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03/03/2003 – LECTIO DIVINA e SANTA MESSA – 1/5

Lectio Divina e Santa Messa.

E’ disponibile on-line il testo della meditazione di padre Ildebrando Scicolone, Preside dell’Istituto Liturgico di Sant’Anselmo, Roma, tenuta a Sacrofano il 7-9 marzo 2003 in occasione degli esercizi spirituali per adulti, e qui «rivista e ripresentata» da p.silvano.

ESERCIZI SPIRITUALI

LECTIO DIVINA.

PRIMA MEDITAZIONE – 1/5

Esercizi spirituali, opera di Dio. Si lasciano per un po’ le altre occupazioni per dedicarsi alle cose che veramente contano; che lo Spirito Santo compie in noi, e noi non vogliamo che passino senza che ce ne accorgiamo, ma intendiamo non ostacolarle, anzi favorirle. Questo è il senso degli esercizi spirituali. Non tanto nel senso che «noi dobbiamo fare degli esercizi». Si deve, questo termine “esercizi spirituali”, a sant’Ignazio. Sant’Ignazio intendeva questo: io, predicatore, vi assegno gli esercizi e voi li fate. Allora un giorno uno si esercita sulla virtù della carità, un altro giorno sulla virtù della pazienza, un altro giorno sulla mortificazione, un altro giorno sull’umiltà. E così 30 giorni, il cosiddetto “mese ignaziano”, 30 virtù. Poi dovrebbe
continuare. Non basta quel mese.
Io sono benedettino. Noi benedettini siamo famosi non solo per «ora et labora».
Questo motto non si trova scritto nella regola di san Benedetto; è in pratica la vita della regola che la gente vede nei monaci fare contemporaneamente due cose: lavoro e preghiera. Nella regola risalta la parola «Pax», intesa come Gesù in persona, «cui nulla sia anteposto; Gesù, apparso ai discepoli la sera della risurrezione, rivelatosi «compimento» di tutte le promesse di Dio.
I benedettini sono famosi anche per quell’altro verbo che è stato dimenticato: «lege», leggi. Dunque il monaco divide la sua giornata tra preghiera, «lectio divina» e lavoro.
Per tutti i fedeli il Concilio Vaticano II parla di «Lectio» semplicemente, dato che la «lectio divina» è una cosa un po’ più complessa, più tecnica, non alla portata di tutti; mentre il Conc. Vat. II parla per tutti, e parla dei testi che tutti devono leggere in vista della celebrazione liturgica.
La «lectio divina» in quel binomio popolare non c’è entrata, non l’hanno capita. Forse perché a quel tempo, quando gli storici hanno tirato fuori quelle due parole, «ora et labora» – che non erano la regola – erano convinti che i monaci non leggevano, non studiavano, non meditavano!?
E’ importante allora che io benedettino, che sono figlio della «lectio divina», invece di pensare agli «esercizi» come l’allenamento che io faccio, lo considero invece come un ascolto, una contemplazione. Perché la «lectio divina», voi sapete, è un modo di leggere la Parola di Dio, e prevede quattro momenti, quattro fasi, quattro aspetti.

La LECTIO,
cioè la lettura del testo.

La MEDITATIO,
perché non basta leggere. Dopo una lettura più o meno lunga, questo dipende da ognuno, uno che cosa fa? Si ferma e medita. Gli antichi dicevano «rumina». Qualcuno dice che il simbolo del monaco è la capra, potrebbe essere il cammello, i ruminanti, in modo che sempre rumina la parola di Dio. Un po’ come faceva Maria, la Madonna, che meditava, “custodiva nel suo cuore queste parole, «confrontandole fra di loro»”; noi diciamo meditandole. Il testo greco dice sunbàllusa (sun-bàllousa = «insieme-mettendo»). «Sunbàllo», da dove viene “simbàllo”?, significa mettere insieme, mettere a confronto. una frase di qua, una frase di là; avremo così questo modo di paragonare che ci fa vedere un po’ cosa dice qui il Vangelo, cosa dice sullo stesso tema san Paolo, cosa si diceva nell’Antico Testamento, e fare il confronto, confrontare, la Scrittura. Non è uno studio, perché non è finalizzato a qualche cosa, è semplicemente per ascoltare, ruminare, meditare.
Questo può essere difficile per chi non ha dimestichezza con la sacra Scrittura; ma questo risulta facile e alla portata di tutti, leggendo i testi (formulario liturgico) che la chiesa prepara per la celebrazione della messa.
Che cos’è un formulario liturgico? Bisogna precisare: noi non diciamo messa con la Bibbia ma con testi presi dalla Bibbia. Lo Spirito Santo, tramite la chiesa, mette insieme testi presi dalla bibbia, per facilitarci a capire ciò che Dio sta facendo oggi in noi; per questo prende un pezzo di Vangelo, un altro dell’antico testamento che si chiama Profezia, alcuni versetti di un salmo detto Salmo Responsoriale, e un pezzo da un Apostolo. Da questi brani o da paralleli, la chiesa forma preghiere o frasi adatte ai singoli momenti della celebrazione della messa, dall’ingresso alla colletta ecc. fino alla comunione e dopocomunione; preghiere o frasi dette «eucologia». Tutto questo complesso di testi – biblici ed eucologici – messi insieme, dall’ingresso a dopocomunione, si chiama «formulario liturgico». È come la minestra già fatta; basta mangiarla, masticando bene: «ruminando». La bibbia è come il supermercato, dove c’è tutto, ma che non si può mangiare; va preparata… Il «formulario liturgico» per la messa è «il preparato» accessibile a tutti i fedeli – il pastore della comunità parrocchiale sta lì appositamente ad aiutare i fedeli in vista della celebrazione. In Preparazione e Celebrazione delle Feste Pasquali (doc. della Congr. Per il Culto) al n. 13 raccomanda che “si leggano almeno i testi corrispondenti alla messa, in famiglia o in privato”, perché così ci si prepara alla messa, fonte e culmine della vita, e “si formano forti personalità”, che vivono alla presenza di Dio. Ecco, il cibo efficace…, per tutti…, da mangiare e ruminare.
Sant’Atanasio, Vescovo di Alessandria, scrive la vita di Sant’Antonio Abate, esempio di un cristiano tipico, che vive in situazioni comuni, frequenta la messa domenicale, prega tutta la settimana ruminando i testi della messa precedente; e lo Spirito fa di lui una personalità ben riuscita, amico di Dio, fratello e aiuto per tutti.
È il caso di riportarne il testo per chi lo volesse leggere:
«Dalla «Vita di sant’Antonio» scritta da sant’Atanasio, vescovo.
Dopo la morte dei genitori, lasciato solo con la sorella ancora molto piccola, Antonio, all’età di diciotto o vent’anni, si prese cura della casa e della sorella. Non erano ancora trascorsi sei mesi dalla morte dei genitori, quando un giorno, mentre si recava, come era sua abitudine, alla celebrazione eucaristica, andava riflettendo sulla ragione che aveva indotto gli apostoli a seguire il Salvatore, dopo aver abbandonato, ogni cosa. Richiamava alla mente quegli uomini di cui si parla negli Atti degli Apostoli, che, venduti i loro beni, ne portarono il ricavato ai piedi degli apostoli, perché venissero distribuiti ai poveri. Pensava inoltre quali e quanti erano i beni che essi speravano di conseguire in cielo. Meditando su queste cose entrò in chiesa, proprio mentre si leggeva il vangelo, e sentì che il Signore aveva detto a quel ricco: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi» (Mt 19, 21).
Allora Antonio, come se il racconto della vita dei santi gli fosse stato presentato dalla Provvidenza e quelle parole fossero state lette proprio per lui, uscì subito dalla chiesa, diede in dono agli abitanti del paese le proprietà che aveva ereditato dalla sua famiglia — possedeva infatti trecento campi molto fertili e ameni — perché non fossero motivo di affanno per sé e per la sorella. Vendette anche tutti i beni mobili e distribuì ai poveri la forte somma di denaro ricavata, riservandone solo una piccola parte per la sorella.
Partecipando un’altra volta all’assemblea liturgica, sentì le parole che il Signore dice nel vangelo: «Non affannatevi per il domani» (Mt 6,34). Non potendo resistere più a lungo, uscì di nuovo e donò anche ciò che gli era ancora rimasto.
Affidò la sorella alle vergini consacrate a Dio e poi egli stesso si dedicò nei pressi della sua casa alla vita ascetica, e cominciò a condurre con fortezza una vita aspra, senza nulla concedere a se stesso.
Egli lavorava con le proprie mani: infatti aveva sentito proclamare: «Chi non vuol lavorare, neppure mangi» (2 Ts 3, 10). Con una parte del denaro guadagnato comperava il pane per sé, mentre il resto lo donava ai poveri.
Trascorreva molto tempo in preghiera, poiché aveva imparato che bisognava ritirarsi e pregare continuamente (cfr. 1 Ts 5, 17). Era così attento alla lettura, che non gli sfuggiva nulla di quanto era scritto, ma conservava nell’animo ogni cosa al punto che la memoria finì per sostituire i libri. Tutti gli abitanti del paese e gli uomini giusti, della cui bontà si valeva, scorgendo un tale uomo lo chiamavano amico di Dio e alcuni lo amavano come un figlio, altri come un fratello».

L’ORATIO.
Dopo che uno ha meditato, ruminato, una frase, un pensiero, un brano, o mentre medita, rumina, si è talmente scaldato che, sapendo o sentendo che quella parola gli viene da Dio, gli viene spontaneo anche «rispondere» ciò che Dio stesso gli ha suscitato dentro; e si scopre che la preghiera è «dialogica».
Vedi dialogo di Dio con l’uomo in Cristo (www.lapreghiera.it; approfondimenti).
È un dialogo che Dio stesso comincia a fare con noi. Quando siamo stati istruiti a pregare, “iniziati” bisognerebbe dire, iniziati alla preghiera, ci hanno detto come pregare. Come si prega? Leggi qua, leggi là, e sarebbero preghiere che da noi dovrebbero salire a Dio; in realtà questi sono monologhi. Dio risponde nella preghiera? Non è che Dio risponde, è Lui che parla per primo e noi gli rispondiamo. Questo è lo schema della messa e di ogni preghiera efficace. Prima parte: Dio parla a noi in Cristo mediante lo Spirito Santo; Noi in Cristo mediante lo Spirito Santo gli rispondiamo; ed è la seconda parte della messa: diciamo al Padre con le parole della Preghiera Eucaristica ciò che lui ci ha suscita nell’intimo. E allora vedi che non sei tu che preghi? Sei tu che rispondi a Dio che ti parla! Lui ti parla nella Scrittura, e tu gli rispondi nella preghiera ciò che lui, Dio stesso, ti suscita; e si aspetta che tu glielo chieda; vuole che tu glielo chieda, in modo che lui te lo possa dare. Dunque la terza fase della lectio è la «oratio». Lectio, meditatio: oratio; ed è infallibile questa «oratio» perché ti ha detto Dio stesso cosa chiedergli; lui lo sa, non siamo noi che sappiamo ciò che ci fa bene. È più desideroso lui di darcelo, che noi di chiederglielo: ciò che ci fa bene!
In questo modo impariamo a pregare i salmi. Prendiamo ad esempio un salmo. Non sono facili i salmi, tanto che per facilitare questa preghiera, sono stati introdotti degli elementi nella “Liturgia delle ore” che non ci sono nella Bibbia. Troviamo un titolo, scritto in rosso, poi troviamo una frase scritta in corsivo. Gli esperti la chiamano “argomento”. Quella frase lì normalmente è una frase o del Nuovo Testamento o di un Padre della Chiesa, mentre il salmo è dell’Antico Testamento. Perché mettono quella frase? Perché ci fa vedere come quel salmo è stato pregato da Gesù stesso, o dalla chiesa; e si è compiuto, si è realizzato; ha acquistato il suo pieno significato nel Nuovo Testamento.
Esempio, il Salmo 21: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato …”, pare che Gesù questo salmo, non solo il primo versetto, ma tutto lo abbia detto sulla croce. Parla, infatti, tutto della passione: “Si sono divisi le mie vesti, sulla mia tunica hanno gettato la sorte. Padre, a te affido il mio spirito”. Sono tutte frasi che Gesù dice sulla croce, ruminandole. Bene, sotto il titolo del salmo 21 nella frase in corsivo c’è scritto: “Questo salmo si riferisce alla passione del Signore”. Ecco come siamo aiutati a capire il salmo.

Allora, «lectio», io leggo il salmo, poi lo «medito», ci rifletto su; mi piace una frase, me la mastico. C’è un salmo che è tutto un «ruminare». Il salmo 118 è il più lungo di tutti: sono 22 capitoli, quante sono le lettere dell’alfabeto ebraico, e 8 versetti per ogni lettera. Perciò è facile fare il conto, 176 versetti! E’ il più lungo di tutti. Ad ogni versetto c’è la parola comandamento, precetto, consiglio, insegnamento, parola, volere, disegno. Un’altra parola è lampada: la tua parola è lampada ai miei passi; i tuoi precetti sono più dolci del miele, di un favo stillante, luce ai miei passi è la tua parola, tutto il salmo così.
E’ come succhiare una caramella, masticare. Dopo che io ho fatto tutto questo, mi sono talmente caricato che mi viene fuori una risposta, una preghiera, la «preghiera salmica» che nella Liturgia delle ore noi non abbiamo; però nella tradizione ci sono preghiere che scaturiscono da questo «ruminare», e s’intuisce subito che in bocca nostra sarebbero «non provenienti dal cuore»; noi ripeteremmo come pappagalli preghiere che altri hanno espresso pregne di senso dopo aver ascoltato la parola del Signore.
Quante preghiere si possono fare con ogni salmo?
Supponiamo che noi oggi qui leggiamo insieme un salmo. Poi vi lascio un po’ di tempo perché ognuno mediti, poi dico: be’ adesso ognuno faccia la preghiera. Tirando il succo da quel salmo quante preghiere verranno? Tante quanti siamo noi, perché ognuno la farà a modo suo, evidentemente. Quindi, che grande ricchezza ci può essere in quelle che sono state scritte e quelle che ancora si possono fare. Sono risposte, suscitate in noi dalla Parola di Dio:

Preghiere di risposta. Ma allora pregare un salmo non è solo leggere, o cantare (= leggerlo due volte) il salmo. «Si legge» il salmo, e «si medita» il salmo; e si può leggere poi anche la preghiera fatta da altri: può facilitare l’espressione dei nostri sentimenti, suscitati dal salmo, o da altri testi.

La CONTEMPLATIO.
Sì, poi si può avere addirittura la quarta parte della «lectio», cioè, non hai più bisogno di parole.
Allora fai come quel contadino di cui parlava il curato d’Ars. C’era un contadino che non sapeva né leggere né scrivere, ma ogni giorno il parroco, il curato d’Ars, lo vedeva inginocchiato davanti al Santissimo: “Ma che gli dite?” – “Niente! Lui guarda me, io guardo Lui”. Quella era la contemplazione. E questo non si scrive. Sì, il Conc. Vat. II, nel doc. sulla chiesa, Lumen Gentium, traccia un cammino di. contemplazione: delle fasi del piano di Dio in tutta la storia; e tu puoi vedere i cinque momenti di realizzazione di un qualsiasi aspetto del disegno di Dio, di una parola di Dio: «prefigurata» sin dall’inizio, nella Creazione; «figurata» nella storia d’Israele, l’antica alleanza; «compiuta» in Cristo Gesù, negli ultimi tempi; «manifesta» nella chiesa, per opera dello Spirito effuso; completa alla fine, nella gloria della Trinità (cfr Lumen Gentium 2).
Lo Spirito non ti presenta solo i fatti, ma anche le persone; anzi, prima le persone, di Gesù e del Padre, e poi, le persone umane, tutte sotto la cappa del suo Amore gratuito, inimmaginabile, senza pentimenti.
Ecco le «quattro fasi» della «lectio divina».

Immaginiamoci ora occupati a leggere la Bibbia o il formulario della messa quotidiana; invece di leggerla di corsa, leggiamola adagio in questo «Modo» che Lumen Gentium, 2 ci ha proposto; non si sanno soltanto i fatti che la Bibbia racconta; perché essa c’informa, ma poco a poco anche ci forma. Questo è importante!
La Sacra Scrittura è stata scritta non per darci delle notizie, sulla storicità delle quali gli studiosi poi
possono discutere quanto vogliono, ma per darci una mentalità nuova, perché noi dobbiamo imparare a pensare secondo Dio, avere i sentimenti di Dio, e questa è la «conversione» continua, l’«andare oltre» noi stessi, verso Dio. Poi dobbiamo imparare a vedere come la Parola di Dio deve «rispondere», o «informare» tutte le situazioni. Questo è più complicato certe volte, anche perché sono 2000 anni che il mondo è andato avanti, e la Bibbia è rimasta «quella». Ha un valore eterno, però non è che risponde a tutti i problemi che vanno svolgendosi.
Basta domandare alla Bibbia per esempio che ne pensa del Codice della strada. Che ne sa la Bibbia del Codice della strada, eppure c’è una morale anche nel Codice della strada: se prima uno guidava un carretto ubriaco, non era grave tutto sommato, ma se adesso uno guida una macchina ubriaco …; allora non c’era la macchina, c’era il carretto. La Bibbia non risponde a questo problema, ma il principio qual è? Come applicare allora i principi della Scrittura, del Vangelo, alle situazioni che vanno sorgendo? Dico il Codice della strada perché è il più innocuo, ma pensate tutti i codici di ingegneria genetica, di morale, di bioetica, ecc. Se in questo lavoro uno ha la mentalità del Vangelo allora leggerà i fatti con quella mentalità e darà un giudizio, altrimenti dirà: qui non c’è scritto.
Torniamo agli esercizi spirituali. Non tanto, quindi, fare degli esercizi, quanto piuttosto mettersi in ascolto di Dio che ci parla, e
lasciare che lo Spirito faccia in noi i suoi «esercizi», le sue opere… Noi abbiamo la Scrittura, la Parola di Dio; ma questa Parola di Dio è una rivelazione. E io, posso correggere qualche mia idea? Perché si corregga un modo di pensare, non basta fare delle pratiche di pietà.
E’ diffusa l’idea che il cristianesimo sia una religione. Il cristianesimo non è una religione. La parola «religione» significa che noi diamo a Dio quello che gli spetta. L’uomo è religioso, perché l’uomo vede che c’è qualcuno che è al di sopra di sé; o lo vede e lo cerca perché gli serve: “Se c’è un Dio, mi deve aiutare!”; o gli si chiede protezione, la protezione di Dio contro gli spiriti maligni, ad esempio.
L’uomo è, sì, istintivamente e naturalmente, religioso. Ma questa è «religione naturale» o ispirata, ma non storica. La religione è una parte della virtù della giustizia; e nella giustizia io devo dare a ciascuno il suo. Tu mi fai un servizio, e io ti pago; tu mi fai questo, e io ti do i soldi; a Dio che cosa dobbiamo? A Dio dobbiamo l’adorazione, il culto, il ringraziamento. In conclusione, tutto quello che dobbiamo dare a Dio è quella parte della giustizia che chiamiamo religione. Ma questo è un fatto umano. La giustizia è una di quelle quattro virtù cardinali, così si chiamano, di cui parlano anche i filosofi da Platone in poi: Giustizia, fortezza, prudenza e temperanza.
Il cristianesimo non è questo, non è inventato dall’uomo, non viene dall’uomo, che sente questo dovere. Il cristianesimo, se lo avessimo inventato noi uomini, lo avremmo inventato più razionale. Perché non è razionale che Dio si faccia uomo. Poi è ancora più irrazionale che questo Dio, che si fa uomo, poi muoia in croce. Per l’evangelista Marco, la vita cristiana è un segreto di Dio, e non vuole che se ne parli, finché non si realizza, e tu lo possa conoscere per esperienza in tutta la sua realtà: esperienza ragionata, accolta nell’intimo. Noi lo avremmo inventato meglio; l’avessimo inventato noi, non avremmo detto mai «beati i poveri», scusatemi, un uomo sensato non lo va a dire.

Il cristianesimo è una rivelazione, e non una religione. Non viene dall’uomo, viene da Dio. E’ tutta una prospettiva diversa, perché se l’avessimo inventato noi, una religione vale l’altra, …poi è arrivato Budda, poi è arrivato Gesù Cristo, poi è arrivato Maometto, l’ultimo che è arrivato potrebbe avere più ragione. Non è così. Il cristianesimo non pretende di essere l’unica religione; per il fatto che non è una religione, si distanzia da tutte le religioni. Io evito accuratamente di dire “le altre religioni”. Perché appena dico le altre religioni, ammetto che il cristianesimo è una religione. No, «il cristianesimo e le religioni» è un altro discorso.
Dio ha preso l’iniziativa. La Bibbia ci racconta quello che Dio ha fatto per l’uomo nella storia dell’uomo, e la chiamiamo «storia della salvezza». Dunque, mentre la Bibbia ci rivela quello che Dio ha fatto per la salvezza dell’uomo, dall’Antico Testamento fino a Gesù Cristo, veniamo a sapere che Gesù Cristo è morto e risorto; e questa è la più grande Notizia: è «la bomba».

Quando io penso alla resurrezione, penso la parola chiave del cristianesimo. Il cristianesimo è il patto – e questo non lo poteva inventare nessuno; i patti non si inventano, ci sono e basta – il patto che un uomo morto, sepolto, con una grossa pietra davanti, con i sigilli – guarda quante precauzioni – e come se non bastasse, caso unico nella storia, con le guardie.
Sicuro, ci sarà stato un gioco di prestigio! – Vi ricordate quei prestigiatori, quei maghi: si fanno legare mani e piedi con corde, terribile, poi si fanno mettere in un baule, poi lo fanno sigillare, poi ci mettono pure le catene, poi… e lui, fuori! Ci sarà un trucco! Che trucco ha usato Gesù? E’ un trucco? Potrebbe all’inizio essere sembrato un trucco. Qualcuno dice: va bè, l’hanno rubato.
Il fatto è che poi l’hanno visto. L’hanno visto? Non è che forse erano talmente allucinati questi quattro discepoli!?… Prima le donne: le donne non erano neanche credute allora. La testimonianza delle donne non conta. L’ha visto Maria di Magdala? E’ andata a dirlo? Però …è donna! Comunque poi andarono anche Pietro e Giovanni, sono uomini, e videro; poi appare ai due, poi appare agli undici. E fin che appare…, va bene! Sono fanatici! Ma gli undici non erano così fanatici: Pietro era abbastanza concreto; quel Pietro una volta gli ha domandato: “Dunque, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, che ne avremo?”. Ci sono fatti concreti. Facciamoci i conti, che mi dai?
L’altro era Matteo. Matteo era impiegato delle tasse, le cose doveva capirle, no? Non dico Giuda che se n’è andato per gli affari suoi. Natanaele, aveva la mosca sotto il naso: “Da dove vieni?” – “Da Nazareth.” – “Da Nazareth che può venire di buono!”. Quindi erano persone con i piedi per terra. Non erano persone tanto superficiali…
Pietro era sposato, aveva la suocera! La moglie forse gli diceva: “Che vai a fare dietro a quello lì! Ma possibile; resta a casa tua!”. Chissà quante gliene aveva fatte! E Pietro l’aveva digerita questa cosa, se aveva lasciato tutto per seguirlo.
Il fatto è che, non solo l’hanno visto; Pietro poteva anche dire: “Io ho mangiato con lui, l’ho toccato”, dopo averlo visto morire. E non una volta sola l’hanno visto; per 40 giorni appariva loro, e ogni volta che appariva, caso strano, Gesù non si era ancora tolto il vizio di mangiare.
E venne Giovanni Battista che non mangiava e non bevevo, e hanno detto che ha un demonio; è venuto il figlio dell’uomo che mangia e beve e hanno detto: ecco un mangione e un beone. Questo prima. Poi è morto, è risorto, con il corpo glorioso può andare qua e là. Ma ogni volta che il risorto appariva, domandava: “Avete qualcosa da mangiare?”.
Mangiare; eucaristia. Voi, l’eucaristia come me la spiegate? Il risorto si fa presente in mezzo ai suoi e mangia con loro. Capite? Ma questo ce lo dice la Bibbia. Ecco, io istintivamente subito sono passato a dire: la Parola sola non basta. Cioè la Bibbia da sola non basta. La Bibbia annunzia qualcosa di importante, perché sapere certe notizie veramente ti dà la vita.
Ci sono notizie che ammazzano e notizie che fanno resuscitare. Notizie. Parole. Ci sono parole che ammazzano e parole che fanno rivivere. Una calunnia ammazza, specialmente quando uno non l’aspetta proprio. E invece certe parole, ah, mi sento meglio oggi, perché ho saputo … Sei stato bocciato, s’ammazza qualcuno. Oppure: hai vinto il concorso: ahhhh… Sono notizie, no?
Bene, la notizia che ci ha dato la vita qual è? E’ stata la notizia che un morto è resuscitato. Ti pare poco? Ci sono cristiani che non ci credono. Sono cristiani?
Fermiamoci un po’ sulla risurrezione. Prendiamo il caso estremo per capirci meglio. Fissiamo lo sguardo sulla Madonna. Stavo predicando il triduo dell’Assunta. L’Assunta è il 15 agosto e io ero in Sicilia in vacanza. Maria «Assunta in cielo in anima e corpo». E’ resuscitata Maria? Era morta? Questo è il punto. allora, attenzione: molti pensano che Maria non è morta. Così da viva, è stata assunta. Altri pensano che Maria è morta e resuscitata. La bolla di definizione del dogma dell’Assunta, Pio XII nel 1950 non risolve il problema, perché dice: “Maria, finito il corso di sua vita mortale, fu assunta…”. Come fu finito il corso di sua vita mortale? Adesso, recentemente, Giovanni Paolo II ha detto che Maria è morta e resuscitata. Chi glielo ha detto a lui? Non lo so. Non è definizione! Però quelli che dicono che Maria non è morta, dicono che non poteva morire. La morte è conseguenza del peccato originale; se Maria è stata senza peccato originale. Altri dicono, e io sono fra questi: ma non muoiono tutti? È vero che Maria era senza peccato originale, ma mica era la sola! Gesù ha avuto il peccato originale? No! E perché è morto? L’hanno e non moriva, e non risorgeva, la morte non sarebbe finita. Ma se Maria è sempre associata intimamente all’opera del Figlio suo, se Gesù Cristo è morto e risorto, Maria è frutto di quella redenzione, che significa che non è morta? Non ci rappresenta. Maria è la prima creatura, immagine della Chiesa tutta, che deve morire e risorgere. Allora, Maria «è stata assunta in cielo in anima e corpo», quindi è resuscitata e glorificata: come Cristo, morto, sepolto, resuscitato, glorificato salito al cielo, così Maria; e poi ho domandato: ma voi credete che i morti risorgono? Una donna, subito, immediatamente, fa: no! E io ho detto: fuori dalla Chiesa! Quella, naturalmente, non è che se n’è andata! Però, lo specifico cristiano è che noi crediamo alla resurrezione.
Noi crediamo alla resurrezione di Cristo e nostra. Non solo di Cristo. Eh, quello era Dio! Eh no, non ha fatto finta di incarnarsi, non ha fatto finta di morire, non ha fatto finta di risorgere! Si è fatto uomo, è morto ed è risorto. Allora, quando tu pensi che un uomo è morto ed è risorto, come commenti tu? “Beato lui!”. Solo così?
Se uno malato di AIDS conclamata, ti viene a dire che è guarito, perfettamente guarito: porca miseria, come ha fatto? Allora si può guarire! E’ una notizia che «vale anche per gli altri», capisci! Uno malato di AIDS è guarito! Uno morto di tre giorni è resuscitato, non muore più. Questo fatto che non muore più è importante, perché Lazzaro pure è resuscitato, poi però è morto. Fare il funerale due volte costa.
Cristo è risorto per non morire mai più. Allora: quando uno, morto, è risorto, ci fa pensare: allora anche io! Certo, anche noi! Arriva poi s. Paolo e dice che Gesù Cristo è resuscitato «primogenito di quelli che resuscitano dai morti». Allora? La morte non ha più l’ultima parola.
Voi, pensate un po’, immaginate: se finisse con la morte, la vita sarebbe diversa. Ma la morte c’è, e com’è che è la vita l’ha superata? Non è che la morte fisica non c’è. E’ arrivata prima di Gesù Cristo, ed è rimasta dopo. Cosa è cambiato allora? Come fa a sopravvivere Gesù!?
Una volta sono venuti da me i miei parrocchiani e mi hanno detto: “Sono venuti quelli della Bibbia, e hanno detto che chi crede in Gesù, non muore. Roba da pazzi! Mia mamma, che ci credeva tanto, è morta ed è finità!” – “E’ vero!”, ho risposto: “chi crede in Cristo Gesù, non muore. Lo dice lui stesso”. – “Come! Pure lei è d’accordo?”.
Parliamone! La morte fisica resta, però se tu sai che alla morte segue la resurrezione allora quella morte non è più il muro contro il quale tu vai a sbattere. Quella morte diventa una porta che si apre, o no? Finisce lo spauracchio! Io ho sempre paragonato la morte alla nascita. Provate a domandare ad un bambino che sta ancora nella pancia della mamma: “Vuoi uscire da qua dentro?”. Quello risponderebbe? Non può rispondere: “no”, ma direbbe: “Che stai dicendo?” – Ho detto: “Vuoi uscire da qua dentro?” – “E che significa uscire?”. Lui che ne sa. “Ma sai, fuori…” – “Fuori?” – “Fuori della pancia!” – “E che c’è fuori?” – “Fuori c’è il sole, c’è il mare …” – Che ne sa lui di sole, di mare, di montagne, di … Lo sai tu che sei fuori, ma lui dal di dentro non lo sa. Ma dimmi una cosa: non ci stai stretto lì dentro? – “No!”. Tutto funziona automaticamente. Lui si muove, quando poi arriva il nono mese, in tempi normali, lui si sente spingere fuori; e immaginate che lui pensi: Sto morendo! Sto morendo! – E immaginate lui, che da dentro va fuori, e dica: “Sono morto!”.
E poi lì fuori trova invece suo padre, sua zia, sua nonna: “Che bello, è nato! È nato! E’ nato!”. Ma, è morto o è nato? Dal di dentro lui lo chiama: “Sono morto”. Dal di fuori, ecco, persone che dicono: “È uscito, è nato”. Passano novanta anni e alla fine … è morto. E’ morto, e dove è andato?
Io mi sono sempre domandato – non sono medico! – ma, perché si muore con gli occhi aperti? Sgranati? Quasi sempre. Chi muore nel sonno penso di no. È quello che si dice “chiudere le palpebre”. E’ il delirio. Ma in questo delirio che cosa vedono per spalancare così gli occhi? Ho l’impressione che loro cominciano a vedere la fine del tunnel (che sia vera la storia che raccontano quei 120 creduti morti, poi invece ritornati? Vedi La vita oltre la morte). Certo è una strettoia, ma anche per nascere è una strettoia: per nascere, e poi fuori a rinascere!
Così lì, si comincia a vedere la luce della fine del tunnel. Quando? Io non lo so; non ci sono andato. Come faccio io a sapere che c’è un fuori da questo mondo? Noi pensiamo che “questo è mondo, questa è vita; mica siamo chiusi nel grembo materno, noi. Noi siamo fuori e noi sappiamo cos’è il sole, la luna, il mare, i monti, possiamo correre; sì, ma che sappiamo? Voi lo sapete che cosa c’è dietro questa porta? Ed è qua; mica chissà dove.
Voi lo sapete che cosa succederà tra un minuto? Che cosa succederà tra un minuto? Tra un minuto può succedere veramente l’imprevedibile. E noi pensiamo che questa è la vita, la luce; di fatto siamo ancora al buio. Io vorrei sapere. Io mi faccio un sacco di punti interrogativi, sapete perché? Io non studio per avere le risposte; io studio per aumentare le domande. Perché quando vado di là, ho più domande da fare. Voglio più risposte.
Non c’è la soluzione, non c’è la risposta, non abbiamo ricette, ma io lo capisco, perché sono ancora nel grembo materno. Poi arriverà il «momento», che noi chiamiamo morte; ma che la Chiesa chiama «dies natalis». Noi facciamo la festa dei santi, in quale giorno? Quando è morto! Tu festeggi quando è morto, perché non festeggi quando è nato? Perché è nato quando è morto. Tu sei nato il giorno che sei uscito fuori dal grembo materno. Di fatti noi contiamo gli anni della nostra vita dal giorno in cui siamo nati; e i nove mesi prima? Non li contiamo. Come, tu hai pensato nel seno del grembo materno: “Io sto morendo”; poi esci fuori e in quel momento dici: “Sono nato”. Di qua e di là. Come ti è capitato di qua, non pensi che ti possa capitare di là? Effettivamente, la vita vera è la terza parte. Noi abbiamo una vita sola. Perché, per risolvere il problema della morte, è stata inventata la “reincarnazione”? E’ dimostrata? Si può dimostrare? E’ una dottrina, una teoria, se vogliamo. E la resurrezione cristiana è una dottrina? No! E’ un fatto! Se non ci fosse stato quel fatto, nessun pazzo avrebbe mai pensato a una resurrezione del genere.
Quando s. Paolo va a parlare della resurrezione ad Atene …, sapete come si chiamano le vie d’Atene? Con i nomi dei filosofi: Platone, Socrate, Aristotele: nomi importanti! Questi erano gli ateniesi, delle personalità. Lui, Paolo, va a parlare della resurrezione nel covo dei filosofi, e loro lo fermano: “Alt, a proposito di risurrezione, ti sentiremo un’altra volta”. – “Fate come volete; il fatto è che è risorto”. Il fatto non si può negare: contro il fatto non c’è argomento.
Allora io mi domando: e come si risorge? Come si nasce. A che servono i nove mesi? Perché ci vogliono nove mesi, per nascere? Ci vogliono nove mesi, perché quella creatura lì, quell’essere lì, che comincia come una testa di spillo, poi deve diventare un corpo capace di vivere fuori, stare fuori: «Ex-sistere» = vivere fuori, autonomamente, tagliando il cordone ombelicale. Allora mi domando ugualmente: a che servono i novanta anni? Avete mai provato a capire a che serve la vita? Dovremmo chiederci: perché vivo? Se non c’è una prospettiva di vita futura, se tutto finisce con la morte, come si chiamerebbe la vita? Fre-ga-tu-ra.
Già, uno s’ammazza una vita intera per vivere, e poi, bum, .. Allora sarebbe meglio il prima possibile, perché devo soffrire!? Se tu hai una prospettiva, questa è la salvezza.

Il cristianesimo non è una cosa che ci siamo inventati noi, c’è stata data la risposta, con i fatti. La resurrezione è “la risposta”. Perché, il libro che annuncia questo, si chiama “vangelo”, buona notizia?
Voi andate, domenica prossima, in chiesa e fate un’intervista: lei ha sentito il vangelo? – Sì! – Che cosa significa vangelo? Almeno il 50 % vi dirà “buona notizia”. A questo 50 % domandate: qual è? Nemmeno l’1 % vi darà la risposta giusta. Il cristiano dice sempre vangelo, vangelo, vangelo, ma qual è la lieta notizia? La lieta notizia è che è risorto. Questo, l’ho provato quando sono andato in Terra Santa. Parto da Palermo, nel 1990; era il mio 25°, parto da Palermo, vado a Roma, per prendere l’aereo per Amman in Giordania, poi da Amman, scendo giù a Petra, poi da lì al Sinai, salgo il Sinai, scendo il Sinai e vado ad Israele, tappa finale, culmine del viaggio, il Santo Sepolcro.
Io sono partito dall’Italia per andare lì in Israele, a vedere il Santo Sepolcro. Come tutti vengono a Roma per vedere la tomba degli apostoli, io sono andato a Gerusalemme per vedere il Santo Sepolcro. Arrivo lì e mi sento dire: “Che cercate? Non è qui!”. Viaggio inutile! Meno male! Non è qui! Questo è l’essenza del cristianesimo. La Bella Notizia: la Risurrezione di Gesù Cristo.
E’ ottimismo? Certo, ma siccome noi per tanti secoli abbiamo sentito parlare di croce, di morte, di passione …; ora ci stiamo preparando alla Pasqua, ma uno pensa alla Pasqua come resurrezione o pensa alla settimana santa, più come passione?
La Pasqua è resurrezione.
Una volta, i tre giorni della settimana santa, non erano quelli di Pasqua; i tre giorni della settimana santa erano giovedì, venerdì e sabato. La Pasqua era già fuori. Ricordate la domanda e la risposta del catechismo che sapevate da piccoli? Quanti e quali sono i misteri principali della fede? I misteri principali della fede sono 2: 1°, unità e trinità di Dio; 2°, incarnazione, passione e morte di nostro signore Gesù Cristo. La resurrezione? Non c’è. La resurrezione non è tra i misteri principali! Non c’era scritto! Non se ne parlava! Noi eravamo, i cristiani, non quelli della resurrezione, ma quelli della croce. Che lieta notizia è?! Perciò, la gente non sa rispondere.
Avevano dimenticato l’essenza del vangelo che è l’annuncio della resurrezione.
Ma se è un lieto annuncio perché ogni volta che i preti predicano fanno venire la noia, o il nervosismo, o uno entra in chiesa contento, e se ne esce arrabbiato? Come, io vado a sentire una bella notizia, e esco arrabbiato? Ma perché non ti danno la bella notizia! Ti dicono “devi fare questo, devi fare quello, devi fare quell’altro”, .. ma quando è che predichiamo il vangelo?
Ora si parla sempre di nuova evangelizzazione; non è che sia una nuova evangelizzazione! Si tratta di evangelizzare di nuovo quello che non è stato fatto. E non è stato fatto niente meno che il centro di tutto: «la risurrezione»! Il vangelo non è cambiato; semplicemente, non è stato annunciato. Abbiamo parlato di tutto, ma abbiamo dimenticato che noi siamo destinati alla resurrezione. Questa è la bella notizia!