24/05/2007 – CORSO SULL’EUCARISTIA – Incontro 10/10
10° incontro su dieci.
Nel I millennio, per tutte le Chiese, non si è mai posto un problema riguardo la qualità del pane e del vino consacrati: essi sono il corpo ed il sangue di Cristo; questo era quello che tutta la Chiesa proclamava, nessuno ha mai posto dei problemi, nessuno ha mai posto dei dubbi.
Nel II millennio, invece, si è incominciato a domandarsi che tipo di presenza Cristo avesse nel pane e nel vino. Certamente, dovuta ad una eredità platonica di pensiero in cui sono in opposizione le cose reali, visibili, e quelle invisibili, spirituali, per cui si è potuto immaginare una cosa che è una follia, che ci possa essere una presenza reale o una presenza spirituale. Perché se c’è una presenza è una presenza, non è che ci possa essere una presenza spirituale ed una reale, o uno è presente o non è presente; di conseguenza già lì c’è stata una doppia interpretazione, che ha avuto il riverbero sulla Riforma. Dopo la Riforma non ci capivamo più nella discussione sull’eucaristia e quando ad esempio Calvino dice che la presenza di Cristo nell’eucaristia è spirituale, intende dire che è una presenza attraverso lo Spirito santo ed è proprio così.
Ma la Chiesa cattolica diceva che non basta “spirituale”, perché lo intendeva in senso platonico come un presenza che non era vera, che era semplicemente simbolica ed allora la Chiesa vi opponeva una presenza reale, la “res”, la “cosa”.
Su tutto questo si innesta il grosso problema della Scolastica, la quale con tutta la sua filosofia, che ha sconfinato nella teologia, ha portato alla formulazione della “transustanziazione”, cioè che il pane è fatto di una sostanza ed il vino è fatto di una sostanza (non quella che vediamo con i nostri occhi), che con le parole eucaristiche diventa vero corpo di Cristo, vero sangue di Cristo. Ma è un’espressione filosofica.
30 anni fa quando c’è stato il Concilio, nella misura in cui la Scolastica era finita e più nessuno ormai teneva in piedi il falco della Scolastica in teologia, si sono tentate nuove vie. Ad esempio fu celebre quella di un teologo olandese E. Schillebeeckx che parlò di “trans-significazione”, cioè che prima, proprio perché il pane è pane per mangiare, ma a quel punto diventa il corpo di Cristo, la vita eterna, ne viene urtata profondamente la sua significazione.
Il vero problema però è questo: una presenza è sempre reale, non ci può essere una presenza falsa. Credo che chi ha detto bene su questo è Paolo VI e dovremmo tutti ispirarci. Purtroppo in questi ultimi 20-30 anni si è contestata questa linea di Paolo VI, ma egli nell’Enciclica sull’eucaristia ha scritto la cosa migliore, attenetevi a quella non alle altre cose uscite dopo che sono piene semplicemente di devozione.
Paolo VI dice: “ Ci sono diverse maniere di presenza di Cristo”. Quando c’è l’eucaristia c’è una presenza di Cristo nell’assemblea. ”Dove due o tre……. Io sono presente “ è una parola di Gesù, non è mica una parola della Chiesa, tanto più Gesù è presente come risorto quando l’assemblea si raduna. Anche se non celebra l’eucaristia Cristo è presente. C’è una presenza di Cristo nel presbitero, perché il presbitero rappresenta in qualche misura Cristo e colui che agisce in nome di Cristo e non a caso è lo strumento con cui Cristo raduna l’assemblea, Cristo predica il Vangelo, Cristo dà il Sacramento del suo corpo, del suo sangue. C’è la presenza sacramentale nel pane e nel vino; attraverso il segno lì Cristo è presente, si mangia il corpo ed il sangue di Cristo; però vedete è insufficiente, non si può dire quella è presenza reale e questa no .
Paolo VI giustamente dice che sono tipi di presenza diversi. Non è facile capirlo.
Ognuno di noi cristiano quando prega, prega Dio, cioè Dio di fronte a me; però tutto il N.T. insiste che Cristo è in me, che Dio è in me, la mia dimora; per cui da un lato dobbiamo costantemente muoverci in quello che è un nostro immaginario di vita interiore; prego Dio che è davanti a me, prego Lui, ma Dio è in me, attraverso Cristo e lo Spirito santo io sono la sua dimora. Le due cose non sono contraddittorie. Così pure non è contraddittorio che c’è un unico Cristo, un’unica presenza, ma certamente quando si celebra l’eucaristia quell’unica presenza è nell’assemblea e nel pane e nel vino.
S. Agostino su questo dice :”Cristiani, quello che vedete sull’altare siete voi”.
E per dirvi una vicenda significativa, la Chiesa diceva fino al I millennio: ”Qual è il corpo di Cristo?”.
Se uno chiedeva a sant’Agostino o ai Padri: ”Qual è il Corpo di Cristo”, tutti rispondevano: “E’ la Chiesa”.
E allora l’eucaristia che cos’è? Dicevano: ”Corpo mistico di Cristo”, perché sotto i veli del mistero noi continuiamo a vedere pane e vino. Quando vedo un’assemblea vedo voi e siete corpo di Cristo, ma quando vedo pane e vino, vedo pane e vino, non vedo il corpo di Cristo. Allora chiamava corpo mistico di Cristo l’Eucaristia.
Nel II millennio il corpo di Cristo è diventata l’eucaristia, che si vede (pane e vino si vedono) e la Chiesa, siccome non lo si vede più corpo mistico di Cristo, per cui Pio XII ha scritto un’enciclica sulla Chiesa nel ‘ 43 che era “Mystici corporis” (Corpo mistico di Cristo).
Ecco, questa parabola vi dice bene la migrazione, il mutamento assurdo paradossale di questa espressione. Era H. de Lubac, il grande teologo del Vaticano II, fatto cardinale da Paolo VI , che aveva scritto questo: ”Nel I millennio il corpo di Cristo reale era la Chiesa, perché era una comunità che viveva, si sentiva e l’eucaristia era il corpo mistico di Cristo, sotto il mistero del pane e del vino; ma nel II millennio la comunità, poco per volta, è sparita, si è sempre più focalizzato quello, per cui si sono capovolte le espressioni”.
Allora il vero problema, il problema serio, è accettare la fede eucaristica che oggi le Chiese cattolica ed ortodossa accettano: quel pane è il corpo di Cristo e quel vino è il sangue di Cristo. Non ci si interroga sulla maniera, che sarà sempre filosofica, con cui questo lo può essere, ma nella fede il pane è veramente, totalmente, radicalmente corpo di Cristo ed il vino è ormai sangue di Cristo.
Negli anni passati cattolici, protestanti e ortodossi hanno fatto una serie di colloqui su alcuni temi e ne è venuto fuori un documento che si chiama BEM (battesimo, eucaristia, ministero) cioè le Chiese hanno soprattutto oggi come luogo di intesa il battesimo (lo intendiamo tutti alla stessa maniera: cattolici, protestanti, ortodossi). C’erano dei problemi sull’eucaristia e ce ne sono tantissimi sul ministero; comunque questi teologi hanno fatto un cammino insieme e ne è uscito un documento finale BEM , in cui c’è l’accordo di tutti (questo documento esprime quello che è l’accordo). Allora per l’eucaristia ormai la comprensione è uguale di cattolici, protestanti e ortodossi, non c’è differenza.
Cominciate a ragionare così, che vi renderà più liberi e più consapevoli della verità. Tra i cattolici la fede nell’eucaristia è sì unica, ma chi riceve l’eucaristia ha la consapevolezza della fede cattolica? Comunque oggi le divisioni non avvengono più tra Chiese, ma tra i cristiani maturi e quelli pigri, tra i cristiani tiepidi che non sanno quel che fanno e quelli invece che si impegnano.
Per cui oggi dobbiamo dire che sull’eucaristia c’è una comprensione comune.
Sul ministero è troppo poco quello che si è trovato l’accordo tutti, è troppo poco.
Il problema qual è? Come c’è questa non consapevolezza anche tra i cattolici, il problema è sempre quello delle Chiese della Riforma, esse non hanno un principio di autorità, l’avevano l’hanno persa nel secolo scorso. Attualmente ogni Chiesa ha consiglio sinodale eletto per alcuni anni, ma che ha molte tendenze teologiche. Alla fine ogni pastore ha una tale autonomia per cui può dire ai cristiani: ”L’eucaristia è una memoria del Signore” ed altri invece avere la stessa fede cattolica sull’eucaristia. Questo è il grosso problema delle Chiese della riforma, quello che minaccia ogni dialogo con loro, perché in realtà dipende dall’uno o dall’ altro. Poi, con l’introduzione di un ministero femminile, questo per la Chiesa ortodossa e cattolica è illegittimo, quindi se la Chiesa cattolica diceva che nel caso di una eucaristia celebrata da un pastore ordinato, una certa presenza di Cristo c’era, nel caso di una eucaristia celebrata da una donna è una nefandezza, è illegittima, per cui lì proprio nessuna presenza di Cristo.
Allora vedete le difficoltà reali che ci sono oggi sull’eucaristia.
Però è un peccato che questo documento, il BEM, l’abbiano firmato i teologi e poi nessuno lo conosca, nessuno lo abbia mai predicato, ma dà con chiarezza l’accordo, molto bello, sull’eucaristia I punti con cui l’eucaristia è capita, sono gli stessi che vi sto esponendo io nei diversi canoni della grande tradizione della Chiesa, nulla di più. Però l’ambiguità resta, perché un pastore – e la sua comunità – possono dire che l’eucaristia è una cena in memoria di Gesù, così lo ricordiamo e altri che dicono che è un sacramento che plasma la Chiesa, è un sacramento fondale per cui il pane è veramente il corpo di Cristo ed il vino è veramente il sangue di Cristo come si esprimono d’altronde i Vangeli e si esprime Giovanni nel suo Vangelo.
La prima preghiera eucaristica (canone romano)
E’ un canone certamente venerabile, certamente importante per noi cattolici, anche perché è l’unico canone che la Chiesa di Roma ha avuto, dal IV sec. fino alla riforma conciliare nel 1970. E’ il canone con cui si sono fatti santi tutti i Santi della Chiesa e con molta gioia EB dice che è il canone che lo ha plasmato, che lo ha cresciuto, è stato il canone che ha pregato ogni giorno dai 6 fino ai 27 anni.
Innanzitutto Ambrogio, tra il 380 e il 390, scrive un libro “I sacramenti” (De sacramentis) ed al cap. IV parla del sacramento dell’Eucaristia. Dice che quando la celebriamo diciamo queste preghiere e le nomina con l’inizio delle loro parole in latino: «Noi diciamo la preghiera “ Santifica …”, “ Qui pridie quam pateretur …“, “Simili modo, postquam coenatum est …”, “Unde et memores”, “Supra quae propitio ac sereno vultu …” cioè è il centro del canone romano.
Altri frammenti sono entrati fra il IV e il VI secolo.
Il testo completo del canone romano è testimoniato dal “Sacramentario gelasiano” (un libro che ha tutti i sacramenti) e che riporta questo testo rivisto da Gregorio Magno, il grande papa di Roma.
Questo canone è stato molto influenzato dalla famiglia dei canoni alessandrini di Alessandria d’Egitto, quindi non orientale, non antiochiena, non siro-orientale.
Roma infatti ha preso molte cose dalla Chiesa di Alessandria, che nei primi secoli era molto più importante della Chiesa di Roma, che era invece piccola, mentre quella di Alessandria aveva una forza senza fine. Poi nel IV sec. ha avuto Atanasio, il grande patriarca, mentre la Chiesa di Roma continuava ad avere dei vescovetti che non avevano molta dottrina. Il primo che appare nella Chiesa di Roma è papa Leone, ma prima non abbiamo una Chiesa che si impone. Invece Alessandria d’Egitto era molto importante, era la prima nei primi secoli. Gerusalemme anche era venerabile perché lì è nata la Chiesa, perché lì c’erano i giudei cristiani, ma era pur sempre piccola. Antiochia era sempre la seconda. Costantinopoli doveva ancora venire, come patriarcato, per cui in realtà le Chiese grandi, i due centri, fino al IV sec, erano Alessandria (quindi Atanasio e tutti i grandi patriarchi) ed Antiochia con tutto il cammino fatto fino a Giovanni Crisostomo, che era di Antiochia, ma in quella orbita vanno messi anche i padri della Cappadocia, Basilio, i Gregori e tutti gli altri. Erano anche due scuole esegetiche diverse: quella alessandrina, che aveva avuto Origene ( Origene (Alessandria ?, verso il 185 – Tiro, verso il 253-55). Padre della Chiesa greca, considerato il fondatore della filosofia e della teologia cristiane) come grande maestro, era una scuola di esegesi molto allegorica, quindi leggevano la Bibbia in modo allegorico, spirituale. La Chiesa di Antiochia, invece, leggeva la Bibbia in modo molto letterario, molto legato al testo. Una prediligeva la lettera, l’altra lo spirito e soprattutto ad Antiochia ci sarà il famoso Teodoro di Mopsuestia ( Teodoro di Mopsuestia (Antiochia 350 ca – Mopsuestia, Cilicia, 428) teologo greco, vescovo di Mopsuestia (392), condusse una vita molto attiva, sia come pastore che come oratore ed esegeta), il quale sarà un esegeta che darà delle regole estremamente precise, ma di una lettura piuttosto non tipologica, non allegorica, ma legata al testo, si amava la lettera e si privilegiava la storia, rispetto a quello che può essere una lettura spirituale.
La Chiesa di Roma nei primi secoli dipende da Alessandria, anche il termine papa lo adotta perché si chiamava papa il patriarca di Alessandria (allora il vescovo di Roma si chiama come quello di Alessandria). Ma tutta la liturgia dipende un po’ da Alessandria: il pastorale dei vescovi era quello dei patriarchi di Alessandria, preso dai faraoni; il palio era di nuovo una cosa presa dall’Egitto. Tanti segni della liturgia vengono di là, tra cui certamente l’origine del canone romano.
Cosa si può dire. Innanzitutto il canone romano ci appare un po’ disordinato, cioè non essendo stato scritto da un padre, ma avendo avuto diversi nuclei porta il tema di un certo disordine. Però non era sentito come disordine, certamente l’Oriente l’avrebbe potuto sentire tale, in Occidente no.
Perché EB dice “disordine”? Ricordiamo lo schema molto semplice che abbiamo visto sinora e si capisce perché l’abbiamo fatto prima: c’era il dialogo, poi l’azione di grazie e lode, poi l’istituzione, l’epiclesi, le preghiere e la dossologia. Invece in questo canone c’è un gruppo di preghiere prima, poi un altro in mezzo all’azione di grazia, quindi un po’ prima ed un po’ dopo; sono doppioni perché non sono preghiere diverse.
Ad esempio, nel canone romano la preghiera affinché la Chiesa sia unita ai santi, che era dopo, si dice prima dell’istituzione:
”In comunione con tutta la Chiesa ricordiamo e veneriamo la gloriosa vergine Maria, i santi apostoli … ”,
ma dopo (che cosa ?) di nuovo troviamo una ripetizione della memoria dei santi:
”Anche a noi tuoi ministri, ma fiduciosi della tua misericordia, concedi o Signore di avere parte alla comunità dei tuoi santi Giovanni il Battista, Stefano, Mattia …”.
Poi non c’è l’epiclesi e poi ci sono delle preghiere entrate qua e là. Certamente il canone non si presenta chiaro, ordinato, con quella struttura ben precisa che è fedele alla preghiera giudaica.
Un’altra caratteristica di questo canone è l’insistenza sul sacrificio, si parla costantemente di sacrificio. L’eucaristia ha soprattutto la valenza del sacrificio di Cristo in croce, ecco perché si è arrivati con la pietà cattolica soprattutto dopo la Riforma protestante – ed in polemica con loro – ad accentuare il fatto che Cristo è presente con il Calvario nell’Eucaristia.
Nei messali che avevamo, nella parte centrale del canone, c’era sempre una pagina raffigurante la crocifissione, prima dell’istituzione la crocifissione. Anche la definizione del catechismo diceva: ”La santa messa è il rinnovamento del sacrificio del Calvario, della croce”. In sostanza è un canone che ha provocato una concentrazione di attenzione su un aspetto, che era quello sacrificale. Cosa positiva da un lato, perché ha salvaguardato la dimensione del sacrificio, ha però impoverito altre cose: se la Chiesa cattolica fa fatica ad essere comunione, se ad esempio Giovanni Paolo II dice:” Il concilio Vaticano II è quello che ci ha dato l’ecclesiologia di comunione” (ma l’Oriente ha sempre detto che l’ecclesiologia è solo di comunione) non c’è una Chiesa che non sia coinonia, noi l’abbiamo scoperto con il concilio Vaticano II, ma perché il magistero eucaristico che ci veniva dal canone non apriva alla comunione. Se avessimo avuto quello che oggi è il quarto canone, avremmo avuto una Chiesa che si plasmava soprattutto come comunione.
Ecco l’importanza delle preghiere eucaristiche, bisogna guardarle a lungo termine.
Testo del canone.
“ Padre clementissimo noi ti supplichiamo per Gesù Cristo tuo figlio, nostro Signore, di accettare questi doni, di benedire queste offerte, questo santo ed immacolato sacrificio”.
Il canone parte sempre rivolto al Padre, attraverso Gesù Cristo, e gli si chiede di accettare questi doni, di benedire queste offerte, questo sacrificio che si dice subito santo ed immacolato.
Già qui si capisce l’atmosfera del canone romano: la Chiesa chiede a Dio di benedire, di accettare i doni. C’è un atteggiamento di una Chiesa che si sente piccola, umile, che ha un senso di Dio come maestà, non come i canoni orientali che dicono “o Dio filantropos, amico, amante degli uomini”. Quindi c’ è un “altro” atteggiamento, meno amichevole, segnato da timore, da tremore. Dio è la maestà divina e la Chiesa si sente piccola, chiede, intercede, supplica e – già all’inizio – chiede a Dio: ”Accetta questi doni, benedici queste offerte, questo santo ed immacolato sacrificio”.
Fatta questa domanda ecco che appare qui una preghiera che sarebbe stata negli altri canoni alla fine:
“Noi te lo offriamo anzitutto per la tua Chiesa santa e cattolica, e ti preghiamo di proteggerla e governarla, di darle pace, di raccoglierla nell’unità su tutta la terra con il tuo servo il nostro papa (Nome), il nostro vescovo (Nome), con tutti quelli che custodiscono la fede cattolica trasmessa dagli apostoli”.
EB fa notare il senso che ha: noi ti offriamo questo sacrificio per la Chiesa, ma ti preghiamo che sii Tu a proteggerla, governarla, darle pace, raccoglierla. I quattro verbi con cui la Chiesa si edifica hanno Dio per soggetto. Questo è solo compito dei pastori, ma nella preghiera eucaristica lo si chiede a Dio, sono i quattro verbi che dicono che Dio è il pastore della Chiesa. Il pastore fa le azioni tipiche del suo mestiere: protegge il gregge, lo governa, lo raccoglie. Nel canone romano il vero pastore della Chiesa è Dio Padre, neanche il figlio Gesù Cristo.
“una cum fámulo tuo papa nostro (Nome) te antístite nostro (Nome) et ómnibus orthodoxis atque cathólicae et apostólicae fídei cultóribus”.
In sostanza in latino era: “e con tutti i cultori ortodossi … ”, cioè c’era ancora questo termine che indicava quelli che osservano la vera fede. Il termine non è stato tradotto perché adesso “ortodossi” indica i fedeli della Chiesa d’Oriente e non più noi fedeli della Chiesa d’Occidente (cattolici).
“Ricordati Signore dei tuoi fedeli (si dicevano i nomi dei vivi), ricordati di tutti i presenti dei quali conosci la fede nel tuo servizio, per loro (le persona citate) ti offriamo, con noi anch’essi ti offrono questo sacrificio di lode e innalzano la loro preghiera a te, Dio eterno, vivo e vero per ottenere a sé e ai loro cari redenzione, sicurezza di vita e salute”.
Abbiamo già trovato un linguaggio sacrificale, abbiamo fatto semplicemente tre preghiere. Ma prima “benedire queste offerte” in latino era al plurale “questi sacrifici illibati”. Qui di nuovo è detto “sacrificio di lode”. E’ molto bello come è esposto, perché in realtà è la comprensione vera che la Chiesa ha dell’Eucaristia, che è soprattutto un sacrificio di lode. Gesù offrendosi fa il sacrificio della sua vita, dandoci la sua vita, ma noi facciamo il sacrificio di lode.
Infine EB fa notare che è una Chiesa che porta il segno dei barbari. Quando è stato fatto il canone, i barbari premevano ai confini dell’Impero, a Roma c’erano scorrerie, Roma non significava più nulla (l’imperatore l’aveva abbandonata) in quanto la capitale dell’Impero era diventata Costantinopoli. Nel periodo del IV-V sec. Roma non ha neanche il lustro di altre città dell’Impero ed i barbari premono e fanno scorrerie. Allora un’altra caratteristica è che Roma prega per la pace.
“ Proteggere, governare, raccogliere” (sono verbi dei pastori, ma c’è aggiunto) “darle pace” (e qui di nuovo) “ ti chiediamo di ottenere per sé redenzione, sicurezza di vita e salute”.
EB dice di amare molto il canone romano, anche se ne vede tutta la povertà rispetto agli altri (ed in particolare rispetto al IV canone), però lo ama non soltanto perché mi lo ha accompagnato in tutta la mia vicenda cristiana di formazione, ma perché è anche un canone che dice le cose essenziali. Adesso noi stiamo bene, ma se fossimo ancora in certe situazioni in cui si sta male, chiedere la salute, chiedere la sicurezza di vita, chiedere la pace, diventano le domande essenziali.
Ecco allora la memoria. Si può notare come le preghiere, che negli altri canoni stavano alla fine ritornano avanti:
”In comunione con la Chiesa ricordiamo e veneriamo anzitutto la gloriosa e sempre vergine Maria, madre del nostro Dio e Signore Gesù Cristo, san Giuseppe suo sposo (aggiunto da Papa Giovanni XXIII), Pietro e Paolo, Andrea, (Giacomo, Giovanni, Tommaso, Giacomo, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Simone e Taddeo (i nomi dei 12 apostoli), Lino, Cleto, Clemente (i nomi dei primi vescovi di Roma), Sisto, Cornelio, Cipriano, Lorenzo (il diacono), Crisogono (uno dei primi padri della Chiesa d’Occidente), Giovanni e Paolo, Cosma e Damiano) e di tutti i santi (insomma i santi che la Chiesa di Roma invoca); per i loro meriti, per la loro intercessione, concedi a noi aiuto e protezione”.
Veramente si chiedono le cose più elementari in questo canone: sicurezza di vita, pace, salute, aiuto, protezione. Altra preghiera:
”Accetta con benevolenza, o Signore, l’offerta che ti presentiamo, noi tuoi ministri e questa tua famiglia. Disponi nella pace i nostri giorni (c’è di nuovo l’invocazione della pace), salvaci dalla dannazione eterna, accoglici nel gregge degli eletti”.
L’Occidente ha avuto una serie di Padri della Chiesa che hanno molto insistito sulla presenza dell’inferno, sulla possibilità della dannazione eterna, l’Oriente non ha questa ammonizione, questa esortazione, così tipica dell’Occidente. Certamente Agostino ha avuto una parte enorme, perché diceva che lui vedeva tutti andare all’inferno, la massa dannata, pochissimi quelli che andavano nel regno. Ora sant’Agostino ha avuto una tale autorità in Occidente che noi siamo plasmati da questa visione, pochissimi si salvano, la gente è massa dannata. Allora: ”Salvaci dalla dannazione eterna e accoglici nel gregge degli eletti”.
A questo punto troviamo che il testo è stato cambiato per trasformarlo in epìclesi:
”Signore ti preghiamo, questa offerta rendila benedetta, rendila legittima, rendila secondo il culto del logos, rendila accettabile, perché diventi per noi il corpo ed il sangue del Signore”.
La traduzione delle varie lingue cambia, alcune conferenze episcopali hanno nominato proprio lo Spirito santo, mentre qui è sottintesa. Se Dio deve santificare questa offerta e lo fa con la potenza della benedizione, essendo la “dinamis” di Dio lo Spirito santo, questa preghiera è diventata una vera epìclesi, almeno in italiano, ma rimane incerta nel testo antico:
”Perché diventi per noi il corpo e il sangue del tuo amatissimo Figlio”.
Quando sant’Ambrogio dice: ”La liturgia romana eucaristica si fa così … “ e dà le preghiere nella formula latina:
“Quam oblationem tu, Deus, in omnibus, quaesimus, benedictam, adscriptam, ratam, rationabilemque facere digneris: ut nobis figura corporis et sanguinis Christi Filii tui fiat”.
“Perché diventi figura”. Si capisce quindi anche l’oziosità di certe disquisizioni; nel linguaggio di Ambrogio si aveva il coraggio di dire che ”il pane ed il vino sono figura del corpo di Cristo”.
Oggi se si sentisse un canone così, si direbbe: ”Sant’Ambrogio non crede alla presenza reale”. Si dovrebbe dire lo stesso anche del canone di Sarapione, che ha la stessa formulazione:
“Abbiamo offerto questo pane, figura del corpo dell’unigenito, questo pane è figura del tuo santo corpo, perché il Signore Gesù, nella notte in cui fu consegnato, prese il pane e disse … E noi per questo, facendo figura della morte, ti abbiamo offerto il pane ed invochiamo attraverso questo sacrificio … “.
EB pone in evidenza che queste espressioni, non negavano la presenza di Cristo, ma mettevano in evidenza che il pane “si vede pane” ed il pane resta figura del corpo di Cristo e nella preghiera di sant’Ambrogio (il canone romano prima dei ritocchi di Gregorio (con probabilità) o di altri dopo, in realtà suonava così:
” Perché diventi la figura del corpo e del sangue di suo Figlio”.
Secondo EB questo dimostra la libertà che c’era all’interno della Chiesa antica nell’esprimere una verità colta da tutti: “Il pane consacrato è il Corpo di Cristo”, non è altra cosa, è veramente il corpo di Cristo. Ma se si poteva dire che il pane è “figura del corpo di Cristo”, come ancora la teologia cattolica dice: “quel pane è il segno del corpo di Cristo, è sacramento del corpo di Cristo”.
L’istituzione è molto solenne in questo canone:
”La vigilia della sua passione egli prese il pane nelle sue mani sante e venerabili, alzò gli occhi al cielo a te, Dio Padre onnipotente, rese grazie con la preghiera di benedizione …”.
EB fa notare la differenza dagli altri canoni dove c’è “disse la benedizione, rese grazie”, qui la formula è rese grazie con la preghiera di benedizione (tibi gratias agens benedixit), c’è “rendendoti grazia benedisse”, il verbo in primo piano è rendere grazie (e non benedire)
“lo diede ai suoi discepoli, e disse …”
e così via “Prendete e mangiatene tutti … Fate questo in memoria di me”.
L’anamnesi
“Perciò Signore noi tuoi ministri e tuo popolo santo celebriamo il memoriale della beata passione, della risurrezione dai morti, della gloriosa ascensione al cielo di Cristo tuo Figlio e nostro Signore e offriamo alla tua maestà divina (Dio all’interno di questa preghiera ha tutta la potenza di chi ha il comando, l’impero, il dominio) tra i doni che ci hai dato la vittima pura, la vittima santa, la vittima immacolata, pane santo della vita eterna e calice della salvezza perpetua”.
C’è di nuovo il sacrificio, la vittima e la preoccupazione che sia pura, santa e immacolata; prima è stata pregato: “rendila legittima”, c’è la paura tipica dell’Occidente con la sua visione giuridica che le cose siano legittime, siano fatte bene, secondo il diritto, secondo la legge.
In Occidente c’è sempre stato questo problema: “è valida – non è valida, è legittima – non è legittima”; quanta acqua ci deve essere nel vino perché il vino sia valido, se se ne mette di più è annacquato non cambia più e se il vino è diventato aceto non vale più. Un tempo si faceva molta attenzione a tutte queste cose, c’era tutta una casistica.
Poi è molto bello questo, una memoria dell’A.T., ma sempre nella linea dell’Eucarestia come sacrificio:
“ Tu che hai voluto accettare i doni di Abele il giusto, il sacrificio di Abramo nostro Padre della fede, quell’offerta pura e santa di Melchisedech tuo sommo sacerdote, volgi lo sguardo sulla nostra offerta, il tuo sguardo benigno, sereno”.
In questo si ripete, c’è un’ unità nel canone romano che è impensabile, ma è molto bello: i primi sacrifici che ha fatto Abele, poi Abramo col sacrificio di Isacco, poi quell’offerta che ha fatto Melchisedech così misteriosa quando incontrò Abramo e offrì pane e vino.
“ E adesso guarda, dà uno sguardo benigno sulla nostra offerta”. EB si chiese se sia il caso di chiedere al Padre “di guardare con sguardo benigno suo Figlio”; ci sono qui degli elementi che sono un po’ dell’Occidente e che ci lasciano perplessi.
Poi un’altra preghiera:
”Ti supplichiamo, o Dio onnipotente, fa’ che questa offerta, per le mani del tuo santo angelo, sia portata sull’altare del cielo davanti alla tua maestà divina, affinché tutti noi che partecipiamo di questo altare, comunicando al santo mistero del corpo e del sangue di Gesù Cristo, siamo colmati di ogni grazia e benedizione”.
E’ un’epiclesi questa? No, non si invoca lo Spirito Santo che scenda! Però implicitamente avevano ragione gli ortodossi al concilio di Lione e di Firenze che avevano detto che poteva essere un epiclesi. L’immagine è ardita: qui c’è il presbitero che celebra l’eucaristia con il pane e il vino e l’altare della terra.
Nell’immaginario, immaginate un altare in cielo, con Dio dietro, si dice: ”Ti supplichiamo Dio onnipotente, fa’ che quest’offerta, per le mani del tuo angelo, sia portata là sul cielo”. Cosa si vuole dire, andiamo al di là dell’espressione alla verità profonda: “ci sia davvero una sola offerta in terra e in cielo, questa offerta è il Figlio di Dio”. E’ chiaro che in cielo in Dio c’è Gesù Cristo, però nell’immaginario che proviene già dal giudaismo, c’è un altare in cielo, cioè questa vittima che è sull’altare sia di tuo Figlio Gesù Cristo. Per cui è stato visto come un’ epiclesi ascensionale e qui questo angelo che interviene è stato interpretato in mille maniere. La cosa importante è che c’è una sola eucaristia in cielo e in terra, c’è una sola offerta: il Figlio che si offre al Padre. Questa è la verità dell’Eucaristia; c’è quest’unità profonda: c’è un solo Cristo che si è dato al Padre sulla croce, come dice la lettera agli Ebrei “una volta per tutte”. Noi col memoriale raggiungiamo quel momento, non c’è ripetizione sull’altare dell’offerta. Noi siamo coinvolti dell’unico evento, avvenuto una volta per tutte, che è l’offerta che il Figlio ha fatto al Padre sulla croce. Questa è la verità.
Qui c’è una specie di epiclesi implicita sul popolo: ”Affinché noi che partecipiamo a questo altare, comunicando al mistero del corpo e sangue di Cristo, siamo riempiti di ogni grazia e di ogni benedizione lo Spirito Santo”. E’ una sorta di doppione, di nuovo preghiere che sono una ripetizione di quelle precedenti. Prima era:
“ Ricordati Signore dei tuoi servi e delle tue serve”
qui è:
“ Ricordati Signore dei tuoi servi e delle tue serve (i nomi dei defunti che si intende ricordare), che ci hanno preceduto col segno della fede e dormono il sonno della pace; a loro e a quanti riposano in Cristo concedi o Signore la beatitudine, la luce, la pace”.
La traduzione dal latino sarebbe:
Ipsis, Domine, et omnibus in Cristo quiescentibus, locum refrigerii, lucis et pacis, ut indulgeas deprecamur.
“Dà loro un luogo di refrigerio, di luce e di pace”, la traduzione ha cercato di abbellire immagini che non sono più nel nostro pensare, perché nessuno più pensa che ci sia un luogo siffatto.
E poi di nuovo:
” E anche a noi tuoi ministri, peccatori …”
EB fa notare come, per il canone romano, siamo peccatori, la Chiesa supplica che ha bisogno di pace, è povera, si sente umile. Questa preghiera era detta solo dai presbiteri e voleva essere una preghiera fatta dai preti; infatti il prete si inchinava profondamente e la recitava sottovoce per sé.
“ … noi tuoi ministri, peccatori, ma fiduciosi della tua infinita misericordia, concedi di aver parte nella comunità dei tuoi santi apostoli e martiri …”
Nella preghiera precedente dominava Maria, qui domina Giovanni il Battista, poi Stefano, Mattia, Barnaba, Ignazio (di Antiochia), Alessandro, Marcellino e Pietro (presbiteri), … e poi le santi martiri Felicita, Perpetua, Agata, Lucia, Agnese, Cecilia, Anastasia (le sante donne della Chiesa di Roma) e tutti i Santi.
”Ammettici a godere della loro sorte beata, non per i nostri meriti, ma per la ricchezza del tuo perdono”.
Ritorna in continuazione il senso di una Chiesa povera, che non vanta neanche meriti: “ammettici, non abbiamo meriti, ma solo perché Tu ci perdoni
Per Cristo nostro Signore, tu, o Dio, crei (hai creato e continui a creare) e santifichi sempre, fai vivere, benedici e doni a noi tutto ciò che è buono”.
Poi la dossologia:
“Per Cristo, con Cristo ed in Cristo …”
Ecco questo è il canone romano.
La terza preghiera eucaristica (terzo canone)
Quando si trattava di attuare la riforma liturgica, molti avevano chiesto che il canone romano fosse tenuto, ma che fosse riportato un certo ordine nella disposizione delle preghiere, che alcune fossero spostate, ma mantenendo sostanzialmente il canone come era.
A Bose hanno pregato per un lungo periodo usando questo canone, ma con le preghiere disposte secondo un nuovo ordine, come era stato chiesto dai liturgisti. Prima c’era la parte di lode, poi l’istituzione, poi le varie preghiere unite, prima per la Chiesa, poi per i morti, poi per i santi, ma uniti insieme a grappolo.
Paolo VI, all’ultimo momento, ha pensato bene di mantenere il canone romano tale e quale, con piccole modifiche che sono state apportate, anche per la qualità venerabile di questa preghiera eucaristica.
Il canone terzo, è una preghiera che è stata scritta ex – novo, non è dunque né quella di Ippolito, né quella di Basilio così dette, si è voluto farla sulla traccia dei canoni della tradizione antiochiena e, nell’intenzione di chi l’ha scritto (Vagaggini l’ha composto e non tradotto), voleva essere un canone che in qualche misura era rifatto, ma che riproduceva lo spirito del canone romano. Questo canone doveva essere un canone più breve, un po’ più ricco di quello romano (effettivamente un canone che si potrebbe giudicare un po’ povero, non in senso negativo, ma perché certamente non ha la pienezza degli altri canoni; un canone che era molto determinato sulla visione dell’ Eucaristia, quella sul sacrificio e basta. Non c’è comunione, non c’è lode, né per la creazione né per la redenzione che vengono messe nel prefazio).
Ecco perché Paolo VI si è deciso ad innovare questa tradizione. Ma bisogna capire da un lato il “dramma” di Paolo VI, ma anche capire il vescovo Léfèvre che diceva: ”Chi è questo Papa che dopo 1600 anni di un canone, ne mette addirittura tre vicino ad altri?”. Anche perché si temeva che il canone romano, una volta che ci fossero gli altri, non venisse più usato. Allora la Chiesa l’ha reso obbligatorio il Giovedì santo sera, perché c’è la memoria dei 12 apostoli; l’ha reso obbligatorio alcune altre volte, ma tre volte non di più, sapendo che sarebbe andato in desuetudine, con ogni probabilità.
Si voleva un altro canone, però rifatto, che mantenesse però un po’ lo spirito del canone romano.
Vi faccio sentire che è il canone romano, ma giustamente con quelle ricchezze in più che abbiamo sentito negli altri canoni e che, in qualche misura, l’eucaristia richiede.
“Padre veramente santo, a te la lode di ogni creatura (nel canone romano c’era una sola volta il termine lode, accetta questo sacrificio di lode), per mezzo di Gesù Cristo tuo Figlio nostro Signore, nella potenza dello Spirito santo (mai nominato nel canone romano), fai vivere (memoria della creazione), santifichi l’universo (memoria della redenzione) e continui a radunare intorno a te un popolo che da un confine all’altro della terra offre al tuo nome un’offerta pura”.
Questo testo è tratto del profeta Malachia 1, 11, in cui si dice che “ci sarà un tempo in cui dal sorgere del sole al suo tramonto su tutta la terra sarà fatta un’offerta pura a Dio”. Malachia dice “un’offerta pura”, ma qui si voleva dare il senso del canone romano e allora è scritto “un sacrificio perfetto”; in latino è stato scritto “oblatio munda offeratur nomini tui”, “affinché sia un’offerta pura”, ma chi lo ha tradotto in italiano ha voluto mantenere l’espressione “offra al tuo nome un sacrificio perfetto”.
Poi l’epiclesi messa molto chiara:
“Ed ora ti preghiamo umilmente, manda il tuo Spirito a santificare i doni che ti offriamo, affinché diventino il corpo ed il sangue di Gesù Cristo tuo Figlio nostro Signore, che ci ha comandato di celebrare questi misteri”.
E’ una formula breve, però abbiamo la memoria della creazione, la memoria della redenzione, abbiamo quello che lo Spirito santo continua a fare nella storia, radunare la Chiesa, un popolo santo e lo raduna perché faccia Eucaristia, allora ti preghiamo manda lo Spirito su questa nostra offerta e noi mettiamo in pratica quello che ci ha detto Gesù, che ci ha comandato di celebrare questi misteri.
E’ un canone molto ben costruito.
“Nella notte in cui fu tradito, prese il pane, rese grazie con la preghiera di benedizione”
l’istituzione è stata sempre mantenuta uguale, perché Paolo VI aveva paura che i fedeli perdessero la fede nell’istituzione se si fossero usate formule diverse. EB ritiene che sarebbe stato meglio, per la loro ricchezza della liturgia, usare anche le riportate in Matteo, in Marco o in Paolo o altre formule ancora. Ma allora, oggi non più, c’era così attenzione alle parole che si chiamavano “della consacrazione”, che Paolo VI disse di mantenerle sempre così ovunque.
L’anamnesi:
“Celebrando il memoriale di tuo Figlio (ritorna il linguaggio del post-concilio Vaticano II) morto per la nostra salvezza, gloriosamente risorto ed asceso al cielo, … ”
la traduzione in italiano dal testo latino di nuovo non è fedele “Memores igitur, Domine, eiusdem Filii tui salutiferae passionis”, “la passione ci dà la salvezza”, “necnon mirabilis resurrectionis et ascensionis in caelum, sed et praestolantes alterum eius adventum”, tradotto con “gloriosamente risorto”. Qui invece degli eventi sono diventati aggettivi. E’ un impoverimento, sarebbe stato meglio rendere con ”celebrando il memoriale di tuo Figlio, celebrando la sua morte, la sua gloriosa resurrezione, la sua ascensione“, perché far passare un Cristo solo morto, risorto e asceso si perdono quegli eventi che sono tutta la vita di Cristo.
“ … noi nell’attesa della sua venuta, ti offriamo, Padre, in rendimento di grazie (quindi Eucaristia) questo sacrificio vivo e santo”.
Ritorna il linguaggio del canone romano. La preghiera di Vagaggini non era così, infatti qui diceva: “ti offriamo o Padre questa eucaristia”, ma i redattori finali, per paura che fosse un canone non come quello romano, hanno cominciato i ritocchi, per la solita paura di dimenticare che l’eucaristia è un sacrificio. EB ritiene che con tutto quello che si è detto sui sacrifici dell’A.T. non c’è rischio di dimenticare che l’eucaristia è sacrificio, anche se non lo si ripete in ogni riga. Poi ancora – EB la ritiene una grave caduta di stile -:
“Guarda con amore e riconosci nell’offerta della Chiesa, la vittima immolata per la nostra redenzione; ”
come possiamo dire a Dio Padre di guardare con amore suo Figlio? Si poteva dire: ”Signore guarda“ e basta
“ed a noi che ci nutriamo del corpo e del sangue di Cristo, dona la pienezza dello Spirito santo, perché diventiamo in Cristo un solo Corpo ed un solo spirito. (E’ una bella epiclesi. Poi molto bello) Egli faccia di noi un sacrificio perenne a te gradito … ”
Secondo EB qui è corretto usare l’espressione “sacrificio”, infatti Paolo (Rm12) dice: “offrite la vostra vita in sacrificio”, quindi qui è bello sacrificio, le altre volte si poteva insistere meno.
“Egli faccia di noi … “ in latino è “Ipse nos tibi perficiat munus aeternum”, ” Faccia di noi a te un dono eterno“, (qui oblatio è diventato sacrificio),
“perché possiamo ottenere il regno promesso con gli eletti: con la beata Maria, vergine e madre di Dio, con i tuoi santi apostoli e gloriosi martiri e tutti i santi, (ecco la memoria dei santi, di Maria, degli apostoli e dei martiri) nostri intercessori presso di te”.
EB fa notare la tensione ecumenica che è stata posta in queste preghiere; sono formule che possono essere accettate da tutte le Chiese, ed infatti la Chiesa anglicana le ha assunte tali e quali come proprie preghiere eucaristiche.
“Per questa vittima della nostra riconciliazione (di nuovo un accenno al sacrificio, accenno più che sufficiente anche senza le altre ripetizioni), dona Padre pace e salvezza al mondo intero (la domanda del canone romano). Conferma nella fede e nell’amore la tua Chiesa pellegrina sulla terra: il tuo servo e nostro papa N., il nostro vescovo N., il collegio episcopale, tutto il clero (EB ritiene orribile, sarebbe stato meglio tutti i presbiteri) ed il popolo che tu hai redento.
Ascolta la preghiera di questa famiglia che hai convocato alla tua presenza, ricongiungi a te, Padre misericordioso, tutti i tuoi figli ovunque dispersi”.
Questa espressione è di Giovanni 11, 52 là dove Gesù dice: ”Sono venuto a radunare tutti i figli dispersi di Dio”. Poi il memento dei morti:
“Accogli nel tuo regno i nostri fratelli defunti e tutti i giusti che, in pace con te, hanno lasciato questo mondo (EB fa notare l’indole più universale, il canone romano pregava solo per quelli che erano morti nel segno della fede); concedi a noi di ritrovarci insieme a godere sempre della tua gloria (di nuovo l’eco del canone romano), in Cristo, nostro Signore, per mezzo del quale tu, o Dio, doni al mondo ogni bene.
Per Cristo, con Cristo ed in Cristo a te, Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito santo ogni onore e gloria”.
E.B si augura che quello che ha detto serva a sentire le preghiere eucaristiche con maggiore consapevolezza; ritiene che l’eucaristia si capisca così, che non ci sia altra maniera, capirla non tanto attraverso la teologia, ma attraverso la liturgia. L’eucaristia che fa la Chiesa e la Chiesa celebra l’Eucaristia, ma in un tale rapporto l’una con l’altra, che ne dipende la vita di preghiera, la vita spirituale, la vita di tutta la Chiesa.