22/03/2009 – QUARESIMA – ANNO B – 4 DOMENICA – 2009
Preparazione alla celebrazione della messa.
4ª DOMENICA DI QUARESIMA.
Anno B – 22 Marzo 2009
Ci Raccogliamo
davanti al Signore Gesù, Dio fatto uomo: si dona, muore, risorge, trasmette lo Spirito (Nota 1).
Leggiamo
il formulario liturgico della messa corrispondente: dall’Ingresso alla preghiera Dopocomunione.
Rileggiamo
i testi a cominciare dal vangelo (cfr PNLMR): adorando, pregando e contemplando il Risorto.
Dio ci ha fatto «rivivere» con Cristo: per grazia siete salvati.
«Rivivere». Una parola chiave, come in quel gioco televisivo, dove ci sono cinque parole, con tanti messaggi. Qui le parole non sono cinque; sono otto: innalzato – crede – mondo – salvato – luce – verità – esilio – grazia. Devi trovare una parola che interpreta tutto, che aiuta a capire tutto. Nel nostro caso la parola è «Rivivere», incastonata nella seconda lettura (efesini 2,4-6): “Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, «ci ha fatto rivivere con Cristo»…: per grazia siete salvati”. Paolo esprime la realtà del «rivivere» in tre verbi, inventati da lui, con il prefisso greco «sun» = con, insieme: “Dio ci ha «convivificati», «conrisuscitati», «fece consedere» (sunezôopoìesen, sunêgeiren, sunekàthisen) in Cristo.
Adoriamo.
Il Figlio dell’uomo: «innalzato».
“Gesù disse a Nicodemo (nota2): Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”. Conosciamo l’episodio: gli Ebrei entrano nel deserto, si trovano nella situazione più pericolosa dei serpenti che si possa immaginare. Dio suggerisce a Mosè d’innalzare il serpente di rame (non di bronzo che è una lega, ma di rame, segno dell’opera dell’uomo). Le disposizioni da parte di Dio (= Sapienza: innalzare, guardare) lo trasformano in un segno efficace di «salvezza» (come un bronzo, una lega composta di rame e stagno, simbolo di eccezionale resistenza, nota 3). Quel serpente innalzato diventa un segno. Bastava guardassero questo segno indicato da Mosè, e avevano la salvezza: non morivano.
Gesù accosta se stesso a questo serpente innalzato. Il verbo «hupsôo» innalzare (nota 4) in Giovanni ha un duplice significato. Sappiamo che Gesù crocifisso ha dovuto essere innalzato perché la crocifissione comporta innalzamento rispetto al terreno circostante. Ecco il primo significato dell’«innalzare». Ma Giovanni usa lo stesso verbo per dire la salita di Gesù al Padre (nota 5); altro significato. Ne vien fuori un concetto teologico a noi poco familiare. In Giovanni la glorificazione di Gesù non è la risurrezione, ma la morte in croce, perché per Giovanni il cammino di ritorno al Padre, che Gesù intraprende, è iniziato quando gli uomini lo hanno innalzato in croce; quello è l’inizio del cammino del suo ritorno al Padre: la morte di Gesù, e anche la sua risurrezione, qual essa è in questo accostamento. Gesù dice: come il serpente sarò innalzato.
Il Figlio dell’uomo: salvatore di chiunque «crede» in lui.
“Chiunque crede in lui ha la vita eterna”. La salvezza è garantita a chi si lascia attrarre da Gesù e si affida totalmente a lui. Scommetti la tua vita su Gesù: sei garantito che il tuo scommettere su Gesù è buono, sicuro. Scommettere su Gesù ti fa garantito, sicuro, perché questa è l’umanità che Dio ha promosso. Gli ebrei, guardano il serpente e sono salvi. Gesù dice: “Chiunque crede in me ha la vita eterna”. Questo uomo Gesù, infatti, morirà e risorgerà; non è un uomo come gli altri. Che cosa vuol dire «credere in Gesù»?. Quando diciamo credere in Dio, siamo sicuri che Dio esiste, accettiamo il suo mistero di «Uno e Trino». Diciamo che si è rivelato uno in tre persone. Lui è superiore e noi ci crediamo; mistero spiegato mistero negato, quindi, è giusto che noi non sappiamo. Diciamo: ho fede e accetto tutte le verità che mi superano. Per dire questo la lingua greca usa il verbo «pisteùo» più la particella «en» = in, con dativo, stato in luogo. Io credo e sono nel riposo. Do per scontato che sono realtà superiori, nelle quali posso poggiarmi sicuro. Ma Giovanni non usa questa costruzione; bensì «pisteùo», credo, con una particella di movimento «eis» in greco; in italiano tradotto con «verso»: movimento, cammino, non tranquillità. Perché, Giovanni, hai violato la regola generale della lingua greca, e ti sei permesso di assumere una costruzione secondaria per dire una verità cristiana? La fede per noi cristiani non è solo «accettare» il mistero: «Dio uno e trino», «incarnazione», «transustanziazione», «verginità di Maria». La fede è «credere verso», in cammino, in forma di movimento, verso Gesù. Credere significa giocare la propria vita imitando il Signore ogni giorno di più. Credere verso di lui, avere una fiducia che mi assicura: il vero modello dell’umanità è lui che me la detta. Più io lo imito, più io divengo me stesso, perché realizzo l’umanità che è lui, e che Dio ha sempre sognato dall’inizio della storia. Credere = non accetto la logica di questo mondo, ma la sua logica. Accetto il modo di vedere le cose che è il suo modo di vedere le cose; di fronte agli avvenimenti e alle persone non mi rapporto con i criteri che mi dà il mondo, ma, come lui si è rapportato. Fede quindi è imitazione progressiva del Maestro. Ora Gesù dice: sarebbe sciocco se voi mi seguiste, come se io fossi un semplice rabbino. Perché seguire me, allora, e non rabbi Gamaliel o rabbì Hillel, altri rabbini famosi! Io vi chiedo di scegliere me perché io non sono come loro. Io «verrò innalzato». Cioè, il discepolo sarà garantito nella scelta imitativa di questo maestro; perché questo maestro ha la pienezza della divinità (Col 2,9): io non sono un uomo come gli altri. Il discepolo ha garantito la sua scommessa su Gesù, verso questo modello di umanità. Questo uomo infatti morirà e risorgerà; non è un uomo come gli altri. Scommetti la tua vita su Gesù, e sei garantito che il tuo scommettere su Gesù è buono, sicuro, anche se gli altri non sono d’accordo, perché questa è l’umanità che Dio ha promosso.
Il Figlio unigenito: dono dell’amore di Dio Padre al «mondo»:
“Dio infatti ha tanto amato il «mondo» da dare, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. La parola mondo = «cosmos» in Govanni non indica quelle persone che vivono fuori della chiesa, della vita religiosa; non indica neanche i peccatori, ma quella parte di umanità che c’è dentro ogni persona, e che non è in consonanza con Dio; quindi il mondo non sono gli altri, il mondo lo portiamo dentro di noi, perché anche in noi c’è qualche aspetto che con il Padre eterno non va bene; nel senso che ci ribelliamo a lui, perché ci sembra che chieda troppo o che Dio c’indirizzi verso valori che non sono moderni, non sono qualcosa che ci piace. Gesù dice: c’è questa fettina più o meno grande contro Dio; e tutti abbiamo un pizzico di mondo o una grande quantità di mondo dentro di noi. Dobbiamo buttarla via questa dimensione nostra, dentro di noi, non in sintonia con Dio? Sarebbe stupido, dice Gesù, perché “Dio ha tanto amato, questa parte di noi, da dare suo Figlio”; perché il suo Figlio non emetta sentenze, contro nessuno, ma salvi il mondo. Dio non ha pensato alla parte buona di noi, ma a questa parte d’inimicizia, più o meno grande. Dio ha pensato questo dell’uomo, e ha amato questo aspetto negativo dell’uomo. Pensa: Dio ama questo aspetto, «gratuitamente», perché l’uomo non può ricompensarlo; Dio ama, e dice: non vi giudico, perché Dio non è venuto ad emettere sentenze contro questa realtà, ma è venuto a salvarla. Giovanni nella sua prima lettera è artefice di questa affermazione: “Dove c’è amore, non ci può essere paura”, sarebbe segno che non abbiamo fatto esperienza di Dio, perché questo amore ci salva gratis. Egli non ci chiede di essere santi, perché Dio ci ama a prescindere dalla nostra vita; Dio ti ama gratis, peccatore o santo che tu sia; quindi questo ti basti. Quello che preoccupa di più non è questo; ma ciò che segue.
Il nome dell’unigenito Figlio di Dio: mandato perché il mondo sia «salvato».
“Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia «salvato» per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato”. Dio approva e fa propria la sentenza che l’uomo emette su se stesso. Come noi emettiamo questa sentenza su noi stessi? Giovanni dice: noi emettiamo questa sentenza nel momento in cui scegliamo di giocare la nostra vita con lui o senza di lui. Allora io sono già giudicato, fin d’ora, mentre faccio questa scelta. Invece il catechismo dice che quando muoio Dio mi giudicherà. Anzi mi riserva due giudizi, uno privato e uno pubblico. E Giovanni dice, sì è vero, ma tu non devi pensare a questo giudizio, come a quel giudizio che gli uomini fanno. Questo giudizio non rispetta quegli schemi. È vero che Dio giudica, ma non pensare che hai il giudice davanti a te, perché secondo quanto Giovanni dice il giudizio è già passato. Ma io non me ne sono accorto. Ecco questo è il giudizio di Dio, dice Giovanni, perché non è giudizio umano. Il giudizio degli uomini consiste nell’ascoltare uno, poi l’altro, mettere il tutto in rapporto alla legge ed emette una sentenza o di soluzione o di condanna. Dio invece lascia che sia la creatura a giudicarsi e lui approva e fa sua la sentenza che l’uomo emette, nel momento in cui sceglie di giocare la propria vita con lui o senza di lui. Se noi accettiamo di giocare la nostra vita con lui il giudizio è già fatto, perché Dio mette il timbro sulla scelta che noi abbiamo fatto con lui, ma se noi non scommettiamo la nostra vita su di lui, non possiamo stare allegri, perché il testo dice: “Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato”. Abbiamo il giudizio alle spalle, perché abbiamo creduto. Ma anche chi non crede ha già il giudizio alle spalle, perché quando questa persona s’incontrerà con lui, egli rispetta la scelta che la persona ha fatto. Non è un giudizio dei tribunali umani; è un altro tipo di giudizio, tale che noi diventiamo protagonisti con lui della sentenza, non perché siamo impeccabili; in tal caso, Dio sentenzierebbe in quanto abbiamo scelto di essere impeccabili; ma noi non possiamo fare una scelta simile. Dio dice: io ti giudico positivamente, se tu scegli di metterti su questa strada. Hai fatto dieci passi, cento, centomila passi? Dio non ti chiede il prodotto finale, ma fa secondo il mistero dei talenti. Se pochi, farai poca strada. Tutto il resto, te lo mette lui. Dio non gioca sull’impeccabilità, ma sulla scelta che noi facciamo, una scelta pulita non fregata, nel senso che io devo fare tutto quello che posso. Allora il discorso collima con la prima lettura. Strano tribunale di Dio, dove Dio fa da giudice e avvocato difensore, quindi un giudice orientato a nostro favore. Un giudice che ci disorienta, ma non importa, lui lo sa fare. Un vangelo apocrifo racconta d’un cane morto puzzolente. Passano si otturano il naso: che schifo! Passa Gesù e dice: che bei denti. Solo Dio sa vedere il bene che c’è in noi. Tutti gli altri sanno vedere solo il male. Ci rendiamo conto che in un gesto cattivo che noi facciamo per debolezza, cattiveria, distrazione, c’è comunque qualcosa di buono: la ricerca della giustizia, per es. è qualcosa di buono; purtroppo questa noi la intessiamo di spirito maligno: di rabbia, di vendetta; non è buono, ma la sete di Gesù è buona; gli altri dicono: è cattivo e Dio dice: sì ma c’è anche qualcosa di buono. Il suo giudizio non sarà qualcosa che noi possiamo prevedere. Giovanni allora dice: non ti preoccupare. È già successo. Il giudizio è già avvenuto. Ciò di cui ti devi preoccupare è il credere verso. Se tu fai questa scelta sei salvo.
Gesù: «luce».
“Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie”. Il loro modo di vivere non era orientato verso questa scelta che Dio avrebbe voluto. “Chiunque infatti fa il male odia la luce e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate”. Uno dice: io osservo i dieci comandamenti. – ma nei dieci comandamenti non c’è il perdono; mentre il vangelo fa del perdono un elemento essenziale. “Con la stessa misura con cui giudicate, sarete giudicati”. Quindi i dieci comandamenti non bastano, neanche per i farisei.
Gesù: «Verità».
“Invece chi opera la verità, viene alla luce”. Verità (= alètheia) in Giovanni non è un concetto, ma una persona, Gesù: allora è come dire: chi opera Gesù viene alla luce. La verità è lui, ma se noi andiamo ancora a vedere il testo di Giovanni, Gesù dice: “Io sono la luce del mondo”; allora facciamo questo esercizio intellettuale: chi opera Gesù Cristo, viene a Gesù Cristo. Per forza. Tenendo presente quanto detto finora, se io comincio a pensare e a ragionare come rapportarmi in confronto alle persone e agli avvenimenti come lui, cosa succede in me? Io opero lui stesso, perché se mi comporto come lui, io sto operando come lui, e quindi opero lui stesso, lo rendo presente nelle mie azioni e nello stesso tempo io edifico me stesso. Paolo direbbe: è Cristo che vive in me. Comprendiamo di Giovanni una frase misteriosa e semplice: “Chi opera la verità”,…chi si comporta come lui, arriva ad essere come lui, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio”. Ovvio; è un pleonasmo, cioè, non occorrerebbe neanche dirlo.
Allora, il Messaggio di fondo di questo vangelo, è semplice: Gesù c’insegna a credere, e noi impariamo a credere. La vera fede non si ferma a dire che Dio è uno e trino, che il papa è infallibile, …cioè non confessa solo che la presenza reale è totale e plenaria nella eucaristia. La vera fede dice che tutto questo è vero; e io l’accolgo; ma nello stesso tempo io scommetto la mia vita nell’imitazione del Maestro: credo «verso» di lui. Compiere questa scelta non significa essere impeccabili, ma essersi messi in un cammino dove posso incorporare dentro di me lui stesso; perciò le mie azioni diventano azioni di Cristo, il mio modo di ragionare, di pensare, di agire è Gesù Cristo. Lui opera in me la mia identificazione verso di lui. È un cammino che mi fa arrivare a dire come Paolo: “Cristo vive in me” (Galati 2,20). Il vangelo è di una facilità unica, visto dalla parte di Dio. La Scrittura è sempre così: difficile non perché siamo poco intelligenti, ma perché spesso presumiamo di avere idee chiare su tutto; e allora non riusciamo a cogliere il senso di nulla. Le formule catechistiche sono semplificate per una certa didattica. Catechismo e Scrittura dicono le stesse cose, solo che le idee del catechismo s’imprimono dentro di noi da identificare tribunale umano e divino. È una grossa inesattezza, perché il giudice ama tanto il mondo e noi lo sperimentiamo, tanto da scommettere sulla sua assistenza, il suo aiuto perché questa parte di mondo a lui ostili, si migliori e si perfezioni in noi. Lui attende; non giudica.
Dio: riconciliatosi con Israele, pone fine all’«esilio».
Il giudizio che io, tuo Dio, ho fatto su di te, Israele, è cessato: ti ho perdonato. Prima lettura: un brano che presenta una situazione molto interessante. È una narrazione breve, dove lo scrittore sacro spiega perché è esistito l’esilio. Perché gli ebrei sono andati in esilio? Risposta: non perché miopi, deboli, non bravi nel prepararsi al passaggio del conquistatore Nabucodonosor; bensì perché c’era un’alleanza bilaterale fra Dio e il suo popolo, stipulata al Sinai; e non è stata osservata. Ci sono conseguenze per chi non la osserva: la maledizione e l’esilio. Gli ebrei lo hanno vissuto. Leggiamo la prima lettura: «Tutti i capi di Giuda, i sacerdoti e il popolo moltiplicarono le loro infedeltà … Il Signore, Dio dei loro padri, mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli … Ma essi si beffarono dei messaggeri di Dio … Quindi i suoi nemici incendiarono il tempio del Signore … Il re dei Caldèi deportò a babilonia gli scampati alla spada … attuandosi così la parola del Signore per bocca di Geremìa». Siamo nel 539 a. c. L’anno successivo 538, ecco, continua la descrizione della prima lettura: «Nell’anno primo di Ciro, re di Persia, perché si adempisse la parola del Signore pronunciata per bocca di Geremìa, il Signore suscitò lo spirito di Ciro, re di Persia, che fece proclamare per tutto il suo regno, anche per iscritto: «Così dice Ciro, re di Persia: “Il Signore, Dio del cielo, mi ha concesso tutti i regni della terra»; non è vero: con imbroglio e violenza se li è conquistati lui, Ciro. «Egli, Dio, mi ha incaricato di costruirgli un tempio a Gerusalemme, che è in Giuda»; non è vero, perché Ciro aveva fatto, con questa operazione, una manovra politica formidabile, cioè spedendo a casa gli ebrei, toglie loro il senso di protezione che essi avevano. Non avendo più un tessuto sociale dove rifugiarsi, figurando ora estranei in terra straniera, dovevano rigare diritti, non avendo più protezione. Seconda cosa, gli ebrei arrivano schiavi a Babilonia. Viene Ciro e osserva che le banche sono in mano a ebrei. Egli allora dice: andate, andate a casa, tornate in libertà; e, nel suo cuore aggiunge, così io mi prendo la gestione delle finanze. Ecco perché ciò che dice Ciro è falso: ironia dello scrittore sacro. Così fa e dice Ciro, seguendo i suoi disegni egoistici, violenti, di accaparratore; ma Dio si serve di lui per avere il risultato che vuole. Dio sa adoperare bene i vizi e i difetti di Ciro. Dice Ciro re di Persia: “Israele parta!”. Dice Dio: “L’esilio, o Israele, è finito. Che cosa significa tutto questo per gli ebrei? Precisamente questo: il giudizio che io, tuo Dio, ho fatto su di te, Israele, è cessato: ti ho perdonato. Ricominciamo da capo.
Cristo Gesù: «grazia» del Padre, cioè, promozione di vita intorno a sé, fino a noi.
Seconda lettura: “Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per «grazia» siete salvati”.
«Dio, ricco di misericordia». Tu sei un vermiciattolo, dice all’uomo il Signore. Non posso pretendere da te più di tanto: ma solo ciò che ti do; il resto te lo condono. Siamo «salvati per grazia, non per merito». Ecco perché Gesù non ci chiede di esser impeccabili, ma «santi» in lui: persone che promuovono la vita in sé e intorno a sé come sue membra. Abbiamo vita materiale, psichica, e spirituale; come anche gli altri «santi»: impariamo a promuovere ogni aspetto di vita, e a seminarla intorno a noi, lasciando che si realizzi la stessa immagine di Gesù risorto, per quanto è possibile a noi. Gesù Cristo è risorto: anche noi, tutt’uno con lui nel Battessimo, siamo già risorti. “Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù”. Sembra difficile, ma non lo è. Partiamo dai punti fondamentali. Giovanni ha detto: voi avete alle spalle il giudizio. Non l’avete più davanti a voi, perché il battesimo vi ha fatto diventare una cosa sola con lui; capaci anche di scegliere il vostro cammino verso di lui. Se lui è risorto, anche noi allora siamo risorti, in quanto una cosa sola con lui, per il battesimo e per la scelta fatta. Deve solo manifestarsi questa realtà già in atto. È come una realtà ancora nascosta dentro il nostro corpo, quindi già dentro di noi, è già operante in noi, che ci fa una cosa sola con lui. In lui, Servo di Javè: siamo salvi per grazia. Giovanni conclude, dicendo: vivi il tuo battesimo, movendo verso di lui, Cristo Gesù. Se noi contempliamo ciò che «Dio ha fatto per noi», allora Dio non è da una parte e noi dall’altra per discutere. In tal caso, Dio stipulerebbe ancora un’alleanza bilaterale. Invece, no: Geremia, già prima dell’esilio in Babilonia, quando predice l’esilio stesso, preannunzia anche: non si può andare avanti così; saremmo sempre perdenti. Ci vuole una nuova alleanza. Sarà Dio a fare qualcosa: una nuova legge dentro di noi. Una nuova presenza, come dono gratuito, “e tutti mi riconosceranno dal più piccolo al più grande”, dice il Signore (Geremia 31; cfr domenica prossima, 5ª di quaresima B). Ecco come siamo «salvati per grazia, non per merito». Dio ha escogitato questo progetto di salvezza, dicendo: mi accontento che gli uomini «si mettano» sulla strada di mio Figlio; non pretendo che «camminino» su questa sua strada. Chi più chi meno, ciò che ad ognuno manca, poi, lo aggiungo io; questo vuol dire «essere salvi per grazia. Allora stiamo senza far nulla? No, ma facciamo la scelta pulita, totale per lui; cercando di portarla avanti per quanto è possibile a noi, senza barare; e allora tutto il discorso di Paolo: «Cristo in me», «io come lui», diventa chiaro, perfetto.
Preghiamo:
O Padre, che hai tanto amato il mando da dare il tuo Figlio unigenito, perché chi crede in lui abbia la vita eterna; concedi al tuo popolo di gioire al ricordo di te. Per Cristo nostro Signore. Amen.
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Nota 1.
La Parola di Dio, Proclamata in questa celebrazione, richiamata dall’antifona alla Comunione (cf Quaresima – Anno B – 4ª Domenica – 30/03/2003), e approfondita anche da altri testi eucologici (cf ad es. 26/03/2006), «attua ora» sacramentalmente in noi la redenzione, realizzata fin dall’evento pasquale della morte e risurrezione di Gesù il sette Aprile del trenta d.C.
La Parola di Dio «attua ora sacramentalmente in noi la redenzione», perché lo stesso evento pasquale di duemila anni fa, con la sua efficacia, è in atto nella Parola «Proclamata» in quest’Eucaristia; la stessa «opera di Gesù» è in atto quindi in circostanze diverse: «storiche» di quel tempo in Israele, «sacramentali» (gesti e parole) ora nella sua Parola proclamata.
La Parola («Dabàr») è «Fatto e Parola» («Dabàr Javè» = «Fatto e Parola di Javè»); lo stesso «Fatto» storico della Pasqua di Gesù (che soffre, muore, trasmette lo Spirito, risorge) per opera dello Spirito Santo è presente in questa «Parola» proclamata nell’assemblea liturgica; anzi, «in previsione» della sua pasqua redentrice era già presente fin nel grembo di Maria.
Noi ora, come Maria, diciamo: “Sì”, con il cuore bendisposto nel celebrare. La redenzione, operata nei «misteri» (gesti e parole di Gesù nel rito), trasforma tutta la nostra vita. La Parola proclamata nella liturgia, cioè, lo stesso Gesù pasquale, ispira e attua i vari momenti della celebrazione e dell’esistenza in chi l’accoglie.
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Nota 2.
«In quel tempo Gesù disse a Nicodemo». Il vangelo liturgico inizia con questa frase che non si trova nel vangelo biblico. Osservazione: quando nel vangelo di Giovanni ci sono degli interlocutori, esempio Nicodemo, essi servono all’evangelista per dare a Gesù un motivo, perché egli possa offrire un pensiero complesso e approfondito. «Dare motivo»: come al capitolo terzo di Giovanni troviamo Nicodemo; ma poi Nicodemo scompare nella nebbia, e sparisce. Nel brano scelto per questa quarta domenica di quaresima, Nicodemo è già sparito. Ha posto delle domande, e Gesù inizia a rispondere. Poi Gesù continua, per conto suo. Nicodemo non compare più. Tuttavia, la chiesa mette questo versetto iniziale, per richiamarci il personaggio Nicodemo che ha una sua caratteristica: è una persona che milita nell’altro fronte. Gesù l’accoglie ugualmente, e con lui, che non si mostra molto intelligente, discute di cose estremamente importanti. Il messaggio quale può essere? Siamo invitati a ricordare ciò che dice Paolo a Timoteo, e Pietro a tutta la chiesa: non dobbiamo dimenticare che la verità della nostra fede va sempre detta. La frase aggiunta dalla chiesa all’inizio del vangelo può avere questa visione teologica, questo messaggio, detto «catechesi in situazione»: annunziare sempre il vangelo con il proprio comportamento, e con parole che dicono la propria esperienza: “Annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina – «Argue, obsecra, increpa» – . Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di Annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero” (2Timoteo 4,2-5); e Pietro precisa: “Sempre pronti a dare ragione della speranza che è in noi” (1Pt 3,15).
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Nota 3.
Nel libro di Giobbe c’è «rame», metallo trovato da minatori; non bronzo. Il rame unito allo stagno forma una lega resistentissima. L’opera dell’uomo Mosè, richiesta da Dio, d’innalzare un serpente di rame, unita alle disposizioni della Sapienza divina, d’innalzare e guardare il serpente, dà salvezza: “Certo, per l’argento vi sono miniere e per l’oro luoghi dove esso si raffina. Il ferro si cava dal suolo e la pietra fusa libera il “rame”. Ma la “sapienza” da dove si trae? E il luogo dell’intelligenza dov’è? L’uomo non ne conosce la via, essa non si trova sulla terra dei viventi.
Ma da dove viene la sapienza? E il luogo dell’intelligenza dov’è? È nascosta agli occhi di ogni vivente. Dio solo ne conosce la via, lui solo sa dove si trovi, perché volge lo sguardo fino alle estremità della terra, vede quanto è sotto la volta del cielo. Allora la vide e la misurò, la comprese e la scrutò appieno e disse all’uomo: “Ecco, temere Dio, questo è sapienza e schivare il male, questo è intelligenza” (Giobbe 28,1-2.12-13.20-21.23-24.27-28).
Temere Dio, accogliendo le sue disposizioni d’innalzare e guardare il serpente; schivare il male di non temerlo e di non accogliere le sue disposizioni, è sapienza e intelligenza che portano alla salvezza.
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Nota 4.
Hùpsðsen, aoristo, esprime l’azione concepita semplicemente come un «fatto», per se stesso.
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nota 5
Disse allora Gesù: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che «Io Sono» e non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo. Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo, perché io faccio sempre le cose che gli sono gradite” (Gv 8,28s).
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Domenica 4ª, della gioia, «laetare» per il cammino di conversione intrapreso verso la pasqua che si avvicina. Ma il motivo più profondo della gioia forse è la parola che abbiamo ascoltato: Dio, ricco di misericordia…. Rivivere con Cristo. Solo per grazia sua siamo stati salvati. Il Vangelo ce ne dà la spiegazione: come il serpente di Mosè così il figlio dell’uomo, che ci attira a sé e suscita in noi per questa sua grazia fede viva, un credere verso di Lui, e un generoso impegno nell’imitare il Signore.
condividiamo (cfr neretto) la preghiera della Chiesa (cfr colori).