10/12/2006 – LectioDivina Lc 24,13-35-Messa dom.2C Avvento-2007
PONTOGLIO –LECTIO DIVINA – Seconda Domenica di Avvento – 2006.12.10
Lectio Divina su Luca 24, 13-27.Premesse.
Siamo stati fatti: non c’è creatura che non constati i segni dei suoi limiti;
e chi ci ha fatto ci ha dato le Regole per l’Uso: chi non le segue, può rovinare tutta la propria vita;
in vista di un ottimo funzionamento: di tutta la persona, la famiglia, la nazione, il mondo, il creato.
Un Dio Papà ci ha fatti con il suo Unico Figlio e il loro Spirito Santo: in pieno accordo;
e ci ha assicurato anche per lettera tutto il suo immenso Amore: che ci mostra con i fatti;
non dandoci qualcosa, ma tutto ciò che è e tutto ciò che ha: ci ha fatti per il massimo bene.
Il nostro Dio Papà ci ha sempre presenti: ha il nome di ciascuno scritto nella palma della sua mano;
ci porta sempre in braccio: Dio si è fatto Uomo in Gesù di Nazaret, assume la nostra umanità;
prende su di sé tutto il nostro male, le nostre necessità: fatti a sua immagine e somiglianza, ci nutre.
La sua storia divino-umana è nostra storia umano-divina: attua in noi ciò che compie in sé stesso;
fino all’età matura del Cristo morto e risorto: ogni essere umano cresce fino a Cristo presso il Padre;
lo Spirito Santo del Padre e del Figlio ci ricorda, fa comprendere e attua tutto in noi: la vita di Gesù.
Gesù continua in noi, “suo corpo esteso nel tempo e nello spazio”, la sua storia: la sua pasqua;
la sua carta d’identità è la nostra carta d’identità: siamo tutti figli di Dio nell’Unico Figlio del Padre;
noi comunichiamo con Dio, Padre di Gesù e Padre nostro, come Gesù: per Cristo nostro Signore.
La storia di Gesù e nostra è teandrica: cioè è fatta e messa in scritto dallo Spirito Santo e dall’uomo;
uno di questi uomini ispirati dallo Spirito a scrivere la storia di Gesù e nostra è Luca: Vangelo-Atti;
fa ricerche accurate per solidità d’insegnamento e porta un esempio: i due di Emmaus (Lc1; 24).
L’esempio dei due di Emmaus quindi è solido e vale per ogni persona che cerca il bene: «Teofilo»;
consta di sei parti, connesse e inseparabili, che s’illuminano: suddivise da Luca in A B C C’ B’ A’;
TESTO DEI «Due discepoli sulla strada di Emmaus» (Lc 24,13-35) nuova traduzione CEI 1997.
Leggiamo il testo (24,13-35).
24,13Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Emmaus, distante circa sette miglia da Gerusalemme, 14e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. 15Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro, 16Ma ai loro occhi era impedito di riconoscerlo. 17Ed egli disse loro: «Che discorsi state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; 18uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». 19Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; 20come i capi dei sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi lo hanno crocifisso. 21Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. 22Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba 23e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. 24Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui, non l’hanno visto».
25Ed egli disse loro: «Voi non capite e siete lenti a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! 26Non bisognava che il Cristo subisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». 27E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. 28Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. 29Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. 30Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. 3lAllora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. 32Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». 33Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, 34i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». 35Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avessero riconosciuto nello spezzare il pane.
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LECTIO del Vangelo di Luca 24,13-27. Viaggio da Gerusalemme a Emmaus e Dialogo con lo Sconosciuto.
Struttura del Testo
A: viaggio dei due discepoli da Gerusalemme a Emmaus (vv. 13-14): «in quello stesso giorno», «incammmino», «Gerusalemme», «conversavano»;
B: il viandante sconosciuto (vv. 15-16): «si accostò» (in greco c’è lo stesso verbo che al v. 28 -B’- qui tradotto con «furono vicini»), «camminava», «occhi», «riconoscere»;
C: discorso dei discepoli (vv. 17-24): «ed egli disse loro», «ciò che riguarda Gesù Nazareno», «profeta»;
C’: discorso del viandante (vv.25-27): «ed egli disse loro», «ciò che si riferiva a lui», «profeti»;
B’: riconoscimento del viandante (vv. 28-32): «furono vicini», «erano diretti», «andare» (questi due ultimi verbi traducono lo stesso verbo greco che al v. 15 –B- è tradotto con «camminare»), «occhi », «riconoscere »;
A’: ritorno dei due discepoli da Emmaus a Gerusalemme (vv. 33-35): «senz’indugio» (letteralmente il greco dice: «in quella stessa ora», che richiama «in quello stesso giorno» del v. 16 –A-), «lungo la via », «Gerusalemme », «dire» e «riferire ».
Sei aspetti dell’incontro con Cristo:
la ricerca: è l’atteggiamento dei due discepoli;
il testimone: accompagna i due nel loro cammino di fede;
Gesù di Nazaret: è il contenuto del discorso dei discepoli;
le Scritture: in bocca a Gesù illuminano il suo mistero;
la scoperta: riconoscimento della vera identità di Gesù;
la missione: i due che tornano a Gerusalemme a riferire l’accaduto agli Undici
Rileggiamo il testo, in particolare oggi l’andata con lo sconosciuto che spiega le Scritture (vv 13-27). Cerchiamo cioè di capirlo come devono averlo compreso i contemporanei di Luca.
Vedremo la seconda parte (vv. 28-31) e la terza (vv 32-35) nel secondo e terzo incontro:
1 Il viaggio.
di chi: di due discepoli, «Due di loro», non sono due degli Undici apostoli (v. 10). Questi undici sono «riuniti» a Gerusalemme (v.33). Appartengono invece al gruppo degli «altri» discepoli di Gesù (vv.9.33). Non fanno parte della gerarchia, quindi; diremmo, sono semplici laici. E sono «due», come quando Gesù li aveva mandati per la Palestina (Lc 10, 1): la compagnia, l’amicizia, la coppia, per l’aiuto reciproco che offre, è una condizione ottimale per cercare e incontrare Cristo.
Quando: «In quello stesso giorno». E’ il «primo giorno dopo il sabato» (v. 1), cioè la domenica di pasqua. E’ appena finito il tempo della vita terrena di Gesù, conclusa con la sepoltura del suo corpo, ed è appena cominciato un nuovo periodo della storia che va dalla risurrezione di Gesù fino al suo glorioso ritorno alla fine del mondo. «In Quel giorno», dicevano i profeti; «in quello stesso giorno dice Luca» ribadendo il compimento della profezia. È il tempo della chiesa: la condizione dei due è la nostra.
Dove: «Erano in cammino ». Si trovano sulla strada che va da Gerusalemme a Emmaus, lunga circa 11 km (60 stadi o 7 miglia: v.13). A Luca piace cogliere Gesù e i discepoli in cammino. Si tratta di un movimento locale carico di simbolismo. Ne risulta una visione dinamica della vita umana, dentro le coordinate spazio-temporali. In riferimento al nostro tema, il «cammino» suggerisce che l’incontro con Cristo avviene non come un’istantanea, ma come un filmato, non «tutto e subito», ma nella ricerca continua, paziente e graduale, attraverso luoghi e situazioni.
Cosa: «Conversavano, discorrevano e discutevano insieme». Tre verbi per dire una conversazione familiare, tra amici, una ricerca fatta insieme e molto animata. Questo «cercare insieme» mostra il loro desiderio di Cristo. Parlano «di tutto quello che era accaduto». L’argomento dei loro discorsi è molto concreto, sono i fatti di cronaca: s’incontra Cristo nella propria storia, cercandone il senso.
Come: «Col volto triste» (v .17). E’ l’espressione del loro cuore: delusi per la caduta della loro speranza (cfr v.21). Non riescono a capire il senso di quel venerdì santo: quella crocifissione li fa dubitare sulla vera identità di Gesù. Ma la ragione profonda della loro delusione la dice Gesù: sono «sciocchi e tardi di cuore» (v.25), cioè lenti a capire, dotati di poca «intelligenza spirituale» (Col 1,9), incapaci d’interpretare da soli i fatti.
2 Il testimone
«Gesù in persona»: (v.15): qui Gesù si fa modello di chiunque nella Chiesa accompagna qualcuno a Cristo cioè a scoprire il bene, e Cristo cioè il bene a qualcuno. Dopo l’Ascensione di Gesù, negli Atti degli Apostoli e nella storia della Chiesa, questa funzione di Gesù continua negli apostoli, nel missionario, in ogni membro della Chiesa che è tutta apostolica e missionaria, «segno e strumento» di comunione con Cristo (cfr LG 1); ma in quel giorno di pasqua è Gesù stesso che si fa presente.
«Gesù in persona» è tale per Luca che scrive e per noi che leggiamo, ma per i due discepoli lo sarà solo dopo la frazione del pane, quando «si aprirono i loro occhi e lo riconobbero» (v.31); prima «i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo» (v.16). Inutilmente splende il sole per dei ciechi. Ma i due possono superare questa loro cecità, se Gesù li rimprovera come «sciocchi e tardi di cuore» (v.25). Oltre alla loro lentezza umana a comprendere, va messa in conto anche la difficoltà della via che Gesù sceglie per far comprendere: la via delle mediazioni umane. Dopo pasqua qui Gesù appare in veste di «forestiero» (v:18), di «ortolano» (Gv 20,15), di pescatore (cfr Gv 21,9). Gesù ci viene incontro tramite tutti: «Chi accoglie voi (apostoli e discepoli) accoglie me» (Mt 10,40); viceversa noi gli andiamo incontro tramite tutti: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Quest’ultima è una Mediazione ascendente, porta noi a Gesù; quella del nostro testo è Mediazione discendente: porta Gesù a noi con tante azioni (cfr verbi) del testimone:
«Si accostò»: (v .15): Gesù si avvicina di sua iniziativa gratuita, mosso da amore e interesse per i due discepoli, con la delicatezza di chi non si impone, ma desidera essere liberamente accolto: «Ecco, sto alla porta e busso (Apc 3,20).
«Camminava con loro». (v .15): «lo camminerò con voi», aveva promesso Dio a Mosè (Es 33,14), per questo Mosè chiama Dio «colui che cammina con noi/con te » (Es 33,16; Dt 31,8: il testo greco dei Settanta ha lo stesso verbo composto Symporéuesthai usato qui da Luca). Gesù mostra la verità di questo titolo divino in modo supremo: si fa presente non in forma istantanea, ma prolungata; si mette al livello dei due e si fa compagno di viaggio, condividendo «gioie e speranze, tristezze e angosce» (GS 1; vedi anche preghiera eucaristica V). Che cosa Gesù facesse «lungo il cammino» è riassunto così dai due discepoli: «conversava con noi… ci spiegava le Scritture» (v.32).
«Conversava con noi»: (v.32): si noti l’accondiscendenza di Gesù nel parlare con i discepoli con semplicità e rispetto. Li interroga: «Ed egli disse loro: “Che sono questi discorsi?” (v17); Domandò: “Che cosa?”» (v.19). Ascolta attentamente. E risponde anche con franchezza: «Ed egli disse loro: “Sciocchi e tardi”» (v.25). Seguendo il metodo maieutico, Gesù insegna interrogando, porta a sé l’interlocutore andando da lui, con un dialogo serio, pieno di fiducia e confidenza.
«Ci spiegava le Scritture» (v.32): letteralmente si dovrebbe tradurre: «Ci apriva le Scritture», con allusione al «libro sigillato con sette sigilli» (Ap 5,1), incomprensibile ai non iniziati. Si noti che il verbo «aprire» si applica successivamente a tre realtà: alle Sçritture, alla mente, a Gesù. Oggettivamente l’apertura delle Scritture e soggettivamente l’apertura della mente all’intelligenza delle Scritture preparano l’apertura degli occhi per riconoscere Gesù (cfr vv. 31. 3 2.45). Dalla conoscenza delle Scritture alla conoscenza di Gesù.
Prima di essere riconosciuto (cfr v.31) Gesù funge da testimone di se stesso: la Scrittura infatti (vedi premesse), opera dello Spirito Santo e dell’uomo, è Gesù stesso che parla di se stesso. Si accosta ai due discepoli, cammina e conversa con loro, spiegando le Scritture. La sua gioia sarà piena quando il suo ruolo sarà compiuto, cioè quando «diminuisce» il testimone e «cresce» Gesù di Nazaret (cfr Gv 3,27-30: “lo Sposo è colui al quale appartiene la Sposa” qui presente nei due discepoli). Ma prima d’identificare Gesù in quel pellegrino, c’è la presentazione oggettiva della sua figura da parte dei due discepoli, completata da quella fatta dallo stesso testimone, Gesù pellegrino.
3 Gesù di Nazaret.
I due discepoli parlano di un protagonista della cronaca locale. L’oggetto della loro conversazione («che cosa»: vv .17.19) è un fatto recente: «quello che era accaduto» (v.14), «ciò che vi è accaduto in questi giorni» (v. 18), «sono passati tre giorni da quando queste cose sono avvenute» (v.21).
Un fatto da loro trattato sotto i vari aspetti («tutto»: vv 14.19), e che «riguarda Gesù Nazareno» (v. 19), precisamente gli ultimi giorni della sua vita terrena. «Tutto ciò che riguarda Gesù»: è l’oggetto della conversazione dei due discepoli (v.19), che non hanno ancora compreso la vera identità di Gesù. La stessa espressione ritornerà sulla bacca di Apollo (At 18,25) e di Paolo (At 28,31) per indicare il contenuto della loro catechesi profondamente illuminato dalla pentecoste.
«Profeta» (v.19): è il titolo cristologico che essi mettono in rilievo. A Gesù non attribuiscono solo le «parole», proprie del profeta (cfr Dt 18,18), ma anche le «opere», cioè i miracoli: È un «profeta potente in opere e parale» (v .19). Le opere vengono prima delle parole, come nel riassunto della vita di Gesù che sta all’inizio degli Atti degli Apostoli: «Tutto quello che Gesù fece e insegnò» (v. 1). Fatti e parale di validità universale «davanti a Dio e a tutto il popolo» (v.19), cioè accettabili da tutti, in cielo e sulla terra.
«Crocifisso» (v.20): la speranza dei due discepoli, e di molti altri con loro, era che questo profeta si identificasse con il Messia, che doveva venire a «liberare Israele» (v.21; cfr 1,68; 2,38; 21,28): «noi speravamo che fosse lui». In Gesù i due titoli si equivalgono realmente. Ma i due discepoli non riescono a cogliere tale identificazione. Essi hanno un’idea nazionalistica del Messia, quale restauratore del regno davidico (cfr At 1,6), mentre invece hanno assistito alla morte di questo profeta: «I sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato» alle autorità romane «per farlo condannare a morte» (v .20), non potendo essi stessi «mettere a morte nessuno» (Gv 18,31; cfr v.35). Di fatto come si poteva identificare con il Messia glorioso quel profeta finito cosi tragicamente sulla croce?
«Vivo» (v .23): la situazione è aggravata dal fatto che ormai «sono passati tre giorni» dalla morte del profeta (v.21) eppure non è successo niente. E vero che alcune donne del seguito di Gesù hanno trovato il sepolcro vuoto e hanno visto degli angeli annuncianti che Gesù «è vivo» (v.23). Però secondo il Talmud la testimonianza delle donne non è credibile, anche se qui è confermata in parte dai discepoli. Infatti anche loro hanno trovato il sepolcro vuoto, ma Gesù «non l’hanno visto» (v.24) e neppure gli angeli che avevano assicurato alle donne che era «vivo» (v.23).
In conclusione, per i due la testimonianza degli altri discepoli non è sufficiente; quella delle donne non ha dato loro sicurezza, ma piuttosto li ha «sconvolti» (v.22); la tomba vuota e la voce degli angeli sono solo segni della risurrezione, non una prova sicura; essi infine, come Tommaso (cfr Gv 20, 24s) e come noi, non sono facili a credere. Allora come sarà possibile passare alla fede pasquale nel Risorto, cioè a Gesù morto e risorto realmente presente? .
4 Le Scritture
«Ed egli disse loro» (v.25): Gesù interviene non per contestare la narrazione dei fatti, ma per darne la spiegazione giusta. Rimprovera i due discepoli di essere «sciocchi e tardi di cuore» (v .25). Come sono «incapaci» di riconoscerlo nel viandante (v.15), così si rivelano lenti nel capirne l’identità di Messia. Se Gesù li rimprovera di essere «inintelligenti» (anòetoi: v .25), vuoI dire che essi potrebbero e dovrebbero capire. Perché allora non ci riescono? Ecco il punto! Gesù ne dà la ragione, mostrando i tre passi che i discepoli hanno trascurato di compiere: riferirsi ai profeti, cogliere la loro visione del Messia e applicarla a Gesù di Nazaret.
1) «Credere alla parola dei profeti» (v .25): ecco il punto di riferimento, a cui avrebbero dovuto rifarsi, «come a lampada che brilla in un luogo oscuro» (2 Pt 1,19). Capire significa «credere», cioè accogliere la luce che viene da quella fonte ispirata per interpretare i fatti; significa cogliere la corrispondenza che c’è tra le promesse e predizioni di ieri e il puntuale compimento di oggi; significa connettere la parola detta da Dio «nel passato per mezzo dei profeti» (Eb 1, 1) con il suo compimento nella storia presente.
2) «Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?» (v.26). I discepoli erano sconvolti per la fine tragica di colui che speravano fosse il Messia glorioso. Gesù li aiuta a superare lo «scandalo» della croce (1 Cor 1,23) ricordando il paradosso che sta al centro dell’insegnamento dei profeti: il Messia sarebbe arrivato alla gloria attraverso la via della croce. Via necessaria: «bisognava ». Non per una necessità cieca e fatalistica, ma perché nel suo piano sapiente e amoroso (cfr At 2,23) il Padre ha voluto salvare gli uomini rispettando in pieno la loro libertà, fino a permettere loro di crocifiggere il Figlio, che il terzo giorno avrebbe glorificato risuscitandolo da morte, e avrebbe posto davanti a tutti come l’unico salvatore: «Non vi è infatti altro nome … nel quale è stabilito che possiamo essere salvati» (At 4,12). Quindi un «dovere» che ha un motivo: l’Amore. La prima volta che Gesù aveva preannunziato che cosi «doveva» avvenire, Pietro «cominciò a protestare» (Mt 16,21s). Poi, illuminato dalla Pentecoste, scriverà che lo Spirito Santo per bocca dei profeti «prediceva le sofferenze destinate a Cristo e le glorie che dovevano seguirle» (1 Pt 1,11). Tra la protesta e la testimonianza di Pietro c’è il dubbio dei due discepoli. Gesù cerca di dissiparlo, fa una domanda retorica cioè che dà per scontata la risposta positiva: «Non bisognava?».
3) «Spiegò in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (v.27).È il terzo passo della catechesi del viandante: mettere i profeti e la loro concezione del Messia in rapporto con Gesù di Nazaret. «Ciò che si riferiva a lui»: letteralmente invece di «lui», che nel contesto immediato si può riferire al Messia, si dovrebbe tradurre «se stesso», cioè il viandante, che essi «sono incapaci di riconoscere» «Gesù in persona» (v.15s); «lui» è quel «Gesù Nazareno» (v .19); ma non riescono a vedere in lui il Messia, cioè «il Cristo» (v.26), perché ignorano l’aspetto sofferente per amore, di quel Gesù. Avrebbero dovuto almeno intuirlo mediante i profeti.
Il suo volto si illumina se è posto nel quadro giusto: «in tutte le Scritture ». Le Scritture sono il luogo «in» cui si parla di «lui». Le Scritture, che interpretano la storia e il mondo o, in altre parole, la storia e il mondo interpretati dalle Scritture, sono il luogo d’incontro con Cristo. Precisamente «in tutte le Scritture», che secondo concezione classica comprendono la legge di Mosè e i Profeti (cfr Mt 22,40; Lc 24,44). Tutta la Bibbia «si riferisce a lui»: letteralmente gli sta «intorno» («perì»: vv. 27.44; Gv 5,39). Gesù è il centro, a Gesù si arriva ugualmente partendo da qualsiasi punto della raggera: «cominciando da Mosè e da tutti i profeti» (v.27). Ma è anche il centro, da dove parte la luce che rende possibile «l’intelligenza delle Scritture» (v. 45; cfr 2 Cor 3,14). Gesù di Nazaret è la chiave ermeneutica o d’interpretazione di tutte le Scritture; d’altra parte le Scritture rivelano il vero volto di Gesù, parlano del suo mistero pasquale (cfr vv 25s.44). Il libro e la persona si illuminano a vicenda.
«Spiegò»: pedagogicamente la spiegazione parte dal noto per arrivare all’ignoto. Il viandante parte dalle Scritture, che i due discepoli riconoscono autorevoli (di esse non dubitano), per arrivare a Gesù (di lui invece loro mettono in dubbio l’identità messianica). Dal libro alla persona. Anche Filippo annuncerà Gesù a cominciare dal libro del profeta Isaia: «partendo da quel passo della Scrittura» (At 8,35). Viceversa si può partire dal punto finale e culminante per lumeggiare a ritroso tutto il cammino di preparazione, come Gesù ha proceduto in un’ altra apparizione (cfr Lc 24,36-49): dopo aver mostrato la sua vera identità dicendo: «sono proprio io!» (v.39), «aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture» (v.45). Dalla persona al libro.
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MEDITATIO
Cerchiamo di confrontare insieme le nostre difficoltà (ciascuna persona qui presente fissi la propria attenzione su un fatto particolare) con questo passo che abbiamo letto, impariamo a vederne la presenza di Dio in azione, come in tutti i fatti della nostra esistenza.
DUE DISCEPOLI SULLA VIA DI EMMAUS (Lc. 24,13-35).
Episodio chiave che riassume e mostra in concreto tutto il vangelo della risurrezione. Luca all’inizio dice di fare ricerche accurate di tipo scientifico, alla fine del vangelo offre un esempio concreto di come scoprire il Risorto.
Scorrere rapidamente l’intero racconto. MOMENTI FONDAMENTALI.
Partenza e ritorno: di due discepoli: da e a Gerusalemme (24,33), dove raccontano la loro esperienza (24,35).
Conoscono tutto. Non conoscono soltanto quello che è capitato a Gesù ma anche l’esperienza che le donne avevano avuto, recatesi al sepolcro quella stessa mattina.
Non riescono a dimenticare quanto è successo in quei giorni a Gerusalemme. Hanno bisogno di conversare tra di loro e di discutere. Conversano: esprime un senso di familiarità tra di loro; discutono: scambiano sentimenti e impressioni.
L’oggetto del loro colloquio è un Gesù passato. Parlano del suo passato, un passato che ha inciso e continua a incidere nella loro vita. Non riescono a scrollarselo di dosso. Omìloun («omilia») = «discorrono insieme continuamente», ripiegati totalmente sul passato senza una minima apertura verso il futuro: fanno un’omilia sbagliata, inefficace, che non coglie la presenza di Gesù.
Il loro Gesù appartiene a un periodo di tempo che non può più ritornare: Questo il Gesù che essi conoscono, non il vero Gesù sempre aperto al futuro. Ed è presente. Nulla di strano quindi che non conoscano il Gesù che si fa loro compagno di strada.
«Gesù si fa viandante» («il Verbo si è fatto carne»), sconosciuto ma accogliente: l’iniziativa, qui e in altri incontri, è sempre di Gesù risorto; come alla Maddalena e ai discepoli nella pesca. La sua presenza è sempre quella di uno sconosciuto, non atteso, e perciò difficile da conoscere.
Gesù è lì accanto a loro, cammina con loro, e non lo riconoscono. I due, che discutono di Gesù, sono uniti nel suo nome, ma non riescono a immaginarsi che egli possa essere davvero presente, come ha promesso (Mt 18,20). C’era come una forza invisibile che impediva ai loro occhi di riconoscerlo.
QUALE CAMMINO DEVE FARE LA COMUNITÀ PER RICONOSCERE GESÙ PRESENTE?
Dove posso incontrare il Signore risorto, e come posso riconoscerlo? (Due = testimoni di comunità). È il problema dei discepoli di ogni tempo. I due discepoli, infatti, sono rigorosamente anonimi. Al loro posto ciascun cristiano può mettere se stesso. La loro domanda è anche la nostra.
Luca intende rispondere ora a questa domanda. Egli dice che è necessario 1) ricordare i fatti; 2) confrontarli con le Scritture; 3) spezzare insieme il pane (che riserviamo al prossimo incontro).
I due fanno un cammino che si trasfigura in un «cammino interiore e spirituale»: dalla speranza perduta («speravamo»: 24,21) alla speranza ritrovata, dalla tristezza (24,17) alla gioia (24,32), dalla Croce come scandalo che impedisce di credere, alla Croce-Amore come ragione per credere.
I FATTI : «Gesù chiese loro: “Di che cosa state discutendo, mentre siete in cammino?”» (24,17).
Il Viandante prende l’iniziativa: rivela ancora una volta bontà partendo dalla loro situazione. Concreta situazione di tristezza. (Ciascuno di noi provi a trovare un caso concreto da dirgli). Segno che inconsciamente continuano ad amarlo anche se disillusi. Chiede loro di che cosa stiano discutendo, e la reazione è pronta, come se tutti a Gerusalemme non dovessero e non potessero parlare d’altro se non di quello che era capitato in quei giorni e che è unico oggetto dei loro pensieri. Anche la Maddalena parla al giardiniere, immaginando che sappia ciò che lei cerca: “Se lo hai portato via tu…”. E Gesù finge d’ignorare tutto, e chiede: «Che cosa è capitato?». Gesù è un vero Maestro, un buon psicologo. Come un maestro rivolge domande ai propri alunni, pur conoscendo già la risposta, per aiutarli nella ricerca; così Gesù fa una domanda, anche perché si sfoghino, si rasserenino, focalizzino meglio il problema.
La prima espressione dei due è proprio uno sfogo: «Il caso di Gesù, il Nazareno». Poi incominciano, insieme, a spiegare al Viandante chi era per loro Gesù e alcune frasi dicono tutto il loro entusiasmo e le loro speranze. Per loro Gesù, come Mosè (vedi At 7,22), anzi, più di Mosè, «era un profeta potente in opere e parole davanti a Dio e a tutto il popolo». Egli comandava con un’autorità e una forza senza eguali agli spiriti impuri e questi se ne andavano via (4,36) perché la forza del Signore era in lui e guariva tutti (5,17; 6,19). Egli era proprio un profeta, come avevano riconosciuto le folle di Naim (7,16). E quando oramai era vicino a Gerusalemme, essi speravano che per mezzo suo si sarebbe presto manifestato il regno di Dio (19,11). Regno di Dio o di Israele per loro era la stessa cosa. Per questo nel trionfo che inscenarono a favore di Gesù «lodarono Dio per tutti i prodigi che avevano visto» (19,37). Speravano davvero che egli avrebbe «liberato Israele da tutti i suoi nemici» (1,17: così del resto l’aveva annunziato Zaccaria). Sempre questione di forza che smantelli tutti i nemici. Forza senza amore che invece s’immedesima, s’incarna nella situazione dei nemici… Gesù ha preso su di sé la nostra situazione e la sta ancora prendendo con i due di Emmaus.
A Gerusalemme successe l’impensabile: i capi hanno fatto di tutto per contrastare Gesù, e sono riusciti a consegnarlo a Pilato (20,20; 23,1) e a farlo crocifiggere. I due li chiamano «i nostri capi». Eppure, i due in quei giorni non hanno perso la fede, aspettavano «il terzo giorno», come aveva loro detto Gesù. «Ma oramai sono già tre giorni da quando queste cose sono accadute» e non è successo niente. Sì, è vero che quella mattina la tomba è stata trovata vuota; nessuno però ha visto Gesù di Nazaret vivo, ed essi non possono fidarsi delle presunte rivelazioni di angeli che «dicono che è vivo». Bisogna vedere per credere. Insomma tutto è a puntino in una visione di «non amore».
Un dato finora è certo: le difficoltà non nascono dalla vita pubblica di Gesù; essa è una chiara dimostrazione che Dio era con lui. Fa difficoltà solo la sua passione e la sua croce. Dicono solo che data la sua rettitudine, non dovevano ucciderlo. Stop. Chi li tirerà fuori da questo tunnel? A questo punto, solo Gesù li può aiutare ancora, leggendo nelle Scritture: solo la sua vita di Amore come Necessità Dovere Bisogno.
IL PUNTO DI RIFERIMENTO: LE SCRITTURE
«Gesù disse loro: “0 stolti e restii nel credere a tutto ciò che hanno detto i profeti! Il Messia non doveva forse soffrire per entrare nella sua gloria?”. Quindi si mise a spiegare loro quanto in tutte le Scritture lo riguardava, incominciando da Mosè e dai profeti» (24,25-27). Omilia autentica.
Sì, le Scritture. Ma ancora non di loro iniziativa. Gesù li ha ascoltati, ha camminato con loro, si è immedesimato nei loro pensieri, ed essi gli hanno parlato come ad amico, gli hanno raccontato proprio tutto, quasi chiedendo aiuto, luce. Succede anche a noi quando accade qualcosa di grave. E ci si affiata tra di noi, come è successo a loro due.
E Gesù li ama: “O”. Quel vocativo iniziale dell’intervento di Gesù esprime nella lingua del tempo l’affetto di colui che parla e attutisce un po’ il duro rimprovero: «O stolti e restii nel credere a tutto ciò che hanno detto i profeti». Dicendo ciò, Gesù indica la via per capire. Solo confrontando i fatti con le Scritture si può capire quello che è capitato; tutti i fatti, anche «la risurrezione».
Essi invece si sono fermati alla tomba e non hanno creduto all’annunzio delle donne, le quali affermavano che era vivo, non per averlo visto, ma per rivelazione celeste, di Angeli. Per questo non riescono a capire, o perché l’intelligenza del loro cuore è troppo ristretta? (direbbe Paolo).
E Gesù passa alla spiegazione, prima in forma sintetica (24,26), poi dettagliata (24,27).
Già ricordano tutto molto bene. Basta che confrontino o trovino il punto di riferimento, e non rimangano sempre solo sui fatti. Come scoprire la «Centralità della parola» che lo Spirito Santo e Luca hanno proclamato? I discepoli troveranno la chiave del «dovere per amore» (bisognava…), e saranno spinti a fare anche loro un atto di generosità, invitando il viandante all’albergo: alla frazione del pane per amore; e saranno spinti anche all’annunzio del cuore che arde fino a traboccare in missione. Piccoli gesti, ma vi contribuiscono tutto Dio e tutto l’uomo.
L’abbraccio della croce per amore è condizione essenziale per riconoscere il Risorto; senza di essa non lo si riconosce anche se Gesù ci cammina accanto, come un compagno di viaggio; è la comprensione della necessità della Croce (24,26) nel senso di una vita di amore totale e gratuito. Questo dovrà svelare quel viandante ai due discepoli, mediante l’intelligenza delle Scritture (24,27).
Questa infatti è la loro cecità: concepire una vita senza amore; questo modo di pensare impedisce loro di vedere e di credere o accogliere Gesù. Difatti il gesto che aprirà gli occhi dei discepoli sarà la frazione del pane: il dono di sé (24,31: che vedremo nel prossimo incontro), un gesto che riporterà la memoria all’indietro, alla vita del Gesù terreno, riassunto nel ricordo della cena (una vita in dono, un pane spezzato) e alla memoria della Croce, che di quella dedizione è il compimento (come vedremo).
Non è Gesù che deve cambiare volto, ma loro devono cambiare modo di vedere la storia. Scopo di tutta la spiegazione della Scrittura, come Amore che deve donarsi per risplendere ed essere glorificato, è capovolgere il loro cuore e il loro sguardo. Non è Gesù che deve cambiare il volto perché possano riconoscerlo. È il loro modo di vedere la sua storia, senza amore, che deve capovolgersi: la crocifissione non ha spezzato il cammino di Gesù, non è il crollo della sua missione, come i due discepoli raccontano (24,19-21). Ma all’opposto, ne è il compimento.
I profeti affermano che «il Messia doveva soffrire per entrare nella sua gloria». «Doveva», perché il solito: «Deve», risuonato otto volte (2,49; 4,43; 9,22; 13,33; 17,25; 19,5; 22,37; 24,7) si è realizzato. Il «doveva» dice che il «deve» si è compiuto, e che il Messia ha portato a compimento la sua opera in ubbidienza al disegno divino, e che mediante la sofferenza è entrato nella sua gloria. Gesù non ha amato l’umanità per conto suo. Anche l’Amore in Gesù è in armonia con il Padre. La sua passione, perciò, è stata un vero «esodo», ha realizzato la pasqua, il passaggio da questo mondo al Padre, secondo il progetto del Padre, che ora lo esalta nella gloria.
La parola «gloria», poi, dà il senso della risurrezione come esaltazione. Dio non solo ha ridato la vita al Figlio, ma lo ha esaltato e lo ha fatto sedere accanto a sé nella gloria. In Gesù si è ora compiuto quanto aveva profetizzato davanti al Sinedrio: «D’ora in poi il Figlio dell’uomo sta per sedersi accanto alla potenza di Dio» (22,69). Il progetto salvifico di Dio si è quindi realizzato e Gesù spiega loro nei dettagli «quanto in tutte le Scritture lo riguardava, incominciando da Mosè e dai profeti». Si ama non da se stessi ma con la consapevolezza di trasmettere l’amore di Dio.
Tutte le Scritture parlano del Messia e di quanto gli doveva capitare. Gesù stesso, nella sua vita, ha sempre letto il suo destino alla luce della Parola di Dio. Per esempio, nelle tentazioni Gesù ha scelto di vivere nell’ascolto della Parola di Dio (4,1-13), e in conformità a tutti i «deve» pronunciati. Chi vuole capire il senso della vita di Gesù e il senso della propria vita, deve confrontarla con le Scritture, come ha fatto Maria, la Madre di Gesù: «Questo avvenne perché si adempisse la profezia che dice…»; e come hanno fatto i Giudei di Berea evangelizzati da Paolo: «Essi accolsero la parola con grande entusiasmo, esaminando ogni giorno le Scritture per vedere se le cose stavano davvero così» (At 17,11). Metodo esegetico della chiesa nascente che impara a vedere la propria vita in Dio: «E avvenne come sta scritto».
Se si vuole incontrare il Signore poi sarà necessario passare dall’ascolto della parola allo «spezzare insieme il pane», come vedremo nel prossimo incontro.
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ORATIO.
LA SANTA MESSA:
è «colloquio di Dio con l’uomo».
Dio parla a noi in Cristo per lo Spirito Santo: Prima parte della messa, facilitata dalla lectio che abbiamo fatto sui due di Emmaus. Nella messa infatti ci saranno altri testi che formano un nuovo contesto, ma è sempre Gesù in persona che parla di se stesso (Sacrosanctum Concilium 7), Capo e Membra, assemblea celebrante che risponde esprimendo i sentimenti che la parola ha suscitato.
Noi in Cristo per lo Spirito Santo rispondiamo al Padre.
Seconda parte della messa. Gesù presente che parla di se stesso e di noi, sue membra, non dice un semplice messaggio, una dottrina… ma suscita in noi ciò che dice, e noi lo esprimiamo nell’Eucaristia. Gesù infatti suscita in noi un profondo senso di «gratitudine» = «eucharistia», che la chiesa nella sua lunga storia, in tutte le preghiere eucaristiche d’oriente e occidente, ha sempre espresso con cinque sentimenti, che costituiscono la preghiera della Chiesa, in risposta:
PREFAZIO o lode, ringraziamento al Padre per ciò che sta facendo in noi… .
CONSACRAZIONE o attualizzazione: Gesù si rende attuale e noi siamo contemporanei di Gesù…
OFFERTA di noi stessi in Cristo al Padre: ti rendiamo grazie per averci ammessi alla tua presenza…
INTERCESSIONE per tutti i vivi e defunti sempre in persona di Cristo presso il Padre…
LODE FINALE o esplosione di tutti i sentimenti con L’Amen di tutta l’assemblea.
Formulario della messa, dall’ingresso alla preghiera dopo comunione
Antifona d’Ingresso (Cf Is 30,19.30). Popolo di Sion, Il Signore verrà a salvare i popoli e farà sentire la sua voce potente per la gioia del vostro cuore.
Colletta. Dio grande e misericordioso, fa’ che il nostro impegno nel mondo non ci ostacoli nel cammino verso il tuo Figlio, ma la sapienza che viene dal cielo ci guidi alla comunione con Cristo, nostro Salvatore. Egli è Dio..
Anno C: O Dio grande nell’amore, che chiami gli umili alla luce gloriosa del tuo regno, raddrizza nei nostri cuori i tuoi sentieri, spiana le alture della superbia, e preparaci a celebrare con fede ardente la venuta del nostro salvatore, Gesù Cristo tuo Figlio. Egli è Dio..
Prima Lettura (Bar 5,1-9). Dio mostrerà il suo splendore in te.
DAL LIBRO DEL PROFETA BARUC
Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione, rivèstiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre. Avvolgiti nel manto della giustizia di Dio, metti sul capo il diadema di gloria dell’Eterno, perché Dio mostrerà il tuo splendore ad ogni creatura sotto il cielo. Sarai chiamata da Dio per sempre: «Pace della giustizia e gloria della pietà». Sorgi, o Gerusalemme, e stà in piedi sull’altura e guarda verso oriente; vedi i tuoi figli riuniti da occidente ad oriente, alla parola del Santo, esultanti per il ricordo di Dio. Si sono allontanati da te a piedi, incalzati dai nemici; ora Dio te li riconduce in trionfo come sopra un trono regale. Poiché Dio ha stabilito di spianare ogni alta montagna e le rupi secolari, di colmare le valli e spianare la terra perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio. Anche le selve e ogni albero odoroso faranno ombra ad Israele per comando di Dio. Perché Dio ricondurrà Israele con gioia alla luce della sua gloria, con la misericordia e la giustizia che vengono da lui. Parola di Dio.
Salmo Responsoriale (Dal Salmo 125). GRANDI COSE HA FATTO IL SIGNORE PER NOI.
Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion, / ci sembrava di sognare.
Allora la nostra bocca si aprì al sorriso, / la nostra lingua si sciolse in canti di gioia. R/
Allora si diceva tra i popoli: / «Il Signore ha fatto grandi cose per loro».
Grandi cose ha fatto il Signore per noi, / ci ha colmati di gioia. R/
Riconduci, Signore, i nostri prigionieri, / come i torrenti del Negheb.
Chi semina nelle lacrime / mieterà con giubilo. R/
Nell’andare, se ne va e piange, / portando la semente da gettare,
ma nel tornare, viene con giubilo, / portando i suoi covoni. R/.
Seconda Lettura (Fil 1,4-6,8-11). State integri e irreprensibili per il giorno di Cristo.
DALLA LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO AI FILIPPESI
Fratelli, prego sempre con gioia per voi in ogni mia preghiera, a motivo della vostra cooperazione alla diffusione del vangelo dal primo giorno fino al presente, e sono persuaso che colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù.
Dio mi è testimonio del profondo affetto che ho per tutti voi nell’amore di Cristo Gesù. E perciò prego che la vostra carità si arricchisca sempre più in conoscenza e in ogni genere di discernimento, perché possiate distinguere sempre il meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo, ricolmi di quei frutti di giustizia che si ottengono per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio. Parola di Dio.
Canto al Vangelo (Lc 3,4-6). ALLELUIA, ALLELUIA. Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio! ALLELUIA. Vangelo (Lc 3,1-6). Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!
DAL VANGELO SECONDO LUCA
Nell’anno decimoquinto dell’impero di Tibèrio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Ed egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia:
«Voce di uno che grida nel deserto: / Preparate la via del Signore, / raddrizzate i suoi sentieri! / Ogni burrone sia riempito, / ogni monte e ogni colle sia abbassato; / i passi tortuosi siano diritti; / i luoghi impervi spianati. / Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!». Parola del Signore.
Sulle Offerte.
Ti siano, gradite, Signore, le nostre umili offerte e preghiere; all’estrema povertà dei nostri meriti supplica l’aiuto della tua misericordia. Per Cristo nostro Signore.
Prefazio dell’Avvento I. La duplice venuta del Cristo.
È veramente cosa buona e giusta, / nostro dovere e fonte di salvezza, / rendere grazie sempre e in ogni luogo / a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno, / per Cristo nostro Signore.
Al suo primo avvento nell’umiltà della nostra natura umana / egli portò a compimento la promessa antica, / e ci aprì la via dell’eterna salvezza. / Verrà di nuovo nello splendore della gloria, / e ci chiamerà a possedere il regno promesso / che ora osiamo sperare vigilanti nell’attesa.
E noi, uniti agli Angeli e alla moltitudine dei Cori celesti, / cantiamo con gioia l’inno della tua lode: Santo, Santo, Santo…
Antifona alla Comunione (Bar 5,5; 4,36). Gerusalemme, sorgi e sta’ in alto: e contempla la gioia che a te viene dal tuo Dio.
Anno C (Cf Mt 3,3; Mc 1,3; Lc 3,4). Voce che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri.
Dopo la Comunione. O Dio, che in questo sacramento ci hai nutriti con il pane della vita, insegnaci a valutare con i sapienza i beni della terra, nella continua ricerca dei beni del cielo. Per Cristo nostro ….
Omilia: Il SIGNORE VIENE e CI PREPARA AD INCONTRARLO
La parola scende in un tempo e in uno spazio ben precisi: «Nell’anno decimoquinto dell’impero di Tibèrio Cesare» (vangelo: Lc 3,1-6). L’evangelista Luca all’inizio del vangelo dice di avere raccolto e ordinato accuratamente notizie su Gesù, per dare fondamento storico sull’evento di Cristo. Il nome dell’imperatore romano e dei vari governatori della Palestina permettono di collocare con precisione l’inizio del ministero di Gesù e di renderne certa la storicità. Cogliamo qui subito una prima verità di fede: con Gesù, Dio entra nella storia, nei nostri fatti di cronaca. Dio si colloca nel contesto degli avvenimenti umani, di allora come dei nostri giorni. Poi due autori, lo Spirito Santo e un uomo illuminato dallo Spirito, come Luca, hanno messo in scritto la storia di allora perché servisse alla comprensione della nostra storia. Quando si vuole comprendere un testo della Parola di Dio, come questo, si deve anzitutto collocarlo nel suo contesto storico: conoscere avvenimenti che la precedono, l’accompagnano e la seguono; individuare e comprendere così il significato e il valore della situazione storica del brano. La Parola di Dio infatti non capita mai a caso; si manifesta con i fatti in luoghi e circostanze ben precise, segni dell’attenzione premurosa di Dio per l’umanità, per ogni persona. Così l’inizio della vita pubblica del Messia è collocato con precisione nella storia: l’anno quindicesimo di Tiberio, per significare che la venuta di Gesù non capita a caso, ma in tempo e luogo ben determinati. Paolo dice: «Nella pienezza del tempo» (Gal 4,4), cioè nel momento più propizio, quando Dio ha tutto preparato perché il popolo accolga nella sua storia la presenza di Dio. Anche oggi Dio si fa presente nella storia per annunziare a tutti che Dio è «Salvezza».
Di questo testo ora rileviamo solo un fatto, un contrasto: tra quello che conta e quello che appare.
Tiberio Cesare a Roma, Ponzio Pilato che poi farà morire Gesù, Erode che eliminerà il Battista, e tanti altri sembrano essere i registi delle varie vicende umane; ma non è così. Essi si muovono sul piano del sembrare, delle apparenze, del potere, non su quello sostanziale, che conta per sempre, che conta davanti a Dio. Ecco, di fronte a questi protagonisti irrompe il vero protagonista di tutta la vicenda: la Parola di Dio, l’amore del Signore che si fa vicino a questa umanità. E il contrasto viene accentuato con un giuoco: da una parte tutto il potere politico-religioso, rappresentato dal numero di «sette» grandi (sette = tutto il potere; e per arrivare a sette Luca mette due sommi sacerdoti); dall’altra Giovanni Battista. Non dovrebbe scendere sugli autorevoli rappresentanti del potere la Parola di Dio? No! «La Parola di Dio scese su Giovanni», il Battista, presentato in antitesi con tutti i grandi della terra. Il messaggio è chiaro: Dio sceglie i suoi collaboratori liberamente, senza seguire il criterio umano. I pensieri di Dio non sono i nostri pensieri: su nessun uomo del potere umano, bensì su uno che vive nel deserto, lontano da ogni gloria del mondo, scende la Parola di Dio. Il deserto non è solo un’indicazione del «dove» Giovanni si trova e battezza, predica e raccoglie le folle; il deserto è anche «simbolo di necessità»; richiama la condizione di un uomo che non si perde nelle apparenze, è costretto a confrontarsi con ciò che conta, che è essenziale; Giovanni è l’uomo dell’essenziale; e porta la gente a confrontarsi con ciò che veramente importa: «la Parola», il Signore che vuole attirare tutta l’attenzione, essere ascoltata per il nostro bene. Così oggi incontriamo un testo che ci sollecita, ci interroga e ci chiede: che posto ha nella tua vita ciò che conta, che vale come la Parola di Dio, scesa oggi non su Bush, Chirac, Napoletano, ecc, ma su noi qui ora?
Questo dato diventa fondamentale quando ascoltiamo il messaggio di Giovanni su Gesù:
Il Battezzatore dice che verrà un altro, diverso da lui, più forte di lui. E dichiara: Se qualcuno può essere attratto dal mio fascino (Giovanni aveva più discepoli di Gesù, perché denunciava il male pubblicamente, mentre Gesù pazientava), sappia che c’è chi ha un fascino attraente più del mio, perché la Salvezza è in mano sua e non in mano mia. Egli battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Accenno profetico. Luca a Pentecoste rappresenterà il dono dello Spirito Santo in forma di fiammella sul capo dei discepoli in preghiera nel cenacolo con Maria: profezia quindi di Amore divino che si riversa nei cuori dei discepoli. Questo battesimo nello Spirito e nel Fuoco oltre che come dono dell’Amore di Dio può essere letto anche come «presenza di Dio che giudica»: tutti coloro che credono in lui sono salvi, e quanti non credono in lui salvi non sono; ma sono già tutti giudicati (ribadisce Giovanni evangelista). Quindi Gesù si rivela un Messia buono, ma vero, senza bonismi fluenti o accomodanti. E vuole essere riconosciuto per quello che è, senza significati che non ha o nomi diversi da quello che ha. S’impara che si deve dare il nome vero alla realtà e alle persone, in particolare a Gesù il Cristo, il Figlio di Dio.
«Questo è avvenuto perché si adempisse la parola del profeta».
Tecnica esegetica della chiesa nascente. Si chiama «Midrash»; ed è quanto noi facciamo per cogliere il senso dei fatti e della nostra vita: si cerca il senso di un fatto contemporaneo o personale, confrontandolo con la Parola di Dio, che lo illumina e lo evidenzia. Luca conclude: il fatto che Giovanni abbia battezzato con acqua come segno esterno di una conversione interiore, corrisponde a quanto ha detto il profeta Isaia (II Isaia), e ne è l’adempimento. L’antico profeta, dice Luca, invitava il popolo dell’esilio a preparare le strade per fare ritorno in Palestina, guidato dal suo Signore. Accostando Giovanni al detto di questo profeta, troviamo che il Battista attualizza questa profezia. Anche noi siamo invitati a fare tale «revisione di vita». Siamo autorizzati a farla perché la nostra storia è continuazione della storia di Gesù Cristo: stessi attori, Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, e l’uomo; stesse situazioni; stesso progetto di Dio in atto. La storia di Gesù Cristo e della Chiesa nascente è messa in scritto a «nostra istruzione»: “Tutto ciò che è stato scritto prima di noi, dice Paolo, è stato scritto per nostra istruzione, perché in virtù della perseveranza e della consolazione che ci vengono dalle Scritture teniamo viva la nostra speranza (Rom 15,4). La lettura o revisione di vita procede così: Punto di partenza, una nostra situazione; punto di riferimento, la Parola di Dio; punto di arrivo, il senso divino acquisito della nostra situazione. Lo stesso evangelista Luca dice che Maria era occupata a fare sempre così: «Maria, da parte sua, serbava tutti questi eventi, con-frontandoli (synbàllousa) nel suo cuore (Lc 2,19). Così i due di Emmaus: cosa devono fare per riconoscere Gesù risorto, fattosi presente viandante con loro? Confrontare i fatti che ben ricordano con le Scritture incentrate nel dono di Dio, alla Pasqua. Poi andrà da sé l’ospitalità con l’eucaristia, e il cuore che arde fino a travasarsi in annunzio natalizio: a scoprire Dio che cammina con noi. Prima quindi si vive la pasqua, poi si scopre il natale.
In conclusione: l’invito della «voce profetica che grida» in Isaia e in Giovanni Battista, richiama l’attività del popolo: “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!”.
Ma il profeta Baruc (3,1-9) è scelto come prima lettura in parallelo con il vangelo. Abitualmente la prima lettura è un passo citato implicitamente dal vangelo. Nel nostro caso, dovrebbe essere il secondo Isaia menzionato da Luca. Invece la liturgia sceglie Baruc, e con un preciso scopo: precisare cioè l’autore di quelle azioni menzionate da Isaia e dal Battista che grida “Preparate”, “Raddrizzate”, eccetera. L’attività richiesta è la stessa; ma l’autore che «prepara» e «raddrizza» è diverso.
Non l’uomo «prepara» e «raddrizza le vie»; ma Dio prepara la strada del suo incontro con l’uomo.
Come dice il testo: Gerusalemme, “la gloria ti viene da Dio per sempre. Dio ha stabilito di spianare… Dio ricondurrà Israele con gioia alla luce della sua gloria, con la misericordia e la giustizia che vengono da lui”. È Dio dunque che si preoccupa della sua gente, perché la sua gente sia liberata. La liturgia opera quindi un gioco sottile intorno alla preparazione dell’incontro con Dio. Mentre Luca presenta Giovanni come adempimento della profezia del profeta Isaia, la chiesa dice: Sì, quanto dice Isaia è vero, ma l’autore di tutta questa attività, compresa quella umana riguardo all’incontro con Dio, l’autore primo è Dio stesso; Dio si prepara la strada per l’incontro con il suo popolo. Prendiamo coscienza che quanto siamo invitati a fare, ci è possibile compierlo perché la Parola di Dio attua in noi ciò che dice. Egli dice, e tutto è fatto. Dice: “Sia la luce”, e la luce fu. Con l’invito a fare qualcosa (come: «preparare»), Dio ci chiede di aderire liberamente alla sua azione. La luce aderisce col suo venire all’esistenza, senza saperlo. Noi, aderendo liberamente al suo progetto che conosciamo nella Parola di Dio e nella nostra vita. Prendiamo atto dell’azione divina e diciamo: Tu «prepari» (verbo indicativo) per noi la via per incontrarti, Signore? Ma, sì: «Prepara» (imperativo di adesione) la via perché ti possiamo incontrare, Signore! – Così avviene che tutti gli imperativi, come «Prepara», nella liturgia sono «imperativi di adesione», di «fede». Un esempio per tutti, è la colletta. Dopo l’indicativo che riassume la rivelazione dell’agire di Dio: “O Dio grande nell’amore, che chiami (indicativo dell’azione divina) gli umili alla luce gloriosa del tuo regno”; segue la piena e gioiosa adesione dell’assemblea per bocca del sacerdote in persona di Cristo con l’imperativo: “«Raddrizza» nei nostri cuori i tuoi sentieri, «spiana» le alture della superbia, e «preparaci» a celebrare con fede ardente la venuta del nostro salvatore, Gesù Cristo tuo Figlio”. La messa è come una grande colletta: la prima parte (della parola) è Dio che indica ciò che fa; nella seconda parte (la Preghiera Eucaristica) siamo noi che aderiamo pieni di gratitudine a tutto ciò che Dio fa per Cristo nello Spirito Santo, con gli imperativi di adesione: «Santifica, prendete, mangiate, bevete, riunisca, ricordati, rendila, abbi misericordia, donaci, concedici, a te ogni onore e gloria.
E il popolo riceve un nome nuovo: «Pace della giustizia e gloria della pietà»:
Parola chiave è «Pace», con un senso particolare. Pace in questo caso infatti designa l’incontro del popolo con il suo Dio per opera della liberazione del popolo da parte di Dio. È «pace della giustizia», nel senso che si realizza un incontro autentico fra singoli e comunità, «giusto» come Dio lo vuole: senza che il singolo venga sacrificato al gruppo, né il gruppo diventi strumento del singolo; ma in armonia tutti e due si realizzino secondo il progetto di Dio, in reciproca collaborazione, che Dio suscita e attua di sua iniziativa. Quindi non è inattività, bensì impegno da parte di tutti, a cominciare dal Signore.
L’assemblea interpreta rettamente l’incontro con Dio come opera di Dio, che la trasforma.
Ripetendo le parole del Signore Gesù nel Salmo Responsoriale, sperimentiamo i suoi sentimenti: “Grandi cose ha fatto il Signore (non noi) per noi” (Salmo responsoriale: Sal 126). Riconosciamo che Dio opera prodigi: “Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion, ci sembrava di sognare”. Lo riconoscono i popoli che dicono: “Il Signore ha fatto grandi cose per loro”. Lo riconosciamo noi stessi in prima persona, e diciamo: “Grandi cose ha fatto il Signore per noi, ci ha colmati di gioia”. – Il ricordo del passato fa sgorgare dal cuore una preghiera per il presente. La salvezza è opera di Dio, ne abbiamo l’esperienza, che ci sprona a chiedere ulteriore salvezza dalla schiavitù, fino alla completa liberazione. Abbiamo ringraziato il Signore per l’accaduto: “Allora la nostra bocca si aprì al sorriso, la nostra lingua si sciolse in canti di gioia”. – Questo è garanzia di quanto farà, e pieni di gratitudine, acclamiamo: “Riconduci, Signore, i nostri prigionieri come i torrenti del Negheb” in piena. In te, Signore, rischiamo nella certezza del buon esito: rischiamo come chi semina una semente che potrebbe nutrirci ora; ma sappiamo di non perderla, siamo certi di avere in futuro la gioia di raccogliere il centuplo. Così, sulla scia della passione, morte, risurrezione del nostro Signore Gesù, noi, tua comunità, ci aspettiamo ancora momenti difficili, ma siamo sicuri di essere ricompensati con la vista di frutti abbondanti in Cristo.
Il discepolo di Gesù vive in tensione di «crescita verso l’incontro pieno e definitivo con Cristo» II let,
verso la sua maturità di Risorto. Dio stesso la rende possibile e la porta a compimento questa crescita in noi che siamo sinceramente disposti ad accoglierlo (= fede). Dio allora ci fa crescere nella «carità», nella «conoscenza», nel «discernimento»: ci fa tendere verso il meglio, in trasparenza e integrità di vita, a gloria e lode di Dio.
Così opera in noi Dio che viene (Avvento), Gesù (regno di Dio) che cresce nella storia, in ciascuno di noi. La chiesa nascente ne era consapevole celebrando l’unica festa cristiana: la pasqua centrata nell’eucaristia culmine e fonte della vita. Intorno al cinquecento questo aspetto della celebrazione prende il nome di «Avvento». Con il Concilio Ecumenico Vaticano II siamo tornati alle origini. Con altri testi celebriamo la stessa realtà.
Ora la liturgia latina ricorda l’opera di Dio in noi durante le quattro settimane di Avvento,
concentrate intorno all’eucaristia domenicale, che si sviluppa in tutta la settimana.
Nella 1ª domenica di Avvento Dio suscita e attua in noi un desiderio di migliorare, di semplificare la vita, di essere più conformi a Lui.
Nella festa dell’Immacolata, Dio ci fa scoprire che ci ha scelti e ci fa santi, immacolati al suo cospetto nella carità.
Oggi, 2ª domenica di Avvento, Dio suscita e attua in noi un senso di pace, perché è il Signore stesso che opera: è la sua Forza che prepara in me la sua via, che mi dona la forza di condurre una vita per lui, nell’attenzione agli altri.
Nella 3ª domenica di Avvento: la Parola suscita e attua in noi la gioia di essere come siamo: «Cristiani».
Nella 4ª domenica di Avvento, Dio suscita e attua in noi la sicurezza che tutto questo non sono pii pensieri o desideri; ma è storia: come storia è Gesù “nato da donna”; lo vedremo a Natale.
Ora, il messaggio del Signore Gesù che viene, e ci prepara ad incontrarlo, ci entusiasma. (I parte).
Noi esprimiamo gratitudine nella Preghiera Eucaristica o di ringraziamento in cinque momenti (II parte).
Ringraziamento: prefazio. Grazie, Padre, per il tuo Figlio:
Signore della storia che s’incarna, si fa uno di noi e cammina con noi.
attualizzazione: consacrazione. Ora, Padre, manda lo Spirito:
che ci trasforma con il pane e il vino in via diritta come singoli e comunità.
offerta: nostra in Cristo al Padre. In noi, Padre, si offre a te Gesù:
la nostra umanità da lui assunta e trasformata, è a te tutta gradita.
intercessione: per tutti vivi e defunti. Tutti, Padre, accogli in Cristo:
ogni carne vede la tua salvezza, ogni cuore è riempito del tuo Spirito.
lode finale: esplosione di tutti i sentimenti. A te, Padre, ogni onore e gloria:
dall’umanità totalmente rinnovata in Gesù, vero Dio e vero uomo.
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CONTEMPLATIO.
Nella chiesa il Padre convoca i credenti in Cristo, in cinque tappe (v. LG 2);
contempliamo oggi nei suoi cinque momenti, per esempio, Lo Splendore
nella chiesa prefigurata, sin dall’inizio nella Creazione: splendore, di una strada dritta, piana, spaziosa;
figurata, nella storia d’Israele, antica alleanza: splendore, d’Israele: dall’esilio procede sicuro in Dio;
compiuta, in Cristo Gesù, negli ultimi tempi: splendore, di Gesù, parola che scende, s’incarna e salva.
manifesta, nella chiesa, per lo Spirito effuso: splendore, di Paolo, Filippesi, tutti noi, diretti al meglio.
completa, alla fine, nella gloria della Trinità: splendore, di ogni uomo che vede la salvezza in Cristo.
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CELEBRAZIONE e REVISIONE DI VITA: su Lc 24,13-27.
Ogni fedele si applichi alla «lectio quotidiana»; ma «la preghiera in comune sia breve»: basterà richiamo.
Norma monastica benedettina recepita dal Concilio Vaticano II e adattata per tutti i fedeli.
Scopo: la partecipazione «attiva interna e esterna, pia e fruttuosa» alla liturgia, in particolare alla messa.
«I fedeli vi partecipino ogni giorno o «leggano almeno i testi corrispondenti in famiglia o in privato».
I pastori «procurino ai fedeli una retta comprensione della parola di Dio».
L’episodio di Emmaus riassume il vangelo e la nostra esistenza: c’incontriamo e confrontiamo con esso. Accogliamo la parola, esaminiamo la Scrittura, vediamo corrispondenze o no nella nostra vita (At 17,11).
Letto il testo e riletto con il suo senso, da soli o insieme (la prima settimana d’avvento) fissiamo dei punti. Io do l’esempio: ognuno conferma o aggiunge altri aspetti secondo l’esperienza, in confronto con il testo.
Importante è scoprire il senso della vita: ogni giornata feriale diventi una festa di pasqua di Gesù con noi. Loro sono due. Dove trovo un altro con Gesù unico interesse del cuore? Se Gesù è l’unico importante:
Le strade della nostra città e della nostra casa sono sentieri di Dio che si fa presente per accompagnarci.
Si sperimanta che il bene vince ogni male: si può essere sereni nelle nostre difficoltà personali quotidiane.
Si vorrebbe chissà cosa, si deplorano azioni malvagie: poi scopri che il problema è nel tuo vivere di oggi.
Tutto sta nel valore di ciò che abbiamo tra le mani adesso: io, e gli altri con me; questo ci direbbero i due.
Sono modelli della nostra esistenza: dobbiamo capire il cammino da percorrere per incontrare il Risorto.
Primo: son persone tristi, confuse; fuggono ed evadono: Gesù ne guarisce il cuore, dà loro gioia e ardore.
È un cammino: una necessità di essere continuamente guariti da risentimenti, indifferenza, incredulità.
Mi dica «duro e tardo di cuore», ma non credo che Gesù sia risorto: perché Cristo deve soffrire e morire?!
Mi dominano incredulità, inquietudine, risentimento, rabbia: era buono e bravo e i capi lo uccidono? Stop.
Leggere s Scritture? Non le capisco. Lui le spiega? Non lo vedo. Lui sa agire? Prego mi renda disponibile.
Gesù passa tutto il giorno di pasqua a convincere i discepoli che è risorto. Con altri come fa? Io Ti prego.
Desideri, progetti, speranze, su noi e figli, lavoro, benessere. E il progetto di Dio più grande, utile e bello?
Ognuno pensa al suo interesse, e non vede altro; ecco la causa d’incomprensioni e lotte: convivenza cupa.
L’incontro con Gesù suscita speranze e progetti; ma la croce cancella tutto: nulla ha più senso, allora!
Eppure Gesù va a Gerusalemme, e ora accompagna i suoi che se ne vanno: ma con lui sempre più dentro.
Pur con amarezza e delusione per crisi d’ogni genere, non ci si rassegna: discuterne serve per l’essenziale.
Lui; visto da nessuno: come imparare a vederlo, cogliere la bellezza di Dio, della vita secondo il vangelo?
Non se ne parla: rispetto umano o di Dio? Realtà troppo grandi o disimpegno? Sanno già; Gesù richiama.
Il fatto è che sono «Cleopa»: cleo=notizia; pas=tutto: signor «tutte notizie», non capisci niente: qui è Dio!
Io so anche che Gesù è con loro, e loro non lo sanno: ma come loro non lo vedo: non ho gioia e «ardore».
So anche che hanno spiragli di bene: capiscono quanto dice Gesù. Un invito a star con loro e tutto cambia.
Vedremo: arde il cuore, il male è vinto, il mondo è bello; tutti sappiano! Novità da Gesù? Nulla: lentezza!
Soli, siamo lenti (anòetoi=in-intelligenti) a capire nostre realtà divine: tempo eternità amore morte gloria.
Gesù invita a parlare (a sfogarsi), ascolta, interroga, risponde condendo di amore parole sentite: stupisce. Proprio come fra i dottori nel tempio: basta mettere al centro Dio, il suo piano nelle Scritture, Dio fra noi.
Ecco il simbolismo del cammin di nostra vita umano-divina: autentico quando sappiamo anche fermarci.
Prendiamo coscienza d’essere discepoli con Kerigma a metà: Gesù potente, ma per noi e non per Amore.
Invece no! L’Amore, Dio che si dona, Dio per l’uomo, mistero pasquale, è vocazione anche dell’uomo.
E l’uomo lo impara da tutta la storia della s. Scrittura: da Dio stesso, dal suo costante disegno nella storia.
Gesù dona di capire la Scrittura come Risorto: centro del disegno del Padre, chiave di tutta la storia.
Ai due di Emmaus, modelli testimoni di tutti gli uomini, Gesù dona la sua e nostra storia nella s. Scrittura.
Nella Scrittura trovano senso desideri e attese senza delusioni: lo dice Abramo al ricco epulone (Lc 19).
La liturgia ha la chiave della scrittura: ci fa camminare dalla passione alla risurrezione di Gesù e nostra.
Centro della storia, l’Incarnazione: Dio, Padre, manda il Figlio, unito al volere del Padre fino a morire.
Lo Spirito, dal Padre e dal Figlio, ne continua la presenza tra noi, come Amore che salva: kerigma pieno.
Ne parlano Pietro, Stefano (At 7), Paolo (At 13,16-41): azione dello Spirito è la testimonianza apostolica; e l’intelligenza del Cristo-Messia, con la Bibbia: donde l’annuncio e il cuore è ferito e arde (At 2; Lc 24).
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FOGLIO GUIDA.
LECTIO di Lc 24,13-35. Parola del Signore – Lode a te, o Cristo.
Rilettura di Lc 24,13-27 (primo incontro) si accostò, spiegò le Scritture: avvento=venuta di G.
Luca all’inizio documenta «solidità e sicurezza delle cose apprese»: scopo e contenuto di vang.
Alla fine, in 24,13-35 riporta un esempio di due discepoli: come sunto del vangelo nel concreto.
Tentativo di comprendere il testo come contemporanei di Luca (vedi fogli).
MEDITATIO: il testo cosa rivela della nostra esistenza?
Esigenze Creaturali: creazione, prima rivelazione.
Due di loro: sofferenza per ingiustizia, necessità di relazionarsi: ospitare altri; e un terzo (Gesù).
Si fermano «tristi». Erode «teme», tutta Gerusalemme «turbata»: vangelo dell’Infanzia, cc 1-2;
tentativi di ricerca, di luce, di comprensione della realtà: studi, riflessioni, filosofie… nostre!
Necessarie per constatare la nostra incapacità: la vita così è un assurdo (Noi speravamo):
dalla speranza all’illusione. Quando non è stato così? Ciascuno pensi cosa ha risolto nella vita;
allora le nostre più profonde esigenze…, i valori…, sono falsi? Un vuoto? Oppure…
c’è via d’uscita? Per quei due, No: si fermano tristi. Nessuno si salva da sé. Peccato d’origine!
“Da dove ci viene l’aiuto? dal Signore che ha fatto cielo e terra”, in vista di lui. Come vederlo ora?
Mediante la «Disponibilità»: la storia da Dio pensa a buttarci fuori dal nostro centro, e a cercare:
da un parte, infatti, le nostre più profonde esigenze di vita non ci permettono di fallire,
dall’altra, la storia è fatta da Dio per il nostro incontro con lui, nostra Vita: il tempo è compiuto.
Gesù si accostò, condivide situazioni di tutti: «Non di solo pane…ma…», Gesù in Galilea, 3-9.
Gesù è il VENIENTE: sempre in atto di venire, Avvento, Natale, Pasqua natalizia, per 4 secoli.
Gesù ci accompagna per le nostre «strade», attua in noi ciò che ha compiuto in se stesso: vang.
Ha fatto ciò che ha visto fare il Padre, ha detto ciò che ha udito dal Padre: non vive da sé…
Unico, uscito dal seno del Padre, Gv 1,18, rivela sentimenti del Padre, sa leggere fatti, Scritture.
Gesù spiegò ciò che lo riguarda: Secondo Scrittura, viaggio verso Gerusalemme, 9-19 (10 cap).
Cfr Prima parte della messa, all’aperto, in viaggio: la messa nella vita quotidiana.
Non messaggio intellettuale di professori né regola pratica di bambini: non toccare! Ma vita.
Caratteristiche essenziali:
Gesù è Presente, parla di se stesso, capo e membra (SS 7), Gesù spiega per noi come per sé:
ci attira, suscita ascolto, ci scalda e fa ardere, ci modella e torna a scaldarci e a modellarci…
Ai loro occhi era impedito di riconoscerlo (24,16). Quando non lo sarà? Desidero dire:
“Non sono io che vivo, ma Cristo vive in me”, Gal 2,20: continua in me la sua Vita-Amore.
ORATIO: nella messa, sempre intera, per ora faremo attenzione in particolare alla
prima parte: Vang. La parola scende in un tempo e in uno spazio ben precisi.
Di questo testo ora rileviamo il contrasto: tra la grandezza umana e la piccolezza di Dio.
Questo dato diventa fondamentale quando ascoltiamo il messaggio di Giovanni su Gesù.
Questo è avvenuto perché si adempisse la parola del profeta.
I let. Non l’uomo prepara e raddrizza le vie; ma Dio prepara la sua strada d’incontro col suo popolo.
E il popolo riceve un nome nuovo: «Pace della giustizia e gloria della pietà».
Sl Resp. L’assemblea interpreta rettamente l’incontro con Dio come opera di Dio, che la trasforma.
II let. Il discepolo di Gesù vive in tensione di crescita verso l’incontro pieno e definitivo con Cristo.
La seconda parte è Pregh. Eucar. Entusiasti per il Signore che viene e c’incontra, ringraziamo con:
1. Prefazio: grazie, Padre, per il tuo Figlio, Signore della storia, fatto uomo che cammina con noi.
2. Consacrazione, attuazione: Padre, manda lo Spirito, ci trasformi in via diritta verso di te.
3. Offerta di Cristo in noi al Padre: in noi, Padre, s’offre a te Gesù, ci rende a te graditi.
4. Intercessione per tutti, vivi e defunti: tutti, Padre, accogli in Cristo, ogni carne vede la salvezza.
5. Lode con esplosione di tutti i sentimenti: a te, Padre, la gloria dall’umanità rinnovata in Cristo.
Condividiamo la nostra preghiera (neretto) nello schema della preghiera ecclesiale (colori).