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28/09/2008 – T. ORDINARIO – ANNO A – 26 DOMENICA – 2008

Preparazione alla celebrazione della messa.

26ª Domenica Tempo Ordinario
Anno A – 28 Settembre 2008

MEDITAZIONE o RILETTURA in vista della celebrazione.
Padre, fa’ che accogliamo il tuo Figlio Gesù!
La sua Parola, Proclamata in questa Eucaristia, e richiamata nell’Antifona alla Comunione (cf T. Ordinario – Anno A – 26ª Domenica – 29/09/2002), attua sacramentalmente in noi la redenzione, realizzata fin dall’evento pasquale della morte e risurrezione di Gesù il sette Aprile del trenta d.C.
«Attua ora». Infatti, lo stesso evento pasquale di duemila anni fa, con la sua efficacia, è in atto nella Parola Proclamata oggi in questa Eucaristia; «la stessa opera di Gesù è in atto» in circostanze diverse: storiche di quel tempo in Israele, sacramentali (gesti e parole) ora nella sua Parola proclamata.
Questo è possibile perché «Dabàr» è «Fatto e Parola» («Dabàr Javè» = «Fatto e Parola di Javè»): quindi lo stesso «Fatto» storico della Pasqua di Gesù (che soffre, muore, effonde lo Spirito, risorge) per opera dello Spirito Santo è presente in questa «Parola» proclamata nell’assemblea liturgica, come nel grembo di Maria. Noi ora, come Maria, diciamo: “Sì”; e la redenzione, operata nei misteri (gesti e parole rituali), trasforma tutta la nostra vita.
Così la parola proclamata nella liturgia ispira e attua i vari momenti della celebrazione, e della vita (cf anche T. Ordinario – Anno A – 26ª Domenica – 25/09/2005).

NOI NON ABBIAMO VOGLIA;
GESÙ CI RICHIAMA, E SUSCITA IN NOI IL VOLERE E L’OPERARE.

Richiamiamo il Vangelo: persona, messaggio e attività di Gesù, introdotto dal canto al vangelo. Cristo è presente in modo speciale, e parla di se stesso ai fedeli che l’ascoltano stando «in attenti».
I miei fedeli sono come pecore docili, dice il Signore: “ascoltano la mia voce, io le conosco ed esse mi seguono” (cf Canto al Vangelo: Gv 10,27), come quel figlio che PENTITOSI, ANDÒ.
PUBBLICANI e PROSTITUTE VI CONDUCONO AVANTI VERSO IL REGNO DI DIO.
Gesù sa com’è fatto il cuore dell’uomo. Lo descrive nella parabola dei due figli (Mt 21,28-31a); e aggiunge una riflessione storica, esplicativa della parabola (vv31b-32), così che questa non è più equivocabile. Il brano è composto di due parti dominate dal verbo «metamelèomai», che designa particolare «pentimento interiore»; nella prima parte, è pentimento efficace; nella seconda, è inefficace a causa dell’ostentazione, che mette l’uomo contro se stesso.

Tutti dicono: “Non voglio!”; chi dice: “Io, sì!”, volendo distinguersi, accumula difficoltà.
LA PARABOLA.
«In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo»: “Uomo (ànthropos: «natura umana») ha due figli”. È un padre, uomo, al maschile, ma è detto «uomo» senza genere: natura umana. Anche i figli hanno una qualità che riguarda la storia di tutti nel passato, nel presente e nel futuro. «Avvicinandosi ad uno, il padre ripete: “Figlio, va’, oggi! Lavora nella vigna”»: nel podere del Padre, per tutta la famiglia, per scopi anche spirituali, per il regno di Dio. «Il figlio risponde: “Non voglio”. In seguito però, nel trascorrere dei giorni, decidendo definitivamente (meta-meléomai)”, risuonandogli nell’intimo con forza nel cuore, la voce del padre incideva nell’intelligenza, nella volontà, nei sentimenti profondi, nell’intuizione, nella decisione: il figlio, allora, vede la giusta convenienza dell’invito paterno, si sente spinto ad andare, e “ci va”».
«Avvicinandosi poi all’altro, il padre si esprimeva allo stesso modo; ma quest’altro figlio, mostrando di voler essere l’opposto del primo, diceva: “Io, Signore!”, ci vado; lo dice pensando al primo figlio, non al padre; e con la decisione nel cuore di non andarci. “Chi dei due «fa propria» la volontà del Padre?”. «Gli ascoltatori “riconoscono: Il primo”», a queste condizioni interiori, infatti, avviene necessariamente la nuova decisione; è normale.
RIFLESSIONE STORICA.
«Dice loro Gesù», che ora è visto da loro come bocca della verità: “Amen”. Certo, è proprio così! Dopo un discorso o una preghiera, nella liturgia giudaica (e cristiana), sarebbe una conferma; ma Gesù si riferisce ad una realtà in atto da questo momento, e dice: “Vi assicuro che gli esattori”, i truffattori dei fratelli “e le prostitute conducono voi avanti verso il regno di Dio”, con il loro esempio d’un deciso cambiamento interiore, e d’un impegno per il bene comune. Questa mia parola vi purifica. “Veniva”, con la sua persona, con i gesti e le parole, “infatti, Giovanni”, presenza di Javè che salva, figura di «Gesù»=Javè Salvatore, “in rapporto a voi, in «via di giustizia”», cioè, con un comportamento nel vivere quotidiano secondo i pensieri di Dio, “e non gli prestavate attenzione; invece i peccatori e le prostitute gli prestavano attenzione”, l’hanno preso sul serio, confidando nel suo insegnamento, seguendo definitivamente il suo modo di vivere. “Voi, al contrario, notando” in loro tale cambiamento, che era la continuazione di Giovanni in loro, cioè, la continuazione della presenza di «Javè che salva», “neppure vi siete lasciati scalfire interiormente per cambiare (meta-meléomai) e credere a lui”, lasciando risuonare nell’intimo con forza nel cuore la mia voce, che «incide» intelligenza, volontà, sentimenti, intuizione, decisione.
OSSERVAZIONI.
– La parabola è un genere letterario particolare, non in uso fra gli occidentali.
Si racconta un fatto avvenuto o verosimile, un aspetto di vita comune. La parabola d’oggi per es. riporta un quadretto familiare, immediato. Chi espone il fatto, poi, ne esagera due particolari, per rilevare qualcosa in chi ascolta. Dopo aver ascoltato, si è invitati a pronunciarsi sul quanto udito, rispondendo, per es., alla domanda: “Chi dei due fa propria la volontà del Padre?”; e non ci si accorge che, rispondendo, ci si pronuncia contro se stessi.
– Due «particolari» esagerati nella parabola di oggi. 1°: un figlio dice sempre di no; l’altro, in contrasto con il primo, dice sempre di sì. 2°: il primo che apparentemente dice di «non volere» andare alla vigna, poi cambia e decide definitivamente d’andarci; il secondo, invece, che dice di sì, non si decide mai d’andarci.
– Gesù «domanda» agli ascoltatori, capi e anziani, rappresentanti il secondo figlio, che non va alla vigna: “Chi «fa la volontà» del Padre, oltre il parlare?”. Capi e anziani, rappresentanti il figlio che dice e non fa mai nulla, rispondono: “Il primo”, che dice di «non volere» e invece poi va e fa. – Costoro non s’accorgono di schierarsi dalla parte del secondo, che dice e non fa.
– È situazione normale in tutti l’«aver poca voglia» o una «volontà inefficace», anche se alcuni, i capi e gli anziani, per mostrarsi migliori degli altri, «dicono» di andarci, e poi «di fatto» non ci vanno. L’ostentazione mette l’uomo contro se stesso.

– Al tempo di Gesù (come al nostro) si distingue fra osservanza delle «leggi», «storia» o vita quotidiana, e «precetti», prescrizioni varie, norme umane, per facilitare, si crede, l’osservanza delle leggi. I responsabili della fede (non solo ebraica) pensano che «l’osservanza della legge» e delle sue minuzie sia l’unico modo, anzi il migliore, per fare la volontà di Dio. In realtà, «la storia» = la vita umana, è parte integrante della legge: non vivere secondo la legge vuol dire non osservarla, anche se esternamente pratichi un rito. Gli stessi competenti religiosi (i Rabbini) poi associano alla legge le loro «prescrizioni o precetti», che soffocano invece di aiutare: soffocano la Legge di Dio.
– Il testo liturgico del vangelo oggi inizia con queste parole: «In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo»; parole che non si trovano a questo punto del testo biblico. La liturgia presenta Gesù che si rivolge ad una categoria di persone, a «capi e anziani». Tutta la comunità lo sappia con chiarezza: capi e anziani, rappresentanti ciascuno di noi, obbediscono alla legge in maniera formale, non sostanziale; sono persone poco attente ad obbedire a Dio che agisce nella storia, ci attira a sé e ci trasforma.
– Nella parabola Gesù mostra che la volontà umana è «inefficace»; quelli poi che usano la loro posizione professionale per ostentarsi «diversi», nel senso di «migliori degli altri», manifestano una volontà doppiamente «inefficace»; ma Gesù, Verbo di Dio fatto Uomo, «si avvicina», cerca, parla con volontà «efficiente», capace di salvare tutti, gli uni e gli altri; cominciando da quelli più in difficoltà, da «i capi e gli anziani» che «ostentano osservanza».

TENENDO FISSO LO SGUARDO SU GESÙ, autore e perfezionatore della fede (Ebr 12,2).
Egli suscita «volontà efficace»; chi si ostenta, resiste; ma Gesù cerca, parla e ci salva.
“Uomo, ànthropos = «natura umana» (v.28),
Gesù comincia la parabola presentando il padre dei due figli come “Uomo, ànthropos = «natura umana», e non «Anèr» = uomo, maschile. È un richiamo ad andare oltre il senso naturale immediato, verso Gesù che parla di se stesso (Sacrosanctum Concilium, 7). Gesù ci tiene a distinguersi, e attirare la nostra attenzione su se stesso, sulla sua Persona di Verbo fatto carne, rivelatrice del suo amore per noi. Giovanni ev. parla di «sàrx» = carne sensibile ( “E la Parola divenne carne e pose la tenda in noi” 1,14). Dall’incarnazione alla morte il Verbo vive in un’umanità decaduta, sofferente, in un «vero corpo di carne sensibile», che porta su di sé i peccati di tutti gli uomini. qui ora presente nel suo mistero pasquale di passione, morte, effusione dello Spirito, risurrezione.
“Figlio, va’, oggi! Lavora nella vigna”.

“Non voglio”. In seguito però, essendosi pentito, andò.

“Io, Signore!”, E non andò.

Chi dei due faceva la volontà del padre?».

i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio.

i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto.

non vi siete nemmeno pentiti così da credergli.

ai più deboli parla con i fatti.

La Parola Proclamata nell’assemblea ci pone davanti a lui, che ci parla di se stesso nella parabola. Gesù è presente nella nostra umanità, per questo
la Parola Proclamata non è semplice insegnamento: è la persona del Verbo, fatta carne. In Gesù di Nazaret, qui presente davanti a noi, ci parla il Verbo invisibile, reso visibile, e ci rivela quanto Dio, il Padre di Gesù, ci ama. Gesù, Verbo fatto carne, può soffrire, morire in croce, effondere lo Spirito, risorgere: può «vivere» il mistero della pasqua.
Gesù mostra di amare il Padre «con la vita». Gesù in croce non osserva una legge in modo esterno, formale, a parole; ma con i fatti. Dalla croce Gesù ci può mostrare il senso delle sue parole: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore! – Entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? – Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità!”»; fino al dono totale di se stesso, con la morte di croce. Gesù non osserva una pratica esterna della legge. Gesù assume questa nostra umanità per obbedire all’amore del Padre per noi con la storia della sua vita, per donare se stesso fino a morire; non potrebbe donare se stesso fino a morire «in croce», e rivelarci tutto l’amore del Padre, senza la nostra umanità, soggetta alla morte. La sua parola «efficace» trasforma dall’intimo chiunque l’accoglie, in qualunque situazione si trovi.
Davanti al Cristo pasquale contempliamo noi stessi con tutta l’umanità. Gesù conosce profondamente il cuore dell’uomo. Ci parla delicatamente forte, con chiarezza, dalla Croce, lui qui presente, e ci salva.