di un calice, all’inizio del pasto. Colui che presiedeva prendeva un calice, lo riempiva di vino, e benediceva Dio per quel calice. Subito dopo prendeva del pane, lo spezzava e ne dava un pezzetto a tutti; era il rito del pane, sempre accompagnato dalla benedizione a Dio per il pane;
poi c’era la cena vera e propria. Si mangiava quello che c’era, un pranzo da festa;
alla fine della cena c’era un grande ringraziamento a Dio, una grande benedizione.
E’ questo rito di benedizione, sopra tutto, che ha forgiato gli elementi per l’eucaristia cristiana. Adesso dovrebbe essere chiaro: Luca nel suo Vangelo, Paolo nella prima lettera ai Corinzi e la Didachè ricordano soprattutto l’andamento di questa cena festiva ebraica, perché dicono che Gesù innanzitutto ha benedetto un calice con il frutto della vite, poi ha benedetto il pane, lo ha spezzato e distribuito, alla fine del pasto, “dopo aver cenato” (postquam coenatum est) come viene ancora detto oggi, ha fatto una lunga benedizione sull’altro calice.
EB ritiene tutto questo è talmente importante, che vale la pena leggere un testo del tempo di Gesù, in cui è possibile capire l’ambiente in cui l’eucaristia, a poco a poco, si è forgiata.
Innanzitutto quelli che erano a cena si disponevano attorno al tavolo.
Chi presiedeva diceva:
”Rendiamo grazie al Signore nostro Dio”, se c’erano molte persone,
“Benediciamo il Signore nostro Dio”, se c’era una decina di persone,
“Benediciamo il nostro Dio”, se c’erano soltanto tre o quattro persone.
E’ un rito che prevede tre formule: una più solenne dell’altra secondo il numero dei partecipanti. Meno persone ci sono, meno il rito è solenne.
Tutti rispondevano:
“Benedetto sia il nome del Signore ora e sempre nei secoli dei secoli”.
Il presidente proseguiva dicendo:
“In accordo con tutti voi (da notare) benediciamo colui che ci fa partecipare ai suoi beni”.
Tutti rispondevano:
“Benedetto colui che ci fa partecipare ai suoi beni, perché è grazie al suo amore che noi viviamo”.
Il presidente di nuovo:
“Benedetto sii tu Signore nostro Dio, re dell’universo. Con i tuoi beni tu nutri il mondo intiero con bontà, grazia e misericordia. Tu dai il pane ad ogni carne, perché eterna è la tua misericordia. Mai ci fai mancare il tuo bene e mai ce lo farai mancare fino nell’eternità. Per amore del tuo grande nome, tu nutri ciascuno di noi e tutti. Tu fai del bene a tutti, a tutte le tue creature prepari il cibo. Benedetto sei tu, Signore, che dai il cibo a tutte le creature”.
Sentite un andamento simile alla nostra preghiera eucaristica? Ma in questo primo punto di che cosa ha fatto memoria colui che presiedeva? Ha fattomemoria della creazione. Dio che ha creato tutto e tutto sostiene.
Seconda memoria:
“Noi ti ringraziamo Signore nostro Dio perché tu hai dato la terra ai nostri padri, un paese di delizie, un paese vasto e buono. Perché tu ci hai liberati dal paese d’Egitto, dalla casa della schiavitù. Perché tu hai stretto l’alleanza nella nostra carne, ci hai donato la legge, ci hai insegnato i comandamenti, ci hai dato vita, grazia, bontà abbondanti. Tu ci nutri costantemente con questo cibo della parola e ci fai vivere ogni giorno, tutti i giorni in ogni tempo. Per questo, Signore nostro Dio, noi ti ringraziamo, noi ti benediciamo, noi ti glorifichiamo. La bocca di ogni vivente benedica il tuo nome santo, ora e per l’eternità. Benedetto sii tu, Signore, per la terra che ci hai dato e per il cibo”.
Questa è lamemoria della redenzione (della liberazione dal peccato), memoria della liberazione dell’Esodo. Notate i punti: I) memoria della creazione, II) memoria della redenzione.
Terza intercessione: inizia a circolare tra i presenti la coppa, il calice dell’alleanza.
“Abbi pietà, Signore nostro Dio, di Israele tuo popolo, di Gerusalemme tua città, di Sion tenda (dimora) della tua gloria, del regno della casa di Davide tuo Messia e della casa grande e santa su cui è invocato il tuo nome. ( Invocazioni aggiunte dopo la presa di Gerusalemme e la sua distruzione.
Notare l’analogia con le domande del Padre Nostro)
Tu, nostro Padre, tu, nostro Dio, tu, nostro pastore, nutrici, sostienici, donaci la pace, donaci la liberazione da tutti i nostri mali.
Signore nostro Dio, noi ti preghiamo, non lasciarci ricorrere a mettere la fiducia nell’uomo di carne e di sangue, né ai doni delle loro mani, ma fa che ricorriamo alla sola tua mano, una mano sempre aperta, santa, piena di doni, affinché non cadiamo nella vergogna e nella confusione per l’eternità. Benedetto sei tu Signore Dio nostro2”.
A quel punto terminava la cena.
Allora è possibile capire che proprio è all’interno di questo contesto che i cristiani celebravano l’eucaristia. Il pane che era spezzato e che veniva dato era memoria di quel pane che Gesù aveva dato come suo corpo; il calice che passava alla fine era il calice del sangue di Cristo, il calice della comunione. Ma tutto questo accompagnato da una preghiera in cui c’era la memoria della creazione e la memoria della redenzione.
In sostanza questo è l’alveo in cui l’eucaristia si è forgiata. Poco per volta ha preso questo andamento. Infatti, quando noi ci troviamo di fronte alle prime celebrazioni eucaristiche, anche nella Didachè, noi vediamo innanzitutto la memoria della creazione, poi la memoria della redenzione, ma i cristiani fanno memoria non solo della liberazione dell’Esodo, ma memoria della liberazione portata da Cristo, la sia morte e risurrezione. Ecco allora in quel contesto si sviluppa il vero e proprio rito eucaristico.