27-09-2003 Ordinario-B-dom26

27/09/2003 – T. ORDINARIO – ANNO B – 26ª DOMENICA – 2009

Preparazione alla celebrazione della messa.

26ª DOMENICA DI PASQUA.
Anno B – 27 Settembre 2009

Ci Raccogliamo
davanti al Signore Gesù, Dio fatto uomo, che si dona, muore, risorge, trasmette lo Spirito (Nota 1).
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo. Amen.
Ascolta, Israele: io sono il Signore Dio tuo…! (Ascolta N. [tuo nome]; ascolta, Chiesa che sei in.. [nomi di parrocchie, comunità, famiglie. Le presentiamo al Padre come membra di Gesù che vive presentandogli tutta l’umanità. Gli presentiamo in Cristo anche singole persone: ascolta N. [nome d’una persona]. E tutti, con disponibilità, accogliamo la nostra esistenza quotidiana in Cristo, dicendo):
Eccomi, Signore, aiuta tutti, come ora aiuti noi ad ascoltarti.

Leggiamo
il formulario liturgico della messa corrispondente, da Ingresso a Dopocomunione, secondo le disposizioni della chiesa (nota 2). Cogliamo una parola da contestualizzare (vedi sotto in «Rileggiamo»), e da ripetere all’annuncio del Signore nell’esistenza quotidiana..

Rileggiamo
i testi, cominciando dal vangelo, dove Gesù, Buona Notizia, parla di se stesso, capo e membra; “Compimento” delle promesse della prima lettura; “Fondamento” della chiesa, comunità di Gesù (vedi Principi e Norme per l’uso del Lezionario e del Messale Romano). Rileggiamo vangelo e I-II lettura in rapporto al vangelo, ascoltando, adorando, pregando, contemplando Gesù Risorto, presente fra noi.

Il VANGELO (Mc 9,38-43.45.47-48).
Struttura.
II testo biblico-liturgico unisce il tema dell’estraneo (Mc 9,38-40) e del dono dell’acqua (Mc 9,41) al tema dello scandalo (Mc 9,42-48). I tre testi vanno considerati come una unità. Tutti coloro che non sono contro, sono a favore dei discepoli di Gesù. A sfavore dei discepoli di Gesù c’è, purtroppo, lo scandalo, che può venire il più delle volte dai fratelli cristiani. Per costoro Gesù ha una sentenza tremenda.

La prima lettura (Nm 11,25-29) associa il testo del vangelo con la simpatia di Mosè per Eldad e Medad che lo Spirito unisce ai profeti collaboratori di Mosè.

La seconda lettura (Giacomo 5,1-6 in sintonia con Amos) rafforza ulteriormente il tema: anche i cristiani devono fare più attenzione ai doveri sociali, anziché bearsi di privilegi.

Tematica.
«Chi non è contro di noi è per noi» (Mc 9,40), dice Gesù. Dio ha un orizzonte ampio nel concepire la salvezza degli uomini. Questo orizzonte ampio diventa universalistico nell’atteggiamento di Gesù. Il Signore, infatti, invita a guardare a chi non è discepolo con estrema simpatia soprattutto quando costui non si colloca espressamente contro il credente e la comunità.
I discepoli di Gesù devono guardarsi non da chi non è credente, ma piuttosto da chi intacca la fede dei piccoli attraverso lo strumento più deleterio in mano all’uomo: lo scandalo.

I testi eucologici ci guidano a celebrare: «Ascoltiamo», «Preghiamo», «Contempliamo» con la Parola.

Chi non è contro di noi è per noi. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala.
La tua accoglienza, Signore, fa gioire il cuore.

ASCOLTIAMO E ADORIAMO.

1. Ti adoriamo, Signore Gesù: Tu consideri tuo discepolo chi non impedisce il bene.
1. L’autentico discepolo non impedisce il bene «Giovanni disse a Gesù: “Maestro, abbiamo visto un tale che scacciava i demoni nel tuo nome. Noi abbiamo cercato di impedirglielo, perché non è dei nostri”. Gesù rispose: “Non glielo impedite. Non c’è nessuno che operi un prodigio nel mio nome e, subito dopo, possa parlare male di me. Chi non è contro di noi è per noi” (9,38-40).
Com’è attuale questo tema. Guardiamo oltre i confini della comunità cristiana, della Chiesa, e ci accorgeremo che c’è tanta gente che fa del bene o perché è già in qualche modo sotto l’influsso cristiano o perché, come uomo, agisce correttamente seguendo la propria coscienza. Qui si tratta del primo caso, e si riporta un fatto che probabilmente è capitato ai discepoli quando Gesù li aveva mandati a predicare e a scacciare i demoni (6,7-13). Trovarono un tale che non era del loro gruppo (letteralmente: che non ci segue), che non aveva ricevuto nessun mandato e che realmente riusciva a scacciare i demoni nel nome di Gesù, cioè invocando il nome di Gesù, appellandosi all’autorità di Gesù. Ebbene, i discepoli cercarono di impedirglielo.
Quando però ritornarono da Gesù, Giovanni sentì il bisogno di consultare su ciò il Maestro, e Gesù fece loro capire che non si erano comportati correttamente: «Non glielo impedite». Quando c’è di mezzo il bene, il primo dovere di coloro che hanno potere nella comunità o che semplicemente appartengono alla comunità è quello di non impedire il bene, anzi… Commenta Beda, il Venerabile: «Nessuno dev’essere allontanato dal bene che in parte possiede, ma piuttosto invitato a ciò che ancora non possiede», e poi cita il caso di Paolo che di fronte a certi predicatori non onesti diceva: «Purché in ogni maniera, per ipocrisia o per sincerità, Cristo sia annunciato … » (Fil I,18). Si tratterà di togliere loro l’ipocrisia, ma non di impedire l’annuncio.
Gesù si mantiene qui su una linea ancor più positiva e dice: «Non c’è nessuno che operi un prodigio nel mio nome e, subito dopo, possa parlare male di me». È logico che un simile esorcista fa del bene. Non si mette alla pari di Gesù. Forse usa solo magicamente il nome di Gesù, però crede nel suo nome e non agisce per contrastare i discepoli. Per il fatto stesso che ci riesce, è chiaro che Gesù agisce per mezzo suo. Perciò non impeditelo (Nota 5. Vedi invece un caso opposto in At 19,13-17).
Infine Gesù, rendendosi totalmente solidale con i suoi discepoli, dice: «Chi non è contro di noi, è per noi». Colui che non agisce da nemico della comunità, in cui vive Gesù, è già in un certo senso parte della comunità. Se infatti fa del bene, invocando il nome di Gesù, ciò significa che Gesù sta già operando in lui e che un giorno lo unirà anche visibilmente alla sua comunità. Il principale costruttore della comunità è, in primo luogo, Gesù che è libero di agire e di fatto agisce anche fuori dei visibili confini della comunità. Gesù non è monopolio della comunità, ma costruttore, mediante lo Spirito, della comunità, e per fare questo deve agire anche fuori di essa. A noi scoprire questa sua presenza.

2. Ti adoriamo, Signore Gesù: Tu consideri tuo discepolo chi appartiene a te e riconosce altri.
L’autentico discepolo appartiene a Cristo: «Se qualcuno vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome, cioè perché appartenete a Cristo, in verità vi dico che non perderà la sua ricompensa» (9,41).
Non è un insegnamento staccato dal precedente. Anche qui, come là, si parla di estranei alla comunità che agiscono «nel nome» (parola-aggancio) di Gesù. Anche qui Gesù pensa ai suoi discepoli, ma non li vede nel passato o nel presente, come prima, bensì nel futuro, sparsi nel mondo per l’annuncio del Vangelo, stanchi e assetati. Forse pensa a quel giorno in cui egli, stanco e assetato, si sedette presso un pozzo e chiese invano un po’ d’acqua (vedi Gv 4,7-9). Ora dice: «Se qualcuno vi darà un bicchiere d’acqua nel mio nome … non perderà la sua ricompensa».
«Nel nome», cioè perché, mosso dal vostro annuncio, già mi ama, già sente simpatia per me e sente nascere in sé quella fede che già gli fa presentire la ricompensa della salvezza.
«Nel nome», perché donando a voi vuole piacere a me, identificandomi con voi; compiendo un gesto di accoglienza verso di voi, vuole accogliere me (9,37).
«Nel nome», L’evangelista, attualizzando la sua predicazione, aggiunge: cioè perché appartenete a Cristo (letteralmente: perché siete di Cristo). Egli esprime così la convinzione profonda dei primi cristiani. Sapevano di non poter più vivere per se stessi perché il loro vero vivere era Cristo. Quante volte Paolo ricorda questa verità: «Voi siete di Cristo … » (l Cor 3,23; Rm 8,9; 2 Cor 10,7; ecc.). Gesù però non vuole solo dirci che siamo suoi, ma anche come dobbiamo trattare i fratelli nella fede. Egli non dimenticherà neppure il più piccolo atto di carità, come dare un bicchiere d’acqua. È una parola consolante. Solo lui poteva rivelarla (Nota 6).

3. Ti adoriamo, Signore Gesù: Tu consideri tuo discepolo chi non dà scandalo, ma aiuta.
L’autentico discepolo non dà scandalo: «Chi dà scandalo a uno di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui se gli legassero una pietra da mulino al collo e lo gettassero in mare» (9,42).
Com’è utile questo detto di Gesù nel mondo d’oggi. Considerando l’identificazione di Gesù con i bambini (9,37) e la sua solidarietà con i discepoli (9,40), ora sentiamo che parla dei «piccoli» (così letteralmente) che credono in lui. Guai a «scandalizzarli». Non siamo nel campo sessuale. Gesù sta condannando coloro il cui agire inconsiderato spinge un credente ad abbandonare la fede in lui. «Scandalizzare» significa «ostacolare qualcuno nella fede», impedirgli di continuare a credere in Gesù.
Chi agisce così fa un male immenso a se stesso. Si noti bene: a se stesso. Gesù non discute sul grande male che si fa ai piccoli. Questo è evidente, è fuori discussione. Gesù sottolinea quanto male fa a se stesso chi fa del male agli altri. E si spiega con un esempio, dicendo che il colpevole subirebbe un male minore se qualcuno gli legasse una grossa pietra al collo e lo gettasse nel mare. In questo caso verrebbe ucciso solo nel corpo; invece, scandalizzando, uccide se stesso nell’anima e nel corpo, si priva della salvezza.
Ma chi sono i piccoli? Non è difficile saperlo. Basta consultare la tradizione contemporanea a Marco, cioè le lettere di Paolo. I passi più vistosi si trovano nella prima lettera ai Corinzi (8,1-13) e nella lettera ai Romani (14,1-23). Qui si parla dei deboli nella fede, in opposizione a coloro che si credono forti e sapienti, e che per essere tali umiliano, con la loro presunta scienza, i deboli e li scandalizzano. In questo contesto i piccoli sono le persone umili, semplici, poco istruite, quelle che sembrano non contare nella Chiesa (quale assurdo!) perché non appartengono alla «élite», non possono aspirare ad essere tra i primi (vedi sopra 9,33-36), e questi, approfittando della loro situazione, fanno valere la loro superiorità e persino sono causa di scandalo «per i deboli, i piccoli» (nota 7).

4. Ti adoriamo, Signore Gesù: Tu consideri tuo discepolo chi evita il male: rinuncia a qualcosa.
L’autentico discepolo è pronto a rinunciare a qualcosa per evitare il male. “Ed entrare nel regno!”: «Se la tua mano ti dà scandalo, tagliala. “È meglio per te entrare mutilato nella vita, che andare con due mani nella Geenna, nel fuoco che non si estingue. Se il tuo piede ti dà scandalo, taglialo. “È meglio per te” entrare zoppo nella vita, che essere gettato con due piedi nella Geenna. Se il tuo occhio ti dà scandalo, strappalo. “È meglio per te” entrare con un occhio solo nel Regno di Dio, che finire con due nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue» (9,43.45.47-48).
L’aggancio a quanto precede è più che evidente. Gesù continua a istruire i suoi discepoli su come evitare il male. E a volte – egli lo sa – ci vuole tanto coraggio. Le immagini usate lo esprimono assai bene e in modo convincente, mentre le ultime due: «verme, fuoco», (ripetute in certi antichi manoscritti anche nei versetti 44 e 46 ordinariamente tralasciati), simboleggiano il castigo di chi fa il male.
Un’antitesi domina l’intero insegnamento ed è ripetuta tre volte: «vita – fuoco inestinguibile»; «Regno di Dio – Geenna». Non sono due antitesi, ma una sola perché esprimono una stessa realtà, anche se con sfumature diverse. Esse esprimono come il destino eterno dell’uomo può sfociare su due sorti diverse.
Da una parte c’è la vita, quella vera, quella che ha il carattere della definitività: sarà eterna. Entrare in quella vita ed entrare nel Regno di Dio, nel dominio o famiglia di Dio, è la stessa cosa. Il Regno di Dio offre la pienezza della vita senza parvenza di male.
Sull’altro versante ci muoviamo in un campo totalmente simbolico. Geenna, verme, fuoco sono simboli di una stessa realtà e hanno una lunga storia (Nota 4).
Su questa linea è la tradizione cristiana. I Padri interpreteranno il «verme» come simbolo del rimorso che roderà per sempre il peccatore, mentre il «fuoco» simboleggia la totale ed eterna sofferenza. La realtà è che il peccatore impenitente sarà per sempre lontano da Dio, per sempre fallito e senza speranza. Questo è l’inferno, ed è sullo sfondo di questa realtà che si capiscono le altre immagini, qui usate da Gesù.
Le espressioni tagliare la mano, il piede; strappare l’occhio sono pure immagini o modi di dire. Lo si capisce facilmente: posso tagliare anche tutte e due le mani, non allontanerò da me la tendenza al male. Gesù ha già parlato della fonte del male in noi, quando ha detto che dal cuore, cioè dall’intimo dell’uomo escono «progetti malvagi: fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, avidità, ecc.» (7,22). Ebbene, quando l’uomo mette in atto quanto esce di cattivo dal suo cuore, non solo un occhio, una mano, un piede sono in azione, ma tutte le fibre del suo essere sono travolte dal peccato. E allora che cosa ci vuole insegnare Gesù con le immagini qui usate? Questo: se in te c’è qualcosa che ti impedisce di aderire al mio destino e ti è di «ostacolo» (senso di scandalizzare) nella tua totale adesione a me, è necessario che tu faccia degli strappi profondi nella tua vita, e che li faccia guardando al futuro. II destino dell’uomo è nel futuro: là si trova la vera vita, il Regno, cioè l’unione perfetta con Dio, la felicità eterna, o l’inferno, il segno del fallimento totale della propria esistenza. L’avere l’uno o l’altro dipende dalla decisione di oggi, dal sapere vincere oggi quel che è di ostacolo alla fede. La mia volontà è che tu viva, e io farò di tutto per aiutarti. Sei stato creato per la vita, non per la morte.

5. Ti adoriamo, Signore Gesù: Tu consideri tuo discepolo chi gode del bene in tutti.
L’autentico discepolo gode che tutti siano profeti di Dio: sappiano interpretare il suo piano. Prima Lettura: “Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo!”. La frase del vangelo che oggi leggiamo, pronunziata dall’apostolo Giovanni («abbiamo visto uno che scacciava i demoni ma non era dei nostri») e la reazione di Gesù giustificano la scelta di questo brano. Giosuè, vedendo lo spirito di Dio superare nella sua effusione i rigidi confini della classe sacra dei settanta anziani, grida a Mosè il suo sdegno integralista: «Mosè, signor mio, impediscili!» (v. 28). Sia Gesù che Mosè, davanti all’impostazione del ministero della salvezza come dominio e privilegio, rispondono celebrando lo splendore della libertà e della generosità dello Spirito Santo di Dio.

6. Ti adoriamo, Signore Gesù: Tu consideri tuo discepolo chi condivide ciò che è e ciò che ha.
L’autentico discepolo condivide ciò che è e ciò che ha per il bene comune, e non imputridirà. Seconda Lettura. «Le vostre ricchezze sono imputridite». La conclusione della lettera di Giacomo è affidata a questa durissima invettiva contro i ricchi. Il tono è ancora quello appassionato e ardente di Amos, il profeta contadino implacabile avversario dell’ingiustizia. La denuncia è esplicita e diretta e non conosce esitazioni o convenienze diplomatiche. Non ha bisogno di commenti: essa deve mantenere tutta la sua forza dirompente in ogni tempo, come la voce dei profeti che ancor oggi risuona nelle nostre assemblee. Sulle vergogne dell’ingiustizia Giacomo invoca e annuncia il giudizio di Dio, inesorabile e rivelatore.

PREGHIAMO.
Aderendo all’agire dello Spirito, per mezzo di Cristo che è: «1. Ringraziamento; 2. Pane; 3. Offerta; 4. Intercessione; 5. Lode»:
1. «Ringraziamo», raccontando l’Amore del Padre in Cristo verso di noi (prefazio). Grazie, Padre, per il tuo Figlio: in lui ci assicuri lo Spirito, primo dono ai credenti; in lui ci dài di parlare interpretando autenticamente ciò che avviene, secondo lo spirito del vero Mosè, Gesù; ti rendiamo grazie per tutti i «bicchieri d’acqua» che riceviamo e doniamo in nome di Gesù, senz’altra etichetta.
2. «Siamo nutriti» di Cristo, che, preso il «pane» e rese grazie, si dona vero cibo e bevanda di salvezza (consacrazine, transustanziazione). Ora, Padre, manda lo Spirito, che perfeziona l’opera di Gesù nel mondo, compiendo ogni santificazione, trasformando in Cristo pane, vino e noi stessi: la sua onnipotenza usata soprattutto nella misericordia e nel perdono, ci trasforma e ci pone al servizio del suo amore nel mondo.
3. «Diveniamo» luogo riservato a Gesù, che in noi continua a «donare» se stesso (offerta). In noi, Padre, si offre a te Gesù: ci rende a te graditi come ha fatto con Giovanni e gli altri apostoli. Con la sua azione il tuo Figlio Gesù ci rende membra docili al dono di noi stessi perché lui possa continuare la sua opera di misericordia e di perdono verso ogni persona, godendo con Mosè che tutti abbiano il tuo spirito di verità e di servizio.
4. «Intercediamo» per tutti in Cristo, che «intercede» per noi, e ci fa intercessori con lui per gli altri (intercessione). Tutti, Padre, accogli in Cristo: vivi, defunti, celebranti. Come hai accolto Giosuè e Giovanni, tu accogli ogni fedele, perché con la stessa misericordia che ha sperimentato da te, sia spinto a rivolgersi verso tutti, chiedendo a te per ognuno il miracolo di guarire nel tuo nome, e per tutti la comunione che non permette divisioni fra quanti prestano la stessa opera, comunione che non dà addito a gelosie per i nuovi operatori di bene, ma che al contrario dà prova di autentica missione cristiana..
5. «Glorifichiamo» pienamente il Padre, per Cristo, con Cristo, in Cristo nello Spirito Santo, che ci fa santi (lode finale). A te, Padre, ogni onore e gloria: dall’umanità, divenuta comunione di fratelli che si servono gli uni gli altri, senza gelosie, senza contrasti, con il solo criterio dell’opera di bene che caratterizza l’appartenenza a Cristo, possibile solo per opera dello stesso Gesù Cristo, nello Spirito Santo. Speciale architetto del suo corpo che è la chiesa, tutta l’umanità. Egli sa tagliare e cucire, ammettere ed escludere quanto giova o meno alla vera comunione ecclesiale ed eucaristica, che è la santità a lode e gloria della tua grazia.

O Padre, che ci consacri nel tuo amore, la tua parola è verità; i tuoi precetti di compiere il bene suscitino gioia nel tuo popolo. Per Cristo nostro Signore. Amen.

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NOTE
Nota 1.
La Parola di Dio, Proclamata in questa celebrazione, richiamata dall’antifona alla Comunione (cf .. – Anno B – ª Domenica – ../../..), e approfondita anche da altri testi eucologici (cf ad es. ../../..), «attua ora» sacramentalmente in noi la redenzione, realizzata fin dall’evento pasquale della morte e risurrezione di Gesù il sette – nove Aprile del trenta d.C.
La Parola di Dio «attua ora sacramentalmente in noi la redenzione», perché lo stesso evento pasquale di duemila anni fa, con la sua efficacia, è in atto nella Parola «Proclamata» in quest’Eucaristia; la stessa «opera di Gesù» è in atto quindi in circostanze diverse: «storiche» di quel tempo in Israele, «sacramentali» (gesti e parole) ora nella sua Parola proclamata.
La Parola («Dâbhâr») è «Fatto e Parola» («Dâbhâr Javè» = «Fatto e Parola di Javè»); lo stesso «Fatto» storico della Pasqua di Gesù (che soffre, muore, trasmette lo Spirito, risorge) per opera dello Spirito Santo è presente in questa «Parola» proclamata nell’assemblea liturgica; anzi, «in previsione» della sua pasqua redentrice era già presente fin nel grembo di Maria.
Noi ora, come Maria, diciamo: “Sì”, con il cuore bendisposto nel celebrare. La redenzione, operata nei «misteri» (gesti e parole di Gesù nel rito), trasforma tutta la nostra vita. La Parola proclamata nella liturgia, cioè, lo stesso Gesù pasquale, ispira e attua i vari momenti della celebrazione e dell’esistenza in chi l’accoglie.
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Nota 2.
“I fedeli partecipino con frequenza alle messe, anche feriali, e, quando ciò non è possibile, siano invitati a leggere almeno i testi delle letture corrispondenti in famiglia o in privato”, vediPartecipazione e Celebrazione delle Feste Pasquali, Congreg. per il Culto, n.13; del 16.01.1988);
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Nota 3.
«I credenti in Cristo, (il Padre) li ha voluti chiamare a formare la santa Chiesa, la quale, già annunciata (“prefigurata”) in figure sino dal principio del mondo, mirabilmente “figurata” nella storia del popolo d’Israele e nell’antica Alleanza [1], stabilita (“compiuta”) infine «negli ultimi tempi», è stata manifestata (“manifesta”) dall’effusione dello Spirito e avrà glorioso compimento alla fine dei secoli (“completa”). Allora, infatti, come si legge nei santi Padri, tutti i giusti, a partire da Adamo, «dal giusto Abele fino all’ultimo eletto» [2], saranno riuniti presso il Padre nella Chiesa universale» (Lumen Gentium 2).
Cinque tappe della formazione della chiesa (da kalèô = chiamo; participio passato = èkklesa: ecclèsia, chiesa = chiamata): prefigurata, figurata, compiuta, manifesta, completa.
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Nota 4.
La Geenna o «scarica ininterrottamente bruciante rifiuti»; simbolo eloquente di chi si fa «rifiuto».
«Geenna» è il nome di una valle a sud di Gerusalemme. Il profeta Isaia (66,22-24) parla di questa valle come del luogo dove i cadaveri dei ribelli a Dio saranno rosi dai vermi e consumati dal fuoco. Il profeta Geremia (7,30-8,3) dice che lì gli abitanti di Giuda saranno severamente castigati per i loro peccati. La speranza escatologica, infine, si è appropriata della Geenna per indicare il castigo dei peccatori risorti. I termini «fuoco» e «verme», presi insieme divennero allora il simbolo della sorte eterna di tutti coloro che hanno rifiutato l’appello alla conversione (vedi Gdt 16,17; Sir 7,17 e l’apocrifo Enoc 22,19-11; 90,26-27).
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Nota 5.
L’esorcista simpatizzante dei discepoli di Gesù.
L’estraneo, esorcista in nome di Gesù, non è «ostile» ai discepoli proprio perché usa il nome di Gesù e, conseguentemente, può essere ritenuto «simpatizzante» nei confronti dei discepoli. Se l’estraneo, dunque, fa del bene alla sequela cristiana, non può subito dopo fare del male. È «simpatizzante» della Chiesa chiunque non si presenti esplicitamente come nemico.
La comunità perseguitata (da Nerone) ha annoverato come amici di Cristo e della Chiesa tutti coloro che non fossero dalla parte dei persecutori.

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Nota 6.
Un solo bicchiere d’acqua.
Se chi non è «contro», è già «a favore», tanto più sarà a favore colui che fa del bene ai discepoli di Gesù (perché discepoli di Gesù) anche con il più piccolo segno di ospitalità come può essere un bicchiere d’acqua.
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Nota 7.
«I piccoli che credono».
Si potrebbe verificare anche un altro fatto: qualcuno potrebbe, invece che aiutarli, scandalizzarli (un’azione che trae in errore nella fede qualcuno, attentando alla sua saldezza e alla sua correttezza). Poiché si riteneva che gli scandali nascono dagli istinti umani e questi risiedono negli organi umani, l’amputazione di un organo veniva praticata nel diritto rabbinico come sostitutivo della pena capitale.
Beda, il Venerabile, dice: «Sebbene queste parole possano essere dette in generale per tutti coloro che scandalizzano qualcuno, per la logica del discorso, queste parole di Gesù possono essere state dette contro gli apostoli che … per una questione di primato … avrebbero potuto dare scandalo e perdere coloro che essi conducevano alla fede».
Un esempio concreto, ci dà la possibilità di rileggere la parola di Gesù nella situazione della sua comunità. A Corinto c’era gente che si cibava solo di legumi; avevano infatti paura di comperare la carne e di mangiarla perché, forse, era stata prima offerta agli idoli. Per Paolo e altri era lecito mangiarla, dato che «gli idoli di questo mondo sono niente» (1 Cor 8,4). Quando però alcuni di loro la mangiavano in presenza dei fratelli che non avevano la loro scienza, davano scandalo e inducevano il debole ad agire contro coscienza, cioè mangiare anche loro senza convinzione, e perciò a peccare. Paolo reagisce così: «Peccando contro il fratello e ferendo la sua coscienza, voi peccate contro Cristo» (1 Cor 8,12). Siamo in linea con Gesù. Anche per Paolo c’è identità tra i piccoli e Cristo. I piccoli contano nella comunità, e debbono accorgersi di contare. Ce n’è a sufficienza per pensarci su.

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condividiamo (cfr neretto) la preghiera della Chiesa (cfr colori).