29-10-2002-Ordinario-A-dom26

29/09/2002 – T. ORDINARIO – ANNO A – 26 DOMENICA – 2002

XXVI DOMENICA TEMPO ORDINARIO
Anno A – 29 settembre 2002

MEDITAZIONE o RILETTURA
Antifona alla Comunione:
E’ venuto Giovanni Battista e i peccatori gli hanno creduto.

I peccatori credono.
Lo Spirito del Padre li rende docili alla parola di Gesù. Egli prima ci rende coscienti del nostro peccato, perché, se non siamo colpevoli di qualcosa, lo diventiamo accusando gli altri; poi ci richiama, finché “alla fine” lo ascoltiamo.
Mi rivolgo a te e a ciascuno, egli dice, come ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: come loro, ti mostri pronto a fare il bene, e dici subito di “sì”; ma in realtà sei interiormente ribelle e incapace. Poi prendi coscienza della tua ribellione, sei esplicito e dici di “no”; ma io ti richiamo finché scopri in me la bontà di Dio che ti attira alla vigna: ad amare i fratelli come sei amato da Dio (Vangelo). Il Padre gioisce in previsione della tua risposta personale, del tuo cammino di accettazione (prima lettura). Io lo rendo presente e ti porto con me nella vigna: nella comunità dei fratelli. Riconciliato “alla fine” con te stesso, con i fratelli e con Dio, trovi la pace (seconda lettura). Oggi mi rendo presente in atto di interpellare ciascuno nell’intimo; ti porto a lavorare con me, nel simbolo di un andirivieni sulla strada della vigna.

Gesù rivela ai peccatori il Padre buono, di una bontà che non si può misurare. Gesù si fa pastore di pecorelle tanto più smarrite quanto più ignare di esserlo. Egli non ci abbandona mai: ci cerca e ci chiama sempre, finché non lo ascoltiamo: quando non rispondiamo, Gesù ci rivolge ancora per primo la parola, come ai principi dei sacerdoti e ai capi del popolo: “Che ve ne pare?”. Vedi contesto: 21,1-27: Gesù è entrato in Gerusalemme, e tutta la città si mette in agitazione come quando sono giunti i re Magi da oriente; e ben a ragione, perché la vita religiosa della città, fatta di cose esterne, impersonali, e di privilegi individuali, sta per finire. La Gente si chiede: “Chi è costui?”. La folla lo riconosce e risponde: “Questi è il profeta Gesù, da Nazaret di Galilea”. Gesù entra nel tempio, scaccia venditori, rovescia tavoli, ma non cessa di fare attenzione alle persone, guarendo ciechi e storpi. I più ciechi, poi dirà ai principi dei sacerdoti e ai farisei, siete voi. I fanciulli lo osannano, i sommi sacerdoti e gli scribi s’indignano. Gesù esce dalla città, trascorre la notte a Betania, ma pensa ai fratelli ciechi, che sono in Gerusalemme. La mattina seguente, quindi, entra in città. Ha fame di bene per il suo popolo. Un fico sulla strada è pieno solo di foglie; gli richiama il popolo sterile e inaridito che non l’accoglie. Il fico si secca. “Come mai?”, gli chiedono stupiti i discepoli. Gesù rivela di camminare e guardare e pensare pregando il Padre, rispondendo: “In Verità vi dico: Tutto quello che chiederete con fede nella preghiera, lo otterrete”. Gesù mostra il suo amore verso di noi, quando siamo ancora nemici: Otterrete, egli vuol dire, non solo che si secchi un fico, finisca cioè l’inimicizia; ma che tutta una montagna di resistenza, in un fratello che pecca (18,19s) come in tutto il popolo, si getti nel mare: si trasformi in rapporto di comunione. Noi, peccatori salvati e riuniti per celebrare la tua presenza, ti preghiamo (Salmo responsoriale):
Ricordati di me nella tua misericordia, per la tua bontà, Signore. In uno stato d’animo di supplica al Padre, sicuro di vincere alla fine sulla resistenza dei fratelli, Gesù entra di nuovo nel tempio e insegna: cerca sempre le sue pecorelle, i fratelli. “Con che autorità fai questo?”, gli chiedono i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo. “Vi farò anch’io una domanda”, risponde Gesù: “Se voi mi rispondete, vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni è dal cielo o dagli uomini?”. “Non lo sappiamo”, rispondono: cercano di salvare la faccia, sono quelli che dicono “sì” e non fanno; pensano, infatti: “Se diciamo: Dal cielo, – ci risponderà: Perché dunque non gli avete creduto?. Se diciamo: Dagli uomini, – c’è da temere la folla che lo considera un profeta”; per questo rispondono: “Non lo sappiamo”. Gesù allora dice loro: “Neanch’io vi dico con che autorità faccio queste cose”. – Così un rapporto finisce. Ma Gesù non è venuto per mettere al muro al gente, per condannare; ma per unire e salvare il mondo: egli fa la verità nella carità; quindi riallaccia il discorso, dicendo: “Che ve ne pare?”.
Gesù presenta il comportamento del Padre prima e più che quello dei figli; dice: “Un uomo aveva due figli”. Come ogni parabola, anche questa che Gesù sta per esporre, vuole rivelarci la figura di Dio Padre, e solo in un secondo momento rivela anche il nostro comportamento nei confronti di Dio e dei fratelli; come per esempio la parabola del figlio prodigo ci parla dell’amore paziente di Dio, Padre misericordioso, e poi ci fa riflettere sul comportamento dei due figli. I due della parabola figurano essere fedeli, ossequiosi, obbedienti; anche se uno a parole, e l’altro a fatti; il primo dice: “Sì”, e non fa; l’altro dice: “No”, e poi fa. Il padre è Dio, i due figli rappresentano, successivamente, Israele e Pagani, o persone di ogni epoca che si ritengono giuste perché compiono delle pratiche religiose, e condannano gli altri che sono mancanti; ma condannandoli, di fatto non sono meno colpevoli. Gesù si presenta come Inviato di Dio: preannunziato da Giovanni Battista, e non accolto, come lui, da coloro che si ritengono “religiosi, praticanti”, persone per bene; è ascoltato, accolto e seguito invece proprio da coloro che sono ritenuti peccatori. Così tutti Dio rinchiude nel peccato, per avere di tutti misericordia. Gesù si rivolge ai più bisognosi, a quelli che si ritengono giusti, “ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo”, e chiede: “Che ve ne pare?”. Cerca di ottenere da loro una risposta; prima infatti il dialogo si era chiuso.
Sei tu il Dio della mia salvezza, in te ho sempre sperato. Dio si rivolge a ciascuno dei figli, ripetendo: “Figlio, và oggi a lavorare nella vigna”. Dio è uno che chiama indifferentemente ogni persona, senza aspettarsi una risposta affermativa: invita tutti gli uomini ad entrare nel suo regno. Il Padre vede in noi ciò che vede nel Figlio, e ricostruisce la sua immagine che noi perdiamo: ce lo mette vicino, a vivere la nostra storia con noi, perché “alla fine” lo lasciamo entrare e vivere in noi. Gesù, quindi, è il Figlio, che ci chiede sempre: “Che ve ne pare?”. – Egli costruisce in noi un intimo rapporto con lui. “Alla fine” chiede ancora: “Chi dei due ha compiuto la volontà del Padre?”; e riesce ad ottenere la risposta che prima gli hanno negato; gli dicono: “L’ultimo”; come dire: Noi non crediamo né a Giovanni né a te, mentre peccatori e prostitute credono; anzi, vedendo queste cose, noi non crederemmo ancora, se tu ora non ci parlassi gratuitamente. – Ecco ristabilito un dialogo: questa è la Bella Notizia che solo Gesù porta sulla terra, Primo e Unico in assoluto. Il Padre in Gesù chiede “la stessa cosa” a ciascuno: “Và a lavorare nella vigna”, a servire i fratelli (v 33); egli non ha altro da fare e da chiedere! Con questo compi tutto il tuo dovere (7,12; 22,40), su questo ti valuti, ed entri nella gioia del tuo Signore (25,31-46): la vita con Cristo in Dio è religione del “cuore” e dei fatti, fin d’ora, in questa celebrazione.
Ricordati, o Dio del tuo amore.

I peccatori credono.
Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Come a Ezechiele: a lui riveli la responsabilità personale. Egli mostra di avere i sentimenti di Gesù verso i fratelli, quando dice: “Se l’ingiusto desiste dalla sua ingiustizia, egli fa vivere se stesso”. L’ingiusto desiste dalla sua ingiustizia rispondendo al tuo invito: “Che ve ne pare?”. Tu mi parli e mi educhi personalmente, mi spingi ad amare i fratelli, a lavorare nella vigna, come tu ami me. Gioisci per la mia risposta personale. Aiutami, Signore, nella mia poca fede.
Ricordati, o Dio, del tuo amore..

I peccatori credono.
Prevalgano in noi gli stessi sentimenti che sono in Cristo Gesù. L’invito di Gesù: “Che ve ne pare?”, si travasa anche nel cuore di Paolo, tipo di ogni cristiano. In uno scongiuro affettuoso rivolto ai fratelli su tutto ciò che c’è di più caro e di più santo egli conclude: “Rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti”. E’ il lavoro della vigna: “Non cerchi ciascuno il proprio interesse, ma quello degli altri”. Al centro c’è Gesù che parla facendo; cerca il nostro interesse: si abbassa fino a noi, per esaltarci fino a lui, “il Signore”, segno della presenza (gloria) di Dio Padre.
Ricordati, o Dio, del tuo amore.

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