25/01/2009 – T. ORDNARIO – ANNO B – 3 DOMENICA – 2009
Preparazione alla celebrazione della messa.
3ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Anno B – 25 Gennaio 2009
Ci Raccogliamo
davanti al Signore Gesù, Dio che si fa uomo, si dona al Padre per noi, muore, risorge, trasmette lo Spirito (Cf «Nota 1» a piè del doc.): Nel nome del Padre. Ascolta. Eccomi.
Leggiamo
il formulario liturgico della celebrazione corrispondente. Cogliamo una parola.
Meditiamo = Rileggiamo
i Testi secondo Principi e Norme per l’uso del Lezionario e del Messale Romano.
IL TEMPO È COMPIUTO: SEGUITEMI, DIVENTERETE PESCATORI DI UOMINI.
LEGAME tra «progetto» divino, e «coinvolgimento» di uomini.
Da una parte c’è il progetto divino di salvezza riguardante le persone umane, che Dio intende salvare. Dall’altra, Dio stesso vuole salvare persone umane mediante altre persone umane. Gli uomini ricevono il dono non solo di credere in Cristo, ma anche di soffrire con lui (Nota 2). Dono di merito immenso! L’uomo peccatore diviene alleato del Dio Salvatore.
Le persone che Dio chiama come sue collaboratrici non sono le migliori; ma Dio le educa, le forma perché diventino capaci di portare il suo messaggio agli uomini. Credere è un dono, soffrire è un condono: tutti ne sono partecipi. Dio valorizza le qualità che trova nelle persone, non le elimina per rifare tutto da capo. In ogni persona Dio vede il bene: semplici pescatori diventano apostoli.
La predicazione di Gesù è ambientata in «Galilea», territorio più ampio di quella antica; comporta la Decapoli, più Tiro e Sidone; territori semi pagani, a causa di esterne invasioni: situazione propizia per una prima apertura di Dio in Gesù verso tutti: ebrei e «gentili». Galilea diventa allora simbolo teologico, luogo dove si adempie l’annunzio profetico: “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse” (Is 8,23s).
Nel fondo tenebroso in senso politico, religioso, morale, ha inizio la predicazione di Gesù, Luce delle genti. La Morte del caro Giovanni Battista segna il Tempo compiuto, la presenza della Vita divina: la risposta al male con il bene, la vittoria della Luce sulle tenebre. Il male fatto a Giovanni Bat. è vendicato con la potenza dell’Amore di Dio in Cristo. Gesù scende negli «inferi galileiani», profezia del sabato santo; regna l’Amore nel tempo compiuto, si mostra vicino più forte della morte. O uomo: non valutare il tuo peccato più del mio Amore; venite a me, o voi tutti, e sarete salvi.
Quattro sono i momenti della predicazione di Gesù.
Due riguardano il progetto di Dio: il tempo e il regno. “Il tempo è compiuto”: siamo nell’ultimo «eòne = evento eterno fissato da Dio in rapporto a un momento preciso del tempo creato» che porta all’uomo la maturità della rivelazione di Dio; «il regno di Dio si è fatto vicino»: il Padre va incontro all’uomo, nella persona e attraverso la persona di Gesù da Nazaret; mai avvenuto prima un fatto simile! Ora il Padre si rivela nel Figlio amato.
Altri due momenti riguardano il «legame» di Dio con l’uomo collaboratore: conversione e fede. «convertitevi = guardate oltre»: il tempo compiuto – il progetto di Dio – richiede e suscita nuovo modo di vedere ogni cosa, per cogliere il Dio regnante, fattosi vicino; «credete al vangelo», alla persona di Gesù, bella notizia: Dio incontra l’uomo umanamente per divinizzarlo.
Tutto questo deve essere divulgato, fatto conoscere, reso operante, per essere accolto. Di questo Dio si occupa subito: un duplice racconto di vocazione (Mc 1, 16-20) dice che ogni uomo è candidato a essere cooperatore del Dio che fa grazia; l’episodio di Giona nella prima lettura mostra lo stile di Dio nel formare ogni uomo. I chiamati sono resi competenti di quest’opera divina: sperimentano per primi il compimento del tempo, la vicinanza del Regno, la conversione, l’adesione totale al vangelo, identificato nella persona stessa di Gesù.
Vocazione dei primi quattro discepoli: Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni.
I primi quattro rappresentano tutti gli altri discepoli, e rivelano la via di tutte le persone, chiamate all’esistenza in questo mondo, a immagine di Cristo, per stare con lui, ed essere mandati in suo nome (cf Mc 3,13ss). Vengono evidenziate la missione e le condizioni. 1. La missione: diventeranno pescatori di uomini; 2. Le condizioni per adempierla: abbandono del proprio mestiere e dei parenti, per seguire Gesù.
La chiamata è preceduta da due azioni creative di Gesù: «vedere» e «parlare». Prima, lo sguardo che elegge, amando; come con l’uomo ricco: «Gesù, guardandolo, lo amò; e gli disse: “Và, vendi, dà ai poveri, vieni, seguimi”» (cf. Mc 10,21). La Parola, a sua volta, crea la sequela, chiamando. La sequela cristiana non è una decisione etica e autonoma dell’individuo, non è un’accettazione intellettuale di dottrine, bensì l’adesione all’invito di una persona: Gesù.
Giona si converte: «Si alza, e va a Nìnive secondo la parola del Signore».
Un inciso del vangelo di S. Giovanni è lasciato cadere nel testo liturgico. L’inciso è «una seconda volta»: «Fu rivolta a Giona “una seconda volta” questa parola del Signore». Non è chiaro nel testo biblico, se si tratta della conversione dei Niniviti o del profeta. Vengono costantemente contrapposti i pagani, marinai della nave e abitanti di Nivive che appena sentono parlare di Dio si convertono; e Giona, il profeta, che proprio perché conosce Dio, e sa che «è clemente e misericordioso, lento all’ira e ricco di grazia», non vuole obbedirgli, non vuol essere strumento del perdono di Dio per i Niniviti». Dio deve faticare per convincere il suo profeta, deve rivolgersi a lui « una seconda volta »; Giona infatti scappa. Accettare il modo di essere di Dio, «clemente e misericordioso», vuol dire accetare che egli si riveli in questo modo anche nei confronti dei nostri nemici, i niniviti che ciascuno coltiva dentro di sé. Convertirsi, guardare oltre verso Dio in Gesù significa perdonare l’altro che ci ha fatto del male; e questo ci appare inaccettabile. Di qui la fuga di Giona, e la nostra.
Dio risponde venendo continuamente a cercare il suo profeta, a snidarlo da tutti i luoghi nei quali si nasconde, come Adamo: alla fine il capitano della nave lo trova che dorme da solo, appartato, in fondo alla stiva. Giona evita di confrontarsi con Dio; ma l’amore del Signore sa come ottenere comunque ciò che vuole riguardo ai Niniviti, simbolo di chi è disponibile alla grazia.
– Nel tuo Amore, Signore, vinci sempre; tu sai trasformarci lentamente dal di dentro, con il tuo sguardo di Amore, con la tua Parola efficace. Noi ti rendiamo grazie, o Padre.
Dio ci educa alla rinuncia d’un bene, per un Bene più grande: ci fa pescatori di uomini.
Il bene proposto da Gesù supera ogni altro bene. L’atteggiamento di Giona ci fa ripensare ai quattro primi discepoli del Vangelo. La loro chiamata è descritta sulla falsariga della vocazione di Abramo (Gen 12). Ma in realtà subirà crisi e fraintendimenti, che verranno superati grazie alla paziente opera educativa di Gesù nei loro confronti; fino a creare in essi una disponibilità di fondo, nonostante tutto. La luce di Gesù, unico vero obbediente alla missione del Padre, mette in evidenza ciò che noi nasconderemmo volentieri, come Giona: durezze, resistenze, difficoltà; anche se riconosciamo come buona l’opera alla quale Dio ci chiama. Nessuno nasce «cristiano», nel senso di spontaneamente aderente al piano salvifico di Dio per noi, anche se dichiarati «buoni osservanti». Tutti impariamo a lasciarci convertire, aiutare a «guardare oltre». I discepoli, attirati a guardare oltre ogni bene creato, imparano a lasciare cose buone, realtà positive; non una vita dissoluta: forse non abbiamo saputo ancora vedere Gesù in mezzo a noi; forse ci riteniamo «i vicini», e pensiamo che tutte queste cose valgano per altri: «i lontani». Così vanifichiamo la forza dello spirito profetico che c’invita alla sequela di Gesù, ben «oltre la figura di questo mondo». Aiuta, Dio, la nostra fede.
“Dio ci educa a fare tutto «come se non»”.
Di fronte a Gesù nulla ha importanza assoluta, tutto invece è relativo: rimanda a lui. Tutto può essere riempito di lui, e acquistare un plus valore, se mentre viviamo con lo sguardo fisso in Gesù che ci attira a sé, agiamo coscienti che siamo di Cristo, lasciandolo operare in noi: in ogni cosa renderemo grazie a Dio Padre per mezzo di lui. Vivere «come se non», non è un agire al diminutivo, al riduttivo; ma al superlativo e liberatorio, efficace e fruttuoso, per sé e per la comunità. La creazione, fatta da Dio per l’uomo in Cristo, si sente menomata e geme: “Tutto l’universo aspetta con grande impazienza il momento in cui Dio mostrerà il vero volto dei suoi figli” (Rom 8,19). “O Padre, che nel tuo Figlio ci hai dato la pienezza della tua parola e del tuo dono, fa’ che sentiamo l’urgenza di convertirci a te e di aderire con tutta l’anima al Vangelo, perché la nostra vita annunzi anche ai dubbiosi e ai lontani l’unico Salvatore, Gesù Cristo nostro Signore”. “Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore da tutta la terra”: Egli compie meraviglie: sa renderci obbedienti al suo Amore per tutti. Splendore e maestà dinanzi a lui, potenza e bellezza nel suo santuario”. Ecco il giusto canto di avvio a questa nostra celebrazione.
Fammi conoscere, Signore, le tue vie.
La risposta dell’assemblea alla Parola del Signore si sviluppa in preghiera Eucaristica:
Grazie, o Padre, per averci creati a immagine dell’amato tuo Figlio Gesù, primogenito fra molti fratelli; in lui ci doni la pienezza della tua parola; egli è il compimento di tutte le tue promesse.
Ma ora consacraci, o Padre: Gesù presente ci farà sentire l’urgenza di convertirci a te, e aderire con tutto noi stessi a lui che è il Vangelo, la Buona Notizia.
Facci simili a lui, ammettici alla tua presenza come suoi collaboratori, membra in cui egli continua la sua azione salvifica; c’insegni i tuoi sentieri: egli usa appieno i beni del mondo, come strumenti della sua grazia; in lui tutta la nostra esistenza ti è gradita, e ti da’ gloria.
Ricordati, Signore, di tutte le persone sulla terra e nel cielo; guidaci nella tua verità, e istruiscici, perché sei tu il Dio della nostra salvezza; in te speriamo: chiamàti a seguire Gesù, partecipiamo alla ricchezza della sua grazia, versata su di noi in abbondanza per il bene comune; ciascuno viva in te!
Buono e retto tu sei, Signore: additi ai peccatori la via giusta, la vita nuova nel Giusto tuo Servo Gesù; in lui noi siamo veri tuoi figli, tua gloria, segno della tua presenza: diamo piena lode a te.
Padre, contempliamo il dono perfetto che in Cristo ci hai fatto di te stesso nello Spirito Santo:
La Vita piena
in Cristo per la Galilea, lungo il mare, a Ninive come in tutte le città del mondo.
La vita piena, della bontà di Dio, nell’adesione a te, e nello sguardo penetrante che vede in tutto il segno della tua presenza simboleggiata.
La vita piena, che è Gesù, presenza definitiva della tua Signoria nella storia umana, o Padre.
La vita piena, negli apostoli, e in tutti i fedeli da te chiamati: «pescati» e fatti «pescatori» degli altri.
La vita piena, tuo progetto divino, che riempie il tempo, e si compie in ognuno di noi come in Gesù.
Preghiamo:
O Dio, che in questi santi misteri ci hai nutriti col corpo e sangue del tuo Figlio, fa’ che ci rallegriamo sempre del tuo dono, sorgente inesauribile di vita nuova. Per Cristo nostro Signore. Amen.
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Nota 1.
La Parola di Dio, Proclamata in questa celebrazione, richiamata dall’antifona alla Comunione (cf Tempo di Avvento – Anno B – 1ª Domenica – 01/12/2002), e approfondita anche da altri testi eucologici (cf ad es. 27/12/2005), «attua ora» sacramentalmente in noi la redenzione, realizzata fin dall’evento pasquale della morte e risurrezione di Gesù il sette Aprile del trenta d.C.
La Parola di Dio «attua ora sacramentalmente in noi la redenzione», perché lo stesso evento pasquale di duemila anni fa, con la sua efficacia, è in atto nella Parola «Proclamata» in quest’Eucaristia; la stessa «opera di Gesù» è in atto quindi in circostanze diverse: «storiche» di quel tempo in Israele, «sacramentali» (gesti e parole) ora nella sua Parola proclamata.
La Parola («Dabàr») è «Fatto e Parola» («Dabàr Javè» = «Fatto e Parola di Javè»); lo stesso «Fatto» storico della Pasqua di Gesù (che soffre, muore, trasmette lo Spirito, risorge) per opera dello Spirito Santo è presente in questa «Parola» proclamata nell’assemblea liturgica; anzi, «in previsione» della sua pasqua redentrice era già presente fin nel grembo di Maria.
Noi ora, come Maria, diciamo: “Sì”, con il cuore bendisposto nel celebrare. La redenzione, operata nei «misteri» (gesti e parole di Gesù nel rito), trasforma tutta la nostra vita. La Parola proclamata nella liturgia, cioè, lo stesso Gesù pasquale, ispira e attua i vari momenti della celebrazione e dell’esistenza in chi l’accoglie.
Nota 2.
Carissimi, nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi, perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare. Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito della gloria e lo Spirito di Dio riposa su di voi.
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Preghiamo (vedi: neretto) con la preghiera della Chiesa (vedi: colori).