12-02-2008-Liturgia-01

12/02/2008 – LITURGIA OPERA DI DIO E DELLA CHIESA – 01/…

LITURGIA

Teologia della Liturgia
per la vita spirituale
di P. Adrien Nocent O. S. B

Stranamente, un gran numero di battezzati ignora ciò che è la liturgia. Ne fa una raccolta di gesti, di preghiere, di cerimonie, di devozioni, di rubriche. A 30 anni dalla promulgazione della Costituzione sulla Liturgia non è ancora stato riconosciuto ciò che vi è scritto sulla massima importanza della liturgia, attività suprema della Chiesa, che oltrepassa ogni altra attività.

Il primo rimedio sarebbe la lettura dei numeri 3-13 della Costituzione sulla Liturgia. In questi numeri viene sviluppata una presentazione essenziale della liturgia come vita, in alcuni articoli chiari e semplici (che evitano alla teologia liturgica di presentarsi senza sfumature, con il pericolo di suscitare entusiasmi fanatici; entusiasmi che non coincidono mai con la verità né con la volontà stessa del Signore). Questi articoli dovrebbero essere letti, spiegati e meditati in comunità, nelle loro concrete conseguenze. Infatti sono capaci di creare una mentalità, cosa che abitualmente ci manca.

Le righe che seguono cercano di sviluppare il punto centrale di ciò che costituisce la specificità della liturgia.

La celebrazione liturgica è attuazione dei gesti di salvezza nell’oggi a nostro favore affinché possiamo diventare noi stessi attori nella e della storia della salvezza che continua nel tempo della Chiesa. Questo significa che la liturgia è essenzialmente “ricordo”, anamnesis, memoria, zikkaron.

La civiltà ellenistica ha conosciuto l’anamnesis. Il culto ricorda ai contemporanei un avvenimento o un eroe importanti per la vita del paese che l’epoca presente non ha conosciuto e che possono servire d’esempio. Per ricordare questi avvenimenti o eroi, si organizzano rappresentazioni teatrali, processioni, si scrivono libri e poemi, si erigono monumenti, statue (per esempio, a Parigi, nel museo del Louvre, è conservata la Vittoria di Samotracia). L’oggetto della celebrazione è quello di ricordare nell’epoca attuale avvenimenti o eroi del passato.

La civiltà latina ha conosciuto lo stesso fenomeno. Notiamo nella civiltà latina anche i pranzi accanto alle tombe, destinati a ricordare ai contemporanei i morti. Questi pranzi funebri si chiamano refrigerium, parola che entrerà nel Canone romano al Memento dei morti: refrigerium lucis et pacis. Lo scopo è sempre lo stesso: ricordare ai contemporanei avvenimenti o eroi passati degni di essere richiamati alla memoria.

La civiltà palestinese, quella di Cristo e dei suoi Apostoli, ha conosciuto lo Zikkaron. Ma qui lo scopo del ricordo è molto diverso: si ricorda, non tanto ai contemporanei, quanto AL SIGNORE, avvenimenti o eroi che egli ha suscitato oppure eroi che hanno obbedito al suo comando. Per ricordare al Signore, il passato viene attuato sotto i suoi occhi affinché vedendolo si ricordi.

Quando Cristo dice: “Fate questo in memoria di me”, questo significa: fate questo pranzo rituale che attualizza davanti agli occhi del Padre mio ciò che ho fatto obbedendo alla sua volontà per la Nuova ed eterna Alleanza. Una delle nuove preghiere eucaristiche dice: “Guarda, Signore, la vittima che tu stesso hai preparato”. Il Canone romano ripete varie volte con questa o quella parola il fatto della presenza, della vittima presente, del sacrificio attualizzato.

Si deve dunque capire a fondo ciò che è la memoria. Molti articoli o libri contro la riforma liturgica, quando affermano che in questo modo siamo diventati protestanti, che l’eucaristia è così diventata semplice ricordo, dimostrano la loro ignoranza in rapporto alla “memoria”.
Ignoranza inaccettabile di ciò che è la memoria, perché essa suppone la realtà, è la realtà attualizzata nell’oggi. Quando si dice che la celebrazione eucaristica è memoria della Passione, questo esprime molto di più che se si dicesse: la celebrazione eucaristica ripete il calvario. Non lo ripete, ma è questo sacrificio stesso attuato; e poiché attuati, ne diventiamo attori, collaboratori. Questo costituisce lo scopo dell’istituzione eucaristica.

Se la Costituzione sulla liturgia insiste sul fatto che la liturgia sia la massima attività della Chiesa, si capisce facilmente che in questa attività la Chiesa realizza l’incontro Dio-Uomo nella realtà della presenza del Signore. Non si potrebbe dare niente di più grande. Incontro dell’uomo con i misteri attuati della salvezza affinché l’uomo diventi attore della salvezza del mondo. La liturgia si rivela così necessariamente missionaria.

Possiamo applicare quanto finora detto alla celebrazione dell’Anno liturgico. Questo non è soltanto un ricordo, ma è un oggi. Siamo contemporanei dei misteri ricordati. Ciò suppone che la liturgia celebri non teologie o idee, ma avvenimenti e personaggi. La celebrazione dell’anno liturgico non è dunque unicamente devozione, ricordo edificante, ma essa attua ciò che celebra. La spiritualità della liturgia non è dunque opzionale, come sarebbe la spiritualità francescana o quella ignaziana, ma essa è LA SPIRITUALITA’ necessaria, vincolante, nella quale sui incontra oggettivamente e non soltanto soggettivamente o psicologicamente il Signore.

Il mistero centrale celebrato ed attuato è sempre la Pasqua. Ma questo avvenimento centrale viene celebrato secondo visuali diverse nelle differenti celebrazioni. Per esempio, a Natale si celebra Pasqua secondo la visuale del suo inizio; celebrando un santo si celebra la Pasqua come riuscita in tale uomo; celebrando la Vergine Maria si celebra la Pasqua che in Lei ha raggiunto al massimo la divinizzazione di una persona umana, e così via.

Quello che segue è il programma della rubrica “liturgia”. Referente è il benedettino Dom Ildebrando Scicolone.
Ci auguriamo che quanto verrà pubblicato possa essere un contributo valido per la formazione liturgica dei visitatori del sito.
Il ritmo della pubblicazione di questa rubrica sarà mensile.

PROGRAMMA DELLA RUBRICA “LITURGIA”

1. Cosa è la liturgia
2. Gesù Cristo “compie” il culto ebraico
3. Morire? No, nascere!
4. Pasqua parola magica
5. Pasqua del Vangelo o Vangelo della Pasqua
6. La Pasqua riturale cristiana
7. Gesù è il tempio vero
8. I cristiani non hanno tempio, lo sono
9. La liturgia al Concilio
10. La liturgia nella “Storia della Salvezza”
11. Il vero celebrante è Gesù Cristo
12. Santificazione dell’uomo – Glorificazione di Dio
13. Attività della Chiesa e liturgia
14. La liturgia, culmine dell’azione della Chiesa
15. La liturgia, fonte dell’energia della Chiesa
16. Pregustiamo il banchetto celeste
17. La liturgia: tappa verso il cielo
18. I segni liturgici: sacramenti
19. Tre riti – due liturgie
20. Formare una comunità
21. La parola celebrata
22. L’omelia
23. Offerte per il corpo di Cristo.
24. La preghiera eucaristica romana
25. Il sacramento della comunione
26. La liturgia delle ore
27. La preghiera personale
28. Le devozioni
29. I sacramenti
a) le ordinazioni
b) l’iniziazione cristiana
c) la penitenza
d) l’unzione degli infermi
e) il matrimonio
30. I sacramentali
31. Processioni, pellegrinaggi, giubilei, indulgenze, benedizioni
32. La santificazione del tempo
a) la domenica
b) Avvento e Natale
c) Quaresima e Pasqua
33. Le feste mariane Il culto dei Santi

IL RUOLO
E L’ARTE DEL PRESIEDERE

di Dom Ildebrando Scicolone

In vista dell’ordinazione presbiterale, fino agli anni ’70, erano previsti degli esami presso la Curia vescovile. Questi vertevano su alcuni trattati teologici e sulla Praxis ordinandorum (= prassi degli ordinandi). Un capitolo di questa aveva come titolo: De munere praesidendi (= il compito del presiedere). Devo confessare che quando l’ho letto, non capivo di che cosa si trattasse. Perché, fino alla riforma dei libri liturgici del postconcilio, non si vedeva il ruolo del Presidente, perché non si aveva coscienza di una assemblea celebrante. Il vescovo o il prete non erano mai chiamati “presidente”, ma celebrante, e i fedeli erano chiamati “popolo” o “tutti”, o non erano chiamati affatto, perché il loro ruolo non erano previsto nei libri liturgici. Ne prendeva il posto il chierichetto, che rispondeva tutte le volte che nel libro era scritto: R/. (= risposta). Per fortuna, la situazione è cambiata. Il Concilio ha disposto che nei nuovi libri liturgici sia esplicitamente indicata la parte del popolo. Ora si comprende che celebra tutta la comunità riunita in assemblea, con un vescovo o presbitero che presiede (per alcuni sacramenti può presiedere anche un diacono, o alcuni sacramentali anche un laico).

Prendiamo in considerazione la celebrazione eucaristica. Essa è così descritta nel n. 7 di PNMR: “Nella messa o cena del Signore, il popolo di Dio è chiamato a radunarsi, sotto la presidenza del sacerdote, che agisce nella persona di Cristo, per celebrare il memoriale del Signore, ossia il sacrificio eucaristico”. In una prima edizione il testo recitava addirittura così: “La Cena del Signore o Messa è la convocazione del popolo di Dio, sotto la presidenza del sacerdote, per celebrare il memoriale del Signore”. Confrontando le due formulazioni risulta: a) il valore dell’assemblea: è la Chiesa concretamente radunata;

b) il ruolo del Presidente. Esso è chiamato “sacerdote”, per includere sia il vescovo che il presbitero.

c) tale ruolo non è “democratico”: il presidente non è eletto dall’assemblea, ma “agisce nella persona di Cristo”, cioè, in forza dell’ordinazione, fa le veci di Cristo Capo. Alcune funzioni quindi sono propriamente sue.

Il Presidente si identifica normalmente con il “celebrante”: ma può darsi il caso che un presbitero celebri alla presenza del vescovo. In questo caso il prete celebra, ma presiede il vescovo (lo stesso vale quando un cardinale celebra alla presenza del Papa). Il Vescovo infatti presiede la liturgia della Parola e dà la benedizione finale. Mentre il luogo della celebrazione è l’altare, il luogo della presidenza è la sede (si chiama “cattedra” la sede del vescovo, da cui “cattedrale”).

Se il termine “presidente” è nuovo, il concetto è antico. Già S. Giustino, nella sua prima Apologia lo chiama “Colui che presiede”. E’ lui che tiene l’omelia, a lui vengono portate le offerte, è lui che fa la preghiera eucaristica “secondo la sua capacità”.

Compito del Presidente, nella celebrazione eucaristica, è quello di ripresentare Cristo Signore che siede a mensa con i suoi discepoli, e associa le membra del suo corpo al suo sacrificio. Nel “ministro” è presente Cristo, sia quando spezza il pane della Parola, sia quando fa ciò che Cristo ha fatto nell’ultima cena: riceve le offerte dei fedeli, pronuncia la preghiera eucaristica e spezza il pane e lo distribuisce ai fedeli.

Concretamente al Presidente sono riservate le preghiere: la grande preghiera eucaristica e le tre preghiere che concludono rispettivamente: i riti di ingresso (colletta), i riti di offertorio (sulle offerte), e i riti di comunione (dopo la comunione).

Non spetta a lui proclamare le letture, né intonare i canti. Egli comunque ha la responsabilità dell’intera celebrazione. Ciò significa che deve averne piena padronanza, avendola egli stesso preparata, avendo opportunamente scelto i testi (secondo le possibilità offerte dalle norme e dai giorni liturgici).

Dal ruolo di presidente deriva quindi la responsabilità, e quindi l’arte del presiedere. Non è più possibile che un prete pensi di celebrare la “sua” messa. Deve pensare di presiedere un’assemblea celebrante. Egli quindi è l’animatore di quella assemblea. Il suo sacerdozio si manifesta quindi come “mediazione”, come “ponte” tra Dio, alla cui gloria è offerto il sacrificio, e il popolo per il quale è offerto.

Il Presidente è colui che sa, meglio di chiunque altro, che cosa si fa nell’assemblea: conosce i testi, conosce i gesti, conosce la finalità, e conosce le arti per raggiungerla. Di qui la sua sicurezza nel dirigere la celebrazione. Un celebrante incerto, impacciato, impreparato comunica all’assemblea incertezza e nervosismo; un presidente sicuro comunica sicurezza e partecipazione. Perché egli deve pur sapere quali sono i compiti di ognuno, perché tutti fanno riferimento a lui. Egli infatti, come benedice il diacono perché proclami il vangelo, così – anche se non è ritualizzato – distribuisce i vari compiti ad ognuno. Leggiamo nell’Ordo Romanus I, per riferire un esempio, che al Papa veniva comunicato chi era il lettore e chi il salmista, e dopo tale informazione e la sua approvazione, non era consentito cambiare. E’ vero che il diacono o un altro ministro suggerisce le intenzioni alla preghiera dei fedeli, ma è il Presidente che la introduce e la conclude. Altri ministri possono fare le monizioni, dove previsto, ma devono essere armonizzate con l’omelia che di solito spetta al Presidente. Gli stessi canti devono essere riconosciuti adatti al giorno e al momento celebrativo, per essere in sintonia con la Parola che vien proclamata.

Egli deve preoccuparsi non solo che tutto si svolga secondo le norme, ma soprattutto che l’assemblea venga coinvolta e interessata. A ciò gioveranno le tecniche della comunicazione: la dizione, l’uso ottimale degli strumenti audio-visivi, e quant’altro può aiutare; ma è necessaria soprattutto la sua personale capacità di comunicare la fede e “iniziare” al mistero. Il Presidente di un’assemblea liturgica è, per natura sua teologale, un “mistagogo”, cioè uno che, “iniziato” egli stesso, è capace di introdurre i suoi fratelli nella comprensione e nella partecipazione al mistero di Cristo, reso presente nel rito.

Vale soprattutto per lui quello che scrive l’apostolo Giovanni all’inizio della sua prima lettera: “ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita…noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi”. Il celebrante annunzia – non solo con l’omelia ma con tutto il suo essere e agire – quello che ha visto e udito, cioè ciò che crede. Il suo ministero passa necessariamente per la sua personale esperienza di fede. Egli non è un attore che recita (per quanto potremmo imparare molto da un bravo attore), ma è un testimone che proclama la sua fede ed incita gli altri a professarla. Egli diventa non soltanto colui che sta sopra il popolo, ma colui che va avanti, in testa al suo popolo, nel cammino verso il Regno. In questo senso egli rappresenta Cristo, che la lettera agli Ebrei (12, 2) chiama “autore e perfezionatore della fede” (il testo greco dice “condottiero”).

Come è responsabile della preparazione e della conduzione di una celebrazione, così egli deve preoccuparsi anche del suo seguito, cioè della vita che segue ad essa. L’eucaristia ci fa diventare – sempre più- un solo corpo e un solo spirito; ora questo fatto si dovrà vedere anche nella vita quotidiana della comunità: dal mistero celebrato e partecipato scaturisce un nuovo modo di vivere in questo mondo, sempre in cammino verso “i cieli nuovi e la terra nuova”. De aver chiaro perciò l’intimo nesso che c’è tra Parola, celebrazione e vita.

L’Apostolicità della Chiesa
nella fede celebrata

di Ildebrando Scicolone

L’antico adagio “la legge del pregare stabilisce la legge del credere” vale anche per la fede nell’apostolicità della Chiesa. La Chiesa è apostolica: lo dice il “credo”, perché l’afferma la Chiesa stessa nella sua preghiera liturgica.

Basta sfogliare il messale per notare quante volte sono nominati gli Apostoli. Essi sono dodici, ma il titolo viene esteso a Paolo e Barnaba; ad essi poi vengono associati i due evangelisti Marco e Luca. Inoltre abbiamo due feste per S. Pietro (29.6 e la cattedra il 22.2) e due per S. Paolo (29.6 e la coversione il 25.1). Sono ricordati ancora nella dedicazione delle Bailiche loro intitolate a Roma (18.11). Per cui ci sono nel mesale sedici feste degli Apostoli ed evangelisti. Troviamo inoltre un formulario di messa votiva per S. Pietro, uno per S. Paolo, uno per tutti gli Apostoli e uno per un Apostolo.

Ma c’è di più: la memoria degli Apostoli è sempre esplicita nella preghiera eucaristica:

…ricordiamo e veneriamo…i santi Apostoli e martiri…
…e con tutti quelli che custodiscono la fede cattolica trasmessa dagli Apostoli.
…di aver parte nella comunità dei tuoi santi Apostoli e martiri…
…con gli Apostoli e tutti i Santi…

…con i tuoi santi Apostoli, i gloriosi martiri e tutti i Santi…

Nella preghiera per la pace si ricorda: Signore Gesù Cristo, che hai detto ai tuoi Apostoli: Vi lascio la pace…

Da un esame rapido dei testi sparsi in tutto il messale risultano le seguenti idee-forza:

La Chiesa è fondata sugli Apostoli, non nel senso che essi l’hanno fondata, ma nel senso che Dio (o Gesù Cristo) l’ha voluto fondata su di loro. Lo canta il II prefazio per gli Apostoli: Tu hai stabilito la tua Chiesa sul fondamento degli Apostoli. La loro testimonianza è il fondamento della nostra fede (Bened. Solenne per gli Apostoli). Sono essi che ci hanno trasmesso il primo annunzio della fede (Ivi); da loro anzi abbiamo ricevuto il primo annunzio della fede (Ivi).

Ciò vale soprattutto per Pietro (e Paolo): nella predicazione dei santi Apostoli Pietro e Paolo hai dato alla Chiesa le primizie della fede cristiana (29.6 Colletta della vigilia); i cristiani sono coloro che hai illuminato con la dottrina degli Apostoli (29.6 sulle offerte). Il prefazio della dedicazione delle basiliche romane canta: Città santa è la tua Chiesa, fondata sugli Apostoli e unita in Cristo pietra angolare.

Ciò si manifesta non tanto per la successione apostolica dell’episcopato, che il messale non ricorda mai, quanto per la continua presenza nella Chiesa dell’insegnamento, della preghiera e dell’esempio degli Apostoli: non si turbi la tua Chiesa he hai fondato sulla roccia con la professione di fede dell’Apostolo Pietro (22.2 colletta); fa che riconosca nell’Apostolo Poetro il maestro che ne conserva integra la fede e il Pastore che la guida all’eredità eterna( Ivi, sulle offerte); la tua Chiesa segua sempre l’insegnamento degli Apostoli, dai quali ha ricevuto il primo annunzio della fede (29.6, colletta); la preghiera degli Apostoli accompagni l’offerta che presentiamo (Ivi, sulle offerte)…

Nella liturgia facciamo la stessa esperienza di Cristo che hanno fatto gli Apostoli: in unione con gli Apostoli Filippo e Giacomo possiamo contemplare te nel Cristo tuo Figlio e possedere il regno dei cieli (3.5, dopo la comunione); fa’ che insieme all’apostolo Tommaso riconosciamo nel Cristo il nostro Signore e il nostro Dio (3.7 dopo la comunione). Si noti che queste espressioni si trovano nelle perghiere dopo la comunione, perché nella partecipazione all’eucarestia noi facciamo nostra l’esperienza degli Apostoli.

Gli Apostoli sono quindi i Padri della nostra fede. Non abbiamo l’abitudine di chiamarli “Santi Padri”, riservando questo termine ai maestri della fede che li hanno seguito. Ma S. Paolo ci teneva a dire: “potreste ifatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù…” (1 Cor 4,15). Gli Apostoli infatti, dopo averci dato la fede, continuano a “sorreggerci”, a “proteggerci”, a “custodirci”, con la loro dottrina, e con i sacramenti. La liturgia sa bene che gli Apostoli non sono soltanto i “predicatori”, ma anche i “sacerdoti” del nuovo popolo: (concedici) di perseverare nella frazione del pane e nella dottrina degli Apostoli (29.6, dopo la comunione).

Dal termine “apostolo” deriva l’aggettivo “apostolico”. Se accompagna termini come “zelo”, “carità”, “coraggio”, esso determina quella missione della Chiesa che chiamiamo “apostolato”: gli apostoli diventano allora i padri di una interminabile schiera di apostoli, e non parlo solo dei “missionari”, ma di tutta la Chiesa che è “mandata” a tutte le genti, in ogni luogo e in ogni tempo: O Dio…che hai chiamato molti popoli dell’Oriente alla luce del vangelo con la predicazione apostolica di S. Francesco Saverio…; O Dio che hai dilatato i confini della Chiesa con lo zelo ardente e la dedizione apostolica di s. N. (comune dei missionari).

Almeno una volta però, nella memoria di S. Gaetano (7.8), l’aggettivo “apostolico” accanto alla parola “vita”, ci rivela un altro aspetto della testimonianza apostolica: il santo di Thiene volle, al suo tempo, restaurare apostolicam vivendi formam. Gli Apostoli sono visti nel loro essere in rapporto a Cristo, prima che nel loro agire a favore degli uomini di cui sono pescatori. Sono gli innamorati di Cristo, pronti a fare la loro esperienza della carità, della sofferenza, della pasqua del loro Signore. E’ ciò che esprime la colleta di s. Giacomo (25.7): tu hai voluto che san Giacomo, primo fra gli Apostoli, sacrificasse la vita per il Vangelo…; …nel ricordo di S. Giacomo che primo fra gli Apostoli partecipò al calice della passione del tuo Figlio (sulle offerte).

I Salmi nella Liturgia
di Sr. Germana Strola o.c.s.o.

La Regola di San Benedetto esige che “la mente concordi con la nostra voce” quando eleviamo la nostra preghiera. Ma per quale motivo ricorrere ai Salmi dell’Antico Testamento per la celebrazione della Liturgia cristiana? La tradizione secolare della Chiesa ha voluto rispondere a Dio con la parola stessa di Dio, e quindi con i salmi, che nella Bibbia, riflettono in modo più particolare la relazione con Lui.

Nella letteratura Biblica, il salterio costituisce una specie di sintesi orante, come uno spaccato trasversale che c’introduce nell’esperienza viva, vissuta, interiore della religiosità del popolo ebraico, o come un microcosmo in cui è possibile scoprire la presenza e il riflesso di tutte le tradizioni bibliche. Ciò che narrano le tradizioni storico-religiose, ciò che fissano i documenti più antichi, ciò che annunciano e rivelano gli oracoli profetici o medita la riflessione sapienziale, rivive nei salmi attraverso la voce della persona e della comunità, come dall’interno. Se la Bibbia non attesta con frequenza l’esperienza interiore nell’incontro con Dio (tranne in Geremia o in altri piccoli squarci sul mondo dei sentimenti della persona), il Salterio orchestra tutte le risonanze emotivo-spirituali suscitate dall’esperienza vissuta dell’alleanza.

Il fascino intramontabile di questa lirica religiosa, congiunge in un’unica espressione da un lato il mistero della rivelazione e dall’altro il mistero dell’uomo, da essa coinvolto in tutta la sua drammaticità e in tutta la sua forza di speranza. O, più precisamente, esprime unitariamente, dall’interno, cosa significa per l’uomo – come singolo e come popolo – essere raggiunto dalla Parola di Dio che si rivela nel dono dell’Alleanza. La cosa interessante da sottolineare è che nel salterio la parola dell’uomo, la sua esperienza più profondamente umana (desiderio, dolore, sofferenza, ecc.), viene proposta come parola di Dio.

Quindi, per cercare di capire perché i salmi siano stati assunti dalla liturgia cristiana, l’approccio potrebbe essere duplice: dal punto di vista della rivelazione biblica (i salmi, come sintesi della storia e della teologia biblica) ma anche un approccio antropologico (i salmi specchio del mistero dell’uomo, e quindi via all’incontro con Dio, attraverso la verità dell’esperienza umana). Oppure, in chiave unitaria, secondo le caratteristiche proprie e specifiche dell’esperienza monastica (ricerca di Dio nella realtà dell’esperienza umana) i salmi come specchio del cuore umano e riflesso di quello che avviene in lui nell’incontro con Dio, si compie nella figura di Cristo vero Dio e vero uomo, redentore crocifisso e risorto.

L’assunzione del salterio come struttura portante della liturgia cristiana è quindi indissociabile dalla sua lettura in riferimento al mistero di Cristo e al mistero dell’uomo. Non esiste a tutt’oggi una documentazione sicura al riguardo, ma è stato affermato che l’uso cristiano dei salmi è stato più ampio fin dagli inizi di quello ebraico: da un lato, per la tendenza alla lettura cristologica dei salmi (l’orante dei Salmi è il Cristo) e dall’altro per l’influenza che esercitò sulla comunità ecclesiale l’uso monastico della recita continua del salterio.

Gli studiosi di liturgia affermano infatti che agli inizi dell’era cristiana l’utilizzazione propriamente liturgica dei salmi, nel solco della tradizione ebraica, si limitava solo ad alcuni, più adatti ad alcune circostanze particolari (la celebrazione della Pasqua, dell’Eucaristia, le lodi del mattino o della sera, gli anniversari dei martiri); più ampia era invece la produzione innodica spontanea, cioè l’esecuzione di inni cristiani o d’imitazioni dei salmi veterotestamentari; sembra anzi che la produzione innografica degli eretici fosse particolarmente feconda e attraente, ma altrettanto pericolosa. Sarebbe stata per la progressiva affermazione del salterio come espressione per eccellenza della preghiera cristiana (vox Christi – vox ad Christum), che la sua utilizzazione andrà man mano estendendosi nella Chiesa, con la fissazione delle varie famiglie liturgiche. Alla diffusione dell’uso dei salmi non è certamente estranea l’influenza della Lettera a Marcellino di Atanasio, che, ispirata dall’esperienza monastica, vede nel salterio non solo la sintesi della spiritualità dell’Antico e del Nuovo Testamento, ma della preghiera di Cristo. Il salterio è offerto al cristiano come uno specchio, per la guarigione del suo spirito. Fu in seguito a tale evoluzione che il canone 59 del Concilio dì Laodicea (ca. 360) giunse a vietare l’uso liturgico dei cosiddetti “salmi privati” allo stesso modo dei libri “non canonici”. L’utilizzazione sistematica del salterio diverrà effettiva con l’organizzazione dell’ufficiatura delle Ore come preghiera della Chiesa, in epoca per lo più contemporanea alla fissazione del canone delle Scritture.

1. Liturgia: cosa è?
di Ildebrando Scicolone

La parola greca “liturgia” è, oggi per la maggior parte della gente, sinonimo di rito o cerimonia. Eppure, nel greco classico, il termine designava non qualcosa di rituale, ma un’opera, un’impresa che interessava il popolo: opera pubblica. In seguito il termine divenne sinonimo di “servizio”, sia pubblico sia privato, sia obbligatorio sia amichevole.
Nella Bibbia greca fu usato con il significato specifico del servizio che i leviti prestavano a Jahvè nel tempio di Gerusalemme, e da qui è passato ad indicare i riti cristiani: la Messa, i sacramenti, le feste, la preghiera
Veramente gli scritti del Nuovo Testamento non si riconoscono in quest’unico significato, perchè chiamano liturgia sia il culto levitico dell’Antico Testamento, sia qualunque servizio, sia il culto spirituale, sia i riti cristiani.
La novità è costituita dal “culto spirituale”. Gesù parlava di culto “in spirito e in verità”. Egli, che è chiamato sacerdote, che liturgia ha fatto? Sembrava addirittura contrario alle pratiche rituali dei sacerdoti del suo popolo. Egli ha offerto a Dio non un sacrificio rituale, ma se stesso, morendo sulla croce. Questa morte però è stata un sacrificio perchè egli l’ha accettata volontariamente, anzi si è offerto perchè lo ha voluto. Per questo Dio lo ha risuscitato dai morti.
E, a somiglianza di Cristo, anche i cristiani sono esortati da Paolo ad “offrire i propri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio. E questo è detto “il vostro culto spirituale”.
Non è questione di riti, ma di vita. L’opera della salvezza dell’uomo, che la Bibbia ci descrive come il progetto di Dio, e che S. Paolo chiama “il mistero”, si è compiuta in Cristo morto e risorto. In lui, non solo la sua personale umanità risorge dalla morte e viene glorificata, ma tutta l’umanità e ogni uomo in particolare.
I riti della Chiesa, anche se nell’aspetto sono simili a quelli delle varie religioni, non hanno lo stesso significato. Mentre in queste il rito è visto come un mezzo con cui l’uomo raggiunge la divinità (nella magia l’uomo vuole addirittura “dominare” le forze divine) per ottenere qualcosa, nel cristianesimo i riti liturgici sono dei luoghi o dei momenti nei quali Cristo rende presente ed operante la forza della sua morte e risurrezione. La “Pasqua” è il contenuto della liturgia cristiana: quella di Cristo, alla quale vengono uniti gli uomini, perchè inseriti in lui, partecipano alla sua morte, ma anche alla sua glorificazione.
La liturgia è quindi opera di Dio in Cristo, per la nostra redenzione, salvezza, santificazione (dite come volete), e non opera dell’uomo. Egli accetta il dono di Dio e gli risponde con la lode e il ringraziamento. Questa duplice direzione, discendente per la salvezza dell’uomo, e ascendente per la glorificazione di Dio, trova in Cristo il punto di perfetta realizzazione. Egli è, al tempo stesso, l’uomo perfettamente riscattato e perfettamente volto alla glorificazione di Dio.
Se il rito mi dice riferimento alla morte e alla vita, non può essere considerato come qualcosa di esteriore, di secondario o inutile, di formale o formalistico, tutt’altro. Certo c’è la componente simbolica, ma i simboli non sono…reali? Ne riparleremo.

2. GESU’ CRISTO “COMPIE”
IL CULTO EBRAICO
di Ildebrando Scicolone

Leggendo i vangeli, sembra che Gesù sia stato contrario al culto ebraico, nelle sue varie forme: non rispetta il sabato, non lo vediamo partecipare ai sacrifici, anzi scaccia dal tempio quelli che vi commerciavano quanto era necessario a tali sacrifici e alle offerte, non rispetta i giorni di digiuno, dichiara che non ci sono carni immonde, ecc. Eppure tutte queste prescrizioni si trovano nei vari testi della legge ebraica, che Gesù doveva sapere essere stata comandata da Dio a Mosè.

In verità Gesù non è contrario alla legge, ma ad un’interpretazione legalistica, esteriore e materiale della legge stessa. Il senso del riposo sabbatico non era quello di non fare niente, nemmeno un’opera buona, quale quella di guarire un malato; era piuttosto quello di trovare il tempo da dedicare alla contemplazione delle opere di Dio e del suo amore; il senso del sacrificio era di “significare” con un gesto esteriore d’offerta e di donazione, la volontà di riconoscere la signoria di Dio, e non quello di “pagare” una tassa a Dio, offrendogli un animale. Gesù cioè vuole riportare il culto al suo vero significato interiore.

Egli si ricollega a tutta la serie dei profeti, che avevano spesso richiamato i capi e il popolo al culto spirituale. Essi vogliono ripartire sempre dal principio. Quest’inizio del culto d’Israele che coincide con quello del popolo, si trova in Esodo 19,5-6: “Ora – dice il Signore a Mosè – se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza voi sarete..un regno di sacerdoti e una nazione santa”. Tutto il popolo sarà sacerdotale non se offrirà dei sacrifici, ma se “ascolterà” la parola del Signore e custodirà il patto.

Quest’insegnamento profetico si ritrova nei salmi:

Salmo 40,7: sacrificio e offerta non gradisci, / gli orecchi mi hai aperto. / Non hai chiesto olocausto e vittima per la colpa. / Allora ho detto: ecco io vengo. / Sul rotolo del libro di me è scritto che faccia il tuo volere.

Salmo 50,13-14: Mangerò forse la carne dei tori, / berrò forse il sangue dei capri? Offri a Dio un sacrificio di lode / e sciogli all’Altissimo i tuoi voti; / invocami nel giorno della sventura: / ti salverò e tu mi darai gloria.

Salmo 51,17: Signore, apri le mie labbra / e la mia bocca proclami la tua lode; / poiché non g radisci il sacrificio e se offro olocausti non li accetti: / Uno spirito contrito è sacrificio a Dio…

Gesù è stato colui che ha “ascoltato” sempre il Padre. La lettera agli Ebrei applicherà a lui il testo del salmo 40: “Per questo, entrando nei mondo, Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo mi hai dato… Allora ho detto: ecco io vengo…”. E l’autore commenta: “con ciò stesso egli abolisce il primo sacrificio per istituirne uno nuovo. Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di Cristo, fatta una volta per sempre” (Ebr 10,5-10).

Ancora una volta, Cristo è il vero liturgo, perché ha “ascoltato”, cioè ha obbedito, e con la sua obbedienza ha salvato l’umanità e ha glorificato Dio.

3. MORIRE? NO, NASCERE!
di Ildebrando Scicolone

Supponiamo di poter parlare con un bambino ancora nel grembo della madre. noi fuori e lui dentro. Noi gli diciamo: vuoi uscire da là? Secondo voi che risponderebbe?

Non direbbe: no!, domanderebbe: che significa “uscire”? Noi gli potremmo spiegare che fuori (cosa è “fuori”?) c’è il cielo, il sole, il mare, i fiori, ecc. Lui domanderebbe sempre: che vuoi dire? Egli non ha esperienza e quindi non può capire quello che gli diciamo noi dal di fuori. Quando, dopo nove mesi, si sente spingere fuori, potrebbe pensare: sto morendo, e uscendo fuori: sono morto. E invece… apre gli occhi e vede tanti volti felici, che dicono: è nato, è nato!

Passano… novant’anni! Ma questi sono stati anni dì vita: eravamo “fuori” dal grembo materno, abbiamo visto il cielo, il sole e il mare, abbiamo potuto muoverci, correre (anche troppo!), essere importanti, protagonisti… Eppure cosa vediamo? Solo fino ad un orizzonte limitato e solo nel momento presente, mentre io vorrei sapere cosa sarà domani, cosa c’è ora dietro quel muro. Siamo fuori, o siamo ancora al chiuso?

Ad un certo momento ci sentiamo morire; qualcuno (magari un invisibile virus) ci spinge fuori da questo mondo.

E qui la domanda: si finisce o si va altrove? La risposta non è senza conseguenze sulla vita di qua. Se “tutto finisce”, allora che senso ha la vita? Non sarebbe una beffa? Saremmo senza speranza. Sarebbe giustificato il farsi largo ad ogni costo, e godersi questi pochi anni, senza scrupoli e senza responsabilità: tanto, poi, chi ci giudicherebbe? La storia? Ma io non ci sarò più.

Ma se tutto non finisce…

Gli uomini hanno cercato delle risposte, non si rassegnano a “finire”. La saggezza orientale ha pensato alla reincarnazione. Ma chi te lo dice che è così? Sono teorie. Ci vuole qualcuno che venga da fuori, che ci dica cosa c’è “oltre”.

I cristiani chiamano “dies natalis”, cioè “giorno natalizio” il giorno della morte. Gesù (Dio fatto uomo, per i cristiani), dopo essere stato sepolto (e custodito con tante precauzioni!), è stato visto vivo, ha mangiato con tante persone, e ha detto: “vado a prepararvi un posto…poi verrò e sarete con me”. È venuto qualcuno da “fuori”, non ha potuto dirci quello che c’è di là, perché noi non potremmo capirne neanche una parte, non ne abbiamo esperienza.

Ma abbiamo visto una cosa: lui era morto ed è risuscitato. Lo hanno visto vivo, dopo la morte, lo hanno toccato, hanno mangiato con lui. Non è una notizia bomba?

4. PASQUA
PAROLA MAGICA

di Ildebrando Scicolone

Il termine “pasqua” ci fa pensare istintivamente alla festa di Pasqua, giorno nel quale la cultura cristiana celebra la “risurrezione” di Gesù, avvenuta la domenica successiva al venerdì santo. Non è questo però l’unico significato della “Pasqua”.

Esistono in verità quattro sensi del termine:

1
La Pasqua storica degli Ebrei. Si tratta del loro “esodo” dall’Egitto al tempo di Mosé, intorno al 1250 a.C. Nel libro dell’Esodo cap. 12 si dice: “E’ la pasqua (pesah) del Signore; quella notte io passerò, e ucciderò i primogeniti degli egiziani. Dove vedrà il sangue sparso sulle porte io passerò oltre”, risparmiando i primogeniti degli israeliti. Da tale passaggio deriva la liberazione del popolo, quando ha passato il mar Rosso a piedi asciutti. Tutta la vicenda dell’esodo si concluderà dopo i quarant’anni del deserto, al tempo di Giosuè, quando “passeranno” il Giordano, per insediarsi nella Palestina. Questa vicenda è fondamentale per il popolo ebraico, perché è l’origine del suo essere popolo. Mosè infatti darà loro la “legge” cioè la costituzione nazionale. Ma per noi, che valore può avere? Quello di essere una “prefigurazione”, un simbolo, di un’altra pasqua che sarà quella di Cristo.

2
La Pasqua rituale degli Ebrei. Consiste nella cena pasquale, che gli ebrei chiamano semplicemente “pasqua” (cfr Mt 26,17). Questa cena, con un rituale complesso (si chiama Haggadah, cioè “racconto”: lo si può trovare in commercio) ha come elementi principali: l’agnello, l’azzima (pane non lievitato) e le coppe di vino. Questo rituale ha fuso due diversi riti primaverili di una religione naturale: fin dai tempi più remoti (Vedi Caino e Abele) i pastori hanno offerto alla divinità il migliore degli agnelli, nato nell’anno, a scopo apotropaico (= per allontanare gli spiriti cattivi), e gli agricoltori il primo pane fatto con il raccolto nuovo (non dovendo mescolare il vecchio col nuovo, non poteva esservi immesso il lievito). Ad un certo tempo i due riti furono uniti e “transignificati”: diventarono cioè “segni memoriali” della pasqua storica (cfr ancora Esodo 12). Si tratta quindi di una cena che ha valore di “simbolo del simbolo”.

3
La Pasqua storica di Cristo. Non è stato un caso che Gesù sia morto la sera del venerdì, quando si inaugurava il grande Sabato della Pasqua ebraica, che abbia “riposato” nella tomba tutto quel giorno, e che sia risorto all’alba del primo giorno della settimana. Gesù, così facendo, ha portato a compimento, ha realizzato quello di cui la Pasqua era, appunto, “simbolo”. La sua è la Pasqua vera. Non è stato facile cogliere questa realtà e il senso della storia; solo nell’ultimo vangelo, quello di Giovanni, troviamo esplicitata questa comprensione. Nel cap. 13, egli comincia a dire: “sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre…”.
E Giovanni è l’unico evangelista che chiama Gesù “Agnello” (Gv 1,36 e Apocalisse, in vari luoghi).

5. PASQUA DEL VANGELO
O VANGELO DELLA PASQUA?

di Ildebrando Scicolone

Nel precedente numero abbiamo detto che “Pasqua” è un termine con quattro significati; abbiamo visto i primi due (P. storica e P. rituale, ebraiche) e stavamo vedendo il terzo: la P. storica di Cristo,

Gesù è passato attraverso la passione e la morte, per giungere alla risurrezione. Passando dall’ebraico al greco (la lingua dei vangeli) il termine pesah (=passaggio) diventa pascha (da pasco= patire); Gesù è “passato” per la passione. In che modo la morte-risurrezione di Gesù ha “compiuto” la pasqua ebraica, siamo passati dal simbolo alla realtà?

L’annuncio dei primi discepoli di Gesù: “E’ risorto, e noi ne siamo i testimoni” sintetizzato in quei libretti che si chiamano “vangelo”. Molti cristiani sanno che questa parola significa “buon messaggio”. Ma se domandi loro: qual è questo messaggio, non te lo sanno dire. La “buona novella” è quella che l’angelo (da cui “ev-angelo) diede alle donne, la mattina di Pasqua: “è risorto, non è qui”. Provate a pensare che tipo di notizia è quella di un morto (sepolto, con i sigilli al sepolcro e questo custodito da guardie!) che è risuscitato. E’ la notizia più strabiliante della storia, che non può essere vista come un semplice fatto di cronaca, ma una notizia che riguarda tutti coloro che muoiono, e che adesso possono dire: “se un uomo è risuscitato, tutti possiamo risorgere”. Questa notizia apre prospettive nuove, rivoluziona il senso del nostro vivere. Altro è vivere sapendo di finire, altro è vivere con la prospettiva di una vita da risorti.

I cristiani di oriente si sono fermati a pensare che cosa è successo, quando Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo e morto da uomo, è arrivato nel “regno dei morti”, e hanno raffigurato, nell’icona dell’anastasis (=stare su, risorgere) la conclusione di questa “discesa agli inferi”. Arrivato giù, Gesù fece un po’ come aveva fatto Mosè quando scese in Egitto per liberare il suo popolo. Prima parlò ai suoi fratelli, invitandoli e incitandoli ad uscire. Gesù trovò tutti quelli che “sedevano nelle tenebre e nell’ombra della morte” da Adamo ed Eva in poi, e li trasse fuori. L’icona dell’anastasis presenta Cristo, che, abbattute le “porte” della morte, esce fuori dal sepolcro, tenendo in una mano la croce, ormai segno di vittoria, e trascinando fuori con l’altra mano, Adamo ed Eva e poi tutti gli altri. Egli “morendo ha distrutto la nostra morte, e risorgendo ha ridato a noi la vita”.

La mattina del sabato santo, la Chiesa mette in bocca a Cristo questa sfida: “O morte, io sarò la tua morte, il tuo morso io sarò, o inferno”. E il 14 settembre, festa della “esaltazione della croce”, cantiamo: “O meraviglia di amore: la morte è stata vinta, quando la vita è morta sulla croce” (per chi lo capisce, è più bello in latino: “O magnum pietatis opus: mors mortua tunc est, quando in ligno mortua vita fuit!).

Diciamo sempre “A tutto c’è rimedio fuorché alla morte”. Ma non è un proverbio cristiano. Gesù non è venuto proprio a portare rimedio alla morte? .

6. LA PASQUA RITUALE
CRISTIANA

di Ildebrando Scicolone

Come gli Ebrei chiamano “pasqua” sia l’evento storico del loro esodo sia la memoria rituale che ne fanno ogni anno nella cena pasquale, così i cristiani chiamano “pasqua” la morte e la risurrezione di Cristo, e dovrebbero chiamare così anche il rito che la perpetua nel tempo.

Dico “dovrebbero”, perché mai si sente dire che il banchetto eucaristico (i cattolici la chiamano “Messa”) è la “pasqua rituale” dei cristiani.

Gesù, in verità, non solo ha portato a compimento il simbolo della pasqua storica degli ebrei con la sua morte e risurrezione, ma “compì” anche il simbolo rituale, cioè la cena pasquale ebraica, quando la mangiò con i suoi discepoli, “nella notte in cui era tradito”. Anche se i sinottici (Matteo, Marco e Luca) e Paolo dicono che era la vigilia della sua passione, cioè il giovedì (mentre gli ebrei mangiano la pasqua la sera del venerdì), essi tengono a precisare che quella era una cena pasquale, perché Gesù aveva “ardentemente desiderato di mangiare con voi questa pasqua”, e gli apostoli avevano domandato “dove vuoi che andiamo a preparare per mangiare la pasqua?”. S. Paolo poi, nella prima ai Corinzi, 11,26 ci dice: “ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga”.
Il contesto e il rituale è quello della cena ebraica, ma Gesù ne cambia il significato. Mentre il pane per gli ebrei era il simbolo della liberazione (i nostri padri hanno mangiato in Egitto il pane dell’afflizione), per Gesù è il sacramento (simbolo reale) del suo corpo dato in sacrificio per noi. Mentre il sangue dell’agnello sanciva la prima alleanza (cfr. Esodo 12 ed Esodo 24), il sangue di Cristo è il sacramento di quella nuova ed eterna, perché definitiva.

Le parole “nuove” che Gesù pronuncia sul pane e sul vino nella cena che anticipava il suo sacrificio, ci danno il senso della sua prossima morte. Egli non morrà per volontà di altri, ma perché egli lo vuole. Il suo corpo sarà offèrto in sacrificio per gli altri. Non è tanto al Padre che serve quel corpo o quel sangue: essi sono dati “per voi e per tutti”. Come faranno tutti gli uomini ad essere salvati dal quel corpo e da quel sangue, se non lo potranno ricevere? “Prendete e mangiate”, “prendete e bevete” significano: questo corpo e questo sangue (nel segno del pane e del vino) sono la nuova perpetua pasqua, la vostra continua liberazione e la vostra eterna alleanza con Dio e tra voi.

Senza questa visione della Pasqua, storica e rituale non si può capire che cosa è la Messa. Le premesse al nuovo messale affermano che “Messa o cena del Signore il popolo di Dio è chiamato a riunirsi, sotto la presidenza del sacerdote, che agisce in persona di Cristo, per celebrare il memoriale del Signore, ossia il sacrificio eucaristico” (PNMR 7). Il “memoriale del Signore” è la sua Pasqua di morte e risurrezione. Anche noi, nel cuore della Messa, acclamiamo: “Annunciamo la tua morte, o Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta”.

7. GESU’ E’ IL TEMPIO VERO
di Ildebrando Scivolone

Dicevamo che Gesù “compie” il culto ebraico. Lo abbiamo visto rispetto alla Pasqua, la festa principale degli Ebrei, che – con altro significato – diventa il centro della storia e il centro della liturgia cristiana. Gesù infatti ha compiuto, anzi è stato il vero “Agnello pasquale”.

Altro elemento del culto ebraico era il Tempio. Lo vediamo costruito da Salomone, figlio di Davide, a Gerusalemme, e precisamente sul colle di Sion, luogo che Dio “aveva scelto come sua dimora”. Prima di tale data, non c’era tempio, ma dal tempo di Mosé si parla dell’arca dell’alleanza. L’arca era un’urna di legno, rivestita d’oro, che conteneva le tavole della legge, la manna e il bastone di Mosè, le cose più preziose per la storia del popolo di Israele. Ma più importante era il fatto che sull’arca, in mezzo alle ali spiegate di due cherubini raffigurati, era la shekinah, ossia la “presenza” di Iahvé. L’arca, al tempo del nomadismo di Israele, era il segno che Dio abitava in mezzo al suo popolo, e camminava con esso. Una volta che il popolo è diventato sedentario, nella Palestina, si costruisce un edificio, il tempio appunto, dove, nella parte più santa – detta il Santo dei Santi – viene collocata l’arca. Questo santuario era chiuso da una grande tenda o coltre: non vi entrava mai nessuno se non il sommo sacerdote, una volta l’anno, nel grande giorno dell’espiazione, in mezzo ad una nuvola di incenso e con il sangue dell’animale offerto in riparazione delle colpe del popolo.

“Ma è proprio vero che Dio abita in un luogo?”, si domandava già Salomone nel giorno della dedicazione del tempio. Isaia fa dire a Dio: “Il cielo è il mio trono e la terra è lo sgabello dei miei piedi”. Il tempio era un simbolo della presenza invisibile e ineffabile di Dio in mezzo agli uomini.

I cristiani sanno che Dio abita realmente nella persona di Gesù di Nazaret. Allora si può dire che Gesù è il vero tempio di Dio. S. Paolo lo afferma chiaramente, quando dice che in lui “abita la pienezza della divinità corporalmente”. Se il tempio di Gerusalemme è il segno, Cristo è in realtà la presenza di Dio nel mondo.
Lo sanno anche i sinottici, quando notano che alla morte di Cristo in croce, tra i segni della teofania (= manifestazione di Dio) “il velo del tempio si squarciò in due parti da cima a fondo”, quel velo che ormai non nascondeva più la presenza..

Ancor quando Gesù era “nel grembo della madre” era la presenza di Dio nel mondo. Pensate alla visita di Maria ad Elisabetta, nel cap. l° di Luca. La descrizione segue quella che nel 2° libro di Samuele, cap. 6°, viene fatta del trasporto dell’arca di Dio: a) Davide danza davanti all’arca; b) Davide dice: “come potrà venire da me l’arca del mio Signore?”; c) l’arca rimase in casa di Obed-Edom circa tre mesi. Questi tre particolari li troviamo in Luca: a) Giovanni sussulta nel seno materno; b) Elisabetta dice le parole di Davide a proposito di Maria (arca della nuova alleanza); c) Maria rimane in casa di Zaccaria circa tre mesi.

8. I CRISTIANI NON HANNO TEMPIO,
LO SONO

di Ildebrando Scicolone

Con Gesù Cristo, Dio è realmente presente tra gli uomini, non in un luogo, ma in una persona. Ma quando Cristo è “salito al cielo”, Dio è ancora presente? Gesù ha detto, prima dell’ascensione: “Io sono con voi, tutti i giorni, sino alla fine dei secoli”. E ancora “dove sono due o tre, riuniti nel mio nome, io sono là, in mezzo a loro”. La comunità dei credenti in Cristo, è ormai il tempio vero di Dio. I cristiani singoli poi sono anch’essi “dimora di Dio”, se Gesù stesso, nel vangelo di Giovanni, dice: “Se qualcuno mi ama, anche il Padre mio lo amerà, e verremo da lui e pianteremo la nostra tenda dentro di lui”. S. Paolo, a sua volta, afferma categoricamente: “Non sapete voi che siete il tempio di Dio, e che lo Spirito di Dio abita in voi?”.

Se i cristiani sono essi stessi il tempio di Dio, non hanno bisogno di innalzare alla divinità dei templi materiali. Quando, nell’anno 70 d. C., il tempio di Gerusalemme è stato distrutto, come del resto aveva preannunciato Gesù, i cristiani non se ne sono preoccupati più di tanto. Negli Atti degli Apostoli, Luca riferisce che essi “spezzavano il pane nelle case”, cioè celebravano il rito della “frazione del pane” nella casa di qualcuno di essi. Queste case, dove si riuniva la comunità, erano chiamate non “casa di Dio”, ma “domus ecclesiae”, cioè casa della chiesa. Poi quella casa si identificherà con la chiesa che vi si riuniva, e si chiamerà “domus-ecclesia”, cioè casa-chiesa.

Quando poi, con la pace data alla chiesa da Costantino, i cristiani costruiranno dei luoghi di culto, non li chiameranno “templi”, ma “basiliche”, perché il termine basilica indicava, nell’uso romano, un ampio spazio coperto dove il popolo si ritrovava per il mercato, i processi, lo svago. I cristiani non hanno bisogno di templi per Dio, ma dì uno spazio per riunirsi: sono essi la presenza di Dio, dovunque si ritrovano. In seguito, questi luoghi saranno chiamati “chiesa” con lo stesso nome che designa la comunità. Non è quindi il luogo sacro per se stesso, e che santifica chi vi entra, ma è il popolo cristiano che rende sacro il luogo dove si riunisce.

9. LA LITURGIA AL CONCILIO
di Ildebrando Scicolone

Il 4 dicembre 1563 si chiudeva il Concilio di Trento, e i Padri affidavano alla Santa Sede il compito di curare la riforma della Liturgia del loro tempo, perché il Concilio, dopo diciotto anni di lavori, non aveva il tempo di operare tale riforma nei particolari.
Il 4 dicembre 1963, esattamente a quattro secoli di distanza, il Concilio Vaticano II, per bocca di Paolo VI, promulgava il primo documento conciliare, dedicato alla Liturgia. Il Papa, nell’omelia, poteva affermare: “abbiamo rispettato la gerarchia dei valori: a Dio il primo posto, la preghiera nostra principale occupazione…”.
Il cammino, per giungere a tali conquiste era stato lungo, ma si era intensificato nei due ultimi secoli, specialmente per quel “movimento liturgico” che aveva trovato terreno fertile nei monasteri benedettini di Francia, Belgio Germania e Italia.
Già nel 1947, il Papa Pio XII, con l’Enciclica Mediator Dei, aveva benedetto il movimento, e aveva rilanciato la liturgia, inserendola nell’alveo della teologia. Per molti infatti il termine “liturgia” era sinonimo di cerimonia, o di riti ufficiali. Il Papa diceva che la liturgia è Cristo stesso che continua ad esercitare il suo sacerdozio, presentando sempre il suo unico e salvifico sacrificio.
Subito dopo lo stesso Pontefice istituiva una commissione per una riforma generale della liturgia. Frutto di questi lavori furono: il ripristino della Veglia Pasquale (prima del 1951, la risurrezione del Signore si celebrava la mattina del Sabato Santo, e non nella notte successiva!), la possibilità della Messa vespertina e la riduzione del digiuno eucaristico (1953), la riforma della Settimana Santa, con il ritorno alle celebrazioni vespertine del Giovedì e del Venerdì Santo (1956), l’Istruzione del 1958, che parla di diversi gradi di “partecipazione attiva” dei fedeli nella liturgia (allora, per la prima volta, tutti i fedeli hanno aperto la bocca per rispondere al sacerdote, mentre prima era solo il chierichetto), ed infine la pubblicazione di un “nuovo Codice delle rubriche”, cioè delle “norme” che nei libri liturgici sono scritte in rosso (latino = ruber).
Era curioso che la commissione di Pio XII continuasse a lavorare, quando già Papa Giovanni aveva indetto il Concilio (25 gennaio 1959). Questo avrebbe dovuto occuparsi solo dei “più alti principi” della Liturgia.
Ed invece! In due anni di lavoro è venuta fuori una Costituzione sulla Liturgia, che è insieme teologica, pastorale, pratica e riformatrice. Ne vedremo singolarmente i diversi aspetti. Intanto, la struttura: si tratta di un proemio e sette capitoli:
1. Principi generali per la riforma e l’incremento della sacra Liturgia;
2. Il mistero eucaristico;
3. Gli altri Sacramenti e i Sacramentali;
4. L’Ufficio divino;
5. L’anno liturgico;
6. La Musica sacra;
7. L’Arte sacra e la sacra suppellettile.

Segue un’Appendice con una “Dichiarazione del Concilio Vaticano II circa la riforma del calendario.

10. LA LITURGIA NELLA “STORIA DELLA SALVEZZA”
di Ildebrando Scicolone

Dopo un prologo che introduce non solo la costituzione liturgica, ma tutta l’opera del Concilio, il suo primo documento, che inizia appunto con le parole Sacrosanctum Concilium, negli articoli 5-6, presenta la liturgia come “momento” nella storia della salvezza.
Il testo conciliare non parte, come a suo tempo aveva fatto l’Enciclica di Pio XII, dal “dovere principale dell’uomo”, ma parte da Dio. Il cristianesimo, infatti, non è, propriamente parlando, una “religione”. Questa è una virtù umana, in quanto sezione della virtù della giustizia, per cui l’uomo, come singolo o come gruppo, sente il dovere di rendere culto alla divinità. Il Cristianesimo è invece una rivelazione e insieme un dono. E’ Dio che prende l’iniziativa di risollevare l’uomo e di “salvarlo”. La Bibbia cristiana ( Antico e Nuovo Testamento) non è altro che la storia, scritta da chi l’ha vissuta, degli interventi di Dio a salvezza dell’uomo. In quanto storia ha un’origine e delle tappe che si svolgono nel tempo.
L’art. 5 inizia col presentare il piano divino: ” Dio, il quale <> (1 Tim 2,4)”. Espresso con parole dell’apostolo Paolo, questo progetto divino comporta due cose: la salvezza dell’uomo nella sua globalità, e la coscienza di una tale salvezza, cioè la “conoscenza della verità”. Questo disegno divino è spesso chiamato “mistero” dallo stesso Paolo, anche quando esso è stato rivelato in quanto realizzato. Tale realizzazione si è operata, dicevamo, nella storia dell’umanità. Il Concilio, prima con testi biblici, poi con parole proprie enumera tre momenti di questa storia:

  1. il tempo prima di Cristo. Il testo conciliare dice: “[Dio] dopo aver parlato in molti modi e tempi ai padri per mezzo dei profeti…”. Tutto l’Antico Testamento è una preparazione di ciò che si sarebbe compiuto nel Nuovo. Non soltanto le parole dei profeti (in senso lato, non soltanto quelli che hanno scritto), ma anche i grandi avvenimenti della storia sono una preparazione e una prefigurazione del compimento. Anche ciò che succede fuori di Cristo, cioè nel mondo non cristiano è una preparazione e contiene dei germi, che in Cristo si compiono. Tutto ciò è annunzio profetico. E’ la prima tappa della storia della salvezza.
  2. Il tempo di Cristo. “Quando venne la pienezza del tempo Dio mandò il suo Figlio, Verbo fatto carne…per annunziare e per sanare i contriti di cuore”. L’opera di Cristo culmina nella Pasqua della sua morte e risurrezione, principio della nostra. Questa è la salvezza dell’uomo: la speranza della risurrezione. In Cristo tutti siamo risorti.
  3. Ma tutto ciò è avvenuto duemila anni fa. Quando io, che vivo oggi, sono salvato? E’ necessario che ci sia un terzo tempo, quello nel quale la salvezza, già operata dal Cristo, raggiunge in effetti tutti gli uomini, e ciascuno di loro. Ciò avviene, quando si stabilisce il contatto con quella morte e risurrezione. Ora questo compiono le azioni liturgiche!

11. IL VERO CELEBRANTE E’ GESU’ CRISTO
di Ildebrando Scicolone

Se la storia della Rivelazione pubblica cristiana si è chiusa con l’Apocalisse, ultimo libro della Bibbia, non si chiude però la storia della Salvezza, perché – dicevamo – è necessario che tutti gli uomini siano salvati. E’ come – per portare un esempio – la luce di una stella lontana mille anni-luce, che mi raggiunge appunto dopo mille anni da quando è partita. Io la vedo ora, ma essa è partita mille anni prima.
In ogni azione liturgica, specialmente in quelle che chiamiamo “sacramenti”, si ha questa presenza attiva di quella luce, che abbiamo chiamato la salvezza operata da Cristo Gesù. Anche oggi quindi è Lui che agisce, e che continua quaggiù sulla terra l’esercizio del suo sacerdozio.
Perciò il Concilio, all’art. 7, recita: “Per attuare un’opera così grande, Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, soprattutto nelle celebrazioni liturgiche.”. E poi elenca cinque luoghi o aspetti di questa presenza: “Egli è presente nel sacrificio della messa,

 

  1. sia nella persona del ministro, essendo lui stesso che “offertosi una volta sulla croce, offre ancora se stesso tramite il ministero dei sacerdoti”,
  2. sia soprattutto sotto le specie eucaristiche.
  3. E’ presente con la sua potenza nei sacramenti, al punto che quando uno battezza, è Cristo stesso che battezza.
  4. E’ presente nella sua Parola, perché è lui che parla, quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura.
  5. E’ presente infine, quando la Chiesa prega e canta, lui che ha promesso “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono io, in mezzo a loro”.

Nella lettera b. c’è un “soprattutto”, che va precisato. Il testo latino dice “maxime”, cioè “in sommo grado”. Si tratta di quella che la fede cristiana e cattolica ha chiamato “presenza reale” di Cristo nell’eucaristia. Essa è la massima forma di presenza. Ma anche le altre presenze sono reali, altrimenti non sarebbe “presenze”. Cristo è “realmente” presente nell’assemblea, nel ministro, nella Parola, nei sacramenti. Ed è Lui che opera e salva. La presenza eucaristica è legata alla “sostanza”, e perciò è permanente, mentre negli altri casi Cristo è presente nel momento celebrativo e non fuori di esso. Mentre infatti adoriamo Cristo presente nell’ostia consacrata, anche fuori della Messa, non adoriamo né il sacerdote, né il libro della Bibbia, né l’acqua benedetta o il crisma, pur sapendo che quando vengono usati nella liturgia, rendono presente ed operante il Cristo. Senza sminuire per nulla la presenza eucaristica, i cristiani dovrebbero valorizzare di più anche le altre forme di presenza liturgica, senza dimenticare che “corpo di Cristo” non è soltanto il “pane consacrato”, ma siamo tutti gli uomini, specialmente quelli che per la povertà o la sofferenza sono più simili a Cristo Gesù, come si è manifestato nella sua vita terrena.

12. SANTIFICAZIONE DELL’UOMO
– GLORIFICAZIONE DI DIO

di Ildebrando Scicolone

La Costituzione liturgica del Concilio Vaticano II, dopo aver presentato la liturgia come “ultimo momento” della storia della salvezza, o l’attuazione nell’oggi di questa storia salvifica, conclude dando una definizione-descrizione di ciò che è la liturgia cristiana: “Giustamente perciò la liturgia è considerata come l’esercizio della funzione sacerdotale di Gesù Cristo. In essa, per mezzo di segni sensibili, viene significata e – in modo a ciascuno di essi proprio – realizzata la santificazione dell’uomo, e viene esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal capo e dalle membra, il culto pubblico integrale”.

La liturgia è quindi opera di Cristo, che esercita sempre il suo sacerdozio. La lettera agli Ebrei dice: “Quelli [dell’Antico Testamento] sono diventati sacerdoti in gran numero, perché la morte impediva loro di durare a lungo; egli invece, per il fatto che rimane in eterno, possiede un sacerdozio che non tramonta” (7, 23-24). I sacerdoti cristiani (papa, vescovi e preti) non sono “successori” di cristo, ma suoi “vicari”, perché Egli è l’unico vero sacerdote, che agisce per mezzo dei suoi ministri (degni o indegni che siano!).

La descrizione conciliare della liturgia parla di segni sensibili, non “materiali”. Prima, a proposito di sacramenti si parlava di “materia” e “forma”, anche là dove non c’è un elemento materiale (se nel battesimo c’è l’acqua, nell’eucaristia il pane e il vino, nella cresima e altri sacramenti c’è l’olio, non c’è materia nella penitenza o nel matrimonio”), ma ci sono segni sensibili, quali i gesti o le parole. Questi segni non hanno valore per se stessi, come se fossero magici, ma in quanto significano (a livello di simbolo!) una realtà, che rendono presente. Il testo dice: “significano e realizzano”.

Tale “realtà” è l’opera di Gesù Cristo. Essa ha avuto ed ha due direzioni e due finalità: una discendente e una ascendente. Egli è il Verbo di Dio che è disceso “dal cielo” per la redenzione (ossia il riscatto) e la santificazione dell’uomo. La liturgia opera, attraverso i segni una tale opera nei confronti dell’uomo: egli viene riportato “alla santità della sua prima origine”. Ma Cristo Gesù, in quanto uomo, fa salire verso Dio Padre, una glorificazione perfetta. Solo Lui, in quanto obbediente in tutto, ha potuto in modo adeguato e perfetto dare gloria a Dio, e in questo modo ci rappresenta tutti, in quanto capo di un unico corpo.

Questa duplice finalità viene significata e realizzata in ogni azione liturgica. In alcune prevale la dimensione discendente o santificatrice, in altre quella di glorificazione. Per es.: quando vado a confessarmi, lo faccio per essere santificato, ma contemporaneamente glorifico (= confesso) Dio e la sua misericordia; quando in coro cantiamo la liturgia delle Ore, lo facciamo per glorificare Dio, ma allo stesso tempo ci santifichiamo, parlando con Lui.

Non saprei se, nella celebrazione eucaristica, prevale l’uno o l’altro aspetto, essendo essa una preghiera eucaristica che rende presente l’opera di Cristo nella sua globalità.

segue