15/06/2003 – SS. TRINITÀ – B – 1 Dom. dopo Pentec. – 2003
SANTISSIMA TRINITÀ
1ª domenica dopo pentecoste – Anno B – 15 Giugno 2003
RACCOGLIMENTO
Nel nome del Padre e del Figlio
e dello Spirito santo. Amen.
Ascolta, Israele: io sono il Signore Dio tuo…! Ascolta, Chiesa che sei in..; ascolta N [tuo nome]
Eccomi, Signore: aiutaci tutti ad ascoltarti (Dt. 6,4; Lc 8,21; Is 6,8; Ebr 10,1s; Rm 12,1s).
LETTURA
Signore Gesù, nulla mi è più caro di te! Ascolto la tua parola nella messa del giorno (PCFP, 13); tu mi metti in bocca anche la risposta: fa’ che ascolto e risposta crescano con l’orante che ti cerca, o Dio (Gregorio, Cassiano, Benedetto). Vedi LETTURE
MEDITAZIONE o RILETTURA
Signore Gesù, tu mi parli di te stesso “Buona Notizia” nel vangelo, “compimento” delle promesse della prima lettura, “fondamento” della chiesa nella seconda lettura: rileggo vangelo, I e II lett. alla luce della chiave, il versetto al vangelo:
Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito santo: a Dio che è, che era e che viene.
Signore Gesù, tu ti rendi presente! Con lo Spirito e la Sposa grido: “Vieni, Signore Gesù!”. E tu rispondi: “Sì, ecco: io vengo” (Apc. 22,17s). – Sappiamo cosa stai facendo oggi in noi: “Nel corso di questa stessa memoria (eucaristia) la chiesa offre al Padre nello Spirito S. la vittima immacolata” (PNMR 55,f). Antifona alla Comunione:
Andate e ammaestrate tutte le nazioni battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
Andate, immergete tutti nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo: nel Dio che è, che era e che viene.
Tutti possono incontrare Gesù, il Risorto: essere immersi nella sua vita divina. Immergete tutti nel Padre, nel Figli e nello Spirito Santo (vangelo). Il Signore Dio è l’unico Dio (prima lettura). Lo Spirito ci rende figli (seconda lettura). L’uomo attratto dal progetto divino risponde: “Sia su di noi, Signore, la tua grazia. In te speriamo”. Venendo in noi Gesù dice: Oggi mi rendo presente in atto di immergervi e farvi capaci di immergere altri nell’unico Dio in tre persone; nell’immagine dell’immersione.
“Gli undici discepoli andarono in Galilea, su il monte che Gesù aveva loro fissato”. “Gli undici”: è numero indicativo, vuol dire che nella comunità, supponiamo di dodici come quella degli apostoli, ci sarà sempre chi sceglie il denaro mammona, invece di Cristo; e per il denaro non eliminerà solo altri ma venderà anche se stesso, come Giuda: chi sceglie il denaro non può fare l’esperienza della risurrezione. “Gli undici discepoli andarono in Galilea”. Per ben due volte l’angelo del Signore ha informato: “Dite ai discepoli di andare il Galilea”; “là mi vedrete”; Gesù quando appare alle donne dice: “Dite ai miei fratelli di andare in Galilea e là mi vedranno”. Andarono su “il monte”, con l’articolo determinativo, che allude a un monte ben preciso. Ma Gesù non ha fissato alcun monte: infatti non un luogo geografico, ma una rivelazione simboleggiata da un luogo montuoso. L’evangelista Matteo prende il monte come simbolo della rivelazione di Dio. Il monte dà la possibilità di dominare tutta la pianura e i suoi abitanti, di vedere in un colpo d’occhio tutta la vita che si svolge nella pianura, nella vita ordinaria “della Galilea”. Il monte in Matteo è un simbolo: Satana conduce Gesù sul monte e gli propone il dominio su tutto. Gesù risponde dicendo che non è venuto per dominare ed essere servito, ma per servire e dare la vita per gli uomini, a costo di morire. Sul monte Gesù proclama le beatitudini: beati coloro che mossi dallo Spirito condividono ciò che sono e ciò che hanno. Sul monte Gesù si trasfigura: mostra che non con il dominio e la violenza, ma con la condivisione dell’amore si giunge alla fonte della Beatitudine. In fine sul monte i discepoli riconoscono la dignità divina di Gesù, come i magi, come il lebbroso, come la Cananea, e come loro stessi nella barca galleggiante sul “mare” del male. E “gli si prostrarono innanzi”. – Il Signore è Dio: non ve n’è altro.
Tutti possono incontrare Gesù, il Vivente, con il dono e il servizio di sé. “Andarono sul monte che Gesù aveva loro fissato”. Il monte citato nel Vangelo di Matteo è il monte delle “beatitudini”, che sono la magnacarta di Gesù. La prima beatitudine è fondamento di tutte le altre. Dice: “Beati i poveri nello Spirito”. Cioè, beati coloro che mossi dallo Spirito condividono ciò che sono e ciò che hanno. Tutti possono sperimentare la vita nuova delle beatitudini: la vita del Risorto. Queste indicazioni dell’evangelista Matteo valgono per i lettori del Vangelo di tutti i tempi. Crede alla presenza di Gesù resuscitato chi incontra il Vivente, il Vivificante: chi accoglie lo Spirito che muove alla condivisione. La resurrezione di Gesù non è un privilegio per poche persone di duemila anni fa, quindi, ma una possibilità per tutti i tempi. Fai l’esperienza di Gesù risuscitato accogliendo la sua persona; la pratica del suo messaggio che trovi nel discorso della montagna (Mt 5-7) produce in te una qualità di vita che ti mette in sintonia con il Cristo vivente. “Andare sul monte” vuol dire avere accesso alla divinità, avere la condizione divina. Il “monte delle beatitudini” è detto “luogo della maturità e della gioia” (Sophia Jesu Christi). Tutti siamo invitati alla maturità di Gesù. È rimasto immaturo quel “giovinetto” ricco del vangelo che Gesù invita ad essere perfetto, maturo e pieno di gioia donando i suoi beni; “ma quegli se ne andò triste perché aveva molti beni” (Mt 19,16-23). Se vogliamo sperimentare la condizione divina di Gesù resuscitato condividiamo la nostra vita nel quotidiano della nostra esistenza, perché è una condizione che si ottiene attraverso il dono e il servizio di sé. – Tu apri la tua mano e sazi ogni vivente.
I discepoli dubitano di poter seguire Gesù. “Quando lo videro (idontes, non una vista fisica, ma interiore), gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano”. Non dubitano che sia resuscitato, perché lo vedono risuscitato, e gli si prostrano innanzi, cioè riconoscono in lui una condizione nuova della pienezza divina. Dubitano di essere capaci di seguirlo. Il verbo “dubitare” richiama un altro fatto (vedi regole di Rabbi Hillel) che illumina e fa comprendere questa “adorazione con dubbio”. Nell’episodio di Gesù che cammina sulle acque (Mt 14,22-33) Pietro “dubita” mentre cammina sull’acqua verso Gesù. “Cammina sulle acque” chi è nella condizione divina. L’unico che cammina sulle acque è Dio: “Sul mare passava la tua via, i tuoi sentieri sulle grandi acque e le tue orme rimasero invisibili” (Sal 77,20). Anche Gesù “cammina sulle acque”: mostra di essere nella condizione di Dio. Ai discepoli impauriti Gesù dice: “Io sono”, identità divina come Javè; e Pietro dice: Voglio anch’io “camminare sulle acque”. Gesù gli dice: “Vieni”, perché essere nella condizione divina è una possibilità per tutti. Pietro comincia a camminare sulle acque; ma, scrive l’evangelista, vedendo il vento contrario, comincia ad affondare. Gesù allora si rivolge verso di lui e gli dice: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”. Pietro pensava che la condizione divina si ottenesse automaticamente, mediante un intervento dall’alto. Sì, ma con il dono di sé, della propria esistenza, perché incomprensioni, difficoltà, persecuzioni sono inevitabili nella vita. Gli undici vedono che Gesù è resuscitato, che è passato attraverso la persecuzione e la morte; ma “alcuni dubitano” di essere capaci di giungere alla condizione divina passando attraverso la croce. – Il Signore ci nutre in tempo di fame.
Ciò che non è possibile agli uomini è possibile a Dio. “E Gesù, avvicinandosi, disse loro”. Gesù si avvicina. Mentre poco prima le donne si sono avvicinate a Gesù, ora è Gesù che deve avvicinarsi ai discepoli. “Mi è stato dato piena autorità in cielo e in terra”. Prima della risurrezione Gesù ha detto: Ho piena autorità sulla terra. – Dopo la risurrezione Gesù dice: Questa autorità ce l’ho anche in cielo. – Quello che Satana aveva promesso a Gesù – ti darò tutti i regni del mondo e il pieno potere – Gesù dice che già lo possiede, ma non attraverso il potere suggerito da satana, bensì con il dono di sé fino all’estremo. “Andate dunque e fate miei discepoli tra tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. Andate, “dunque”: è la conclusione dell’autorità ricevuta: “Ho ricevuto ogni autorità, andate, dunque”. I discepoli di Gesù sulla terra “camminano” su ogni male, e tirano fuori gli uomini dal male con l’autorità del cielo; e li immergono nell’oceano della misericordia di Dio. Gesù, quando aveva chiamato i discepoli lungo il mare di Tiberiade, aveva detto: “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini” (Mt 4,19). Il mare è il luogo dove i pesci hanno la vita. Pescare un pesce significa tirarlo fuori dal suo ambito vitale e trasferirlo in quello della morte. Invece, pescare un uomo dal mare, che a lui darebbe la morte, significa tiralo fuori dall’ambito della morte e trasferirlo in quello della vita: ambito di morte è vivere senza Dio, ambito di vita è appartenere al Signore: Gesù dice: “Andate,dunque, e battezzare nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. – “Beato il popolo che appartiene al Signore”.
Dio c’immerge nel suo amore, e ci rende capaci d’immergere altri nel suo amore. Mediante i suoi discepoli egli ci “battezza nel nome del Padre…”. Il nome del “padre” definisce una relazione, cioè il modo in cui il Padre è in rapporto con il Figlio o il Figlio con il Padre. Come nella realtà umana padre e figlio rivelano strette relazioni di sangue e di parentela, così analogamente in Dio c’è relazione di uguale Amore fra Gesù che è stato generato, e il Padre che lo ha generato (Gregorio Nazianzeno). La relazione di Amore tra Padre e Figlio si espande alle creature, si fa comunione, e rafforza la relazione di amore senza fine con gli uomini. “Dove due o tre sono uniti nel mio nome io sono in mezzo a loro” (Mt 18, 20) dice Gesù; e ancora: “Amatevi l’un l’altro come io ho amato voi” (Gv 15, 12); e pregando il Padre aggiunge: “Affinché tutti siano una cosa sola, e come tu, Padre mio, sei in me, ed io sono in te, così anche essi siano in noi affinché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17, 21). Cristo è nella comunione trinitaria vissuta tra fratelli, perché “la comunione tra gli uomini è il luogo dell’esperienza di Dio”, e con Gesù c’è il Padre e lo Spirito Santo; “si sperimenta la presenza mistica del Signore risorto” (Giovanni Paolo II): la Trinità è presente nell’amore reciproco tra gli uomini, è in azione nello stare insieme in famiglia tra credenti o non credenti, spinge a cercare con slancio l’interesse altrui più che il proprio. È un invito valido per noi tutti: primo compito della comunità cristiana è trasmettere un amore tale che la persona stessa se senta permeata, sommersa, inzuppata, cioè battezzata in quest’amore: faccia fare ad ogni persona l’esperienza della piena realtà del Padre che comunica vita, del Figlio che questa vita l’ha realizzata, e dello Spirito Santo che è Forza di amore assoluto capace di rendere possibile questa identità divina in ogni persona. – Signore, sia su di noi la tua grazia perché in te speriamo”.
Dio c’immerge e ci rende capaci d’immergere non mediante dottrine, ma pratica d’amore. Battezzate “insegnando loro a praticare tutto ciò che vi ho comandato”. Insegnando loro a “praticare”. Mai prima d’ora Gesù ha autorizzato i discepoli a insegnare, cioè a discernere ciò che è valido dell’antico testamento per il suo nuovo messaggio. Ma ora i discepoli vanno tra pagani non interessati di leggi antiche. A loro i discepoli sono autorizzati a insegnare, non una dottrina ma una pratica, praticando. Tutto ciò che vi “ho comandato”. Il verbo “comandare”, Gesù lo usa soltanto per le beatitudini (Mt 5.7). Dopo avere sostituito i comandamenti dell’antico testamento con le sue beatitudini, alla fine Gesù le chiama “comandamenti”: compito dei credenti è andare a insegnare le beatitudini praticandole. Solo dopo quest’insegnamento vitale viene la spiegazione, cioè essere “pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto” (1 Pt 3,15). Così Maria con il saluto trasmette vita a Elisabetta, e solo dopo le spiega la ragione con il “Magnificat”: “Perché ha fatto in me grandi cose colui che è potente”. Se c’è questa pratica, conclude Gesù nel vangelo di Matteo, “ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del tempo”: la presenza di Gesù è condizionata dall’attività dei discepoli, e non limitata nel tempo. Nel Vangelo di Matteo non c’è l’ascensione di Gesù al cielo; Gesù non parte per un cielo lontano, ma rimane con i suoi; ad una condizione: “Osservare tutto ciò che ho comandato”. Chi pratica le beatitudini fa l’esperienza di una presenza continua, profonda, interiore di Gesù nella propria esistenza. E con Gesù il Padre e lo Spirito Santo. Chi pratica le beatitudini comprende che veramente il paradiso è dove c’è Dio e Dio è là dove si praticano le beatitudini. Il vangelo di Matteo si conclude con l’invito bellissimo, rivolto ad ognuno di noi: chi vuol sperimentare una qualità di vita nuova, indistruttibile, chi vuol sperimentare l’incontro con Gesù vivo e vivificante, si collochi sul monte delle beatitudini, cioè si occupi del bene degli altri: sperimenterà come Dio si prenderà cura del suo bene. In tutto il vangelo Matteo ha confrontato Mosè, servo di Dio, con Gesù, Figlio di Dio, mostrando la superiorità di Gesù. E conclude: Come Javè ha mandato Mosè al Faraone per fare uscire il popolo dall’Egitto, e l’ha assicurato: “Io sarò con te!”; così Gesù ora assicura i suoi dicendo: “Io sarò con voi!”. Dio è il “Dio con noi”, l’Emanuele, perché ha cura di noi, e mediante noi ha cura degli altri, all’infinito. – “Ecco, l’occhio del Signore veglia su chi spera nella sua grazia”.
Beato il popolo che appartiene al Signore.
Andate, immergete tutti nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo: nel Dio che è, che era e che viene.
Da sempre Dio ha avuto cura di noi: ci ha scelti perché siamo in lui. “Il Signore è Dio e non ve n’è altro”. Come Israele, siamo invitati a prendere coscienza della nostra storia: Dio ci ha chiamati all’esistenza e ci ha comunicato i suoi sentimenti. Con la sua forza di salvezza Dio si mette alla radice degli avvenimenti, li orienta al bene, nonostante che noi spesso li volgiamo al male: egli sa volgere a bene anche la sofferenza umana, come la sofferenza e la croce del Figlio suo che si è fatto nostro Fratello per salvarci, cioè renderci capaci di vivere le beatitudini. Dio ci ha amati e ci ha scelti, perché siamo simili a lui: salvezza per gli altri. L’unico Dio è condivisione, è relazione d’amore che si espande illimitatamente.. – “Dalla parola del Signore furono fatti i cieli: egli parla e tutto è fatto, comanda e tutto esiste”.
Beato il popolo che appartiene al Signore.
Andate, immergete tutti nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo: nel Dio che è, che era e che viene.
Beati i poveri per lo Spirito. “Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio”. Lo Spirito muove le persone a condividere ciò che sono e ciò che hanno; le muove a formare la comunità di Gesù che immerge nell’amore di Dio Padre, Figlio, Spirito Santo; le muove a vivere come figli di Dio rivolti costantemente al Padre nello Spirito Santo; le fa partecipi delle sofferenze e della gloria di Gesù come figli nel Figlio. – “Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio”.
Beato il popolo che appartiene al Signore.
PREGHIERA EUCARISTICA
La risposta di lode e di supplica, per esempio del Vers. Resp., Beato il popolo che appartiene al Signore,.
si sviluppa in preghiera eucaristica fatta di:
ringraziamento: prefazio Grazie, Padre, per il tuo Figlio:
in lui tu ci hai fatti tutti tuoi figli;
attualizzazione: consacrazione Ora, Padre, manda lo Spirito:
Gesù con noi ci fa annunciatori della salvezza;
offerta: nostra in Cristo al Padre In noi, Padre, si offre a te Gesù:
egli ci rende a te graditi;
intercessione: per tutti vivi defunti Tutti, Padre, accogli in Cristo:
ascolta il tuo Spirito che in essi ti chiama “Padre”;
lode finale: esplosione dei sentimenti A te, Padre, ogni onore e gloria:
da coloro che lo Spirito guida ad essere segno della Trinità.
CONTEMPLAZIONE
Nella chiesa il Padre convoca i credenti in Cristo, in cinque tappe (v. LG 2); contempliamo oggi nei suoi cinque momenti, per es., La Relazione:
prefigurata, sin dall’inizio, nella Creazione: la relazione, fra persone umane;
figurata, nella storia d’Israele, antica alleanza la relazione, fra Dio e Israele;
compiuta, in Cristo Gesù, negli ultimi tempi: la relazione, fra Padre Figlio e Spirito Santo;
manifesta, nella chiesa, per lo Spirito effuso: la relazione, fra Dio e uomo sua dimora;
completa, alla fine, nella gloria della Trinità. la relazione, fra il Padre e tutti noi in Cristo.
Preghiamo:
O Padre, che ci hai donato il Figlio e lo Spirito Santo; il tuo popolo ti glorifichi nello Spirito. Per Cristo nostro Signore. Amen.
Condividiamo la nostra preghiera (neretto) nello schema della preghiera ecclesiale (colori).