20/05/2007 – CORSO SULL’EUCARISTIA – Incontro 06/10
6° incontro su dieci.
Prima di passare al commento della seconda preghiera eucaristica, EB ritiene essenziale proporre due percorsi che gli sembrano essenziali; farli dopo interromperebbe il commento alle preghiere eucaristiche che, messi uno accanto all’altro, permetteranno una lettura sinottica. In tal modo sarà possibile percepire il proprio delle diverse preghiere eucaristiche che la Chiesa cattolica usa oggi quando ci raduna per la cena del Signore.
Prima tratterà il tema dei nomi dati all’eucaristia, poi quello della lettura antropologica dell’eucaristia, che è estremamente importante. Il percorso attraverso l’A.T. fin qui fatto, ha portato all’eucaristia. Non è possibile dimenticare che, nei gesti di Gesù, c’è una simbologia che va letta anche dal punto di vista antropologico.
E’ stato visto come la preghiera eucaristica ha preso forma all’interno della Chiesa subito dopo la resurrezione di Gesù, per arrivare poi alle celebrazioni eucaristiche che, nel secondo secolo, hanno assunto ormai una struttura sufficientemente precisa, non più giudaica ma tipicamente cristiana.
I nomi dell’eucaristia
L’eucaristia, a partire dal momento in cui ha preso una forma rituale precisa, ha assunto dei nomi, con cui i cristiani l’hanno indicata. Questi nomi sono molto importanti perché, in qualche maniera, ci rivelano la comprensione diversa che i cristiani hanno avuto di tempo in tempo. Credo che noi siamo quelli che abbiamo avuto – in questo senso – la fortuna, ma anche la grazia, di aver visto nella nostra vita cambiare il nome all’eucaristia. Cosa rarissima, perché normalmente questi movimenti avvengono con un trapasso secolare, non in una generazione come è avvenuto per noi. Sono mutamenti che riguardano anche la cultura.
Per tutti noi, quando eravamo giovani fino ai vent’anni circa, il nome dell’eucaristia era la “messa”. Oggi “andare a messa” viene ancora usato nel linguaggio molto popolare, ma tutti i cristiani che hanno una certa maturità di fede, una certa appartenenza, parlano piuttosto di eucaristia, di liturgia eucaristica.
È significativo questo cambiamento, che proseguirà certamente. Oggi ad un cristiano maturo dire messa sembra svilire, non è più un nome evocativo di quello che vuol celebrare con piena consapevolezza. Si dice ancora: ”Esco per andare a messa”, ma se uno deve articolare un discorso dice piuttosto: “Io partecipo all’eucaristia”. EB ricorda addirittura che nel suo linguaggio quand’era piccolo – ma vale per tutta Italia – si diceva: “Vado ad assistere alla messa”, “Vado a prender messa”. Notate il depauperamento che c’era: la messa era qualcosa cui si assisteva, non si partecipava. Oggi è vietato, da parte dei liturgisti cattolici, dire che il sacerdote celebra messa, perché ormai, anche nei nuovi libri, nei nuovi messali, celebranti sono tutti, tutta l’assemblea celebra. Il sacerdote presiede la celebrazione, questo è il linguaggio.
EB dice ancora, a titolo di esemplificazione sull’argomento, di aver visto una rivista di architettura liturgica in cui c’erano le varie aree: per il popolo, l’altare,… ebbene c’era scritto “qui normalmente c’è il celebrante”, al posto di presidente, e l’area dell’altare era detta “area della celebrazione”. No! Siccome tutti sono concelebranti, l’area dell’altare diventa “spazio per i movimenti liturgici”. E’ quasi una forzatura, ma per dire che ormai la comprensione che noi abbiamo, muta anche il nome.
La Chiesa ha dato nomi diversi, secondo le culture, secondo le epoche. Tutte insieme ci dicono la grandezza dell’eucaristia.
Il primo nome vi dovrebbe ormai essere chiaro. Se l’eucaristia è nata in ambiente giudaico, se la prima comunità cristiana era costituita da giudei, allora il primo nome dell’eucaristia è stato“berakha” cioè “benedizione”.
D’altronde erano le stesse preghiere che imponevano questo nome: “Benedetto sei tu, Signore nostro Dio, re eterno, che fai produrre il pane alla terra”. Notare: “Benedetto sei tu.” Benedetto – Baruc – beratha – benedizione. Questo lo ritroviamo in Marco ed in Matteo, Gesù: “prese il pane, disse la beratha (disse la benedizione), lo spezzò, lo diede”. Solo sul calice c’era il ringraziamento (l’eucaristia), sul pane c’era la benedizione. Questo è un primo titolo; EB dice che non è il caso di imbarazzarci con molti nomi. Beratha in ebraico, euloghia in greco, esprimono in sostanza il concetto di benedizione.
L’altro termine che l’Eucaristia ha avuto all’inizio, è quello dato da coloro che erano diventati cristiani ma provenivano dal paganesimo, sopratutto ad Antiochia, poi in tutte le Chiese del Medio Oriente. Nelle comunità paoline e giovannee, si è parlato dieucaristia. E’ un termine che viene da un verbo greco eucaristein che significa “Rendere grazie, ringraziare”, cioè pronunciare una lode a Dio, per tutti i doni che Dio fa all’uomo, per il suo intervento salvifico.
In ebraico questo termine si dice: “todà”, era in termine di ringraziamento sull’ultimo calice del vino, nella cena festiva ebraica. Per questa ragione, nell’istituzione di Gesù secondo Marco e Matteo, Gesù sul pane disse la benedizione (la preghiera di ringraziamento), sul vino rese grazie, eucaristein è chiaro?
Questo è un termine che si può dire “paolino”, in quanto si impone all’interno delle comunità formate da pagani diventati cristiani. EB osa dire che questo termine indica la vera spina dorsale dell’eucaristia, che è essenzialmente “un gran ringraziamento”.
Ecco questo termine perché è ritornato, si è imposto ed oggi tutti parlano di eucaristia. In teologia, in qualunque libro di teologia, non si trova più “Messa”, mai, si parla sempre di eucaristia. E’ il termine più appropriato: un grande ringraziamento a Dio.
Dire che un uomo è eucaristico significa dire che è un uomo che sa rendere grazie a Dio, che sa fare di ogni cosa eucaristia. Paolo, nella lettera ai Tessalonicesi, dice: “Voi fate eucaristia di ogni cosa”. È un invito a rendere grazie a Dio per ogni cosa.
Indubbiamente, ad un certo punto, soprattutto nel mondo greco,“euloghia” e “eucaristia” (benedire e ringraziare) non erano molto distanti. Benedire esprime più il senso della lode, ringraziare quello di rendere grazie per qualcosa; ma rendere grazie per qualcosa è lodare qualcuno per qualcosa. Come si vede, queste due espressioni sono molto simili.
La terza espressione usata è“frazione del pane”. Si trova nei vangeli quando Gesù celebra l’eucaristia a Emmaus e come termine per indicare l’eucaristia nella prima comunità cristiana di Gerusalemme (At 2, 42). Lo stesso termine è usato quando Paolo celebra a Troade l’eucaristia il primo giorno della settimana (la domenica), poi ancora in At 27, là dove c’è il naufragio e la tempesta di Malta.
Nel pasto giudaico, colui che presiedeva dava la benedizione sul pane, poi lo spezzava e ne dava un pezzetto a tutti, come ha fatto Gesù. Era una benedizione a Dio per il pane, che è essenziale per il sostentamento dell’uomo. Gesù, però, deve aver dato particolare solennità a quest’atto dello spezzare, di conseguenza “frazione del pane” era un nome usato per indicare l’eucaristia. I primi cristiani ci tenevano! Nelle loro case “spezzavano il pane”.
Qual è l’idea che dà lo spezzare il pane? E’ l’idea di una comunione, di una partecipazione a un unico pane, di partecipazione nella giustizia a un’unica tavola. Ne segue che “frazione del pane” ha piuttosto questa valenza: l’eucaristia come comunione, come condivisione del pane; tutti ne prendono una parte e tutti allo stesso modo. E’ chiaro che l’eucaristia avrà sempre questa valenza, non soltanto di comunione ma anche di equa distribuzione dei beni.
Quarto termine con cui l’eucaristia è stata designata è“cena del Signore”. Lo troviamo nella prima lettera ai Corinti (11, 20), quando Paolo scrive dice: “Quando voi vi radunate, voi non mangiate la cena del Signore”. Cena del Signore, pasto del Signore, la tradizione protestante ha conservato questo termine proprio perché non volevano utilizzare il termine di messa, sappiamo che Lutero, nella polemica contro i decreti del concilio di Trento, si batte molto contro questo termine. Da Lutero in poi i protestanti hanno parlato di cena del Signore, che è un termine paolino, oppure di Santa Cena. Anche in questo appare sempre evidente la predilezione per Paolo da parte della Riforma.
Accanto a questi termini, che sono i più appropriati (i veri termini) in quanto presenti nei Vangeli e nel Nuovo Testamento – quindi canonici (nel senso di “regola”) -, EB ricorda altri termini che l’eucaristia, entrando nelle diverse culture, ha assunto. Si dice che vi sia stata un’inculturazione. Ma l’inculturazione, che è sempre un processo con cui si trasmette qualcosa, per un verso trasmette (“tradere” = trasmettere), ma per un altro verso – come noto – “tradere” è sempre anche un “tradire”. Per questa ragione sono nati altri nomi.
Un primo nome è stato quello di“oblazione”, offerta. Nei culti pagani si facevano le offerte agli dei. Poiché nell’eucaristia si fa un’offerta a Dio, è stato usato questo nome, da cui ha avuto origine “l’offertorio”. Lo ricordiamo ancora tutti.
Ma, attenzione! EB ricorda che la liturgia del dopo concilio Vaticano II non vuole più che si chiami “offertorio”. I preti per pigrizia continuano ad usare questo termine, ma in realtà la riforma liturgica parla di presentazione dei doni. Offertorio richiama molto il gesto pagano, quando c’era chi prendeva un dono e lo offriva a Dio.
Ma il nostro Dio non ha bisogno dell’offerta di nessun dono. Infatti il presbitero, nel nuovo rito dopo la riforma liturgica, prende il pane, lo alza e dice:
Benedetto sei tu, Signore, per questo pane, frutto della terra e del lavoro dei campi, lo presentiamo a te – non “te lo offriamo” – affinché tu lo cambi nel corpo di Cristo.
Un altro termine, molto simile, è stato “sacrificio ”. Questo termine ha prevalso – ed è stato quindi privilegiato – soprattutto nella teologia tridentina. Siccome nel mondo pagano si celebravano sacrifici, è chiaro che l’aspetto del sacrificio del Servo del Signore, di Gesù Cristo, è diventato il nome per indicare il tutto.
Ancora si è usato“liturgia”, parola greca che significa “azione comune”, “azione fatta insieme”. La chiesa ortodossa chiama comunemente l’eucaristia ”divina liturgia” ”, non usa altri nomi.
Poi, ad un certo punto, si è parlato di “messa ”. Questo termine è il più depauperante. Perché?
Il termine di messa è nato semplicemente dal saluto finale: “Ite, missa est”. Ma cos’è questo termine? Nient’altro che la fine dell’udienza del tribunale romano; quando finiva un’udienza a quel tempo, come del resto ancora oggi, si diceva: “Ite in pace, missa acta est”, “L’udienza è sciolta”. Il significato era: “Andate pure, quello che doveva essere fatto, è stato fatto”.
Più tardi i liturgisti più in gamba, che si erano resi conto del depauperamento di questo termine, studiarono che “missa est” era semplicemente il perfetto del verbo mittere al passivo. Per cui “missa est” significava: ”La vittima e stata mandata”. Così era chiusa l’eucaristia. Ma questa era una interpretazione recente da parte dei liturgisti che cercavano di dare un senso a una parola burocratica che indicava semplicemente la fine dell’assemblea o la fine dell’udienza. Quindi dire “Messa” non ha proprio nessun senso! Andrebbe addirittura evitato!
EB rileva poi che altri termini, tuttavia come si può vedere, indicano altri movimenti, altre forme di comprensioni. Eccone alcune.
Lapreghiera di ringraziamento, cioè la preghiera che va dal Prefazio fino al “per Cristo, con Cristo e in Cristo”, quella che oggi nei messalini è chiamata preghiera eucaristica, ha avuto diversi nomi.
In Oriente ha prevalso il termine anafora (Anafora, dal greco anaphora, significa elevazione; a Roma è prevalso il termine canone, dal greco canon, che significa regola). Infatti, quando le Chiese hanno incominciato ad avere una preghiera, all’inizio indubbiamente hanno avuto come modello l’ haggādā pasquale, cioè una preghiera canovaccio. Canovaccio cosa vuol dire? Che era assolutamente necessario in quelle preghiere che fossero dette alcune cose, ma poi chi le diceva poteva usare il suo linguaggio, usando la sua capacità narrativa, la sua capacità teologica. Poteva effettivamente fare qualcosa anche di molto bello, di molto elaborato.
Quando sarà trattato il secondo canone, quello di Ippolito, occorrerà fare attenzione. Infatti troveremo che sta scritto: “il presbitero dirà così, però, se è capace a dire di più, può dire molto di più”. Il che significa che la formula era un canovaccio, molto breve, con le cose essenziali, ma ognuno poteva arricchirlo e svolgerlo a piacere.
Poi, nel quarto secolo – l’epoca dei grandi Padri – i Padri della Chiesa hanno composto le anafore (le preghiere eucaristiche).
Nella Chiesa cattolica la preghiera eucaristica è stata chiamata canone, dal greco regola. Infatti nei vecchi messalini, c’era scritto canon missae, canone della messa.
Oggi pochi dicono canone, tutti diciamo piuttosto preghiera eucaristica. Ma è l’accento che cambia: prima si indicava la regola, bisognava essere fedeli alla regola, nessun presbitero si sognava di cambiare una parola al canone, doveva essere usato tale e quale era. C’erano addirittura gli scrupoli di sbagliare nel dire anche solo una parola diversa. Oggi c’è anche la possibilità di fare piccoli mutamenti. Inoltre la preghiera eucaristica è stata tradotta in parecchie lingue, con traduzioni che presentano anche diversità.
Oggi stanno rivedendo le preghiere eucaristiche di trent’anni fa. L’espressione preghiera eucaristica, quindi, sottolinea piuttosto che l’importante è che tutti vi partecipino, che abbiano piena comprensione.
In fine un’ultima cosa. La Chiesa romana (La Chiesa cattolica è ben più estesa della Chiesa romana, la Chiesa di Milano ha il rito ambrosiano, in Spagna quindici anni fa la Chiesa mozarabica ha fatto un messale straordinario riprendendo antiche preghiere) ha avuto per secoli un solo canone: il canone romano, quello che tutti noi abbiamo conosciuto fino al ’70, ed oggi chiamiamo prima preghiera eucaristica. Però la chiesa di Antiochia ha 70 anafore (70 preghiere eucaristiche diverse), i Maroniti del Libano, che sono tutti cattolici, hanno 12 preghiere eucaristiche diverse, la Chiesa etiopica ne ha 22, quella copta ne ha 7, quella bizantina due: quella di Giovanni Crisostomo, che usa abitualmente, e la liturgia di san Basilio, per le solennità. La Chiesa cattolica mozarabica (Spagna) ha preghiere eucaristiche diverse per ogni domenica, per ogni festa che celebra.
Questo per far capire perché la Chiesa cattolica e Paolo VI, al momento della riforma liturgica, hanno avuto certamente un grande coraggio ad innovare e dire: ”se la Chiesa cattolica ha avuto dal quinto secolo, da Ambrogio fino ad adesso, un solo canone, ha tuttavia diritto ad avere più canoni, come tutte le altre Chiese, comprese le Chiese cattoliche non romane”.
Paolo VI quando ha ritenuto di aumentare il numero delle preghiere eucaristiche (o anafore, o canoni) per non lasciare che la Chiesa di Roma avesse soltanto il canone romano – certamente venerabile ma anche piuttosto povero (un canone un po’ disordinato, che non aveva certo la ricchezza delle preghiere di san Basilio o di san Giovanni Crisostomo). Attualmente la Chiesa cattolica ha quattro preghiere eucaristiche:
il canone romano (rivisto);
l’antico canone della chiesa di Roma, quello c.d. di Ippolito del 215, che non era più stato usato;
un canone completamente nuovo;
il canone di san Basilio, perché molto ricco.
Inoltre ha altre tre preghiere eucaristiche, che troviamo nel messale alla fine: la preghiera eucaristica quinta, quella della riconciliazione e quella dei fanciulli. La quinta preghiera e quella della riconciliazione non sono state redatte da Roma.
Ci sono poi alcune Chiese che, sempre nell’ambito della Chiesa cattolica, ne hanno altre, come in Congo.
Tutto quanto detto è per dimostrare come il modo di celebrare l’eucaristia, così come la celebriamo oggi, sia rimasto sempre uguale fin dal quarto secolo, in sostanza dall’età dei grandi Padri della Chiesa.
TABELLA
Iberakha
(ebraico) = benedizione = euloghia
Ambiente giudaico
IIeucaristia
= rendere grazie = Todà(ebraico)
Antiochia – Paolo – Giovanni
IIIfrazione del pane
= comunione, partecipazione ad un’unica tavola, nella giustizia
Canonici (regola)
Emmaus, Gerusalemme (At 2,42), Paolo a Troade,
Paolo naufragio (At 27)
IVcena del Signore
Usato da Lutero e dai Protestanti
1Cor 11,20
I NOMI
DELL’EUCARISTIA
V oblazione
= offerta
Collegamento ai culti pagani
“Offertorio” termine ora soppresso, sostituito con “presentazione dei doni”
VI sacrificio
Teologia tridentina
Culturali
VII liturgia
= azione comune (laos = popolo + ergon = opera)
Chiesa ortodossa
VIIIanafora
= oblazione = offerta
IXmessa
=> Ite missa est
Lettura antropologica dell’eucaristia
Gesù ha fatto un gesto profetico sul pane e sul vino, ed ha accompagnato questo gesto con delle parole. Certamente Gesù ha fatto tutto questo, inserendosi naturalmente nella celebrazione del pasto rituale giudaico (pasto pasquale, pasto di festa) .
Noi dobbiamo renderci conto che nel gesti e nelle parole di Gesù, inseriti nel pasto rituale giudaico,c’è una ricca simbologia.
Di fatto, qualunque cosa noi facciamo, diamo ai nostri gesti una portata simbolica; con un segno indichiamo qualcosa di diverso. Sant’Agostino diceva: “Un segno è una cosa che, oltre all’impressione che produce sui sensi, fa venire un’altra idea”.
Un esempio molto semplice: se prendo un chicco di grano e lo mastico, ho l’idea di mangiare del grano, ma non posso in quel momento non pensare che, se un chicco di grano macinato muore, è, in qualche misura, per darmi la vita; quindi mi dà un’idea ulteriore. Questa è la portata simbolica.
Nell’eucaristia i simboli sono estremamente importanti, come del resto in tutta la liturgia. Infatti tutta la liturgia è essenzialmente simbolica; è sempre fatta di gesti e di parole, ma gesti e parole che sono “simboli”. E’ necessario fare attenzione al fatto che il messaggio simbolico è il “proprium” della liturgia, sono parole e gesti che vanno oltre quello che viene detto e fatto.
Quando uno versa dell’acqua sulla testa di un altro, di certo è un lavacro della testa, ma quel gesto può eventualmente assumere il significato di lavacro dei peccati. Quando noi mangiamo del pane, certamente di pane si tratta, ma nell’eucaristia noi lo sentiamo come pane di vita eterna, come corpo del Signore. Questa è la portata simbolica.
I simboli che riguardano la natura, sono importantissimi. EB vuole davvero che quello che dice sia inteso, per molti aspetti, come la cosa più nuova dell’eucaristia, non soltanto ma anche, per molti aspetti, quella più importante, perché è il legame tra la vostra vita umana e la vita cristiana.
Per EB la comprensione di questi elementi dell’eucaristia è determinante, infatti se è vero che l’eucaristia è la massima cattedra, il più grande magistero, non deve essere dimenticato che è un magistero di vita, non semplicemente magistero di verità trascendentali. L’eucaristia deve insegnare tutto, compreso il quotidiano.
L’idea, che sta anche dietro a questi cammini, è che un uomo eucaristico è un uomo pienamente uomo, è un uomo che sa fare della sua vita un’opera d’arte. E chi fa della sua vita un’opera d’arte, fa della sua vita un’eucaristia, diventa un uomo eucaristico. Al di là della fede cristiana che esprime, ha un modo di vivere che è il più umano possibile, si può dire “il più umanizzato possibile”.
Il pane
Per l’eucaristia innanzitutto sono essenziali pane e vino. Pensiamoci bene, il pane ed il vino vengono dalla natura, quindi ci rimandano innanzi tutto alla terra. Il pane esce dalla terra, lo dice anche il Salmo 104:
13Dalle tue alte dimore irrighi i monti,
con il frutto delle tue opere sazi la terra.
14Fai crescere il fieno per gli armenti
e l’erba al servizio dell’uomo,
15perché tragga alimento dalla terra,
il vino che allieta il cuore dell’uomo.
Il vino esce dalla terra. Quando noi mangiamo pane e vino, noi mangiamo la terra, ci nutriamo della terra. EB chiede: “Avete mai pensato che la terra è nostra matrice?”. Dio ha fatto l’uomo (l’‘âdâm) tratto dalla terra (‘âdâmâh) dalla quale dipende la sua vita. Poi morendo noi torniamo alla terra e diventiamo terra, né più né meno. Ma per tutto il tempo che siamo in vita noi mangiamo la terra, noi ci nutriamo della terra. C’è quindi un legame straordinario tra noi e la terra.
Ma attenzione: nello stesso tempo però quel che viene dalla terra ha bisogno di un lungo processo, si può dire che ha bisogno di essere umanizzato, perché in realtà tutto quello che arriva alla nostra bocca non è soltanto frutto della terra, ma è frutto del lavoro, della cultura. Natura e cultura, è straordinario! L’eucaristia deve avere anche questi riferimenti.
EB invita a riflettere sul fatto che quando uno mangia, uno dice “sì” al mondo, dice “sì” alla vita. Chi non mangia (l’anoressico, l’anoressica) è persona che non sa dire “sì” alla vita ed al mondo. E’ significativo che l’anoressia sia una malattia che appare sempre quando uno viene completamente al mondo, a dodici, tredici, quattordici anni, nel momento dello sviluppo, in cui uno davvero prende coscienza del mondo, non è semplicemente venuto alla vita dall’utero della madre. E’ al momento in cui prende coscienza del mondo che il mangiare diventa un problema. Le scienze umane e quelle mediche oggi con i loro studi sull’anoressia ci fanno capire che è un problema soprattutto psicologico, ma è un problema che tocca tutta la persona umana. Allora è importante dire “sì” al mondo e dire “sì” alla vita, mangiando il mondo. Non si può vivere senza nutrirci di ciò che viene dalla terra.
Dobbiamo pensare che il pane è fatto con il grano, ma il grano a sua volta è frutto di una lunga selezione delle granaglie, un lavoro durato secoli (i primi uomini in realtà non usavano il frumento). E’ stato un processo molto lungo ed impegnativo quello di selezionare le granaglie per arrivare al frumento del pane di farina. E non soltanto … c’è il lavoro della semina, a sua volta preceduto dall’aratura, poi con l’erpice bisogna passare a sotterrare il grano. C’è la crescita … ; poi il grano va mietuto, battuto, selezionato, macinato per ottenere la farina, poi c’è il lavoro di chi impasta, di chi cuoce. Ci sono l’acqua ed il fuoco. Natura, acqua e fuoco ed il pane arriva sulle nostre mense. È una cosa straordinaria.
Gesù ha voluto proprio che il segno eucaristico fosse un segno estremamente ricco.
Il pane, segno della necessità, del bisogno. Senza pane noi moriamo; chi non mangia non dice “sì” al mondo e muore. Ma natura e cultura miste insieme.
EB ricorda un film di un regista francese degli anni ’80, che forse pochi hanno visto in Italia: “Genesi di un pasto” “Genèse d’un repas”. È un film straordinario, in cui alcuni amici decidono in un week-end di andare a fare un merendino. Si trovano, ognuno porta qualcosa da mangiare, fermano le auto, vanno nel prato, parlano, giocano. Poi ognuno tira fuori quello che ha portato da casa: uno ha una scatoletta di tonno, l’altro una scatoletta di ananas, uno il pane, l’altro la focaccia, uno le cipolle ripiene cucinate da sua moglie che le fa così buone, l’altro le coscette di coniglio impanate altrettanto straordinarie. Ma la cosa bella è che l’idea di fare la festa è venuta a quello che compiva 60 anni e voleva stare con gli amici. Era anche uno capace di presiedere un pasto e di parlare con le cose, per cui pone domande e dice: “E allora pensate dall’ananas, che è coltivato e raccolto ai tropici da persone dei tropici, del terzo mondo, messo in scatola arriva qui; pensate al tonno, con tutta la lotta necessaria per prendere il tonno, poi trattarlo, metterlo in scatolette; alla moglie, la quale gli ha preparato il ripieno ed lo ha messo nelle zucchine e nelle cipolle. Un film straordinario, condotto molto bene, un film che mostra bene come quello che noi mangiamo è un processo senza fine, è il processo attraverso cui la natura viene mangiata da noi. Quando uno mangia i prodotti della natura, mangia la terra, ma, attenzione, si alimenta anche di tutta la cultura.
Tutto quanto è ben espresso nella formula della presentazione dei doni:
Sii benedetto, Signore nostro Dio, per questo pane, frutto della terra e del lavoro dell’uomo.
Si è sentito il bisogno di esprimere questo nesso vitale tra la natura e la cultura. Non capisce bene l’eucaristia chi non coglie questi nessi. EB esorta a non pensare: ”Ma questo cosa centra col corpo del Signore?” Centra sì! Perché Gesù ha voluto che il suo corpo fosse significato dal pane, dal pane del bisogno, perché senza mangiare noi moriamo.
È quel pane che chiediamo ogni giorno nel Padre nostro: “dona oggi il nostro pane quotidiano”. Origene diceva: “Quel pane è l’eucaristia”. Ma al di là di questa interpretazione, il legame resta un simbolismo naturale, un simbolismo culturale e storico.
Il vino
Il vino è esattamente il contrario del bisogno. Si può stare tutta la vita senza bere vino. Ci sono culture che il vino non sanno neanche che cosa sia. Gesù ha scelto il vino, non ha scelto l’acqua, anche se l’acqua è dappertutto. Il vino non può essere dappertutto, è tipicamente mediterraneo. Eppure Gesù ha scelto il vino.
Anche il vino viene dalla terra, ma la vite deve essere coltivata con grande cura, c’è poi la vendemmia e c’è il complesso processo culturale del fare il vino. Sappiamo bene che la cultura di un popolo mediterraneo si esprime nel fare il vino: là dove c’è ampia cultura si sa fare il vino buono, dove la cultura è monca non sanno fare vino. Fare il vino è un’arte. Attenzione, il vino è il simbolo della gratuità, non è necessario come il pane. Ma l’uomo senza la gratuità non vive. Quante cose noi dobbiamo fare gratuite! Altrimenti non ha senso la nostra vita. Se noi facessimo tutto soltanto in base al dovere o in base ai diritti, la nostra vita non si terrebbe.
Ecco perché è importante l’accostamento pane e vino. Il pane che rinvia alla necessità – senza quello si muore – ma il vino che rappresenta la gratuità – dà gioia, dà ebbrezza, dà la possibilità di trascendere il quotidiano. Anche il vino è frutto della terra e del lavoro dell’uomo. Però nell’eucaristia è importante che ci siano entrambi, il pane che esprime il bisogno, il vino che esprime la gratuità, la grazia. D’altronde non a caso “grazia” è il termine dell’amore di Dio, pienamente gratuito, ma immeritato.
La tavola
In quanto cibo, pane e vino sono legati alla tavola. L’eucaristia, oltre al pane ed al vino, ha bisogno di una tavola. San Paolo parla addirittura di tavola del Kyrios, tavola del Signore (1a Cor 10, 21), c’è la cena del Signore, c’è la tavola del Signore.
A tavola è nata la cultura. Gli uomini primitivi facevano correre un cavallo o una mucca fino a farla cadere in un crepaccio o l’assalivano fino ad ammazzarla, poi tagliavano le parti di questo animale ed ognuno se lo mangiava; si comportavano come si comportano gli animali, né più, né meno. La cultura è nata il giorno in cui quegli uomini hanno incominciato ad arrostire, a cuocere quel che volevano mangiare ed a mettersi insieme per consumare il pasto. Sarà stata soltanto una pietra al centro, solo un fuoco, poco importa, ma lì è nata la cultura. La tavola ha di per sé una qualità straordinaria. EB ritiene che il segno più grave del degradamento attuale culturale dell’Occidente sia quando non c’è più la tavola ma il self-service. Il self-service, in un certo senso, ci ha riportato alla condizione degli animali, in cui ognuno mangiava qualcosa per conto suo. Esattamente come gli animali, un po’ più puliti perché si usano le posate, ci si lava le mani e si mangia il “primo piatto”, poi il “secondo”.
EB ritiene chela tavola sia il luogo dell’incontro. Quando si è a tavola, si è a tavola per mangiare insieme, non soltanto per soddisfare un bisogno, altrimenti ognuno lo soddisfa come vuole. E’ cosa nota che la patologia della vita famigliare si mostra sovente a tavola, ne è il segno. C’è chi arriva prima, chi dopo … , uno ha mangiato, l’altro non ha ancora mangiato. Ci possono essere tutte le ragioni: uno va a fare footing, l’altro va in palestra, l’altro ancora ha la lezione di inglese … però questo è un imbarbarimento.
In Francia è uscito un bellissimo libro che si intitola “Petits pas vers la barbarie” [Piccoli passi verso la barbarie], di un sociologo molto bravo, che nota come l’Occidente stia andando verso la barbarie. Tutto questo è rilevabile anche a livello politico, però giustamente lui fa notare tanti altri elementi della barbarie quotidiana, quella che si consuma poi all’interno del nostro quotidiano famigliare. E pone degli interrogativi anche su questo: “Cos’è diventato il pasto?”.
L’insegnamento che abbiamo dallo stare a tavola è che la condivisione del cibo; non che ognuno arraffa e mangia per sé! È un vero antidoto all’egoismo, all’amore esclusivo per sé, al consumismo.
La tavola è il luogo magisteriale per eccellenza della communitas. A tavola, luogo in cui è nata e si è sviluppata la cultura, si è sviluppato il linguaggio. Questo ce lo dicono tutti gli antropologi.
Ecco allora perché si parla ditavola del Kyrios, non a caso è una tavola a cui ci invita il Signore. È lui che presiede la tavola! Allora la tavola eucaristica, se deve essere un segno profetico della tavola dell’umanità, a cui tutti siedono e tutti condividono il cibo, non dovrebbe essere la tavola della differenza. Non ci deve essere l’accaparramento da parte dei ricchi, dei potenti di questo mondo, perché tutti hanno diritto allo stesso cibo, alla stessa tavola. Alla tavola del Kyrios deve avvenire la coinonia, la comunione.
EB esorta a riflettere sul fatto che, quando noi mangiamo a tavola, partecipiamo a tutti i fenomeni di produzione e di ripartizione che il mondo ingloba. Questo è straordinario. Se c’è un luogo nel quale noi dovremmo essere attenti è a tavola, in quanto lì si consuma il nostro rapporto con gli altri.
Non è forse a tavola che si accendono con più facilità le liti, dove si è capaci di fare i grandi gesti di offesa o di amore. Un tempo, quando c’era una vita più sanguigna e meno formale, l’occasione delle grandi liti o dei grandi amori erano i matrimoni ed i funerali. Con quanta apprensione si viveva il pranzo del matrimonio, perché si temeva che prima della fine qualcuno dei parenti facesse rivalere antichi rancori. Lo sa bene chi ha ancora culture come quelle del Sud d’Italia, come quella della Sardegna, dove ci sono ancora questi elementi estremamente forti che governano. Da noi è tutto talmente burocratico, che ai funerali non c’è neanche più il pasto insieme, ognuno va per conto suo. Ma dove ancora c’è la celebrazione dell’evento – che sia di dolore o di gioia – accompagnato con un pasto, i rapporti sono più fragili, lì si accendono le liti o si è pronti alle alleanze più forti del mondo.
L’appetito è indubbiamente un sorta di aggressione … e quando noi abbiamo l’aggressione dell’appetito, ci accompagnano gli elementi aggressivi verso gli altri che ci portiamo dentro. Non è che riusciamo sempre a distinguere bene l’elemento aggressivo che si ha verso il piatto, da quello che ha verso “l’altro” … ». Ci vuole una grande disciplina, lo stare a tavola è una grande arte.
EB insiste: “Non so se ci pensate, ma fare un invito a tavola è il modo più elementare per dire: «Io ti voglio bene». Notate come si concludere un invito: chi ha invitato dice: «Grazie che sei venuto”, e chi è stato invitato a sua volta dice a chi l’ha invitato: «Grazie di avermi invitato»”. È l’eucaristia; è il rendere grazie. Ecco perché l’eucaristia è un magistero per la vita normale.
Quando uno vuole bene a un’altra persona, gli fa da mangiare, perché è la maniera minima per dire: «Io voglio che tu viva e, se voglio che tu viva bene, ti faccio da mangiare molto bene». Le mogli che cucinano lo sanno bene, quando il marito gli porta a casa qualcuno che loro non amano o non sopportano, cucinano male in quella occasione, anche se non lo vogliono qualcosa va storto.
Ma non dimentichiamo che cosa è stata la tavola per Gesù, quanti incontri ha avuto a tavola! Leggendo il vangelo quanti incontri a tavola riscontriamo, da Cana all’unzione di Betania: Levi, Zaccheo, il pasto con i peccatori a cui Gesù andava, la tavola di Simone il Fariseo, la tavola di Betania … Quando si evoca l’eucaristia – la tavola del Signore – non si può non pensare a tutte le volte che appare il banchetto nei vangeli.
E quante volte Gesù parla del regno dei cieli come di un banchetto! Profeticamente era un immagine della celebrazione della vita, della celebrazione dei rapporti tra gli uomini. «Un uomo fece un gran banchetto … , un uomo fece una cena …, al banchetto del regno di Dio verranno da Oriente e da Occidente … »
Nell’eucaristia è il credente che diventa corpo di Cristo.
Il cibo che noi mangiamo ci rimanda alla nostra condizione corporale: noi dobbiamo mangiare e bere per non morire. Queste stesse azioni hanno anche il loro significato nell’eucaristia. C’è del pane, cibo solido, che richiede di essere mangiato, richiede di essere distrutto coi denti, di essere ingoiato; tutte azioni molto attive, che bisogna voler fare.
Notate bene che Gesù ha detto chiaramente: «La mia carne è vero cibo. Chi mangia la mia carne …» e ricordate che i discepoli hanno detto: «Ma questo linguaggio è duro». Talmente duro che … EB ricorda che , quando era piccolo, la Chiesa diceva che se si toccava con i denti l’ostia si facevo peccato. Esattamente il contrario di quel che richiede l’eucaristia, che chiede di masticare, chiede quest’atto volontario di distruzione del pane.
Perché è così importante? Perché quando il credente mastica il pane eucaristico, inizia un processo di digestione – già in bocca – per cui prende coscienza con tutte le fibre che mangia pane, ma che, essendo pane-corpo di Cristo, un metabolismo spirituale fa si che egli sia trasformato in corpo di Cristo. Questo è esattamente il contrario di quel che avviene col cibo, infatti se uno mangia una banana, la digestione fa sì che la banana nutra, faccia crescere chi la mangia. Quando il credente prende il pane in cui c’è Cristo, diventa il corpo di Cristo. È un metabolismo capovolto! E’ questo l’atto essenziale da cogliere.
I Padri della Chiesa hanno sempre insistito su questo.
Ma accanto al pane c’è il vino, che è una bevanda. Anche l’atto del bere è un atto importante. EB sostiene che oggi ci vorrebbe una rieducazione, perché la gente non sa più bere. Terribile! Ma sostiene che occorre anche una rieducazione liturgica, perché per secoli il calice era riservato al presbitero. Da poco è uscito il nuovo messale con la disposizione che l’eucaristia deve essere data a tutti con il pane e con il vino. EB sostiene che certe cose sono tali che la pigrizia clericale preferisce non dirle, ma in tutte le liturgie dovrebbe esserci anche l’accesso al calice. Fino ad ora era permesso in luoghi particolari, come i monasteri, ed eventualmente in certe occasioni come il matrimonio, la professione religiosa. Adesso no, sempre, sempre!
Questo è un grande segno. E’ vero che Gesù Cristo è tutto contenuto già col pane, non è che non bevendo il vino in qualche misura si riceva un Cristo diminuito o depauperato, però l’ordine di Gesù è: “prendete e bevetene tutti». Questo atto è voluto da lui, si tratta di fare ubbidienza a lui. E il bere è importante, perché nel bere di nuovo noi siamo assimilati a Cristo, e ancora non è il sangue di Cristo che diventa il nostro sangue, ma il contrario.
Nell’alimentazione il cibo diventa corpo, ma nell’eucaristia è il credente che diventa corpo di Cristo”.
Il digiuno
EB fa notare che la Chiesa un tempo, quando capiva bene l’eucaristia, chiedeva il digiuno lungo. EB ritiene vergognoso che si sia arrivati a richiedere il digiuno di un’ora, perché considera il digiuno eucaristico essenziale, è una delle cose più serie che ci sia. L’oralità è un gesto troppo importante per non riuscire a distinguere tra il corpo di Cristo e quello che mangiamo quotidianamente. Soltanto quando ci si esercita a dire: “Ho fame, mangerei qualcosa, vorrei bere qualcosa … no ho l’eucaristia questa mattina”, ci si prepara a ricevere “con forza” il corpo del Signore.
La Chiesa un tempo era molto esigente; fino agli anni ’50 il digiuno dalla mezzanotte era assoluto, come ancora per tutti gli ortodossi, i quali sentono come uno dei tradimenti grandi il fatto che la Chiesa cattolica abbia tolto il digiuno. EB lo sente come una delle cose che gli dà più problemi.
EB insiste nel richiamare l’attenzione sul fatto che non è una questione ascetica (il sacrificio il non mangiare prima dell’eucaristia), ma di esercizio al discernimento orale: avere la coscienza che ci si prepara a ricevere il corpo del Signore.
Non ritiene possibile che si mangi e, subito dopo si partecipi all’eucaristia. Ultimamente ci sono addirittura delle messe alle tre del pomeriggio della domenica. Se uno ha finito alle due un gran pasto e dopo un’ora c’è l’eucaristia, è vergognoso. Ci deve essere una “tensione” all’eucaristia.
Mangiare subito dopo? E’ normale, anzi. Addirittura nelle Chiese ortodosse dopo l’eucaristia c’è la distribuzione del pane a tutti, si dà sempre anche un pezzetto di pane da portare a casa per coloro che non hanno partecipato alla comunione, talvolta si danno dei dolci perché ci sia festa.
Il principio patristico è che l’eucaristia rompa il digiuno. Per questo, quando c’è l’eucaristia, dopo non si fa mai digiuno, ma se uno fa digiuno, non c’è eucaristia. Gli ortodossi, che fanno digiuno per tutta la quaresima, per tutto il periodo non celebrano mai l’eucaristia. Anche a Bose, seguendo questo principio, nei venerdì di Quaresima, facendo digiuno pieno la giornata intiera, non c’è celebrazione eucaristica per nessun motivo. La celebrazione eucaristica romperebbe il digiuno.
Di qui, allora, si può cogliere il problema proprio del digiuno e della bulimia, cioè c’è un ritmo del cibo che va rispettato. E’ noto che, sovente, l’anoressia e la bulimia dipendono molto dal rapporto che il lattante ha avuto con la madre, o da altre patologie (malattie) che normalmente sono sempre, o quasi sempre, in relazione con il rapporto tra bambino e madre. Se, ad esempio, c’è stato uno svezzamento traumatico, questo fatto può comportare delle conseguenze. Infatti noi impariamo dalla madre a dare un ritmo al cibo, i bambini vorrebbero sempre mangiare, chiedono sempre. Ecco allora la grande arte della madre, la quale porta ad un determinato ritmo il bambino che costantemente chiede la mammella. Cosa molto difficile, ma anche da quel ritmo il bambino impara a capire che la madre non è una collina di latte, non è una matrice, ma è un’altra persona, che gli può dire “sì” oppure “no”. Il problema quello del ritmo del cibo; se uno non lo impara, rischia la bulimia o l’anoressia: la prima, il mangiare sempre, è una malattia molto in crescita soprattutto per i ragazzi, la seconda, il rifiuto del cibo, è molto in aumento soprattutto per le ragazze. Queste patologie mostrano come ci sia un ritmo nel cibo che va rispettato.
Il digiuno afferma la distanza dell’uomo in rapporto al mondo. Il mondo mi nutre, io ho la tendenza a consumarlo, a mangiarlo, a divorarlo, ed il digiuno mi fa prendere la distanza. Purtroppo tutte queste cose dipendono dal rapporto fisico, dal rapporto psichico coi genitori, con l’ambiente; con buona probabilità dipendono anche da fattori ereditari che ci portiamo dentro. Ma sappiamo tutti quanto determinino poi la felicità di una persona. Quello è il vero problema!
Insomma, l’eucaristia ci ricorda che il digiuno è una dimensione simbolica, essenziale all’uomo. Ecco perché chiede il digiuno prima dell’eucaristia; nello stesso tempo però l’eucaristia ci insegna dire “sì” al mondo, accettando e rendendo grazie per il cibo che ci dà.
La festa
Infine, il pranzo e la cena sono sempre legati ad una festa. Il vero pasto è un banchetto, anche questo dipende da un ritmo, abbiamo bisogno di un ritmo. Non si può fare festa tutti i giorni. Provare per credere, ne va di mezzo il fegato e ne va di mezzo poi anche il gusto.
Come abbiamo bisogno della quotidianità, così abbiamo bisogno della gratuità della festa. C’è il pasto quotidiano, quello con cui noi certamente viviamo, con cui noi rinsaldiamo i nostri legami, ma poi c’è un pasto di festa, in cui viene esaltata la comunione, la tavola.
Ecco perché diciamo “tavola da festa”, perché mettiamo bicchieri più belli, stoviglie più belle, mettiamo i fiori. Non mettiamo i fiori a tavola tutti i giorni, ma se c’è una festa li mettiamo, magari una candela. Poi c’è l’aumento del numero delle portate, nel Monferrato per la festa ce ne sono 17.
Questa dimensione è importante perché, quando c’è la festa, innanzi tutto c’è qualcuno che invita, di solito colui che vuole “fare festa”; ma quando invita chiede implicitamente agli ospiti che ci sia la possibilità di ringraziare, di far festa, soprattutto è l’occasione per evocare un evento, della famiglia (compleanno, nascita, 25 anni di matrimonio) o della comunità civile o religiosa (Natale, Pasqua).La festa evoca un evento.
Poi, fatto assolutamente importante è che, legato alla tavola, ci sia il parlare, il discorrere. Se tutti i giorni parliamo per comunicare, quando c’è la festa – se è vissuta bene – il parlare viene esaltato, ha una funzione straordinaria. Il cibo è epifania della vita, per essere tale occorre che la parola lo accompagni.
Allora quando c’è una festa, all’inizio c’è chi dice: ”Alziamo il bicchiere, tanti auguri, è la festa…”. Ecco, la parola accompagna i gesti. Poi c’è tutto il discorrere a tavola con gli occhi, con lo sguardo, con sorrisi che si scambiano, ma poi soprattutto, se una festa è vera, allora il festeggiato deve parlare. A volte gli si chiede: “Adesso di’ qualcosa”. Se c’è davvero la capacità, la modulazione della parola che emerge è voce, è canto, è anche musica. Talvolta vogliamo che ci sia un po’ di musica per le feste. Ma ciò che dà senso a tutto è quando poi il festeggiato fa il racconto. Compie 60 anni? Dirà: “Sì, guardate, ho 60 anni e sono contento di essere giunto a quest’età. Chi l’avrebbe detto nella mia vita una vicenda simile? Ho passato momenti brutti, ho passato momenti belli e siamo qui. Festeggiamo insieme”.
Oppure c’è una grande evocazione. Sarà l’evocazione della fedeltà del matrimonio, sarà l’evocazione del tragitto che ha portato due alle nozze. Cioè, se non c’è barbarie, queste cose sono vere, se c’è barbarie, allora tutto si fa …, ma allora la vita non è più un’opera d’arte, la vita diventa semplicemente una cosa da vivere e da smettere.
Nell’evocazione è importante che ci siano le motivazioni per ringraziare. Ringraziare Dio, ringraziare gli altri. Se è un anniversario di matrimonio, il marito dice: “Io ringrazio mia moglie, certo sono un po’ cattivo però lei ha tanta pazienza”. E la moglie dice: “Ma no no no. Sono io, sono io.” Al di là delle forme, c’è l’evocazione di un fatto.
Ecco perché nell’eucaristia c’è la grande evocazione che è l’anafora, la preghiera eucaristica. Una grande evocazione della creazione, della redenzione, della Pasqua di Gesù: quello è il nucleo dell’eucaristia. L’eucaristia è un pasto in cui la parola ha la sua epifania. Nella liturgia della parola, prima; ma poi anche evocazione sul pane e sul vino, che sono quelli che raccolgono il grande racconto fondativo del cristianesimo, della Chiesa.
Ogni volta che andiamo all’eucaristia, abbiamo bisogno di ricollocarci nella storia, perché storia di salvezza. Non ci basta sapere che io sono nato da ……. e da …… . Devo sapere come Dio ha voluto che io nascessi in una catena di uomini – faccio memoria della creazione – , poi faccio memoria della redenzione portata da Cristo e ricordo sopra tutto l’evento della venuta di Cristo tra di no, del suo dono della vita col pane e vino, passione, morte e suo ritorno. A quel punto lì ringrazio Dio – tutto è un ringraziamento – e prego ancora che continui ad andar bene per la famiglia, per me, per la comunità, sono le ultime preghiere dell’anafora. Infine c’è la condivisione, la comunione.
Questiaspetti antropologici, sono essenziali per capire come l’eucaristia è un magistero. Se uno mangia bene ha un buon rapporto con l’eucaristia, uno che non sa mangiar bene non ha un buon rapporto con l’eucaristia. Quando dico “con l’eucaristia” non dico solo con il rito, dico “in pienezza”, no ha un buon rapporto con la fede cristiana.
Infatti il cristianesimo è tutte queste cose, che vanno dal “sì” alla vita, al ringraziamento per la vita, alle dimensioni di condivisione della tavola dell’umanità, di comunione, di condivisione dei beni, in cui c’è la giustizia, in cui a ciascuno è dato secondo i suoi bisogni, in cui c’è la gratuità della gioia condivisa, in cui c’è la possibilità insieme di sentirci un corpo e di diventare un unico corpo in Cristo.
È essenziale il magistero eucaristico. EB dice di aver voglia sovente di chiedere: “Dimmi come mangi e ti dirò che eucaristia celebri”. È la stessa cosa.
Uno che ascolti bene l’eucaristia ha l’atteggiamento di colui che non mangia per consumismo, che non mangia per voracità. Sa gustare, sa render grazie, sa condividere il cibo, sa far festa con gli altri, sa che tutto questo sta all’interno di questo grande mistero della vita, in cui noi, fatti dalla terra, torniamo alla terra.
È straordinario, l’eucaristia è una sintesi, pertanto se la capiamo bene è maestra di vita quotidiana.
EB dice sempre alla sua comunità che è significativo di cattiva comprensione dell’eucaristia il fatto che l’ultimo a servirsi prenda la mela più piccola e più rattrappita, quando a tavola passa un cesto di frutta e ci sono le mele contate. Non ne fa un caso assoluto, ma il significato è quello che qualcuno in realtà prende le mele più buone e lascia quella più cattiva all’altro. Oppure se passa una terrina di pasta asciutta, che è per dodici, e l’ultimo non ce ne ha più. Non è soltanto una questione di dire: “Non sei stato attento”, è una questione eucaristica; significa che uno non ha capito l’eucaristia e non lascia che l’eucaristia lo istruisca nel quotidiano. Perché l’eucaristia è un magistero di condivisione, di comunione, di attenzione all’altro, di comunicazione.
EB ritiene che queste cose, riguardanti l’eucaristia, debbano essere dette. Ricorda che quando ha fatto ai presbiteri di Torino un corso analogo a questo, ha avuto una serie di preti che sono andati a ringraziare per la valenza concreta delle cose dette.
Oggi abbiamo indubbiamente le capacità di capire; cinquanta anni fa forse no, anzi! La nostra filosofia, la nostra cultura soggiacente, ci diceva che non si doveva masticare l’ostia. Occorre notare che il Concilio ha stabilito che le ostie non debbono più avere la caratteristica dell’ostia che conosciamo, ma deve avere quella del pane. Ma pigrizia vuole che a tutt’oggi continuiamo a mangiare ostie, ovunque. Questo contro il dettato conciliare, perché si devesentire che è pane . Certo è difficile farlo perché un pane azzimo, non duro, che deve essere mangiato tutti i giorni, va fatto tutte le mattine, ogni volta che c’è eucaristia. Però le indicazioni del Concilio sono quelle, non quelle della pigrizia. Questo per dire che sovente c’è più pigrizia che non una protezione delle devozioni.