18-10-2009 Ordinario-B-dom29

18/10/2009 – T. ORDINARIO – ANNO B – 29ª DOMENICA – 2009

Preparazione alla celebrazione della messa.

29ª DOMENICA TEMPO ORDINARIO.
Anno B – 18 Ottobre 2009

Ci Raccogliamo
davanti al Signore Gesù, che si dona, muore, risorge, trasmette lo Spirito: ci fa suoi tralci con il Battesimo, la Cresima, l’Eucaristia (Nota 1). Rinnoviamo la nostra piena adesione a lui con il segno della croce. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo. Amen. Gesù dice:
“Ascolta, Israele: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore; e il prossimo come te stesso”.
Dio parla a noi tramite noi stessi come nella celebrazione liturgica. Diciamo: “Ascolta, N.” [tuo nome]; “Ascolta, Chiesa che sei in..” [nomi di famiglie, parrocchie, comunità, singole persone]. Ci presentiamo al Padre in loro nome come membra di Gesù che “sta alla destra di Dio e intercede per noi” (Rom 8,34), presentandogli ciascuna persona e tutta l’umanità in se stesso. Con Paolo diciamo: “Sono lieto di dare compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24); e con disponibilità, accogliamo la nostra esistenza quotidiana in Cristo, ripetendo con Gesù e Maria): Eccomi, Signore! Aiuta tutti, come ora aiuti noi ad ascoltarti.

Leggiamo
il formulario liturgico della messa corrispondente, da Ingresso a Dopocomunione, secondo le disposizioni della chiesa (nota 2). Cogliamo una parola da contestualizzare (vedi: «Rileggiamo») e da ripetere: “N.,…”, appena il Signore si annunzia (= ci viene in mente) durante la giornata.

Rileggiamo
i testi, cominciando dal vangelo, dove Gesù si rivela Buona Notizia, parlando della sua e nostra pasqua che celebriamo; dove si rivela “Compimento” delle promesse della prima lettura; e “Fondamento” della sua comunità, la chiesa, nella seconda lettura (vedi Principi e Norme per l’uso del Lezionario e del Messale Romano). Rileggiamo vangelo e I-II lettura in rapporto al vangelo, ascoltando, adorando, pregando, contemplando Gesù Risorto, presente fra noi.
Il VANGELO (Mc 10,35-45).
Struttura.
Testo biblico e testo biblico-liturgico sono identici, fatto salvo il solito incipit liturgico («In quel tempo») e la soppressione della congiunzione iniziale «e» (greco kài) del testo originale di Marco. In questo modo il testo liturgico che risulta è isolato, senza legami con il «contesto precedente» di Marco. Là, nel contesto biblico, il nostro brano andrebbe letto su due livelli interpretativi: incomprensione dei discepoli nei confronti del mistero pasquale del Maestro, ulteriore insegnamento del Maestro sull’identità del discepolo cristiano che intende seguire il Messia sofferente e glorioso.
Qui, invece, il testo biblico-liturgico ha una lettura molto semplificata: il discepolo accoglie ogni sentimento di «potere» che nasce in lui, e lo indirizza verso il «servizio», su imitazione del Maestro. Il brano liturgico quindi può essere diviso in due parti: Mc 10,35-41 (sentimento di potere che nasce nei due fratelli Giacomo e Giovanni, e poi negli altri dieci discepoli); Mc 10,42-45 (sentimento di potere indirizzato verso il servizio a imitazione-condivisione del Maestro Gesù).
Scegliendo la forma breve del brano evangelico-liturgico, si evidenzia la seconda parte, cioè, come ogni sentimento di potere deve essere indirizzato verso il servizio a imitazione-condivisione di Gesù; richiamato, del resto, nella prima e seconda lettura, come pure in diversi passi eucologici.

La prima lettura (Is 53,2-3.10-11) associa il testo del vangelo alla profezia del Servo di Dio che offre se stesso (Is 53,10: «Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione, vedrà una discendenza»); profezia pienamente compiuta nel Gesù del vangelo (Mc 10,45: «Il Figlio dell’uomo è venuto per dare la propria vita in riscatto per molti): seconda parte del brano-liturg.

La seconda lettura (Eb 4,14-16) mostra come si è compiuta in Cristo l’offerta del Servo di Iavè (Ebr 4,15: Abbiamo un «sommo sacerdote», Gesù, Figlio di Dio, che sa «prendere parte alle nostre debolezze», essendo stato «messo alla prova egli stesso in ogni cosa come noi»): 2ª parte del br. Lit.

Tematica.
«Potere di Offerta di se stessi al Servizio degli altri». Il tema del «servizio» potrebbe comportare diverse distorsioni ideologiche. Come comprendere il servizio all’interno del cristianesimo? La proposta interpretativa di Gesù è inequivocabile: il servizio va donato imitando il Signore Gesù che «non è venuto per essere servito, ma per servire (diakonèsai) e dare la propria vita in riscatto per molti». Ciò implica l’«imitazione» di Cristo, e la «condivisione» con Cristo: di tutto ciò che ha vissuto.
Inoltre, il servizio va rivolto sia ai cristiani («vostro servitore») sia a tutti («servo di tutti»).
Nel primo caso, verso i cristiani, il servizio (diakonìa) tende ad essere più un’attenzione umile alle necessità degli altri (At 6,1-3: «Mentre aumentava il numero dei discepoli, sorse un malcontento fra gli ellenisti verso gli Ebrei, perché venivano trascurate le loro vedove nella distribuzione quotidiana. Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: “Non è giusto che noi trascuriamo la parola di Dio per il servizio [diakonìa] delle mense. Cercate dunque, fratelli, tra di voi, sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza, ai quali affideremo quest’incarico»).
Nel secondo caso, il servizio (douleia) tende ad essere più un atto di culto perché si tratta della testimonianza-annuncio della Parola (Atti 6,4-5: «“Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al ministero [douleia] della parola”. Piacque questa proposta a tutto il gruppo»).

I testi eucologici guidano a celebrare: «Ascoltiamo», «Preghiamo», «Contempliamo» con la Parola.

Chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore.
Il Figlio dell’uomo, infatti, è venuto per dare la propria vita in riscatto per molti.

Donaci, Signore, il tuo amore: in te speriamo.

ASCOLTIAMO IN ADORAZIONE
1. Ti adoriamo, Signore Gesù: tu sai cogliere, indirizzare e realizzare in noi le tue capacità.
«La domanda dei figli di Zebedeo e lo sdegno dei Dieci». manifestano una sete nascosta di primeggiare. Non si tratta di un desiderio banale. Il testo biblico originale indica che in essi c’è il desiderio di essere alla destra e alla sinistra di Gesù nel giorno in cui il Maestro si manifesterà come giudice degli uomini. La risposta di Gesù non giudica il sentimento, ma lo accoglie come una forza, un’energia da indirizzare. Questo presupposto spiega l’atteggiamento di Gesù. Egli accoglie, non rimprovera moralisticamente, ma aiuta i suoi discepoli a orientare in forma positiva la forza che essi si trovano dentro. È importante manifestare al Signore il nostri desideri con disponibilità a lasciarci guidare da lui. Gesù si rivelerà con Parole e gesti. Scopriremo il Signore Gesù operante in noi, come Capo nelle sue membra, Vite nei suoi tralci che rimangono in lei.

2. Ti adoriamo, Signore Gesù: tu ci educhi al tuo amore di Servo sofferente e glorioso in noi.
«Bere il calice». nel mondo biblico significava essere «soggetti a un destino doloroso» (Ger 51,7: “Babilonia era una coppa d’oro in mano del Signore, con la quale egli inebriava tutta la terra; del suo vino hanno bevuto i popoli, perciò sono divenuti pazzi. All’improvviso Babilonia è caduta, è stata infranta; alzate lamenti su di essa; prendete balsamo per il suo dolore, forse potrà essere guarita”); significava addirittura essere «destinati al martirio» (letteratura intertestamentaria), essere considerati «empi» (Sal 75/6,9: “Nella mano del Signore è un calice ricolmo di vino drogato. Egli ne versa: fino alla feccia ne dovranno sorbire, ne berranno tutti gli empi della terra”). Applicando a sé tale espressione, Gesù sembra voler alludere alla sua passione dolorosa e al valore sostitutivo che essa assume (sostituisce gli empi nel castigo).
«Essere battezzati» è un’espressione che prende senso dal significato e dall’uso del verbo «battezzare». Esso indica la totale immersione in qualche cosa. L’uso in ambito metaforico indica la situazione di affanno estremo e di morte. La risposta dei due discepoli («lo possiamo») rivela solo la loro genuina «disponibilità» a condividere la sorte del Maestro, imitabile per i suoi gesti, e le sue «parole di vita eterna» (Gv 6,68). In realtà, essi non sanno ancora che cosa voglia significare «essere battezzati». Gesù invece sa bene qual è la sorte che spetta ai suoi discepoli (“il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati); anzi, è la sorte che riguarda tutti si suoi fedeli (Lc 9,23: «Poi, a tutti, diceva: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”»). Con magistrale pedagogia Gesù li educherà nella crescita alla partecipazione della sua Vita. Un sentimento particolare suscita in noi la Parola di Gesù: avere la disponibilità dei suoi discepoli. Avvertiamo l’impossibilità in noi a realizzarla. Preghiamo il Signore: accresci in noi il dono della tua disponibilità, Signore!.

3. Ti adoriamo, Signore Gesù: che ci chiami a compiere il tuo servizio sacerdotale.
«Fra voi però non è così». Il servizio nella Chiesa non può obbedire a nessuna moda culturale. Gesù stesso in modo semplice e chiaro esclude qualunque impostazione ideologica, dicendo: «Fra voi però non è così». I modelli del servizio vengono offerti da due elementi, due vocaboli con cui il maestro illustra il servizio che deve fare il suo discepolo: «servitore» e «servo» («chi vuoI essere grande tra voi, si farà «vostro servitore»; e chi vuol essere il primo tra voi, sarà il «servo di tutti»”): è la figura del Maestro stesso.
I due vocaboli indicano in modo particolare, anche se non esclusivo, il servizio diaconale, «servitore» ai membri della comunità, e il servizio della Parola «servo» di tutti. La figura del Maestro, invece, si pone sulla linea del modo. Il discepolo attua ogni servizio con l’estrema generosità che gli è possibile. In alcuni casi tale generosità può portare al martirio: è sempre Cristo che vive in noi; da noi stessi non possiamo fare nulla, in lui tutto è possibile.

4. Ti adoriamo, Signore Gesù: tu ci educhi al tuo amore di Servo sofferente e glorioso in noi.
«Il Figlio dell’uomo è venuto per dare la propria vita in riscatto per molti». Il destino del Figlio dell’uomo è quello di «servire e non di essere servito» (v. 45). Contro la concezione dei figli di Zebedeo ancorata a un messianismo di potere, Gesù oppone la proposta di un messianismo di immolazione e di donazione. Questo è il «calice», cioè la sorte, che Gesù offre a coloro che vogliono seguirlo. Paradossalmente ai due discepoli, immaturi e «figli del tuono» (Lc 9,52-55: i samaritani «non vollero riceverlo, perché era diretto verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. Ma Gesù si voltò e li rimproverò»). Gesù offrirà lo stesso «calice» e lo stesso «battesimo» di sangue: anziché assicurare ad essi posti d’onore nel regno messianico politico, li rimetterà a un destino di sacrificio e di donazione nei confronti dei fratelli .

5. Ti adoriamo, Signore Gesù: ci fai attraversare i cieli, partecipi del tuo servizio sacerdotale.
«Accostiamoci con fiducia al trono della grazia: al servizio sacerdotale di Gesù». Attraverso un simbolismo spaziale, l’autore della grande omelia cristiana, qual è la lettera agli Ebrei, vuole rappresentare il mistero profondo della Pasqua del Cristo, radice della liberazione e della salvezza. Cristo «ha attraversato» la nostra umanità, facendosi «prossimo» di ogni uomo, condividendone la stessa realtà; ma «ha attraversato» anche i cieli, cioè la sfera di Dio, a cui apparteneva per natura; e proprio per questi due «passaggi» egli può salvarci. Egli, infatti, per ricuperarci a Dio, si è fatto vicino a noi con l’incarnazione; e può ben salvarci, perché è lontano da noi, come Figlio di Dio. La funzione mediatrice è per eccellenza sacerdotale. Così egli diviene il nostro unico perfetto sacerdote. A lui l’umanità peccatrice si rivolge con la certezza di ritrovare non un «trono», un sovrano dominatore, ma un «trono di grazia», il Signore come Salvatore, nostro fratello, che ci ammette alla presenza del Padre, capaci di compiere anche noi il «suo servizio sacerdotale», di Cristo stesso.

PREGHIAMO.
Aderendo all’agire dello Spirito, per mezzo di Cristo che è: «1. Ringraziamento; 2. Pane; 3. Offerta; 4. Intercessione; 5. Lode»:
1. «Ti Ringraziamo», raccontando il tuo Amore, o Padre, in Cristo verso di noi (prefazio). Grazie, Padre, per il tuo Figlio: Gesù presente come servo e autore di riconciliazione con te. L’hai donato a noi, segno del tuo immenso e gratuito amore. A te egli perennemente si offre, e come nostro avvocato intercede per noi; sacrificato sulla croce, più non muore, ma, con i segni della passione, vive immortale. L’assemblea risponde all’invito del celebrante presidente (“Rendiamo grazie al Signore nostro Dio”) proclamando: “È cosa buona e giusta!”, con forte lode al Signore, che tutto crea e sostiene nell’amore (Sl 32/33,5: “Dell’amore del Signore è piena la terra!”). La sua è una parola efficace per la presenza dello spirito. Innalziamo la nostra «ovazione» a te, Signore, che governi tutte le cose con amore, ordine e misura.
2. «Siamo nutriti» di Cristo, che, preso il «pane» e rese grazie, si dona vero cibo e bevanda di salvezza (consacrazine, transustanziazione). Ora, Padre, manda lo Spirito, che perfeziona l’opera di Gesù nel mondo, compiendo ogni santificazione. Possiamo condividere sino in fondo il calice della tua volontà, perché “Ecco, il tuo occhio, Signore, è su chi ti teme, su chi spera nel tuo amore, per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame” (Sal 32/33,18s). Innalziamo un «canto nuovo» per rispondere alle tue meraviglie di trasformazioni, sempre nuove, o Dio.
3. «Diveniamo» luogo riservato a Gesù, che in noi continua a «donare» se stesso (offerta). In noi, Padre, si offre a te Gesù: ci fa trovare grazia davanti a te. Debolezza comunitaria, superiorità dei nemici, non sono l’ultima parola. Gli amici del Signore non fanno affidamento su una superiore potenza militare, simboleggiata nel cavallo: noi facciamo affidamento sul tuo amore infinito, o Padre; la vera salvezza viene da te. Tutti nell’assemblea ne siamo convinti e rispondiamo: solo nel Signore vi è salvezza; e siamo nella gioia, perché confidiamo in te, siamo luogo riservato a te. La tua Bontà incondizionata suscita in noi pieno affidamento a te: dono e risposta sono le relazioni della nuova alleanza.
4. «Intercediamo» per tutti in Cristo, che «intercede» per noi, e ci fa intercessori con lui per gli altri (intercessione). Tutti, Padre, accogli in Cristo: vivi, defunti, celebranti. A lui, nostro unico e perfetto sacerdote, l’umanità peccatrice si rivolge con la certezza di ritrovare non un «trono» di sovrano dominatore, ma un «trono di grazia». Gesù Salvatore, nostro fratello, ci ammette alla tua presenza, o Padre; e tu ci rimetti a lui, capaci di accoglierlo perché Egli continui in noi il «suo servizio sacerdotale»: di Cristo stesso, verso tutti.
5. «Glorifichiamo» pienamente il Padre, per Cristo, con Cristo, in Cristo nello Spirito Santo che ci fa santi (lode finale). A te, Padre, ogni onore e gloria: da tutta l’umanità, partecipe della morte e risurrezione del tuo Figlio. Il Presidente della celebrazione ha invitato l’assemblea alla lode fin dall’inizio, e ha proseguito, dicendo: “È veramente cosa buona e giusta lodarti e ringraziarti sempre, Dio onnipotente ed eterno”. Ora, concludendo la Preghiera Eucaristica, il popolo, « noi», facciamo una professione di fede e una preghiera tanto breve quanto intensa, acclamando: “Amen!”; un canto nuovo accompagnato da strumenti e vocalizzazioni; un’ovazione di tutta l’assemblea, per le tue parole e le tue opere, Signore Dio dell’universo: (Sal 32/33,4: “Retta è la parola del Signore e fedele ogni sua opera”).

O Padre, che in Gesù Cristo, venuto per servire e dare la vita per noi, salvi la moltitudine degli uomini; donaci la tua grazia: in te speriamo. Per Cristo nostro Signore. Amen.

CONTEMPLIAMO.
la storia del piano di Dio.
Nella chiesa il Padre convoca i credenti in Cristo, in cinque tappe (Lumen Gentium, 2; vedi: nota 3). Contempliamo oggi nei suoi cinque momenti, per esempio, Il Servizio:
prefigurata, sin dall’inizio, nella Creazione: servizio, d’aiuto reciproco fra persone umane (nota 4);
figurata, nella storia d’Israele, antica alleanza: servizio, del Servo di Dio che s’addossa l’iniquità, rende tutti giusti;
compiuta, in Cristo Gesù, negli ultimi tempi: servizio, di Cristo che conduce i discepoli al trono della grazia;
manifesta, nella chiesa, per lo Spirito effuso: servizio, dei fedeli: servi della Mensa e della Parola;
completa, alla fine, nella gloria della Trinità. servizio, del Figlio dell’uomo che pone a sedere e serve i suoi presso il Padre.

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NOTE
Nota 1.
La Parola di Dio, Proclamata in questa celebrazione, richiamata dall’antifona alla Comunione (cf T. Ordinario – Anno B – 29ª Domenica – 19/10/2003), e approfondita anche da altri testi eucologici, «attua ora» sacramentalmente in noi la redenzione, realizzata fin dall’evento pasquale della morte e risurrezione di Gesù il sette – nove Aprile del trenta d.C.
La Parola di Dio «attua ora sacramentalmente in noi la redenzione», perché lo stesso evento pasquale di duemila anni fa, con la sua efficacia, è in atto nella Parola «Proclamata» in quest’Eucaristia; la stessa «opera di Gesù» è in atto quindi in circostanze diverse: «storiche» di quel tempo in Israele, «sacramentali» (gesti e parole) ora nella sua Parola proclamata.
La Parola («Dâbhâr») è «Fatto e Parola» («Dâbhâr Javè» = «Fatto e Parola di Javè»); lo stesso «Fatto» storico della Pasqua di Gesù (che soffre, muore, trasmette lo Spirito, risorge) per opera dello Spirito Santo è presente in questa «Parola» proclamata nell’assemblea liturgica; anzi, «in previsione» della sua pasqua redentrice era già presente fin nel grembo di Maria.
Noi ora, come Maria, diciamo: “Sì”, con il cuore bendisposto nel celebrare. La redenzione, operata nei «misteri» (gesti e parole di Gesù nel rito), trasforma tutta la nostra vita. La Parola proclamata nella liturgia, cioè, lo stesso Gesù pasquale, ispira e attua i vari momenti della celebrazione e dell’esistenza in chi l’accoglie.
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Nota 2.
“I fedeli partecipino con frequenza alle messe, anche feriali, e, quando ciò non è possibile, siano invitati a leggere almeno i testi delle letture corrispondenti in famiglia o in privato”, vediPartecipazione e Celebrazione delle Feste Pasquali, Congreg. per il Culto, n.13; del 16.01.1988);
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Nota 3.
«I credenti in Cristo, (il Padre) li ha voluti chiamare a formare la santa Chiesa, la quale, già annunciata (“prefigurata”) in figure sino dal principio del mondo, mirabilmente “figurata” nella storia del popolo d’Israele e nell’antica Alleanza [1], stabilita (“compiuta”) infine «negli ultimi tempi», è stata manifestata (“manifesta”) dall’effusione dello Spirito e avrà glorioso compimento alla fine dei secoli (“completa”). Allora, infatti, come si legge nei santi Padri, tutti i giusti, a partire da Adamo, «dal giusto Abele fino all’ultimo eletto» [2], saranno riuniti presso il Padre nella Chiesa universale» (Lumen Gentium 2).
Cinque tappe della formazione della chiesa (da kalèô = chiamo; participio passato = èkklesa: ecclèsia, chiesa = chiamata): prefigurata, figurata, compiuta, manifesta, completa.
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Nota 4.
Verità della storia in rapporto al suo «Fattore».
Le cose vengono all’esistenza per la sua parola, ma prima esistevano nel pensiero di Dio (sal 32/33,11: “Il piano del Signore sussiste per sempre, i progetti del suo cuore per tutte le generazioni”), che con il suo sguardo amoroso le raggiunge in continuità: “Ecco, l’occhio del Signore è su quanti lo temono, su quanti sperano nel suo amore”. Dal suo trono in cielo il suo occhio si concentra progressivamente sui singoli fedeli e sul re, che “non si salva per il suo grande valore, né il guerriero è preservato dalla sua grande forza” (v. 16); allora s’incontrano il cuore di Dio e quello dell’uomo (v. 21: “Sì, in lui si rallegra il nostro cuore, noi confidiamo nel suo santo nome”).
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DezanB
XXIX domenica del Tempo Ordinario
Chi vuoI essere grande tra voi si farà vostro servitore
Is 53,23.10-11 – Sal 32/33 – Eb 4,14-16 – Mc 10,35-45
Tematica liturgica
Il tema del «servizio» potrebbe comportare diverse distorsioni ideologiche. Come comprendere, dunque, il tema del servizio all’interno del cristianesimo. La proposta ermeneutica di Gesù è inequivocabile: il servizio va donato imitando il Signore Gesù che «non è venuto per essere servito, ma per servire (diakonèsai) e dare la propria vita in riscatto per molti». Ciò implica sia l’imitazione di Cristo sia la condivisione con lui di tutto ciò che ha vissuto. Inoltre, il servizio va rivolto sia ai cristiani (<Dimensione letteraria
Testo biblico e testo biblico-liturgico sono identici, fatto salvo il solito incipit liturgico (<Il testo biblico-liturgico, invece, ha una lettura molto semplificata: il discepolo accoglie ogni sentimento di potere che nasce in lui, indirizzandolo verso il servizio, su imitazione del Maestro.
Esegesi biblico-Iiturgica
a. La domanda dei figli di Zebedeo e lo sdegno dei Dieci manifestano una sete nascosta di primeggiare. Non si tratta di un desiderio banale. Il testo biblico originale indica che in essi c’è il desiderio di essere alla destra e alla sinistra di Gesù nel giorno in cui il Maestro si manifesterà come giudice degli uomini. La risposta di Gesù non giudica il sentimento, ma lo accoglie come una forza, un’energia da indirizzare. Questo presupposto spiega l’atteggiamento di Gesù. Egli accoglie, non rimprovera moralisticamente, ma aiuta i suoi discepoli a orientare in forma positiva la forza che essi si trovano dentro.
b. «Bere il calice» nel mondo biblico significava essere soggetti a un destino doloroso (cf. Ger 51,7), addirittura essere destinati al martirio (letteratura intertestamentaria), essere considerati «empi» (cf. Sal 75,9). Applicando a sé tale espressione, Gesù sembra voler alludere alla sua passione dolorosa e al valore sostitutivo che essa assume (sostituisce gli empi nel castigo). L’altra espressione, «essere battezzati», prende senso dal significato e dall’uso del verbo «battezzare» che indica la totale immersione in qualche cosa. L’uso in ambito metaforico indica la situazione di affanno estremo e di morte. La risposta dei due discepoli indica la disponibilità alla condivisione della sorte del Maestro.
c. Il servizio nella Chiesa non può obbedire a nessuna moda culturale. Gesù stesso in modo semplice e chiaro esclude qualunque impostazione ideologica: «Fra voi però non è così». I modelli del servizio vengono offerti da due elementi: i vocaboli con cui il maestro illustra il servizio che deve fare il suo discepolo («chi vuoI essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuoI essere il primo tra voi sarà il servo di tutti») e la figura del Maestro stesso. I due vocaboli indicano in modo particolare, anche se non esclusivo, il servizio diaconaIe (servitore) ai membri della comunità e il servizio della Parola (servo) a tutti. La figura del Maestro, invece, si pone sulla linea del modo. Il discepolo attua ogni servizio con l’estrema generosità che gli è possibile. In alcuni casi tale generosità può portare al martirio.

Tra voi non è così
Un tentativo malriuscito di assicurarsi un posto di potere nel mondo nuovo che sta per cominciare, un modo scoperto per raggiungere disinvoltamente una posizione di vantaggio. Da che mondo è mondo ci sono stati «rampanti» disposti a dare la scalata alle poltrone più importanti. E da che mondo è mondo sono stati ripagati con lo sdegno e l’irritazione di chi li circonda. Gli apostoli non sembrano costituire un’eccezione.
Chi legge il Vangelo di quest’oggi non può fare a meno di percepire la solitudine di Gesù che va verso Gerusalemme, luogo di passione e di morte, e si trova a far fronte a richieste di questo genere. Non sembra proprio che l’abbiano capito.
Quello che domandano, del resto, fa uno strano effetto a chi sa come va a finire il racconto. Senza saperlo Giacomo e Giovanni stanno domandando di stare accanto a Gesù sulla croce, perché è proprio quello il luogo della gloria e della manifestazione … Senza saperlo, con un pizzico di presunzione, si dicono disposti ad affrontare quel grumo consistente di violenza che si rovescerà sul Maestro e anche su di loro. I fatti, lo sappiamo, sono andati ben diversamente!
Gesù tronca in modo netto con tutte queste aspirazioni a gradi e galloni e posti importanti: «Tra voi non è così».
Se nella società le cose vanno in questo modo, nella comunità cristiana sono ben altri i criteri di funzionamento. Il posto d’onore è quello del servo. Chi vuole primeggiare si mette al servizio di tutti. Chi vuole emergere cerca di assicurare le mansioni meno gradite e meno in vista.
Troppo duro? Troppo esigente? Ma non è questo, in fondo, quello che ha fatto Gesù? Egli non ha chiesto la vita dei suoi, ma ha offerto la sua. Non si è fatto servire (come faceva ogni maestro dell’epoca), ma si è messo al servizio di tutti …
Strano Maestro, strano Messia, strano Figlio di Dio … da cui dovrebbe venir fuori una strana società, quella della Chiesa. Non corrispondente all’immagine delle altre società. Non appesantita dai giochi del potere. Non funestata dalla corsa alle onorificenze.
Una fraternità contrassegnata dall’amore, dallo spirito di servizio, dalla generosità. Una fraternità resa limpida dalla disponibilità. Una fraternità che fa avvertire il profumo del vangelo.
Saremo in grado di ritrovare questo profumo? Saremo in grado di diffonderlo? Corriamo un rischio alto, quello di diventare sale senza sapore, lievito che non fa levare la massa della pasta. Perché, senza il vangelo, quale Chiesa possiamo diventare?

XXIX DOMENICA TEMPO ORDINARIO
Antifona d’ingresso
Io t’invoco, mio Dio: dammi risposta, rivolgi a me l’orecchio e ascolta la mia preghiera. Custodiscimi, o Signore, come la pupilla degli occhi, proteggimi all’ombra delle tue ali. (Sal 17,6.8)
Colletta
Dio Onnipotente ed eterno, crea in noi un cuore generoso e fedele, perché possiamo sempre servirti con lealtà e purezza di spirito. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Oppure:
Dio della pace e del perdono, tu ci hai dato in Cristo il sommo sacerdote che è entrato nel santuario dei cieli in forza dell’unico sacrificio di espiazione; concedi a tutti noi di trovare grazia davanti a te,
perché possiamo condividere fino in fondo il calice della tua volontà e partecipare pienamente alla morte redentrice del tuo Figlio. Egli è Dio, e vive e regna con te…
PRIMA LETTURA (Is 53,10-11)
Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione, vedrà una discendenza.
Dal libro del profeta Isaìa
Al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità. Parola di Dio
SALMO RESPONSORIALE (Sal 32)
Rit: Donaci, Signore, il tuo amore: in te speriamo.
Retta è la parola del Signore e fedele ogni sua opera. Egli ama la giustizia e il diritto; dell’amore del Signore è piena la terra. R/
Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore, per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame. R/
L’anima nostra attende il Signore: egli è nostro aiuto e nostro scudo. Su di noi sia il tuo amore, Signore, come da te noi speriamo. R/
SECONDA LETTURA (Eb 4,14-16)
Accostiamoci con piena fiducia al trono della grazia.
Dalla lettera agli Ebrei
Fratelli, poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede.
Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato.
Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno. Parola di Dio
Canto al Vangelo (Mc 10,45)
Alleluia, alleluia. Il Figlio dell’uomo è venuto per servire e dare la propria vita in riscatto per molti.
Alleluia.
VANGELO (Mc 10,35-45)
Il Figlio dell’uomo è venuto per dare la propria vita in riscatto per molti.
Dal Vangelo secondo Marco
In quel tempo, [si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: “Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo”. Egli disse loro: “Che cosa volete che io faccia per voi?”. Gli risposero: “Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”. Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: “Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato”.
Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora] Gesù li chiamò a sé e disse loro: “Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”. Parola del Signore.
Forma breve (Mc 10, 42-45):
Preghiera dei fedeli
Fratelli e sorelle, Gesù non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per tutti gli uomini. Preghiamo per aver la forza di seguire il suo esempio.
Preghiamo insieme e diciamo: Ascoltaci, o Signore.

1. Per coloro che nella Chiesa rivestono un incarico come membri del consiglio parrocchiale o catechisti e animatori, perché abbiano sempre presente l’esempio e le parole di Gesù, che ci stimola a vivere a servizio del nostro prossimo, preghiamo.
2. Per i cristiani che occupano un posto di potere, perché testimonino lo spirito di servizio e vivano il loro ruolo di autorità con uno stile evangelico, preghiamo.
3. Per coloro che cercano di essere primi, che lottano per avere un posto migliore nella società, perché Dio illumini il loro cuore e li allontani dal compiere soprusi e prepotenze nei confronti delle altre persone, preghiamo.
4. Per la nostra comunità cristiana, perché veda nei più poveri e nei più deboli Cristo umiliato, da amare e da servire nel volto dei fratelli, preghiamo.

Signore Gesù, tu che hai voluto essere il servo di tutti, e ancora oggi ti doni nell’Eucaristia per nutrire la nostra debolezza e trasformarla nella tua forza, rinnova i nostri cuori perché possiamo farci tutto a tutti e donare la nostra vita come hai fatto tu, che vivi e regni nei secoli dei secoli.
Preghiera sulle offerte
Donaci, o Padre, di accostarci degnamente al tuo altare, perché il mistero che ci unisce al tuo Figlio
sia per noi principio di vita nuova. Per Cristo nostro Signore.
Antifona di comunione
Gli occhi del Signore sono su quanti lo temono, su quanti sperano nella sua grazia, per salvare la loro vita dalla morte, per farli sopravvivere in tempo di fame. (Sal 32/33,18-19)
Oppure:
Il Figlio dell’uomo è venuto per dare la sua vita in riscatto per tutti gli uomini. (Mc 10,45) Preghiera dopo la comunione
O Signore, questa celebrazione eucaristica, che ci ha fatto pregustare le realtà del cielo, ci ottenga i tuoi benefici nella vita presente e ci confermi nella speranza dei beni futuri. Per Cristo nostro S.

Ob29 – Commento
Dom. us. Gesù esige distacco da ricchezze, oggi da potere. Come si può vivere felici? Come al solito, Gesù si presenta e si offre, lui stesso, sommo bene, “buono”, Dio; per lui si può vendere tutto, e averlo. Gesù stesso «Praeposito sibi gaudio sustinuit crucem» nei suoi tre significati fra cui scegliere secondo il contesto liturgico: in vista, al posto di, con (NdC).
Gesù reagisce vivamente di fronte alla minaccia che pesa ancora una volta sulla sua comunità a causa dell’ambizione sfrenata di avere i primi posti, di conquistare il potere. La sua lezione è molto severa, quasi solenne. Egli propone in compenso una nuova economia sociale: quella di una comunità senza potere la cui sola regola è servire, fino a offrire la propria vita per i fratelli, bevendo il calice fino all’ultima goccia. E per tutti i suoi membri, perché tutti sono fratelli. All’immagine del capo che comanda si oppone quella del capo che serve. Ed ecco che i capi avranno paradossalmente un solo compito: servire. Il suo prototipo è il Messia, diventato piuttosto il Figlio dell’uomo, schiavo di tutti gli schiavi, per il riscatto dei quali egli offre quello che possiede e quello che è: tutto. Perché egli applica una tecnica poco impiegata per guarire la società umana, l’omeopatia: la schiavitù di Gesù e la nostra guariranno giustamente tutta l’umanità dalla sua schiavitù endemica. Egli ha appena formulato il suo progetto di comunità, la sua carta “costituzionale”, alla quale tutti i partecipanti devono aderire: ognuno è servitore di tutti.

GnilkaMc ob29

31. Il loghion conclusivo introduce una sorpresa nel contesto della ricompensa del discepolo. Considerato a sé stante, esso annuncia il sovvertimento dei valori lO che si realizza col giudizio divino. Allora verranno alla luce i veri criteri. Il cambiamento di ruolo tra primi e ultimi può riferirsi a dominanti e dominati, a re e schiavi. L’espressione «molti primi» esclude inoltre un giudizio globale. Ci sono anche coloro che restano primi e coloro che restano ultimi. Visto il collegamento con i vv. 29 s., il cambio di ruolo che si deve attendere col giudizio va riferito
za che egli riceva il centuplo. Ma chi ha lasciato casa o sorelle ecc. tra persecuzioni, nell’eone che verrà riceverà vita eterna». – Secondo Clemente Alessandrino i vv. 29 s. dicono: «Chi a causa mia e del vangelo lascia la proprietà e genitori e fratelli e possedimenti, riceverà il centuplo». Il fatto che Clemente subito dopo si chieda perché in questo tempo ci sia bisogno di campi, possedimenti ecc., questo è già una parafrasi del testo che introduce una sua interpretazione. Per il testo di Clemente cfr. Wellhausen (il quale tuttavia considera questo testo il più antico); Taylor, pago 435.
9 L’idea sopravvive in Test. Gb. 4 e 44 ss. e in Pesiq 126b. Cfr. Berger, Gesetzesauslegung, pagg. 422-426; Billerbeck, I, 829.
IO Nel Vangelo di Tommaso la frase è riferita al vecchio e allattante e viene interpretata gnosticamente (loghion 4). La si può incontrare anche in POxy 654 n. 3 (in Aland, Synopsis, pago 343).

alla comunità. La promessa della ricompensa non può essere presa come un’affermazione scoperta. Non si può mai calcolare la ricompensa. Anche qui Dio si riserva la sua libertà. Perciò la frase si trasforma in ammonimento per i primi nella comunità a non voler porsi sopra gli altri e dominare su di loro.
Valutazione storica
Ci si può domandare se all’interno della scena stilizzata il 10ghion dei vv. 29 s. possa essere fatto risalire a Gesù. La sua forma base che abbiamo accertato è la seguente: E chiunque lascia il padre o la madre (sorelle o fratelli?) a causa mia riceverà per questo il centuplo Il. Sebbene nell’ambiente circostante si possa provare l’esistenza di loghia analoghi, a favore dell’autenticità depone il fatto che anche altrove nelle tradizioni si ripercuote l’esperienza della discordia familiare per i discepoli del Gesù terreno e per lo stesso Gesù. L’altra richiesta della sequela, che il detto contiene, può conciliarsi coll’immagine del Gesù terreno. A favore dell’ elevata antichità depone il fatto che il pensiero della salvezza appare completamente legato a Dio.
Sintesi
Marco usa la piccola pericope come continuazione dell’insegnamento diretto ai disçepolì. Dopo che nei vv. 23-27, nel contesto dell’ episodio del ricco, i discepoli erano stati istruiti circa le condizioni per entrare nel regno di Dio, adesso ci si sofferma in maniera ancora più concreta sulla situazione della loro sequela. Essi sono già entrati in questa sequela e devono acquistare consapevolezza che le rinunce fatte non sono per loro stessi, ma devono contribuire a creare una comunione nuova, una comunità come fratellanza (cfr. 3,33-35). In seguito potranno incontrare le persecuzioni alle quali saranno esposti. Il peggiore impedimento per l’esistenza e la crescita della comunità sarebbe il presu-
Il Taylor, pagg. 434 S., si sforza di provare l’autenticità delloghion nella sua forma presente in Marco.
mere che i membri della comunità che possiedono posizioni di guida o sono in condizioni migliori si considerino i primi e che gli altri si ritengano gli ultimi. Sebbene tutti debbano vivere facendo affidamento sulla grazia di Dio, tutti devono rispettare la libertà di Dio, la quale può creare un bilanciamento sorprendente proprio per coloro che si credono migliori.
Uso storico della pericope
L’attenzione principale dai commentatori fu rivolta alla ricompensa centupla promessa per questo tempo, ricompensa che spesso sembrò non scevra da problemi. I chiliasti ricorsero a questa promessa per sostenere la loro concezione di un millennio che precede l’eone futuro 12. Beda si oppone a quest’errore e afferma che la promessa non può essere intesa alla lettera, come può chiarissimamente mostrare una rifusione centupla nei confronti della donna abbandonata 13. Perciò di solito si mette in relazione la ricompensa terrena coi beni spirituali: dulciores sunt affectus spiritus quam naturae 14.
Accanto a questo sopravvive però il pensiero dell’allietante solidarietà nella grande comunità della chiesa. Mc 1O,30a viene nominato insieme ad At 4,32; 2 Cor 6, lO 15. Teofilatto ricorda che molte donne si sarebbero preoccupate del sostentamento degli apostoli 16. Nell’esegesi della riforma viene criticata la domanda di Pietro. Egli avrebbe richiesto la vittoria prima di fare il servizio militare. Calvino prende invece le sue difese, facendo notare che le persone semplici e povere si staccano dalla moglie e dai figli più difficilmente di quelle che sono spinte dall’ambizione 17. Secondo Barth 18 Pietro ha fallito allo stesso
12 Cfr. Taylor, pago 435. 13 PL 92, 233.
14 Erasmo, val 7, 236; cfr. Calvino, Il, pago 142; B. Hiiring, Das Cesetz Chrìstì, Freiburg 19595, pagg. 340 S., il quale intende la ricompensa terrena come inizio di una futura forma beatificante di vita.
15 Beda, PL 92, 234.
16 PC 123, 804.
17 II 140
18 D~gm;tìk, U/2, pagg. 698-700.
modo del ricco. Come quello se ne è andato triste, così Pietro fa capire di aver seguito con tristezza Gesù. Nella sua risposta Gesù si farebbe carico della debolezza del discepolo. Queste considerazioni mostrano in parte che alcune note storicizzanti e psicologizzanti trascurano le intenzioni del testo.
BIBLIOGRAFIA: Berger, Gesetzesauslegung I, 421-427; Satake, A., Das Leiden der Jiinger «um meinetwillen», ZNW 67 (1976) 4-19; Theissen, G., «Wir haben alles verlassen»: Me X 28, NT 19 (1977) 161-196; Fiirst, H., Verlust der Familie – Gewinn einer neuen Familie (Mk lO, 29 Parr.), Studia Historieo-Eeclesiastiea (FS L.G. Spatling), 1977 (BPAA 19); (ulteriore bibliografia sopra a p. 556).
Ob29
Il viaggio verso Gerusalemme.
Terzo annuncio della Passione (10,32-34)
32 Ed essi erano in viaggio verso Gerusalemme. E Gesù li precedeva ed essi provarono spavento. E coloro che venivano dietro ebbero paura. E di nuovo egli prese i Dodici e incominciò a parlare a loro su ciò che gli sarebbe capitato. 33 Vedete, noi saliamo a Gerusalemme. E il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi. Ed essi lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani 34 e lo scherniranno e gli sputeranno addosso e lo flagelleranno e uccideranno. E dopo tre giorni risorgerà.
Analisi
Per la terza volta, dopo 8,31 e 9,31, Marco inserisce nel corso degli avvenimenti un annuncio della passione. È quasi fuori dubbio che egli abbia creato l’introduzione (il v. 31 e il passo su Gerusalemme del v. 32). Sono preoccupazioni marciane il motivo del viaggio, l’orientamento verso Gerusalemme, il pensiero della sequela, la preferenza per i Dodici nel momento più significativo, la paura del discepoli. È marciano anche l’annuncio della passione oppure esso si basa su un annuncio precedente? A favore di quest’ultima ipotesi si sono indicati soprattutto il carattere antigiudaico e allo stesso tempo le prospettive giudaiche (consegna ai pagani) l. J. J eremias mise addirittura in rapporto il sommario della passione con un antico racconto della passione, poiché ambedue estenderebbero gli avvenimenti dalla cattura fino alla morte di Gesù 2. Per una valutazione del problema occorre partire dal fatto che il terzo annuncio della passio ha in comune molti elementi coi primi due: l’attributo di Figlio dell’uomo, l’uccisione, la risurrezione dopo tre giorni. Una formula preesistente parlava della consegna (nelle mani degli uomini) (cfr. il commento a 9,31). L’enumerazione dei dettagli della passione in 10,33 s. non concorda esattamente, nel succedersi degli eventi, col racconto marciano della passione, ma l’accordo della scelta dei termini è impressionante 3. Se, quindi, al confronto di 8,31, Marco nomina solamente i sommi sacerdoti e gli scribi, va fatto un paragone con quei passi della storia della passione nei quali non si fa cenno agli anziani 4. Si raccomanda pertanto l’ipotesi che lo stesso evangelista abbia formulato questo dettagliatissimo annuncio della passione 5 al quale egli deve avere attribuito un particolare significato. L’intento antigiudaico va attribuito a lui. Con la serie di avvenimenti che vanno dalla cattura alla morte di Gesù sono raccolti quegli avvenimenti della passione che si svolsero in pubblico. Non esiste quindi un rapporto storico-tradizionale con un’antica esposizione della passione.
l Todt, Menschensohn, pago 159. 2 Abendmahlsworte, pagg. 88 s.
3 katakrino in 14,64; empaizo in 15,20. 31; emptyo in 14,65; 15,19. Il passaggio da mastigoo a phraghelloo (15,15) invece non è rilevante.
4 In Il,18; 14,1; 15,3.10.31 sono nominati solamente i sommi sacerdoti e gli scribi. I sommi sacerdoti, gli anziani e gli scribi si trovano assieme in 8,31; Il,27; 14,43.53; 15,1.
5 Cosi ritengono anche Hahn, Hoheitstitel, pago 47; Strecker, ZThK 64 (1967) 31; J. Lambrecht, Die Redaktion der Markus-Apokalypse, 1967 (AnBib 28), pagg. 20-23. McKinnis* invece ritiene preesistente l’annuncio della passione e pensa che sia un inno a Cristo che avrebbe avuto la sua «collocazione storica» nella celebrazione dell’eucaristia.

Spiegazione
Non è senza un’intenzione che anche il terzo annuncio della passione (cfr. 8,27 ss.; 9,30 s.) viene posto sotto il motivo del viaggio. Come meta del viaggio – sia nell’osservazione introduttiva come pure in bocca a Gesù – viene indicata Gerusalemme, il luogo della sua passione. Gesù che precede, che per risoluzione propria tende a questa meta, e il gruppo che viene dietro di lui danno plasticità al pensiero della sequela e chiariscono che la sequela di Gesù è un viaggio verso la passione. È vero che il precedere del Maestro e il seguire dei discepoli è un fatto assai ricorrente nella letteratura rabbinica, ma esso acquista qui un suo specifico rilievo sotto l’aspetto dell’annuncio della passione 6. Lo stesso vale per il salire a Gerusalemme, che altrove è l’espressione correntemente riferita ai pellegrini che vanno alla capitale situata in alto, ma che in questo contesto è una formula che esprime l’orientamento del destino di Gesù e dei discepoli che lo seguono. Il fatto che Gesù chiami a sé i Dodici dal gruppo dei seguaci fa capire che il corteo comprende un considerevole numero di persone. Marco avrà incluso tra di esse anche un certo numero di donne (cfr. 15,41; 10,52) 7. I Dodici vengono nominati espressamente poiché la predizione del destino di morte e risurrezione del loro Maestro vale soprattutto per loro che sono i futuri portatori del messaggio di Gesù.
Le reazioni di stupore e paura (cfr. 9,32; 4,41; 10,24) contrassegnano, più che un atteggiamento psicologico, il quadro in cui è inserita la parola di Gesù, parola alla quale si addice il carattere di una rivelazione. Introdotti sinteticamente da un’espressione biblica (<6 Cfr. Billerbeck, I, 528; G. Kittel, ThWNT I, 213; A. Schulz, Nachfolgen und Nachahmen, 1962 (StANT 6), pagg. 28-31.
7 D tralascia «E coloro che venivano dietro ebbero paura». Con ciò viene soppressa l’idea di un seguito numeroso. È vero che questo non è indicato in termini netti, ma è chiaramente presupposto in 10,52 e Il,9. Con ciò viene già preparato l’ingresso in Gerusalemme.
8 Cfr. 1 Mac 4,26; Est 6,13; Lc 24,14.
Il passaggio dal passivo all’attivo merita attenzione. Dietro la consegna ai sommi sacerdoti e agli scribi, che sono per Marco le due importanti frazioni del Sinedrio, si nasconde l’azione di Dio (passivum divinum), il quale ha disposto il destino di morte di Gesù. Il fatto che essi lo consegnino ai pagani è comunque un atto del quale sono responsabili. La condotta colpevole degli uomini e la prescienza di Dio si intrecciano senza che la libertà di Dio e la libertà dell’uomo si sopprimano a vicenda. È una tendenza antigiudaica il fatto che all’autorità giudaica vengano attribuite la vera iniziativa e la vera colpa rispetto ai pagani (= romani) 9. Quest’autorità pronuncerà anche il giudizio di morte lO. Il problema storico cui qui si accenna può essere trattato solamente nella storia della passione (14,64). Le singole umilianti stazioni della via crucis terminano nell’uccisione violenta. Ancora una volta, in contrasto col racconto della passione, non si fa cenno al tipo particolare di questa morte, la crocifissione Il. L’annuncio della morte manca di ogni legame con la Scrittura. Concorda in ciò con 9,31. Lo sputare addosso non è un’allusione a Is 50,6, ma un supplizio legato alla crocifissione 12. Ma al di là della morte vi è la risurrezione dopo tre giorni 13.
Sintesi
Marco ha attribuito una particolare importanza a questo terzo annuncio della passione. Egli ne ha scorto il significato cristologico nel fatto che Gesù si pone liberamente sulla strada della morte verso Gerusalemme. Egli prevede la sua fine fino nei dettagli e tuttavia non si lascia distogliere dalla sua decisione. Egli accetta ubbidiente la consegna alla morte disposta dal padre.
9 Mt 20,19 esprime in modo ancora più chiaro questo pensiero: eis to.
lO L’insolito dativo del katakrinousin auton thanato è forse un latinismo: capite damnare. Cfr. Bl. – Debr. § 195,2. Sarebbe da attendersi il genitivo. Cfr. la lezione in D*.
11 Cfr. Mt. 20,19.
12 Cfr. Seneca, Dial. XII 13,7: «Aristide fu dagli ateniesi condotto alla crocifissione … come uno al quale si sputa in faccia».
13 Il testo della koine e e sostituiscono con lo stereotipo «il terzo giorno».
AI tempo stesso questo preciso annuncio è importantissimo anche per i discepoli. Siccome si sono già avvicinati a Gerusalemme, devono sapere ciò che qui attende Gesù e loro stessi per potersi decidere. Essi seguono il loro Maestro nel viaggio, ma non sono ancora in grado di porsi in una sequela consapevole. La grande ora della rivelazione li attende. Sono chiamati al senso di responsabilità soprattutto i Dodici, i quali devono stare con lui (3,14).
BIBLIOGRAFIA: Vedi la bibliografia citata, sopra a p. 455. McKinnis R., An Analysis of Mark X 32-34, NT 18 (1976) 81-100.

Ob29
Disputa nel gruppo dei discepoli per i primi posti (10,35-45)
35 E Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, si avvicinano a lui e gli dicono: Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia ciò che ti chiediamo. 36 Ma egli disse loro: Che cosa volete che vi faccia? 37 Ed essi gli dissero: Dacci che uno di noi sieda alla tua destra e l’altro alla sinistra nella tua gloria! 38 E Gesù disse loro: Voi non sapete che cosa chiedete. Potete voi bere il calice che io bevo, o essere battezzati col battesimo con cui io sono battezzatO?39 Ed essi gli dissero: Lo possiamo. E Gesù disse loro: Voi berrete il calice che io bevo e sarete battezzati col battesimo con cui io sono battezzato. 40 Ma concedere di sedere alla mia destra o sinistra non è affare mio, ma è per quelli ai quali è stato preparato. 41 E quando i dieci udirono ciò, incominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. 42 E Gesù li chiamò a sé e dice loro: Voi sapete che coloro che sembrano governare i popoli, li opprimono e i loro grandi usano la violenza contro di loro. 43 Ma non è così tra voi. Ma chi tra voi vuole diventare il più grande, diventi vostro servo. 44 E chi tra voi vuole essere il primo, diventi lo schiavo di tutti. 45 Infatti anche il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita come riscatto per molti.
Spiegazione
La pericope si divide in due parti: il dialogo coi figli di Zebedeo (vv. 35-40) e un successivo ammaestramento dei Dodici (vv. 41-45). L’orientamento ai Dodici collega in maniera abbastanza forte la pericope al precedente annuncio della passione, ma fa già pensare a un intervento redazionale. n dialogo e l’ammaestramento dei discepoli erano collegati già prima di Marco. n fatto non si può provare in questo caso, ma si rende consigliabile per l’analoga situazione in 10,1-2 e 17-27. L’intervento di Marco si concentra sul passo di cucitura dei vv. 41 s. n v. 41 è completamente marciano l a causa della preferenza dei Dodici (= i dieci più Giacomo e Giovanni). Nel v. 42 occorre fare risalire all’evangelista la frase «ed egli li chiamò a sé», frase che è caratterizzata da un accento di comando, per cui prima di Marco il passaggio potrebbe essere stato il seguente: E Gesù dice loro (oppure: ai suoi discepoli).
Più difficile è definire la storia della tradizione preesistente. Guardiamo anzitutto al dialogo con gli Zebedei. Quasi tutti i commentatori constatano che i due fratelli ricevono da Gesù due risposte alla loro domanda. La prima fa riferimento al calice e al battesimo e pare prospettare loro, a una determinata condizione, il compimento del loro desiderio (vv. 38 o 38 s.); nella seconda invece Gesù dice loro che solamente Qio è in grado di soddisfare la loro richiesta (v. 40). Bultmann pensa a una più antica redazione della pericope e vorrebbe cancellare i vv. 38 s. come un successivo vaticinium ex eventu 2. Analogo il giudizio di Braumann, il quale però considera i vv. 38 s. una tradizione autonoma, che in un secondo momento sarebbe stata collegata all’apoftegma dei vv. 35-37.40. Questa concezione si può lasciare, perché i vv. 38 s. non sono autonomi come unità isolata e non rendono un senso giusto 3. Ma il v. 40, considerato come
l erxanto coll’infinito è di stile marciano. 2 Geschichte, pago 23.
3L’interpretazione di Braumann* riferita ai sacramenti dell’eucaristia e del battesimo non convince. Dibelius, Formgeschichte, pago 57, cancella i vV. 38-40, fa quindi seguire il v. 41 al v. 37. Ciò non va perché nel V. 41 ss. viene trattato un tema diverso (gerarchia nella comunità) da quello dei vv. 35-37 (gerarchia rplpdpì
risposta alla domanda introdotta nei vv. 35-37, non soddisfa affatto. Questa risposta, che sposta alle calende greche la richiesta dei fratelli, sarebbe bastata per far proseguire il racconto? Si aggiunga un secondo fatto. Dal v. 37 al v. 40 il racconto ha un cambiamento nell’uso dèl termine greco per dire «a sinistra» (ex aristeron, ex euonymon, letteralmente: il lato di buon auspicio, un eufemismo che sorvola la credenza popolare che il lato sinistro significa disgrazia 4). Si potrà prendere il cambiamento come indizio dell’esistenza di un secondo narratore. A mio giudizio la storia più antica comprendeva i vv. 35-38, un apoftegma biografico che in un secondo momento, in considerazione di un’esperienza storica, il martirio degli Zebedei, fu ampliato nei vv. 39 s., forse per opera del medesimo redattore, il quale introdusse anche l’insegnamento diretto ai discepoli. Se quest’ipotesi è giusta, si potrebbe pensare che una volta la domanda non fosse posta da discepoli bene’ identificati e che essa sia stata collegata a Giacomo e Giovanni solamente insieme alla sopra accennata esperienza storica.
L’ammaestramento dei discepoli comprende il duplice detto, strutturato in modo parallelo, del più grande e del primo (cfr. 9,35) con l’inserimento di un ironico confronto coi governanti e grandi di questo mondo~ e con un loghion assai discusso sul Figlio dell’uomo. Il confronto con la tradizione parallela di Lc 22,24-27 insegna che almeno Mc 10,42-44 va considerato come un’unità preesistente, alla quale però apparterrebbe anche un detto conclusivo in cui Gesù fa riferimento a se stesso. Siccome non si può derivare Lc 22 da Mc lO né viceversa, l’ipotesi migliore è quella di ritenere che i due passi siano strutturazioni di una tradizione preesistente. In Luca questa compare in una forma ellenizzante 5. Se si contrappone Mc 10,45 a Lc 22,27, il titolo di Figlio dell’uomo, la sintesi della sua opera coll’ «è venu·· to» e l’offerta della vita come riscatto per molti risultano essere mutamenti sorprendentissimi per Marco. Sebbene questi tre mutamenti possono essere stati introdotti contemporaneamente, non si riesce a ricavare nessun loghion del Figlio dell’uomo. Sol-
4 In fondo anche aristeros è già preso come un eufemismo, ma non era chiaramente più sentito come tale.
5 Cfr. H. Schiirmann, Jesu Abschiedsrede Lk 22,21-38, 1957 (NTA 20/5), pagg. 63-99.
tanto in questo passo il titolo di Figlio dell’uomo e la morte salvifica si trovano collegati. Tuttavia il v. 45c – dare la sua vita come riscatto per molti – è un frammento autonomo di tradizione. Lo conferma 1 Tm 2,6 (<Dal punto di vista strutturale, la pericope è caratterizzata nelle sue due parti – colloquio con gli Zebedei e insegnamento diretto ai discepoli – da ripetizioni o parallelismi. Nella prima parte abbiamo la corrispondenza tra richiesta e controdomanda nei vv. 35 s., le ripetizioni del bere e essere battezzato nei vv. 38 s., del sedere alla destra e alla sinistra nei vv. 37 e 40. Nella seconda parte sono parallelismi sintetici sia il v. 42 come pure i vv. 43 s. Per sottolineare il legame delle due parti occorre notare che il «noi vogliamo» della richiesta del v. 35 viene ripreso dal doppio «chi vuole essere o diventare» nell’ammaestramento dei vv. 43 s., arrivando così alla vera risposta. Esiste una corrispondenza anche tra il «voi non sapete» del v. 38 e il «voi <;apete» del v. 42. La prima parte si presenta assai vivace per
6 Cfr. dounai ten psychen autou/dous heauton; hyper pollon, hyper pantano 7 Kertelge*, pago 234, torna recentemente a proporre la comunità ellenisticogiudeo-cristiana come luogo d’origine dell’interpretazione. Thyen, Siindenvergebung, pagg. 154-163, ritiene che tutto il V. 45 sia un loghion tramandato isolatamente, coll’aiuto del quale alcuni ellenisti avrebbero polemizzato contro una messianologia della comunità primitiva la quale avrebbe atteso la salvezza fuori della storia, da parte dell’apocalittico Figlio dell’uomo. Roloff*, pago 59, pensa che il v. 45c potrebbe essere un’abbreviazione stereotipata della frase eucaristica del pane e del vino. A favore dell’origine nell’ambito palestinese si pronunciano Jeremias*; Lohse*, pago 118 s.; Hahn, Hoheitstitel, pagg. 57-59.
il continuo passaggio dall’affermazione alla replica, mentre la seconda è un monologo di Gesù. Ambedue le parti rivelano la loro diversa origine per il fatto che nella prima le frasi sono collegate da de, nella seconda da kai 8. Suddividiamo la prima parte in domanda (vv. 35-37) e risposta (vv. 38-40).
Spiegazione
35-37. Si presentano i due figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni (cfr. 1,19 s.; 3,17), per rivolgere a Gesù una richiesta personale. Questa viene preparata gradualmente. La sua prima formulazione generica fa concludere solamente che i due fratelli si aspettano molto da Gesù (per la formulazione cfr. 6,22). Come in 9,33 ss. per la disputa su chi fosse il più grande, Marco ha scelto come momento di collegamento un annuncio della passione. L’intento è evidente: la non comprensione dei discepoli aumenta quanto più si avvicina Gerusalemme, il luogo della rivelazione. La vicinanza di Gerusalemme costituisce lo sfondo per la richiesta avanzata di poter sedere nella sua gloria alla destra e sinistra di Gesù – si può aggiungere: sui troni. A che cosa mira l’ambizione dei discepoli? Secondo 8,38; 13,26 nella sua parusia il Figlio dell’uomo si rivelerà nella gloria per il giudizio. Solamente questo può essere stato l’oggetto della richiesta, non l’istituzione di un regno messianico in Israele 9. Se con questo si è indicata la prospettiva postpasquale, per l’evangelista ciò che di riprovevole c’è nella richiesta sta nel fatto che essa vorrebbe saltare e non considerare la rivelazione a Gerusalemme, alla quale Gesù si avvicina coi suoi discepoli, cioè la croce. È estremamente vaga l’ipotesi che dietro questa richiesta, avanzata proprio dai figli di Zebedeo, si celi una pretesa di egemonia dei vescovi di Gerusalemme, inserita nel vangelo. Inol-
8 Per ciò che riguarda l’aspetto della storia della tradizione bisogna ricordare che un redattore si adatta alla struttura del modello preesistente.
9 Contro Lohmeyer, il quale però si richiama al par. Mt 20,21. Tuttavia !’en tè basileia sou non è originario come non lo è neppure l’introduzione della madre come interceditrice. – I posti a destra e a sinistra sono i posti d’onore. Il secondo in grandezza siede alla destra, il terzo alla sinistra, cfr. Billerbeck I, 835 s.
tre la tradizione successiva non collega questa sede vescovile con la coppia dei fratelli Giacomo e Giovanni IO. Resta tuttavia il problema di vedere se si tratti dei discepoli preferiti Il.
38-40. Gesù rimprovera agli ambiziosi fratelli di non comprendere affatto la portata della loro richiesta 12. La sua realizzazione presuppone che essi bevano lo stesso calice che lui beve e siano battezzati con lo stesso battesimo con cui lui è battezzato. Questa doppia immagine possiede analogie nell’ambito ebraico solamente per la sua prima parte. Siccome però calice e battesimo devono designare la stessa cosa, è consigliabile partire dal primo. Nell’ Antico Testamento, il calice che Dio porge al singolo, al popolo o ai popoli e che questi devono vuotare, è immagine del destino, in senso buono e cattivo. Qui può trattarsi soltanto di quello cattivo. Il calice, che è detto anche calice della sua rabbia (Is 51,17), ripieno di vino d’ira (Is 25,15), significa sventura e infelicità e descrive contemporaneamente il giudizio divino che cala sui malfattori: «Sì, nella mano del Signore è un calice; esso porge vino aspro che fermenta. Tutti i malfattori della terra lo devono bere, devono sorbirlo con la feccia» (Sal 75,9; cfr. Ger. 51,7; 49,12; Lam 4,21; Ez 23,31 s.; Ab 2,16). In seguito l’immagine viène usata per indicare la passione e la morte del martire: Secondo Mart. Is. 5,13 Isaia dice del suo martirio: «Infatti solamente a me Dio ha preparato il calice». Similmente Policarpo dice: «lo ti lodo perché tu mi hai reso degno di questo giorno e di quest’ora, di entrare nel numero dei martiri a prendere parte al calice di Cristo ecc.» (Mart. Poi. 14,2) 13. Perciò, coll’immagine del calice Gesù non allude solamente alla sua passione e alla sua morte, ma interpreta queste come giudizio divino che egli si assume, per i malfattori. Anche il battesimo va inteso in senso metaforico 14. La metafora si ba-
lO Questa tesi è recentemente sostenuta di nuovo da Tyson *. L’elenco dei vescovi di Gerusalemme, tramandata da Eusebio, H/st. ecc/. IV, 5,3 riporta 15 nomi e mette al primo posto il fratello del Signore, Giacomo.
Il Cfr. Schlatter, pago 199.
12 Per ouk o/date cfr. 4,13; 9,6; 14,40.
13 In Ireneo compare poi per la prima volta l’immagine di un battesimo di sangue. Cfr. Lohmeyer, pago 222, nota 5.
14 Cfr. Schweizer; O. Cullmann, Die Tauflehre des NT, 1948 (A ThANT 12),
sa su quelle affermazioni veterotestamentarie che paragonano sofferenza, persecuzione e avversità a un’inondazione nella quale l’uomo minaccia di inabissarsi: «Mi circondavano i flutti della morte, mi atterrivano i torrenti della rovina» (2 Sam 22,5; cfr. Sal. 42,8; 69,2 s.; Is 43,2; l QH 3, 13-18) 15. In che modo i discepoli partecipano a questo calice e a questo battesimo? Avviene per mezzo dei sacramenti dell’ eucaristia e del battesimo, ai quali si richiamerebbe allora la doppia immagine 16? Quest’esegesi influenzata da Rm 6,1 ss. non tiene presente che in Marco il battesimo sta direttamente per la morte e la passione, mentre Paolo parte dal sacramento del battesimo e lo interpreta soteriologicamente allacciandosi alla morte di Gesù. I discepoli assumono calice e battesimo se sono pronti a sopportare nella sequela tribolazione e morte. Ha trovato così risposta la questione per cui ci si domandava se si trattasse di discepoli preferiti. La preferenza si regola su criteri totalmente diversi da quelli immaginati dai due discepoli, cioè sul criterio della passione. Alla domanda posta quasi nel vuoto (v. 38) segue la risposta nella quale agli Zebedei viene annunciata la partecipazione al calice e al battesimo, dopo che questi hanno confermato di esserne capaci con un tono non privo di autocompiacimento. Questa concretizzazione si capisce benissimo se si sa che i due fratelli nel frattempo hanno subito il martirio. Non è presupposto che. sia stato un martirio contemporaneo. La questione storica del martirio di Giovanni – quello di Giacomo è testimoniato in At 12,2 – trova risposta assai ardua nelle tradizioni successive, ma una soluzione nel senso accennato è più accessibile oggi, dopo che si è affermata l’ipotesi che «il discepolo che Gesù amava» del quarto vangelo non era il figlio di Zebedeo (cfr. Gv 21,22 s.) 17.
pagg. 13 ss. Cfr. W.G. Kiimmel, Verheissung und Erfullung, 19563 (AThANT 6), pago 62, nota 166.
15 L’obiezione che baptisma è una parola creata dal cristianesimo, la quale sarebbe sempre stata usata in senso tecnico, è stata confutata da Delling* , pagg. 97-99, il quale ha richiamato l’attenzione su analoghi legami lessicali nel greco della koine. Cfr. anche Lc 12,50; 1s 21,4 (LXX): kai he anomia me baptizei. 16 Per l’interpretazione sacramentale cfr. Feuillet*, Lohmeyer. Braumann* pensa che i vv. 38 s., da considerarsi isolatamente, riflettano una disputa presente nella comunità, disputa che riguarda la legittimità del battesimo cristiano e la celebrazione eucaristica sub una specie, senza cioè il calice eucaristico.
La frase conclusiva afferma che il discepolo non deve essere dominato dall’aspettativa di una ricompensa particolare, ma dalla disponibilità alla sequela della croce. I posti d’onore appartengono a coloro per i quali essi sono stati – da Dio preparati 18.
41-44. Oltre la risposta di Gesù, ci viene riferita una reazione dei discepoli, più precisamente dei dieci, alla ‘richiesta dei figli di Zebedeo. Con ciò si è indicato che il tutto si è svolto nel gruppo dei Dodici (cfr. 10,32). La reazione viene descritta con una parola greca, che sottolinea l’indignazione che si manifesta in parole e azioni 19. Essa diventa l’occasione per un ammaestramento particolare dei dodici che Gesù chiama autorevolmente a sé. Il comportamento dei sovrani e dei grandi di questo mondo serve da paragone. Questo non avviene senza ironia, se si dice che essi sembrano governare i popoli. Chi scruta le cose sa che Dio è il vero sovrano. I grandi di questa terra abusano del loro potere e lo rivolgono anche contro i loro sudditi 20. I destinatari di Marco hanno sperimentato il dispotismo di Nerone. Per la comunità dei discepoli vale un’altra legge. Rispetto
17 Cfr. R. Schnackenburg, Das JohalJnesevange/ium, III, 1975 (HThK), pagg. 449-463. Sul destino di Giovanni figlio di Zebedeo sorsero tradizioni divergenti. Per una di esse egli sarebbe morto di morte naturale in età avanzata. Secondo Tertulliano, De praescr. haer. 36, sarebbe stato immerso in olio bollente, ma non ne avrebbe avuto danno e sarebbe stato esiliato su un’isola. Alcune notizie hanno conservato il ricordo di un martirio di Giovanni di Zebedeo: Filippo di Side nel sec. V richiamandosi a Papia, Giorgio Hamartolos nel sec. IX, il Martirologio siriano del 411 (per il 27 dicembre). Il Calendario di Cartagine del 505 nomina insieme per il 27 dicembre Giovanni Battista e l’apostolo Giacomo. Si tratta di uno scambio tra il Battista e il figlio di Zebedeo? Cfr. Haenchen, Weg, pagg. 365 s.; Taylor, pago 442. Secondo Pesch, Il, pago 159, il martirio di uno dei due figli di Zebedeo basterebbe per il discorso dei vV. 39 S. 18 Il par. Mt 20,23 completa: hypo tou patros mou. Ancora più duro sarebbe il rifiuto se fosse giusta la lezione «per altri è stato preparato» (allois al posto di all’hois): 225 it si. «Preparare» (hetoimazo) è il termine corrente per designare l’azione di Dio che precede nel tempo. Per esempio, già secondo Es 23,20 (LXX), egli ha preparato la terra per Israele. Soprattutto, secondo la letteratura apocalittica, egli prepara la salvezza del mondo futuro, la quale può essere descritta in vario modo: En. et. 25,7; Mt 25,34.41; Lc 2,31; Eb 11,16.
19 Cfr. Passow S.V. aganakteo. Cfr. Mc 14,4; 10,14.
20 In l Pt 5,3 il verbo katakyrieuo è usato nell’esortazione ai presbiteri. Cfr. Sal 10,5.10 (LXX).
al dialogo con gli Zebedei l’orizzonte della questione si è spostato. Non sono più in discussione posizioni di privilegio nel mondo celeste, ma l’ordinamento nella comunità. Chi in essa mira a posizioni di rango e di presidenza, deve compiere il suo servizio come un servo e uno schiavo, farsi guidare non dall’ambizione ma dalla disponibilità a servire.
Si dovrà tenere presente che nella comunità si facevano sentire le tensioni sociali tra liberi e schiavi. Come in 9,35, nella seconda parte del duplice detto il servizio è riferito a tutti 21. Il termine diakonos non designa ancora un ufficio, ma pone l’accento sui servizi della direzione, dell’ annuncio, della cura per i poveri, ma anche sul servizio a mensa nelle assemblee comunitarie (cfr. l Cor 16,15; 2 Cor 4,5; Rm 15,25; 16,1; Col 1,7.25)22.
45. A giustificazione del comportamento richiesto sono citati il servizio e la morte del Figlio dell’uomo. Con questi due dati – come anche nelle altre frasi coll”’è venuto” – viene sintetizzata tutta la vita di Gesù sotto un aspetto determinato. Se il rifiuto di farsi servire e il servizio sono ancora imita bili, la sua morte possiede un significato soteriologico unico nel suo genere, ma essa comporta un dovere anche per il discepolo. Malgrado la fusione dell’aspetto parenetico e di quello soteriologico, l’affermazione cristologica è unitaria, in quanto l’offerta della vita prosegue il servizio della vita e promana da esso. La frase non è comprensibile senza lo sfondo di Is 53,10-12. Sebbene non venga citato il testo di Isaia né venga applicato globalmente a Gesù il destino del servo di Dio, l’idea della morte espiatrice per molti viene derivata, in forma libera, da quel passo. Rispetto a Is 53, dove la sofferenza espiatrice del servo è stata presentata come un’azione di Dio (e anche rispetto a 2 Mac 7,37 s.; 4 Mac 6,28 s.; 17,20-22), il detto del Figlio dell’uomo sottolinea la libera offerta della vita. Nella grecità e nei Settanta il termine lyIran designa il riscatto della vita di una persona che è divenuta schiava per i debiti, riscatto che viene pagato come garanzia per liberare uno schiavo o un prigioniero di guerra 23. Con la sua
21 Cfr. quanto è stato detto sopra in commento a 9,35.
22 Secondo Qid 32b Rabbi Gamaliel II serve a mensa. Egli motiva questo suo gesto coll’esempio di Abramo di Gn 18,8.
23 Cfr. F. Biichsel, ThWNT IV, 341. Iytron non è equivalente a asm.
vita il Figlio dell’uomo paga a favore e al posto dei molti che sono preda della rovina ed egli diviene così loro salvatore. Non dovrebbe essere in discussione un eventuale riferimento alla liberazione dal debito del peccato 24. Non si dice a chi viene pagato il riscatto, così la libera volontà del morire è in pieno risalto. È incerto quando si svolga la liberazione salvifica dei molti, se nel giudizio escatologico oppure già nel presente 25. Occorrerà tenere presente tutt’e due i momenti. Ciò del resto trova corrispondenza nella storia successiva di ls 53 e nell’uso che è stato fatto di quel passo. L’espressione indeterminata «i molti» comprende una generalità che come negli scritti di Qumran designa una comunità delimitata, il nuovo popolo di Dio, la comunità, ma che può essere interpretata anche in senso universale e essere estesa al mondo delle genti. L’orientamento universale è consigliabile per la dipendenza da ls 53. Esso viene suffragato da 1 Tm 2,6 (hyper panton).
Valutazione storica e sintesi
Per una ricostruzione storica bisognerebbe partire da Lc 12,50, non dal colloquio coi figli di Zebedeo 26. Questo descrive una tipica disputa tra i discepoli che – come abbiamo supposto fu concretizzata in un momento successivo. L’interpretazione soteriologica della morte di Gesù rimanda alla tradizione della cena. Perciò in quella sede occorrerà ritornare sulla problematica storica. – Con questa pericope Marco termina una sezio-
24 Per Thyen, Sundenvergebung, pagg. 159-163, la morte di Gesù viene interpretata come il sacrificio che ripristina il vero rapporto di alleanza .•
25 In Sap 5,1 ss. Is 53 – tralasciando però l’idea dell’espiazione – viene messo in relazione col giudizio escatologico. In 4 Mac. 6,28 s.; 17,20-22 dove potrebbe pure aver un’influenza il testo di Is 53,4 s. 12, si pensa a una riconciliazione del popolo nel presente, la quale viene prodotta dalla morte espiatrice dei martiri. 26 leremias, Theologie, I, pago 233, allacciando si a C.H. Dodd, e a T.W. Manson, suppone che Gesù abbia atteso una passione collettiva dei discepoli che sarebbe incominciata con la sua passione. Cfr. Kiimmel (nota 14). Per il problema storico di Lc 12,49 s. cfr. A. V6gtle, «Todesankiindigungen und Todesverstandnis lesu» in K. Kertlege (a cura di), Der Tod Jesu ~ Deutungen im NT, 1976 (QD 74), pagg. 51-113, qui pagg. 80-88.
ne del vangelo che è caratterizzata dai tre annunci della passione (8,31; 9,31; 10,33 s.). Essi segnano il cammino di Gesù verso Gerusalemme. La prospettiva della morte espiatrice per i molti costituisce un’ efficace conclusione. Il corteo di Gesù e dei suoi discepoli si avvicina alla città. Ma i Dodici si perdono in dispute ambiziose. L’evangelista ha ulteriormente accentuato quest’aspetto. Nella fusione del colloquio con gli Zebedei e dell’insegnamento diretto ai discepoli, fusione che peraltro esisteva già prima di Marco, l’esortazione dei vv. 43-45 diviene la risposta ultima alla stolta pretesa dei due fratelli. I membri della comunità e coloro che in essa sono i primi devono lasciarsi influenzare dal servizio e dal dono della vita del Figlio dell’uomo. Nell’ora della rivelazione altri riceveranno il posto alla destra e alla sinistra del Figlio dell’uomo. La rivelazione avviene diversamente da quanto ci si aspetta. Saranno due malfattori a incorniciare con le loro croci la croce di Gesù. Certo 15,27 non è una risposta diretta all’oscura notizia di 10,40. Ma nel contesto generale del vangelo c’è un ponte.

LA RACCOLTA PREMARCIANA
In questa parte del vangelo abbiamo conosciuto tre pericopi nelle quali un racconto autonomo è stato proseguito e ampliato mediante un insegnamento diretto ai discepoli: l’istruzione sul matrimonio, la storia dell’uomo ricco e la richiesta dei figli di Zebedeo (10,1-12.17-27. 35-45). Sorge il problema di vedere se Marco abbia trovato già riunite in una piccola raccolta queste tre pericopi 27. Diverse considerazioni possono deporre a favore di questa possibilità. Prima di tutto il constatare che l’interpretazione della tradizione, che avviene nell’ammaestramento dei discepoli, è diretta a concreti problemi della comunità: l’indissolubilità del matrimonio, il rapporto con la proprietà e la ricchezza, la gerarchia nella comunità. Marco non affronta problemi concreti della comunità in questa forma diretta. A ciò si aggiungono considerazioni formali 28. Se l’ipotesi della raccolta premarciana è vera,
27 Cfr. Kuhn, Sammlungen, pagg. 36-38. 168-191.
28 Meritano di essere accennate le seguenti considerazioni: nelle peri copi domina il dialogo. L’insegnamento diretto ai discepoli risale ogni volta alla traditale raccolta mostra che si era prodotto un compendio di regole pratiche su questioni che differenziavano i cristiani. Infatti sui problemi sopra accennati la comunità batte strade proprie. Marco scompone la raccolta e la ordina ai suoi obiettivi, prima di tutto all’idea della sequela di Gesù nel viaggio che conduce a Gerusalemme.
Uso storico della pericope
Il fulcro del colloquio con gli Zebedei rimase l’annuncio di Gesù che essi devono bere il suo calice ed essere battezzati col suo battesimo. Gli interpreti seguirono due strade. Gli uni vedono indicati il martirio o la passione a causa di Cristo. Ciò viene sfruttato pareneticamente in considerazione dei posti d’onore. Chi vuole essere glorificato, deve umiliarsi. La corona spetta al martire 29. Il problema storico di un martirio di Giovanni difficilmente viene preso in esame, tanto più che parlando di martirio non si include necessariamente accanto alla sofferenza anche la morte. L’altra interpretazione non spiega il passo in senso martirologico, ma si fonda su una partecipazione alla passione di Cristo che è aperta a tutti. La partecipazione si ottiene mediante i sacramenti dell’eucaristia e del battesimo. Stranamente quest’interpretazione del testo appare dapprima in un documento gnostico (cristiano?), dove per di più essa fu riscritta secondo la mentalità gnostica 30. L’interpretazione sopravvive ancora in Calvino, anche se in forma non sacramentale: i discepoli dovevano assomigliare all’immagine del Maestro. Ciò non avviene solamente mediante la violenza e la morte cruenta. Durante la loro vita i credenti sono come pecore condotte al macello 31. Influenzato chiaramente da Paolo, Barth interpreta i vv. 38 s. riferendo li alla partecipazione alla morte di Gesù che viene assicurata ai discepoli se essi, spiritualmente, muoio-
zione. È avvertibile un influsso ellenistico-giudeo-cristiano. La raccolta va collocata in quest’ambito. – Grundmann, pago 20S, unisce le pericopi della benedizione dei bambini e dell’uomo ricco in una piccola raccolta, nella quale è stato determinante il punto di vista: In che modo si entra nel regno di Dio?
29 Cfr. Beda, PL 92, 235; Teofilatto, PG 123, 608.
30 Cfr. la cosiddetta Predica dei Naasseni 19, dove Mc 1O,3S appare combinato con Gv 6,53, in Ippolito, Rej. omn. haer. V S,Il.
31 Il, pago 152.
no in Cristo e con Cristo 32. La questione dei posti d’onore può essere così eliminata.
All’interno dell’insegnamento diretto ai discepoli, Calvino 33 utilizza il v. 42 per un interessante controversia con gli anabattisti. Questi consideravano il versetto come una prova che i re e i funzionari pubblici andavano esclusi dalla comunità di Dio. Essi dimenticano che qui viene fatto un paragone «non tra cristiani e non cristiani, ma tra uffici». Secondo Barth 34 la differenza negli uffici consiste nel fatto che, diversamente da tutte le altre comunità umane, nella comunità cristiana non c’è alcuna separazione tra onere e onore. Solamente negli oneri e con gli oneri del servizio vi è anche onore, racchiuso e nascosto nei primi. J. Ratzinger 35 si domanda come si sia arrivati al punto che con la svolta costantiniana, che portò all’identificazione della chiesa con la società chiusa dell’Occidente cristiano, i seguaci degli apostoli, ai quali era stato detto che dovevano cercare di non imitare i grandi di questo mondo, di colpo abbiano ritenuto giusto essere i prìncipi di questa società. Egli scorge in questo fatto un ritorno alla situazione precristiana e pagana. Secondo Teofilatto l’anima grande è pronta a sopportare tutti e a servire tutti. Il servizio che si esprime nella vita del Figlio dell’uomo (v. 45) viene riferito, nell’antichità e nel medioevo, all’incarnazione 36. Secondo Pannenberg ogni servizio possiede carattere vicario per cui risulterebbe un legame tra la vita e la morte del Figlio dell’uomo 37. Barth sottolinea il carattere parenetico delloghion. Gesù attua la sua richiesta nella sua vita, la spoglia del carattere di richiesta e la trasforma in offerta della grazia di Dio 38. Il pensiero di una morte espiatrice vicaria fu respinto da coloro che considerarono l’individuo come fenomeno fondamentale per l’etica e la società come successiva composizione di individui (A. Ritschl, cfr. i sociniani) 39. Al contrario
32 Dogmatik IV /4, 17. 33 II, pago 154.
34 Dogmatik IV /2, 782.
35 Das neue Volk Gottes, Diisseldorf 1969, pago 273.
36 Beda, PL 92, 235; Teofilatto, PG 123, 608; Calvi no II, pago 156.
37 W. Pannenberg. Grundziige der Christologie, Giitersloh 19693, pago 265. 38 Dogmatik III/2, 257.
39 Cfr. Pannenberg, op. cit., pagg. 271 S.
Pannenberg richiama l’attenzione sulla coscienza dell’intreccio sociale in Israele, coscienza che era sì diminuita a partire da Ezechiele ma che nel nostro periodo era intesa in modo nuovo. Egli vede l’importanza e il significato della morte vicaria di Gesù nel fatto che più nessuno deve morire solo, escluso da ogni società, soprattutto non deve più morire come uno separato dalla comunione con Dio e dalla sua futura salvezza. «Anche chi è condannato come malfattore dallo stato … non è più totalmente abbandonato. La società non ha più un potere ultimo sull’autocoscienza degli individui. Chi è legato a Gesù, muore sì, ma egli muore sperando nella vita della risurrezione dai morti, vita già manifestata in Gesù» 40.
BIBLIOGRAFIA: leremias, l., Das Losegeld fiir viele (Mk 10,45), Jud 3 (1947) 249-264; Wolff, H. w., Jesaja 53 im Urchristentum, Berlin 19523; Lohse, E., Martyrer und Oottesknecht, 1955 (FRLANT 64), 117-122; Delling, G., Baptisma baptisthenai NT 2 (1958) 92-115; Tysan, 1.B., The Blindness of Disciples in Mark, JBL (1961) 261-268; Braumann, O., Leidenskelch und Todestaufe(Mc 10,38f), ZNW 56 (1965) 178-183; Feuillet, A., La coupe et le baptème de la passion, RB 74 (1967) 356-391; Thyen, Siindenvergebung 154-163; Kuhn, Sammlungen 151-160; Patsch, H., Abendmahl und historischer Jesus, 1972 (CThM A l); Roloff, l., Anfange der soteriologischen Deutung des Todes Jesu (Mk X 45 und Lk XXII 27), NTS 19 (1972/73) 38-64; Kertelge, Der dienende Menschensohn (Mk 10,45), in: Jesus und der Menschensohn (FS A. Vogtle), Freiburg 1975, 225-239; Moudler, W.l., The Old Testament Background and the Interpretation of Mark X.45, NTS 24 (1977/78) 120-127.
40 Pagg. 270-277 (270). Cfr. ì ,dI, Dogmatik IV /1, 253 (il giudice come colui che viene giudicato al nostro posto).

Galizzi Mc 10,35-45
Ancora sul primo posto (10,35-45)
35 Si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, e gli chiesero: «Maestro, vogliamo che tu ci conceda quello che ti chiederemo».
36 Ed egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». 37 Essi risposero: «Che tu ci dia di sedere uno alla tua destra e l’altro alla tua sinistra, quando sarai nella tua gloria».
38 E Gesù disse loro: «Non sapete quel che chiedete. Siete forse capaci di bere il calice che io sto per bere, o di essere battezzati con il battesimo con cui io sto per essere battezzato?».
39 Quelli risposero: «Sì, siamo capaci».
E Gesù a loro: «Il calice che io sto per bere anche voi lo berrete, e con il battesimo con cui sto per essere battezzato anche voi sarete battezzati;
40 ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non tocca a me darvelo; è per coloro ai quali è stato preparato».
41 I dieci, avendoli sentiti, si arrabbiarono contro Giacomo e Giovanni.
42 Gesù li chiamò e disse loro: «Voi già lo sapete. Coloro che pensano di governare i popoli agiscono da tiranni, e coloro che si credono grandi fanno sentire su di essi il loro potere.
43 Ma tra di voi non sia così! Chi tra voi vuoI essere il più grande sia il vostro servo
44 e chi vuoI essere il primo sia lo schiavo di tutti.
45 Perché il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».
Seguire Gesù, farsi come lui Servo! Com’è difficile quando entra la sete del primo posto, la sete del potere come potere, non come servizio, inteso come donazione di sé agli altri fino al sacrificio totale della propria vita, sullo stile di Gesù.
Pietro ha appena detto a nome di tutti: «Noi ti abbiamo seguito», sottinteso: «e ti seguiamo» (10,28); si intende, non senza paura (10,32). Ora, invece, appena udito il terzo annuncio di passione, di nuovo, come dopo il secondo, una discussione sul primo posto, sulla preminenza nella comunità: ci tenevano i discepoli a questo. Comunque non siamo di fronte a una semplice ripetizione di quanto è avvenuto prima. Qualcosa è cambiato.
La struttura del racconto porta il sigillo di Marco: un fatto o un dialogo (10,35-40) a cui segue un insegnamento di Gesù (10,41-45), proprio come in 10,17-27 e altri racconti. Il richiamo tematico è a 9,33-37. Dal confronto si nota subito una differenza. Nei due che si avvicinano a Gesù non c’è più il rifiuto della passione. Come Gesù, i due guardano, nella speranza, alla gloria che seguirà. È sul dopo che vogliono discutere, sul quando il Figlio dell’uomo sarà coronato di gloria e avrà potere accanto a Dio. Essi non chiedono privilegi sulla terra, vogliono essere i primi in cielo dove, per avere abbandonato tutto, si sono già fatti un tesoro (10,21.28). È là che vogliono sedere, accanto a Gesù glorioso, uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra.
Gesù fa una controdomanda per saggiare se sono davvero disposti a lasciarsi prima coinvolgere nel suo destino di morte. Per questo chiede loro: «Siete capaci di bere il calice che io sto per bere e di essere battezzati con il battesimo con cui io sto per essere battezzato?» (10,38).

Essere uniti a Gesù significa bere lo stesso «calice», ricevere lo stesso «battesimo»; due termini su cui si discute perché molti sono i richiami biblici al riguardo e assai diversificati i significati. C’è infatti il «calice della salvezza» (Sal 116,13) e il «calice dell’ira» o il «calice del castigo» (Ger 25,15; ecc.). Ma per il lettore cristiano che celebra l’Eucaristia, il calice è quello della salvezza, che però è frutto di quel martirio che il vero testimone di Dio (Ap 1,5) ha accettato spontaneamente (vedi Gv 18,11) per essere fedele alla missione salvifica che il Padre gli ha affidato. L’idea della sofferenza mortale non è esclusa dalla parola «calice», così intesa, e tanto meno lo è dal termine «battesimo» (vedi Sal 42,8). Le due immagini si completano a vicenda e implicano quella fermezza che è necessario al giusto sofferente nell’affrontare un’ingiusta morte.
Gesù è disposto; lo sono anche Giacomo e Giovanni?
Questo vuole sapere Gesù, e i due rispondono: «Sì, siamo capaci, siamo disposti» (10,39). Gesù sa che sono sinceri, anche se poi fuggiranno (14,49), e profetizzando annuncia il loro futuro martirio. Tornando poi all’iniziale domanda dei due, risponde evasivamente: «Non tocca a me darvelo, è per coloro ai quali è stato preparato» (10,40). Non si può concepire la gloria sullo stile di questo mondo. Dio non fa preferenze. Chi si lascia coinvolgere nel destino del Figlio, avrà la vita e questa è uguale per tutti; il posto che ognuno occuperà è il più invidiabile. L’importante è raggiungerlo. E solo Gesù ci indica la strada.
I dieci si arrabbiano, perché anche a loro, come ai due, interessa l’ordine gerarchico qui e là. Gesù invece insegna come vivere qui, per arrivare là: buttar via questo ragionare terra terra, fissarsi su di lui e imitarlo, non pensarla come gli uomini. Gesù ha già fortemente sottolineato la diversità dell’agire di un discepolo dall’agire del mondo: accogliere i piccoli (9,37), farsi ultimi e servi (9,33-36), fedeltà assoluta nel matrimonio (10,9-12), abbandono della ricchezza (10, 17-27). Ora ritorna sul primo posto, ma l’esempio che porta è negativo; egli parla di coloro che governano i popoli. Si pensi a Roma con il suo impero e ai suoi satelliti: ci sono in essi coloro che si credono grandi. Tutti spadroneggiano e schiacciano i deboli.
Quanta attualità in questa immagine! E quanta tristezza se si pensa che parecchi di costoro si vantano oggi di essere cristiani! Gesù ha detto: «Tra voi non sia così/ … Chi vuoi esser grande si comporti come un servitore (in greco: dÙikonos), e chi vuoi essere il primo sia servo (in greco: dlilos, che significa schiavo) di tutti» (10,43). Si noti l’accentuato uso del verbo volere. Gesù dice come orientare la tendenza a primeggiare in modo che l’agire del discepolo sia vera contestazione del comune agire degli uomini e serva a costruire una comunità di fratelli: ognuno deve mettere i propri doni, i carismi ricevuti, al servizio del bene comune, senza ricerca di privilegi.
Ma perché si deve agire così? Lo dice Gesù, parlando di se stesso: «Perché il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita in riscatto per molti» (10,45).
Sono parole ben pesate che, innanzitutto, dicono con quale coscienza Gesù va incontro al suo destino; egli dà un senso alla sua morte; non potendola evitare, data la cattiveria degli uomini, egli liberamente la affronta e la vede come un servizio, una donazione di sé agli altri. Dice il testo: In riscatto per molti. Egli si vede come il «Giusto sofferente» la cui morte-martirio si fa sacrificio di salvezza per i molti, cioè per tutti coloro che l’accoglieranno così donato e si doneranno.
La descrizione di questa sua donazione è introdotta da un perché: Gesù si presenta alla sua comunità come modello di vita. Come egli si è fatto l’ultimo e il servo di tutti, così faranno anche i suoi discepoli.

Dezan
XXIX domenica del Tempo Ordinario
Chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore
Is 53,23.10-11 Sal 32
Eb 4,14-16 Me 10,35-45
Tematica liturgica
Il tema del «servizio» potrebbe comportare diverse distorsioni ideologiche. Come comprendere, dunque, il tema del servizio all’interno del cristianesimo. La proposta ermeneutica di Gesù è inequivocabile: il servizio va donato imitando il Signore Gesù che «non è venuto per essere servito, ma per servire (diakonèsai) e dare la propria vita in riscatto per molti». Ciò implica sia l’imitazione di Cristo sia la condivisione con lui di tutto ciò che ha vissuto. Inoltre, il servizio va rivolto sia ai cristiani (<Dimensione letteraria
Testo biblico e testo biblico-liturgico sono identici, fatto salvo il solito incipit liturgico (<Il testo biblico-liturgico, invece, ha una lettura molto semplificata: il discepolo accoglie ogni sentimento di potere che nasce in lui, indirizzandolo verso il servizio, su imitazione del Maestro.
Esegesi biblico-Iiturgica
a. La domanda dei figli di Zebedeo e lo sdegno dei Dieci manifestano una sete nascosta di primeggiare. Non si tratta di un desiderio banale. Il testo biblico originale indica che in essi c’è il desiderio di essere alla destra e alla sinistra di Gesù nel giorno in cui il Maestro si manifesterà come giudice degli uomini. La risposta di Gesù non giudica il sentimento, ma lo accoglie come una forza, un’energia da indirizzare. Questo presupposto spiega l’atteggiamento di Gesù. Egli accoglie, non rimprovera moralisticamente, ma aiuta i suoi discepoli a orientare in forma positiva la forza che essi si trovano dentro.
b. «Bere il calice» nel mondo biblico significava essere soggetti a un destino doloroso (cf. Ger 51,7), addirittura essere destinati al martirio (letteratura intertestamentaria), essere considerati «empi» (cf. Sal 75,9). Applicando a sé tale espressione, Gesù sembra voler alludere alla sua passione dolorosa e al valore sostitutivo che essa assume (sostituisce gli empi nel castigo). L’altra espressione, «essere battezzati», prende senso dal significato e dall’uso del verbo «battezzare» che indica la totale immersione in qualche cosa. L’uso in ambito metaforico indica la situazione di affanno estremo e di morte. La risposta dei due discepoli indica la disponibilità alla condivisione della sorte del Maestro.
c. Il servizio nella Chiesa non può obbedire a nessuna moda culturale. Gesù stesso in modo semplice e chiaro esclude qualunque impostazione ideologica: «Fra voi però non è cosÌ». I modelli del servizio vengono offerti da due elementi: i vocaboli con cui il maestro illustra il servizio che deve fare il suo discepolo (<
Tra voi non è così
Un tentativo malriuscito di assicurarsi un posto di potere nel mondo nuovo che sta per cominciare, un modo scoperto per raggiungere disinvoltamente una posizione di vantaggio. Da che mondo è mondo ci sono stati «rampanti» disposti a dare la scalata alle poltrone più importanti. E da che mondo è mondo sono stati ripagati con lo sdegno e l’irritazione di chi li circonda. Gli apostoli non sembrano costituire un’eccezione.
Chi legge il Vangelo di quest’oggi non può fare a meno di percepire la solitudine di Gesù che va verso Gerusalemme, luogo di passione e di morte, e si trova a far fronte a richieste di questo genere. Non sembra proprio che l’abbiano capito.
Quello che domandano, del resto, fa uno strano effetto a chi sa come va a finire il racconto. Senza saperlo Giacomo e Giovanni stanno domandando di stare accanto a Gesù sulla croce, perché è proprio quello il luogo della gloria e della manifestazione … Senza saperlo, con un pizzico di presunzione, si dicono disposti ad affrontare quel grumo consistente di violenza che si rovescerà sul Maestro e anche su di loro. I fatti, lo sappiamo, sono andati ben diversamente!
Gesù tronca in modo netto con tutte queste aspirazioni a gradi e galloni e posti importanti: «Tra voi non è così».
Se nella società le cose vanno in questo modo, nella comunità cristiana sono ben altri i criteri di funzionamento. Il posto d’onore è quello del servo. Chi vuole primeggiare si mette al servizio di tutti. Chi vuole emergere cerca di assicurare le mansioni meno gradite e meno in vista.
Troppo duro? Troppo esigente? Ma non è questo, in fondo, quello che ha fatto Gesù? Egli non ha chiesto la vita dei suoi, ma ha offerto la sua. Non si è fatto servire (come faceva ogni maestro dell’epoca), ma si è messo al servizio di tutti …
Strano Maestro, strano Messia, strano Figlio di Dio … da cui dovrebbe venir fuori una strana società, quella della Chiesa. Non corrispondente all’immagine delle altre società. Non appesantita dai giochi del potere. Non funestata dalla corsa alle onorificenze.
Una fraternità contrassegnata dall’amore, dallo spirito di servizio, dalla generosità. Una fraternità resa limpida dalla disponibilità. Una fraternità che fa avvertire il profumo del vangelo.
Saremo in grado di ritrovare questo profumo? Saremo in grado di diffonderlo? Corriamo un rischio alto, quello di diventare sale senza sapore, lievito che non fa levare la massa della pasta. Perché, senza il vangelo, quale Chiesa possiamo diventare?

GalizziMc
Ob29
Ancora sul primo posto (10,35-45)
35 Si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, e gli chiesero: «Maestro, vogliamo che tu ci conceda quello che ti chiederemo».
36 Ed egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». 37 Essi risposero: «Che tu ci dia di sedere uno alla tua destra e l’altro alla tua sinistra, quando sarai nella tua gloria».
38 E Gesù disse loro: «Non sapete quel che chiedete. Siete forse capaci di bere il calice che io sto per bere, o di essere battezzati con il battesimo con cui io sto per essere battezzato?».
39 Quelli risposero: «Sì, siamo capaci». E Gesù a loro: «Il calice che io sto per bere anche voi lo berrete, e con il battesimo con cui sto per essere battezzato anche voi sarete battezzati;
40 ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non tocca a me darvelo; è per coloro ai quali è stato preparato».
41 I dieci, avendoli sentiti, si arrabbiarono contro Giacomo e Giovanni.
42 Gesù li chiamò e disse loro: «Voi già lo sapete. Coloro che pensano di governare i popoli agiscono da tiranni, e coloro che si credono grandi fanno sentire su di essi il loro potere.
43 Ma tra di voi non sia così! Chi tra voi vuoI essere il più grande sia il vostro servo
44 e chi vuoI essere il primo sia lo schiavo di tutti.
45 Perché il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».
Seguire Gesù, farsi come lui Servo! Com’è difficile quando entra la sete del primo posto, la sete del potere come potere, non come servizio, inteso come donazione di sé agli altri fino al sacrificio totale della propria vita, sullo stile di Gesù.
Pietro ha appena detto a nome di tutti: «Noi ti abbiamo seguito», sottinteso: «e ti seguiamo» (10,28); si intende, non senza paura (10,32). Ora, invece, appena udito il terzo annuncio di passione, di nuovo, come dopo il secondo, una discussione sul primo posto, sulla preminenza nella comunità: ci tenevano i discepoli a questo. Comunque non siamo di fronte a una semplice ripetizione di quanto è avvenuto prima. Qualcosa è cambiato.
La struttura del racconto porta il sigillo di Marco: un fatto o un dialogo (10,35-40) a cui segue un insegnamento di Gesù (10,41-45), proprio come in 10,17-27 e altri racconti. Il richiamo tematico è a 9,33-37. Dal confronto si nota subito una differenza. Nei due che si avvicinano a Gesù non c’è più il rifiuto della passione. Come Gesù, i due guardano, nella speranza, alla gloria che seguirà. È sul dopo che vogliono discutere, sul quando il Figlio dell’uomo sarà coronato di gloria e avrà potere accanto a Dio. Essi non chiedono privilegi sulla terra, vogliono essere i primi in cielo dove, per avere abbandonato tutto, si sono già fatti un tesoro (10,21.28). È LI che vogliono sedere, accanto a Gesù glorioso, uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra.
Gesù fa una contro domanda per saggiare se sono davvero disposti a lasciarsi prima coinvolgere nel suo destino di morte. Per questo chiede loro: «Siete capaci di bere il calice “/w io sto per bere e di essere battezzati con il battesimo con mi io sto per essere battezzato?» (10,38).
Essere uniti a Gesù significa bere lo stesso «calice», ricevere lo stesso «battesimo»; due termini su cui si discute perché molti sono i richiami biblici al riguardo e assai diversific;lli i significati. C’è infatti il «calice della salvezza» (Sal I 16,13) e il «calice dell’ira» o il «calice del castigo» (Ger L’i, 15; ecc.). Ma per il lettore cristiano che celebra l’Eucarisi ia, il calice è quello della salvezza, che però è frutto di quel martirio che il vero testimone di Dio (Ap 1,5) ha accettato spontaneamente (vedi Gv 18, Il) per essere fedele alla missione salvi fica che il Padre gli ha affidato. L’idea della sofferenza mortale non è esclusa dalla parola «calice», così intesa, e tanto meno lo è dal termine «battesimo» (vedi Sal 42,8). Le due immagini si completano a vicenda e implicano quella fermezza che è necessario al giusto sofferente nell’affrontare un’ingiusta morte.
Gesù è disposto; lo sono anche Giacomo e Giovanni? Questo vuole sapere Gesù, e i due rispondono: «Sì, siamo capaci, siamo disposti» (10,39). Gesù sa che sono sinceri, anche se poi fuggiranno (14,49), e profetizzando annuncia il loro futuro martirio. Tornando poi all’iniziale domanda dei due, risponde evasivamente: «Non tocca a me darvelo, è per coloro ai quali è stato preparato» (10,40). Non si può concepire la gloria sullo stile di questo mondo. Dio non fa preferenze. Chi si lascia coinvolgere nel destino del Figlio, avrà la vita e questa è uguale per tutti; il posto che ognuno occuperà è il più invidiabile. L’importante è raggiungerlo. E solo Gesù ci indica la strada.
I dieci si arrabbiano, perché anche a loro, come ai due, interessa l’ordine gerarchico qui e là. Gesù invece insegna come vivere qui, per arrivare là: buttar via questo ragionare terra terra, fissarsi su di lui e imitarlo, non pensarla come gli uomini. Gesù ha già fortemente sottolineato la diversità dell’agire di un discepolo dall’agire del mondo: accogliere i piccoli (9,37), farsi ultimi e servi (9,33-36), fedeltà assoluta nel matrimonio (10,9-12), abbandono della ricchezza (lO, 17-27). Ora ritorna sul primo posto, ma l’esempio che porta è negativo; egli parla di coloro che governano i popoli. Si pensi a Roma con il suo impero e ai suoi satelliti: ci sono in essi coloro che si credono grandi. Tutti spadroneggiano e schiacciano i deboli.
Quanta attualità in questa immagine! E quanta tristezza se si pensa che parecchi di costoro si vantano oggi di essere cristiani! Gesù ha detto: «Tra voi non sia così/ … Chi vuoI esser grande si comporti come un servitore (in greco: diakonos), e chi vuoi essere il primo sia servo (in greco: dulos, che significa schiavo) di tutti» (10,43). Si noti l’accentuato uso del verbo volere. Gesù dice come orientare la tendenza a primeggiare in modo che l’agire del discepolo sia vera contestazione del comune agire degli uomini e serva a costruire una comunità di fratelli: ognuno deve mettere i propri doni, i carismi ricevuti, al servizio del bene comune, senza ricerca di privilegi.
Ma perché si deve agire così? Lo dice Gesù, parlando di se stesso: «Perché il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita in riscatto per molti» (10,45).
Sono parole ben pesate che, innanzitutto, dicono con quale coscienza Gesù va incontro al suo destino; egli dà un senso alla sua morte; non potendola evitare, data la cattiveria degli uomini, egli liberamente la affronta e la vede come un servizio, una donazione di sé agli altri. Dice il testo: In riscatto per molti. Egli si vede come il «Giusto sofferente» la cui morte-martirio si fa sacrificio di salvezza per i molti, cioè per tutti coloro che l’accoglieranno così donato e si doneranno.
La descrizione di questa sua donazione è introdotta da un perché: Gesù si presenta alla sua comunità come modello di vita. Come egli si è fatto l’ultimo e il servo di tutti, così faranno anche i suoi discepoli.

Ravasi – Ob29
1ª LETTURA Quando offrirà se stesso in espiazione, vedrà una discendenza. Il brano è una raccolta di frammenti del celebre quarto carme del Servo del Signore, spesso usato dalla liturgia in connessione alla passione, morte, gloria del Cristo. Questo personaggio messianico misterioso nasce come un virgulto su un deserto solitario, è isolato, senza genealogie trionfali. La sua esistenza è grazia perché non può essere generato e alimentato dalla terra arida. E una Presenza viva nel mondo morto e desolato del peccato umano. E un uomo sfigurato, entra nella società, ma vi è disprezzato perché si interpreta il suo tormento come castigo divino e quindi si teme il suo contagio. Ma la morte non è la foce definitiva verso cui scorre questa vita di dolore innocente. Anzi, la morte fa fiorire il mistero di fecondità che il virgulto conteneva. Egli «giustifica molti» salvandoli col suo dolore e può contemplare Dio stesso nella gloria dell’esaltazione finale. La sua vita e morte sono state sacrificio espiatorio per noi, il suo «essere servo» è stato la nostra giustificazione e riconciliazione con Dio.

2ª Lettura
Accostiamoci con fiducia al trono della grazia. Attraverso un simbolismo spaziale l’autore di questa grande omelia cristiana vuole rappresentare il mistero profondo della Pasqua del Cristo, radice della liberazione e della salvezza. Cristo «ha attraversato» la nostra umanità, facendosi «prossimo» di ogni uomo, condividendone la stessa realtà; ma «ha attraversato» anche i cieli, cioè la sfera di Dio a cui apparteneva per natura e proprio per questi due «passaggi» egli può salvarci. Egli è vicino a noi per ricuperarci a Dio ed è lontano per salvarci. La funzione mediatrice è per eccellenza sacerdotale. Così egli diviene il nostro unico perfetto sacerdote. A lui l’umanità peccatrice si rivolge con la certezza di ritrovare non un «trono», cioè un sovrano dominatore, ma un «trono di grazia», cioè il Signore salvatore.

VANGELO Il Figlio dell’uomo è venuto per dare la propria vita in riscatto per molti. Il destino del Figlio dell’uomo è quello di «servire e non di essere servito» (v. 45). Contro la concezione dei figli di Zebedeo ancorata a un messianismo di potere, Gesù oppone la proposta di un messianismo di immolazione e di donazione. Questo è il «calice», cioè la sorte, che Gesù offre a coloro che vogliono seguirlo. Paradossalmente ai due discepoli immaturi e «figli del tuono» (Lc 9,52-55) Gesù offrirà lo stesso «calice» e lo stesso «battesimo» di sangue: anziché assicurare a essi posti d’onore nel regno messianico politico, li rimetterà a un destino di sacrificio e di donazione nei confronti dei fratelli.

Salmo Resp.
Tiziano Lorenzin, I Salmi – salmo 33
Inno di 22 versetti come l’alfabeto ebr.: l’orante vuole rendere a Dio una lode appropriata (vedi fine salme prec.). Egli scruta le vie di Dio per trovarvi una regola di vita. Il salmo si autodefinisce t hilllâ, «canto di lode e di ringraziamento », come il seguente Sal 34,2 e i Sal 22,26; 100,4; 145,1; 147,1. Esso vuole essere un concerto per coro e orchestra (vv. 1-3), una «ovazione», t rû’â (v. 3), al Signore, che governa tutte le cose con amore, ordine e misura. È ispirato teologicamente in modo particolare da Gn 1 e da Is 40-5553• È un «canto nuovo» (v. 3) composto per rispondere alle meraviglie sempre nuove di Dio. Il suo ambiente nativo si può trovare fra i circoli sapienziali del postesilio, che avevano continuamente sotto gli occhi la rivelazione di Dio testimoniata dalle Scritture. La comunità presentata dal salmo è quella dei «giusti» (v. l), degli «eletti» (v. 12), di «coloro che temono Dio» e « sperano nella sua bontà» (v. 18), e che, da lui salvati dalla morte e dalla fame (v. 19), gioiscono per la sua solidarietà (vv. 20-22). È la comunità del giudaismo primitivo riunita nel tempio e nella sinagoga.
Il Sal 33 assieme al Sal lO si distingue dagli altri salmi del salterio davidico (Sal 3-41) per il fatto di non avere la soprascritta. Si è pensato perciò che la redazione postesilica intendesse collegarlo con il salmo precedente54• Questo appare nel collegamento della finale del Sal 32 con l’inizio del Sal 33. I due salmi sono uniti anche da altri motivi: il «consiglio» del Signore (Sal 32,8; 33,10-11); il tema del suo amore (Sal 33,5.22; 32, lO). Il Sal 33 riceve così un nuovo contesto: è il «canto nuovo» che sgorga dall’ esperienza del perdono dei peccati (cfr. Ger 31,31-34). In questo orizzonte è un inno dei «giusti», grati per la nuova rivelazione della bontà del Signore nel rinnovamento dell’ alleanza. E questo corrisponde al tema del Sal 25, che apriva la composizione dei Sal 25-34.
La struttura dell’inno potrebbe essere la seguente: invito alla lode (vv. 1-4); lode al Signore (vv. 5-7); esortazione e confessione (vv. 8-11); istruzione e lode (vv. 12-15); istruzione (vv. 16-19); affermazione di confidenza e petizione (vv. 20-22). Tre termini segnano il movimento del salmo: parola (v. 6), pensiero (v. Il) e sguardo di Dio (v. 18). Le cose vengono all’esistenza per la sua parola, ma prima esistevano nel pensiero di Dio e il suo sguardo amoroso le raggiunge in continuità. Dal suo trono in cielo il suo occhio si concentra progressivamente sui singoli fedeli e sul re (v. 16), allora il cuore di Dio (v. Il) e quello dell ‘uomo (v. 21) si incontrano.
[33,1-4] Invito alla lode: è un inizio tipico degli inni con tre imperativi seguiti dalla motivazione. I vv. 1-3 formano una inclusione con i vv. 20-22. All’inizio chi presiedeva la celebrazione invitava alla lode la comunità (<< voi»), alla fine invece il popolo (<< noi») faceva una specie di professione di fede e una preghiera. Il canto nuovo deve essere accompagnato dagli strumenti dei leviti, la cetra e la lira (erI’. l Cr 15,16) e dall’ ovazione di tutta l’assemblea. Il motivo della lode sono le parole e le opere del Signore (v. 4).
[vv. 5-7] Lode al Signore: l’assemblea risponde all’invito del presidente con una forte lode al Signore, che tutto crea e sostiene con amore (v. 5). La sua è una parola efficace per la presenza dello spirito (v.5). Egli controlla liberamente l’oceano ribelle, simbolo della morte (v. 7).

[vv. 16-19] Istruzione: il terzo segmento contiene assieme esortazione e istruzione. La presente debolezza della comunità e la superiorità dei nemici non sono l’ultima parola. La vera salvezza non è il risultato di una superiore potenza militare (V. 16), che per le nazioni pagane ha il suo simbolo nel cavallo (v. l7). Gli amici del Signore fanno invece affidamento sul suo amore infinito (vv. l 8-19).
I vv. 20-22] Professione di fede e petizione: invece della finale più comune negli inni con la ripetizione dell’invito alla lode, il salmo termina con una affermazione di confidenza come in Sal 34,23. È la risposta di tutta l’assemblea. Solo nel Signore vi è salvezza. Siamo nella gioia perché confidiamo in lui (vv. 20-21 ). Il v. 22 chiede la benedizione del Signore. Bontà incondizionata del Signore e completo affidamento del popolo a lui esprimono le relazioni della nuova alleanza.

Ob29 – Settimana 9 Anno B – 30ª Domenica
Per approfondire il mysterion
Chi non reca nel cuore l’aspirazione a godere giorni di pace, stagioni di serenità? Quando però si parla di queste e di altre dimensioni positive, sembra di entrare nel mondo dell’utopia. La Parola che oggi risuona nelle assemblee liturgiche sembra accompagnarsi alle tante pagine insanguinate della cronaca quotidiana: dolore degli innocenti, prove su prove, arrivismi e carrierismi per assecondare una brama di potere inesauribile … Questi sono i nostri giorni feriali. Dio, il più profondo conoscitore dell’ animo umano, per pura grazia ci ha donato il giorno del riposo per poterci incontrare liberamente e volentieri con lui, ritrovando e rigustando settimanalmente la bellezza della vita -, e lo ha arricchito e impreziosito con la risurrezione di Cristo, evento capace di infondere speranza anche nei tunnel più lunghi e tenebrosi dell’esistenza umana. Il giorno del Signore ci parla settimanalmente di un riscatto dal dolore, se esso viene offerto con amore, ci parla di un senso del vivere alternativo alle meschine logiche dell’arraffare, del bramare, del godere per sé, e ci mostra, in Cristo morto e risorto, lo splendore di un vivere non per essere serviti, ma per servire, e dare la propria vita in riscatto per molti. Se ci poniamo a questa scuola e apprendiamo questa arte, ogni domenica il giardino della creazione e della risurrezione rifioriscono e profumano la vita dei giorni che seguono.
Per elevare il sacrificinm landis
La lettura apostolica di questa domenica ci invita ad accostarci “con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia … “. Trovo assai efficace questa immagine di un trono dove non siede una persona ma la “grazia” stessa. Si può scrivere un trattato per esporre i contenuti di questo concetto, è preferibile, per noi credenti, esperire la grazia, più che discettare su di essa. Fare esperienza della bontà, della gratuità, della benevolenza, dell’ accoglienza, dell’ ospitalità di Dio, nel momento in cui ci accostiamo a lui, per elevare la nostra lode, al di là di ciò che si riesca a dire o a ricevere, è ciò che la Scrittura descrive con icastiche immagini: trovare la luce, quando si brancola nel buio; accogliere l’acqua che disseta, quando si è in terra deserta; ricevere il cibo che nutre, quando si è ridotti alla disperazione; scoprire una vita non evanescente, quando si cammina in valle di morte … Quanto ci fa ritrovare la nostra umanità perduta la lode di Dio!
Per vivere nell’hodie quanto celebrato
Se chiediamo ad un bambino cristiano quali sono le sue aspirazioni per il futuro rischiamo di sentirci dare un paio di risposte desolanti: “il calciatore” o “la velina”, due icone di un tempo senz’anima e senz’amore, a caccia solo di successo a basso prezzo, sempre più narcisista e godereccio, incurante dei molti veri bisogni umani. È tempo di tornare a parlare, nelle nostre comunità, ai piccoli e alle giovani generazioni, di valori quali il servizio, il sacrificio, il dono di sé, il perdersi come supremo guadagno. Attenzione, però, parlarne senza essere smentiti dalla prassi e dagli stili di vita degli adulti cristiani. Quando lo stile degli adulti, in famiglia, in parrocchia, in qualsiasi ambiente, manifesta solo l’interesse per l’evasione piuttosto che per la dedizione; la sete di carriera più che del servizio; la pretesa a dispetto della gratuità; la delega più che l’assunzione della responsabilità … , mi chiedo se ha senso ancora fare catechismo per smentirlo con i fatti; se ha senso insistere nel battezzare, nel confermare e nell’affidare al corpo di Cristo degli innocenti, che poi provvediamo a far crescere da autentici “atei praticanti”, instillando in loro una schizofrenia tra ciò che è in teoria la fede e ciò che è in pratica … (Samuele Riva)

Servizio e potere
La Scrittura ci invita in molte occasioni a confrontarci col tema del servizio e di conseguenza col potere, come accade anche nella liturgia odierna. Tale insistenza può dipendere da vari motivi, il primo dei quali è la sua rilevanza. Come accade anche in altri settori dell’esistenza, si tende a ripetere, a ribadire ciò che è importante. Un altro motivo, forse più inquietante, è la resistenza che gli esseri umani spesso manifestano nei confronti di questo argomento, come il vangelo odierno illustra in modo quasi plastico. Si ripetono richieste, tematiche, discorsi e quant’altro quando essi non vengono ascoltati. Nel caso specifico, la resistenza dimostrata è proporzionale alla rilevanza del tema.
Pensando alla nostra esperienza, appare con chiarezza che la difficoltà è sperimentata a livello esistenziale, pratico, perché teoricamente siamo tutti convinti che il servizio è importante, anzi che è un tratto caratteristico dell’esistenza cristiana. Il problema sta forse nel fatto che ciascuno di noi avverte in maniera confusa o più consapevole che il servizio non consiste in un’azione puntuale, ma che al contrario è una scelta di vita che si sostanzia in diversi modi anche concreti. Pensare la propria vita in questi termini equivale ad accettare che essa sia donata, spesa, data, cioè, in qualche modo, “persa”.
Contro questa sorta di morte simbolica, o che viene percepita come tale, gli esseri umani resistono. Se si tratta di questo, cioè di un’esperienza di “morte”, in fondo si può anche comprendere tale resistenza, ma il problema è che Gesù propone questo stile come una via di vita. È forse tale apparente contraddizione che genera resistenze e difficoltà nel nostro vissuto concreto. Tocchiamo qui perciò uno dei nodi dell’esistenza credente, chiamata a misurarsi con un progetto che Gesù definisce di vita, ma che noi percepiamo come una sorta di morte. In fondo, ciascuno di noi giudica più allettante un’esistenza in cui si può gestire un certo potere e in cui si possa esercitare un controllo, naturalmente a fin di bene, su sé e sugli altri. Potere e servizio sembrano però essere alternativi tra loro, difficilmente compatibili, per cui si impone una scelta. Tale scelta ha a che fare con l’opzione fondamentale, cioè con un orientamento dell’esistenza che la guida a livello fondamentale, radicale, e che poi si esprime, si concretizza e prende forma in diversi modi pratici.
Si può anche aggiungere che questa opzione fondamentale, orientata all’assunzione di un certo modello umano, è strettamente connessa con l’immagine di Dio che ciascuno coltiva dentro di sé. Se si ha l’immagine di un Dio “Onnipotente” nel senso anche ambiguo del termine, un Dio cioè che può fare tutto quello che vuole, bene e male in maniera persino arbitraria e “capricciosa”, allora quasi inevitabilmente si avrà un’idea di uomo conseguente. Il credente in un Dio siffatto dovrà in qualche modo assumerne le caratteristiche, esprimere una forza perlomeno analoga. Se, invece, si aderisce alla rivelazione biblica che a più riprese mostra un Dio che serve, allora si dovrà anche accettare che chi crede in lui appartenga alla categoria dei servi, dei poveri, di chi non ha privilegi o amicizie potenti da far valere. Inconsciamente noi riteniamo che Gesù abbia rivelato che Dio è Colui che serve e lava i piedi ai discepoli, ma che questo non sia la su vera essenza, bensì una sorta di insegnamento morale. Al momento buono, pensiamo, anche Gesù si servirà del potere, userà la forza, almeno per salvare se stesso (e chi potrebbe dargli torto?).
Il Figlio dell’uomo è venuto per dare la vita
Il vangelo odierno illustra questa situazione in modo magistrale. Nel contesto immediatamente precedente la pericope attuale, l’evangelista riporta la terza predizione della passione che Gesù stesso descrive in termini molto concreti e crudi (<A questo punto gli si avvicinano Giacomo e Giovanni, quindi non due discepoli “qualunque”, ma due di quelli, il terzo è Pietro, che sono oggetto di un trattamento speciale da parte di Gesù. Sono stati, o saranno, testimoni della trasfigurazione, della risurrezione della figlia di Giairo, dell’agonia del Getsemani e, nel tempo della chiesa, svolgeranno funzioni di rilievo. Eppure proprio due di loro si avvicinano a Gesù «dicendo gli:
“Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo”»; essi, cioè, intendono occupare posti di prestigio “nella sua gloria”. Si potrebbe dire che mentre Gesù parla, i discepoli ritengono che questo momento depressivo gli passerà e che è meglio occuparsi di cose serie, cioè del proprio futuro. Gli altri dieci discepoli, sentendosi scavalcati da Giacomo e Giovanni, si indignano, probabilmente perché anche loro avevano avuto la stessa idea. Di qui la necessità da parte di Gesù di impartire un ulteriore insegnamento sul tema in termini difficilmente equivoca bili: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è cosÌ».
Vorremmo far notare due cose: la prima è la lettura, lucida fino ad essere spietata, del potere umano, e la seconda è l’uso del verbo non al congiuntivo, ma all’indicativo: «per voi non è cosÌ». Non si tratta quindi di un auspicio, di una speranza, ma di un presente indicativo che ci inchioda e ci obbliga ad un approfondito esame di coscienza. Istintivamente, anche noi avremmo fatto come Giacomo e Giovanni, se ne avessimo avuto l’opportunità, per cui la dichiarazione di Gesù ci fotografa nelle nostre ambizioni e ambivalenze. Essi seguono il Maestro, ma in realtà sono distanti da lui e dalle sue preoccupazioni, immersi nei loro ragionamenti e calcoli un po’ meschini. La loro salvezza però consiste nel continuare a seguirlo, e questo li riscatterà nel futuro, quando dovranno a loro volta condividere il suo stesso destino: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati».
Il servo del Signore
Gesù non compie scelte assimilabili a quelle di un kamikaze, ma fa sua la vocazione del Servo del Signore di cui parla la prima lettura. Si tratta di un personaggio anonimo e misterioso, che riceve da Dio una vocazione profetica che lo porterà a condividere la situazione che altri prima e dopo di lui vivranno: «Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire». Il rifiuto e il disprezzo, che nel suo caso arrivano fino alla morte, non lo indurranno a recedere dalla sua vocazione che anzi porterà avanti con mitezza, senza incattivirsi. Così facendo, sarà in grado di “giustificare molti”, cioè di rendere giusti gli altri, tutti coloro che si lasceranno istruire dalla sua testimonianza.
Isaia, o chi ha scritto questi testi, non pensava probabilmente a Gesù Cristo, ma egli ha compreso che la sua vocazione era quella del Servo e l’ha fatta sua. In modo analogo la prima comunità cristiana si è rivolta all’ Antico Testamento cercando lumi per interpretare la morte di Gesù e ha trovato in questa figura e nel suo destino una chiave di lettura significativa.
Noi, che leggiamo oggi questi testi antichi, siamo invitati a fare la nostra scelta, decidendo che tipo di persona intendiamo essere e a quale immagine di Dio aderire. (Donatella Scaiola)