15-05-2007-Corso-sull’Eucarestia-1

15/05/2007 – CORSO SULL’EUCARISTIA – Incontro 01/10

Corso sull’eucaristia

(Contenuto, dagli appunti circa il corso sull’Eucaristia di E. Bianchi; adattamenti di G. Picco e Silvano):

1° incontro su dieci

L’eucaristia, insieme alla parola di Dio contenuta nelle sacre Scritture, è tutto quanto la Chiesa ha per sostenere la memoria di Cristo e l’attesa della sua venuta nella gloria.
Quando EB dice “che la Chiesa ha” non vuole dire che la Chiesa possiede o dispone della parola di Dio e dell’eucaristia; è vero, eventualmente, il contrario: la Chiesa è affidata alla parola di Dio e all’eucaristia!
Paolo, ai presbiteri di Efeso, salutandoli a Mileto, dice: “Io vi affido alla parola di Dio”; noi ci attenderemmo che Paolo dicesse, a quelli che saranno i suoi successori: ” Io vi affido la parola di Dio”. Invece dice: “Io vi affido alla parola di Dio”; è la parola di Dio che sostiene la Chiesa. E’ l’eucaristia, insieme alla Parola, ciò che veramente fa, plasma e sostiene la Chiesa.

Se l’eucaristia è davvero ciò che deve essere,l’eucaristia è Gesù Cristo; nell’eucaristia la Chiesa ne fa memoria, lo confessa, lo riconosce presente e ne attende la venuta.
EB sostiene che
c’è identità tra Cristo ed eucaristia, un’identità sacramentale. Nell’immaginario cristiano devoto (e purtroppo stanno tornando le devozioni in modo invasivo e deleterio nella Chiesa, oggi) c’è un’idea dell’eucaristia riduttiva e sviante. L’eucaris tia è vista di per sé, quasi ci fosse un Gesù sacramentato, un Gesù cosificato, raddoppiato. No! C’è un solo Gesù Cristo, quello nato da Maria Vergine, cresciuto uomo come noi, morto e risorto e che tornerà nella gloria. Lui solo è il Cristo e l’eucaristia ne è la sua memoria sacramentale.

L’eucaristia non può essere resa un oggetto a parte, nella devozione o nella pratica liturgica. L’eucaristia racconta sempre l’unico Gesù. Guai se diventa divinizzazione della materia, terribile deriva purtroppo abbastanza facile soprattutto in ambiente cattolico. L’eucaristia non è materia divinizzata, ma è sempre e soltanto il memoriale di Gesù Cristo.

Gesù, nell’ultima cena ha fatto un gesto profetico: ha raccontato anticipatamente quello che sarebbe avvenuto il giorno dopo. Per comprendere l’eucaristia dobbiamo sempre andare a questo momento istitutivo.
Gesù sapeva che era vicina la sua fine (e poco importa se il giorno dopo o alcuni giorni dopo: i vangeli non hanno mai voluto darci una cronologia definitiva e unica) e, per mostrare che la morte era da lui assunta nella libertà e per amore, e che non moriva né per caso né per necessità, ha voluto fare un gesto di anticipazione per dire ai discepoli: “Quello che mi accadrà io ve lo dico con un segno, con un gesto, con un mimo, già questa sera. E se ve lo dico prima, significa che io potrei fuggire da questa fine che mi incombe, potrei sottrarmi. No, io l’accetto nella libertà e per amore.
Ed ecco vi do il segno di tutta la mia autoconsapevolezza di ciò che mi avverrà e che vi dico prima. Spezzo del pane per dirvi che il mio corpo è dato per voi, vi offro del vino per dire che il mio sangue è sparso per voi.

E Gesù ha fatto questi gesti ma , attenzione, quando ha dato il comando di ripeterli “fate questo in memoria di me”, intendeva ben più che la ripetizione del rito. L’errore che noi facciamo è quello di credere che sia determinante ripetere il rito. In realtà, quello che Gesù intendeva con le parole “fate questo” non era semplicemente ripetere il rito!
Lui ha detto: “Questa è la mia vita offerta per voi, offrite anche voi la vita come ho fatto io, in una proesistenza come la mia”. Come Gesù ha dato la vita per noi, così a noi ha chiesto di darla per gli altri. Gesù ha un rapporto con noi, come noi dobbiamo averlo con gli altri. Lui ha dato la vita per noi perché noi la diamo per gli altri. Nel vangelo di Giovanni, dove non c’è il racconto dell’istituzione dell’eucaristia, non c’è il comando: “fate questo in memoria di me” sul pane e sul vino, ma, non a caso, c’è il comando di ripetere il gesto della lavanda dei piedi: “Quello che io ho fatto a voi, voi fatelo l’un l’altro”, ripreso poi, in maniera più dossologica nel nuovo comandamento: “Come vi ho amato io, amatevi gli uni gli altri. Come io a voi, voi agli altri. Come io ho dato il mio corpo, la mia vita a voi, così voi datela agli altri”.

Ecco, l’eucaristia è questo. Non è quell’aspetto devoto che sovente si vive in ambito cattolico, un Gesù come raddoppiato, un Gesù eucaristico.Il Gesù eucaristico non esiste. Esiste Gesù Cristo ed una eucaristia che lo narra. Non c’è un’entità cosificata dell’eucaristia. Bisogna stare attenti. La Chiesa ha sempre una lex orandi (la legge della liturgia) ed una lex credendi (la legge della fede), ma poi lascia spazio a tante devozioni che sono forme di depauperamento della lex orandi, di svuotamento, talora di deviazione rispetto alla retta fede.

Noiviviamo l’eucaristia se la ripetiamo soprattutto nella vita, nel gesto di dare la vita per gli altri.

E’ importante cercare di capire che, da un lato c’è un unico e solo Gesù Cristo, quello della storia, e che l’eucaristia non ha nessuna autonomia nei suoi confronti: o lo narra, e allora è eucaristia cristiana, o non lo narra, e allora è un rito religioso, tra tanti altri, ma completamente svuotato del suo significato cristiano; d’altro lato di capire che ciò che conduce a pienezza l’azione eucaristia è l’amarsi gli uni gli altri.

Nel Nuovo Testamento la novità del comandamento nuovo – e Gesù lo dà come nuovo nel contesto della celebrazione dell’eucaristia – non è l’amore per gli altri (questo c’è già nell’Antico), ma nel fatto che l’amore per gli altri è l’amore per Dio. Non c’è amore per Dio che non sia amore per gli altri.
Quando gli evangelisti Marco e Matteo dicono che ci sono due comandamenti, ma il secondo è simile al primo, poi Luca dice che c’è un unico comandamento, Giovanni dice: “l’amore degli altri”. Questa è la novità: quando il cristiano ama gli altri, ama Dio;
l’amore per gli altri e per Dio coincidono. Dare la vita per gli altri significa dare la vita a Dio; non che Dio abbia bisogno della nostra vita in offerta, come un Dio pagano che ha sete di sangue, ma semplicemente vuole che noi la vita la diamo ai fratelli e, dandola ai fratelli eseguiamo la volontà di Dio e, eseguendo la sua volontà, è come dare la vita per lui, ma sempre attraverso il dare la vita ai fratelli.

Tutto questo come premessa all’itinerario del corso.

L’eucaristia come Pasqua.
Itinerario biblico teologico sul rapporto Pasqua – eucaristia

Oggi è acquisito chel’eucaristia è un mistero pasquale. A partire dal rinnovamento teologico, biblico, liturgico del concilio Vaticano II, si è cominciato a dire che l’eucaristia è un sacramento pasquale. EB si chiede se abbiamo davvero assunto tutto il senso e la portata di questa definizione; teme che in questi decenni ultimi ci si è accontentati troppo della definizione, della formula, senza scavare in profondità, senza arrivare ad una vera “sovra-conoscenza”, come direbbe san Paolo.

Tutto l’AT proclama l’evento della nascita del popolo di Dio.
L’evento da cui dipende la fede del popolo d’Israele è l’esodo dall’Egitto (l’evento pasquale). C’è stato un evento nel quale Dio si è scelto un popolo, col quale ha poi stretto un’alleanza, c’è stato un evento nel quale soprattutto Dio si è fatto conoscere al suo popolo: è la Pasqua, l’esodo, la liberazione dall’Egitto.

Quando noi diciamo liberazione dalla schiavitù, dobbiamo ricordarci che quella degli ebrei era sì una schiavitù esistenziale (vita da schiavi sotto il segno dell’ingiustizia), ma anche schiavitù nei confronti degli idoli egizi, del faraone divinizzato. Il Dio che si rivela libera dall’idolatria, e libera poi anche dall’oppressione sociale, economica, che rendeva gli israeliti una massa di schiavi.
Quando si dice che Israele è stato liberato e riscattato, è ricordato un evento in cui si sono spezzati i legami, si sono rotte le catene, c’è stata una liberazione (i verbi usati sono: padà = spezzare i legami, rompere le catene (che indica l’azione di liberazione) e gal = riscattare).
Quando Israele narra questa liberazione e questo riscatto, pensa che il soggetto dell’opera di liberazione sia Dio. Non a caso il primo nome che Dio riceve in Israele è Gal, Liberatore e Redentore (saranno anche nomi di Gesù: salvatore, liberatore). Il Dio degli ebrei, un Dio che non aveva nome, riceve un nome che indica l’azione da lui compiuta: la liberazione, il riscatto. E’ una singolarità rispetto agli dei delle altre religioni. Nella notte dell’esodo questo Dio ha liberato Israele e perciò sarà chiamato Liberatore.
Anche per Gesù sarà la stessa cosa: se nella notte di Pasqua Gesù è stato risuscitato, il suo nome sarà “il Risorto”. E’ sempre l’azione compiuta che individua il nostro Dio.

Nel libro dell’Esodo è raccontata questa opera di liberazione. E’ un racconto scritto forse sei secoli dopo, ma la testimonianza orale è passata di generazione in generazione. Il racconto è questo: attorno al 1250 / 1200 a.C. degli ebrei, che erano schiavi, in diverse volte, in diversi gruppi e per diverse maniere, sono riusciti ad uscire dall’Egitto e, attraverso il deserto, tornare nella terra dei padri.
Non sappiamo quante furono queste uscite ma certo sono state parecchie; alcune si sono realizzate con la fuga, altre con battaglie, ma alla fine c’è stata la libertà, la terra! Sappiamo cosa può significare la terra per un popolo senza terra – aramei erranti – ! I racconti di queste uscite erano tanti: ogni clan, ogni tribù aveva il suo racconto. Può darsi che ad un certo punto ci sia stata un’uscita più numerosa, certamente quella guidata da un certo Mosè. In questa uscita, da parte di Israele, c’è stata una presa di coscienza enorme, una consapevolezza che negli altri gruppi non era così forte, o addirittura non c’era.

Nel libro del profeta Amos (9, 7: Il profeta Amos è vissuto almeno cinque secoli dopo l’esodo) vi è una terrificante invettiva contro Israele:

Non siete voi per me come gli etiopi, israeliti?
Parola del Signore.
Non ho fatto io uscire Israele dal paese d’Egitto,
i filistei da Caftor (Probabilmente è Creta, oppure la Cappadocia) e gli aramei da Kir ? (Nel sud della Mesopotamia, probabilmente da identificarsi con Ur).

Da essa risulta che di esodi ce ne sono stati tanti, tanti i passaggi dalla schiavitù alla libertà (i filistei da Creta, gli etiopi da …). Questa profezia dice che non è stato soltanto Israele ad avere una storia di esodo; la differenza sta nella consapevolezza dell’azione di Dio. Altri popoli hanno avuto analoghe esperienza di esodo, ma non hanno mai pensato che l’autore fosse Dio. Un gruppo di israeliti, invece, è arrivato a capire che l’autore di questo esodo era Dio, il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe.

In Esodo 12, 37-42 troviamo scritto:

37 Gli Israeliti partirono da Ramses alla volta di Succot, in numero di seicentomila uomini capaci di camminare, senza contare i bambini. 38 Inoltre una grande massa di gente promiscua partì con loro e insieme greggi e armenti in gran numero. 39 Fecero cuocere la pasta che avevano portata dall’Egitto in forma di focacce azzime, perché non era lievitata: erano infatti stati scacciati dall’Egitto e non avevano potuto indugiare; neppure si erano procurati provviste per il viaggio. 40 Il tempo durante il quale gli Israeliti abitarono in Egitto fu di quattrocentotrenta anni. 41 Al termine dei quattrocentotrenta anni, proprio in quel giorno, tutte le schiere del Signore uscirono dal paese d’Egitto. 42 Notte di veglia fu questa per il Signore, per farli uscire dal paese d’Egitto. Questa sarà una notte di veglia in onore del Signore per tutti gli Israeliti, di generazione in generazione. 43 E al termine dei quattrocentotrenta anni, proprio in quel giorno, avvenne che tutte le schiere del Signore uscirono dal paese d’Egitto.

Racconto strano, non coincide con gli altri: qui non c’è ne una fuga, ne una lotta; qui si dice che sono stati scacciati. Il racconto è certo leggendario, è un’epopea. I numeri non contano. L’esodo non l’ ha fatto solo Israele, c’erano con loro uomini di altre razze. La lettura di questo “evento” è distaccata, di stile giornalistico: “Sono usciti dall’Egitto in numero di (il numero ovviamente non conta) … con gente promiscua (di altre razze) …”.
Invece le persone uscite con Mosè si sono chieste: “Ma come è possibile che noi siamo usciti dall’Egitto dopo secoli di schiavitù, di oppressione psicologica, religiosa, sociale? Come è stato possibile?”. Si tratta di passare da una condizione di schiavitù ad una condizione in cui fiorisce la dignità dell’uomo, la libertà, il possesso della terra. Quell’evento ha avuto una portata enorme.
Sappiamo che a dare una risposta al popolo è stato Mosè, che ha detto: “E’ stato il vostro Dio, il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe”. Mosè ha detto di essere stato mandato da Dio, di averlo incontrato nel deserto sotto forma di roveto ardente. Dio gli aveva rivelato la sua identità: “Io sono colui che sono”.

Esodo 12, 51 è una rilettura dell’evento:

“Proprio in quel giorno il Signore fece uscire i figli d’Israele dal paese d’Egitto …”.

Prima si diceva: “Gli Israeliti uscirono…”. Poi cambia il soggetto: “Il Signore fece uscire”! Non è più la semplice lettura di un fatto: qui c’è l’interpretazione. Siamo passati dalla storia alla storia della salvezza, dalla lettura dell’evento all’interpretazione dell’evento, siamo ad un altro livello, quello della fede. E’ la fede che non fa più dire: “i figli d’Israele uscirono”, ma “il Signore fece uscire”. La fede è nata così.

Non è incarnazione solo quella del figlio di Dio in Gesù di Nazaret; tutta la nostra fede è incarnazione perché passa attraverso la nostra storia. All’origine della fede non c’è mai nulla di straordinario: è qualcosa di vissuto nella storia che, attraverso l’interpretazione, ci porta alla fede. Questo processo – dall’evento all’interpretazione dell’evento – avviene per l’azione dello Spirito di Dio, è lo Spirito santo che si rivela.

In Esodo 15, 21, troviamo un ulteriore passo. Dopo il racconto dell’uscita dall’Egitto si dice che:
Miriam, la profetessa, sorella di Aronne, prese un tamburello: dietro a lei uscirono le donne con i timpani, iniziarono a danzare ed a cantare …

raccontando l’opera del Signore che “ha mirabilmente trionfato: cavalli e cavalieri ha gettato in mare”. E’ questo ilmomento liturgico, quello della celebrazione dell’evento.

Il passaggio è completo: dopo la lettura dell’evento, con l’interpretazione passiamo alla fede, quando l’evento è celebrato passiamo alla liturgia. Il Dio che si rivela è opera dello Spirito santo.

L’eventoprima è letto, poi si passa all’interpretazione: è la fede, poi viene celebrato: è la liturgia.

Lo stesso passaggio lo troviamo per la resurrezione di Gesù. Nel vangelo di Luca leggiamo:

Le donne vanno alla tomba e trovano la pietra rotolata via dal sepolcro ma , entrate, non trovano il corpo del Signore Gesù (Lc 24, 2).

L’evento è semplicissimo: una tomba vuota (è la lettura dell’evento che farebbe un giornalista), una tomba vuota e basta. EB ammonisce a non vantare una fede che il cristianesimo non fornisce, al dì là di ogni ricerca di straordinario che oggi aleggia, anche nel mondo cattolico, l’unica cosa da cui partire è una tomba vuota.
Passando all’interpretazione dell’evento, le donne si sono chieste: “Perché la tomba è vuota?”, e subito dopo c’è un angelo che dice:

Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui: è risorto.

I tre elementi che danno la possibilità di una interpretazione sono:
le parole di Gesù. Gesù aveva parlato di una vittoria, che il Padre gli avrebbe concesso. Aveva detto che dopo tre giorni (espressione che significa “dopo un certo tempo”) sarebbe risorto;
la Scrittura. Nell’A.T. c’era scritto che “il giusto avrebbe visto la luce dopo il tormento e la morte”;
l’evento della storia: la tomba vuota.

E’ significativo in Luca:

5 Essendosi le donne impaurite ed avendo chinato il volto a terra, ecco due uomini dicono: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? 6 Non è qui, è risorto. Ricordatevi di come vi parlò in Galilea (ecco leparole di Gesù ) 7 quando diceva che bisognava che il Figlio dell’uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno”. 8 Ed esse si ricordarono delle sue parole.

Alla sera Gesù appare ai discepoli di Emmaus, che lo credono un pellegrino, e dice loro: “Sciocchi e tardi di cuore nel credere alle parole del profeta!” e, cominciando da Mosè, dai profeti e dai salmi spiegò dalle scritture ciò che lo riguardava (ecco l’Antico Testamento ).

E poi ancora in Luca (24, 34), quando ormai tutta la comunità dei discepoli credeva che Gesù fosse risorto, tutti proclamano: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone”. E’ ilmomento liturgico, è una proclamazione che ancor oggi viene pronunciata dalla Chiesa nel responsorio breve del vespro nel tempo pasquale.

Ecco come nasce la fede.
EB invita a ricordare bene che il processo dell’interpretazione, che fa passare dalla lettura di un evento alla fede, è opera dello Spirito santo, è opera della rivelazione; occorre l’intervento di Dio. Molti infatti hanno visto la tomba vuota, ma non sono giunti a credere e hanno detto: “Sono venuti i discepoli e hanno rubato il cadavere” (come viene riferito dal vangelo di Matteo). Altri, vedendo la tomba vuota, sono arrivati a credere. Giovanni, nel quarto evangelo (20, 2-10), dice che il discepolo amato ”entrò nella tomba, … e vide e credette”. Pietro vide, ma non credette ancora; più tardi arrivò a credere anche Pietro.

Il processo vero è questo: materialmente noi dobbiamo vedere l’elemento della storia (la tomba vuota), poi il raffronto con l’Antico Testamento e le parole di Gesù genera l’interpretazione.

E’ chiaro che per dire che questa interpretazione è opera dello Spirito santo, è voluta da Dio … allora si usano parole diverse come “due uomini” (Luca), “un angelo” (Matteo), “due angeli” (Giovanni), “un giovinetto” (Marco). Verrebbe la tentazione di dire: “Gli evangelisti si mettano d’accordo!”. Si potrebbe anche dire che , oggi in un processo, di tali testimonianze non ne varrebbe neppure una, perché ci si chiederebbe: “Erano uomini o angeli? Era uno o erano due?”.
La Chiesa ha sempre visto queste dissonanze, ma sapeva che non si trattava di narrare delle apparizioni, di dire che c’erano state delle visioni. Non sono le visioni che portano alla fede! Gli ebrei non hanno visto nulla, i discepoli non hanno visto nulla: sono arrivati alla fede grazie alla forza, all’ispirazione, alla grazia, allo Spirito Santo, ma sono partiti da una tomba vuota. La Chiesa vedeva benissimo che tra i vari vangeli c’erano delle discordanze, tanto è vero che, ad un certo punto, troviamo Taziano che dice: “I nostri cristiani si scandalizzano per queste discordanze. La Chiesa faccia un vangelo solo, con i dati comuni a tutti”. Ma la Chiesa ha giudicato eretico Taziano, anche se con il suo tentativo avrebbe certamente facilitato il cristiano semplice, in difficoltà di fronte alle discordanze. Ma ciò non è importante, perché ciò che si vuol dimostrare è la nascita della fede.

Chi ha più coscienza di questo è Luca che dice costantemente: per credere, bisogna andare all’Antico Testamento. Gesù lo dirà quando entrerà nel cenacolo, rivolgendosi ai suoi: “Sono queste le cose che vi dicevo quando ero ancora con voi”. (Parole di Gesù)

Gesù diceva: “Bisogna che si compiano tutte le cose scritte di me nella legge, nei profeti e nei salmi. Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle scritture”.
Qui viene usato un verbo greco che indica un’azione terapeutica con cui si guarisce un organo malato. E’ un’operazione terapeutica quella che compie Gesù nell’aprire le menti all’intelligenza delle scritture. Per cui, se io sono credente leggo le scritture e trovo la fonte della fede, se io sono non credente leggo le scritture, le capisco bene come capirei un qualunque testo antico (come l’Iliade o l’Odissea) e non arrivo alla fede. Questa è la verità, non ce n’è un’altra!

Allora è possibile capire come la fede nasce da un’interpretazione, ma è un’interpretazione non fatta soltanto da noi, ma con l’opera dello Spirito, con l’intervento di Dio. Le Scritture per far capire questo intervento fanno intervenire “un angelo”, “un giovinetto”, “due uomini” …

EB fa notare che in Luca c’è un pensiero più forte e personale dello stringato Marco. Al momento della trasfigurazione c’erano Mosè ed Elia, che erano figure della legge e dei profeti. Sono i due uomini presso il sepolcro? Essi fanno in modo che le donne, raccordando le parole sentite da Gesù con la legge e i profeti, capiscono che la tomba vuota è Cristo risorto.

In ogni caso è un processo in cui deve entrarci la forza di Dio. La Chiesa lo ha sempre detto: la fede è una virtù teologale, un dono che fa Dio. Noi da soli possiamo metterci ma non ci arriviamo, continuiamo a cercare ma la fede, quando arriva, è per dono di Dio.

Per l’esodo è stata la stessa cosa: ci sono stati molti esodi, ma un esodo, quello della tribù guidata da Mosè, Aronne, Miriam, è stato vissuto con più consapevolezza, è stato determinante, tanto che, ad un certo punto, diventa la fede di Israele e tutto Israele pensa, crede, confessa che la notte di Pasqua Dio lo ha liberato dall’Egitto.

Per far sentire la finale, l’esito di questa fede attraverso i secoli, EB legge un testo della mishnà (Il primo commento dei rabbini alla Torà, i libri della Legge) in cui si dice:

In quella notte, la notte di Pasqua, il Signore ci fece uscire dalla schiavitù alla libertà, dalla tribolazione alla gioia, dal lutto alla festa, dalle tenebre alla grande luce, dall’oppressione alla liberazione.

E’ chiaro che quell’evento è diventato celebrazione. Qui c’è una specie di segno, una celebrazione ad un livello molto semplice: le donne danzano coi tamburelli sulla riva del mare e fanno una festa. Ma, a poco a poco, si arriverà ad una vera e propria celebrazione pasquale, che ci è narrata – anche questo è significativo – anticipatamente. Vale a dire che tutti i dati che EB ha dato, sono in Esodo 12, 37-51, ma in realtà ciò che norma la Pasqua avviene prima, nei versetti 1-11.
Ma poco importa sapere quando si è cominciato a festeggiare quell’evento di libertà, ma ad un certo punto si è festeggiato così.

Esodo 12, 1-11

1 Il Signore disse a Mosè e ad Aronne nel paese d’Egitto: 2 «Questo mese sarà per voi l’inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese dell’anno. 3 Parlate a tutta la comunità di Israele e dite: Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa. 4 Se la famiglia fosse troppo piccola per consumare un agnello, si assocerà al suo vicino, al più prossimo della casa, secondo il numero delle persone; calcolerete come dovrà essere l’agnello, secondo quanto ciascuno può mangiarne. 5 Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, nato nell’anno; potrete sceglierlo tra le pecore o tra le capre 6 e lo serberete fino al quattordici (Il 14 del mese significa la notte di luna piena, i mesi iniziavano con la luna nuova) di questo mese: allora tutta l’assemblea della comunità d’Israele lo immolerà al tramonto. 7 Preso un po’ del suo sangue, lo porranno sui due stipiti e sull’architrave delle case, in cui lo dovranno mangiare. 8 In quella notte ne mangeranno la carne arrostita al fuoco; la mangeranno con azzimi e con erbe amare. 9 Non lo mangerete crudo, né bollito nell’acqua, ma solo arrostito al fuoco con la testa, le gambe e le viscere. 10 Non ne dovete far avanzare fino al mattino: quello che al mattino sarà avanzato lo brucerete nel fuoco. 11 Ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta. È la pasqua del Signore!

E’ un testo più tardo, che però ci dice esattamente come quell’evento pasquale fu ricordato. Israele ha voluto che si facesse unmemoriale (Es 12, 14, in Es 3, 15 Dio dice a Mosè: Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui mi si invocherà (lett. è questo il mio memoriale) di generazione in generazione. Il nome è detto memoriale perché permette agli uomini di ricordarsi chi è Dio) (zikkārōn) di quell’evento determinante, centrale di tutta la sua fede.
Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione. (Es 12, 14)

LA CELEBRAZIONE RITUALE DELLA PASQUA COME MEMORIALE DELL’ESODO

E’ importante che noi capiamo il legame tra l’esodo e la celebrazione rituale della Pasqua.

Dirà ancora nel libro dell’Esodo: in ogni singola generazione, ciascuno deve considerarsi come lui stesso uscito dall’Egitto, perché sta scritto:

In quel giorno tu istruirai tuo figlio: «E’ a causa di quanto il Signore fece per me quando uscii dalla terra d’Egitto» (Es 13, 8).

E continua il racconto, l’haggādā ( Racconto che viene fatto durante la cena pasquale. Questo testo si trova già nella Mishnà, il primo commento fatto dai rabbini alla Torà) di Pasqua:

Il Signore, benedetto egli sia, non ha liberato solo i nostri padri, ma con loro ha liberato anche noi. Perciò noi abbiamo il dovere di ringraziare, inneggiare, celebrare, esaltare, magnificare, benedire, glorificare colui che per i nostri padri e per noi ha fatto il prodigio della Pasqua.

E’ importante capire il significato delmemoriale: la Pasqua sarà celebrata ogni anno di generazione in generazione per ricordare quell’evento da cui nasce Israele, da cui nasce la fede, da cui nasce la libertà.
Attenzione: celebrare la Pasqua con un rito ben specifico, vuole sì essere un ricordo di quello che è avvenuto quella notte, ma c’è una novità assoluta in Israele, che non si trova nelle altre religioni. Israele dice che partecipando a quel rito, ciascuno partecipa all’evento stesso.

“Ognuno di noi si consideri lui stesso uscito dall’Egitto”. E’ ciò che gli ebrei fanno celebrando la Pasqua, che per loro è il momento di identità più profonda. E’ la festa per loro più centrale, anche per coloro che non sono credenti.
Immaginatevi un uomo che dica, ogni anno: “Io con questo rito partecipo alla liberazione del mio popolo”. Pensate a quale immissione di energia, di libertà, di coscienza di libertà entra in una persona! Noi cristiani abbiamo perso questo valore. Pensate ad un bambino che a tredici anni comincia a dire: “Io, che celebro questo rito, io sono uscito dall’Egitto. La mia vocazione è una vocazione alla libertà dall’oppressione, dalla schiavitù, dall’idolatria”. Così si forgia un uomo con ben precise caratteristiche. Se pensiamo a queste cose, gli ebrei li capiamo di più. La loro forza, il loro dinamismo nasce da questa coscienza pasquale, da questo evento che diventa istituzione perenne, memoriale (zikkārōn) che ci permette di rivivere oggi un evento unico del passato.
Pasqua c’è stata una sola volta, la liberazione d’Egitto c’è stata una sola volta, ma tutti quelli che ogni anno celebrano il memoriale, da un lato partecipano a quell’evento unico, d’altro lato ricevono tutto il messaggio legato a quell’evento di liberazione.

Questa celebrazione pasquale, così importante, aveva un suo svolgimento che dobbiamo ben meditare, per poter capire perché Gesù ha collocato l’istituzione dell’eucaristia proprio nella cena pasquale. Proprio mangiando la cena pasquale con i suoi ha innovato la Pasqua con una nuova celebrazione, non più con l’agnello, perché l’agnello è lui, ma con l’eucaristia.