22-05-2007-Corso-sull’Eucarestia-8

22/05/2007 – CORSO SULL’EUCARISTIA – Incontro 08/10

8° incontro su dieci.

La seconda preghiera eucaristica (anafora di Ippolito)

EB ricorda alcuni dati che ha già presentato, ma che servono per meglio capire l’esposizione che seguirà.

Nella preghiera giudaica del pasto (rituale) festivo vi erano quattro elementi:
un dialogo iniziale con un’azione di rendimento di grazie, che è quello che troviamo nei nostri prefazi. Il capo famiglia/comunità diceva la formula: “Adesso facciamo rendimento di grazie (eucaristia). E’ cosa buona e giusta”. Era un modo per sottolineare, da parte di colui che presiedeva, che iniziava una preghiera comunitaria;
il memoriale, con una memoria della creazione ed una della liberazione dalla schiavitù (esodo);
le intercessioni per Israele, per la città santa di Gerusalemme, per l’invio del Messia;
una dossologia (discorso di gloria) finale.

Di fatto questi quattro elementi fanno parte della preghiera eucaristica cristiana, ma la grande innovazione è nella memoria della redenzione; per gli ebrei la redenzione era avvenuta tramite l’esodo dall’Egitto, per i cristiani la liberazione dalla schiavitù del peccato è la vicenda di Gesù, dall’incarnazione fino alla sua morte e resurrezione.

Ciò detto è possibile percepire che i successori degli apostoli, quando si radunavano per celebrare l’eucaristia con le loro comunità, osservassero questo ritmo e, pur in assenza di testi, facessero in modo che fossero rispettati tutti i quattro elementi sopra citati.
Del resto chi a lungo aveva pregato in questo modo, lo aveva interiorizzato. Il dialogo iniziale, sempre ripetuto uguale su un canovaccio che gli apostoli avevano reso norma (canone), era poi ripetuto a memoria.

Per averne un’idea, leggiamo quello che scrive Giustino (anni 150 – 155):

Nel giorno [chiamato dai Romani] del Sole ( La domenica primo giorno della settimana, che i cristiani chiamavano giorno del Kyrios; ancora oggi in inglese è Sunday, in tedesco Sonnertag), tanto quelli che abitano in città come quelli che abitano in campagna si riuniscono in uno stesso luogo e leggono le memorie degli apostoli e gli scritti dei profeti, per quanto il tempo lo permette. Quando il lettore ha terminato, colui che presiede tiene un discorso per ammonire ed esortare alla imitazione di questi buoni insegnamenti (l’omelia). Poi tutti insieme ci alziamo e preghiamo ad alta voce le orazioni (l’oratio dei fedeli); quindi, cessate le preghiere, si porta, come si è detto, pane, vino ed acqua ed il capo della comunità eleva preghiere e ringraziamenti con tutto il fervore di cui è capace. Il popolo acclama dicendo: ”Amen”. Poi si fa la distribuzione e la spartizione a ciascuno degli alimenti eucaristizzati e se ne manda, per mezzo dei diaconi, anche ai non presenti.
(Prima apologia, paragrafo 67)

Negli anni attorno al 150-155 l’eucaristia è celebrata con la struttura che anche noi utilizziamo ancora oggi, non è cambiato praticamente nulla.

L’anafora che dobbiamo commentare, di certo non posteriore al 217 (inizio del III secolo), inizia così, completa come è a noi pervenuta:

I diaconi porteranno l’offerta al vescovo; questi, imponendo su di essa le mani con tutto il collegio dei sacerdoti, esprimerà questo ringraziamento: “Il Signore sia con voi” e tutti risponderanno: “E con il tuo spirito”, “Innalziamo i nostri cuori” e tutti risponderanno: “Sono rivolti al Signore”, “Rendiamo grazie al Signore nostro Dio” e tutti risponderanno: “E’ cosa buona e giusta”, poi continuerà così.

Per EB è importante notare che alla fine sta scritto:
Il vescovo faccia eucaristia come abbiamo scritto finora; non è obbligato a pronunciare le parole stesse che qui sono scritte, recitandole a memoria quando fa eucaristia a Dio. Ciascuno (dei vescovi) preghi secondo le capacità e se è capace di pregare più a lungo, anche nella preghiera solenne, questa è cosa buona. E se qualcuno pregando non va oltre a quanto scritto, perché non capace di fare di più, non lo si impedisca purché preghi secondo quel che appartiene alla sana fede.

La preghiera che adesso commentiamo è attribuita ad Ippolito ( Ippolito è un vescovo della Chiesa di Roma, che ha reagito con forza (è un rigorista) contro un atteggiamento che considerava troppo misericordioso della Chiesa verso quelli che avevano apostatato e che, passata la persecuzione, chiedevano di ritornare ad essere cattolici. Ippolito, dopo che nel 218 è stato eletto vescovo di Roma Callisto (uno schiavo condannato ai lavori forzati in Sardegna), quando sente che il papa vuole perdonare gli apostati che tornano, si fa eleggere vescovo di Roma (quindi è un antipapa). Nel 235 il nuovo imperatore Massimino manda tutti quelli che sono vescovi di Roma (papa ed antipapa) in Sardegna e li ha tenuti in prigionia, dove sono morti. Il papa Fabiano fa portare i due corpi, di Callisto ed Ippolito, a Roma, fa celebrare un unico funerale (13 agosto), li fa seppellire insieme e li proclama santi entrambi.
[EB ritiene che la Chiesa di Roma abbia indole genetiche che non cambiano mai. Ha iniziato con Pietro e Paolo, che si sono tanto osteggiati e sono ricordati insieme abbracciati, poi Callisto ed Ippolito, ed, ai nostri giorni, con la beatificazione contemporanea di Pio IX e Giovanni XXIII]) (anno 220 circa). E’ stata trovata in un libro composito del IV secolo (nel 380 circa), in cui ci sono la Didachè, questo testo e testi di altra provenienza. All’inizio del III secolo c’era dunque un primo testo eucaristico scritto che conosciamo. Con ogni probabilità la Chiesa che lo ha scritto non conosceva altre forme di preghiera antecedenti e lo attribuisce agli apostoli, chiamandolo “Tradizione apostolica”, per dire che, nel contenuto, risale agli apostoli, non che sia stata scritto da questi ultimi.

Possiamo dire che sia stata scritta per dare una norma all’eucaristia. Tanti vescovi la chiedevano, consideriamo che non c’erano i seminari, c’era la persecuzione ancora in corso, molti vescovi erano stati consacrati in segreto e vivevano in clandestinità (come è successo ancora nel ‘900 dopo la rivoluzione bolscevica, durante il periodo sovietico). Molti di questi vescovi e presbiteri non hanno grandi capacità intellettuali, non tutti erano in grado di esprimere una preghiera eucaristica fedele alla tradizione e ricca di contenuto, per cui si è incominciato a pensare di scriverne una molto semplice, la quale costituisse un canovaccio, in modo che leggesse quello, chi non fosse stato in grado di dire di più. E’ ovvio che era meglio quando c’erano vescovi che avevano la capacità di esprimere una preghiera ricca di contenuto, facilmente capita dal popolo.

Questa anafora – è la più antica che conosciamo – proviene con buona probabilità dalla Siria, ma appare nella Chiesa di Roma al momento di Ippolito; è conservata nella Chiesa etiopica, nella Chiesa siriaca (una delle possibilità). La Chiesa di Roma al tempo concilio Vaticano II si è chiesta quali preghiere adottare, in quanto il papa Paolo VI aveva pensato di dare nuove anafore oltre al canone romano. Volendo attingere alle preghiere eucaristiche più venerate dalla tradizione, la prima cosa che si è imposta è di ricorrere a questa anafora, che era stata attribuita al vescovo Ippolito.

EB legge il testo originale dell’anafora di Ippolito per far notare i cambiamenti che la Chiesa cattolica ha dovuto assolutamente apportare, per approdare al testo adottato con la riforma liturgica.

Entrato il vescovo, tutti gli diano il bacio di pace salutandolo perché veramente degno. I diaconi gli presentano l’oblazione ed egli, mentre distende sopra le mani con tutto il presbiterio, dica rendendo grazie: “Il Signore sia con voi”.
Tutti rispondano: “E con il tuo spirito”.
“Innalzate i vostri cuori”.
“Sono rivolti al Signore”.
“Rendiamo grazie al Signore nostro Dio”.
“E’ cosa buona e giusta”.
Poi continua: “Ti rendiamo grazie, Signore nostro Dio, per il tuo Figlio diletto Gesù Cristo, che ci hai mandato in questi ultimi tempi come redentore e messaggero del tuo piano di salvezza; per Lui che è il tuo verbo inseparabile, per mezzo del quale hai creato tutte le cose e le hai trovate buone; per Lui che hai inviato dal cielo nella matrice di una vergine; che dopo essere stato concepito, portato nell’utero, si è incarnato e manifestato come tuo Figlio, nato dalla Spirito santo e dalla vergine Maria; per Lui che, eseguendo la tua volontà per acquistarti un popolo santo, stese le mani mentre soffriva per liberare dalla sofferenza coloro che hanno fiducia in te.
Quando fu consegnato, lui volendolo, alla passione per annientare la morte, per rompere le catene del diavolo, per calpestare l’inferno, per illuminare i giusti, per stabilire la (nuova) norma della fede (alleanza) e manifestare la risurrezione, prendendo del pane ti rese grazie e disse: «Prendete e mangiate questo è il mio corpo spezzato per voi». Lo stesso fece sul calice dicendo: «Questo è il mio sangue che sarà versato per voi. Quando fate questo fatelo in memoria di me».
Ricordando dunque la sua morte e la sua resurrezione, ti offriamo questo pane e questo calice, ringraziandoti di averci stimati degni di stare dinanzi a te e di offrirti il nostro servizio sacerdotale.
Ti chiediamo di inviare il tuo Spirito santo sull’offerta della tua Chiesa, affinché riunendoli insieme, concedi a quelli che partecipano ai tuoi santi misteri di prendervi parte per essere riempiti dallo Spirito santo, affinché la loro fede nella verità venga rafforzata e così possano lodarti e glorificarti per il tuo figlio Gesù Cristo, mediate il quale sono resi gloria ed onore a Te con lo Spirito santo nella santa Chiesa ora e nei secoli dei secoli”.

EB fa notare l’ossatura di questa preghiera: innanzi tutto dal dialogo iniziale – notare che non c’è il Sanctus – si passa alla memoria, all’azione di grazia per la creazione (dette in maniera estremamente succinta: “Lui che è il tuo verbo inseparabile, per mezzo del quale hai creato tutte le cose … ”) e per la redenzione (“[Lo] hai inviato dal cielo nella matrice di una vergine. Egli dopo essere stato concepito, portato nell’utero, si è incarnato …” ), fino alla memoria dell’istituzione.

Subito dopo inizia la preghiera ben precisa allo Spirito santo: “Ti chiediamo di inviare il tuo Spirito santo sull’offerta della tua Chiesa. Riunendoli insieme, concedi a quelli che partecipano ai tuoi santi misteri di prendervi parte per essere anche loro riempiti dallo Spirito”.

In sostanza, dopo che c’è stata la memoria della creazione, della redenzione e dell’istituzione, la parte importante e preponderante delle intercessioni è l’epiclesi ( Anche se ogni invocazione a Dio è un’epiclesi, di fatto è diventato il termine proprio per dire l’invocazione dello Spirito santo), l’invocazione allo Spirito santo perché scenda sull’oblazione (sul pane e sul vino perché diventino corpo del Signore), ma anche sull’assemblea. In fine c’è la dossologia: “Così possano lodarti e glorificarti per il tuo figlio Gesù Cristo, mediate il quale sono resi gloria ed onore a Te, con lo Spirito santo, nella santa Chiesa ora e nei secoli dei secoli”.

Qualcuno auspicava che questa anafora di Ippolito fosse ripresa nella riforma liturgica conciliare così com’era, per la sua antichità (le altre anafore sono di almeno un secolo più tardo, tra il 320 ed il 400). Tuttavia c’erano due problemi per la Chiesa cattolica. Il primo era la mancanza del Sanctus, presente nel canone romano. Il secondo, più difficile da risolvere, era che i cattolici avevano fatto l’errore di dire che erano le parole del prete che consacravano il pane ed il vino (EB ricorda ancora come il prete si chinava riversato sul pane e sul calice e pronunziava le parole: “Hoc est enim corpus meum”). Era “magica” non l’azione eucaristica tutta intiera, ma soltanto alcune parole; all’interno della preghiera dell’istituzione c’erano le parole del prete, soltanto dopo c’era l’epiclesi: “Manda lo Spirito santo perché diventino corpo e sangue di Cristo”.

Allora (al tempo del Concilio), i liturgisti e Paolo VI ritenevano che un’anafora così strutturata il popolo non l’avrebbe capita, perché non era abituato e si sarebbe chiesto: “Ma fino a quel momento non è ancora corpo di Cristo? Le parole dette non lo rendono corpo di Cristo?”. Bisognava trovare il modo che questa epiclesi fosse posta davanti alla istituzione, non dopo, perché anche se c’è l’invocazione prima delle parole dell’istituzione, poi comunque le parole dell’istituzione ci sono, per cui tra l’una e l’altra cosa …
EB ritiene “giochetti di persone di scarsa fede” il pensare che ci sia un momento preciso in cui il pane ed il vino diventano il corpo ed il sangue di Cristo. Ma a quel tempo era tutta una fede fatta così, che va anche rispettata; quando cadeva una particola per terra era un dramma, era un ossessione. C’era tutta una serie di cose che mostravano la fede eucaristica. Oggi, al contrario, ci sono preti che fanno impressione perché non hanno nessun rispetto per le particole o per il resto. Si è passati alla parte opposta con sciatteria e cattivo gusto. Ma allora tutta l’energia era posta su queste cose esterne.

In più il canone romano (la maggior parte dei preti oggi non lo usa più) pareva non avere l’epiclesi vera e propria, tanto è vero che gli ortodossi dicevano che la messa cattolica non era valida. Per tutta la Chiesa antica è lo Spirito santo che cambia il pane ed il vino nel corpo e nel sangue di Cristo, tramite l’epiclesi; lo dicevano tutti, ma il canone romano non aveva l’epiclesi. Quando gli ortodossi ed i cattolici tentarono di fare l’unità della Chiesa nei due concili di Lione II (1274) e di Firenze (1438-45), ci fu la disputa in quanto gli ortodossi dicevano che i cattolici confidavano nelle parole del prete e non nell’azione dello Spirito santo. I teologi ortodossi e cattolici fecero una commissione ed trovarono che nel canone romano c’erano due possibilità di epiclesi implicita. La prima epiclesi, a cui gli ortodossi non credevano molto e che forse non amavano perché era prima dell’istituzione (mentre loro l’hanno dopo), era questa:

Quam oblatiònem tu, Deus, in òmnibus quaesimus, benetìctam, abscrìptam, ratam, rationàbilemque (cattiva traduzione dal greco “secondo il Logos” = Cristo), acceptabilèmque fàcere dignéris: ut nobis Corpus et Sanguinis fiat dilectìssimi Fìlii tui Dòmini nostri Iesu Christi.

Non c’è l’invocazione allo Spirito santo, ma si dice:
Degnati, o Signore, di rendere perfettamente benedetta, approvata, giusta, spirituale e degna di piacerti questa nostra offerta: e per noi diventerà il corpo ed l sangue del tuo dilettissimo Figlio, nostro Signore, Gesù Cristo.

I cattolici sostenevano con gli ortodossi che quella fosse l’epiclesi, ma questi contestavano che non c’era l’invocazione dello Spirito santo. Tuttavia gli ortodossi, studiando questo canone con i cattolici, dissero che c’era una epiclesi dopo le parole dell’istituzione:

Sùpplices te rogàmus, omnìpotens Deus: iube haec perfèrri per manus sancti Angeli tui in sublìme altàre tuum, in cospèctu divìne majestàtis tuae: ut, quotquot ex hac altàris partecipatine sacrosànctum Filìi tui Corpus, et Sànguinem sumpsèrimus, omni benedictiòne caelèsti et gràtia repleàmur.

Ti supplichiamo, o Dio onnipotente: le mani del tuo santo angelo portino queste offerte sull’altare del cielo, di fronte alla tua maestà divina, affinché tutti quelli che partecipano di questo altare, comunicando al santo mistero del corpo e sangue di Cristo, siano colmati di ogni grazia e benedizione.
Poiché le grazie e le benedizioni sono l’opera dello Spirito santo, implicitamente dunque era un epiclesi.

Fu così che cattolici ed ortodossi si unirono a Firenze e gli ortodossi ammisero, riconoscendo in questa formula l’epiclesi, che la messa dei cattolici fosse valida.
Gli esegeti ed i liturgisti cattolici erano tutti del parere che non ci fosse l’epiclesi, e la traduzione lo evidenzia (attenzione: in questa formula, fatta dopo il Concilio, è stata messa l’epiclesi, facendo una traduzione non letterale di quanto era scritto in latino):

Santifica o Dio questa offerta, con la potenza della tua benedizione (che manca nel testo latino).

Con un testo che abbia questa espressione, poiché la dinamis dell’azione di Dio è lo Spirito santo (anche se non ne parla espressamente, presuppone le azioni tipiche dello Spirito santo), gli ortodossi sono disposti ad ammettere che ci sia la doppia epiclesi sui doni e sul popolo.

Tenendo in considerazione questa difficoltà, è stato redatto il canone secondo. EB mette in evidenza alcuni adattamenti.

Primo mutamento: (di struttura) l’inserzione del Sanctus, che spezza il rendimento di grazie già contenuto in quello che è diventato un Prefazio. In sostanza la preghiera eucaristica di Ippolito non ha Prefazio, è una preghiera con l’azione di grazia tutta unita, in questo testo è stata spezzata per mettere il Sanctus in mezzo; in tal modo si ha un’azione di grazia prima ed una dopo.

Secondo mutamento: per evitare il malessere dei cattolici abituati a dire che la consacrazione avviene con le parole del sacerdote (e non con l’intiera azione liturgica presieduta dal sacerdote), si è fatta una doppia epiclesi, lasciando quella sul popolo che c’era alla fine, ma anticipando quella sui doni.

Inoltre nel testo c’erano alcune espressioni di difficile comprensione. Le più importanti sono.

Ti rendiamo grazie per mezzo di Gesù Cristo, che ci hai mandato in questi ultimi giorni come salvatore e redentore e messaggero, angelo del tuo piano di salvezza. Non siamo abituati a pensare Cristo come angelo messaggero, nell’antichità Cristo aveva questo nome, ma poi è un predicato andato in disuso, quindi è stato tolto.

Inviato dal cielo nella matrice di una vergine. Suonava male “portato nell’utero”, troppa insistenza. Il canone di Ippolito voleva dire che era una vera incarnazione, c’erano quelli che affermavano che si trattasse di una apparizione (come ritengono i doceti). Nei vangeli apocrifi che allora fiorivano, c’era scritto che Gesù era nato da Maria uscendo da una costola, in modo che la verginità della Madonna fosse intatta (di lì deriva quel teologumeno: Maria vergine prima, durante e dopo). L’insistenza era quindi per sottolineare che era stata una nascita che non aveva prevaricato la natura.

Al momento dell’anamnesi: “Mentre si dava volontariamente alla passione per annientare la morte”, era aggiunto “Infrangere le catene del diavolo, calpestare l’inferno (anche nel Credo apostolico c’era l’espressione “discese all’inferno”, tolto nel Credo di Nicea Costantinopoli di un secolo dopo, quello che recitiamo nella messa), illuminare i giusti (che erano all’inferno), stabilire la norma (di non facile comprensione)”.

Dal testo latino ufficiale (edito da Paolo VI), le singole conferenze episcopali hanno tratto i testi nelle loro lingue con una certa libertà, per cui il canone in francese è abbastanza differente da quello in italiano, ancora di più quello in inglese. Non sempre le traduzioni letterariamente fedeli al testo latino, come quella in italiano, riescono ad esprimere concetti che risultano meglio espressi con traduzioni meno fedeli letterariamente.

Prefazio ( Prefazio non significa “introduzione” (come fosse una parte staccata) ma lode iniziale, avvio dell’azione liturgica di grazie, che è tutta la preghiera eucaristica . Per che cosa si rende grazie a Dio? Anzitutto per quanto ci ha donato con la creazione, ma soprattutto per tutto quello che ha operato in Cristo per la nostra salvezza. E’ Gesù Cristo il centro del rendimento di grazie. G. De Rosa, in Civiltà Cattolica 2002 IV 19 [3655] p. 30):

E’ veramente cosa buona e giusta , nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e dovunque a Te, Padre santo, per Gesù Cristo figlio del tuo amore.

L’espressione peraltro inusuale “Gesù Cristo figlio del tuo amore” è stata mantenuta. Qui si vuole dire che la preghiera eucaristica deve essere sempre rivolta al Padre, subito proclamato “santo” (cioè “diverso”). E’ la prima cosa che dobbiamo dire di Dio con il linguaggio biblico. Ma se Dio è Padre e “santo”, Gesù è il puer dilectus meus (formula di Matteo 12,18), il figlio amato, il figlio prediletto, in cui sta il beneplacito del Padre. In Ippolito c’è addirittura un ebraismo filius dilectionis mei, ma teologicamente è la stessa cosa. In sostanza si loda Dio, lo si glorifica, gli si rende grazie (gli si fa eucaristia) attraverso Gesù, figlio del suo amore. Questa è la preghiera della Chiesa .

Secondo EB la Chiesa cattolica ha questa grande capacità di misericordia, per cui tollera che ci siano anche le preghiere a sant’Antonio o a san padre Pio, manella Chiesa cattolica le preghiere sono tutte rivolte al Padre, attraverso il Figlio, nello Spirito santo ; non è possibile rivolgere nessuna preghiera ai santi. Questa è lex orandi et lex credendi .
Tutte le preghiere che troviamo rivolte direttamente a Gesù Cristo o allo Spirito santo, sono del secondo millennio (ad esempio il Veni creator); quelle a Gesù Cristo iniziano dal VI secolo.
La Chiesa cattolica, che è molto più esigente di quella ortodossa, chiede che si invochi soltanto il Padre, attraverso Gesù Cristo, mossi dallo Spirito santo; gli oremus sono perle della liturgia cattolica. Nella autentica tradizione cattolica, ai santi possiamo solo chiedere di pregare, di intercedere per noi (Ave Maria prega per noi peccatori), tutto viene chiesto a Dio Padre
.

Memoriale della creazione.

Tu hai creato tutte le cose per mezzo di Lui, tua parola vivente.

E’ la lettura cristiana della creazione, non si dice soltanto: “Tu hai creato tutte le cose in principio” (come la lettura ebraica in Genesi al cap. 1), ma tutte le cose sono state create attraverso il Figlio, per il Figlio ed in vista del Figlio.
Di conseguenza all’interno della creazione c’è “sprofondata” la Parola di Dio, l’incarnazione non è iniziata nel seno della vergine Maria, ma al momento della creazione. Dio quando creava il mondo vedeva già il Figlio che si sarebbe incarnato. La creazione ha una dignità enorme. Un creazione nella quale Dio fin dall’inizio voleva unirsi, assumendola in sé, perché con la creazione in Cristo diventava la sua carne. E’ molto importante questa comprensione.

Memoriale della redenzione.

Tu lo hai mandato a noi salvatore e redentore, fatto uomo per opera dello Spirito santo e nato dalla vergine Maria. Per compiere la tua volontà (prima finalità) e per acquistarti un popolo santo (Espressione ripresa da Esodo 19, “Siamo un popolo santo, un sacerdozio regale”) (seconda finalità), egli (liberamente) stese le braccia sulla croce (E’ teologicamente molto giovanneo, Gesù che va alla croce e dice il suo “si” e stende liberamente le mani per abbracciare tutta l’umanità).

Notare la ricchezza dello “stendere le braccia” che ricorda lo “stendere le mani” nella Bibbia gesto di preghiera, di abbandono.
Il primo che stende le mani è Adamo per prendere il frutto proibito (quindi per peccare), poi Mosè per pregare e quando prega con le mani stese Israele vince. E’ Dio che stende le mani e dice: “Tutti giorni io stendo le mani ad un popolo indocile”. E’ anche l’espressione con cui Gesù predice il martirio a Pietro: “Quando sarai vecchio un altro ti cingerà e tu stenderai le mani ed andrai dove non volevi andare”. Al contrario del gesto di Adamo che ha steso le mani per rapire l’uguaglianza con Dio, Cristo ha steso le mani per estendere l’uguaglianza con Dio a tutti gli uomini.
In Isaia 65, 2 troviamo questa profezia: “Tutto il giorno ho steso le mani verso un popolo ribelle”. Frase terribile, perché i Padri l’hanno intesa in maniera buona: “Dio attraverso suo Figlio dalla croce stende le mani verso tutta l’umanità”, ma più tardi, quando è nato l’antigiudaismo cristiano, questa frase veniva posta su ogni chiesa costruita di fronte alla porta di uscita dal ghetto, la Chiesa in tal modo voleva ricordare agli ebrei che sono ribelli.

In tutte le preghiere eucaristiche dell’Oriente e dell’Occidente, quando si giunge all’istituzione, facendo memoria della passione, appare: “liberamente e per amore andò verso la passione”. Qui si vede l’intenzione profonda dei Padri di affermare che Gesù è andato volontariamente alla morte, quindi né per caso né per necessità. E’ una bestemmia affermare che il Padre voleva la morte del Figlio, è un’affermazione che crea l’ateismo. Gesù non ha avuto nessun destino verso cui andare, la Chiesa si è sempre opposta alla necessità pagana dei greci ed al caso della filosofia di Talete.
Né il caso, né la necessità, ma la libertà e l’amore. E’ importante capire che la morte di Gesù è avvenuta per amore nostro, ma nella sua totale libertà. Non è il Padre che gli ha ordinato di morire, è lui che, facendo la volontà del Padre ed essendo giusto, ha finito di morire in un mondo ingiusto. Se c’è una necessità, questa è di natura umana: “In un mondo ingiusto, il giusto deve morire”, non una necessità di Dio, non un destino incombente su di lui. In caso contrario il nostro dio sarebbe Crono che mangia i suoi figli; il nostro Dio no!

Morendo distrusse la morte e proclamò la resurrezione.

Qui si è fatta una sintesi delle azioni relative alla resurrezione che è tipica della mentalità della Chiesa d’Oriente. Noi occidentali pensiamo alla resurrezione come Gesù che sale dalla morte al cielo; un orientale pensa Gesù che è andato agli inferi, ha rialzato Adamo, Eva e tutti i giusti, poi è salito al cielo presso il Padre (come vediamo raffigurata nelle icone bizantine). Qui si percepisce che la preghiera di Ippolito è una preghiera eucaristica che ha le sue ispirazioni in Oriente ad Antiochia.

Ecco allora l’inserzione:

Per questo mistero di salvezza uniti agli angeli ed ai santi,
cantiamo ad una sola voce la tua gloria:
Santo, Santo, Santo il Signore Dio dell’universo.
Osanna nell’alto dei cieli.
Benedetto colui che viene nel nome del Signore (All’acclamazione angelica la Chiesa ha aggiunto un’acclamazione tolta dal Vangelo, Mt 21, 9).
Osanna nell’alto dei cieli.

Padre veramente santo, a Bose: Padre tu sei veramente santo ( Più fedele al testo latino: Vere sanctus es Domine, fons omnis sanctitatis),
fonte di ogni santità,
santifica questi doni con l’effusione del tuo Spirito
perché diventino per noi il corpo ed il sangue di Gesù Cristo nostro Signore.

Dopo ilSanctus di nuovo l’aggettivo

Padre veramente santo, fonte di ogni santità, santifica …

riprende quanto espresso all’inizio e nello stesso tempo pone un forte legame con il Sanctus. I redattori di questa preghiera eucaristica hanno fatto un buon lavoro, hanno permesso che ci fosse l’inserzione del Sanctus senza spezzare la preghiera di lode, che nel testo di Ippolito era tutta unita.

Laprima epìclesi (Epìclesi dal verbo greco epi-kalein che significa “chiamare sopra”, “in-vocazione”) è stata messa qui con un espressione molto bella ( In latino: Santifica con la rugiada del tuo Spirito (immagine biblica dello Spirito santo); è una epiclesi consacratoria, posta prima del racconto dell’istituzione proprio per evitare il problema che avremmo potuto sentire in Occidente, mentre in tutte le preghiere eucaristiche orientali, compresa quella di Ippolito, era dopo. Infatti l’idea era: Gesù durante la cena ha fatto l’istituzione (ha pronunziato le parole sul pane e sul vino), poi è disceso lo Spirito santo; questo ritmo era mantenuto anche all’interno della messa. La Chiesa cattolica ha preferito questa inserzione prima, ma è molto bello che si sia riusciti a mantenere la continuità della preghiera latina, servendosi di un testo che, nella sua struttura, era orientale.

Egli, offrendosi liberamente alla sua passione (alla morte),
prese il pane, rese grazie, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse:
“Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi”.
Dopo la cena, allo stesso modo, prese il calice e rese grazie,
lo diede ai suoi discepoli e disse:
“Prendetene e bevetene tutti: questo è il calice del mio sangue
per la nuova ed eterna alleanza,
versato per voi e per tutti in remissione dei peccati.
Fate questo in memoria ( Memoria, anamnes. “Fate questo in memori di me” (eis tēn emēn anamnēsin) da intendersi in senso forte e pieno di “memoriale”) di me”.

Dopo l’invocazione dello Spirito santo, in obbedienza al comando di Cristo il presbitero racconta ciò che è stato detto (parole) e fatto (gesti) da Gesù in obbedienza alla volontà del Padre. Ecco come possiamo leggereil racconto dell’istituzione: il Padre ha inviato il Figlio e gli ha ordinato di compiere, il Figlio ha compiuto ed ha ordinato alla Chiesa di compiere, il presbitero compie e lo dice.
E’ raccontato che Gesù

liberamente offrendosi alla sua passione …

Gesù non ha fatto nulla per andare contro la propria morte, avrebbe dovuto diventare ingiusto (non continuare ad essere vittima passando dalla parte dei carnefici, con Pilato ed i sommi sacerdoti), ma restando al suo posto contro lui si scaricava l’odio degli ingiusti e, in quanto “giusto”, doveva morire. Gesù non ha fatto nulla contro la propria morte, ma nemmeno ha collaborato alla propria morte. Non è stato né un suicidio, né un precipitarsi, né un sottrarsi tradendo la sua posizione di vittima, di agnello in mezzo ai lupi, contro cui si scaricava l’odio degli ingiusti.
Un errore terribile che si è fatto a lungo nella Chiesa (fonte di ateismo) è pensare che Dio voglia che Gesù muoia. Dio Padre, piuttosto, vuole che Gesù continui ad essere giusto. Dobbiamo ringraziare Giovanni Paolo II che nelle catechesi (negli anni 1987 e 1988) è stato il primo a livello di magistero pontificale a reagire contro questa teologia che persisteva dalla Riforma in poi.

E’ importante, per capire questo, leggere i vangeli, che hanno dato una chiave ermeneutica (interpretativa) definitiva per capire la passione. L’ultima parabola di Gesù a Gerusalemme è quella dei vignaioli (Matteo 21):

33 Ascoltate un’altra parabola: c’era un padrone che piantò una vigna e la circondò con una siepe, vi scavò un frantoio, vi costruì una torre, poi l’affidò a dei vignaioli e se ne andò. 34 Quando fu il tempo dei frutti, mandò i suoi servi da quei vignaioli a ritirare il raccolto. 35 Ma quei vignaioli presero i servi e uno lo bastonarono, l’altro lo uccisero, l’altro lo lapidarono. 36 Di nuovo mandò altri servi più numerosi dei primi, ma quelli si comportarono nello stesso modo. 37 Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: Avranno rispetto di mio figlio! 38 Ma quei vignaioli, visto il figlio, dissero tra sé: Costui è l’erede; venite, uccidiamolo, e avremo noi l’eredità. 39 E, presolo, lo cacciarono fuori della vigna e l’uccisero. 40 Quando dunque verrà il padrone della vigna che farà a quei vignaioli?». 41 Gli rispondono: «Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
42 E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
La pietra che i costruttori hanno scartata
è diventata testata d’angolo;
dal Signore è stato fatto questo
ed è mirabile agli occhi nostri?
43 Perciò io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare. 44 Chi cadrà sopra questa pietra sarà sfracellato; e qualora essa cada su qualcuno, lo stritolerà».
45 Udite queste parabole, i sommi sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro e cercavano di catturarlo; ma avevano paura della folla che lo considerava un profeta.

L’atteggiamento di Dio è: “manderò mio Figlio, ascolteranno almeno mio Figlio”. Dio non ha mandato suo Figlio perché gli uomini lo ammazzino. Così come Dio non vuole che l’uomo muoia ammazzato. Ma se l’uomo vuole vivere da giusto nel mondo, almeno l’ostilità degli altri la patisce. Può poi andare più o meno bene …., ma è una legge assoluta del mondo.
Il mondo non sopporta chi è giusto, quando va bene lo calunnia …, se poi appare in tutta la sua giustizia lo ammazza. E’ stato così, è così oggi e sarà sempre così. La necessitas è umana non divina. Gesù aveva due possibilità, o scappare oppure smettere di dire quello che stava predicando. Gesù con quello che predicava stava facendo una tale offesa alla religione ebraica che comportava una rottura definitiva. Egli rivelava un altro volto di Dio, quello non era sopportabile al potere giudaico e, in quanto critico verso ogni idolatria imperiale, pericoloso per i romani ( Il vangelo di Giovanni dice che ebrei e romani hanno subito trovato l’accordo). Gesù è stato ammazzato per l’immagine del volto di Dio che rivelava.

Gesù non è andato alla croce per volontà del Padre, quando ci esprimiamo così saltiamo dei passaggi. La volontà del Padre è che lui resti “giusto”. Il Padre non ha bisogno della sua morte.
Purtroppo le straordinarie catechesi esposte da Giovanni Paolo II nella quaresima del 1987 nessuno le conosce; per tanti restavano ostiche perché rappresentavano una novità, senza cogliere che è la teologia di tutti i Padri della Chiesa, sia d’Oriente che d’Occidente.

A questo punto c’è l’acclamazione. Le formule sono tre, noi conosciamo soprattutto la prima, che è usata quasi sempre:

Annunziamo la tua morte Signore , proclamiamo la tua risurrezione, finché tu venga.
(1 Cor)

La seconda:

Ogni volta che mangiamo questo pane annunciamo la tua morte Signore.

Formula anche questa che rieccheggia san Paolo, alla maniera occidentale.

EB ritiene orribile la terza formula e spera che nessuno la usi o la si usi poco. Considera l’invocazione “Salvaci” pia e devota, in quanto presa da una formula che si diceva in una Via crucis quaresimale, comunque meno pregnante delle altre formule:

Tu ci hai redenti con la tua croce Signore. Salvaci Signore dell’universo.

Per EB si sarebbe perlomeno dovuto usare l’invocazione “Signore vieni”, che avrebbe reso meglio il senso escatologico all’eucaristia che si celebra, come hanno fatto alcune conferenze episcopali (ed a Bose), già testimoniata nella Didachè:

Marana thà, vieni Signore Gesù. Passi questo mondo e la sua scena, venga la grazia di Dio.

A Bose, fino a qualche mese fa, questa formula era recitata intiera: “Passi questo mondo e la sua scena”, poi è stata tolta perché turbava alcuni ospiti, che dicevano: “Volete proprio che passi veloce!”.

Subito dopo abbiamo l’anamnèsi ( Anamnèsi = ricordo):

Celebrando la morte e resurrezione di tuo Figlio, ecco ti offriamo o Padre il pane della vita ed il calice della salvezza, e ti rendiamo grazie per averci ammessi a compiere il servizio sacerdotale.

EB fa notare che c’è una inclusione bellissima (è di Ippolito). Nel Prefazio si è detto:

“Per compiere la tua volontà ed acquistarci un popolo santo”

espressione presa dalla lettera di Pietro: “Voi siete un popolo santo, un sacerdozio regale”, a questo punto, nell’anamnesi, si riprende:

“Ti rendiamo ( Ti rendiamo grazie … se è stato il solo sacerdote a pronunciare le parole del memoriale dell’istituzione, ora è tutta l’assemblea che rende grazie) grazie per averci ammessi a compiere il servizio sacerdotale”.

Siamo un popolo sacerdotale, offrendoti l’eucaristia (rendendo grazie) tutta la comunità fa un servizio sacerdotale (attenzione: non è il servizio sacerdotale del presbitero, ma quello dell’assemblea).

Dove c’era l’epiclesi di Ippolito, è rimasta laseconda epiclesi. Quindi una invocazione dello Spirito sul pane (che è stata spostata prima), l’altra sul popolo è rimasta qui:

Ti preghiamo umilmente, per la comunione al corpo ed al sangue di Cristo, lo Spirito santo ci riunisca in un solo corpo.

Il grande protagonista dell’eucaristia è lo Spirito santo, prima perché cambia il pane in corpo di Cristo, poi perché fa di noi il corpo di Cristo. Nell’eucaristia il mistero è duplice: il pane ed il vino diventano il corpo ed il sangue di Cristo, l’assemblea diventa il corpo di Cristo; è importante cogliere che lo Spirito compie due trasformazioni.

A questo punto iniziano le intercessioni, che sono mirate all’unità nel corpo di Cristo, la Chiesa. Non sono un duplicato della preghiera dei fedeli.

Ricordati, Padre, della tua Chiesa diffusa su tutta la terra … (A Bose la formula delle intercessioni è: “Uno è il corpo, uno è il Signore. Fa che siamo un solo corpo, fa che siamo uno in Cristo”) Rendila perfetta nell’amore

Dopo aver invocato lo Spirito santo che ci faccia un solo corpo (seconda epiclesi), adesso proviamo ad esprimere cosa significa: che si faccia uno conil Papa, con il Vescovo, con tutto il popolo cristiano, ma anche che ci faccia uniti con coloro che sono già morti. L’eucaristia è unica, anche i morti sono presenti alla celebrazione eucaristica, con i santi e gli angeli:

Ricordati dei nostri fratelli e delle nostre sorelle che si sono addormentati nella speranza della resurrezione, e di tutti i defunti che si affidano alla tua clemenza.

Ricordiamo in vista di questa comunionei santi:

Di noi tutti abbi misericordia: donaci di aver parte alla vita eterna, insieme la beata Maria, vergine e madre di Dio, con gli apostoli e tutti i santi, che in ogni tempo ti furono graditi

Sono tutte preghiere finalizzate a costituire, nella storia, il corpo di Cristo, l’unità della Chiesa, dal papa all’ultimo fedele, dai santi, ai morti a noi. Sono intercessioni, ma non hanno il carattere della preghiera dei fedeli.

Ecco allora la dossologia ( Dossologia, dal greco doksa = lode, formula liturgica di lode a Dio) finale:

Per Cristo, con Cristo ed in Cristo, a te Dio Padre onnipotente nell’unità con lo Spirito santo, ogni onore e gloria nei secoli dei secoli.

Tutta la preghiera si conclude con una lode di gloria alla Trinità: al Padre, tramite il Figlio, nella comunione dello Spirito santo.

E’ stato commentato il canone secondo: un canone semplice, breve, essenziale, ma ricco. C’è tutto quello che prevedeva la tradizione della liturgia ebraica. E’ il canone più antico, fa sempre un certo effetto pensare che sia un canone usato nella Chiesa almeno mille e ottocento anni.