23/05/2007 – CORSO SULL’EUCARISTIA – Incontro 09/10
9° incontro su dieci.
Secondo EB a questo punto è più facile riuscire a comprendere il valore grande della preghiera eucaristica, o anafora o canone (In Oriente prevalse il termine anafora, dal greco anaphora che significa elevazione; a Roma il termine canone, dal greco canon che significa regola).
Il fatto che la Chiesa celebri l’eucaristia con un’anafora, e con questa esprima la sua fede, plasma la vita dei credenti. L’anafora è estremamente importante. La Chiesa ha sempre avuto una particolare attenzione, quasi fino all’angoscia. E’ il caso tipico della Chiesa latina, la quale per secoli e secoli non ha mai osato cambiare il canone romano; praticamente il canone che si diceva fino al concilio Vaticano II è arrivato intatto a partire dal VI – VII. sec. Sant’Ambrogio già ne parla, dandone testimonianza praticamente di tutte le parti. C’è stato ancora qualche ritocco con papa Gregorio Magno nel VI secolo, poi il canone è stato mantenuto intatto fino al concilio Vaticano II.
Qualcuno di voi ricorderà che all’interno di questo canone c’era una memoria dei santi, una lista lunga, che adesso pochissimi usano, perché sono santi che ormai non sono molto conosciuti nella vita della Chiesa, ma che erano soprattutto i santi della Chiesa di Roma. C’era una prima memoria, dopo ce n’era una seconda e si faceva memoria di
Maria, madre del nostro Dio e Signore Gesù Cristo; e dei santi apostoli e martiri Pietro e Paolo, Andrea, Giacomo, Giovanni, Tommaso, Giacomo, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Simone e Taddeo ( Sono i dodici apostoli), Lino ( 1° vescovo di Roma dopo san Pietro), Cleto, Clemente ( 3° vescovo di Roma dopo san Pietro), Sisto, Cornelio, Cipriano, Lorenzo, Crisogono, Giovanni e Paolo, Cosma e Damiano ( Sono 12 martiri, di cui 6 vescovi, 2 chierici e 4 laici) e tutti i santi.
Il canone era intoccabile e ci volle la creatività assoluta di quel genio di santità, oltre che di capacità a reggere la Sede apostolica, che è stato papa Giovanni XXIII, il quale, nonostante il canone fosse considerato da tutti intangibile, disse: “Inserisco san Giuseppe, perché non è mai stato ricordato” ed ha inserito il santo dopo la Madonna. Ora si può leggere questo per dire che un devoto di san Giuseppe si chiamava Giuseppe Roncalli, però proprio perché c’è stata una ribellione da parte di molti liturgisti ha osato toccare il canone. Questo fu tuttavia un evento effettivamente molto importante, è quello che ha aperto la strada alle modifiche al canone romano, lo vedremo, non lo si dice più tale quale prima, e ad altre preghiere.
Come sempre avviene quando una riforma tarda troppo, anche nella Chiesa si scatenano delle reazioni. E’ una miopia grave della Chiesa quella di ritardare le riforme, è un vero errore, perché tardare le riforme significa accumulare energie che poi, quando la riforma deve iniziare ad imporsi, comportano una deflagrazione, un’esplosione. E’ una cosa che la Chiesa tarda a capire ed i vescovi tardano a capire e qualche volta anche i papi. Le riforme vanno fatte quando si impongono; averle posticipate, come si fece, per inerzia o forse per paura, causò un’esplosione generale in cui tutti si sentivano autorizzati a comporre preghiere eucaristiche ed a celebrarle, come quando sono apparse quattro preghiere eucaristiche. Il gesuita padre Brugnoni fece addirittura un libro di canoni e nei gruppi di base (allora si chiamavano gruppi spontanei) ci fu un’esplosione generale di preghiere. Fu un momento selvaggio, come in tutti i momenti in cui le cose non si fanno bene; la pentola era stata troppo a lungo con il coperchio chiuso e, quando fu aperta un poco, ci fu un esplosione. A quel punto, di fronte al proliferare di preghiere eucaristiche, ci fu la reazione da Roma. Tanto più che sovente, chi le componeva non aveva un senso profondo di quello che doveva fare. Alcune preghiere erano anche belle, fatte a tavolino ma di alta qualità, penso soprattutto a quelle fatte da Oster Wis, un teologo olandese; lo stesso si dica della comunità monastica di Clerrand, del monastero di sant’Andrè in Belgio, che ne fece una decina molto belle. Ma quando chi le componeva era solo, senza il contesto di una comunità, senza l’apporto di gente esperta in Bibbia, teologia, liturgia e tradizione, produceva cose terribili. In più quegli anni erano gli anni della contestazione, dell’emergenza, della politica, per cui c’erano testi che indubbiamente mostravano tutta la reazione che avviene quando una cosa ha tardato troppo ad avere una riforma.
Sta di fatto che Paolo VI si impaurì, i lefevriani ebbero buon gioco a dire: “ecco, finché c’era un solo canone ed era in latino, quella era la messa, adesso tutti si sentono autorizzati a comporre preghiere eucaristiche”.
Gli episcopati nazionali chiedevano che ci fossero più preghiere eucaristiche; del resto il rito ambrosiano (a Milano) ne aveva due, noi cattolici romani ne avevamo una soltanto. Altre chiese locali ne composero, finché Roma cercò di mettere ordine e, comunque, accettò la cosiddettapreghiera eucaristica della riconciliazione , che è stata composta da episcopati europei in occasione di un Anno santo. Inoltre è stata accolta anche quella del sinodo svizzero ( Nel messalino “Preghiera eucaristica quinta”), che si riconosce dall’espressione: “Egli [Gesù], come ai discepoli di Emmaus, ci rivela il senso delle scritture e spezza il pane per noi …”; è diventata una preghiera molto utilizzata, assieme a quella del secondo canone; secondo EB non è una preghiera eucaristica di grande spessore, ha una sua bellezza ma si poteva fare meglio. Quella della riconciliazione è buona. Pertanto noi oggi nella Chiesa cattolica abbiamo sei, anzi sette preghiere eucaristiche.
EB è convinto che bisognerà, prima o poi, arrivare ad una riforma della riforma. Cioè, con il tempo, con la sapienza, con calma, senza reazioni, è con ogni probabilità venuto il tempo di rivedere questo materiale eucaristico e ripensarlo di nuovo. Crede che resterà certamente la seconda preghiera eucaristica, perché è un testo antico (al di là di alcune varianti), ma questa è la tradizione stessa che lo permette; resterà il canone quarto di san Basilio, con buona probabilità bisognerà pensare a ritoccare la terza preghiera, perché ha dei limiti, cercando di dare a tutti i canoni un assetto che sia un po’ più dossologico per la fede, vale a dire che ci sia una possibilità maggiore di sentire espressa la fede della Chiesa. EB non è molto propenso alla proliferazione di molte preghiere eucaristiche, perché crede che anche la ripetizione faccia bene; se ce n’è una sola è troppo poco, ma che non siano troppe, perché in qualche misura noi uomini abbiamo bisogno di qualcosa che, ripetuta, possiamo assumere con il tempo, scavarlo con il tempo. Queste preghiere non sono da usare e buttare, sono preghiere che, soprattutto se maturate nei secoli, se anche arriviamo a conoscerle a memoria, è l’occasione di un’assiduità profonda, rappresentano la fede della Chiesa.
Siccome l’eucaristia è davvero il vincolo che unisce tutte le Chiese locali in una sola Chiesa, EB crede che sia importante mantenere la forma eucaristica il più possibile unita. Tuttavia, tenendo conto che ci sono paesi con culture molto diverse dalle nostre, bisognerà accettare, accanto alle preghiere tradizionali, ce ne siano anche di quelle più vicine alla loro cultura. Ad esempio, nel mondo di cultura orientale è impossibile un’eucaristia fatta come la facciamo noi senza interventi dell’assemblea, è contro la loro mentalità. Le conferenze episcopali di questi paesi hanno fatto molte inserzioni; più volte l’assemblea interviene con acclamazioni, con parole, con invocazioni, qualche volta con un dialogo continuo.
Ad EB interessa far vedere che indubbiamente un’anafora può avere grandi qualità o averne meno, però è importante percepire che da essa dipende la fede della Chiesa.
Le anafore si sono sviluppate secondo tre famiglie, tre gruppi: il gruppo antiochieno, il gruppo di Alessandria d’Egitto, il gruppo sirio-orientale.
La quarta preghiera eucaristica (canone di san Basilio)
La preghiera eucaristica IV non è di nuova composizione, ma appartiene alla grande tradizione della Chiesa, in particolare a quella della Chiesa orientale (per l’esattezza è un’anafora che appartiene alla famiglia antiochiena dei canoni). In questo gruppo, le anafore hanno questa caratteristica: sono composte da un lungo prefazio, sempre fisso, poi c’è un lungo sviluppo del memoriale, sia della creazione sia della storia della salvezza.
Questa preghiera ha uno stile biblico, poetico. Siccome è apparsa molto vicino ad un canone della Cappadocia (terra di san Basilio il Grande ( Basilio il Grande, Cesarea di Cappadocia, verso il 330 – 1 gennaio 379, Padre della Chiesa), di san Gregorio di Nissa ( Gregorio di Nissa (Cesarea di Cappadocia, verso il 335 – Nissa, verso il 395), teologo greco) e san Gregorio di Nazian ( Gregorio di Nazian (Arianzo, presso Nazianzio, Cappadocia, verso il 330 – Arianzio, verso il 390), teologo greco), una preghiera che può essere datata all’inizio del IV sec. (quindi primo decennio del 300) si è pensato che fosse di san Basilio. Pertanto si è chiamata per tutto il tempo che si è conosciuta – e la chiamano ancora così tutte le Chiese orientali che la utilizzano – anafora alessandrina di san Basilio, perché usata soprattutto ad Alessandria il patriarcato d’Egitto.
In realtà – è bene essere molto precisi – questa preghiera eucaristica non è né alessandrina né basiliana, innanzi tutto è di Antiochia. Anche se è giunta a noi come canone di san Basilio, san Basilio se ne è servito, l’ha elaborata, l’ha ampliata, ma era antecedente a lui. Pertanto la preghiera che la Chiesa bizantina ( La Chiesa bizantina ha soltanto due anafore: quella di san Giovanni Crisostomo e quella di san Basilio) chiama ” anafora di san Basilio”, perché davvero composta da lui, non è nient’altro che questa preghiera, arricchita, lavorata.
EB afferma che questa anafora ha una grande qualità, è straordinaria; EB confessa che tutte le volte che si usa questa anafora è proprio uno di quei casi in cui l’eucaristia gli diventa in-sopportabile, non nel senso che non la vuole, ma che la sente talmente grandiosa che schiaccia; è di una ricchezza senza fine, è di qualità teologica rivelativa.
Appartiene ad un’epoca in cui le tradizioni orientali ed occidentali erano poco differenziate. E’ molto simile a quella di Ippolito, anch’essa di derivazione antiochena (settanta, forse ottanta anni prima), c’è una grande vicinanza, anche se questa è molto estesa, mentre quella di Ippolito era solo un canovaccio (e tale voleva essere). Non è ancora segnata da quel copioso lirismo orientale, che a noi occidentali darebbe fastidio, perché non appartiene alla nostra cultura. In Oriente, nelle anafore bizantine hanno bisogno di usare 24 volte un verbo differente, per dire una sola cosa: “Signore noi ti lodiamo, ti ringraziamo, ti benediciamo, ti conglorifichiamo …”. Questa preghiera non ha ancora la copiosità lirica che ha invece la liturgia di san Giovanni Crisostomo, in cui si sente questo clima. E’ una preghiera che ha avuto una grande diffusione in tutto l’Oriente, quella più usata da tutte le Chiese; si ritrova in quella siriaca, armena, copta-egiziana, georgiana.
Se c’è un’anafora frequentata dalle Chiese, è proprio questa e poi ha una stile di lode che è molto vicino alla berakah ebraica.
Insomma questa preghiera, che conoscevamo perché riportata in tutti i manoscritti e che le Chiese dell’Oriente frequentavano, è stata presentata a Paolo VI perché potesse fare parte del gruppo delle nuove preghiere eucaristiche che la riforma liturgica avrebbe poi pubblicato. E’ stato soprattutto Vagaggini, un monaco italiano che apparteneva ad un monastero belga, a tradurla, a cercare di darle un adattamento ed a presentarla; alla fine è stata accettata con alcune varianti. Se si guarda al testo antico, c’erano molti interventi dell’assemblea, o risposte dei fedeli, che concludevano ogni singola parte; Paolo VI ritenne che i cristiani dell’Occidente non fossero abituati ad intervenire nel canone, il canone era qualcosa che solo il presbitero doveva dire; se c’erano delle risposte, come avviene nell’Oriente, sembrava togliessero quella unicità e quella sacralità che solo il prete ha. Per questa ragione tutti questi interventi sono stati tolti e attualmente non ci sono.
In questa preghiera, dopo un dialogo praticamente identico a tutte le anafore (identica a quella di Ippolito), c’è un’azione di grazia indirizzata al Padre, che svolge il tema della grandezza di Dio:Dio è grande soprattutto per l’opera della creazione. Questa prima parte si conclude con il canto del Sanctus.
Poi c’è una seconda azione di grazie, una seconda lode a Dio Padre, non più visto come Creatore, ma comeColui che ha compiuto azioni di salvezza nella storia del mondo, nella nostra stessa storia di cristiani. Questa seconda lode si conclude nella celebrazione eucaristica, lode propria degli uomini che sono salvati da Cristo.
La terza parte,l’istituzione, è preceduta da un breve prologo che esplicita l’intenzione del Signore Gesù e questa istituzione è costruita in modo da tenere conto di tutte le indicazioni tratte, sia dai sinottici sia da Paolo.
Nella formulazione antica c’è addirittura, tra i molti verbi, un verbo non biblico, ma che esprime però la caratteristica di questa preghiera, che sarà la caratteristica di tutte le eucaristie delle Chiese di Oriente.
Questa preghiera, nel testo antico (non quello del IV canone) è:
Prese il pane nella sue sante mani immacolate e beate, e alzati gli occhi in cielo, a Te Padre Suo, Dio nostro e Dio dell’universo, rese grazie, benedisse, [ecco l’aggiunta di un verbo] santificò, diede a suoi discepoli dicendo … ; similmente prese il calice dopo la cena, rese grazie, benedisse, santificò e diede a suoi discepoli e ai suoi apostoli dicendo …
Attenzione, l’intenzione di chi ha composto questa preghiera era, innanzi tutto di riportare i verbi che si trovano in Matteo ed in Marco: “benedisse” “disse la benedizione”, mettere in evidenza il verbo che riportano Luca e Paolo: “rese grazie”, ma poi anche di aiutare la comprensione della Chiesa con un terzo verbo “santificò”. Qui appare quella che saràla caratteristica dell’eucaristia della Chiesa orientale, per la quale è essenzialmente l’opera di santificazione dello Spirito santo.
Quindi, Gesù benedisse Dio, rese grazie a Dio e santificò con lo Spirito santo il pane e il vino, perché diventassero il suo corpo e il suo sangue.
Insomma, questa anafora dà il senso della santificazione; si parla tanto di santità, ma di una santità il cui soggetto protagonista è lo Spirito santo. E’ chiaro che con un’anafora di questo tipo, in Oriente non c’è mai stata la possibilità di derive come ci sono state invece in Occidente, cioè le derive per cui l’azione di consacrazione è un’azione del prete. Questo la teologia orientale non l’ha mai detto, ha sempre detto che è lo Spirito santo che santifica, che cambia il pane in corpo e sangue di Cristo; il prete ha soltanto la funzione sacramentale di dare voce ad un’azione dello Spirito, ma non è il presbitero che opera questa trasformazione,il protagonista è lo Spirito santo . In Occidente, invece, proprio perché mancava questa presenza dello Spirito santo, si è sempre avuto la tendenza a vedere come questa azione fosse un’azione del prete. Questa tendenza la Chiesa ortodossa non l’ha mai avuta, anche se i ministeri del presbitero e del vescovo sono sentiti con una qualità di legittimare l’azione della Chiesa, più di quanto lo sia da noi nella Chiesa cattolica. Non si trattava assolutamente di toglier qualcosa al ministero, ma la coscienza è che lo Spirito santo fa 1’opera di santificazione, il prete è lo strumento necessario.
Ecco allora questo “santificavit” che garantiva un’azione che i Vangeli non dicono; ma quando la Chiesa dice che Gesù “disse la benedizione o rese grazie”, che cosa capisce la Chiesa nella sua fede? Che, tramite lo Spirito santo, Gesù santificò, rese santo il pane ed il vino, cioè lo fece diventare suo corpo e suo sangue.
Poi l’anàmnesi , che è il ricordo, certamente qui è molto ricco, come in tutte le liturgie orientali.
Ricordando dunque la passione, la risurrezione dai morti, l’ascensione al cielo, la seduta alla
destra del Padre, il suo ritorno nella Gloria.
I memoriali orientali tendono sempre a dire tutto; molti dicono l’incarnazione, la venuta nel mondo. Davvero, dopo l’istituzione, c’è bisogno di dire che l’eucaristia è il sacramento della sintesi.Tutta la vita del Figlio è nell’eucaristia, dalla sua vita presso il Padre, prima della creazione del mondo ed attraverso il quale crea il mondo, fino al suo concepimento in Maria, la nascita, la vita, il suo passare facendo del bene, la sua passione, la sua morte, la discesa agli inferi, la risurrezione, l’ascensione alla destra del Padre, l’intercessione per noi, la sua venuta gloriosa. Tutto c’è! Ecco all’interno del mondo orientale si intende quello. All’interno del mondo occidentale si è molto paolini, si annuncia la morte e tutt’al più la risurrezione; già “la venuta nella gloria”, nella prima formula è nella risposta, ma nella terza formula (quella molto devota e pia, “salvaci Signore Gesù”) non c’è più.
Insomma, tutto il mistero di Cristo è memoriale. Inoltre, nel testo antico a cui mi riferisco, dopo l’istituzione c’è poi la grande epìclesi:
E noi ti preghiamo Signore e ti deprechiamo: venga il tuo Spirito Santo su di noi e su questi doni. Venga lo Spirito Santo e li santifichi e li porti ad essere cose sante tra le cose sante, santi dei santi.
Ricordate nel momento dell’istituzione: “Prese il pane, disse la benedizione, rese grazie, santificò”, azione di Cristo, “venga il tuo Spirito Santo e santifichi”, cioè i doni si cambiano sempre per la potenza dello Spirito santo, perché lo Spirito santo scende e perché Gesù stesso, nel momento in cui istituiva l’eucaristia, la santificava attraverso lo Spirito Santo.
Dopo di che ci sono le intercessioni per la Chiesa universale, per il papa d’Alessandria (titolo del patriarca di Alessandria ( Il patriarca di Alessandria e quello di Roma sono gli unici due ad avere il titolo di Papa), gli altri vescovi, il clero, il popolo, la città. Sono tutte intercessioni con un Kyrie eleison detto dal popolo in risposta ad ogni intenzione.
Poi la grande dossologia.
Quello che colpisce dando una sguardo d’insieme a questa anafora antica, è che l’eucaristia è sentita soprattutto come azione di santificazione, cioè l’eucaristia è sentita come una liturgia in cui il protagonista, l’artefice principale è lo Spirito santo, che santifica i doni e santifica i fedeli che partecipano.
Poi stupisce è chela creazione e la redenzione sono strettamente unite, non c’è neanche l’idea che noi sovente abbiamo sbagliata: c’è stata la creazione, poi c’è stato il peccato, quindi la redenzione. No, la creazione continua fino ad oggi come opera di Dio, sempre Dio creando redime. Le due azioni sono immanenti l’una all’altra, c’è una grande unità.
Terzo, stupisce soprattuttolo sguardo cosmico che ha questa preghiera. Nel canone romano lo sguardo è poco esteso, non si prega mai per il mondo, si prega solo per i cristiani, solo per la Chiesa. Il canone romano è una preghiera che è molto chiusa, si sente che non è una preghiera di grande respiro. La preghiera di san Basilio è addirittura cosmica, non solo prega per tutti gli uomini, non soltanto lo sguardo è sull’umanità – e non tanto sulla Chiesa – ma addirittura sulla creazione. E’ davvero un grande testo, se Basilio lo ha preso come canovaccio per la sua preghiera.
Basilio è chiamato “il grande”, perché è l’unico padre nel quale non si trova nulla di contradditorio, né rispetto al Vangelo, né rispetto alla dottrina della Chiesa. Non dimentichiamolo. Nessun padre della Chiesa è come Basilio, un grande uomo la cui dottrina è la grande tradizione della Chiesa. In tutti potremo trovare cose che la Chiesa più tardi ha dichiarato contradditorie o addirittura poco evangeliche, in Basilio mai.
La prima lettera apostolica di Giovanni Paolo II, il primo atto che ha fatto da papa nel ’79 (due o tre mesi dopo la sua elezione) è stata su san Basilio, lettera straordinaria che esalta la grandezza del santo e della sua dottrina per la Chiesa. E’ un testo bellissimo!
Il testo del IV canone si presenta con alcune differenze, non fosse altro perché è stato tradotto. Cosa mettere in evidenza? Innanzitutto lo stile, ci sono molte proposizioni finali introdotte da degli “affinché”; è molto bello questo perché è un canone che si mostra con un orientamento preciso, narra la storia di salvezza (narra gli eventi) che ha sempre un orientamento.
Tu sei buono e fonte di vita, hai dato origine all’universo [perché?] per effondere il tuo amore su tutte le creature ed allietarle con gli splendori della tua luce.
Seconda osservazione nella sintassi: ci sono molti parallelismi, che è lo stile biblico di costruire il discorso; soprattutto nei Salmi c’è questa maniera lirica, anche molto importante.
I Salmi sono pieni di parallelismi, dicono la stessa idea cambiando una parola o due. Chi ha scritto questa preghiera non lo sappiamo, certamente doveva essere uno che aveva una grande assiduità biblica, una grande memoria di tutta la Bibbia. La preghiera ha dentro lo stile, il soffio biblico.
Inoltre, tutte la proposizioni sono molto concatenate, per cui, è vero che è lunga, ma non stufa, non è ripetitiva. Qui tutto è costruito in modo incatenato:
Padre santo, tu ha tanto amato il mondo, che gli hai mandato, quando venne il tempo, il tuo unigenito Figlio, affinché . . . . . . . . . .
E’ un procedere che non stanca, non ripete, il discorso è sostenuto, alto. Vi è poi una frequenza grande del vocabolario affettivo (amore, amicizia, affetto, misericordia), cioè c’è il linguaggio affettivo di uno con grande assiduità al quarto vangelo, quello di Giovanni (dal cap. 12 alla fine).
Va notato ancora che, per rendere più leggera questa preghiera che è lunga, molte espressioni che sono dette in una riga, sono riprese in quella successiva, riprende uno stesso tema con alcune parole cambiate:
Padre santo, hai tanto amato il mondo, da mandare a noi […] il tuo unigenito Figlio, per attuare il tuo disegno di amore …
Infine, è un’anafora in cui si sente chel’eucaristia, oltre che santificazione, è coinonia, cioè chi la celebra vuole la comunione, in cui i fedeli devono partecipare (Nella celebrazione eucaristica nessuno può considerarsi spettatore, giacché tutti sono parte in causa. La lex orandi ne dà autorevole conferma,allorché, collegando l’anamnesi (il ricordo) all’ordine di iterazione con i verdi formulati al plurale, dice: “Memores … offerimus”. Il sacerdozio ministeriale è soggetto inclusivo, non esclusivo dell’offerimus.
Soggetto resta l’assemblea, che per mano dei ministri ordinati – e soltanto per mano di questi – offre “il pane di vita eterna ed il calice di salvezza perpetua”. Significativa in proposito l’anamnesi del canone romano che dice: “Unde et mémores, Domine, nos servi tui, sed et pleb tua sancta, … offerimus …panem sanctum … “. Notare la forza della locuzione “sed et”, avversativa soltanto nell’apparenza, ma congiunzionale di fatto, per sottolineare lo stretto nesso che corre tra sacerdozio ministeriale e sacerdozio battesimale.
CESARE GIRANDO s.j., Lo «stupore eucaristico», in Civiltà Cattolica 2004 II [3692] 152-153). Il canone romano insiste molto sul sacrificio, ripetuto più volte, offerta e sacrificio abbondano in questa teologia, la teologia romana che ha segnato indubbiamente il secondo millennio. Qui in realtà si insiste soprattutto che l’eucaristia è coinonia, come la chiama il Nuovo Testamento, e quindi quelli che vi partecipano sono “in comunione”.
EB sottolinea l’importanza di avere un testo piuttosto che un altro del canone. Le chiese che avevano il canone c.d. di san Basilio, sono arrivate ad assumere nei concili alcune decisioni che possono oggi stupire. L’ XI canone del concilio di Sarnica e l’ LXXX canone del concilio in Trullo dicono:
“Sia scomunicato quel cristiano o quella cristiana che andando a messa non si comunica per tre settimane di seguito”,
perché l’eucaristia era sentita talmente come partecipazione, che se uno per tre domeniche di seguito non si comunicava doveva essere scomunicato; una volta pazienza, non aveva fatto digiuno, un’altra pazienza, non era riuscito a confessare un grave peccato, ma se per tre volte non partecipava all’eucaristia andava scomunicato. Non era tanto una norma quanto una comprensione; colui che non si comunica, si dichiara estraneo al mistero della Chiesa. Il modo “normale” di vivere ecclesiale è la partecipazione al corpo di Cristo.
L’eucaristia è un atto della comunione ecclesiale, chi non partecipa all’eucaristia non partecipa a diventare corpo di Cristo. Cirillo d’Alessandria dice:
“Tu dopo avere fatto l’esame di coscienza all’inizio della liturgia e dopo avere ricevuto la remissione dei peccati annunziata dal presbitero, tu non ti sento degno? Ma quando sarai degno? Se continuerai a temere le cadute, tu non cesserai di cadere fino a diventare un maledetto”.
Questi sono i Padri della Chiesa! L’eucaristia non era sentita come un sacramento dei sani, ma dei malati del popolo di Dio; come dicono i Padri è cibo per chi ha fame e sete, è rimedio alla nostra mortalità, è antidoto al peccato ed alla morte. Simeone il nuovo teologo (Dalla Chiesa ortodossa soltanto tre sono chiamati “teologi”: Giovanni l’Evangelista [Giovanni il teologo], Simeone il nuovo teologo, Gregorio di Nazianzio, l’amico di Basilio, chiamato “il teologo'” per eccellenza), che per gli ortodossi è il più grande Padre della Chiesa, dice:
Colui che si pente seriamente e piange la sua indegnità, costui è degno di partecipare sempre ai divini misteri, anche se fosse all’inizio del pentimento e della conversione.
Questo per dire che il clima di una preghiera eucaristica plasma la Chiesa, l’eucaristia è un magistero che plasma la Chiesa, plasma la fede, è di un’importanza capitale. La cosa più importante è che dall’eucaristia dipende la nostra fede, la nostra vita.
San Paolo dice nella prima Lettera ai Corinzi (11, 30):
Siccome voi non avete una buona comprensione dell’eucaristia e non mangiate la cena del Signore, ma avete una patologia nell’osservanza eucaristica, io vi dico che tra di voi ci sono molti ammalati, molti deboli ed un gran numero sono morti.
La non comprensione eucaristica significa anche qualcosa che si ripercuote nella nostra vita e nella nostra salute. Soltanto Paolo, da profeta, poteva dire ai Corinzi che tra di loro ci sono molti ammalati, molti esauriti (depressi), perché non capiscono bene l’eucaristia.
EB invita a prendere questo avvertimento di san Paolo come una cosa molto seria: l’eucaristia e la sua comprensione, fan sì che ne dipende da esse la nostra vita cristiana, ma anche tutto quel che siamo. Infatti qualunque peccato diventa sempre patologia psichica ed, a lungo, patologia anche somatica. Non perché ci sia un castigo di Dio, ma per una giustizia immanente che c’è in noi. Il male che noi facciamo, agli altri è un male fatto a noi ed il male che gli altri vogliono, è il loro male. Chiunque fa del male, non lo fa soltanto agli altri, lo fa anche a se stesso.
Negli uomini lavorano in profondità energie spirituali, quando c’è davvero una contraddizione continua alla volontà di Dio, questa, prima o poi, si trasforma in patologia psichica e arriva ad essere patologia fisica, per credenti e non credenti. Il male è efficace, ogni volta che facciamo male agli altri, lo facciamo anche a noi; non c’è mai la possibilità che noi facciamo male agli altri senza farcelo contemporaneamente a noi. Anche se noi questo lo neghiamo, ce ne accorgiamo più tardi; verrà il momento in cui ammetteremo che il male fatto ad una determinata persona, è stato un male fatto a noi stessi.
La comprensione eucaristica, quindi, è essenziale.
Commento alla quarta preghiera eucaristica
Il testo:
E’ veramente giusto renderti grazie, è bello cantare la tua gloria, Padre santo, unico Dio vivo e vero. Prima del tempo ed in eterno tu sei, nel tuo regno di luce infinita. Tu solo sei buono e fonte della vita, ed hai dato origine all’universo, per effondere il tuo amore su tutte le creature e rallegrarle con gli splendori della tua luce.
Qui c’è la memoria della creazione, ma soprattutto dell’azione di Dio il quale, essendo fonte di vita, ha creato le cose, ha dato origine all’universo. Ma l’ha fatto per cosa? Per effondere l’amore sulle creature.
Ireneo da Lione ( Ireneo (Asia Minore 130 circa – Lione 200), vescovo di Lione, padre della Chiesa di lingua greca), qualche anno prima di questo canone (nel 180), si pone la domanda: «Perché Dio ha creato il mondo?» e risponde: «Per aver qualcuno davanti a cui poter dare i suoi doni meravigliosi». Dio ci ha creati perché “voleva crearci”, voleva avere qualcuno a cui consegnare i suoi doni meravigliosi. Questa è la cosa straordinaria: noi siamo partner di Dio! Non è soltanto vero che noi cerchiamo lui, è vero che lui ci ha sempre cercati, in un certo senso aveva bisogno di noi. Se ci ha creato è perché aveva desiderio di noi.
Non dobbiamo pensare a Dio nella forma filosofica greca, ripresa dalla scolastica. Dio, essere perfettissimo, stava bene da solo; ma se stava bene da solo, perché ci ha creati? Noi possiamo capire che ci ha creati per dare i suoi doni meravigliosi, come diceva Ireneo da Lione.
Ecco allora l’espressione: “hai dato origine all’universo”, che mette in luce l’immagine cosmica che regna in questa preghiera, “per effondere il suo amore su tutte le creature e rallegrarle con gli splendori della tua luce”. E’ chiaro. Dio aveva bisogno di amare, per dare a tutte le creature gioia con gli splendori della sua luce.
C’è poi una espressione molto orientale:
Schiere innumerevoli di angeli stanno davanti a Te per servirti, contemplano la gloria del tuo volto, e giorno e notte cantano la tua lode. Insieme con loro anche noi, fatti voce di ogni creatura, esultanti cantiamo: Santo … .
E’ una cosa straordinaria! Noi siamo la voce delle cose; quando cantiamo il Sanctus cantiamo la gloria di Dio, diventiamo la voce di ogni creatura: una foglia parla attraverso di me quando canto il Sanctus, la quercia che conosco parla attraverso di me, noi siamo la loro voce.
Poi prosegue.
Noi ti lodiamo, Padre santo, per la tua grandezza. Tu hai fatto ogni cosa con sapienza ed amore. A tua immagine hai formato l’uomo, alle sue mani operose hai affidato l’universo perché nell’obbedienza a Te, suo creatore, esercitasse il dominio su tutto il creato.
E’ ripresa ancora la lode per la creazione, già esposta nel Prefazio, ma con questa visione straordinaria: Noi lodiamo te, che sei il Padre, per la tua grandezza. E poi: tu hai creato tutte le cose con sapienza ed amore, ma sapienza ed amore sono il Figlio e lo Spirito santo. Anche qui Ireneo da Lione, che ispirava questa teologia, diceva che Dio ha creato l’uomo plasmandolo con le sue due sante mani: la Parola e lo Spirito. EB fa notare come si parlava della Trinità alla fine del II secolo, in termini molto vicini a noi.
Dio Padre, con sapienza ed amore, ha fatto l’uomo a sua immagine, poi gli ha affidato l’universo. Perché? Affinché l’uomo, “servendo Te (suo) creatore, potesse esercitare il dominio”. Renderebbe meglio il verbo “regnare”, infatti “esercitare il dominio sulle cose” dà l’impressione dello sfruttamento, di una dominio che offende la creazione, contrario anche ai sentimenti attuali dell’ecologia, per fortuna, che ormai sentiamo tutti. Noi uomini siamo chiamati ad esercitare la regalità del re, sulla terra e su tutta la creazione. La terra è stata data all’uomo perché vi regni, nel senso che deve custodirla, deve salvaguardarla. In tal modo l’uomo, obbedendo a Dio Padre, consente a Lui (Dio) di regnare su tutto il creato.
Poi la memoria del peccato. Ma è straordinaria, non c’è più la teologia ferrea del peccato originale, ma la teologia orientale per cui l’uomo costantemente pecca e quindi si allontana da Dio.
E quando, per la sua disubbidienza, l’uomo perse la tua amicizia, tu non l’hai abbandonato in potere della morte, ma nella tua misericordia (amore) a tutti sei venuto incontro, perché coloro che ti cercano ti potessero trovare.
E’ molto bello questo! Dio, che ha creato tutto per amore, di fronte all’uomo che pecca non lo abbandona mai nella morte, ma continua ad andare incontro all’uomo, perché chi cerca Dio lo possa trovare.
E ancora:
Molte volte hai offerto agli uomini la tua alleanza …
Non c’è una sola alleanza; quante volte Dio ha offerto la sua alleanza agli uomini! Noi non sappiamo. Certamente Dio, che aveva fatto un’alleanza con Adamo, con Noé, con Abramo, con Mosè, con Davide, tramite Gesù ha fatto un’alleanza definitiva con noi.
[Molte volte hai offerto la tua alleanza agli uomini] e per mezzo dei profeti hai insegnato a sperare la salvezza.
La coscienza è che l’uomo non sperava neanche la salvezza, ma i profeti sono stati mandati perché gli uomini imparino a sperare la salvezza, a non essere schiacciati dall’angoscia di un mondo cattivo. I profeti hanno insegnato che c’è la possibilità di salvezza. Da notare poi:
Padre Santo (è l’invocazione di Gesù in Giovanni 17, ecco il quarto vangelo), hai tanto amato il mondo (Gv 3) da mandare a noi, nella pienezza dei tempi, il tuo unico Figlio come Salvatore. Egli si è fatto uomo (ecco la redenzione, ma il passaggio tra creazione e redenzione neanche si sente) per opera dello Spirito santo, è nato da Maria vergine. Ha condiviso in tutto eccetto il peccato la nostra condizione umana, è stato uomo come noi. Ai poveri annunciò il vangelo di salvezza, la libertà ai prigionieri, a quelli che piangono la gioia.
Abbiamo tutta una serie di movimenti fatti a tre per tre: egli si è fatto uomo per opera dello Spirito santo, è nato da Maria vergine, ha condiviso in tutto la nostra condizione umana (tre azioni), poi: ai poveri annunciò la buona novella, la libertà ai prigionieri, agli afflitti la gioia (tre annunzi).
Si coglie un ritmo che aiuta molto. Tutto questo perché?
Per attuare il suo disegno d’amore (la redenzione) si consegnò volontariamente alla morte e con la sua risurrezione distrusse la morte e rinnovò la vita.
Creazione, incarnazione, passione e morte, ma subito gli effetti su di noi.
E perché noi non vivessimo più per noi (perché noi non fossimo più nell’egoismo di chi vive pensando a sé), ma per lui che è morto e risorto per noi, hai mandato, o Padre, lo Spirito santo, primo dono ai credenti, a perfezionare (a portare a termine) la sua opera nel mondo e compiere ogni santificazione.
E allora ecco l’epìclesi. Qui c’è stato lo spostamento, perché nell’anafora di san Basilio era dopo il racconto della istituzione. E’ il problema già visto; l’epìclesi è stata sdoppiata, una sulle offerte prima, l’altra sul popolo dopo.
Per questo ti preghiamo o Padre: lo Spirito Santo santifichi questi doni.
Perché si percepisca bene l’opera di santificazione, è stata mantenuto il verbo, lo Spirito santo santifichi
perché diventino il corpo ed il sangue di Gesù Cristo, nostro Signore, nella celebrazione di questo grande mistero, che Lui ci ha lasciato in segno di eterna alleanza.
Il sangue della celebrazione dell’alleanza con Mosè, è richiamato qui; l’eucaristia è il segno dell’alleanza eterna, definitiva.
Egli, venuta l’ora di essere glorificato da te, Padre santo,
è Giovanni che parla della passione di Gesù come glorificazione: “Padre glorificami con quella gloria che avevo presso di te prima della fondazione del mondo” (Gv 17, 1)
avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine, e mentre cenava con loro, prese il pane e rese grazie, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse: «Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi».
in realtà il testo antico è: “consegnato per voi, offerto per voi”. La traduzione della CEI ha aggiunto “in sacrificio”, che nel testo in latino di Paolo VI non c’è, “quod pro vobis tradétur” “che è dato per voi”; è una scelta.
Allo stesso modo prese il calice del vino, rese grazie, lo diede ai suoi discepoli e disse: «Prendete e bevetene tutti, questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me».
Ci sono poi le acclamazioni previste e l’anamnesi. Troviamo il ricordo molto esteso.
In questo memoriale della nostra redenzione (l’eucaristia richiamata “memoriale”) celebriamo, o Padre, la morte di Cristo, la sua discesa agli inferi (ritorna come nel Credo apostolico, perché legata all’Oriente) proclamiamo la sua resurrezione ed ascensione al cielo, dove sta seduto alla tua destra,
è un peccato, la traduzione non è ben fatta, in realtà il testo latino è “ad tuam dexteram profitemur”,
e in attesa della sua venuta nella gloria.
Qui non è il testo originale, c’è un problema che va affrontato ed EB cerca di farlo notare. Cosa diceva questa anafora nel testo originale:
Memori dunque anche noi della sua passione, della risurrezione dai morti, dell’ascensione in cielo, della sessione alla tua destra, Dio Padre, e della gloriosa e tremenda seconda venuta, ti offriamo cose tue dai tuoi doni, secondo ogni cosa, e per ogni cosa, e in tutte le cose.
Era una cosa straordinaria, anche se difficile certamente. “Noi ti presentiamo le cose tue dai tuoi doni”, cioè noi ti presentiamo ciò che tu ci hai dato, perché noi non abbiamo nulla da dare a te, “secondo ogni cosa”, cioè in armonia con ogni cosa, e le ridiamo a te “per tutte le cose”, a favore di tutte le cose perché Dio sia presente in tutto.
Nella prima Lettera ai Corinti (cap. 15), Paolo conclude il discorso sulla risurrezione dicendo: “Allora Dio sarà tutto in tutte le cose”.
Questo è il significato: noi celebriamo questa eucaristia e ti presentiamo questa offerta, il pane e il vino, ma te li presentiamo per tutte le cose, perché Dio sia presente in tutto, perché venga l’ora in cui Dio sarà tutto in tutti.
Il testo originale è stato modificato e, purtroppo, ne è venuto fuori un testo che è l’unica cosa che EB critica di questo IV canone, perché dice:
Ti offriamo il suo corpo ed il suo sangue, sacrificio a te gradito per la salvezza del mondo.
Chi siamo noi per presentare il sacrificio di Cristo? È Cristo che ha già offerto la sua vita al Padre. Secondo EB qui c’è una brutta caduta e spera che un giorno queste cose siano tra quelle che saranno riformate, perché si può dire: “Noi ti offriamo il corpo ed il sangue di Cristo”, ma è Cristo che ha offerto il suo corpo ed il suo sangue a Dio. Noi possiamo unirci a lui nell’offerta, ma non siamo protagonisti di questa offerta. EB spera che ci sia una comprensione retta, ma non si deve pensare che noi possiamo offrire a Dio il corpo ed il sangue di Cristo.
Infatti é Cristo che ha fatto offerta della vita al Padre, ed è l’unico ad aver fatto un’offerta veramente totale della sua vita al Padre, non ha certo bisogno che siamo noi ad offrirla al Padre.
Il testo originale continuava così:
Ti lodiamo, ti benediciamo, ti rendiamo grazie Signore e ti preghiamo nostro Dio, amico degli uomini, buono o Signore, noi peccatori indegni tuoi servi, ci prostriamo a te, perché venga il tuo Spirito santo su di noi tuoi servi e sull’offerta di questi doni, li santifichi e mostri che sono il Santo dei Santi.
Si percepisce il giudaismo, “il Santo dei Santi”, ritorna la presenza di Dio.
Invece nel testo della CEI c’è di nuovo un’altra caduta! E dire che questa traduzione è stata voluta da coloro che erano preoccupati che la quarta preghiera eucaristica non esprimesse con sufficiente chiarezza che l’eucaristia era un sacrificio. Questa è la verità! Allora hanno aggiunto (ecco l’altra caduta brutta):
Guarda con amore, o Dio, la vittima che tu stesso hai preparato per la tua Chiesa:
Ma dobbiamo essere noi dire a Dio che abbia amore per suo Figlio? No! Questo davvero è una caduta terribile! Nessuno avrebbe il coraggio di dire ad un padre – a meno che non si tratti di un padre perverso – di guardare con amore a suo figlio. Qui la traduzione ha fatto perdere questa qualità eccezionale, teologica, alla preghiera.
E notare che, se si legge in latino, è:
Respice, Domine, in hostiam, quam Ecclesiae tuae ipse parasti et …
Guarda, o Signore, l’offerta (hostiam), che tu stesso hai preparato per la tua Chiesa.
Poi l’epìclesi:
Ed a tutti quelli che mangeranno di questo unico pane e berranno di questo unico calice, concedi che, riuniti in un solo corpo dallo Spirito santo, diventino (loro) un’offerta viva in Cristo, a lode della tua gloria.
Siamo noi che dobbiamo essere offerti, noi che ci dobbiamo offrire a Cristo. Cristo ha già offerto se stesso a Dio Padre e non siamo certamente noi che lo offriamo al Padre!
Questo i traduttori non volevano dirlo, perché nel testo di Basilio non c’è:
Prendiamo te, invochiamo te, amico degli uomini, buono, Signore. Noi peccatori ed indegni tuoi servi ci prostriamo a te, per il beneplacito della tua bontà, perché venga il tuo Spirito santo.
La causa di tutto questo è la divisione della epìclesi. Avendone messo un pezzo prima, è rimasta l’ultima parte ed allora hanno costruito un pezzo ex-novo con queste espressioni che stonano rispetto alla grandezza della preghiera.
Siamo giunti alle orazioni:
Ed ora, Padre, ricordati di tutti quelli per i quali ti offriamo questo sacrificio: (certamente) del tuo servo e nostro papa … , del nostro vescovo …. , del collegio episcopale, di tutto il clero, di coloro che servono a questo altare, di tutti i presenti (che si uniscono a questa offerta), del tuo popolo e di tutti gli uomini che ti cercano con cuore sincero.
Notare il respiro di questa preghiera, non soltanto per i cristiani ma per tutti gli uomini che ti cercano con cuore sincero.
La preghiera passa allora all’unità con la Chiesa dei morti:
Ricordati anche dei nostri fratelli che sono morti nella pace del tuo Cristo (sì, ricordati dei cristiani morti, ma di nuovo questo slancio universale) e di tutti i defunti, dei quali solo tu hai conosciuto la fede.
Padre misericordioso, concedi a noi, tuoi figli, di ottenere con la beata Maria vergine e madre di Dio, con gli apostoli e tutti i santi, l’eredità eterna del tuo regno, dove …
Ma di nuovo una visione escatologica, cosmica:
dove, con tutte le creature [con la foglia che amiamo, con l’albero che amiamo, con la pietra che amiamo, con quell’animale che amiamo, con tutte le creature] libere dalla corruzione del peccato e della morte, canteremo la tua gloria, in Cristo nostro Signore, attraverso il quale tu, o Dio, (continui ancora oggi) a dare al mondo ogni bene (tutti i tuoi beni).
E’ una preghiera solenne, straordinaria; usare questa preghiera nelle solennità comporta certamente allungare i tempi, ma sarebbe una ricchezza da cui si capisce cosa è la salvezza, cosa è l’eucaristia, cosa è la nostra speranza.
E’ un grande testo!