18-05-2007-Corso-sull’Eucarestia-4

18/05/2007 – CORSO SULL’EUCARISTIA – Incontro 04/10

4° incontro su dieci.

Il grande evento che domina su tutto il cristianesimo è la profezia del Deuteroisaia. Questo profeta del dopo esilio, nei capitoli dal 40 al 55 del libro di Isaia, mette in scena una figura nuova: il Servo del Signore.
Chi è questo servo anonimo? E’ un profeta che verrà, ma non dice chi sia. Sarà lui la vittima che dirà: “Basta a tutti i sacrifici di animali. Io do la vita per gli altri”. All’interno del canto di Isaia 53 si dice che questo servo offre la vita per i rabbim (= i molti, le moltitudini), per i molti e che la offre in un vero e proprio sacrificio, perché viene condannato ed ucciso da parte degli empi. Ma la sua vita, proprio perché offerta, diventa la vita per gli altri, le moltitudini (dei rabbim).

Parallelo a questi passi è il salmo 40, in cui il salmista dice a Dio:

7Tu non hai voluto né sacrifici né offerte,
gli orecchi mi hai aperto [nella traduzione dei LXX: un corpo mi hai preparato].
Non hai chiesto olocausto e vittima per la colpa.
8Allora ho detto: “Io vengo per fare la tua volontà.

Gesù dirà: “Perché io do la vita in espiazione per gli altri. Non sono venuto per essere servito, ma per servire e dare la vita in riscatto di molti”.

I profeti, in nome di un culto che fosse più autentico, si sono sempre opposti all’economia dei sacrifici. L’atteggiamento (la politica) dei profeti verso i sacrifici potrebbe essere riassunta con questa affermazione: l’ascolto del Signore vale più dei sacrifici.
In Amos, Isaia, Osea, Geremia, Michea, conosciamo questa polemica, fino ai temi della letteratura sapienziale.

Nel salmo 51 (il Miserere) troviamo scritto:

18poiché non gradisci il sacrificio
e se offro olocausti non li accetti.
19Uno spirito contrito è sacrificio a Dio
un cuore affranto ed umiliato.

Nel salmo 40 è scritto: “Mi hai aperto [letteralmente: bucato (Il buco nel lobo dell’orecchio è un segno indelebile, per questa ragione era praticato agli schiavi, per rendere evidente per sempre il loro status. Qui il senso è: “il Signore mi ha reso servo della sua parola”)] l’orecchio” per rendermi attento alla tua parola; nella versione dei LXX: “mi hai preparato un corpo” affinché l’offerta al Signore fosse il comportamento di tutta la vita, non soltanto l’offerta di un animale.

In Siracide 35, 4: “sacrificio espiatorio è astenersi dall’ingiustizia”.
I profeti vogliono che i sacrifici di espiazione (l’offerta di un animale o di un oggetto) siano sostituiti da un comportamento di vita secondo la volontà di Dio. Nel giudaismo, prima che nelle altre culture, si è cominciato a pensare che il vero culto fosse quello del cuore, non quello della liturgia sacrificale.

Qui appare quello che è un enigma, prima di essere un mistero: la figura del servo nel profeta Deuteroisaia. Vi sono quattro canti ( Una gran parte degli esegeti ritiene cheil terzo canto non parli del Servo, ma dello stesso profeta; in tal caso i canti del Servo andrebbero ridotti a tre. Tuttavia la discussione maggiore è l’interpretazione della figura del Servo, problema non tanto esegetico ma teologico: chi è il Servo dei Canti? Israele o il Messia?
A. Mello, Isaia , Ed Qiqajon, 1986), quattro presentazioni di questo servo che non ha nome, ma che appare certamente come un profeta: é la figura di qualcuno che deve venire. In questi canti c’è una specie di oscillazione: alcune volte il servo è identificato come una persona precisa, il Messia (esegesi cristiana), altre volte sembrerebbe una personalità collettiva, il popolo di Israele (esegesi giudaica), infatti Dio si rivolge a lui con l’espressione: “ma tu, mio servo Israele”. Anche questo è importante: personalità collettiva, personalità individuale, comunque questo servo anonimo si presenta come colui che rappresenta tutto il popolo.

Ilprimo canto è presentato così:

Cap. 42
1 Ecco il mio servo che io sostengo,
il mio eletto di cui mi compiaccio ( Non a caso la voce del battesimo di Gesù: “Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto” (Mc 1, 11) è la combinazione di questo versetto con quella del salmo 2, 6: “Tu sei mio figlio”).
Ho posto il mio spirito su di lui ( Riferimento allo Spirito che scende su Gesù dopo il battesimo);
egli porterà il diritto alle nazioni ( La proclamazione a tutti i popoli di JHWH come unico Dio e salvatore degli uomini).
2 Non griderà né alzerà il tono,
non farà udire in piazza la sua voce,
3 non spezzerà una canna incrinata,
non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta. ( Si deve spiegare con riferimento all’araldo del re. Secondo la prassi giudiziaria orientale, dopo che il re aveva emesso una sentenza di condanna a morte, un araldo aveva l’incarico di bandire la notizia sulle piazze caso mai si trovasse qualcuno che potesse discolpare il condannato. L’araldo era munito di un bastone e di una lanterna per la lettura del bando. Al termine del percorso, se nessuno si era presentato in difesa, si recava dal condannato dove spegneva la lampada e rompeva il bastone, a significare simbolicamente che la condanna era definitiva, inappellabile.
L’immagine dell’araldo viene rovesciata, non è un giudizio di condanna ma di salvezza)
Proclamerà il diritto con fermezza;
4 non verrà meno e non si abbatterà,
finché non avrà stabilito il diritto sulla terra;
e per la sua dottrina saranno in attesa le isole.
5 Così dice il Signore Dio
che crea i cieli e li dispiega,
distende la terra con ciò che vi nasce,
dà il respiro alla gente che la abita
e l’alito a quanti camminano su di essa:
6 «Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia
e ti ho preso per mano;
ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo ( E’ un gioco di parole significativo, un’inversione letterale dell’espressione biblica popolo dell’alleanza, comune per designare Israele; con la nuova alleanza profetizzata nel Deuteroisaia, Israele diventa popolo mediatore di alleanza universale)
e luce delle nazioni ( Israele è luce delle nazioni che sono nelle tenebre dell’ignoranza di Dio, crf. Il Cantico di Zaccaria),
7 perché tu apra gli occhi ai ciechi
e faccia uscire dal carcere i prigionieri,
dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre.

Nelsecondo canto al capitolo 49 – EB fa notare l’oscillazione – è il servo che fa l’auto-presentazione e dice: “il Signore mi ha chiamato dal seno materno “(Pressoché identica nella vocazione di Geremia, Ger 1). Non può essere un popolo, è una persona precisa: “dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome”. Però poi la personalità individuale diventa personalità corporativa quando dice: “sei tu mio servo Israele”. Qui c’è la promessa: “Io ti renderò luce delle genti perché tu porti la salvezza all’estremità della terra”.

Cap. 49
1 Ascolatemi, abitanti delle isole,
udite attentamente, nazioni lontane;
il Signore dal seno materno mi ha chiamato,
fino dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome.
2 Ha reso la mia bocca come spada affilata,
mi ha nascosto all’ombra della sua mano,
mi ha reso freccia appuntita,
mi ha riposto nella sua faretra.
3 Mi ha detto: «Mio servo tu sei, Israele,
sul quale manifesterò la mia gloria».
4 Io ho risposto: «Invano ho faticato,
per nulla ed invano ho consumato le mie forze.
Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore,
la mia ricompensa presso il mio Dio».
5 Ora disse il Signore che mi ha plasmato suo servo dal seno materno
per ricondurre a lui Giacobbe ed a lui riunire Israele,
– poiché ero stato stimato dal Signore e Dio era stato la mia forza -.
6 Mi disse: «È troppo poco (Il soggetto della restaurazione è Dio stesso, e non il servo. Non si deve pensare ad una missione del servo soltanto all’interno di Israele, l’alleanza di Dio sarà universale, con tutte le nazioni) che tu sia mio servo
per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti di Israele.
Ma io ti renderò luce delle nazioni
perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra».
7 Dice il Signore,
il redentore di Israele, il suo Santo,
a colui la cui vita è disprezzata, al reietto delle nazioni,
al servo dei potenti:
«I re vedranno e si alzeranno in piedi,
i principi vedranno e si prostreranno,
a causa del Signore che è fedele,
a causa del Santo di Israele che ti ha scelto».
8 Dice il Signore:
«Al tempo della misericordia ti ho ascoltato,
nel giorno della salvezza ti ho aiutato.
Ti ho formato e posto
come alleanza per il popolo,
per far risorgere il paese,
per farti rioccupare l’eredità devastata,
9 per dire ai prigionieri: “Uscite”
ed a quanti sono nelle tenebre: “Venite fuori”».
Essi pascoleranno lungo tutte le strade,
e su ogni altura troveranno pascoli.

Nelterzo canto al cap. 50, di nuovo il servo ( Secondo la maggioranza degli esegeti, in questo canto il profeta si presenta non come un servo ma come un discepolo, un maestro della Scrittura, che consiste innanzitutto nell’ascolto assiduo della parola di Dio, poi in un ministero di insegnamento nei confronti del popolo stanco e sfiduciato, A. Mello, Isaia , Ed Qiqajon, 1986) si auto presenta.

Cap. 50
4 Il Signore Dio mi ha dato una lingua da iniziati (lett. da discepolo),
perché io sappia indirizzare allo sfiduciato una parola.
Ogni mattina fa attento il mio orecchio
perché io ascolti come gli iniziati.
5 Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio
ed io non ho opposto resistenza,
non mi sono tirato indietro.
6 Ho presentato il mio dorso ai flagellatori,
la guancia a coloro che mi strappavano la barba;
non ho sottratto la faccia
agli insulti e agli sputi.
7 Il Signore Dio mi assiste,
per questo non resto confuso,
per questo rendo la mia faccia dura come pietra,
sapendo di non restare deluso.
8 È vicino chi mi rende giustizia;
chi oserà venire a contesa con me? Affrontiamoci.
Chi mi accusa?
Si avvicini a me.
9 Ecco, il Signore Dio mi assiste:
chi mi dichiarerà colpevole?
Ecco, come una veste si logorano tutti,
la tignola li divora.

“Ogni mattina fa attento il mio orecchio … perché io ascolti come gli iniziati”. “Il Signore mi ha aperto l’orecchio ed io non ho opposto resistenza … ”. In sostanza il servo si presenta come uno che subirà la passione, … “gli strapperanno la barba, sarà flagellato ma lui non si tira indietro” perché lui vuole essere fedele a quello che è la Parola del Signore. Ogni giorno il Signore gli apre l’orecchio perché lui sia un discepolo fedele e in nome di questa fedeltà questo servo avrà la passione.

Ma ciò che è più importante è alquarto canto (E’ quello teologicamente più importante, è considerato il vertice profetico di tutto l’AT.
E’ composto di tre parti: all’inizio ed alla fine (Is 52, 13-15 e 53, 11-12) ci sono due oracoli di JHWH che annunciano la liberazione del Servo in termini di innalzamento e di esaltazione (che ricordano il vocabolario di Giovanni) agli occhi di molte genti. In questi oracoli ricorre per ben cinque volte il termine molti / moltitudine (rabbim).
Al centro una lunga lamentazione collettiva (Is 53, 1-10) sul destino di sofferenza e di passione che è toccato al Servo prima della glorificazione), ai capp. 52 e 53

color=black>Cap. 52
3 Ecco, il mio servo avrà successo,
sarà onorato, esaltato e molto innalzato.
14 Come molti sono rimasti sconcertati di lui
– tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto
e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo –
15 così si meraviglieranno di lui molte genti;
i re davanti a lui si chiuderanno la bocca,
poiché vedranno un fatto mai ad essi raccontato
e comprenderanno ciò che mai avevano udito.

Cap. 53
1 Chi avrebbe mai creduto a quanto ci è stato annunziato, ( La traduzione della CEI “Chi avrebbe creduto alla nostra rivelazione? A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore?” rischia di essere fuorviante. Questo versetto va letto in continuità con i precedenti. Sono le moltitudini che dichiarano il loro stupore)
a chi sarebbe rivelato il braccio del Signore?
2 È cresciuto come un virgulto davanti a lui
e come una radice in terra arida.
Non ha apparenza né bellezza
per attirare i nostri sguardi,
non splendore per provare in lui diletto.
3 Disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo dei dolori che ben conosce il patire,
come uno davanti al quale ci si copre la faccia,
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
4 Eppure egli si è caricato ( Si è caricato dei peccati dei “molti”, ha preso su di sé per espiare. E’ reso con il verbo tollere = togliere via. Il Battista dice di Gesù: “Ecco l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (Gv 1, 29). In aramaico talija significa tanto servo quanto agnello) delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori
e noi lo giudicavamo castigato,
percosso da Dio e umiliato.
5 Egli è stato trafitto per i nostri delitti,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;
per le sue piaghe noi siamo stati guariti.
6 Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,
ognuno di noi seguiva la sua strada;
il Signore fece ricadere su di lui
l’iniquità di noi tutti.
7 Maltrattato, si lasciò umiliare
e non aprì la sua bocca;
era come agnello condotto al macello,
come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,
e non aprì la sua bocca.
8 Con oppressione ed ingiusta sentenza fu tolto di mezzo;
chi si affligge per la sua sorte?
Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,
per l’iniquità del mio popolo ( Con questo passo, il testo di Isaia 53 fa un salto in senso propriamente messianico, poiché il Servo del Signore, deve portare, in primo luogo, proprio i peccati del “suo “ popolo , del popolo di Dio. L’eliminazione dal peccato non può essere, in definitiva, che quella del Messia, A. Mello, Isaia , Ed Qiqajon, 1986) fu percosso a morte.
9 Gli si diede sepoltura con gli empi,
con un ricco fu la sua tomba,
sebbene non avesse commesso violenza
né vi fosse inganno nella sua bocca.
10 Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.
Se ( Il “se” sottolinea la libera obbedienza: “se offrirà se stesso in espiazione … vedrà … vivrà … si compirà per mezzo suo …”. La traduzione della CEI è “Quando offrirà … ”) offrirà se stesso in sacrificio di espiazione ( E’ l’unico testo di tutto l’AT in cui si parla di un sacrificio umano come compimento della volontà di Dio, cioè dell’amore e dell’ubbidienza dell’uomo a Dio fino alla morte),
vedrà una discendenza, vivrà a lungo,
si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.
11 Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce
e si sazierà della sua conoscenza;
il giusto mio servo giustificherà molti,
egli si addosserà la loro iniquità.
12 Perciò io gli darò in premio le moltitudini,
dei potenti egli farà bottino,
perché ha consegnato se stesso alla morte
ed è stato annoverato fra gli empi,
mentre egli portava il peccato di molti
e intercedeva per i peccatori.

E’ talmente importante questo canto, che al v. 1 del cap. 53 il profeta dice:
“1Ma chi crederà a questa rivelazione?”.
Nessuno crederà! Il profeta ha coscienza che in quanto sta dicendo c’è dell’inaudito, c’è qualcosa di talmente nuovo, di enigmatico, che è incredibile.
“2È cresciuto come un virgulto davanti al Signore, come una radice in terra arida. Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non ha splendore per provare in lui compiacimento.
3Disprezzato e rigettato dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, è come uno davanti al quale ci si copre la faccia per non vederlo, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
4Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori. Noi lo giudicavamo castigato da Dio, percosso ed umiliato.
5Ma lui era trafitto per i nostri peccati, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti.
6Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; ma il Signore fece ricadere su di lui il peccato di noi tutti.
7Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca”.

E’ la profezia di un uomo che dà se stesso in espiazione. Isaia 53 è l’unico testo di tutto l’AT in cui si parla di un sacrificio umano come compimento della volontà di Dio. Non più vittime animali come sacrifici di espiazione, ma Lui dà la sua vita per i peccati di tutto il popolo di Israele, per il peccato dei molti (rabbim). “Dopo il suo intimo tormento, proprio perché ha offerto se stesso, vedrà la luce”, cioè Dio capovolgerà la sua sorte.
In realtà il testo rimane enigmatico.

Questo testo, che resta enigmatico per Israele, ha finito per leggere letto da Israele come profezia per il popolo di Dio, che avrebbe sofferto nella storia.

I cristiani hanno letto questa profezia come “morte e risurrezione di Gesù”. Soltanto Gesù vi ha adempiuto, “proprio perché ha preso su di sé l’iniquità, il Signore gli darà in premio i rabbim”. La parola “rabbim” (i molti, le moltitudini), ripetuta per ben cinque volte in questo canto, la troviamo nelle parole di istituzione dell’eucaristia, con cui Gesù spiega il significato redentivo del dono della propria vita: “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per molti (i rabbim)” (Mc 14, 22).

In sostanza, attraverso questa profezia l’economia dei sacrifici è destinata a cessare, non più l’offerta della vita di animali, ma l’offerta della vita di un uomo. Qui c’è un uomo, un servo, un profeta che dà la sua vita, la offre a Dio, si carica dei peccati degli altri, porta il peccato dei molti (dei rabbim), intercede per i peccatori.
Allora comprendiamo come questa figura diventa rilevante nell’orizzonte di Israele. La cessazione dei sacrifici è una cessazione che aprirà la via all’offerta di una vita, la vita da parte del Servo, ma è anche offerta in espiazione come i riti di Yom Kippur, sacrificio per i peccati del popolo.

Un’ultima precisazione come sintesi.
L’economia dell’A.T. è attraversata dai sacrifici, strettamente legato ai sacrifici è il Tempio, luogo dei sacrifici. Finché dura il Tempio dura l’economia dei sacrifici. I profeti, quando hanno fatto polemica verso i sacrifici, l’hanno fatta anche verso il Tempio. I profeti sono sempre stati diffidenti nei confronti del Tempio, così come del culto sacrificale, perché chiedevano che fosse la vita a diventare sacrificio offerto a Dio, la vita di ogni credente, di ogni ebreo. Certamente quel servo diventa il typos di coloro che danno la vita in sacrificio per gli altri.
All’interno di questa maturazione abbiamo la vicenda di Gesù.

Al tempo di Gesù c’erano due correnti profetiche. Una carismatica, costituita da uomini come Geremia che profetavano contro il Tempio e contro i sacrifici. All’incirca attorno al 57 – 60 d. C. vi fu la vicenda di un altro con il nome di Gesù; anche lui che viene dalla Galilea, va a Gerusalemme, profetizza contro il Tempio e viene ucciso. Come Geremia al cap. 7, questi profeti dicevano che era inutile fare i sacrifici, perché Dio vuole la giustizia, l’uguaglianza, l’effettiva condivisione delle cose nei fatti concreti (nella prassi), chiede che non ci sia l’oppressione.
Ma, accanto ai profeti, c’era anche la comunità di Qumran, che dal II sec. av. C. si era insediata sulle rive del Mar Morto. Era una comunità monastica di ebrei che attendevano il Messia, con una vita comunitaria non molto differente dalla vita dei monasteri cristiani. Questa comunità aveva una critica terribile verso il Tempio. Non andò mai a fare i sacrifici al Tempio di Gerusalemme e disse: “Noi come comunità siamo il vero tempio di Dio”.

La polemica di Gesù che chiede la purificazione del Tempio – secondo Giovanni all’inizio del suo ministero, secondo i sinottici alla fine -, la dobbiamo vedere all’interno della corrente profetica (da Geremia in poi), ma con molta probabilità con agganci alla posizione della comunità di Qumran, che certamente pensava che ormai il Tempio fosse un luogo profano ed il sacerdozio fosse ormai illegittimo, addirittura da essere un ostacolo al rapporto con Dio.

D’altronde – è difficile dirlo – ma Gesù ed i discepoli non vengono mai e poi mai menzionati nell’atto di compiere un sacrificio al Tempio; vanno al Tempio a pregare, ma mai è menzionato l’offerta di un sacrificio. L’unico che menziona un sacrificio è Luca, quando dice che Maria e Giuseppe portarono Gesù al Tempio e lo riscattarono con il sacrificio di due colombe e di due tortore. Già lì c’è un certo imbarazzo perché quel testo di Luca è tormentato e non si capisce bene esattamente cosa sia avvenuto.

Cerchiamo ora di comprenderecosa è avvenuto la vigilia della passione di Gesù .

I vangeli sono stati scritti tardi. Se è giusta la data da tutti oggi accettata per la morte di Gesù, il 7 aprile del 30, prima che i vangeli assumano la forma scritta (negli anni 65 – 70), passano 35 – 40 anni. Sono anni in cui le comunità cristiane fanno memoria di Gesù, soprattutto attraverso la testimonianza degli apostoli ed attraverso un atto liturgico che compiono nelle loro case: la celebrazione eucaristica. Potremmo anzi dire che è il contesto della celebrazione eucaristica che permette al Vangelo di trovare una sua forma e di essere poi redatto per iscritto.

Noi sovente abbiamo una visione che si potrebbe dire un po’ ingenua dell’origine delle Scritture, per cui pensiamo ad un origine che non è vera. Le Scritture vengono dopo che la Chiesa esisteva. La Chiesa è stata il grembo in cui sono nate le Scritture, la Chiesa ha preceduto le Scritture. Poi, una volta che le ha accettate, la Chiesa si sottomette alle Scritture, ma è la Chiesa l’alveo, il grembo in cui le Scritture sono maturate. Dopo l’ascensione gli apostoli danno la loro testimonianza; questa testimonianza viene meditata da comunità che riflettono, che approfondiscono il mistero di Cristo secondo le loro particolarità, con diversità talvolta anche marcate. Ad un certo punto qualcuno mette per iscritto quelle memorie, quelle testimonianze degli apostoli, quella tradizione dei primi credenti. Soltanto allora abbiamo i vangeli.

Paolo, negli anni 50, scrive le lettere, tra le quali ci interessa particolarmente la 1a ai Corinzi. Marco scrive dopo, intorno al 65, Matteo e Luca comunque dopo il 70 (dopo la distruzione di Gerusalemme), infine verso il 90 scrive Giovanni. Questo significa che l’eucaristia ha preceduto i vangeli e, se è vero che la Didachè è all’incirca dell’anno 60, noi abbiamo la prima preghiera eucaristica, il primo canone, prima ancora della redazione dei vangeli (o almeno in contemporanea).

Ecco perché è estremamente importante l’eucaristia: è l’ambito in cui le Scritture sono state generate, il luogo in cui si celebrava la fede della Chiesa, il luogo in cui gli apostoli facevano udire la loro testimonianza, la quale, per vie molto diverse a seconda delle comunità, ha trovato una forma scritta nei quattro vangeli.
Tra l’elaborazione della comunità di Giovanni e quella della comunità di Marco, non ci sono soltanto i trenta anni di differenza. Quella di Giovanni era una comunità del tutto speciale, forse di tipo monastico, molto vicina a Qumran. E’ un mondo di simboli, di linguaggi, dove tutto è meditato. E’ il Signore glorioso che parla, non più il Gesù di Nazaret. Nei sinottici invece si trovano le parole dette da Gesù, senza avere l’ansia di avere le stesse parole (gli ipsissima verba). Gesù ha parlato come riportano i sinottici; certamente non ha parlato come ha scritto Giovanni nel suo vangelo, che è una re-trascrizione, con una fede ed una teologia ormai cresciuta rispetto a quella che era la vicenda di Gesù di Nazaret, di cui gli apostoli erano testimoni.

In questi anni comunque, prima delle Scritture, dobbiamo immaginare i cristiani che si radunano e celebrano l’eucaristia e noi sappiamo soprattutto che quella eucaristia era un gesto, un rito, una liturgia fatta insieme che era contrassegnata da quattro azioni fatte da Gesù: prese il pane / disse la benedizione/ lo spezzò / lo diede.

Queste quattro azioni di Gesù erano la MEMORIA. Questo è l’essenziale!
Non dimenticate, è diventato talmente importante l’eucaristia pensata con questi quattro verbi, che Marco, quando nel 65 circa descrive la moltiplicazione dei pani nel suo Vangelo, usa proprio questi quattro verbi: “Gesù prese il pane … disse la benedizione … li spezzò … li diede … ”. La moltiplicazione dei pani è narrata coi verbi eucaristici. Ma non è detto che Gesù abbia fatto quei gesti quando ha moltiplicato i pani, in realtà è ormai l’eucaristia che norma anche la re-scrittura dei gesti fatti da Gesù.
L’eucaristia va vista nella sua profonda verità, per comprenderla in pienezza, per comprenderne il vero rapporto con la Scrittura e con la Chiesa. Altrimenti si è incapaci di leggerla nel suo momento genetico.

Noi potremmo dunque dire, rivoltando un po’ la normale prospettiva, che la Chiesa nasce facendo eucaristia, che l’eucaristia plasma il volto della Chiesa e che l’eucaristia precede anche la testimonianza degli apostoli, il N.T., i vangeli e tutto il resto.

Arriviamo allalettura dei testi, cominciando dai tre vangeli sinottici. Nei vangeli c’è la testimonianza di gesti e parole di Gesù fatte durante un’ultima cena, una cena rituale. Gesù, in sostanza, mentre celebrava la cena pasquale ha fatto gesti e pronunciato parole, che erano un’anticipazione di quello che sarebbe avvenuto il giorno dopo; nello stesso tempo nell’intenzione di Gesù, quelle parole e quei gesti dovevano costituire il nuovo memoriale per la nuova comunità. Ricordando il senso che aveva – e come avveniva – il memoriale della Pasqua, si coglie il senso dell’eucaristia come memoriale, per le stesse ragioni.

Gesù certamente ha celebrato lacena pasquale (secondo i sinottici) con un rito molto semplice. Gesù, che presiedeva, ha iniziato il pasto con una benedizione della festa di Pasqua e la benedizione di un calice di vino (primo calice / calice liturgico).
Seguiva a questo un rito di purificazione, di abluzioni, in cui quelli che erano convenuti al pasto si lavavano le mani, toccavano l’acqua per dire una condizione di purezza che volevano assumere. A quel punto cominciavano a mangiare le erbe amare (le prime insalate dei campi dei mesi di primavera, il tarassaco, molto amaro) per ricordare l’amarezza della schiavitù in Egitto. Seguiva l’haggādā, la grande narrazione del capofamiglia. Il capo famiglia spiegava perché quella notte fosse diversa “perché siamo usciti dall’Egitto …” , venivano cantati i Salmi dell’Hallel minore (Salmi 113 – 114 del salterio) e veniva bevuta la seconda coppa (secondo calice / calice della festa).
Poi c’era il pasto dell’agnello, si mangiava l’agnello, c’era una benedizione sul pane e sulla terza coppa, il cosiddetto”calice della benedizione” (Il solenne ringraziamento era suddiviso in tre parti: I) ringrazia Dio per i benefici della creazione; II) ringrazia Dio per l’elezione del popolo di Israele e per l’Alleanza (Gesù per la “nuova alleanza”); III) “O Dio, nostro Padre, nutrici, mantienici, sopportaci, sollevaci ed accordaci presto, Signore nostro Dio, un soccorso alle nostre tribolazioni”. vedere a pag. 51) (terzo calice), poi si leggeva la seconda parte dell’Hallel minore (Salmi 115 – 118), si recitavano due preghiere e l’Hallel maggiore (Salmo 136).
Infine si beveva una quarta coppa pasquale (quarto calice / calice di Pasqua) e la cena pasquale era finita
.

CENA PASQUALE AI TEMPI DI GESÙ – SVOLGIMENTO ( Schema tratto da Don Ottaviano, Il cristianesimo questo sconosciuto, Il sacramento dell’eucaristia – la Messa, p. 328)

Preliminari della cena
1° CALICE abluzione mano destra

VIVANDE GIÀ IN TAVOLA: pane azzimo – erbe amare – salsa rossa

SPIEGAZIONE – HAGGADÀH fatta da chi presiede [CAPOFAMIGLIA]

HALLÈL MINORE I°: SALMI 113-114
(numerazione ebraica)

2° CALICE abluzione mano destra
Cena propriamente detta

CENA
– benedizione degli alimenti
– spezzamento e distribuzione del pane
– si mangiavano vari cibi
– si mangiava l’agnello arrostito
abluzione mano destra

3° CALICE:
calice della benedizione [portato quando dalla tavola è stato rimosso tutto]
RINGRAZIAMENTO A DIO –
[BEVUTO]

HALLÈL MINORE II°: SALMI 115-118
HALLÈL MAGGIORE: SALMO 136

4° CALICE

Gesù certamente ha mangiato l’agnello pasquale, anche se nel racconto dei vangeli non è nominato. I sinottici dicono che ha mangiato la Pasqua, è sottinteso che abbia mangiato l’agnello, ma essendo ormai lui il nuovo agnello pasquale lo dimenticano, perché tutta la concentrazione del racconto evangelico va sui gesti e sulle parole che riguardano l’istituzione eucaristica.
Ma la memoria di questi gesti e di queste parole noi la troviamo nei vangeli con delle discordanze, con delle differenze che sono significative. Matteo e Marco danno una versione con alcune parole precise. Luca invece utilizza altre parole. Se a Luca accostiamo le parole riportate da Paolo nella 1a Corinzi al cap. 11 (testo composto prima dei vangeli), troviamo un’altra formulazione.
Oggi è comunemente accettato che il racconto dell’eucaristia di Matteo e Marco venga dalla comunità di Gerusalemme, quindi da un ambiente esclusivamente giudaico, in cui si sente il clima di questa Chiesa. Invece il racconto di Luca e Paolo quella è della comunità di Antiochia, non più formata in prevalenza da giudei, ma da pagani convertiti al cristianesimo.

Il testo di Marco è ritenuto quello più antico:
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22 Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». 23 Poi prese il calice e, avendo reso grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. 24 E disse: «Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza versato per molti. 25 In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio».
26 E dopo aver cantato l’inno, l’Hallel, uscirono verso il monte degli Ulivi, Mc 14, 22-26

Matteo praticamente riprende lo stesso testo, dice le stesse cose, aggiunge soltanto “in remissione dei peccati”, è più esplicito:

26 Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: «Prendete e mangiate; questo è il mio corpo». 27 Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, 28 perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti,in remissione dei peccati. 29 Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio». 30 E dopo aver cantato l’inno (l’Hallel), uscirono verso il monte degli Ulivi. (Mt 26, 26-30)

Paolo invece in 1Cor, all’incirca nell’anno 50 (o 52), scrive: “io vi scrivo quello che ho ricevuto”, perché non era stato testimone. Quindi in quegli anni c’è già la formula (c.d. di Antiochia) che Paolo trasmette ai corinti al cap. 11:

23 Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane 24 e,dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me». 25Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». 26 Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga. (1Cor 11, 23-26)

Luca riprende tale e quale la formulazione per metterla nel suo vangelo, ma – da notare – venti anni più tardi; è assodato che ad Antiochia l’eucaristia è vissuta e celebrata con quei termini.
14Quando fu l’ora rese posto a tavola ed i discepoli con lui, 15e disse: “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, 16poiché vi dico: «Non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio». 17E preso un calice, rese grazie e disse: «Prendete e distribuitelo tra voi, 18poiché vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non venga il regno di Dio».
19Poi, reso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me». 20Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi». (Lc 22, 14-20)
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E’ chiaro che sono due accenti diversi.

Nella formula di Gerusalemme (in Marco e Matteo) innanzi tutto troviamo: “Mentre mangiavano Gesù prese il pane e, fatta laberakha (la benedizione), lo spezzò, lo diede ai discepoli e disse “prendete e mangiate, questo è il mio corpo”. Ecco la prima diversificazione da mettere in evidenza: l’eucaristia presso la comunità costituita da giudei è soprattutto vissuta come beratha (benedizione), perché è questo il primo verbo usato da Gesù: “disse la benedizione”. Poi “ … preso il calice, avendo reso grazie, lo diede loro e disse … ”, soltanto qui appare il verbo dell’ eucaristia (= rendere grazie).
Quindi se sul pane abbiamo che Gesù “disse la benedizione”, dopo sul calice abbiamo: “avendo reso grazie (= eucaristia), lo diede loro e disse: «bevetene tutti, questo è il mio sangue dell’alleanza [è esattamente la formula usata da Mosè in Esodo 24, 8: “Questo è il sangue dell’alleanza”] che è versato per molti in remissione dei peccati»”. Molti, moltitudini (rabbim in ebraico) è la stessa espressione che appare per ben cinque volte nel quarto canto del Servo in Isaia al cap. 53.

Invece nella versione di Luca e Paolo troviamo innanzitutto: “avendo preso il pane, avendo reso grazie”, c’è subito l’eucaristia non c’è la benedizione.
Poi: “questo calice è la nuova alleanza del mio sangue”. Notate che non c’è più “questo è il mio sangue dell’alleanza” (la formula di Esodo), ma “questo calice è
“la nuova alleanza del mio sangue”, che è la formula di Geremia (31, 31) («Ecco, verranno giorni – dice il Signore – nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda io concluderò una nuova alleanza. Non come quella che ho concluso con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto, un alleanza che essi hanno violato … Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò nel loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo», Ger 31, 31-34), dove troviamo la profezia della nuova alleanza che doveva venire.
E ancora: “che ha versato per voi”, per voi come comunità, non c’è l’accento sulle moltitudini (rabbim).

L’eucaristia nelle comunità cristiane di origine greca si chiama subito “eucaristia”; nelle comunità composte da ebrei, invece, continuerà a chiamarsi “benedizione”.

Infine noi abbiamo la frase (che non tutti ritengono): “Io non berrò più il frutto della vite fino a che non lo berrò di nuovo nel regno dei cieli”.

Che cosa dobbiamo dire su questi gesti di Gesù?
Innanzitutto Gesù ha detto la benedizione, sottolineo la benedizione sempre a Dio. Non dovete mai pensare che si possa benedire un oggetto.
Sono le cose che la Chiesa permette … , le permette perché è misericordiosa. E’ il suo limite e la sua ricchezza, in quanto permette anche quello che non si dovrebbe … In realtà non si può benedire nessun oggetto. A rigor di logica è una bestemmia benedire qualcosa, perché le cose sono tutte buone, non hanno bisogno di benedizione sopra, ma invece si benedice Dio “per una cosa”, non “la cosa” in quanto tale. Gesù disse la benedizione: “Sii benedetto Signore Dio nostro Padre per … “. C’è una formula ebraica molto bella: un giorno ad un rabbino viene portata una pipa da benedire, il rabbino disse: “Sii benedetto Signore Dio perché c’è qualcuno che costruisce le pipe”. Vedete come si trasforma la benedizione, nulla può essere benedetto. Si benedice Dio, non le cose.

Gesù disse la benedizione a Dioper il pane, disse la benedizione per il vino (come facevano gli ebrei), certamente ha spezzato il pane, lo ha dato ai suoi discepoli e ha accompagnato il tutto con le sue parole. C’è un gesto solenne, Gesù vi ha dato grande rilievo. Il gesto di spezzare il pane deve essere stato fatto con una tale autorevolezza che questo diventerà un nome dell’eucaristia: la frazione del pane (Atti 2, 42). Non dimentichiamo che quando i discepoli di Emmaus riconosceranno Gesù “lo riconobbero alla frazione del pane”.
Quindi deve essere un gesto nel quale Gesù poneva effettivamente tutto il peso della sua persona; la maniera con cui faceva quel gesto doveva essere narrativa, c’era un accento forte sul pane spezzato e poi pronuncia le parole.
Si dirà che Paolo spezzò il pane quando era a Troade e celebrò l’eucaristia la sera in cui, fino a tardi, fece quella lunga omelia; spezzò il pane ancora, durante il naufragio di Malta, nel viaggio verso Roma.

“Poi [Gesù] lo diede loro dicendo”, lo dà, ne fa dono ed accompagna questo con le parole “questo è il mio corpo”. Gesù ha detto: “Io sono l’uomo per gli altri, la mia vita è una pro-esistenza «per voi» e in questo gesto io vi narro quello che è la mia vita, una vita spesa per voi, una vita data a voi, offerta a voi, esattamente come io faccio di questo pane”.
E’ importante capire le parole su quel gesto, prende il pane, lo spezza, per dire: “una vita spezzata, una vita offerta fino al dono del sangue” e la offre: “questo è il mio corpo che è per voi”.

Poi c’èla benedizione per il calice, quello alla fine del pasto (il terzo calice), ma anche qui avviene tutto in modo insolito. Gesù fa passare il proprio calice innanzitutto, mentre nella cena ebraica invece ognuno aveva la sua coppa. Gesù fa passare il proprio calice e con quel gesto chiede ai discepoli in sostanza se condividono la sua sorte. Quando i figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni, chiedono a Gesù di sedere accanto a lui alla destra e alla sinistra e Gesù dice loro: “non sapete mica quel che domandate!”. “Potete bere il calice che io devo bere?”. “Noi lo possiamo”. Gesù dice: “State tranquilli che lo berrete, ma quanto ad avere il posto, no, questo spetta al Padre mio”.
Bere al calice era un’espressione ebraica per dire “condividere la sofferenza”, oppure “condividere la gioia”. Un po’ c’è ancora nel linguaggio: “abbiamo bevuto la coppa dell’amicizia” oppure “la coppa della gioia”.

Al salmo 116, 13:

Come potrò rendere grazie Dio per tutti i beni che mi ha dato? Alzerò il calice della salvezza ed invocherò il nome del Signore.

Bere al calice che Gesù fa passare significa dire: “Siamo uniti in una condivisione, sofferenza e beatitudine, passione e resurrezione”.

Per questo Paolo dirà in 1Cor 10, 16: “Il calice della benedizione, che noi benediciamo (sottinteso facendo eucaristia) non è comunione al sangue di Cristo?”.
Sul calice vengono poi le parole di Gesù, che secondo Marco e Matteo rinviano all’alleanza del Sinai, secondo Paolo e Luca alla nuova alleanza predetta da Geremia. Una nuova alleanza “nel sangue”, come la prima, e “per la remissione dei peccati” come l’ultima e definitiva.
Secondo Marco e Matteo questo sangue è versato per i rabbim, le moltitudini (Isaia 53, 10-12), è un sangue espiatorio per la remissione dei peccati.
Secondo Luca e Paolo è un sangue certamente non solo per Israele, ma per tutti gli uomini, anche se l’insistenza è «per voi», i commensali, quelli che partecipano all’eucaristia.

EB adesso spera che tutto diventi chiaro. Con la lettura dell’alleanza nel sangue al Sinai, era stata messa in evidenza che un unico sangue (che è la vita), era sparso sull’altare e sul popolo. Era un’alleanza stretta, un’unica vita, la vita di Dio e la vita del popolo.
Alla cena del Signore addirittura si beve un unico sangue, che è un’unica vita, il sangue di Cristo ed il sangue di quelli che vi partecipano. Ecco come l’alleanza si riempie di significato, come si rinnova, si compie in modo perfetto e diventa l’alleanza, unica definitiva.

In Paolo, però, in 1a Corinzi al cap. 11 c’è un elemento che è importante e che certamente non poteva essere inscritto nel racconto dei vangeli, ma è una parola importante che va messa in evidenza:

23 Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane 24 e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». 25 Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». 26 Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga.

La celebrazione dell’eucaristia nel racconto di Paolo porta l’inciso: “fate questo in memoria di me” come in Luca (non in Marco e Matteo), come prassi liturgica vivente. Ma Paolo – e lui soltanto – sottolinea: “fin che il Signore ritorni”. L’eucaristia quindi è “per tutto il tempo escatologico”, cesserà quando il Signore verrà nella gloria alla fine dei tempi.

Questo ordine di rifare l’eucaristia, assente in Matteo e in Marco, mentre è accentuato in Paolo “dopo la benedizione del pane e del calice”, è proprio in stretta connessione con il memoriale della Pasqua.Chi presiede la “cena cristiana” è Cristo stesso.

Allora si capisce perché l’eucaristia è stata il quadro, la struttura, il crogiuolo, l’ambiente, la matrice in cui si è conservata la memoria di Cristo, si è conservata la sua Parola, che poi è diventata la Scrittura del Nuovo Testamento.

Il gesto profetico di Gesù e le sue parole dicono chel’eucaristia è la ricapitolazione in sintesi di tutta l’esistenza di Gesù, di un’esistenza data, di un’esistenza spesa fino alla morte, fino al sacrificio, di una vita che è sempre stata auto-donazione. Al tempo stesso, l’eucaristia diventa il compimento di tutto l’Antico Testamento. Ecco perché i Padri della Chiesa – oggi non siamo sempre attenti a questa loro lettura – dicevano che tutto quanto è stato prefigurato nell’A.T., nei riti, in realtà è stato portato a compimento da Cristo.

C’è una preghiera colletta (un oremus) della Chiesa cattolica che suona così:

O Dio che attraverso il sacrificio dell’eucaristia hai portato a compimento tutti i sacrifici fatti da Israele …

Ecco che cos’è l’eucaristia: è la grande ricapitolazione che narra la vita di Cristo, una vita data, spesa, offerta per noi.