21/05/2007 – CORSO SULL’EUCARISTIA – Incontro 07/10
7° incontro su dieci.
A questo punto ci sono elementi sufficienti per comprendere la liturgia eucaristica. Prima di commentarne le singole parti ed arrivare ad una comprensione del secondo canone (seconda anafora) EB vuol far notare alcuni punti.
Innanzi tutto invita ad immaginare una persona non cristiana che entri in una chiesa quando inizia il rito della messa, senza aver mai partecipato ad un’eucaristia (come se noi entrassimo in una moschea o in un tempio buddista).
La prima parte della celebrazione è come un movimento che, dall’alto (dall’ambone), raggiunge le persone convocate; le letture sono ascoltate dall’assemblea (tutti sono seduti rivolti all’ambone). Dio chiama e parla al suo popolo, dona la sua parola.
In altre religioni questo manca.
Poi il movimento si capovolge. L’assemblea diventa soggetto orante che invoca Dio (tutti sono in piedi rivolti verso l’altare con il presbitero che presiede).
A Bose la messa è celebrata in modo un po’ differente. Anche il sacerdote sta con gli altri rivolto a Dio, non prende la posizione verso il popolo se non al momento dei doni, quando inizia la liturgia eucaristica; si vuole sottolineare che nella prima parte è tutta l’assemblea che ascolta Dio. Nella seconda parte tutti sono rivolti all’altare dove si celebra. In tal modo nella prima parte è centrale l’ambone, a cui tutti guardano, da cui scende la Parola. Nella seconda parte è centrale l’altare.
Secondo EB uno degli errori che sono stati fatti con al riforma liturgica dopo il concilio Vaticano II è aver posto la sedia per il celebrante al centro dietro l’altare (in alcuni casi sembrano troni). Al centro o c’è l’altare o c’è la croce (anche prima della riforma il papa stava in posizione laterale rispetto all’altare).
Si tratta di capire che la postura, del singolo e dell’intera assemblea, ha un senso ben preciso, è un linguaggio. Se uno ascolta, deve stare seduto e rivolto verso chi parla (come facciamo quando ascoltiamo qualcuno).
A Bose il presbitero, dalla sua posizione non centrale, per l’orazione si porta davanti ai fedeli, orientato verso Dio (verso la croce) come tutti. Alla fine dell’eucaristia, dopo la comunione, è di nuovo di lato, girato verso l’altare; poi, dopo la preghiera finale, si volge al popolo per la benedizione.
La forma con cui si celebra l’eucaristia, poiché esprime quello in cui uno crede, non consente di fare tutto quello che si vuole, ma deve rispondere ad una logica ben precisa, che esprima la fede nell’eucaristia.
Nella seconda parte vi è un grande movimento ascendente, la preghiera eucaristica rivolta al Padre (fino al Padre Nostro). Poi, con la comunione, c’è di nuovo un movimento discendente (Dio, come prima ha dato al parola, dà il corpo ed il sangue del Signore), che accogliamo in fila come un pellegrinaggio.
Anche una persona non iniziata al cristianesimo, deve cogliere queste diversità: un movimento discendente (Dio dà la parola), un altro ascendente (presentazione dei doni, oratio fidelium, il Credo, la preghiera eucaristica), un terzo di nuovo discendente (Dio ci concede il pane dal cielo).
Vediamo ora i singoli elementi.
La convocazione
Il suono della campane è come la voce di Dio che chiama, che invita le persone a riunirsi in chiesa; i cristiani sono dei convocati (Già nell’AT le assemblee di JHWE, convocate da Dio, come quella ai piedi del Sinai per concludere l’alleanza con il suo popolo, Es 24), non degli auto-convocati.
Si tratta di costituire un’assemblea “distinta”, a cui non possono partecipare coloro che non sono credenti. In tempi recenti alcuni ecclesiastici che non hanno o hanno perso il senso delle cose, forse con buona intenzione, lasciano andare tutti alla messa (in qualsiasi condizione di fede o di morale, anche persone non credenti). Questo è contro tutta la tradizione. Un tempo, quando iniziava la celebrazione della liturgia eucaristica, venivano allontanati addirittura i catecumeni, coloro che avevano già iniziato in cammino battesimale per diventare cristiani (assistevano soltanto alla prima parte della messa, non potevano nemmeno vedere l’eucaristia). La messa (tipica situazione è nei funerali) diventa una cerimonia religiosa pubblica, a cui molti partecipano magari con buona intenzione, ma svuota di senso l’eucaristia.
La Chiesa ha sempre vigilato, ha insistito che l’eucaristia è il “proprium dei cristiani” (ricordiamo quanto scritto nella Didachè: “Nessuno partecipi all’eucaristia dei non cristiani”, perché Gesù disse: “Non date le perle ai porci”).
L’eucaristia è un mistero così profondo che non può essere compreso da chi non è credente. EB critica come si è tornati a vivere la festa del Corpus Domini, perché non ha senso far passare nelle città – tra l’indifferenza – l’ostensorio, con il mistero più grande del proprium dei cristiani; con ciò non vuol dire di non fare le processioni, in quanto i cristiani hanno diritto come gli altri di fare manifestazioni pubbliche, ma non con riferimento all’eucaristia, perché è troppo preziosa, con il rischio che sia dileggiata da chi non la comprende.
Non cogliamo più che siamo chiamati dalla “mondanità” per essere i “santi” (non santi moralmente perché siamo peccatori), ma “diversi”, “separati” per l’azione di Dio, come diceva Paolo.
RITI DI NTRODUZIONE (Il canto d’ingresso, il segno di croce, il saluto, l’inno del Gloria, quando è previsto, nel rito romano; le antifone, le litanie, l’inno Unigenito, in quello bizantino ed in altri riti come l’ambrosiano, il mozarabico e gli antichi orientali, servono a disporre i fedeli alla consapevolezza di stare alla presenza di Dio, prima di ascoltare la sua Parola e rendergli grazie con l’Eucaristia. N. 45 Instrumentum laboris dell’XI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi , “L’Eucaristia: Fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa”, 7 luglio 2005)
Il segno della croce
Colui che precede l’assemblea fa il segno della croce. Anche questo segno non lo capiamo più, perché è molto svilito, ma è un segno molto importante. Nell’antichità un segno indicava un marchio, un sigillo, per affermare che una cosa mi apparteneva gli facevo un segno che lo contraddistinguesse.
Fare il segno della croce significa affermare la nostra appartenenza a Cristo e dire: “accetto e voglio il marchio di Cristo”.
Nell’A.T., nel libro di Ezechiele, il Signore dice che i credenti sono segnati con la ד (la tàu dell’alfabeto greco) [da non leggersi come una croce] perché era come dire: ”Dio segna i suoi”. Nell’Apocalisse l’angelo segna gli “eletti”, dove il segno è la croce.
I cristiani, facendo il segno della croce, vogliono significare con quel movimento che intendono imprimere il sigillo di Cristo (essere possesso di Cristo, la croce di Cristo diventa il paradigma della vita).
E’ molto importante quando viene accompagnato dalla formula ( Il canto d’ingresso, il segno di croce, il saluto, l’inno del Gloria, quando è previsto, nel rito romano; le antifone, le litanie, l’inno Unigenito, in quello bizantino ed in altri riti come l’ambrosiano, il mozarabico e gli antichi orientali, servono a disporre i fedeli alla consapevolezza di stare alla presenza di Dio, prima di ascoltare la sua Parola e rendergli grazie con l’Eucaristia. N. 45 Instrumentum laboris dell’XI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi , “L’Eucaristia: Fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa”, 7 luglio 2005): ”Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo”. “Nel nome” nella cultura ebraica il nome rappresenta la persona, gli ebrei per non dire Dio, il tetragramma JHWE, dicevano “il Nome” (il Nome ti protegga = Dio di protegga).
Nel segno della croce c’è la professione di fede nel Dio trinitario; Dio per il cristiano non è solo Signore, non è solo quello rappresentato dal tetragramma, ma è Dio Padre, Figlio e Spirito santo.
E’ molto bello il segno della croce, se lo comprendiamo. I cristiani hanno meditato che, segnandosi con la croce, imprimono tale segno nel proprio corpo: la mente (il pensare), il cuore (il sentimento) e l’agire (l’azione). E’ come dire che accettano di pensare, amare ed operare nel mondo con la logica della croce,
Con questa logica (non come gesto rituale che può diventare scaramanzia) diventa un segno importante per aprire l’assemblea eucaristica, come predisposizione, come invocazione al Signore.
Il rito penitenziale ( L’atto penitenziale richiama l’atteggiamento necessario per celebrare i santi misteri: quello del pubblicano che riconosce umilmente di essere peccatore. N. 45 Instrumentum laboris dell’XI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi , “L’Eucaristia: Fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa”, 7 luglio 2005)
Nel libro della Didachè (nell’anno 60 d. Cr. circa), qualche riga prima della formula eucaristica, si legge: “Nel giorno della domenica, spezzate il pane e rendete grazie” (eucaristia espressa con i due gesti di spezzare il pane e rendere grazie), ma prima confessate i vostri peccati, affinché il vostro sacrificio sia puro”. A partire da questo invito della Didachè, invito ripreso dai Padri, si sente il bisogno, appena l’assemblea si è radunata, di confessare i peccati. Nella sua lettera (5, 16) Giacomo dice: “Confessate i peccati gli uni per gli altri e pregate gli uni per gli altri, affinché siate perdonati” ( Prima lettera di Giovanni 1, 9: “Se noi confessiamo i nostri peccati il Signore perdonerà le nostre colpe”).
I cristiani che si radunano devono confessare di essere peccatori, bisognosi della misericordia si Dio. La Chiesa ha strutturato l’atto penitenziale in tre momenti: l’accusa (l’assemblea dice i peccati che ha fatto, con formulazioni molto varie, da quella molto sintetica del Confiteor, ad altre più complesse), l’invocazione a Dio di mostrare misericordia (invocazione per tutta la comunità come per la confessione), il perdono.
E’ importante ricordare che questa liturgia era già presente nell’A.T.; nello Yom Kippur il sacerdote diceva tutti peccati compiuti dal popolo nell’anno, ma la formula è sempre: “Noi ed i nostri padri abbiamo peccato”. Quando la domenica di quaresima dell’anno giubilare, Giovanni Paolo II ha avuto l’intuizione di fare la liturgia per confessare i peccati della Chiesa, molti si chiedevano come fosse possibile confessare i peccati fatti in precedenza. E’ un fatto assolutamente fedele alla Scrittura, dove la formula dei peccati che troviamo in Elia ed in Daniele, è: “Noi ed i nostri padri abbiamo peccato”. La liturgia voluta da Giovanni Paolo II è passata con questo valore teologico e, con questo significato, è stata chiesta a tutte le Chiese locali (diocesi).
Quando confessiamo i nostri peccati avanti a Dio, c’è una forma di solidarietà, il peccato mio è quello del mio fratello, è quello dei miei padri. L’invocazione di perdono e misericordia è per tutti.
Chissà quando nella Chiesa cattolica si avrà questa consapevolezza da parte dei fedeli!
Il perdono che il celebrante dà è un perdono efficace, i peccati sono cancellati, non è un voto augurale. Anche su questo punto il cammino è ancora lungo, ma l’intenzione della riforma conciliare è che la formula di assoluzione pronunciata dal celebrante: “Il Signore Dio onnipotente assolva i nostri peccati e ci conduca alla vita eterna” i peccati sono perdonati, a meno che non siano peccati talmente gravi (Peccati che hanno rotto la comunione con la Chiesa. Questi peccati sono stati oggetto di diversa valutazione nel corso della storia, nella Chiesa antica erano l’omicidio, l’adulterio, l’apostasia e l’aborto) da esigere un cammino penitenziale particolare (il vescovo locale, i rarissimi casi il vescovo di Roma)
Il Kyrie
A questo punto la Chiesa ha sempre voluto il canto del Kyrie, talmente importante che è rimasto nella formulazione in lingua greca, come nella liturgia della Chiesa antica, quasi significare l’idea che non si volesse cambiare la liturgia della prima Chiesa. A Roma si è continuato ad usare il greco nella messa, fino al 3° secolo, ed alcuni elementi sono rimasti anche quando è stato adottato il latino (come si è mantenuta l’invocazione aramaica “marana thà”).
Il cantico del Gloria (Il Gloria è un inno che dà alla celebrazione un senso di festa, doveva recitarsi soltanto a Natale, fu poi esteso a tutte le domeniche in quanto celebrazioni settimanali della Pasqua)
E’ un’acclamazione al Padre, al Figlio ed allo Spirito santo, un grande inno di gloria (una dossologia = discorso di gloria), che vuole essere un ringraziamento a Dio per l’assoluzione dei peccati.
La preghiera colletta
(Oratio collecta (participio passato di colligere, raccogliere) in quanto “raccoglie” le preghiere particolari dei fedeli in un’unica preghiera, oppure in quanto è super [plebem] collectam, sul popolo radunato. La preghiera è divisa in 3 parti: 1) invito alla preghiera (oremus, preghiamo) fatto dal sacerdote; 2) un momento di silenzio nel quale ognuno esprime a Dio le proprie necessità, questo momento è molto importante perché esprime la partecipazione attiva dei fedeli, che innalzano a Dio i loro dolori, le proprie necessità, i loro desideri, le loro speranze, affinché il sacerdote li presenti a Dio; 3) il contenuto della “preghiera” che inizia sempre con una invocazione al Padre (O Dio, nostro Padre, …. ), seguono a) un richiamo alla situazione (che hai voluto che… , che ci hai dato …), b) la richiesta vera e propria (fa che …, concedi a noi …, ravviva in noi …), c) la finalità (perché riuniti insieme … , affinché ci sentiamo partecipi … , d) l’azione attesa (possiamo godere … , rendendo lode … ) ; la preghiera termina sempre con la mediazione del Figlio, nell’unità dello Spirito santo) (oremus)
Una preghiera in cui ci si rivolge a Dio Padre, si ricorda un mistero che si sta celebrando e poi c’è una richiesta (concedici, fa) per Cristo nostro Signore. L’amen dell’assemblea è per dire: “venga proprio così”.
LITURGIA DELLA PAROLA (Le letture bibliche, il salmo responsoriale, l’acclamazione prima del Vangelo, l’omelia, la professione di fede costituiscono la Liturgia della Parola. Dio ha parlato a noi per mezzo del Figlio, la sua Parola fatta carne. La Parola divina è una sola e, poiché compie quello che dice, essa nello stesso tempo diventa Pane di vita, segno che Gesù Cristo ha compiuto. N. 46 Instrumentum laboris dell’XI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi , “L’Eucaristia: Fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa”, 7 luglio 2005)
Terminata questa prima parte di introduzione, c’è la liturgia della Parola. Dio dà la sua parola al suo popolo: l’A.T., le lettere degli apostoli, i vangeli, brani intercalati da versetti dei Salmi.
EB sottolinea la grande grazia della riforma liturgica operata dal concilio Vaticano II, in quanto nell’arco di tre anni si ha la possibilità di conoscere le maggiori parti della Bibbia. Nella Chiesa cattolica, fino al 1972, tutti i giorni non c’erano due letture (Epistola e Vangelo), la domenica sempre il Vangelo di Matteo, non si leggevano, o pochissimo, gli altri evangelisti (due o tre letture di Luca (a Natale, all’Immacolata), quasi mai Marco).
Fino all’omelia abbiamo il movimento discendente di Dio che parla al suo popolo
L’omelia è un’attualizzazione, in modo che ciò che “è scritto” risuoni rivolto ai destinatari.
Seguela professione di fede
in cui l’assemblea, che ha accolto la parola di Dio, risponde dicendo la propria identità, la propria “regola di fede”. E’ una regola ben precisa: si crede in Dio Padre, Figlio e Spirito santo; si crede nel Figlio nato dallo Spirito santo e da Maria vergine, morto e risorto che ritornerà alla fine dei tempi; si crede nello Spirito santo presente nella santa Chiesa; si crede nella risurrezione dai morti e nella vita nel regno di Dio. Formula elaborata dai concili ecumenici; quella usata attualmente la domenica è quella dei concili di Nicea e di Costantinopoli. E’ importante che ci sia, la Chiesa non la fa dire durante l’eucaristia feriale, ma la domenica quando c’è l’assemblea nella sua pienezza. Il Credo è presente nella liturgia di tutte le chiese, toglierla come fanno alcuni è un depauperamento. L’eucaristia è un mistero della fede ed il Credo non è una professione secondaria (nella liturgia romana è entrato soltanto nell’XI secolo (Questa usanza è stata imposta dall’imperatore Enrico II di Germania, che nel 1014 ha fatto pressione sul papa Benedetto VIII perché adottasse quanto già si faceva abitualmente alla corte imperiale), è mancato per mille anni). E’ il modo più immediato di dire “questa è la nostra fede”; non si dice “questo è il corpo di Cristo” senza avere la fede. C’è una iniziazione da rispettare.
La preghiera universale (Le costituzioni apostoliche ne parlano come già presente nell’Eucaristia celebrata nel IV secolo. Nel 330 è testimoniata come presente in tutte le eucaristie del Mediterraneo; a partire dal 1000 non si è più fatta in Occidente, è stata di nuovo introdotta con la riforma liturgica voluta dal concilio Vaticano II), o preghiera dei fedeli, è una preghiera in cui i fedeli esprimono a Dio i loro bisogni (per la pace, per le carestie, ecc.).
LITURGIA EUCARISTICA
Innanzi tuttola preparazione dei doni, in vista della celebrazione eucaristica (occorre il pane ed il vino), ma accanto alla comunione con queste due specie, c’era una comunione reale da vivere, un’accoglienza dei doni da distribuire ai poveri (la comunione dei beni). C’erano – e ci sono ancora – i poveri; normalmente quelli che avevano di più portavano cose da distribuire ai più poveri (grano, frutta, denaro, ecc.). Sono i problemi della comunità di Corinto, messi in luce nella Lettera: i corinzi credevano che nel pane e nel vino ci fosse Gesù risorto (non c’erano problemi di eterodossia), ma c’era una mancanza di condivisione dei beni materiali che rendeva falsa la condivisione dei beni spirituali. Quelli che sono poveri vanno via dall’eucaristia che hanno fame, mentre quelli che sono ricchi vanno via sazi.
Ecco il motivo per cui è rimasto che il sacerdote si lava le mani; era necessario dopo aver ricevuto ceste di frutta, ortaggi, ecc., si pulisse le mani per il sacrificio eucaristico.
La presentazione dei doni ad un certo punto è diventata “offertorio” ( Nel messale di Pio V questo inizio della liturgia eucaristica era detto “offertorio”. Per sé il termine era esatto, perché in latino offerire può significare anche “presentare”. Ma in senso più forte significa “offrire” qualche cosa in dono o in sacrificio; in tal senso l’offertorio era inteso nella messa di Pio V, in cui si chiedeva a Dio di accettare l’ «ostia immacolata» ed il «calice della salvezza» per il perdono dei peccati e per la salvezza di tutti gli uomini. In tal modo però poteva nascere l’idea che nell’offertorio fosse offerto a Dio il sacrificio di Gesù, che invece è offerto al Padre da tutta l’assemblea soltanto dopo la consacrazione. Per evitare questo malinteso, la riforma liturgica successiva al concilio Vaticano II, non parla più di “offertorio dell’ostia immacolata e del calice della salvezza”, ma semplicemente di “presentazione dei doni”, a proposito dei quali si benedice il Signore dalla cui bontà essi provengono. G. De Rosa, Catechesi liturgica della Messa, Liturgia eucaristica, in Civiltà Cattolica IV 19 [3655] 2004, p. 28), in un certo senso ha prevalso l’indole pagana iscritta nelle persone; come prima veniva offerta la frutta alla dea della fertilità … Prima della riforma liturgica l’offertorio era una specie di piccola consacrazione (detta consacrazione spirituale); per fortuna tutto questo è stato spazzato via. Non c’è più un’offerta dei doni; il nostro Dio non è il dio pagano che ha bisogno dell’offerta, anzi i doni provengono da lui.
C’è la presentazione a Dio dei doni, perché ci sia l’azione dello Spirito santo che li converta in pane e calice di salvezza ( Non si chiede la benedizione di Dio sui doni del pane del vino, ma, sull’esempio della berakah ebraica, si benedice Dio per i doni ricevuti e si presentano a lui, perché con la sua onnipotenza li converta in “pane di vita eterna” ed in “bevanda di salvezza”, trasformando così nel sacrificio di Cristo anche la fatica dell’uomo, che trae il pane dalla terra ed il vino dalla vite. In tal modo anche il lavoro dell’uomo, assunto da Cristo nel suo sacrificio, viene fatto servire alla salvezza. G. De Rosa, Catechesi liturgica della Messa, Liturgia eucaristica, in Civiltà Cattolica IV 19 [3655] 2004, p. 29).
Ci possono essere altre preghiere, in Italia è stato mantenuto il “suscipiat” (in Francia no, dipende dalle decisioni delle conferenze episcopali).
EB sottolinea l’importanza del dialogo che, a questo punto, si svolge tra il presbitero, che presiede, e l’assemblea; il presbitero – segno di Cristo – chiede ai presenti di partecipare alla sua preghiera al Padre, in modo che vi sia un’unica assemblea a celebrare.
Il celebrante dice:“Il Signore sia con voi”,
il popolo risponde: “E con il tuo spirito”, il celebrante allora esorta: “In alto i nostri cuori” (formula della liturgia ebraica ripresa dalle Lamentazioni 3, 41 ( Lam 3, 41: Innalziamo i nostri cuori al di sopra delle mani verso il Dio dei cieli) = l’attenzione sia tesa verso il Signore),
e la risposta dell’assemblea è: “Sono rivolti al Signore”.
Il problema dell’orientamento è l’attenzione a Cristo, che presiede l’eucaristia ed invita alla tavola. Tutti sono avvertiti di non pensare ad altro che al Signore.
EB cita alcuni pensieri dei Padri al riguardo.
Cipriano nel 250 scrive: “Quando diciamo: “in alto i cuori”, vogliamo dire che si allontani ogni pensiero mondano, in modo che lo spirito non pensi ad altro che all’eucaristia”.
Cesario d’Arles alla fine del 400 scrive: “I cuori dei fedeli diventano celesti perché si allontanano dalla mondanità quando il celebrante dice: “Sursum corda”; così si esegue il comando dell’apostolo Paolo che dice: “La nostra vita è in cielo”(Col 3). Se dunque la nostra vita è in cielo, poiché in cielo c’è la vera carità, i cuori dimorano nella carità e celebrano la carità”.
Cirillo d’Alessandria: “Il celebrante dice: “In alto i cuori”. In questo momento terribile occorre portare il cuore verso Dio e non verso le cose della terra. Con autorevolezza il celebrante comanda in quel momento di abbandonare preoccupazioni e sollecitudini mondane, e tenere il cuore rivolto a Dio, l’amante degli uomini. Voi rispondete allora: “Sono rivolti al Signore”, consentendo al comando con questa confessione e questo impegno. Ma nessuno dica: “Sono rivolti al Signore” se continua a pensare ad altro e se i suoi pensieri restano mondani.
EB fa notare come oggi manca questo lavoro di spiegazione dell’eucaristia, ne segue che la liturgia non è capita.
Quando il presbitero dice:“Rendiamo grazie al Signore, nostro Dio”, è come se dicesse: “Allora facciamo insieme l’eucaristia”; l’assemblea rispondendo: “E’ cosa buona e giusta (= è celebrazione propria di noi cristiani, doverosa e giusta) ratifica questa decisione.
A questo punto abbiamo ilprefazio, lode che inizia sempre con le parole: “E’ veramente giusto, oppure E’ veramente cosa buona e giusta, …”,
normalmente c’è il canto di ricordo di un mistero (la nascita a Natale, la resurrezione a Pasqua, il digiuno in Quaresima, … ) o di un santo (quello che ha patito il santo) che si celebra, ma tutto a lode di Dio,
“ …perciò – apice del prefazio – con gli angeli, i santi e le creature del cielo cantiamo ad una sola voce: Santo, Santo, Santo …”.
Con il prefazio inizia l’anafora, la preghiera eucaristica vera e propria. Al riguardo EB fa notare che ci sono state due tendenze: quella dell’Oriente in cui il prefazio è sempre uguale dall’inizio alla fine (preghiera di san Basilio, di san Giovanni Crisostomo, preghiera armena), quella dell’Occidente in cui ha prevalso la tendenza a mutare la prima parte della preghiera eucaristica [del prefazio = che dà inizio], anche prima della riforma liturgica nel canone romano c’era il prefazio dei morti, quello del tempo ordinario, delle varie feste).
Dopo la riforma liturgica di Paolo VI il Prefazio cambia – come prima – nel primo canone (quello romano), è fisso nel secondo canone (è un tutt’uno con il proprio), può essere cambiato nel terzo canone, non può essere cambiato nel quarto canone.
La forza delSanctus è dire: ”L’assemblea che celebra l’eucaristia è unica tra cielo e terra”. Non c’è un’eucaristia sulla terra, la celebrazione raggiunge quella in cielo; attorno agli uomini ci sono gli angeli ed i santi in un’unica assemblea, al di fuori del tempo immessi nell’eternità, là dove c’è il sacrificio di Cristo fatto una volta per tutte.
Fare il memoriale della Pasqua per gli ebrei significa partecipare all’uscita dall’Egitto, celebrare l’eucaristia per i cristiani significa partecipare a quell’unico sacrificio di Cristo (incarnazione, morte, risurrezione).
Gli ortodossi hanno una profonda coscienza di questa comunione dei santi, i cattolici molto meno.
Il IV canone recita: “insieme con loro (con le schiere innumerevoli di angeli) anche noi, fatti voce di ogni creatura”.… EB annota che è una perla finissima: gli uomini riuniti nell’assemblea eucaristica diventano la voce di tutte le creature, voce del creato (delle foglie, dei fiori, delle pietre, … ) e cantano la gloria di Dio.
L’eucaristia è lì. Se lo capiamo, siamo in grado di cogliere anche l’unità della creazione della natura e del suo destino per la trasfigurazione. La consacrazione del pane del vino è una premessa per dire che questa terra sarà trasfigurata, quindi questa terra va amata in quanto è la dimora del Regno, non ne avremo un’altra. Come oggi lo Spirito santo opera la trasformazione del pane e del vino in corpo di Cristo, così lo stesso Spirito, poco per volta, è all’opera per far sì che questa creazione non conosca più la morte e sia la dimora del Regno, la trasfigurazione del cosmo.
Ecco allora, con gli angeli e con i santi, l’inno che ha udito Isaia (Is 6, 1-3) quando ebbe una visione nel Tempio:
1 … io vidi il Signore
seduto su un trono alto ed elevato;
i lembi del suo mantello riempivano il tempio.
2Attorno a lui stavano dei serafini,
ognuno aveva sei ali,
con due si copriva la faccia,
con due si copriva i piedi (per gli ebrei eufemismo per designare i genitali)
e con due volava.
3Proclamavano l’un l’altro:
“Santo, santo, santo il Signore dell’universo.
Tutta la terra è piena della sua gloria”.
Nella visione Isaia ha visto Dio attorniato dal canto della sua santità. La santità di Dio significa che Dio è altro, Dio è un’altra cosa, ma questa è la sua gloria e tutto il mondo è ripieno della sua gloria. Questo stesso canto appare nell’Apocalisse (Ap 4, 8): “Santo, santo, santo il Signore Dio, l’Onnipotente, colui che era, che è e che viene”.
Il Sanctus, il canto degli angeli, è diventato il canto della Chiesa, il canto dei santi in un’unica assemblea…Hosànna … (termine ebraico che significa “salva”, rimasto nella liturgia) … Benedetto colui che viene nel nome del Signore ( All’acclamazione angelica, la Chiesa ha aggiunto un acclamazione tratta dal Vangelo: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Osanna nell’alto [dei cieli]” (Mt 21, 9), per sottolineare che la lode al Padre, il Signore, non deve mai essere disgiunta dalla lode al Figlio, a cui il Padre ha dato il nome divino di “Signore” (Kyrios) (Fil 2,11). Quale momento della Messa è più opportuno di questo per proclamare, insieme con la “santità” di Dio, la “signoria” di Cristo, che sta per immergersi nella passione e morte. G. De Rosa, Catechesi liturgica della Messa, Liturgia eucaristica, in Civiltà Cattolica IV 19 [3655] 2004, p. 31). Si ha la sensazione che il Signore sta per venire ( E’ il veniente) nell’azione liturgica, con una presenza di dimora.
EB nota che il canto del Sanctus, tale e quale lo facciamo noi, era già presente nella liturgia ebraica proprio prima della memoria della creazione. Nella liturgia orientale bizantina (ed anche in quella russa), dove non troviamo la struttura del prefazio, c’è l’inno cherubino che, con parole diverse, esprime la teologia cha abbiamo appena richiamato. La teologia è comune ad Oriente ed Occidente, anche se le parole non sono le stesse.
Il prete ed il coro cantano:
Noi, che misticamente rappresentiamo i cherubini
e cantiamo alla vivificante Trinità l’inno del tre volte santo,
deponiamo ogni sollecitudine mondana
per ricevere il re dell’universo
invisibilmente scortato da tutte le creature del cielo.
Alleluia, alleluia, alleluia,
ogni carne mortale faccia silenzio davanti a Dio,
abbia timore e tremore,
nessuna sollecitudine umana sia presente
perché, ecco, il re dei re, il Signore dei signori,
il Cristo nostro Dio viene per essere sacrificato
e per essere dato come cibo ai suoi fedeli.
Egli è preceduto dal coro degli angeli, che cantano l’inno tre volte santo:
santo, santo, santo il Signore dell’universo …
Non c’è il prefazio, ma la funzione è sempre quella: “in alto i cuori, deponiamo le cose mondane, … noi qui attorno all’altare rappresentiamo i cherubini”.