13-02-2008-Liturgia-02

13/02/2008 – LITURGIA OPERA DI DIO E DELLA CHIESA – 02/…

segue

13. ATTIVITÀ DELLA CHIESA E LITURGIA
Di Ildebrando Scicolone

La Costituzione liturgica del Concilio Vaticano II, che il 4 dicembre pr. v. compie i suoi primi 40 anni, nell’art. 7 conclude un’esposizione della storia della salvezza, dando una definizione-descrizione della Liturgia, e affermando: “Perciò ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della Chiesa, allo stesso titolo e allo stesso grado, ne uguaglia l’efficacia”. Qualche vescovo fece osservare che così dicendo, si viene ad affermare che la Chiesa deve solo celebrare liturgia, mentre deve fare tanto altro.

In buona sostanza, che cosa deve fare la Chiesa, in quanto comunità dei discepoli di Cristo? Deve continuare l’opera sua. Egli è venuto per “salvare” l’uomo. Lo ha fatto morendo e risorgendo (ne abbiamo già parlato). Ma Gesù ha anche annunziato questo progetto di Dio, ci ha rivelato il mistero di Dio (il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo), non solo come è in sé (per quanto ne possiamo intuire!), ma per quanto ha voluto per noi.

I teologi hanno sintetizzato l’opera di Cristo in tre attributi, dicendo che Gesù è Sacerdote, Re e Profeta. La Chiesa, a sua volta, è un popolo regale, sacerdotale e profetico. Che significa?

In quanto Sacerdote, Cristo ha offerto il suo corpo, come sacrificio in riscatto per tutti gli uomini, ed ha, come mediatore o pontefice, ristabilito il contatto vitale (si tratta della vita divina) tra Dio e l’uomo. La Chiesa, popolo sacerdotale, continua quest’opera con la liturgia, perché essa è l’esercizio della funzione sacerdotale di Cristo.

In quanto Sacerdote, Cristo ha offerto il suo corpo, come sacrificio in riscatto per tutti gli uomini, ed ha, come mediatore o pontefice, ristabilito il contatto vitale (si tratta della vita divina) tra Dio e l’uomo. La Chiesa, popolo sacerdotale, continua quest’opera con la liturgia, perché essa è l’esercizio della funzione sacerdotale di Cristo.

In quanto profeta, egli ha parlato in nome e per conto di Dio, anzi presentandosi come la Parola di Dio stesso. Ha difatti predicato la natura e le esigenze del Regno (cioè della Signoria) di Dio, nel tempo e nella eternità. La Chiesa continua quest’opera, annunziando il vangelo, cioè predicando, per fare discepole di Cristo tutte le genti. Si tratta del “servizio della Parola”, che comprende sia l’evangelizzazione ai non credenti, sia la catechesi ai cristiani.

In quanto Re, Gesù riprende la posizione che Dio aveva dato all’uomo nella creazione: “facciamo l’uomo…perché domini su…”. La Chiesa è popolo regale, perché è il popolo di Dio, e ha il compito di pascere questo popolo. La funzione regale si fonde e s’identifica con quella “pastorale”. A questo proposito, figura di Cristo Re-Pastore è David, il pastorello divenuto re. Vedi pure il testo di Matteo 25, dove il “Re” siederà sul trono per giudicare e metterà i buoni a destra e i cattivi a sinistra, come fa un “pastore” con le pecore e i capri. La funzione pastorale nella Chiesa è molteplice: possiamo dire che ciò che non è strettamente liturgia o servizio della Parola, lo chiamiamo con il termine “pastorale”, per quanto anche le due altre attività sono parte, e preponderante dell’azione pastorale della Chiesa.

Come si armonizzano queste tre attività della Chiesa? Lo vedremo in seguito.

14. LA LITURGIA,
CULMINE DELL’AZIONE DELLA CHIESA

di Ildebrando Scicolone

L’art. 9 della Costituzione liturgica del Vaticano II inizia col dire che “la sacra liturgia non esaurisce tutta l’azione della Chiesa”: ne abbiamo già parlato. La Chiesa infatti deve annunziare, celebrare, amare fattivamente. Abbiamo parlato della funzione regale e profetica, oltre che sacerdotale di Cristo e della Chiesa. E ci domandavamo: come si armonizzano queste tre attività?

C’è infatti il pericolo che si vivano in maniera separata, o esclusiva. Quanti cristiani infatti pensano di essere a posto, perché vanno a messa la domenica? Quanti altri non vanno a messa, ma aiutano veramente il prossimo? Quanti poi si curano di conoscere il vangelo e di comunicarlo? E quale influenza ha il vangelo o la liturgia nella vita quotidiana e di relazione? Questo è il motivo che ci sono tanti battezzati e così pochi cristiani veri!

Ogni cristiano è insieme sacerdote, profeta e re, e non può vivere solo una di queste dimensioni, o viverle in modo discontinuo.

L’art. 10 della stessa Costituzione conciliare risponde a questa esigenza, quando recita: Nondimeno la liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa, e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia. In altre parole l’attività della Chiesa tende alla liturgia, come a suo culmine. Cosa vuol dire? Scopo della Chiesa è quello di far sì che “tutti, diventati figli di Dio mediante la fede e il battesimo, si riuniscano in assemblea, lodino Dio nella Chiesa, prendano parte al sacrificio e alla mensa del Signore”. Se la Chiesa non perseguisse questo scopo, quello cioè di portare tutti gli uomini a diventare uno in Cristo (e ciò si esprime sommamente nel segno sacramentale della “comunione”), non avrebbe senso la sua presenza nel mondo.

Un missionario si domandava: cosa intendiamo per “terra di missione”? E rispondeva: “E’ terra di missione, in senso teologico, non giuridico, qualsiasi luogo dove c’è ancora una persona che non partecipa pienamente all’eucaristia”, perché nei suoi confronti la Chiesa ha una missione da compiere.

Tutto quello che la Chiesa è e compie ha senso solo in vista di questa missione spirituale e cultuale: fare di ogni uomo un figlio di Dio, destinato, come Gesù Cristo, e perché uniti a Lui, alla risurrezione e alla gloria. L’umanità pellegrina deve essere preparata e condotta a diventare la cittadinanza della Gerusalemme celeste.
Ma….

15. LA LITURGIA,
FONTE DELL’ENERGIA DELLA CHIESA

di Ildebrando Scicolone

Continuiamo a leggere nell’art. 10 della SC: A sua volta, la liturgia spinge i fedeli, nutriti dei ” sacramenti pasquali, a vivere “in perfetta unione”, prega affinché ” esprimano nella vita quanto hanno ricevuto mediante la fede…”. La liturgia che abbiamo visto essere culmine dell’attività della Chiesa, diventa ora fonte da cui promana ogni sua energia. La liturgia quindi non è fine a se stessa, essa è un mezzo. Anche questo significa la parola “sacramento”: essere “segno” e “strumento” di salvezza. La celebrazione liturgica partecipata deve portare ad un rinnovamento della vita, sia dei singoli che della collettività; se così non è, si riduce ad un ritualismo sterile, condannato dallo stesso Gesù Cristo.

Molti pensano che il cristianesimo sia una dottrina, un insieme di verità affermate, di “dogmi” (dando a questa parola un senso di “imposizioni”). Altri pensano che sia una morale, un insieme di comandamenti o precetti (forse un insieme di divieti!). Non è essenzialmente né l’una, né l’altra cosa. Il cristianesimo è una vita, la vita divina che Gesù Cristo ha comunicato agli uomini, riportandoli al primigenio progetto del Creatore.

Questa comunicazione della vita divina ad ogni singolo uomo-donna, avviene con quell’azione, simbolica e reale al tempo stesso, che chiamiamo “Battesimo” o meglio “iniziazione cristiana”. Si tratta di riti, cioè di liturgia, ma è da queste azioni rituali, che nasce la vita cristiana.

E’ dunque la liturgia la fonte della vita e dell’energia, che anima la Chiesa. Come il corpo prende vita dalla nascita e cresce nutrendosi continuamente di cibo, così la vita cristiana (cioè “di Cristo”) nasce dal battesimo e si nutre continuamente di Cristo, presente nella liturgia, specialmente nell’eucaristia. Questa vita produce effetti di apostolato, di carità, di opere buone. Il Concilio si esprime così: la rinnovazione dell’alleanza di Dio con gli uomini nell’eucaristia introduce i fedeli nella pressante carità di Cristo e li infiamma essa. E conclude il discorso sulla liturgia “culmine e fonte” dell’attività della Chiesa, dicendo: Dalla liturgia, dunque, e particolarmente dall’eucaristia, deriva in noi, come da sorgente, la grazia, e si ottiene con la massima efficacia, quella santificazione degli uomini in Cristo e quella glorificazione di Dio, alla quale tendono, come a loro fine, tutte le altre attività della Chiesa.

Ricordate la triplice funzione di Cristo e le tre attività della Chiesa? L’evangelizzazione ha la priorità, ma tende alla liturgia come a suo scopo. Nella liturgia infatti la Parola “si compie”, si fa “carne”. A sua volta la liturgia tende alla carità. In altre parole, la funzione profetica tende a quella sacerdotale, e questa a quella regale-pastorale.

16. PREGUSTIAMO
IL BANCHETTO CELESTE

di Ildebrando Scivolone

Nel presentare la natura della Liturgia, la Costituzione conciliare la inserisce nella storia della salvezza. Essa ha tre grandi momenti: il tempo della preparazione e della prefigurazione (AT); il tempo del compimento in Cristo, specialmente nella sua morte e risurrezione (NT); il tempo della Chiesa, che va dalla Pentecoste al ritorno di Cristo. La liturgia si inserisce proprio in questo terzo tempo, quale manifestazione privilegiata della salvezza che la Chiesa porta ad ogni uomo, proprio tramite le azioni liturgiche, prevalentemente attraverso quelle sacramentali, di cui l’Eucaristia è il culmine (SC artt. 5-7). E poi? Quando e come finisce questa “storia”? L’art. 8 ci dice che “nella liturgia terrestre noi partecipiamo, pregustandola, a quella che si celebra nelle sfere celesti”. La liturgia, come complesso di segni, non ci sarà in cielo, perché lì, la realtà sarà manifesta; la liturgia, in quanto “santificazione dell’uomo”, non avrà più ragion d’essere, perché solo i salvati entreranno in quella Gerusalemme celeste. Però in quanto “glorificazione di Dio” essa non solo sarà presente, ma sarà tutta la nostra “occupazione”: il paradiso consiste solo nella contemplazione e nella glorificazione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Questa realtà è già presente, perché il cielo esiste già ed è popolato di miriadi di angeli e di santi. Per noi, ancora pellegrini sulla terra, essa è però “futuro”: noi l’attendiamo nella speranza, ma abbiamo qui, proprio nella liturgia, una caparra, un pegno, una pregustazione, attraverso i segni.
Il libro dell’Apocalisse ci descrive la vita dei beati come una celebrazione, e precisamente come una partecipazione al banchetto di nozze dell’Agnello.
L’eucaristia domenicale (e quotidiana), nei suoi testi, e principalmente nella preghiera eucaristica, esprime chiaramente che noi, già qui in terra, partecipiamo a questa liturgia celeste. L’art. 8 citato ricorda che nella messa noi cantiamo insieme agli angeli: Santo, santo, santo…
Dopo aver raccontato l’istituzione dell’eucaristia (racconto che ha una tale forza evocativa che rende presente il passato!), nell’acclamazione l’assemblea dichiara: “Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice, annunciamo la tua morte, Signore, nell’attesa della tua venuta”.
Facendo poi la sintesi del memoriale, dopo il racconto dell’istituzione, ricordiamo la “beata passione, la gloriosa risurrezione e ascensione al cielo” e “nell’attesa della tua venuta, ti offriamo…”.

17. LA LITURGIA:
TAPPA VERSO IL CIELO

Ildebrando Scicolone

Il cielo è ancora è reso presente, quando ci dichiariamo “in comunione con la Beata Vergine Maria, S. Giuseppe, gli Apostoli, i Martiri e tutti i Santi”…
e preghiamo “di essere ammessi alla loro sorte beata, non per i nostri meriti, ma per la ricchezza del tuo perdono”. In questa comunione, ricordiamo anche i nostri defunti: essi sono già santi, anche se hanno bisogno delle nostre preghiere, ma sono sempre le “anime sante del Purgatorio”. La comunione dei Santi si esprime chiaramente in questo “Communicantes”. La Chiesa del Cielo, la Chiesa del Purgatorio, e la Chiesa terrestre sono in comunione. Noi, ancora pellegrini, siamo i più lontani dal compimento della salvezza, ma ad essa ci prepariamo, proprio attraverso questa pregustazione sacramentale.
La tensione escatologica della celebrazione eucaristica arriva al suo culmine in quella esclamazione, con cui si conclude l’embolismo del Padre nostro (la preghiera che sviluppa l’ultima petizione del Pater): Nell’attesa che si compia la beata speranza che venga il nostro Salvatore Gesù Cristo. Non so per quanti cristiani, la vita dopo la morte sia una “beata speranza”. Se facciamo nostra questa esclamazione, siamo fortemente provocati a rafforzare la nostra fede, e a conformare ad essa la nostra vita presente. Questa infatti ha senso, proprio perché ha una direzione e una meta: la nostra patria è in cielo, da dove attendiamo il nostro salvatore Gesù Cristo. Senza questa “beata” speranza, che senso ha la vita dell’uomo sulla terra? Ha senso vivere per morire? La risurrezione di Cristo, con cui sono stati inaugurati “i cieli nuovi e la terra nuova” ha risolto il “problema” della morte, proprio con la “beata speranza” della risurrezione.
L’Eucaristia domenicale è quindi quella “sosta che ci rinfranca nella fatica” quotidiana. Mentre noi arranchiamo in salita verso la santa montagna, la celebrazione eucaristica ci fa sostare, mangiare di quel pane che, come ad Elia, ci dà la forza di camminare verso il monte di Dio.
La dimensione escatologica, come è essenziale alla vita cristiana (anzi alla vita umana), così è essenziale alla liturgia. Non avrebbe senso celebrare dei riti, che non ci aiutino a realizzare il compimento della nostra storia.
Nel momento poi della comunione siamo già chiamati “beati”, quando ci si dice: “Beati gli invitati alla cena del Signore”. Per la verità, il testo latino è più esplicito, in direzione escatologica, perché dice: “Beati gli invitati alla cena dell’Agnello”, rimandando con questo termine, direttamente all’Apocalisse, dove peraltro di dice ancora più chiaramente: “Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello” (Apoc. 19, 9). Da questo testo dell’ultimo libro della Bibbia, possiamo ben capire che ogni volta che nominiamo l’Agnello, il nostro pensiero deve correre a quel trono dove sta l’Agnello, ritto come immolato (cfr Apoc 5,6). E quante volte, nella Messa, pronunciamo la parola “Agnello”? (Tra parentesi, ricordo ancora una volta che non si può comprendere la celebrazione, senza una buona catechesi biblica!).
E, per concludere, accenno a quella grande quantità di preghiere “dopo la comunione” che chiedono per noi, di “passare da questa mensa che ci sostiene nel cammino al banchetto celeste”.
Non serve forse l’Eucaristia terrestre a procurarci quelle veste nuziale che ci permetterà di partecipare alla festa di nozze del Figlio del Re?

18. I SEGNI LITURGICI:
SACRAMENTI

Ildebrando Scivolone

Abbiamo parlato della liturgia come di azioni che rendono presente la Pasqua di Gesù Cristo, perché tutti ne veniamo a contatto, e ne riceviamo il frutto salvifico. Ma come si rende presente?
Quello che si vede, nelle celebrazioni sono dei riti, dei segni, dei simboli. La Messa, nella quale “annunciamo la morte e proclamiamo la risurrezione”, ci appare (e forse neanche questo si vede) come una “cena”: c’è una mensa, con tanto di tovaglia, di fiori e di lume di candela, un banchetto solenne. Su questa mensa vengono a trovarsi pane e vino: tutto qui? Eppure questi segni sono il tramite, per cui la realtà della Pasqua si rende presente.
Prima di badare ai singoli segni (il pane, il vino, l’acqua, l’olio, la candela, i gesti…), bisogna che comprendiamo che valore hanno le azioni simboliche, quali l’immersione battesimale, la cena eucaristica, e tutte quelle celebrazioni che chiamiamo “sacramenti”.
Sembra che la parola latina “sacramentum” fosse utilizzata nell’ambito militare, per indicare il “giuramento”, con il quale il soldato (il termine deriva dal “soldo” della paga giornaliera) giurava fedeltà al suo imperatore. Allora il servizio militare non era di breve durata, ma “di carriera”. Con questo giuramento il milite “si consacrava” al servizio di Cesare.
I cristiani hanno pensato: Anche noi ci siamo consacrati al nostro Re, Cristo Gesù, quando siamo stati battezzati. Il nostro battesimo è quindi il nostro giuramento, il nostro “sacramentum”.
Il termine non esprime tutta la realtà del battesimo cristiano: ne manifesta un aspetto, e cioè la parte dell’uomo: la sua fede, il suo impegno, quelle che noi chiamiamo le promesse battesimale: il nostro giuramento, appunto. Ci sono tanti altri aspetti, che mostrano l‘azione divina nel rito del battesimo. Ecco perché il solo termine “sacramento”, preso nel senso che aveva nell’uso romano, va completato con altri aspetti, che si esprimono con altre parole. Tuttavia questo termine è stato canonizzato, ha acquistato un significato tecnico, e dal battesimo si è esteso ad altri riti cristiani, specialmente a quei sette, che sono stati chiamati semplicemente “sacramenti”. Essi sono tutti segni impegnativi, ma non possiamo pensare che ognuno di essi sia un “giuramento”, nel senso detto di sopra.
I Padri della Chiesa hanno utilizzato il termine, nel senso etimologico e più largo, di “segno sacro”. Così hanno parlato di sacramento dell’acqua, del sale, della cenere. Oggi, ancora più profondamente, diciamo che per “sacramento” intendiamo un “segno e strumento” di salvezza per l’uomo. Così il “sacramento” fondamentale (o primordiale) è Cristo Gesù, segno che Dio salva (il nome Gesù significa proprio questo), e strumento con cui salva.
Dopo di Lui, e in forza della sua continua presenza attiva, la Chiesa, intesa come comunità di salvati, si presenta come segno e strumento (=sacramento) di salvezza per tutta l’umanità. Le sue azioni salvifiche sono quindi azioni “sacramentali”.

1. Tre riti – due liturgie
di Ildebrando Scivolone

Per comprendere il significato e il valore della celebrazione eucaristica e trarne alimento per la vita spirituale, è necessario conoscere a fondo la struttura della celebrazione e il significato delle varie parti e il loro nesso reciproco. Ci aiuta a farlo il testo dei Principi e Norme per l’uso del Messale Romano (= PNMR), cap. II. Esso divide la Messa attuale in quattro parti:
1. Riti di introduzione – 2. Liturgia della Parola – 3. Liturgia eucaristica – 4. Riti di conclusione.

A ben guardare però, i riti di conclusione non sono proprio “una parte” della celebrazione, limitandosi al saluto finale, la benedizione e la formula di congedo. D’altra parte, la “liturgia eucaristica”, che va dalla processione offertoriale alla preghiera dopo la comunione, è troppo lunga e non se ne percepisce l’articolazione se non si suddivide in tre parti.
Per questi motivi è bene dividere la struttura della celebrazione eucaristica in cinque parti, più il congedo:
1. Riti d’introduzione;
2. Liturgia della Parola;
3. Riti di offertorio;
4. Liturgia (= preghiera) eucaristica;
5. Riti di comunione.
Salta subito agli occhi la diversa terminologia usata: due liturgie e tre riti. Questi termini sono qui utilizzati per aiutare la comprensione.
Le due “liturgie” costituiscono le parti principali della celebrazione. In esse sono importanti i testi, cioè le parole: la Parola che Dio rivolge a noi, e la preghiera che la Chiesa innalza (da qui il termine greco anàfora = elevazione) a Dio. Durante queste parti l’assemblea sta ferma (seduta o in piedi), con tutta l’attenzione e la tensione alla Parola. Queste due parti sono state paragonate a due perle.
I tre “riti” formano come un triplice anello, su cui sono incastonate le due perle. Essi sono caratterizzati da gesti (eventuali parole che li accompagnano sono anche sostituibili con altre). L’assemblea non sta ferma, si muove. I gesti principali sono infatti le tre processioni (d’ingresso, di presentazione delle offerte, di comunione), accompagnate dal rispettivo canto processionale. Tutti e tre hanno degli elementi comuni, come la litania (Signore, pietà, all’introduzione; la preghiera universale, all’offertorio; l’Agnello di Dio, alla comunione), e l’orazione conclusiva del presidente (sono tre orazioni presidenziali: la colletta, che conclude i riti d’ingresso; la preghiera sulle offerte quelli di offertorio; e la dopo comunione).
Diamo ora uno schema particolareggiato, segnando in corsivo gli elementi comuni ai tre riti:
1. Riti d’introduzione:
– Processione – canto
– Saluto dell’altare
– Segno di croce
– Saluto all’assemblea
– (Monizione)
– Atto penitenziale
– Litania
– Inno “Gloria”
– Orazione (colletta). AMEN.
2. Liturgia della Parola
– Prima lettura: AT (nel Tempo Pasquale: Atti degli Apostoli)
– Salmo Responsoriale
– Seconda lettura: Apostolo
– Canto Vangelo
– Vangelo
– Omelia – Silenzio di riflessione
– Professione di fede (Credo). AMEN
– (Preghiera universale o “dei fedeli”).
3. Riti di offertorio
– Litania (preghiera dei fedeli): la Chiesa prega per il mondo.
– Processione – canto
– Presentazione dei doni
– (Incensazione delle offerte, della croce dell’altare, del ministro, dell’assemblea)
– “Lavabo”
– Orazione “sulle offerte”. AMEN
4. Liturgia eucaristica
– Dialogo
– Prefazio (ringraziamento = eucaristia)
– “Santo”
– “Anamnesis”: motivo del ringraziamento: la storia della salvezza
– I “Epiclesis” o invocazione dello Spirito Santo sui doni
– Racconto dell’istituzione dell’eucaristia
– Offerta del sacrificio eucaristico
– II “Epiclesis” o invocazione dello Spirito Santo sull’assemblea
– Intercessioni (l’assemblea prega per la Chiesa)
– Dossologia (= glorificazione). AMEN.
5. Riti di comunione
– “Padre nostro” con embolismo (= “Liberaci, o Signore…”)
– Rito della pace (preghiera, annuncio, scambio)
– Rito di frazione – Litania (“Agnello di Dio”)
– Processione – canto
– Silenzio (o canto) di ringraziamento
– Orazione dopo la comunione. AMEN.
Congedo
– (Avvisi per la comunità)
– Saluto
– Benedizione (semplice, solenne, o “orazione sul popolo”)
– Formula di congedo.
– Risposta: Rendiamo grazie a Dio.
Guardando lo schema proposto vengono spontanee alcune osservazioni:
a. la colletta non è una preghiera che prepara all’ascolto delle letture (semmai sono tutti i riti introduttori a farlo), ma conclude i riti d’ingresso.
b. La preghiera universale (o comune, o “dei fedeli”) è collocata nei PNMR a conclusione della liturgia della Parola. Però, se pensiamo che a questa partecipa(va)no anche i catecumeni, che uscivano subito dopo, la preghiera che segue, propria dei fedeli (in quanto popolo sacerdotale) dovrebbe far parte della liturgia eucaristica, e quindi dei riti di offertorio. Noi l’abbiamo segnato tra parentesi nella parte seconda, e senza parentesi nella parte terza.
c. I tre riti non hanno certo la stessa importanza delle due liturgie. Sempre c’è stato un ingresso, una presentazione degli elementi per l’eucaristia e una comunione dei fedeli, ma questi riti si sono sviluppati dopo il quarto secolo. La loro progressiva formulazione ha lo scopo di far partecipare vitalmente l’assemblea alla celebrazione.
d. I PNMR dichiarano esplicitamente quale è lo scopo dei riti d’ingresso: “che i fedeli riuniti formino una comunità”. Parlando poi del canto d’ingresso dicono che “funzione propria di questo canto è quella di
– dare inizio alla celebrazione
– favorire l’unione dei fedeli riuniti
– introdurre il loro spirito nella festività o nel tempo liturgico
– accompagnare la processione dei ministri”.
E ancora: “il saluto sacerdotale e la risposta del popolo manifestano il mistero della Chiesa radunata”.
e. Si può continuare a chiamare “offertorio” il rito con cui si presentano il pane e il vino? Noi non offriamo a Dio questi elementi, ma il sacrificio di Cristo, e lo facciamo all’interno della preghiera eucaristica. Però io dico che i testi latini continuano ad usare il verbo offerimus, dove l’italiano dice: “lo presentiamo a te”. E la orazione che conclude questo rito si chiama “sulle offerte”. La verità è che, offrendo pane, vino (e altro, compreso il denaro della “colletta”) noi intendiamo offrire noi stessi, perché nei segni del pane e del vino, noi veniamo “trasformati” in “un solo corpo e un solo spirito”, e come “corpo di Cristo” accettati dal Padre.
f. Le “altre” offerte servono alle necessità della comunità, specialmente dei poveri. Ecco perché questo rito è stato chiamato officium caritatis, cioè servizio della carità: il canto più adatto è pertanto Ubi caritas (“Dov’è carità e amore…”).
g. La progressiva unione dei fedeli giunge al culmine nei riti di comunione, appunto. La comunione non consiste nel mangiare il corpo di Cristo: questo è un sacramento, cioè un “segno e strumento” della nostra comunione con Cristo, con il Padre e tra di noi. A creare questa comunione fraterna, prima di accostarci all’altare, tendono i tre elementi che precedono la processione di comunione: il Padre nostro, il rito della pace e la frazione del pane.
La formazione del “corpo di Cristo”, come offerta gradita al Padre, è lo scopo della celebrazione eucaristica, ma non solo quella del “corpo sacramentale”, quanto soprattutto quella del “corpo mistico” o ecclesiale.

20 Formare una comunità
di Ildebrando Scicolone

Da qualche anno mi vado facendo la domanda: perché si celebra? Credo che sia importante domandarselo, perché non ha senso, e non è umano, fare qualcosa senza sapere perché si fa. Eppure, quello che non faremmo senza motivo in altri ambiti della nostra vita, lo facciamo in quello della pratica religiosa, e nel caso nostro, liturgica. Molti cristiani, infatti, vanno a messa, senza sapere il perché, e senza sapere nemmeno che cosa è la messa. Lo sforzo della nostra rivista, in questi anni, è quello di far comprendere che cosa si celebra e perché si celebra.
La risposta che andiamo cercando, la troviamo nella liturgia stessa. Sono i testi e i gesti che ci dicono perché si celebra. In fondo, se la celebrazione dei sacramenti, e dell’eucaristia in particolare, è la ripresentazione dell’opera salvifica di Gesù Cristo, che ha realizzato il disegno del Padre, lo scopo della liturgia è lo stesso che quello della vita, della morte e della risurrezione del Signore. Possiamo dire che il disegno del Padre è quello di “ricapitolare in Cristo tutte le cose”? Non è forse il compimento del “mistero” (nel senso paolino) il fatto che Cristo ha “abbattuto il muro di divisione”, facendo sì che in Lui non ci sia più “nè giudeo nè greco, nè schiavo né libero, nè uomo nè donna, ma tutti siamo uno in Cristo”? Morendo in croce, non ha voluto unire in un abbraccio tutti gli uomini e riconciliarli con il Padre? Non ha egli “prodotto” la Chiesa dal suo costato? Non ha egli detto di trovarsi “dove sono due o tre riuniti nel suo nome”? Non ha innalzato a Padre la sua ultima preghiera perché i suoi discepoli “siano una cosa sola”?
Questa è la finalità della liturgia. Non è tanto quella di “offrire” a Dio qualcosa, e nemmeno quella di offrirci, così come siamo, a Dio. Nella Messa, si opera una trasformazione, quella che chiamiamo la “transustanziazione”, per cui il pane diventa il corpo e il vino il sangue di Cristo. Questa trasformazione non è però lo scopo della celebrazione. Essa è “sacramentale”, ha cioè la funzione di “segno e strumento” di un’altra trasformazione: quella di noi tutti nel corpo di Cristo. Lo abbiamo già osservato, parlando della duplice “epiclesi”: invochiamo lo Spirito Santo sui doni, e sugli offerenti, cioè “a noi che ci nutriamo del corpo e del sangue di Cristo dona la pienezza dello Spirito Santo, perché diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito”.
A significare e a realizzare questa finalità tendono i tre riti: di ingresso, di offertorio e di comunione. In questo numero ci fermiamo ai riti di ingresso o di introduzione. Il n. 24 dei PNMR lo dichiara apertamente: “Scopo di questi riti è che i fedeli formino una comunità”.
La descrizione del rito della Messa inizia con un inciso che non è solo “temporale” come sembra, ma indica una condizione essenziale per la celebrazione: “Quando il popolo è riunito, (in latino, l’ablativo assoluto, è ancora più energico: populo congregato), mentre il sacerdote esce con i ministri, si canta il canto d’ingresso”. Quell’inciso riprende l’idea con cui inizia S. Paolo il discorso sulla “cena del Signore” in 1 Cor 11,20: “Quando vi radunate insieme”, o quella con cui Luca racconta di una “frazione del pane” in Atti 20,7: “ci eravamo riuniti, per spezzare il pane”. La messa è innanzitutto una riunione, un raduno. L’art. 7 di PNMR, in una prima stesura, recitava che “la cena del Signore o Messa è la convocazione del popolo di Dio, sotto la presidenza del sacerdote, per celebrare il memoriale del Signore”, modificato poi in modo descrittivo così: “Nella Messa o Cena del Signore, il popolo di Dio è chiamato a riunirsi insieme, sotto la presidenza del sacerdote…”. Questo raduno in assemblea liturgica dà il nome e il senso di “chiesa”, cioè “popolo radunato”, che succede al popolo dell’antica alleanza.
Radunarsi non significa, di per sé, trovarsi in uno stesso luogo, ma “ridursi ad unità”. diventare “uno”. I cristiani lo sanno che, pur essendo molti, siamo un corpo solo, ma il raduno lo ricorda, lo ripresenta, lo realizza, e spinge a vivere in unità. Si tratta di realizzare quello che gli Atti presentano come un ideale per la chiesa di tutti i tempi: i discepoli “erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli, nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere” (2, 42).
L’importanza di questo “riunirsi” è tanto poco compresa che i nostri fedeli arrivano volentieri in ritardo, e la messa comincia con dieci persone per finire con cento!
I vari momenti dei riti d’ingresso tendono a formare una comunità. Dopo il raduno, inizia la processione dei ministri. Il sacerdote passa in mezzo all’assemblea, quale segno di Cristo-Capo e segno di unità. Mentre egli passa trai fedeli e va all’altare, se li attacca (per così dire), come tante api in un alveare. L’immagine mi viene dalla casula, a forma di alveare, che ha addosso il vescovo Apollinare nel mosaico della sua Basilica a Ravenna (Classe). Durante la processione poi si canta il canto d’ingresso. E qui PNMR ci danno ancora una volta la motivazione e il senso: “Funzione propria di questo canto è quella di: dare inizio alla celebrazione; favorire l’unione dei fedeli riuniti; introdurre il loro animo nello spirito della festa o del tempo liturgico e accompagnare la processione dei ministri. Se si sta attenti a ciò che si canta, l’armonia delle voci manifesta e realizza la concordia degli animi
Altro elemento importante per “formare comunità” è il saluto. Due significati danno PNMR, uno cristologico, l’altro ecclesiologico: “Poi con il saluto, il sacerdote annunzia alla comunità riunita la presenza del Signore. Il saluto sacerdotale e la risposta del popolo manifestano il mistero della Chiesa radunata”. La traduzione italiana (“Il Signore sia con voi”) non sembra un annunzio, ma un augurio. Il testo latino invece, senza il verbo “sia”, può essere un annunziare che il Signore è presente perché siamo riuniti nel suo nome. La seconda motivazione è data dal fatto che il saluto crea comunicazione e comunione tra sacerdote e assemblea. La liturgia non è un teatro, dove alcuni sono attori e altri spettatori. In teatro gli attori “agiscono” tra di loro, fingendo di non sapere che ci sono spettatori. Gli attori non salutano il pubblico (se non alla fine, per gli applausi). La celebrazione liturgia vede tutta l’assemblea partecipante, e quindi il saluto “rompe le balaustre”, dove ci sono ancora.
Crea certamente comunione la parola viva del sacerdote o di “un altro ministro, che ne sia capace”, cioè del “commentatore”, che introduce brevemente la liturgia del giorno.
Avete mai riflettuto alla forza unificante dell’Atto penitenziale? Anche se prima era una “apologia”, cioè una preghiera privata dei ministri, e che solo con la riforma del Concilio è diventato un momento della celebrazione comunitaria, esso ha radici profonde. Possiamo partire dal testo di Giac 5,16: “confessate gli uni gli altri i vostri peccati e pregate gli uni per gli altri, per essere guariti” che in Didaché 9 diventa: “…perché la vostra offerta sia pura”. Il riconoscersi peccatori davanti a Dio è importante, ma non lo è meno riconoscerlo davanti ai fratelli. Siamo tuffi peccatori: nessuno si metta fuori di questa solidarietà nel peccato; tutti riconosciamo di avere bisogno della preghiera degli altri. Pensate: anche il Papa dice: “confesso a Dio onnipotente e a voi fratelli che ho molto peccato… e supplico… voi, fratelli, di pregare per me il Signore Dio nostro”. Lo dice, in un assemblea cristiana il ricco e il povero, il nero e il bianco, il dittatore (se cristiano) e lo sfruttato. Se si prega in modo che “la mente si accordi con la voce”, quale forza questa confessione pubblica! E non dimentichiamo che è “mediante il ministero della Chiesa che noi siamo riconciliati con Dio. E la Chiesa non è solo il sacerdote!
Altro canto comunitario, acclamazione al Padre e all’Agnello, è il Gloria, un “inno antichissimo e venerabile”. Tutta l’Assemblea lo canta, avendo coscienza di essere il popolo dei salvati.
I riti di ingresso sono conclusi dalla preghiera detta “colletta”. Anche il termine indica una raccolta, una riunione. Indicava questo termine la preghiera che il sacerdote faceva nel luogo di raccolta del popolo prima di procedere verso la chiesa stazionale. Ora indica l’orazione che “raccoglie” le preghiere personali. Ecco perché, dopo l’invito del sacerdote (“Preghiamo”), si sta per qualche tempo in silenzio “per mettersi alla presenza di Dio e formulare nel proprio cuore la preghiera personale”. Queste preghiere personali vengono raccolte nell’orazione del sacerdote, che le unifica e le indirizza al Padre come la preghiera di un solo corpo. La mediazione di Cristo, espressa nella conclusione, è ancora segno di unità.
Bella infine l’espressione con cui PNMR presentano l’Amen: “Il popolo, unendosi alla preghiera e prestando il suo assenso, fa sua l’orazione con l’acclamazione Amen”. Da tante labbra esce una sola parola, “poiché, pur essendo molti, siamo un corpo solo” (1 Coro 10 7) .

21 La Parola celebrata
di Ildebrando Scicolone

Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha disposto che i tesori della Sacra Scrittura fossero più abbondantemente aperti e messi a disposizione dei fedeli nella celebrazione della liturgia, e non solo eucaristica. Mentre prima si celebravano quasi tutti i sacramenti senza la liturgia della Parola, oggi questo non è più possibile Sì può avere una celebrazione della sola Parola, ma non una celebrazione del solo sacramento. È infatti la Parola di Dio che dà significato ai segni sacramentali.
Nella Celebrazione eucaristica, per la verità, non è mai mancata la Parola. Questo risale alla stessa “vigilia della sua Passione”, quando Gesù fece la sua cena “pasquale” con i suoi discepoli Nella Cena pasquale ebraica, una parte importante aveva il “racconto” delle meraviglie operate da Dio al tempo dell’Esodo. Nel racconto del viaggio dei due discepoli verso Emmaus, ci dà una interpretazione del senso della Scrittura nella celebrazione. Gesù non legge le Scritture, ma aiuta a scoprire in esse la Sua Persona e la Sua missione: “spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (Lc 24, 27). Essi poi “lo riconobbero” (v. 31) nello spezzare il Pane, Di qui il rapporto stretto tra Parola e Cena eucaristica. Lo stesso Cristo, presente nelle Scritture, è presente nell’Eucaristia.
Per eseguire la decisione del Concilio, la riforma liturgica ha prodotto una serie di lezionari, sia per la messa che per le altre celebrazioni, seguendo i quali, nell’arco di due o tre anni, leggiamo quasi tutta la Scrittura. Certamente questo fatto è grande fonte di istruzione o formazione permanente del popolo cristiano. Ma, attenzione. Lo scopo della celebrazione non è l’istruzione. Ci sono altri tempi per far questo: l’evangelizzazione o la catechesi. Nella liturgia noi celebriamo il mistero di Cristo, in quanto lo rendiamo presente, perché noi ne veniamo a contatto, e “toccandolo” siamo salvati.
Nella liturgia non leggiamo un testo scritto, ma ascoltiamo una Parola viva, cioè Cristo stesso. La Parola non è nè letta, né proclamata, ma celebrata. È per questo che noi veneriamo il Libro (dei Vangeli): lo portiamo in processione, viene deposto sull’altare, da lì il diacono lo prende, mentre tutto il popolo in piedi acclama (con l’Alleluia) al Cristo-Parola-Sapienza, processionalmente in mezzo a due candelieri lo porta all’ambone, lo incensa, alla fine lo bacia o lo porta a baciare al Vescovo, che con esso benedice il popolo. Tutti questi segni di venerazione non sono indirizzati al libro in sé, ma ad esso in quanto li è presente Cristo Signore.
Nella liturgia della Parola, prima di ascoltare quello che Dio ci dice, sarà bene pensare che è Dio stesso che ci parla. Riflettiamo che leggere un discorso, per es. del Papa, sull’Osservatore Romano, è diverso dall’ascoltare direttamente il Papa mentre parla. Le parole sono le stesse, ma il contesto è molto differente. Dovremmo avere lo stesso atteggiamento che ebbe il re Giosia quando gli fu letto il libro della Legge che era stato trovato (cfr 2 Cr34, 21). S. Paolo, a sua volta, loderà i Tessalonicesi “perché – dice – avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione, l’avete accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio che opra in voi che credete” (I Ts 2, l3).
Elenchiamo semplicemente alcuni principi teologici della celebrazione della Parola:
1. È già un “evento” il fatto che Dio ci parla. Le premesse al Lezionario (n. 3) dicono: “La stessa celebrazione liturgica, che si fonda e si appoggia alla Parola di Dio, diventa un nuovo evento”.
2. Il testo continua dicendo che il momento celebrativo “arricchisce la stessa Parola di nuova interpretazione ed efficacia”. Sono parole dense e forti, da rileggere e meditare. La Parola di Dio risuona nell’assemblea, ed ogni volta provoca una nuova e più profonda conoscenza di essa, proprio perché si fa esperienza di quella forza ed efficacia. Altro è il leggere un testo della S. Scrittura, altro è ascoltare Dio che ti parla. L’uso poi che la liturgia fa della Scrittura è motivo di nuova interpretazione: e questa non è di questo o di quell’esegeta, ma della Chiesa che celebra. Porto un esempio tra i mille che si potrebbero portare. La liturgia accosta il brano evangelico dell’adultera al testo di Daniele, in cui si parla di Susanna. Le due situazioni sono diverse. Susanna è innocente, l’adultera è colta in flagrante adulterio. In comune ci sono i “vecchi” accusatori. Ambedue alla fine vengono assolti. Dall’accostamento che la liturgia fa, risulta che nell’AT vigeva la giustizia, per cui l’innocente è riconosciuta e i colpevoli sono condannati, mentre nel NT la colpevole è assolta, perché il NT è il tempo della misericordia.
3. Nella eucarestia domenicale, la Chiesa legge tre brani: il primo dall’AT (tranne che nel Tempo pasquale, nel quale legge gli Atti degli Apostoli); il secondo dalle Lettere apostoliche e il terzo da uno dei Vangeli. Non mi fermo qui a vedere con quali criteri sono scelti i libri e i testi. Dico solo che sono tre brani, non sempre collegati da un unico tema (l’Apostolo si legge in forma continua, e quindi non armonizzabile con le altre due letture), che però vogliono sempre rendere presente tutta la storia della salvezza che ha il suo culmine e la sua chiave di volta nella Pasqua del Signore. Partendo, ogni domenica, da tre punti differenti, si vuole mostrare tutto il piano -salvifico di Dio. La Parola rende presente tutto il mistero (nel senso paolino). Questo stesso mistero, e nella sua globalità, viene reso presente nella celebrazione dell’eucaristia. Cosicché quello che la Parola annunzia, il sacramento lo realizza. Non si tratta di due misteri, ma dell’unico mistero presentato dalla Parola e dal sacramento.
4. Cerniera tra queste due parti dell’unico atto liturgico è l’omelia. Essa non è una lezione, né una predica, ma “come l’annunzio delle meraviglie di Dio nella storia della salvezza, ossia nel mistero di Cristo” (SC 35,2; OLM 24). Il senso dell’omelia è mostrare quello che abbiamo detto, che cioè quella Parola che è risuonata ai nostri orecchi “si compie oggi” per noi (cfr Lc 4, 21).
5. E che si compie, è attestato dal canto di comunione. Il Messale italiano ha come testo del canto di comunione uno o due versetti tratti dal Vangelo proclamato in quel giorno. Questo significa che nel momento della comunione, quel testo “si compie” per noi. Se, per es. nella seconda domenica di Pasqua, il Vangelo ha il dialogo di Gesù con Tommaso, l’antifona di comunione dice: “Accosta la tua mano, tocca il luogo dei chiodi… e non essere incredulo ma credente”. Nel momento in cui l’assemblea canta queste parole, esse non sono più rivolte a Tommaso, ma a noi, che di fatto ci alziamo, accostiamo la mano (o la bocca) e tocchiamo (anzi addirittura mangiamo) il corpo glorioso di Cristo. La nostra reazione è quella di Tommaso? Lo si veda questo in ogni antifona di comunione delle domeniche.
6. La celebrazione eucaristica è sostanzialmente sempre la stessa: ogni volta mangiamo lo stesso Pane, beviamo allo stesso calice, pronunciamo la stessa preghiera eucaristica. Quello che cambia è proprio la liturgia della Parola. È questa che ci fa vedere l’unica Pasqua nei suoi vari aspetti e nelle sue varie implicanze. La multiforme ricchezza ed efficacia della Pasqua è illustrata dalla varietà dei testi che vengono proclamati.
Una tale esperienza della presenza dinamica del Signore risorto in mezzo a noi deve provocare una nostra risposta, che non può essere solo rituale, ma deve darsi con la vita. La Parola provoca la conversione, non solo per la forza intrinseca che essa possiede, ma per l’esperienza che di essa facciamo nella celebrazione. La morale cristiana non è separata dalla liturgia, ma scaturisce da essa: se abbiamo incontrato il Signore, se abbiamo “partecipato” alla sua morte e risurrezione, dobbiamo vivere da risorti, da uomini nuovi.

22 L’omelia
di Ildebrando Scicolone

Si raccomanda vivamente l’omelia, che è parte dell’azione liturgica” (SC 52). Con queste parole il Concilio riprende un termine, che era diventato sconosciuto: omelia. Prima, infatti, si parlava di “predica”. Dicendo poi che l’omelia “è pane dell’azione liturgica”, il Concilio corregge quanto nel 1960 diceva il nuovo “Codice delle rubriche”: “mentre si fa la predica, si sospende la celebrazione”. Allora non si faceva omelia, ma – dopo il Vangelo – si faceva o la sua spiegazione, o un’esortazione morale, o una lezione di catechismo (solo allora si aveva la possibilità di parlare agli adulti!).
Il termine greco “omilia”si trova già nei primi documenti dei Padri della Chiesa: S. Giustino, al II secolo, la cita esplicitamente tra i momenti della celebrazione eucaristica (I Apologia, capp. 65 e 67). Essa è in continuità con la parola viva di Gesù che, nella sinagoga di Nazaret spiega e attualizza il testo d’Isaia, o che lungo la via verso Emmaus mostra quello che nelle Scritture lo riguardava; è ancora in continuità con la parola dell’Apostolo nelle assemblee (vedi a Troade, quando “riuniti per spezzare il pane, Paolo… conversava con loro”: Atti 20, 7).
L’omelia, se è “parte dell’azione liturgica”, è azione di Cristo? Ha valore sacramentale? In SC 7 si afferma che “Cristo… è presente nella sua parola, perché è lui che parla quando nella Chiesa si leggono [e si spiegano] le sacre Scritture”. Le parole tra parentesi erano presenti -nello schema, e furono tolte dal testo finale. Le premesse al lezionario (OLM 24) però, in qualche modo le riprendono, quando si dice: “sempre poi Cristo è presente ed agisce nella predicazione della sua Chiesa”. È chiaro che i predicatori per primi devono essere coscienti di questa verità.
Dicevamo che l’omelia non è una lezione di catechismo o di teologia: è un’altra la sede o il momento per farla. Non è nemmeno una predica morale. Questi due aspetti possono essere presenti nell’omelia, ma non sono l’omelia. Durante la liturgia, stiamo celebrando Gesù Cristo, rendendo presente la sua persona e la sua opera salvifica: non si dimentichi mai questa situazione esistenziale. La Parola di Dio ha reso presenti gli eventi salvifici, che culminano nella Pasqua di Cristo e nostra, e si attueranno nel momento sacramentale. L’omelia allora è la parola viva che “mostra” come quegli eventi “si compiono oggi per noi”. Queste sono le parole programmatiche di ogni omelia liturgica, pronunciate da Cristo nella sinagoga di Nazaret, e questo avviene in ogni omelia. Il Concilio ha espresso molto bene questo concetto in SC 35, 2: “La predicazione attinga anzitutto alle fonti della sacra Scrittura e della liturgia, poiché essa è L’annunzio delle mirabili opere di Dio nella storia della salvezza, ossia nel mistero di Cristo, mistero che è in mezzo a noi sempre presente ed operante, soprattutto nelle celebrazioni liturgiche”. Una tale affermazione non era stata più ripresa nei libri liturgici nuovi, fino al 1989, quando la seconda edizione del Lezionario la cita nelle premesse: “Tenuta di norma da colui che presiede, l’omelia nella celebrazione della Messa ha lo scopo di far sì che la proclamazione della parola di Dio diventi, insieme con la liturgia eucaristica, quasi un annunzio delle mirabili opere di Dio nella storia della salvezza, ossia nel mistero di Cristo “(OLM 24).
In concreto, per fare una buona omelia, che sia non solo bella ma anche efficace, mi sento di suggerire due criteri, che sembrano talmente ovvi, da risultare banali:
1. Avere qualcosa da dire. È possibile che un omileta (vescovo, prete o diacono) non abbiano sempre da comunicare qualche cosa su Gesù Cristo, la sua opera e il suo messaggio? Per far questo, è necessario che preventivamente egli prepari la sua omelia. Normalmente si parte dal Vangelo. Questo ci narra di Gesù, o di un suo miracolo, o di un suo insegnamento. L’omelia deve far vedere che il miracolo è “segno” di ciò che Cristo fa oggi a noi, nella celebrazione eucaristica. Il messaggio è oggi rivolto a noi. Quale messaggio? Talvolta il brano evangelico ne presenta più di uno. Allora sarà necessario confrontare il testo evangelico con la prima lettura, tratta dall’Antico Testamento, e scelta proprio per illustrare un aspetto del vangelo. Ci si aiuterà anche con il salmo responsoriale che riprende il tema della prima lettura. Si potrà guardare il versetto dell’Alleluia che prepara al Vangelo, e soprattutto si veda l’antifona di comunione, che il Messale italiano propone per i singoli anni, traendola dal Vangelo proclamato in quel giorno. Nel momento della comunione, quella frase “si compie oggi per noi”. Si faccia attenzione inoltre all’unità del messaggio, che trova sempre il suo culmine nella pasqua di Cristo, anche se ogni domenica lo si guarda sotto un angolo visuale diverso. L’omileta deve tener conto anche dell’assemblea, della sua situazione esistenziale, perché a questa egli deve “annunziare” quello che Dio in Cristo oggi le dà o le dice.
2. Avere la consapevolezza di comunicare ad altri. Non serve a niente che il discorso sia bello e ben costruito, se non arriva a toccare il profondo degli ascoltatori. È necessario quindi non solo il retto uso dei mezzi tecnici, ma soprattutto l’arte del comunicare. Tu puoi avere una sorgente ricchissima, puoi avere anche delle condutture perfette, ma… se non ti funziona il rubinetto, l’acqua non arriva.
Tante omelie risultano inefficaci, noiose, inutilmente ripetitive, quando non innervosiscono, proprio perché l’oratore non tiene conto dell’assemblea, non dialoga con essa, non la coinvolge e non la interessa. Non si può leggere un’omelia scritta (quando si legge dando l’impressione di leggere); non si può fare un’omelia con gli occhi chiusi, o che guardano nel vuoto…
Un annunzio, il lieto annunzio (= vangelo) deve comunicare gioia, deve far superare, con la sua luce, le situazioni di disagio, deve dare speranza agli sfiduciati. Per questo è necessario che l’omileta, per primo, sia “preso” dalla forza e dalla luce della Parola, e ne diventi testimone convinto e convincente.
Non si può sperare di rinnovare la fede e la prassi del popolo cristiano, se non si rinnovano gli apostoli del Vangelo.

21. LA PAROLA CELEBRATA
di Ildebrando Scicolone

Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha disposto che i tesori della Sacra Scrittura fossero più abbondantemente aperti e messi a disposizione dei fedeli nella celebrazione della liturgia, e non solo eucaristica. Mentre prima si celebravano quasi tutti i sacramenti senza la liturgia della Parola, oggi questo non è più possibile Sì può avere una celebrazione della sola Parola, ma non una celebrazione del solo sacramento. È infatti la Parola di Dio che dà significato ai segni sacramentali.
Nella Celebrazione eucaristica, per la verità, non è mai mancata la Parola. Questo risale alla stessa “vigilia della sua Passione”, quando Gesù fece la sua cena “pasquale” con i suoi discepoli Nella Cena pasquale ebraica, una parte importante aveva il “racconto” delle meraviglie operate da Dio al tempo dell’Esodo. Nel racconto del viaggio dei due discepoli verso Emmaus, ci dà una interpretazione del senso della Scrittura nella celebrazione. Gesù non legge le Scritture, ma aiuta a scoprire in esse la Sua Persona e la Sua missione: “spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (Lc 24, 27). Essi poi “lo riconobbero” (v. 31) nello spezzare il Pane, Di qui il rapporto stretto tra Parola e Cena eucaristica. Lo stesso Cristo, presente nelle Scritture, è presente nell’Eucaristia.
Per eseguire la decisione del Concilio, la riforma liturgica ha prodotto una serie di lezionari, sia per la messa che per le altre celebrazioni, seguendo i quali, nell’arco di due o tre anni, leggiamo quasi tutta la Scrittura. Certamente questo fatto è grande fonte di istruzione o formazione permanente del popolo cristiano. Ma, attenzione. Lo scopo della celebrazione non è l’istruzione. Ci sono altri tempi per far questo: l’evangelizzazione o la catechesi. Nella liturgia noi celebriamo il mistero di Cristo, in quanto lo rendiamo presente, perché noi ne veniamo a contatto, e “toccandolo” siamo salvati.
Nella liturgia non leggiamo un testo scritto, ma ascoltiamo una Parola viva, cioè Cristo stesso. La Parola non è nè letta, né proclamata, ma celebrata. È per questo che noi veneriamo il Libro (dei Vangeli): lo portiamo in processione, viene deposto sull’altare, da lì il diacono lo prende, mentre tutto il popolo in piedi acclama (con l’Alleluia) al Cristo-Parola-Sapienza, processionalmente in mezzo a due candelieri lo porta all’ambone, lo incensa, alla fine lo bacia o lo porta a baciare al Vescovo, che con esso benedice il popolo. Tutti questi segni di venerazione non sono indirizzati al libro in sé, ma ad esso in quanto li è presente Cristo Signore.
Nella liturgia della Parola, prima di ascoltare quello che Dio ci dice, sarà bene pensare che è Dio stesso che ci parla. Riflettiamo che leggere un discorso, per es. del Papa, sull’Osservatore Romano, è diverso dall’ascoltare direttamente il Papa mentre parla. Le parole sono le stesse, ma il contesto è molto differente. Dovremmo avere lo stesso atteggiamento che ebbe il re Giosia quando gli fu letto il libro della Legge che era stato trovato (cfr 2 Cr34, 21). S. Paolo, a sua volta, loderà i Tessalonicesi “perché – dice – avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione, l’avete accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio che opra in voi che credete” (I Ts 2, l3).
Elenchiamo semplicemente alcuni principi teologici della celebrazione della Parola:
È già un “evento” il fatto che Dio ci parla. Le premesse al Lezionario (n. 3) dicono: “La stessa celebrazione liturgica, che si fonda e si appoggia alla Parola di Dio, diventa un nuovo evento”.
Il testo continua dicendo che il momento celebrativo “arricchisce la stessa Parola di nuova interpretazione ed efficacia”. Sono parole dense e forti, da rileggere e meditare. La Parola di Dio risuona nell’assemblea, ed ogni volta provoca una nuova e più profonda conoscenza di essa, proprio perché si fa esperienza di quella forza ed efficacia. Altro è il leggere un testo della S. Scrittura, altro è ascoltare Dio che ti parla. L’uso poi che la liturgia fa della Scrittura è motivo di nuova interpretazione: e questa non è di questo o di quell’esegeta, ma della Chiesa che celebra. Porto un esempio tra i mille che si potrebbero portare. La liturgia accosta il brano evangelico dell’adultera al testo di Daniele, in cui si parla di Susanna. Le due situazioni sono diverse. Susanna è innocente, l’adultera è colta in flagrante adulterio. In comune ci sono i “vecchi” accusatori. Ambedue alla fine vengono assolti. Dall’accostamento che la liturgia fa, risulta che nell’AT vigeva la giustizia, per cui l’innocente è riconosciuta e i colpevoli sono condannati, mentre nel NT la colpevole è assolta, perché il NT è il tempo della misericordia.
Nella eucarestia domenicale, la Chiesa legge tre brani: il primo dall’AT (tranne che nel Tempo pasquale, nel quale legge gli Atti degli Apostoli); il secondo dalle Lettere apostoliche e il terzo da uno dei Vangeli. Non mi fermo qui a vedere con quali criteri sono scelti i libri e i testi. Dico solo che sono tre brani, non sempre collegati da un unico tema (l’Apostolo si legge in forma continua, e quindi non armonizzabile con le altre due letture), che però vogliono sempre rendere presente tutta la storia della salvezza che ha il suo culmine e la sua chiave di volta nella Pasqua del Signore. Partendo, ogni domenica, da tre punti differenti, si vuole mostrare tutto il piano -salvifico di Dio. La Parola rende presente tutto il mistero (nel senso paolino). Questo stesso mistero, e nella sua globalità, viene reso presente nella celebrazione dell’eucaristia. Cosicché quello che la Parola annunzia, il sacramento lo realizza. Non si tratta di due misteri, ma dell’unico mistero presentato dalla Parola e dal sacramento.
Cerniera tra queste due parti dell’unico atto liturgico è l’omelia. Essa non è una lezione, né una predica, ma “come l’annunzio delle meraviglie di Dio nella storia della salvezza, ossia nel mistero di Cristo” (SC 35,2; OLM 24). Il senso dell’omelia è mostrare quello che abbiamo detto, che cioè quella Parola che è risuonata ai nostri orecchi “si compie oggi” per noi (cfr Lc 4, 21).
E che si compie, è attestato dal canto di comunione. Il Messale italiano ha come testo del canto di comunione uno o due versetti tratti dal Vangelo proclamato in quel giorno. Questo significa che nel momento della comunione, quel testo “si compie” per noi. Se, per es. nella seconda domenica di Pasqua, il Vangelo ha il dialogo di Gesù con Tommaso, l’antifona di comunione dice: “Accosta la tua mano, tocca il luogo dei chiodi… e non essere incredulo ma credente”. Nel momento in cui l’assemblea canta queste parole, esse non sono più rivolte a Tommaso, ma a noi, che di fatto ci alziamo, accostiamo la mano (o la bocca) e tocchiamo (anzi addirittura mangiamo) il corpo glorioso di Cristo. La nostra reazione è quella di Tommaso? Lo si veda questo in ogni antifona di comunione delle domeniche.
La celebrazione eucaristica è sostanzialmente sempre la stessa: ogni volta mangiamo lo stesso Pane, beviamo allo stesso calice, pronunciamo la stessa preghiera eucaristica. Quello che cambia è proprio la liturgia della Parola. È questa che ci fa vedere l’unica Pasqua nei suoi vari aspetti e nelle sue varie implicanze. La multiforme ricchezza ed efficacia della Pasqua è illustrata dalla varietà dei testi che vengono proclamati.
Una tale esperienza della presenza dinamica del Signore risorto in mezzo a noi deve provocare una nostra risposta, che non può essere solo rituale, ma deve darsi con la vita. La Parola provoca la conversione, non solo per la forza intrinseca che essa possiede, ma per l’esperienza che di essa facciamo nella celebrazione. La morale cristiana non è separata dalla liturgia, ma scaturisce da essa: se abbiamo incontrato il Signore, se abbiamo “partecipato” alla sua morte e risurrezione, dobbiamo vivere da risorti, da uomini nuovi.

22. L’omelia
di Ildebrando Scicolone

“Si raccomanda vivamente l’omelia, che è parte dell’azione liturgica” (SC 52). Con queste parole il Concilio riprende un termine, che era diventato sconosciuto: omelia. Prima, infatti, si parlava di “predica”. Dicendo poi che l’omelia “è pane dell’azione liturgica”, il Concilio corregge quanto nel 1960 diceva il nuovo “Codice delle rubriche”: “mentre si fa la predica, si sospende la celebrazione”. Allora non si faceva omelia, ma – dopo il Vangelo – si faceva o la sua spiegazione, o un’esortazione morale, o una lezione di catechismo (solo allora si aveva la possibilità di parlare agli adulti!).
Il termine greco “omilia”si trova già nei primi documenti dei Padri della Chiesa: S. Giustino, al II secolo, la cita esplicitamente tra i momenti della celebrazione eucaristica (I Apologia, capp. 65 e 67). Essa è in continuità con la parola viva di Gesù che, nella sinagoga di Nazaret spiega e attualizza il testo d’Isaia, o che lungo la via verso Emmaus mostra quello che nelle Scritture lo riguardava; è ancora in continuità con la parola dell’Apostolo nelle assemblee (vedi a Troade, quando “riuniti per spezzare il pane, Paolo… conversava con loro”: Atti 20, 7).
L’omelia, se è “parte dell’azione liturgica”, è azione di Cristo? Ha valore sacramentale? In SC 7 si afferma che “Cristo… è presente nella sua parola, perché è lui che parla quando nella Chiesa si leggono [e si spiegano] le sacre Scritture”. Le parole tra parentesi erano presenti -nello schema, e furono tolte dal testo finale. Le premesse al lezionario (OLM 24) però, in qualche modo le riprendono, quando si dice: “sempre poi Cristo è presente ed agisce nella predicazione della sua Chiesa”. È chiaro che i predicatori per primi devono essere coscienti di questa verità.
Dicevamo che l’omelia non è una lezione di catechismo o di teologia: è un’altra la sede o il momento per farla. Non è nemmeno una predica morale. Questi due aspetti possono essere presenti nell’omelia, ma non sono l’omelia. Durante la liturgia, stiamo celebrando Gesù Cristo, rendendo presente la sua persona e la sua opera salvifica: non si dimentichi mai questa situazione esistenziale. La Parola di Dio ha reso presenti gli eventi salvifici, che culminano nella Pasqua di Cristo e nostra, e si attueranno nel momento sacramentale. L’omelia allora è la parola viva che “mostra” come quegli eventi “si compiono oggi per noi”. Queste sono le parole programmatiche di ogni omelia liturgica, pronunciate da Cristo nella sinagoga di Nazaret, e questo avviene in ogni omelia. Il Concilio ha espresso molto bene questo concetto in SC 35, 2: “La predicazione attinga anzitutto alle fonti della sacra Scrittura e della liturgia, poiché essa è L’annunzio delle mirabili opere di Dio nella storia della salvezza, ossia nel mistero di Cristo, mistero che è in mezzo a noi sempre presente ed operante, soprattutto nelle celebrazioni liturgiche”. Una tale affermazione non era stata più ripresa nei libri liturgici nuovi, fino al 1989, quando la seconda edizione del Lezionario la cita nelle premesse: “Tenuta di norma da colui che presiede, l’omelia nella celebrazione della Messa ha lo scopo di far sì che la proclamazione della parola di Dio diventi, insieme con la liturgia eucaristica, quasi un annunzio delle mirabili opere di Dio nella storia della salvezza, ossia nel mistero di Cristo “(OLM 24).
In concreto, per fare una buona omelia, che sia non solo bella ma anche efficace, mi sento di suggerire due criteri, che sembrano talmente ovvi, da risultare banali:
Avere qualcosa da dire. È possibile che un omileta (vescovo, prete o diacono) non abbiano sempre da comunicare qualche cosa su Gesù Cristo, la sua opera e il suo messaggio? Per far questo, è necessario che preventivamente egli prepari la sua omelia. Normalmente si parte dal Vangelo. Questo ci narra di Gesù, o di un suo miracolo, o di un suo insegnamento. L’omelia deve far vedere che il miracolo è “segno” di ciò che Cristo fa oggi a noi, nella celebrazione eucaristica. Il messaggio è oggi rivolto a noi. Quale messaggio? Talvolta il brano evangelico ne presenta più di uno. Allora sarà necessario confrontare il testo evangelico con la prima lettura, tratta dall’Antico Testamento, e scelta proprio per illustrare un aspetto del vangelo. Ci si aiuterà anche con il salmo responsoriale che riprende il tema della prima lettura. Si potrà guardare il versetto dell’Alleluia che prepara al Vangelo, e soprattutto si veda l’antifona di comunione, che il Messale italiano propone per i singoli anni, traendola dal Vangelo proclamato in quel giorno. Nel momento della comunione, quella frase “si compie oggi per noi”. Si faccia attenzione inoltre all’unità del messaggio, che trova sempre il suo culmine nella pasqua di Cristo, anche se ogni domenica lo si guarda sotto un angolo visuale diverso. L’omileta deve tener conto anche dell’assemblea, della sua situazione esistenziale, perché a questa egli deve “annunziare” quello che Dio in Cristo oggi le dà o le dice.
Avere la consapevolezza di comunicare ad altri. Non serve a niente che il discorso sia bello e ben costruito, se non arriva a toccare il profondo degli ascoltatori. È necessario quindi non solo il retto uso dei mezzi tecnici, ma soprattutto l’arte del comunicare. Tu puoi avere una sorgente ricchissima, puoi avere anche delle condutture perfette, ma… se non ti funziona il rubinetto, l’acqua non arriva.
Tante omelie risultano inefficaci, noiose, inutilmente ripetitive, quando non innervosiscono, proprio perché l’oratore non tiene conto dell’assemblea, non dialoga con essa, non la coinvolge e non la interessa. Non si può leggere un’omelia scritta (quando si legge dando l’impressione di leggere); non si può fare un’omelia con gli occhi chiusi, o che guardano nel vuoto…
Un annunzio, il lieto annunzio (= vangelo) deve comunicare gioia, deve far superare, con la sua luce, le situazioni di disagio, deve dare speranza agli sfiduciati. Per questo è necessario che l’omileta, per primo, sia “preso” dalla forza e dalla luce della Parola, e ne diventi testimone convinto e convincente.
Non si può sperare di rinnovare la fede e la prassi del popolo cristiano, se non si rinnovano gli apostoli del Vangelo.

23. Offerte per il corpo di Cristo
Ildebrando Sciclone

Nel presentare globalmente la struttura della celebrazione eucaristica, abbiamo già accennato che il termine “offertorio” è tuttora non solo legittimo, ma molto importante per la comprensione del senso della celebrazione. Alcuni, anzi molti, affermano che sarebbe meglio chiamare questa parte “preparazione dei doni”, perché noi non offriamo al Padre pane e vino, ma il sacrificio di Cristo, cosa che faremo all’interno della preghiera eucaristica.

Ci sono tuttavia tanti motivi per mantenere il termine tradizionale. È vero che il testo italiano della preghiera che accompagna il gesto di presentazione suona così: “lo presentiamo a te…”, ma l’originale latino usa ancora il termine “quem tibi offerimus”, “quod tibi offerimus”. E le preghiere che concludono questo rito non si chiamano “sulle offerte”? E se guardiamo dentro tali preghiere, quante volte non incontriamo il termine “offerte”?

È vero: il Signore non ha bisogno di pane e di vino. Questi sono elementi che servono per la celebrazione dell’eucaristia. Ma essi stessi hanno tanti significati:
– il pane ricorda la pasqua come liberazione, se pensiamo che gli ebrei in Egitto mangiarono il pane dell’afflizione;
– il vino (sangue) ricorda la pasqua come alleanza (vedi le parole sul calice);
– come frutto della terra, sono doni di Dio, e offrirli a lui significa riconoscere che sono suoi, anche se servono a noi;
– come frutto del lavoro dell’uomo, esprimono l’offerta di tutta la nostra vita, secondo quello che dice S. Paolo in Rom 12, 1: “vi esorto, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come vittima santa, gradita a Dio: è questo il vostro culto spirituale”.

Potremmo però dire ugualmente: cose se ne fa Dio di noi, misere creature? L’offerta che soddisfa pienamente il Padre, e che salva il mondo è quella perfetta di Cristo. Però, nel sacrificio eucaristico, Gesù “associa a sé la Chiesa, sua sposa direttissima”. Nell’offertorio, allora, noi ci offriamo. La preghiera eucaristica, con l’invocazione dello Spirito Santo, ci trasformerà in “corpo di Cristo” (come il pane e il vino diventeranno “corpo e sangue” sacramentali), e così saremo offerta gradita al Padre, perché diventati “il corpo totale” del Figlio suo.

Oltre al pane e al vino (con l’acqua), i fedeli sono invitati a portare altre offerte o in natura o in denaro. La prassi è antica quanto il cristianesimo. S. Paolo, in I Cor 16, 2 scrive: “ogni primo giorno della settimana ciascuno metta da parte ciò che gli è riuscito di risparmiare, perché non si facciano le collette proprio quando verrà io” (su questa raccolta,vedi 2 Cor 8-9). Paolo non dice che si debba fare durante la “santa Cena”, come lui chiama la celebrazione eucaristica, ma

– dice di farla “nel primo giorno della settimana”, cioè in quella dell’eucaristia;
– per indicare questo “servizio” che si fa ai poveri di Gerusalemme, usa il termine “liturgia”, anche se non nel senso rituale.

La prassi attestata in seguito ci fa risalire dunque a questa colletta. Un importante testimone successivo è S. Giustino, nella prima Apologia. In esso, dopo averci dato lo schema dell’eucaristia del “giorno del sole”, dice: “coloro che possono, portano offerte a colui che presiede, e questi provvede ad aiutare gli orfani, le vedove e coloro che sono in difficoltà” (cap. 67). Anche la Tradizione Apostolica d’Ippolito ha due capitoli su queste altre offerte: “se qualcuno offre dell’olio” (cap. 5); “se qualcuno offre formaggio e olive…” (cap. 6). La colletta ha dato luogo in seguito alla processione offertoriale. Quando è venuta meno la partecipazione del popolo, la materia per il sacramento, è stata portata (dalla credenza) all’altare dai ministri; le altre offerte si sono ridotte solo alla “colletta” del denaro, non più portato all’altare, ma direttamente in sagrestia. Oggi, il Messale riformato dopo il Concilio, ha voluto che fosse ripristinata la processione con i doni (anche il denaro!) all’altare.

Il rito d’offertorio allarga l’orizzonte dell’assemblea. Se i riti d’ingresso hanno come scopo quello che “i fedeli formino una comunità”, i riti d’offertorio aprono gli occhi di questa comunità alle necessità dei fratelli. Noi con loro formiamo il corpo di Cristo (quello che oggi chiamiamo “mistico”). Possiamo dire quindi che le offerte presentate servono tutto al “corpo di Cristo”, o a quello sacramentale (il pane e il vino) o a quello ecclesiale (altre offerte). Tra i due “modi di essere” del corpo di Cristo viene quindi a stabilirsi un rapporto tale, perciò il corpo eucaristico è “sacramento” (cioè segno che rende presente a suo modo) non solo del corpo “fisico” di Cristo (che è in cielo e siede alla destra del Padre), ma anche del corpo ecclesiale di Cristo (che è la Chiesa).

Dati questi principi, si comprende facilmente che all’offertorio non vanno portati oggetti che hanno altri significati simbolici. Non ha senso portare all’altare strumenti di lavoro, per significare la propria fatica (portiamo il frutto, che serve agli altri); non si portano all’altare quelli che sono i segni della propria professione cristiana o religiosa (la Bibbia, la Regola, il Crocifisso, la corona del Rosario, e simili): queste cose ce le dà il Signore o la Chiesa, non siamo noi a portarle a Dio. Ancora peggio sarebbe portare qualche opera, pur prodotta dal lavoro dell’uomo, ma che è un regalo per il sacerdote o per la chiesa (materiale), come un quadro, o una scultura o un calice o anche una busta con denaro. Cosi facendo, viene snaturato il significato dell’offerta “per il corpo di Cristo”.

Il rito di offertorio, così come lo abbiamo presentato, può essere chiamato “il rito della carità” (cfr C. VALENZIANO, L’Anello della Sposa, Ed Qiqaion). La processione offertoriale infatti è un gesto di carità. Il canto che accompagna tale processione (lo dico tra parentesi, si può cantare anche quando non si facesse la processione, mentre il sacerdote fa la presentazione a Dio e depone le offerte sulla mensa. Le preghiere che accompagnano tali gesti sono da dirsi sottovoce. Il sacerdote può dirle ad alta voce, se non si fa il canto) dovrebbe esprimere tale valore. Nel messale non viene riportata nessuna antifona di offertorio, perché non spetta al sacerdote, e se non si canta, non si dice (a differenza dell’antifona di ingresso e di comunione). L’unica eccezione è fatta per la Messa in “coena Domini” il giovedì santo. Il Messale riporta come canto di offertorio l’Ubi caritas est vera, Deus ibi est (Dov’è carità e amore, lì c’è Dio). Dovremmo rimettere a posto questo canto, visto che abitualmente viene consigliato ed usato come canto di comunione.

24. La preghiera eucaristica romana
di Ildebrando Scicolone

Fino al 1969 il rito romano aveva una sola preghiera eucaristica, con il nome di “canone” della messa, dove il termine significa “norma, regola, misura” dell’azione liturgica. Possiamo affermare che questa preghiera costituisce la “forma” del sacramento dell’eucaristica. Altri riti liturgici hanno preghiere eucaristiche diverse. I bizantini, per es., ne hanno due e le chiamano “anafora”, ossia elevazione.
La storia della liturgia spiega non solo le origini, ma anche le differenze delle varie preghiere eucaristiche antiche. Bisogna che distinguiamo almeno le due grandi famiglie delle liturgie orientali, la antiochena e la alessandrina: nella struttura del canone il rito romano segue più quella alessandrina che quella antiochena (noteremo a suo tempo le divergenze).
Se guardiamo un messale precedente al Vaticano II, vediamo che il titolo “Canon Missae” si trova dopo tutti i prefazi, e inizia con le parole “Te igitur”, dopo una pagina dove è raffigurata (in incisione) una crocifissione. Questa deriva dalla miniatura che ornava la lettera iniziale T; che facilmente fa pensare alla croce. Questo fatto però ha fatto considerare fuori del canone il testo del prefazio. È necessario che si ribadisca oggi che la preghiera eucaristica comincia con il dialogo iniziale del prefazio. Nel nuovo Messale (ed. ital. del 1973), oltre al “venerabile” canone romano, diventato “preghiera eucaristica I”,’vi sono altre tre preghiere eucaristiche (nell’ed. del 1983 ve ne sono in appendice altre tre [o sei]: la V/A, V/B, V/C, V/D e le due per la riconciliazione).
Non possiamo qui studiarle tutte. Perciò ci limitiamo a vedere la struttura di ogni preghiera eucaristica, per comprenderne i vari significati. La divisione che presento differisce leggermente da quella che ci dà il testo di “Principi e Norme”.

Il dialogo iniziale. Tra il celebrante e l’assemblea si svolge un breve dialogo, che comincia con il saluto. Lo troviamo per la prima volta nel testo della Tradizione apostolica di Ippolito. Lì però è il vescovo appena ordinato che, aprendo per la prima volta la bocca per la preghiera eucaristica, saluta il suo popolo. Adesso, questo saluto può avere solo il senso che il celebrante “solus intrat in canonem”, per ricordare una formula dell’Ordo Romanus I: egli, per così dire, entra nella preghiera mistica (o “misterica”?). Poi invita ad innalzare il cuore (la mente) a Dio, e infine a “rendere grazie”. Inizia così la preghiera, detta appunto “eucaristica” (= di ringraziamento).

L’Eucarestia. La preghiera inizia con “E’ veramente cosa buona e giusta… rendere grazie”. Si pensi a tutte le volte che S. Paolo ci esorta a rendere grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo. Noi non abbiamo nulla da offrire a Dio, abbiamo solo da ringraziarlo per quanto ci ha dato. Il motivo del nostro ringraziamento diventa perciò una “anamnesis”, cioè un ricordare a Dio quello che ha fatto. Si noti che la preghiera eucaristica è sempre rivolta al Padre, per il Figlio, nello Spirito Santo.
Il motivo particolare del ringraziamento. Celebriamo l’eucaristia ogni domenica, anzi ogni giorno. E il motivo prossimo lo troviamo nella festa che ci raduna: un giorno è Pasqua, un altro giorno è Natale, un giorno si celebra un matrimonio, un altro giorno un funerale. Il motivo prossimo del ringraziamento cambia quindi ogni giorno e in ogni celebrazione. Ecco perché abbiamo la prima parte della preghiera (con termine latino
si chiama praefatio [prefazione]) variabile. Nel messale attuale abbiamo 86 prefazi nel testo latino e 117 in quello italiano. (1) Ciò costituisce una grande ricchezza, se si pensa che, prima del Concilio, avevamo solo 15 prefazi. Studiandoli, possiamo comprendere il senso profondo di una festa o di un sacramento. Notiamo soprattutto che non ringraziamo Dio per ciò che ha fatto a Cristo, alla Madonna o ai Santi, ma per ciò che ci ha fatto con l’evento cristologico, o con la Madonna e i Santi. La conclusione del prefazio, mentre ci mette in comunicazione con gli Angeli e i Santi, introduce noi nel loro coro, facendoci cantare, già qui sulla terra, l’inno angelico: Santo, santo, santo…

La storia delta salvezza. La preghiera riprende con il “Veramente santo”, e continua ad esporre il motivo del ringraziamento. Qui però esso si allarga e comprende tutta la storia della salvezza. Essa è ricordata in modo molto sintetico (vedi la PE II) o più esteso (vedi la PE IV). Questa storia che va dalla creazione, anzi dall’eternità di Dio fino all’attesa della venuta del Cristo alla fine dei tempi, ha il suo centro e il suo culmine in Cristo e nella sua Pasqua di morte e risurrezione. Tappa obbligata, in questa preghiera è ciò che Gesù fece “la vigilia della sua passione”, o “nella notte in cui era tradito. E’ il

Racconto dell’istituzione. Si tratta di quella parte che abbiamo sempre chiamato “la consacrazione”. (2) Di fatto noi “raccontiamo”, cioè “facciamo presente” a Dio ciò che Cristo ha fatto. Ora ciò che è presente a Dio, è realmente presente. La forza evocativa del racconto fa’ sì che l’evento raccontato si renda oggi presente. (3)

L’anamnesis è l’offerta. Dopo il racconto dell’istituzione, si ricapitola per così dire, quanto abbiamo raccontato; è quella che si chiama “anamnesis” in senso stretto, perché esplicitamente usa i termini “ricordiamo”, “celebriamo il memoriale” e simili. Il verbo, in questa parte, non è più al passato, ma al presente. Cosa facciamo ora? Ricordiamo (a Dio!) e offriamo il sacrificio di Cristo, che si è reso presente nel sacramento.

L’epiclesi. Anche se la preghiera è eucaristica (=di ringraziamento), una domanda la presentiamo. Chiediamo quello che Gesù ci ha detto di chiedere: lo Spirito Santo. (4) Lo Spirito del Padre e del Figlio è chiesto su (epiclesis= chiamare sopra) i doni e sugli offerenti. (5) Lo Spirito Santo è colui che fa “il corpo di Cristo”, sia quello “eucaristico”, sia quello ecclesiale o “mistico”, Lui che ha fatto il Corpo “fisico” di Cristo nel grembo della Beata Vergine Maria. La PE III è a questo proposito la più esplicita, specialmente nel testo italiano (si confrontino le due formule): Manda il tuo Spirito a santificare i doni che ti offriamo, perché diventino il corpo e il sangue del tuo amatissimo Figlio….e a noi che ci nutriamo del Corpo e Sangue del tuo Figlio, dona la pienezza dello Spirito Santo, perché diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito. Mi piace far notare che di queste due trasformazione sono ordinate l’una all’altra, e la più importante è la seconda, cioè la nostra trasformazione. In tanto il pane il vino diventano “corpo e sangue” di Cristo, in quanto servono (sono infatti “sacramento” cioè “segno e strumento”) a trasformare noi in Corpo di Cristo. Questo è lo scopo della ripetuta celebrazione. Se una sola messa bastasse a trasformare tutta l’assemblea nel Corpo di Cristo, non sarebbe necessaria la ripetizione. Ora lo Spirito Santo non trova ostacoli nel trasformare il pane e il vino, ma trova la durezza del nostro cuore (e la nostra libertà), per cui è necessario che ci metta nel fuoco della forgia e ci dia tante di quelle martellate (a noi che siamo più duri del ferro) finché non prendiamo la “forma” di Cristo.

Le intercessioni. La Chiesa che viene edificata in Corpo di Cristo dallo Spirito Santo è una, ma in stati diversi. Noi sulla terra formiamo la Chiesa pellegrina, in cielo ci sono i nostri fratelli che hanno già raggiunto la pienezza e la beatitudine, nel “purgatorio” ci sono le anime sante che ancora non godono della visione beatifica. Questa unica e insieme triplice realtà è il contenuto di quel dogma della “comunione dei Santi” che noi crediamo. Nella preghiera eucaristica siamo in comunione con la chiesa celeste, e preghiamo per la Chiesa pellegrina e purgante. (6)

La dossologia. La conclusione della preghiera è una dossologia, cioè una “glorificazione” del Padre, per il Figlio, nello Spirito. Abbiamo cominciato con un ringraziamento, concludiamo con una glorificazione.

AMEN. Questa parola è la firma dell’assemblea. È l’unica parola scritta nel testo dell’Apologia di Giustino: mentre dice che il presidente fa una preghiera secondo la sua capacità, precisa che tutti rispondiamo: Amen.

Note

(1) Nella tradizione occidentale (romana, ispanica, gallicana, ambrosiana) sono stati trovati e pubblicati circa 1600 prefazi. Oltre a quelli del Messale romano, oggi sono in uso tanti altri prefazi nelle Chiese particolari o negli Ordini religiosi, come sono da ricordare i 46 prefazi mariani della Raccolta di Messe in onore della B. V. Maria.
(2) Sarà meglio chiamare questa parte “racconto dell’istituzione”, perché tutta la preghiera è “consacratoria”. Vedi appresso la questione dell’epiclesi.
(3) Nel “venerabile” canone romano, da 1500 anni si perpetua una espressione che “grammaticalmente” è erronea, ma che “teologicamente” è una perla: “Allo stesso modo, dopo aver cenato, egli prese questo glorioso calice…”. Le due parole in corsivo fanno a pugni: “prese” è un passato, “questo” è un presente. Come ha fatto Gesù a prendere “allora” questo [di ora] calice? La verità è che Gesù, persona divina, agisce nel tempo, ma le sue azioni sono “fuori dal tempo”: con la preghiera anamnetica (memoriale) noi siamo “contemporanei” di Cristo.
(4) Cfr Lc 11, 13: “Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono”.
(5) Così, insieme, nella tradizione antiochena, mentre in quella alessandrina e romana, le due richieste sono separate. Lo Spirito Santo è invocato sui doni (pane e vino) prima del racconto dell’istituzione, e su “noi” dopo l’anamnesi specifica. Gli orientali credono che la trasformazione del pane nel corpo e del vino nel sangue avvenga quando si invoca lo Spirito perché trasformi; noi occidentali abbiamo pensato che la “transustanziazione” avvenga “in forza delle parole” di Cristo. Perciò, per noi non avrebbe senso invocare lo Spirito sui doni, dopo che questi sono già stati trasformati. Per superare la polemica, bisogna pensare, come ho detto, che tutta la preghiera è consacratoria, e non ha senso domandarsi in quale preciso istante il corpo e il sangue di Cristo si rendano presenti sull’altare.
(6) Queste intercessioni non sono una ripetizione della preghiera dei fedeli. Lì la Chiesa (i fedeli, appunto) prega per il mondo; qui, nella preghiera eucaristica, è l’assemblea che prega per la Chiesa.

25. Il sacramento della comunione
di Ildebrando Scicolone

Ho già abbondantemente illustrato come la partecipazione rituale ed effettiva al banchetto eucaristico esprima ed esiga la comunione con i fratelli. Altrimenti, avremmo un segno, cui non corrisponderebbe la realtà Questo mi porta a ribadire che la celebrazione non è staccata dalla vita, anzi ne è il sacramento, cioè “segno” che la manifesta, e “strumento” perché si realizzi sempre più. Lo scopo della vita cristiana, che si esprime e realizza a livello sacramentale nella comunione eucaristica, è la nostra unione con Cristo, fino a che noi “diventiamo in Lui un solo corpo e un solo spirito”.

A questo tende tutta l’azione della Chiesa, come recita un testo della Costituzione Liturgica del Vaticano, di cui ci apprestiamo a celebrare il 40° anniversario: “Il lavoro apostolico… è ordinato a che tutti, diventati figli di Dio mediante la fede e il battesimo, si riuniscano in assemblea, lodino Dio nella Chiesa, prendano parte al sacrificio e alla mensa del Signore” (SC 10).

Il gesto di mangiare il corpo di Cristo e di bere il suo sangue, significa la nostra partecipazione alla sua morte e risurrezione. Si tratta del suo corpo “offerto in sacrificio” e del suo “sangue versato”. La Pasqua di Cristo non è soltanto un evento della storia passata, ma si rende presente perché noi ne siamo “toccati” e da esso salvati.

I Padri della Chiesa insistono sulla nostra trasformazione in ciò che riceviamo. Nell’ultima Enciclica, il Papa Giovanni Paolo II ricorda un testo di sant’Agostino: “Se voi siete il suo corpo e le sue membra [cfr I Cor 12,27], sulla mensa del Signore è deposto quel che è il vostro mistero; sì, voi ricevete quel che è il vostro mistero” (Sermone 272), cioè “ricevete quello che siete, e diventate ciò che ricevete”.

Il momento della comunione quindi porta a compimento tutto ciò che l’intero rito della Messa ha finora significato:

1. I riti di ingresso avevano lo scopo di “formare una comunità”. Ora si giunge al culmine: noi diventiamo una sola persona, quella di Gesù Cristo, perchè in Lui “non c’è più giudeo nè greco; non c’è più schiavo nè libero; non c’è più nè uomo nè donna, poiché tutti voi siete UNO in Cristo” (Gal 3, 28). Porta a compimento anche i riti dì offertorio, nei quali avevamo espresso la carità verso i fratelli più poveri, perché anche con essi diventiamo uno, e si compie quell’altra parola de! Signore: ciò “che avete fatto ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40).

2. Nella liturgia della Parola, abbiamo visto come la storia della salvezza, che ha il suo compimento nella Pasqua di Cristo, si rende presente. Ma abbiamo anche notato che tale presenza raggiunge il massimo della sua efficacia nell’eucaristia. Se allora “ci ardeva il cuore nel petto… quando ci spiegava le Scritture” (Lc 24, 32), ora lo riconosciamo “nello spezzare il pane” (Lc 24, 35). Nella comunione si adempie per noi questa Scrittura che abbiamo udito con i nostri orecchi (cfr Lc 4, 21). Ne sono conferma le antifone alla comunione, tratte dal Vangelo del giorno, previste dal Messale italiano per le domeniche nei tre cicli. La comunione sotto le due specie significherebbe meglio la nostra partecipazione alla Pasqua salvifica, perché il pane “significa” la liberazione dall’afflizione, mentre il sangue significa la stessa Pasqua come alleanza.

3. Nella preghiera eucaristica, dopo aver offerto al Padre il sacrificio pasquale del Signore Gesù, abbiamo chiesto per noi lo Spirito Santo, perché diventassimo un solo corpo e un solo spirito”. Ciò si compie nel momento della comunione.
La partecipazione al banchetto eucaristico dà luce alla giornata. Questa diventa il “giorno del Signore” Risorto, perché lo incontriamo, lo riconosciamo, ci uniamo a lui.
Sentiamo ogni tanto parlare di “mistica”. E pensiamo che si tratti di doni o fenomeni straordinari (estasi, visioni, levitazioni…), che hanno sperimentato alcuni santi, detti appunto “mistici”. Dimentichiamo che il termine “mistica” è un aggettivo femminile, che si accompagna alla parola (sottintesa) “unione”. Che cosa è l’unione mistica, se non la comunione sacramentale, quando si realizza con il massimo della nostra personale partecipazione. Ne consegue che una comunione eucaristica “ben fatta” è il principio della santificazione, o (per dirla con i Padri orientali) della nostra “divinizzazione”.
La dimensione escatologica del banchetto eucaristico è stata già illustrata. Basti pensare alla formula con cui siamo “invitati alla cena delle nozze dell’agnello” (cfr Apoc. 19,9), già illustrato nel n. 5 del 2001 di questa rivista.
L’identificazione che Gesù fa di se stesso con i fratelli più piccoli, ci impedisce tuttavia dì dimenticare la dimensione ecclesiale-incarnata della nostra comunione. Il Papa, ancora nell’ultima enciclica, ricorda un testo di san. Giovanni Crisostomo, con la quale concludo: “vuoi onorare il corpo di Cristo? Non trascurarlo quando si trova nudo. Non rendergli onore qui nel tempio con stoffe di seta, per poi trascurarlo fuori, dove patisce freddo e nudità.
Colui che ha detto: “Questo è il mio corpo”, è il medesimo che ha detto: “voi mi avete visto affamato e non mi avete nutrito”… A che serve che la tavola eucaristica sia sovraccarica di calici d’oro, quando lui muore di fame? Comincia a saziare lui affamato, poi con quello che resterà potrai ornare anche l’altare”.

segue