24-05-2009-Ascensione-B

24/05/2009 – T. PASQUALE – ANNO B – 7 dom. Ascens – 2009

Preparazione alla celebrazione della messa.

ASCENSIONE DEL SIGNORE.
7ª Domenica di Pasqua – Anno B – 24 Maggio 2009

Ci Raccogliamo
davanti al Signore Gesù, Dio fatto uomo, che si dona, muore, risorge, trasmette lo Spirito (Nota 1).
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo. Amen.
Ascolta, Israele: io sono il Signore Dio tuo…! (Ascolta N. [tuo nome]; ascolta, Chiesa che sei in.. [nomi di parrocchie, comunità, famiglie. Le presentiamo al Padre come membra di Gesù che vive presentandogli tutta l’umanità. Gli presentiamo in Cristo anche singole persone: ascolta N. [nome d’una persona]. E tutti, con disponibilità, accogliamo la nostra esistenza quotidiana in Cristo, dicendo):
Eccomi, Signore, aiuta tutti, come ora aiuti noi ad ascoltarti.

Leggiamo
il formulario liturgico della messa corrispondente, da Ingresso a Dopocomunione, secondo le disposizioni della chiesa (nota 2). Cogliamo una parola da contestualizzare (vedi il «Rileggiamo» che segue»), e da ripetere alla venuta del Signore, nella giornata.

Rileggiamo
i testi, cominciando dal vangelo, dove Gesù, Buona Notizia, parla di se stesso,
“Compimento” delle promesse della prima lettura veterotestamentaria, che in questo periodo di pasqua è sostituita da Atti, dov’è descritta l’Attuazione della comunità di Gesù, che ne è il “Fondamento”;
la seconda lettura, poi, ci fa scoprire la “nostra partecipazione attiva”, alla comunità di Gesù (vedi Principi e Norme per l’uso del Lezionario e del Messale Romano).
Rileggiamo, quindi, vangelo e I-II lettura in rapporto al vangelo,
adorando, pregando, contemplando Gesù, presente.

Il Vangelo (Mc 16,15-20) presenta la tappa finale della missione di Gesù, assunto in cielo; e l’adempimento della missione, che Gesù affida ai suoi discepoli, assistendoli.
Struttura.
Il testo evangelico (Mc 16,15-20) costituisce la «finale canonica» di Marco (16,9-20), come dire: «è ispirata», sebbene sia di mano diversa da quella che ha redatto il testo precedente del Vangelo di Marco (Nota 4):
Inizio della proclamazione del vangelo: «In quel tempo, Gesù apparve agli Undici, e disse 1oro…”;
al v. 19, un avverbio di tempo «dopo»: «“Dopo” aver parlato con loro..», traccia una linea nel testo, tra ciò che lo precede,

l’invio in missione (vv. 15-18): 15«Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. 16Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. 17Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, 18prenderanno in mano serpenti e se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno»; e ciò che lo segue,
l’«elevazione», «l’adempimento del comando», «l’accompagnamento divino» (vv 19-20): 19«Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. 20Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano».
Tematica.
Dalla struttura si evince che l’ascensione di Gesù al cielo è legata alla missione degli apostoli da parte di Gesù, e all’adempimento della missione che Gesù affida loro, adempimento garantito dalla stessa presenza di Gesù operante con loro.
Quindi, l’ascensione di Gesù è «per» gli uomini: per la piena realizzazione della nostra esistenza.

La prima lettura (At 1,1-11) presenta le caratteristiche dell’Ascensione di Gesù, il suo significato.
La seconda lettura (Ef 1,17-23) presenta il carisma particolare (lo Spirito di Rivelazione) che il Padre dona ai discepoli di Gesù, e ai destinatari della loro missione.
La seconda lettura alternativa (Ef 4,1-13) mostra la Chiesa, che dona la Parola ricevuta da Dio, e si costruisce «una» e «multiforme» (cf. i vari riti liturgici riconosciuti) attorno alla stessa Parola.
I testi eucologici, in fine, ci guidano nella celebrazione, e noi «Preghiamo» e «Contempliamo» con la Parola efficace di Dio.

Il Signore Gesù fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio.

ADORIAMO.

1. Ti adoriamo, Signore Gesù: liet’annunzio sono la tua Persona, le tue azioni, le tue parole.
Proclamate il Vangelo ad ogni creatura. Gesù nel vangelo di Matteo (28, 17) dice: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate, ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro tutto ciò che vi ho insegnato”. Aristione prende questo testo e lo semplifica, tira via la formula del battesimo, e lascia: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura”. Nel vangelo di Matteo il compito degli apostoli è di fare «discepolo di Gesù» ciascun credente: “Andate… e fate mie discepole tutte le genti” (questa sarebbe la traduzione migliore). Qui invece Aristione rispetta il vocabolario di Marco (1,1), che inizia il vangelo, dicendo: «Inizio» del «vangelo», di «Gesù Cristo», «Figlio di Dio». Traduzione più idonea al testo greco sarebbe: ciò che segue è un abbozzo di vangelo, i 16 capitoli del vangelo di Marco non sono «il» Vangelo, ma solo uno schizzo, un inizio: Archè, un abbozzo del «lieto annuncio», che afferma: «Gesù» è «il Messia», Gesù è «il Figlio di Dio». Quattro punti, quindi, di questo abbozzo: 1. È un «lieto annuncio», 2. Esiste «un Gesù», 3. Esiste una confessione di fede che proclama Gesù è «il Messia», 4. Ed è «il Figlio di Dio». Rispettoso di questa dicitura iniziale del vangelo di Marco, Aristione riporta le parole: “Andate, predicate questo abbozzo di vangelo a tutte le genti” (Apertura universalistica tipica di Marco). Il vangelo di Marco potrebbe essere riassunto così: quel «lieto annuncio» che presenta la «persona di Gesù», e poi «ciò che lui ha fatto», e infine «ciò che lui ha detto». Gesù è «il lieto annunzio», come «Persona», poi vengono le sue «azioni», in fine le sue «parole». Non la massima attenzione, quindi, prima di tutto alle parole di Gesù. In tutti i vangeli sinottici, messi in parallelo, il messaggio in fondo è lo stesso, mentre le singole affermazioni possono essere tutte contestabili. Questo è un primo dato su cui fare molta attenzione.
C’è un secondo dato: Gesù, quando parla, dice «se stesso»; non propone una filosofia, un sistema di pensiero; rivela la sua persona. Ecco perché è importante ciò che Gesù dice in rapporto a ciò che fa, e a ciò che è! Quindi, predicazione del vangelo è: dire la persona di Gesù, dire le azioni di Gesù, e in questo contesto collocare le parole di Gesù.

2. Ti adoriamo, Signore Gesù: per la predicazione, la fede e i segni che ci dài.
Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvato. Ciò che salva è la fede; ma, attenzione a quanto segue.
Anzitutto, notiamo che la predicazione non sempre raggiunge l’obbiettivo della fede. C’è un episodio estremamente importante negli atti degli apostoli (17), dove Paolo predica all’Areopago di Atene, e gli dicono: “Ti ascolteremo un’altra volta”. È possibile che la predicazione non raggiunga l’obbiettivo di suscitare la fede, non trasmetta la fede; forse per una maniera sbagliata di trasmettere il vangelo o per un’esperienza negativa nell’incontro con il messaggio evangelico.

Questi saranno i segni. Ecco un’altra osservazione: la predicazione non basta. Il v. 17 (“Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono, nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove…”) è interessante, perché -come se non avesse detto niente circa il battesimo e la fede, come se dicesse: mettiamo da parte queste cose per un momento- torna sulla predicazione. Il v. 17 non lascia che abbia termine la dinamica: io predico, tu credi; ma l’accompagna da segni, che noi oggi chiamiamo miracoli. La predicazione e la fede non sono le due uniche cose presentate in questo testo; ma, predicazione, fede e segni. Questo mix è la realtà che accompagna la predicazione e l’atto di fede del credente: parola, fede, segno. Questo criterio si trova disseminato lungo tutta la Scrittura: Vangelo, segni, fede (nota 6).
Questi segni, “Nel mio nome scacceranno di demoni,…”, avvenivano a quei tempi: i discepoli lo hanno fatto; qualche volta non ci riuscivano, e Gesù doveva rimediare. “Parleranno lingue nuove” (Atti 2: Pentecoste); “prenderanno in mano serpenti”, Paolo a Malta verso la fine del suo viaggio a Roma; “se berranno qualche veleno, non arrecherà loro alcun danno ecc..”. Aristione, con questi testi riportati, dice: osservate quel che succede; c’è la predicazione del vangelo, e c’è la fede, ma ci sono anche questi elementi; possiamo riscontrare anche oggi segni comunitari e individuali. Solo che noi dobbiamo imparare a vederli, alla luce della Parola. Esempio, un dott. Candia, che abbandona tutto, e va in missione. Ma «ciascuno» ha da Dio i propri segni personali.

3. Ti adoriamo, Signore Gesù: lieto annunzio, sempre fra noi, e operante con noi.
«Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio». Inizia la parte narrativa, apparentemente senza logica. Prende l’ascensore, e sale all’ultimo piano, e non si discute più? E poi: «Ascensione», per Gesù; e «assunzione», per Maria, come s’impara al catechismo? Perché il v. 19 dice: «Gesù fu assunto in cielo»? Bisogna spiegare in modo più serio il mistero dell’ascensione e dell’assunzione. Uno può pensare: comunque, da questo versetto si comprende che Gesù è partito ed è arrivato. Leggiamo il v. 20 e ci troviamo spiazzati: «Allora essi partirono e predicavano dappertutto, mentre il Kùryos (=Signore) operava insieme con loro». Ma, è lassù o è quaggiù? C’è contraddizione, perché noi attribuiamo all’ascensione una specie di movimento «locale». Siamo uomini. Dio dove va messo? E cerchiamo un luogo, in alto, senza renderci conto che il nostro «alto» qui, è «basso» per gli abitanti di Nuova Guinea, e il loro alto è il nostro basso…. Dobbiamo tener conto di questo modo mitico di parlare, comune anche agli apostoli, ai loro testi sacri. Gesù sale al Padre. Liberi da modi mitici di esprimerci, capiamo le apparenti contraddizioni, e la cosa ci diventa di facilissima comprensione. L’ascensione non segna altro che un modo diverso di Cristo d’essere presente in mezzo a noi. Non è un allontanamento. In Matteo (28,20) Gesù dice senza equivoci: «Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo», e in Marco (16,20) dice la stessa cosa: «Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano»; e abbiamo visto alcuni di questi segni che avvenivano. Celebrando il mistero dell’ascensione, sì, celebriamo, potremmo dire, il ripristino della situazione di Gesù, prima dell’incarnazione del verbo; ma questo non indica lontananza da noi: indica presenza in forma diversa, misteriosa di Gesù; diversa dalle forme che noi siamo abituati a gestire quando avviciniamo una persona. Già dopo la risurrezione, Gesù aveva cominciato a mostrarsi ai discepoli, senza essere riconosciuto come prima della morte; e adesso non si mostra più, però è riconoscibile attraverso questi segni: «Operava insieme con loro e confermava la sua Parola». Abbiamo intuito che cos’è l’ascensione, esaminando questi testi. Facciamo l’esperienza dell’ascensione di Gesù, nel momento in cui il vangelo viene predicato, perché il vangelo non è mai predicazione soltanto: è sempre una realtà accompagnata da qualche segno; e i segni possono essere validi per uno e non per un altro. A me resterà impressa tutta la vita una risata che ho fatto, e il rimprovero che mi son sentito in coscenza, al racconto d’un episodio apparentemente insignificante per me, che ha impegnato invece la vita d’una persona (nota 7).

4. Ti adoriamo, Signore Gesù: che sei tutt’uno con la tua chiesa, in terra e in cielo.
Un’unica realtà: Cristo e la sua Chiesa. “Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò, dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo. Egli si mostrò loro vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio”. Luca, membro della chiesa, fa noto a «Teofilo» (= amante di Dio o Dio ama) Gesù Cristo, il Vangelo, prima parte dell’opera di Luca, «primo racconto», mentre si accinge a iniziare la seconda parte, il racconto della storia della chiesa nascente: Atti degli apostoli (1,1).
Troviamo subito un legame molto stretto fra l’opera degli atti e il vangelo. Per Luca e per la sua scuola teologica, non è possibile concepire Gesù Cristo (vangelo), senza capire la Chiesa (Atti) che lo testimonia; e non si può capire la chiesa, senza capire Gesù Cristo, «primo racconto», fondamento della chiesa (nota 7). Luca ha chiarissimo questo messaggio, e ci mette davanti tutt’ e due i testi, dicendo: amico mio, guarda che sono un’opera unica; due libri, un unico lavoro: Cristo e Chiesa.

Ascesa: «insediamento» del Figlio dell’uomo crocifisso e risorto a “Signore di tutto il creato”: è un secondo elemento molto interessante; quando deve parlare di cose serie, Gesù parla mangiando e bevendo, come il Padrone, in casa sua. Lui non aveva mai un tavolino per fare delle riflessioni. Il testo continua: «Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, “quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo”». Dunque, Gesù «il Risorto» continua ad essere un «Gesù non spiritualizzato», ma molto concreto: mangia con loro, e beve con loro. Il primo gesto che Gesù fa nel vangelo di Luca, quando incontra i 12, alla sera della risurrezione, perché non prendano paura, e perché non equivochino la sua persona con un fantasma, chiede da mangiare (cfr 3ª Dom. di Pasqua). Gesù continua l’abitudine di istruire in un clima di serenità conviviale, anche dopo risorto. In questo clima familiare, ecco un fatto straordinario: «Fu elevato in alto sotto i loro occhi». L’elevazione non appare come un distacco, una separazione; ma un fatto estremamente gioiosa, come di chi alla fine è campione olimpionico del mondo. Sappiamo ora che cosa significa «in Alto»: è un tributo a quella mentalità che abbiamo tutti di collocare Dio in alto, ma è una forma mitica, noi superiamo questa forma, usata necessariamente anche da Luca: «Fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo», e andiamo subito al senso dell’ascensione, che è: sparire dallo sguardo, per essere presente senza che tu lo veda, non più soggetto a tempo e spazio neanche fisicamente. Il tema viene ripreso: «Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto, e una nube lo sottrasse ai loro occhi». E’ il mistero dell’Ascensione, che quest’oggi noi celebriamo solennemente. La Bibbia e la liturgia, con il verbo «elevare», “Fu elevato in alto”, usato nell’Antico testamento per dire, l’«insediamento nella regalità», intendono esprimere, in primo luogo, «l’insediamento del Figlio dell’uomo, crocifisso e risorto, nella regalità di Dio sul mondo».
Nel Cristo asceso al cielo, l’essere umano è entrato in modo inaudito e nuovo nell’intimità di Dio. È lo stesso significato dell’Ascensione, più approfondito, non percepibile immediatamente. Negli Atti degli Apostoli si dice, dapprima, che Gesù fu “elevato in alto” (v. 9): insediamento, già considerato; e dopo, si aggiunge, che “è stato assunto” (v. 11). L’evento è descritto ora con l’immagine della «nuvola che lo sottrasse ai loro occhi». Il racconto dell’Ascensione è inserito così nella «storia di Dio con Israele»: la nube del «Sinai», la nube sopra la «tenda dell’alleanza del deserto», fino alla storia della nube luminosa sul «monte della Trasfigurazione». La nube, che avvolge il Signore Gesù, come avvolge Dio nelle sue apparizioni a Israele, evoca il medesimo mistero espresso dal simbolismo del “sedere alla destra di Dio”, come dire: Gesù = Dio; e in Gesù, Dio-Uomo, «l’uomo trova per sempre spazio in Dio». «L’azione potente di Dio» introduce Gesù, Capo e Membra, nello «spazio della prossimità divina. L’Ascensione è Gioia, è Vicinanza di Dio.
“Cielo” è «Cristo, la Persona divina, presente, che accoglie pienamente e per sempre l’umanità». «Cielo» non indica un luogo sopra le stelle, ma qualcosa di molto più ardito e sublime: indica «Colui» nel quale Dio e uomo sono per sempre inseparabilmente uniti: unione ipostatica. Noi ci avviciniamo al Cielo, anzi, entriamo nel Cielo, nella misura in cui ci avviciniamo a «Gesù», ed entriamo in comunione con Lui. Pertanto, l’odierna solennità dell’Ascensione c’invita ad una comunione profonda con Gesù morto e risorto, invisibilmente presente nella vita di «ognuno di noi» = sua umanità assunta.
L’Ascensione inaugura la nuova, definitiva, insopprimibile forma della presenza di Gesù. «I discepoli stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”». I discepoli guardano, o Padre, con gli occhi della fede, «il Cielo», il Cristo tuo Figlio, che “con la passione e la croce hai fatto entrare nella gloria della Risurrezione, e lo hai chiamato alla tua destra, Re immortale dei secoli e Signore dell’universo” (Preghiera Eucaristica V). In Lui sono state aperte per sempre all’umanità le porte della vita eterna. Un giorno vedremo «farsi visibile» questo Gesù, qui ora presente, sottratto al nostro sguardo: “Questo Gesù che è stato di tra voi fatto sparire ai vostri occhi, si mostrerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto scomparire.
Nel frattempo, ne conseguono gioia e testimonianza missionaria. «I discepoli tornarono a Gerusalemme “pieni di gioia”» (Lc 24,52). La causa della loro gioia sta nel fatto che quanto era accaduto non era stato un distacco; anzi, essi avevano ora la «certezza» che l’Ascensione non comportava la temporanea assenza di Gesù dal mondo, ma piuttosto inaugurava la nuova, definitiva ed insopprimibile forma della sua presenza, in virtù della sua partecipazione alla potenza regale di Dio. Toccherà proprio ai discepoli, per la potenza dell’invisibile presenza di Gesù operante con loro, rendere «percepibile» la sua presenza, con la testimonianza, la predicazione e l’impegno missionario, confermati dalle parole di Gesù: “Ed ecco io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo” (Mt 28,19). Compito della Chiesa non sarà «preparare il ritorno di un Gesù assente»; al contrario, la Chiesa vive ed opera per proclamarne la “presenza gloriosa” in maniera storica ed esistenziale. Questo è il senso della I lettura, Atti. Cosa sottolinea la II lettura, lettera a Efesini?

5. Ti adoriamo, Signore Gesù: tu ci hai chiamati a realizzarci pienamente in Te.
Chiamati all’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. La celebrazione non fa di noi degli spettatori, bensì, dei protagonisti. Come siamo chiamati a viverlo nella concretezza questo mistero di Gesù, che abbiamo cercato di capire, nel vangelo e negli Atti degli Apostoli, non tanto nel suo meccanismo di «avvenimento», quanto piuttosto nel suo significato teologico? La risposta ci viene offerta dalla seconda lettura (Efesini 4,1-13; vedi: nota 9): “Fratelli, io, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace… Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione… A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Ed egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo”.
Il discepolo di Paolo dice, che noi abbiamo una vocazione! La prima vocazione è quella di «essere persone umane»; la seconda, «essere credenti»; la terza, «essere persone consacrate con il battesimo»… Dentro a «questa consacrazione» ci sono altre specificazioni: lo studio, il lavoro la sofferenza: “A voi è stata concessa la grazia, non solo di credere in Cristo; ma anche di soffrire per lui” (Fil 1,29). Sono tutte vocazioni. Sono carismi che ci vengono dati con la «chiamata» di Dio. Paolo dice, che non vi è un carisma migliore: Dio ha dato ad ognuno il suo carisma, il proprio dono dello Spirito. Ognuno ha la sua vocazione che va vissuta con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, “sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace”. Queste sono parole che apparentemente non dicono niente, mentre, se noi cominciamo ad analizzarle, vediamo quanto sono pregne di vita.

«Pace», shalom, Irene: «Realizzazione» di noi stessi e degli altri. Io devo operare per realizzarmi, e nella misura in cui mi realizzo, in maniera equilibrata secondo Dio, non posso non operare, a favore della «realizzazione» di chi mi sta vicino. Altrimenti, creerei un deserto intorno a me, e i doni, a me affidati, non servirebbero più a nessuno; neanche a me. Si nota subito il clima, intorno a chi vive, intento al bene degli altri: sa di «corpo vivo, unitario». Effesini 4,6: “Un solo Dio, Padre di tutti, che è al di sopra di tutti”: nessuno può dire io lo conosco; tu, no! “È al di sopra”: nessuno ce lo ha in tasca. “Agisce per mezzo di tutti”: elimini qualcuno dalla tua vita? Chiudi la via per la quale Dio potrebbe raggiungerti. Sì, “agisce per mezza di tutti”: anche la persona più antipatica, non escluderla; non le andrai incontro in modo particolare, ma non escludere nessuno. Questa mentalità a che cosa porta? Risponde ancora l’autore ispirato: “Gesù, salendo in cielo, ha portato prigionieri con sé”. Siamo noi, quei prigionieri. Ritorna l’inizio del brano della lettera agli Efesini: “Comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore”, perché noi siamo là con lui, pur vivendo qua. Fra noi e il Risorto, asceso al Cielo, non c’è differenza. Noi siamo già là con lui, meritiamo la salvezza. Però stiamo vivendo ancora in questo mondo; come lui è già lassù, eppure è qui che opera con noi in ciò che facciamo. È una realtà che noi condividiamo con Cristo risorto e asceso al Padre. Noi siamo già là e siamo qua. Lui, che è là, è anche qua. Stiamo celebrando il mistero di Gesù; e stiamo celebrando il nostro mistero: di persone che appartengono già ai salvati. Siamo qui, ma siamo già accanto a Dio in Cristo. Ascendendo, ci ha portato con sé, «prigionieri».
I carismi che abbiamo ricevuto con la nostra vocazione, li abbiamo ricevuti da lui per mezzo dello Spirito. Posso allora comprendere che le Scritture diranno di noi. La celebrazione è per noi.
Nella misura in cui riusciamo a entrare dentro al mistero di Cristo; entriamo nel nostro mistero.

PREGHIAMO.

Aderendo all’agire dello Spirito, per mezzo di Cristo che è: «1. Ringraziamento; 2. Pane; 3. Offerta; 4. Intercessione; 5. Lode»:
1. «Ringraziamo», lodando: raccontando l’Amore del Padre in Cristo verso di noi (prefazio). Grazie, Padre, per il tuo Figlio: ti lodiamo, raccontando (hallal = raccontare) il bene che Dio, in questa ascensione, ha fatto a me, a noi tutti; poiché nel tuo Figlio asceso al cielo, la nostra umanità è ascesa accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza (= certezza) di raggiungere Cristo nostro capo nella gloria.
2. «Siamo nutriti» di Cristo, che, preso il «pane» e rese grazie, si dona vero cibo e bevanda di salvezza (consacrazine, transustanziazione). Ora, Padre, manda lo Spirito, che perfeziona l’opera di Gesù nel mondo, compiendo oggi in ciascuno di noi una trasformazione, per lo stesso Spirito Santo, che invochiamo su di noi, come sui nostri doni: manda il tuo Spirito a santificare (= dare pienezza di vita) questi doni…, e a trasformare noi in un solo corpo (Epiclesi Preghiera Eucaristica II).
3. «Diveniamo» luogo riservato a Gesù, che in noi continua a «donare» se stesso (offerta). In noi, Padre, si offre a te Gesù: Dentro alla nostra chiamata di «consacrazione», ci sono tutte le altre vocazioni specifiche di ciascuno: studio, lavoro, sofferenze: a noi infatti è stata concessa la grazia, non solo di credere in Cristo; ma anche di soffrire per lui”.
4. «Intercediamo» per tutti in Cristo, che «intercede» per noi, e ci fa intercessori con lui per gli altri (intercessione). Tutti, Padre, accogli in Cristo: vivi, defunti, celebranti. Come Luca ha pensiero per Teofilo, e scrive per lui il primo e secondo «racconto», Vangelo e Atti; così anche ciascuno di noi non viva nell’autolatrìa, perché, tutto ciò che noi siamo e abbiamo, è per il bene della comunità.
5. «Glorifichiamo» pienamente il Padre, per Cristo, con Cristo, in Cristo nello Spirito Santo che ci fa santi (lode finale). A te, Padre, ogni onore e gloria: da ogni singola persona in Cristo, «Cielo» qui sulla terra, dove noi, sue membra, ancora ci troviamo, come segno (= gloria) della tua grazia, nello Spirito Santo Amore, che c’insegna la Persona del Cristo, e ci fa simili a lui, “fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo”.

O Padre, il Figlio tuo ha mandato i discepoli in tutto il mondo, perché si realizzi in ogni persona la Bella Notizia della sua Ascensione, come Capo con tutti noi sue membra accanto a te nella gloria, – nello stesso tempo, che è con loro e con noi sino alla fine, come ha promesso -; fa’ che le membra del suo corpo crescano e diventino simili a lui, fino a salire dov’è lui, ed entrare nella sua gloria, accanto a te; perché: come potrebbe essere «beato» Gesù, Tuo Figlio, con te, Padre, senza di noi, sue membra, tuoi figli in lui! Te lo chiediamo, per lo stesso Cristo nostro Signore. Amen.

CONTEMPLIAMO.

la storia del piano di Dio.
Nella chiesa il Padre convoca i credenti in Cristo, in cinque tappe (Lumen Gentium, 2; vedi: nota 3). Contempliamo oggi nei suoi cinque momenti, per esempio, L’Ascensione:
prefigurata, sin dall’inizio, nella Creazione: ascensione, di uomini, dalla Galilea a Gerusalemme;
figurata, nella storia d’Israele, antica alleanza: l’ascensione, d’Israele, dall’ignoranza all’esperienza della Presenza di Dio;
compiuta, in Cristo Gesù, negli ultimi tempi: l’ascensione, di Gesù, dall’essere presente visibile all’essere presente invisibile (oltre tempo-spazio);
manifesta, nella chiesa, per lo Spirito effuso: l’ascensione, della Chiesa, da organismo umano a corpo del Cristo glorioso, animato dallo Spirito Santo;
completa, alla fine, nella gloria della Trinità. l’ascensione, dell’umanità, dal gusto dei divini misteri in terra al possesso della patria eterna.

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Nota 1.
La Parola di Dio, Proclamata in questa celebrazione, richiamata dall’antifona alla Comunione (cf T. Pasquale – Anno B – 7ª DomAscens – 01/06/2003), e approfondita anche da altri testi eucologici (cf ad es. 28/05/2006), «attua ora» sacramentalmente in noi la redenzione, realizzata fin dall’evento pasquale della morte e risurrezione di Gesù il sette – nove Aprile del trenta d.C.
La Parola di Dio «attua ora sacramentalmente in noi la redenzione», perché lo stesso evento pasquale di duemila anni fa, con la sua efficacia, è in atto nella Parola «Proclamata» in quest’Eucaristia; la stessa «opera di Gesù» è in atto quindi in circostanze diverse: «storiche» di quel tempo in Israele, «sacramentali» (gesti e parole) ora nella sua Parola proclamata.
La Parola («Dabàr») è «Fatto e Parola» («Dabàr Javè» = «Fatto e Parola di Javè»); lo stesso «Fatto» storico della Pasqua di Gesù (che soffre, muore, trasmette lo Spirito, risorge) per opera dello Spirito Santo è presente in questa «Parola» proclamata nell’assemblea liturgica; anzi, «in previsione» della sua pasqua redentrice era già presente fin nel grembo di Maria.
Noi ora, come Maria, diciamo: “Sì”, con il cuore bendisposto nel celebrare. La redenzione, operata nei «misteri» (gesti e parole di Gesù nel rito), trasforma tutta la nostra vita. La Parola proclamata nella liturgia, cioè, lo stesso Gesù pasquale, ispira e attua i vari momenti della celebrazione e dell’esistenza in chi l’accoglie.
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Nota 2.
“I fedeli partecipino con frequenza alle messe, anche feriali, e, quando ciò non è possibile, siano invitati a leggere almeno i testi delle letture corrispondenti in famiglia o in privato”, vediPartecipazione e Celebrazione delle Feste Pasquali, Congreg. per il Culto, n.13; del 16.01.1988);
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Nota 3.
«I credenti in Cristo, (il Padre) li ha voluti chiamare a formare la santa Chiesa, la quale, già annunciata (“prefigurata”) in figure sino dal principio del mondo, mirabilmente “figurata” nella storia del popolo d’Israele e nell’antica Alleanza [1], stabilita (“compiuta”) infine «negli ultimi tempi», è stata manifestata (“manifesta”) dall’effusione dello Spirito e avrà glorioso compimento alla fine dei secoli (“completa”). Allora, infatti, come si legge nei santi Padri, tutti i giusti, a partire da Adamo, «dal giusto Abele fino all’ultimo eletto» [2], saranno riuniti presso il Padre nella Chiesa universale» (Lumen Gentium 2).
Cinque tappe della formazione della chiesa (da kalèô = chiamo; participio passato = èkklesa: eclèsia, chiesa = chiamata): prefigurata, figurata, compiuta, manifesta, completa.

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Nota 4.
Gli specialisti chiamano Mc 16,9-20 la «finale canonica», come dire: «è ispirata», sebbene sia di mano diversa da quella che ha redatto il resto del Vangelo che precede. Forse è stata scritta – stando a Papa san Clemente (100 d.C) – da Aristione, presbitero di Roma. Dal punto di vista dell’ispirazione non ha importanza chi l’abbia scritto. Cambia invece il criterio interpretativo del testo, perché, leggendo il vangelo di Marco, fino a 16,8 devo leggerlo come un unico testo che nasce come opera unitaria e prima degli altri vangeli (Mtteo e Luca); quando leggo invece il resto (Mc 16,9-20), devo sapere che Mt e Lc sono già stati scritti. In particolare, poi, questa parte del vangelo di oggi, Mc 16,15-20, suscita due constatazioni.
Prima constatazione: il brano non fa parte della scuola di Marco. Esaminando il testo, si vede che esso è una specie di sunto di Matteo e Luca. Non si trovano tracce di Giovanni (capitoli 20-21 che riportano le apparizioni di Gesù); il che può significare che questa aggiunta è prima del vangelo di Giovanni: prima della fine del primo secolo.
Seconda constatazione. Se questa parte non è un tutt’uno con il testo di Marco che precede, allora, limitandoci a questo brano, distinguiamo una parte discorsiva (16,15-18), e una narrativa (16,19-20), precedute dall’introduzione liturgica di tre elementi: «In quel tempo» («incipit» liturgico del vangelo) – «Gesù apparve agli undici» (preso dal v. 14, sopprimendo i rimproveri per l’incredulità e la durezza di cuore, presenti nel v. 14.) – e disse loro»: ecc..
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Nota 5.
Tralasciati i «rimproveri» del v. 14 (Chi ha costruito il lezionario ha soppresso questa parte piuttosto robusta dell’intervento di Gesù risorto nel confronto dei suoi, e ha semplicemente lasciato -Gesù apparve agli undici e disse loro- senza rimproveri) il testo è tutto proiettato verso «l’invio in missione»: “Andate in tutto il mondo e…”; «l’ascensione»: «Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato, …»; «l’adempimento della missione ricevuta»: «Allora essi partirono e predicarono…»; «l’accompagnamento divino nella missione degli apostoli»: «Il Signore agiva insieme con loro…».
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Nota 6.
Noi non siamo abituati a valutare i segni che Dio ci da, perché siamo in qualche maniera tutti schiavi dell’affermazione paolina che si trova nella lettera ai Romani che dice: «Fides est de non visis» = «La fede riguarda le cose che non si vedono». Questo è un modo di definire la fede. L’Angelo annunzia a Maria: tu diventerai Madre di Dio; e le fornisce un segno, Elisabetta, dice: vedi tua parente è vecchia, è stata sterile tutta la vita, eppure è al sesto mese. Quando l’angelo se ne va il testo greco dice: «euthùs», subito si alzò, subito s’incamminò: va a verificare questo segno, che l’angelo le aveva indicato, e Maria ringrazia della sua verginità e della sua maternità divina, dopo l’incontro con Elisabetta; allora lì, canta il Magnificat. Maria non canta il magnificat subito dopo che l’angelo se ne è andato; gli ha detto tutta la sua disponibilità a ciò che Dio vuole, ma, dato che sono donna, appartengo al genere umano – e fa parte del genere umano adoperare la testa – dice io voglio qualche cosa che mi rassicuri, e l’angelo glielo dà; la visita ad Elisabetta è la constatazione del segno, e Maria ringrazia Dio con il Magnificat. Questa struttura della fede è biblica: tu mi dici qualcosa di grande; io ti credo, ma dammi una briciola che io possa verificare su chi ho appoggiato tutto il resto della mia fede. È un criterio che si trova lungo tutta la Scrittura: Mosè vede Dio, Dio gli dice libererai il mio popolo; e lo consola dicendo ti do un segno: tu su questo stesso monte verrai con tutto il popolo a sacrificare a me, e in quel giorno avrai la conferma che ciò che stai vivendo adesso non è un colpo di sole. Dunque la fede non è solo «de non visis», questo è vero, ma prima di arrivare a dire: credo anche a ciò che non esperimento, anche a tutto ciò che non vedo, Dio mi deve dare un elemento mio dove io possa appoggiare in maniera ragionevole i piedi della mia fede, perché la mia fede possa spiccare il salto e affidarsi a lui. Per questo motivo qui si dice, che tre sono gli elementi che concorrono alla salvezza: la predicazione, i segni che accompagnano la predicazione e la fede. Questo secondo elemento lo dobbiamo prendere molto sul serio, perché nella nostra celebrazione quotidiana, almeno tre volte noi diciamo il Padre nostro: nelle lodi, a messa, a vespri, e diciamo: dacci oggi il nostro pane del domani ultimo. «Quotidiano» è una traduzione scorretta; perfino Girolamo che l’aveva proposta nel vangelo di Luca, e nello stesso brano del vangelo di Matteo, traduce «super substamziale, sovrasostanziale, eppure epioùsion si trova i tutte e due i brani; appunto perché non sapeva come renderlo, poi da vecchio si è reso conto di aver sbagliato in tutti e due i posti e lui lo scrive su una lettera, dicendo che in questo villaggio della Palestina, dove era stato mandato, consigliato da un rabbino, gli abitanti cristiani pregando in aramaico il Padre Nostro, in quel espressione dicevano: «pane del domani ultimo». Noi ogni giorno chiediamo a Dio di credere in questa realtà escatologica futura, ma umilmente chiediamo, che di quel grande banchetto Dio ci anticipi qualcosa: dacci oggi un panino di quel grande pranzo. L’eucaristia e un panino di quel grande pranzo; ma ci sono anche le esperienze interiori, le illuminazioni, tante cose che ci succedono nella vita e che per ciascuno di noi hanno un sapore di provvidenza e di rivelazione.
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Nota 7.
Ioco Imamici è una giapponese. Dice di essere diventata credente, suora, perché suo fratello (una famiglia di scintoisti), “dopo la bomba di Iroshima, mi ha portato a vedere la nostra casa: Ero piccolina. Non era rimasto niente. Del Papà, seduto fuori su di un gradino, era rimasta l’ombra. Della mamma, con lui, nulla. Passeggiando nel giardino di casa nostra, io ho visto tutto bruciato, carbonizzato, incenerito. Una pianta, però, bruciata, stava mettendo fuori una gemma”. A questo punto, insieme, noi che ascoltavamo il «motivo» della sua fede, scoppiammo in una risata: “Questo non ha senso”, “è tutto illogico”, “è perfettamente stupido”,… Grande risata! Lei impassibile. Poi continua: “In giapponese, «gemma» si dice «Ioco», e io porto questo nome: Suor Ioco”. Silenzio fra noi ascoltatori: ci siamo vergognati.
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Nota 8.
Certe forme di spaccatura moderna che dice: credo in Cristo e non nella Chiesa, è semplicemente una forma non intelligente di esporre un bisogno, una sete di chiarezza. Le persone di oggi, i Teo-fili = «amanti-di Dio» hanno bisogno di capire il mistero di Cristo, che viene offerto da uno strumento povero, com’è, la chiesa, rappresentata da Luca; ma, d’altra parte, senza la chiesa, il mistero di Cristo non viene offerto a nessuno; e quindi se tu, Teofilo, vuoi capire Cristo, devi accogliere la Chiesa, in questo caso, l’evangelista Luca. Non si può scindere l’uno dall’altra.
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Nota 9.
La lettera agli Efesini è stata scritta da uno dei discepoli di Paolo, uno che conosceva molto bene il pensiero di Paolo, ma non adoperava la penna come Paolo: vi sono molte differenze di vocabolario, di costruzioni sintattiche; ma a noi interessa, come per il Vangelo, che sia ispirata.
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condividiamo (cfr neretto) la preghiera della Chiesa (cfr colori).