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06/05/2012 – T. PASQUALE – ANNO B – DOMENICA 5 – ANIMATORI –

Preparazione alla celebrazione della messa nel rito e nella vita.
5ª DOMENICA DI PASQUA.
Anno B – 6 Maggio 2012

Ci Raccogliamo
davanti al Signore Gesù, Dio fatto uomo, che si dona, muore, risorge, trasmette lo Spirito (Nota 1).
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo. Amen.
Ascolta, Israele: io sono il Signore Dio tuo… Amerai il Signore Dio tuo! (Ascolta N. [tuo nome]; ascolta, Chiesa che sei in.. [nomi di parrocchie, comunità, famiglie. Le presentiamo al Padre come membra di Gesù che vive presentandogli tutta l’umanità. Gli presentiamo in Cristo anche singole persone: ascolta N. [nome d’una persona]. E tutti, con disponibilità, accogliamo la nostra esistenza quotidiana in Cristo, dicendo):
Eccomi, Signore, aiuta tutti, come ora aiuti noi ad ascoltarti.

Leggiamo
il formulario liturgico della messa corrispondente, da Ingresso a Dopocomun. Cogliamo una parola, la contestualizziamo «rileggendo» (cfr sotto), e la ripetiamo al ricordo del Signore.

Rileggiamo
i testi, cominciando dal vangelo (cfr PNLMR):

VANGELO (Gv 15,1-8). Struttura. Piccola lezione di metodo. Il testo comincia con una frase: «Io sono la vite vera» (v. 1), che ritorna più avanti, quasi identica: «lo sono la vite» (v. 5). Questa frase divide il brano del vang. in 2 parti. Nella 1ª parte, il rapporto: Gesù – Padre: “Io sono la vite vera, il Padre mio è l’agricoltore”; nella 2ª parte, Gesù – discepoli: “Io sono la vite, voi i tralci”. Chiamiamo le 2 parti: A e B.
Notiamo in A anche un’altra frase particolare: “Rimanete in me ed io in voi” (v. 4), che si ripete quasi identica più avanti, in B: “Se rimanete in me, e le mie parole rimangono in voi” (v. 7).
Il testo allora, non si divide in sole 2 parti, ma in 4: “Io sono la vite e il padre mio è l’agricoltore (A); “Rimanete in me e io voi” (A¹). “Io sono la vite voi i tralci” (B); “Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi” (B¹). Seguendo le frasi, abbiamo questa sequenza: A, B, A¹, B¹. Si chiama «struttura parallelistica». Quando un testo biblico è scritto in questa maniera: 1 – 2 , 1¹ – 2¹, e non è raro, vuol dire che i due pezzettini che si richiamano con lo stesso numero esponente (¹. Esempio: 1¹ e 2¹), vanno letti insieme e vanno capiti uno con l’altro; quindi, non è un capriccio spendere un po’ di tempo per vedere com’è fatto il testo, perché una volta capito come è fatto, lo sappiamo leggere e capire come si deve.
Allora, ‘come’ va letto questo testo? Essendo fatto di due grandi strofe, si legge la prima, A, in dialogo con la seconda, B. Quando non si riesce a capire qualcosa, si chiede aiuto alla parte corrispondente, cioè all’altra strofa. Così: A¹ chiede aiuto a B¹. Proviamo a leggere il testo diviso in queste 4 parti.

“Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore”.
Prima strofa. Prima grande parte del vangelo; che continua, dicendo: “Ogni tralcio che in me non porta frutto, l’agricoltore lo toglie (nota 3) e ogni tralcio che porta frutto, lo pota” (nota 4).
In greco non c’è il verbo «potare», ma il verbo: kathaìrei» che vuol dire «purificare o mondare». E’ importante perché, se andiamo al versetto 3, si dice una frase che prende significato, solo comprendendo bene quel verbo: purificare. Il v. 3 dice: “Voi siete già mondi (puri, katharoì) per la parola” che Dio ha annunziato. Allora, ‘mondare’, cosa vuol dire? Prima diciamo cosa non vuol dire: “mondare” non vuol dire: quel momento di difficoltà e di sofferenza che Dio ci fa vivere nella vita. No! Proviamo a stare dentro il testo: perché i discepoli sono già puri, mondi? Per la «Parola». Allora, il Padre rende puri i tralci con il dono della parola, a coloro che saranno discepoli di Gesù dopo la prima generazione cristiana, perché dice: voi (Gesù ai discepoli) non avete bisogno dell’intervento del Padre, perché “voi siete già puri per la parola che avete ascoltato” da me. Sarà compito del Padre rendere puri (non: ‘potati’!) sempre con la parola di Gesù anche i discepoli che verranno in seguito.
Chiarito il problema del «mondare», vediamo quanti tipi di tralci ci sono nel testo! Due tipi di tralci: il tralcio vivo, che porta frutto; e il tralcio secco. Non esiste per l’agricoltore – Dio il tralcio vivo che non porta frutto; perché egli getta via i tralci secchi che non possono portare frutto, e monda con la Parola Gesù quelli che portano frutto, perché portino sempre più frutto. Questo è il concetto. Il v. 3 chiarisce che cosa significa ‘mondare’. Non è la sofferenza che monda o purifica: noi veniamo resi puri da Dio, capaci di fruttificare, per mezzo della sua Parola. Ai discepoli, diretti, di Gesù provvede la diretta parola di Gesù; ai successivi, come noi, provvede la Parola di Gesù per mezzo dello Spirito dal Padre.
Essere «puri», «mondi», nel mondo biblico, significa: essere «pieni di vita». Le parole «puro, mondo» si oppongono a «profano, morto». Il Padre ci fa puri e mondi: ci dona quella vita che ci è mancante, e ce la dona per mezzo della Parola. Attenzione, quindi! Ti senti mancante di vita? In qualche modo? Non hai che una «via», Gesù, che dice: “Io Sono la Via”! «Mondo, puro» non è il «pulito», ma il «pieno di vita».
Adesso il discorso ci diventa di una chiarezza straordinaria. Proviamo a rileggere il testo: “Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie (nota 3), e ogni tralcio che porta frutto, lo purifica (lo rende puro, ricco di vita), perché porti più frutto (nota 4). Voi siete già mondi (ricchi di vita), per la parola che vi ho annunziato”. Questa prima parte della strofa, A, l’abbiamo capita con la precisazione del verbo «potare» = purificare, come al v. 3.
“A te la mia lode, o Padre, nella grande assemblea degli arricchiti di vita «per la tua Parola» che è da te”.

Il Signore Gesù è presente e agisce in noi, per le sue parole che «rimangono» in noi.
Leggiamo l’altra parte della prima strofa e finiamo la 1ª parte del vangelo di oggi. In seno ad essa c’è l’altra frase, che dice: “Rimanete in me, e io in voi”. Essa apre un altro tema: «Rimanere: noi in Cristo e Cristo in noi», che chiamiamo: A¹. ‘Come’ avviene che possiamo rimanere in Gesù? E ‘come’ avviene che Gesù può rimanere in noi? Ancora non lo sappiamo. C’interessa, però, saperlo: 1° perché ci regoliamo come vivere e avere pienezza di vita in tutti i sensi; 2° perché ne conosceremo in concreto la Via, senza perdere tempo. – È importante, vitale realizzarci in tutte le nostre potenzialità!
Il seguito del testo, A, afferma la necessità di essere in Cristo per portare frutto di Vita, perché: “Come il tralcio non può far frutto da se stesso, se non rimane nella vite, così neanche voi, se non rimanete in me”. Quindi, non c’è via di scampo; e vale per tutti. Qui il problema è semplice: sì, il tralcio porta frutto: se resta unito alla vite; tutto è fatto dalla vite: da essa esce il tralcio e da essa viene la linfa necessaria. Basta che il tralcio «rimanga nella vite», e l’agricoltore provvede. Gli uomini sono tralci liberi. Dicendo: “Rimanete in me”, Gesù vuol dire: fate ‘liberamente’ ciò che in botanica i tralci fanno fisiologicamente. Questo è il messaggio. La nostra domanda allora è: che significa «Cristo rimane in me, e io in Lui» (prima parte di: A¹)? Chiediamo aiuto alla parte rispettiva: B¹ (in base alla legge del parallelismo: cioè, facciamo un salto al v.7: alla seconda parte di B, e leggiamo in B¹: “Se rimanete in me, e «le mie parole rimangono» in voi”. Confrontiamo. Prima, in A¹, ha detto: “Rimanete in me, e io in voi”. Ora, in B¹, dice: “Se rimanete in me, e «le mie parole rimangono» in voi”. C’è ora in più la frase: “e «le mie parole rimangono» in voi”, anziché: “Io in voi”, come prima ha detto. Non sappiamo ancora il significato della frase: “Rimanete in me” (v. 4), ripetuta: “Se rimanete in me” (v. 7). Per il momento non sappiamo che cosa significhi questo: “Rimanete in me”; ma abbiamo imparato che cosa significa: “e io in voi” (v. 4), precisato da: “se «le mie parole rimangono» in voi” (v. 7). Ora cominciamo a capire cosa significa: «Cristo in voi». Ce lo fa capire la frase: “Se le mie parole rimangono in voi”. Fuori testo, 2 constatazioni:
1ª. «Cristo in noi». Non è il sentimento che noi abbiamo verso di Lui, verso Cristo; ma sono «le sue parole» in noi; diciamo, allora, che la Parola di Dio risuona continuamente dentro di noi, come la parola del più bello e caro Amante, come la parte più gradita di me stesso, come il mio vero e unico «io»: vedo le cose, parlo, ragiono, imparo a sentire la realtà con Cristo, cioè, con la parola di Dio: allora, Cristo è in noi. E c’è un segno: pienezza di gioia, mi sento realizzato, felice, come lui mi ha detto.
2°. Comprendiamo che «la Bibbia» non è uno dei libri della spiritualità religiosa: «la Bibbia è “il” libro della spiritualità cristiana» umano-divina, di ogni persona umana, perché «se le parole di Lui non restano in noi», Lui non è in noi! Ma se restano, lui c’è. (cfr anche la presenza di Cristo nella liturgia, Sacrosanctum Concilium, 7). Nota bene: fino a Güttenberg (1450 c.), fino all’invenzione della «Bibbia» stampata, per Bibbia s’intendeva «la Parola di Dio pregata nell’assemblea liturgica», che suscita ciò che dice, e che noi ora ci prepariamo a celebrare nel rito e nella vita. Dopo, Bibbia è 1 libro.
A te la mia lode, Signore, nella grande assemblea, riunita per ascoltare e tenere al caldo le tue parole!

Il Signore Gesù ci fa «rimanere in lui», facendoci diventare suoi «discepoli».
Rimane ora da spiegare la prima parte di A¹: “Se rimanete in me” (v. 7). Cosa vuol dire: «Rimanere in lui»? Abbiamo capito come lui rimane in noi: mediante la Parola. Ma noi, come rimaniamo in lui? Andiamo ancora a consultare l’aiuto, B¹, corrispettivo di A¹; continuiamo, cioè, a leggere la seconda parte della seconda strofa: B¹. Abbiamo letto la 1ª parte: “Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi”. Ora continuiamo a leggere: “chiedete quello che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio, che portiate molto frutto, e diventiate miei discepoli”. Sono da capire le parole: «Chiedere» «glorificare» «portar frutto» «essere discepoli». Cominciamo dall’ultima, «Discepoli»: “Diventiate miei «discepoli»”. Questa frase: “Diventiate miei «discepoli»” precede la frase: «Portiate frutto», poi segue: «Diventiate miei discepoli». Due frasi paratattiche o copulative, cioè, affiancate sullo stesso livello. È una classica costruzione grammaticale del mondo orientale: volontà di Dio è «che portiate molto frutto e (congiunzione) diventiate miei discepoli». Noi occidentali diremmo: «che portiate frutto, «diventando» miei discepoli». Noi facciamo una frase principale: «portiate», e una secondaria modale: «diventando». In oriente, 2 frasi principali: «che portiate e diventiate». In ogni caso, il «portare frutto» consiste nel «diventare suoi discepoli». Ma, ‘Chi’ diventa discepolo di Cristo»? Tutti! ‘Come’? Con 4 azioni del Maestro Gesù da accogliere dalla persona umana. Risolvendo questo problema, molte cose del nostro brano ci diventano chiare. Lo risolviamo, tenendo presente tutto il vangelo di Giovanni, in particolare i discorsi dell’ultima cena (Gv 13-18), da dove è tratto il brano del vangelo di oggi (Gv 15,1-8). È possibile a tutti tener presente la Bibbia, leggendo il messalino quotidiano. Voi lo constate, perché, dopo aver letto, sarà sufficiente richiamare qualche frase, e voi subito dite: aaah, sì! Proviamo.

Il discepolo di Gesù:
1° «è scelto». Nei discorsi dell’ultima cena, Gesù ha chiarito molto bene chi è il suo discepolo: “Non voi avete ‘scelto’ me, ma io ho scelto voi”. Il discepolo di Gesù è una persona «scelta» da Gesù. Il discepolo dei Rabbini si sceglie il proprio Rabbino; quindi è il discepolo che sceglie il maestro. Per il Rabbino – Gesù, le cose sono all’opposto: a lui non interessa essere scelto: è lui che sceglie i suoi discepoli! Se noi oggi ci troviamo qui, a leggere, ascoltare, assimilare la sua Parola, come suoi discepoli, vuol dire, che in qualche maniera è stato lui a sceglierci. Gesù, che ci sceglie, ci fa anche suoi amici. Il discepolo di Gesù:
2°. «è chiamato (= fatto) amico». Gesù continua dicendo: “Non vi «chiamo» più servi, ma amici”. E’ strano, perché il discepolo del Rabbino entra in casa del Rabbino, come «servo» del Rabbino. Gesù dice: no! Il mio discepolato ha un’altra fisionomia, colui che io scelgo «non è mio servo», ma mio «amico»; non è un rapporto tra superiore (padrone) e inferiore (servo). Rapporti paritari sono quelli che Gesù vuole. Per noi è un po’ difficile, perché noi siamo qui in basso, e lui è lì, sopra! Tutta la nostra educazione ci ha mostrato un Cristo, che è un passo sopra di noi. Invece, Gesù vuole una parità nel rapporto interpersonale: “Non vi chiamo più servi, ma amici”, da Persona a Persona, oltre la dottrina e la teologia. In un rapporto semplice, come quello d’un bambino che «impara suo papà», il discepolo,
3°. «impara la Persona – Gesù». È il terzo elemento innovativo. Il discepolo dei Rabbini insegna ciò che ha imparato dal Rabbino: le idee teologiche. Gesù, invece, ha sempre accompagnato le sue idee teologiche più forti con un esempio, dicendo: guardate me; per esempio:
a) “beati i miti” = “Imparate da me che sono mite e umile di cuore”. Imparare = diventare coscienti;
b) l’amore è il fondamento d’ogni morale cristiana? “Amatevi gli uni gli altri Come Io ho amato voi”.
c) Gesù, alla fine della vita, lava i piedi ai discepoli, quasi in maniera riassuntiva di tutto un suo modo di vivere, e dice: “Vi ho dato l’esempio, perché, Come Ho Fatto Io, facciate anche voi”.
Se «il discepolo è scelto e chiamato ad imparare il maestro», «la sua persona», non le sue idee; questo è possibile solo, se «le sue parole rimangono in noi»: se abbiamo le sue parole in noi. Solo con le sue parole, e mediante le sue parole, è possibile apprendere il Maestro Gesù.
Riprendendo il testo del vangelo che stiamo commentando, ci chiediamo, allora: perché è importante che le «parole di Gesù siano in noi»? Perché, altrimenti, non possiamo «imparare il maestro», «vivere come lui» (cfr studi sulla «comunicazione = travaso» dei sentimenti da chi segue un bambino, per es., al bambino stesso; non si sa ancora esattamente come questo avvenga; di certo, le parole di Gesù sono efficaci: fanno ciò che dicono). Se le sue parole non sono in noi, noi non sapremo da chi andare per farci spiegare «chi è Gesù, come pensa, come si rapporta con la realtà, con gli uomini, con Dio, con i grandi e i piccoli, con gli ammalati e i sani, nella gioia e nel dolore, nella fede e nella mancanza di fede…». Se abbiamo le sue parole in noi, «sappiamo il maestro», e sperimentiamo che ci rende in grado di agire come lui. Se non abbiamo le sue parole in noi, sapremo tante cose, come Cleopa di Emmaus, ma non Lui.
4°. Unico Maestro è Gesù. È il quarto elemento del discepolato. Gesù nel vangelo di Matteo dice: “Non fatevi chiamare «maestri». Uno solo è il vostro Maestro”, voi tutti, «scolari», per sempre. Dunque il «portare molto frutto» è «diventare discepoli», vivendo queste quattro dimensioni: a. Consapevolezza di essere scelti da lui; b. Consapevolezza di dialogare con lui in un atteggiamento di amicizia: “Non vi chiamo più servi ma amici”; c. «Imparare lui» e non i suoi concetti (abbiamo visto come le idee fondanti del cristianesimo siano sempre rapportate alla sua persona; s’impara, quindi, la «persona di Gesù» non il suo pensiero); d. «Sempre discepoli» di Gesù: come Maria. – A te la mia lode, Signore, nella grande assemblea dei tuoi discepoli fedeli.

Con la sua parola in noi il Signore Gesù ci fa suoi discepoli, e agisce tramite noi.
Abbiamo intuito cosa comporta «rimanere in lui»: accettare lui, Gesù, che opera attraverso di noi: le sue parole rimangono in noi, e ci fanno rimanere in lui, e fanno in modo che «lui possa parlare attraverso di noi, agire attraverso di noi, pensare attraverso di noi, toccare il bisogno degli altri attraverso di noi»; perché, se io sono suo discepolo, con l’obbiettivo, non d’imparare le sue idee, ma la sua persona, è chiaro che ciò che ne deriva, non è il pensiero di Gesù, ma «rimanere in lui»; e ciò che mi deriva nella vita è l’essere il più possibile «come lui». Questo è «il mio rimanere in Lui».
Invece, «il suo rimanere in me» sono tutte le sue parole della Bibbia liturgica, che io cerco di fare mie: le rifletto, le covo, le tengo al caldo, le confronto come Maria; perché il «Seme», la Parola, Gesù, cresca fino a maturità. Mi ritrovo a tradurle nella vita, non per esser santo, ma per essere «come lui», Gesù che una volta sola dice: “Siate perfetti, com’è perfetto il Padre mio”; ma ripete sempre: “Siate come me”.
Ora, è chiara la parola del Padre che «purifica», «fa ricchi di vita» (A).
È chiaro come Gesù «rimane in noi mediante la sua Parola», ascoltata, custodita, pregata (B¹):
Gesù ci fa diventare suoi discepoli, e noi rimaniamo in lui, mediante la sua Parola, che agisce tramite noi, e ci fa diventare come lui (seconda parte della seconda strofa, B¹) –
A te la mia lode, Padre, nella grande assemblea, che tu fai a sua immagine, perché ognuno diventi «Lui».

Il Signore Gesù ci fa suoi discepoli, ci fa agire come lui, operando lui stesso in noi: in chi l’accoglie.
“Io sono la vite voi i tralci (B). Chi rimane in me e io (per la mia Parola) in lui, fa molto frutto, perché «senza di me non potete far nulla»” (B¹). Arrivati alla fine, cercando di comprendere Cristo in noi e noi in Cristo, mediante il parallelismo, ora possiamo tornare indietro, e vedere come questa frase, di B, B¹, ci è chiara. Ci è chiaro che senza di lui, Gesù, non possiamo far nulla, perché, se il frutto, che dobbiamo portare, è «essere discepoli», ed essere discepoli implica imitare lui, è ovvio che senza di Lui non possiamo imitarlo: come potremmo imitarlo senza conoscerlo?! Se lui non è in noi con la sua parola, noi non lo possiamo imitare: «senza di lui non possiamo far niente». Ora sappiamo che cosa significa “rimanere in lui: compiere questo percorso d’imitazione, cioè, lasciare che nella nostra storia continuino a vivere attraverso di noi i sentimenti, gli atteggiamenti, le scelte di Gesù. Non c’è altra via. Dio si aspetta una libera nostra adesione: che facciamo liberamente col suo aiuto ciò che dobbiamo fare.
“Chi non rimane in me”, allora, significa: chi non intraprende questa scelta del discepolato, viene gettato via come il tralcio, che non porta frutto; l’abbiamo rilevato fin dall’inizio (A): ci sono due tipi di tralci; quelli secchi, che vengono gettati via (ecco qui il caso): “e si secca (nota 3) e lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano” (Dimostrazione che esiste l’inferno? No! Ma, semplice dichiarazione d’inutilità); cioè: chi non si lascia attirare e scegliere di essere discepolo di Gesù, chi non fa la scelta d’imitare Cristo, d’imparare lui, che ci fa suoi discepoli, e ci attira a sé, non serve a niente. Sono 4 passaggi finalizzati all’imparare lui: 1°: noi siamo «scelti» da lui; 2°: noi siamo fatti «amici» suoi; 3°: noi «impariamo lui»; 4°: noi rimaniamo «sempre Discepoli». Un cristiano che non aderisce coscientemente a questa scelta di Cristo nei suoi riguardi, non serve esattamente a niente; ma c’è da fare attenzione ad una parola. Leggiamo bene il testo, torniamo all’ultimo versetto.

“In questo è glorificato il Padre mio:
che portiate molto frutto, e diventiate miei discepoli”. “Quindi, siamo «tutti in una grande processione», tutti stiamo camminando «verso il discepolato». Quanti sono i cristiani? Pochi. Pochissimi. Forse, neanch’io. Forse, nessuno di noi. Stiamo tutti «diventando», dice il testo. Noi «abbiamo una vita intera per diventare» cristiani, non per esserlo; chi presume di esserlo, non ha neppure incominciato a camminare per questa strada. «Diventare discepoli», ricordiamoci, significa essere «come lui». Chi è oggi così presuntuoso da dire: io sono come lui? Nessuno, e allora stiamo diventando discepoli tutta la vita. Che cosa significa, umiltà? Non è una cosa che ci fa diventare tetri; ma ci fa anche sorridere e dire: meno male; siamo tutti in cammino, in questa fase, in questa capacità, ogni età porta qualcosa in più, di quello che si è fatto nell’età precedente.
Rileggiamo insieme il testo, vediamo che ha un altro sapore: ciascuno intervenga, se vuole, aggiungendo il senso acquisito nel parallelismo: «In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: Io sono la vera vite, il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, (ogni trancio cioè che sceglie di non diventare discepolo) lo toglie, e ogni tralcio che porta frutto lo purifica, lo rende mondo, perché porti più frutto. Voi siete già mondi per la parola che vi ho annunciato. – Dio ci rende mondi, attraverso la parola: “Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio, non può portar frutto da se stesso, -perché il tralcio, se gli manca la parola di Cristo dentro di lui non può diventare suo discepolo, perché non sa come imitarlo, e non sa come imparare la persona di Cristo -. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in Lui fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla».
E noi ovviamente qui pensiamo alla grazia preveniente e concomitante e conseguente nella vita del credente, come abbiamo imparato dai teologi. È tutto vero; ma la parola di Dio dice qualcosa di più preciso ed «efficace» = lo suscita, come nessuna parola umana può fare: va oltre la verità, perché è vita.
«Chi non rimane in me, viene gettato via come il tralcio, e si secca e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano». Se voi siete capaci di incamminarvi verso la strada del discepolato e le mie parole restano dentro di voi, “chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, diventando miei discepoli».-
A te la mia lode, Signore, nella grande assemblea: in noi tu continui ad operare “cose ancora più grandi”.

Il Signore Gesù c’insegna il vero rapporto con il Padre: la preghiera efficace.
Sì, di tutto quello che abbiamo detto, c’è ancora una sola cosa che va chiarita: “chiedete quello che volete e vi sarà dato”. Noi potremmo chiedere di diventare miliardari, perché no! Ma, che cosa abbiamo detto finora? Il vero grande frutto è essere discepoli. Allora: «Chiedete quello che volete», quale criterio sott’intende? Chiedere secondo il criterio di Gesù.
Gesù chiede di essere risparmiato dalla morte, ma conclude la sua richiesta, dicendo: “Sia fatta la tua volontà”. Allora, quando il vangelo dice: “Chiedete quello che volete”, lo dobbiamo chiedere come discepoli: «In persona di Gesù». Allora Dio ci ascolta. Allora impariamo a chiedere quello di cui abbiamo veramente bisogno. – A te la mia lode, Signore, nella grande assemblea, da te esaudita.

PRIMA LETTURA.
Il Signore Gesù ci mostra ora in Paolo, come Lui ci fa concretamente suoi discepoli. Ci viene presentato un «tralcio» unito a Cristo, purificato dalla sua Parola. Paolo era già rabbino, conosceva benissimo l’Antico Testamento, ha l’esperienza mistica dell’incontro con Cristo; ma poi impara la povera materialità della Parola evangelica da Anania, che lo ha battezzato. Lui è uno di questi tralci, e quando uno è un tralcio vivo, ecco, come si comporta: con un po’ di coraggio ed equilibrio.
«Saulo, venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi con i discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo che fosse un discepolo», cioè, uno che aveva scelto di imitare Gesù Cristo fino in fondo. Uno che era stato scelto da Gesù, uno che aveva accettato di essergli amico, uno che aveva accettato di non diventare mai più rabbino in vita sua. Non credevano che fosse tale.
«Allora Barnaba lo prese con se, lo presentò agli apostoli e raccontò loro come durante il viaggio aveva visto il Signore che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù». Noi qui abbiamo un complemento di modo che è molto importante, «con coraggio»; traduciamo: essere discepoli significa avere un po’ di coraggio. Chi non è cristiano, alcune volte non ci capisce, e di fronte a queste incomprensioni, noi rischiamo di sederci, e dire: basta, non ce la faccio.
– Il discepolo è colui che ha coraggio.
«Così egli poté stare con loro e andava e veniva da Gerusalemme, parlando apertamente nel nome del Signore e parlava e discuteva con gli ebrei di lingua greca, ma questi tentarono di ucciderlo. Venutolo però a sapere i fratelli, lo condussero a Cesarea e lo fecero partire per Tarso». Perché Paolo non rimane a Gerusalemme? Lo facevano martire, prima; invece di farsi uccidere dai romani a Roma, poteva farsi uccidere a Gerusalemme. Il martirio, non è cosa bella? Durante le persecuzioni, che l’impero romano ha compiuto contro i cristiani, c’è stato qualche esaltato che ha ragionato così: vado là, mi dichiaro cristiano, mi uccidono, e io divento martire; e la chiesa li ha scomunicati. Il martirio non va cercato, il martirio è un dono di Dio; tu, per quanto ti è possibile, scansalo. Quindi, il coraggio non deve mai essere fanatismo. “Quando in una città vi perseguitano andatevene in un’altra”, dice il Signore.
«La chiesa era dunque in pace, per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria. Essa cresceva e camminava nel timore del Signore, colma del conforto dello Spirito Santo». Nella lettera ai Galati c’è un passo, dove vengono enunciati i doni dello Spirito (che non corrispondono ai sette doni che si trovano nel Proto Isaia, 11,2: in ebraico sono sei, e non sette; sono diventati sette per un errore di traduzione di s. Girolamo); e fra questi doni dello Spirito, che Paolo enumera nella lettera ai Galati (c. 5), c’è anche questa capacità di essere equilibrati, di vedere le cose in maniera sapiente; quindi, bisogna ricordarsi che dove c’è qualcosa di fanatico, non siamo nel discepolato cristiano. – A te la mia lode, Signore, nella grande assemblea dei tuoi discepoli.

SECONDA LETTURA.
Il Signore Gesù è più grande del nostro cuore, come il Capo è più grande d’un suo membro.
“Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità”, cioè, secondo Gesù Cristo. “Da questo conosceranno che siamo nati dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa”. Noi conosciamo di essere nati in Gesù Cristo, quando amiamo secondo il criterio di Gesù Cristo; e quando noi amiamo secondo questo criterio, anche se noi abbiamo una moltitudine di peccati, non dobbiamo aver paura, dice Giovanni, “perché Dio è più grande della nostra coscienza”. Pietro che era meno teologo di Giovanni, traduce questo pensiero in una forma molto più semplice; dice: “L’amore copre una moltitudine di peccati” (1Pt 4,8). Vogliamo tradurre ancora: noi, quando abbiamo qualche peccato da farci perdonare, andiamo a confessarci. E va bene. Il Nuovo Testamento dice, che non sempre è necessario. «Quando tu ami», Dio ti perdona i tuoi peccati. L’amore è segno della presenza di Dio in te. Ci può essere remissione senza amore? San Giacomo dice: guarda che se tu riesci a riportare sulla strada buona una persona, sei salvo, cioè, sei stato perdonato (cfr Gc5,20). Esistono tante forme di perdono da Dio; quello sacramentale è la strada principale, ma ci sono altre forme; per questo nella chiesa antica si facevano opere buone, pellegrinaggi, si creavano ospizi, detti Luoghi di sofferenza (case di Lazzaro), dove i cristiani vi si recavano volontariamente, come momento d’amore penitenziale. I becchini facevano il loro servizio come atto di carità, perché la carità è perdono.
“In questo – amore benevolo – conosceremo che siamo nati dalla verità, e davanti a Lui rassicureremo il nostro cuore qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa. Carissimi se il nostro cuore non ci rimprovera nulla abbiamo fiducia in Dio, e qualunque cosa chiediamo la riceviamo da Lui perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito”. Quali sono i comandamenti? “Questo è il suo comandamento, che ‘crediamo verso’ la Persona del suo figlio Gesù Cristo; e ci amiamo gli uni gli altri secondo il precetto che ci ha dato”. Questi sono i due comandi. “Chi osserva i suoi comandamenti, dimora in Dio ed egli in lui”. Ritorna il tema che abbiamo appena visto nel vangelo: “Rimanete in me ed io in voi”; “voi in me e le mie parole in voi”. Dice: “Chi osserva i suoi comandamenti”. Ma osservare i suoi comandamenti significa diventare suoi discepoli. “In questo conosciamo che Lui dimora in noi: dallo Spirito che ci ha dato”. Paolo precisa: «Nessuno può dire: “Gesù è il Signore” se non sotto l’azione dello Spirito Santo» (1Cor 12,3): cioè, dentro di lui c’è lo Spirito, che lo spinge, l’aiuta e lo sostiene a fare questa confessione di fede.
Il testo di Giovanni ci dà un criterio splendido, per riconoscere in noi lo Spirito; Giovanni dice: se il vostro modo di scegliere, di ragionare, tiene conto che Gesù Cristo è colui che deve avere l’ultima parola su di voi, questa è la prova che lo Spirito ci è stato dato, abita e opera in noi.
Giovanni ritorna al discorso precedente: se io accetto che Gesù Cristo sia il mio Kùrios, Signore, vuol dire che accetto di essere suo imitatore. Questo non significa dir sempre di sì a tutte le cose buone.
C’è un episodio da tener sempre presente: Due fratelli vanno da Gesù e dicono: Signore diventa arbitro fra me e mio fratello per l’eredità di nostro padre (cfr Lc 12,13). – Gesù dice: per amore della pace, io vi dico: “No”. – Gesù dice un solenne: “No”. Non doveva fare del bene? Non lo ha voluto! Come non ha voluto guarire tutti i lebbrosi della Palestina; ne ha guariti solo alcuni. Perché il cristiano non può avere il delirio dell’onnipotenza; il cristiano fa quello che può, non di più. Se c’è un bene che vedo di dover fare, ma non riesco a farlo per tanti motivi; devo lasciarlo andare, perché l’imitazione di Cristo comporta in me anche questo senso di povertà: cioè, non riuscire a fare tutto il bene che vedo, per il limite delle forze, e delle capacità che mi ritrovo. Ma non si è mai dispensati dal pregare chi ci da di voler bene; ed egli lo fa.
– A te la mia lode, Signore, nella grande assemblea: delle membra del tuo corpo, che è la chiesa.

PREGHIAMO.
Grazie, Padre, per il tuo Figlio:
in lui tu ci hai inseriti come tralci nella vera vite. L’albero della croce è il segno visibile di quella vite, dalla quale viene a noi la linfa della salvezza. Gesù, “offrendo il suo corpo sulla croce, diede compimento ai sacrifici antichi, e donandosi per la nostra redenzione divenne altare, vittima e sacerdote (cf pref. pasquale V). Per questo dono di vita che ci viene dal sacrificio di Cristo, eleviamo a te, o Padre, il nostro inno di ringraziamento e di lode.
Ora, Padre, manda lo Spirito a perfezionare l’opera di Gesù e compiere ogni santificazione.
Gesù in mezzo a noi ci dona di amarci gli uni gli altri di vero amore, perché Cristo stesso opera in noi, e noi possiamo dire: “Annunziamo la tua morte, Signore; proclamiamo la tua risurrezione”.
In noi, Padre, si offre a te Gesù.
Stando in mezzo a noi, egli ci dona di amarci gli uni gli altri di vero amore. Così portiamo frutti di santità e di pace, come primizie dell’umanità nuova nel Cristo risorto.
Tutti, Padre: vivi, defunti, celebranti, accogli in Cristo.
Come primizie dell’umanità nuova in lui, noi passiamo dalla decadenza del peccato alla pienezza della vita, che cresce in noi mentre la chiediamo a te per tutti; come il tuo Figlio ha donato il suo corpo sulla croce, divenendo altare, vittima e sacerdote per tutti. Rimanendo nel tuo Figlio e rimanendo in noi le sue parole chiediamo la vita per tutti e siamo esauditi.
A te, Padre, ogni onore e gloria,
dall’umanità, discepola di Gesù, molto fruttuosa nel servizio reciproco. La chiesa attuale come quella delle origini, è in pace, cresce e cammina «nel timore del Signore, colma del conforto dello Spirito Santo» che la santifica e la rende “gloria di Dio”.

CONTEMPLIAMO La Vera Vite:
prefigurata, sin dall’inizio, nella Creazione,
la vite, ben curata dal’Agricoltore, partecipe della cura di Dio.
figurata, nella storia d’Israele, antica alleanza:
la vite è il popolo Israele scelto da Dio, amato, chiamato figlio di Dio, partecipe del suo regno.
compiuta, in Cristo Gesù, negli ultimi tempi:
unica vera vite, Gesù impersona ogni uomo, scelto, chiamato amico, sua parte ed eredità, suo discepolo, partecipe del regno eterno e glorioso, per sempre.
manifesta, nella chiesa, per lo Spirito effuso:
la vite, è la Chiesa di battezzati in Cristo, arricchiti di forza dal Padre, portano molto frutto.
completa, alla fine, nella gloria della Trinità:
la vite, è l’umanità passata dalla caducità del peccato alla pienezza di vita nuova in Gesù, capace di ridare vita nuova anche ai tralci rinsecchiti che ricorrono a lui, riconosciuto finalmente unico Redentore. Questo lo scopo della parola di Gesù che non giudica ma esorta a non divenire aridi.
– O Padre, che ci fai membra del tuo unico Figlio, vera vite, perché portiamo molto frutto; fa che l’assemblea dei fedeli canti in eterno la tua lode. Per Cristo nostro Signore. Amen.
– Colletta Generale: “Padre, che ci hai donato il salvatore e lo Spirito Santo: adesso comprendiamo il perché di questi due doni: non c’è solo Gesù Cristo, c’è anche lo Spirito, perché senza lo Spirito noi non possiamo confessare «Gesù Cristo nostro Kùryos); guarda con benevolenza i tuoi figli di adozione, perché a tutti i credenti in Cristo sia data la vera libertà e l’eredità eterna”. La vera libertà è: se io scelgo che Cristo abbia l’ultima parola su di me, non sono più schiavo di nessuno; di lui io non sono schiavo: sono Amico, con parità di rapporto interpersonale.
– Colletta Anno B: O Dio che ci hai inseriti in Cristo, come tralci nella vera vite, – qualcosa di più che uniti, tu ci hai «inseriti»; felice allusione al battesimo, secondo la lettera ai romani (c. 6); donaci il tuo Spirito, perché, amandoci gli uni gli altri di sincero amore, diventiamo primizie di umanità nuova in Gesù Cristo (noi riproponiamo oggi, nella nostra povertà, quella umanità nuova che è la sua, e diventiamo primizie), “portando frutti di santità, cioè di pienezza di vita e di pace, di realizzazione per sé e per gli altri Amen”.

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Nota1.
La Parola di Dio, Proclamata in questa celebrazione, «attua ora» sacramentalmente in noi la redenzione, realizzata fin dall’evento pasquale della morte e risurrezione di Gesù il sette – nove Aprile del trenta d.C.
La Parola di Dio «attua ora sacramentalmente in noi la redenzione», perché lo stesso evento pasquale di duemila anni fa e più, con la sua efficacia, è in atto nella Parola «Proclamata» in quest’Eucaristia; la stessa «opera di Gesù» è in atto, quindi, in circostanze diverse: «storiche», di quel tempo in Israele; «sacramentali» (gesti e parole), ora nella sua Parola proclamata.
La Parola («Dabàr») è «Fatto e Parola» («Dabàr Javè» = «Fatto e Parola di Javè»); lo stesso «Fatto» storico della Pasqua di Gesù (che soffre, muore, trasmette lo Spirito, risorge) per opera dello Spirito Santo è presente in questa «Parola» proclamata nell’assemblea liturgica; anzi, «in previsione» della sua pasqua redentrice era già presente fin nel grembo di Maria.
Noi ora, come Maria, diciamo: “Sì”, con il cuore bendisposto nel celebrare. La redenzione, operata nei «misteri» (gesti e parole di Gesù nel rito e nella sua passione morte risurrezione), trasforma tutta la nostra vita. Cioè: lo stesso Gesù pasquale, risorto e presente in noi, Parola proclamata nella liturgia, ispira, attua i vari momenti della celebrazione, e dell’esistenza, in chi accoglie Gesù, udibile sensibilmente mediante la Parola stessa, preparata, letta, ascoltata, pregata.
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Nota 2.
Domenica scorsa Gesù si è rivelato come il «pastore modello» (buon pastore). In questa domenica, con il testo di Gv 15,1-8, il Si¬gnore compie una seconda autorivelazione: egli è la vite. Il pastore è sempre con le pecore, ma i tralci sono più insieme: sono tutt’uno con la vite. C’è un’ulteriore rivelazione: il Padre è l’agricoltore. Tutt’e due le rivelazioni sono legate ai tralci. Questi, o non son par¬te attiva della vite, perché sono secchi (e vengono gettati via); o sono parte attiva della vite (e vengo¬no potati = purificati).
Anche se non è possibile identificare questa immagine di Gesù con qualche testo antico testamentario preciso, è tuttavia evidente lo sfondo culturale e teologico. Nel mondo dell’Antico Testamento la vi¬te aveva un valore altamente simbolico. La distruzione della vite era il segno più crudo per individuare una calamità disastrosa (cf. Sal 80,8¬16; Ez 19,10-14). Viceversa, la presenza della vite e il suo frutto erano segno sia della benevolenza di Dio verso il suo popolo sia del futuro regno escatologico. In questa ottica l’affermazione di Gesù ha un va¬lore che supera il solo rapporto con i suoi discepoli: egli velatamente afferma di essere l’anticipo nella storia delle realtà future (il Regno).
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Nota 3.
Nella vite ci sono tralci vivi produttivi e tralci morti improdut¬tivi. Forse vale la pena sfumare certe interpretazioni che identi¬ficano il frutto con la semplice «opera buona». Per la teologia gio¬vannea credere, amare, osservare i comandamenti, compiere opere buone sono sfaccettature di una sola realtà: ‘conoscere, accogliere il Figlio’. Chi non porta frutto (= non crede in Cristo) non è considerato vivo, e perciò il Padre lo taglia e lo getta nel fuoco (v. 6). Chi è il di¬scepolo che si separa da Cristo? Stando alla teologia di Giov. sem¬bra che si tratti dell’apostata e di colui che commette il peccato per la morte (cf. 1Gv 5,16).
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Nota 4.
Chi porta frutto (crede in Cristo e ama secondo Cristo: cf. secon¬da lettura, 1Gv 3,18-24) viene potato dal Padre. In greco c’è il verbo kathaìrei. Significa «rendere mondo», «far crescere e purificare» (cf. Cirillo di Alessandria, Giovanni Crisostomo) oppure «pulirli dalla pula o dalle erbacce» (alcuni esegeti contemporanei?). Il testo biblico sembra voglia indicare con la potatura (= rendere mondi) il dono del¬la Parola ai discepoli (cf. v.3).
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Nota 5.
L’unione tralcio-vite (discepolo-Gesù) nasce dalla convergenza di due elementi: la Parola annunciata da Cristo-vite (v. 3); deve rima¬nere nei discepoli-tralci (v. 7). La Parola di salvezza raggiunge l’uo¬mo. Costui è chiamato a prendere una decisione in favore di Cristo dal quale si sente attirato il quale. A sua volta, il Cristo risponde con una fedeltà non esteriore, ma intrin¬seca e interiore («rimanete in me e io in voi»: v. 4). La parola di Cri¬sto non è solo messaggio concettuale; la parola di Gesù è «spirito e vita» (cf. Gv 6,6).
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Nota 6.
L’obiettivo del «rimanere» in Cristo è apparentemente duplice: portare molto frutto; e diventare discepoli di Cristo. Di fatto si tratta di una endiadi: il rimanere in Cristo, porta il frutto del discepolato.
Ri¬assumendo: questo obiettivo si chiama «glorificare il Padre», ov¬vero vivere in modo tale da poter confessare, come Paolo, «in me vive Cristo». In questo caso, il discepolo è una cosa sola con Cristo, come Cristo con il Padre. Partendo da questo mistero sono comprensibili la partecipazione e l’appartenenza del credente alla Chiesa (cf. la prima lettura: At 9,26-31).
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condividiamo (cfr neretto) la preghiera della Chiesa (cfr colori).