15-02-2009 Ordinario-B-dom6

15/02/2009 – T. ORDINARIO – ANNO B – 6 DOMENICA – 2009

Preparazione alla celebrazione della messa.

6ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Anno B – 15 Febbraio 2009

Ci Raccogliamo
davanti al Signore Gesù: Dio che si fa uomo, si dona, muore, risorge, trasmette lo Spirito (Cf «Nota 1» a piè di questo documento).
Leggiamo
il formulario liturgico della celebrazione corrispondente.
Meditiamo = Rileggiamo
i Testi ufficiali, secondo Principi e Norme per l’uso del Lezionario e del Messale Romano.

CHI FA ESPERIENZA DI RISURREZIONE IN CRISTO,
PROCLAMA CON LA VITA LA PAROLA CHE SALVA, GESÙ.

Del tempo trascorso da Gesù in Galilea, l’evangelista Marco narra solo quello che entra nella sua tematica, l’episodio del lebbroso (Mc 1,40-45). Esso ha apparenti contraddizioni.
1. Il brano evangelico (Mc 1,40-45) riporta un lebbroso «purificato», mentre la sua identità è di morto, impossibilitato a guarire (prima lettura, Lev 13,1-2.45-46); come cadavere ambulante «andrà gridando: “Impuro! Impuro!” […], se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento» (Lev 13,46), solo una risurrezione potrebbe sanarlo (cfr Nota 2).
2. Gesù dice al paralitico: “Guarda di non dire niente a nessuno”, e subito dopo gli dice: “Va’, invece, a mostrarti al sacerdote” (v.44).
3. Gesù, pieno di «compassione» vuole purificare e, di fatto, purifica il lebbroso (v.41); poi, irritato, «ammonendolo severamente» (v.1,43), «lo cacciò via subito», come uno «spirito impuro» (v.23), come i «demòni» (cfr 1,39).
4. La legge dice che il lebbroso «se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento» (Lev 13,46); e il vangelo invece comincia dicendo: «Venne verso Gesù un lebbroso», e Gesù «tese la mano, lo toccò».
5. Contro la legge Gesù «toccò» (v.40) il lebbroso, era quindi contaminato lui stesso, e «rimaneva fuori, in luoghi deserti» (v.45); eppure, come il lebbroso all’inizio del brano evangelico (v.40), così alla fine è riportato che «venivano a lui da ogni parte» (v.45): lebbrosi a Uno, fattosi lebbroso.
6. Toccando il lebbroso (cfr v.40), Gesù mostra di non stare alla legge del Levitico; poi, invece, comandando al lebbroso di fare «quello che Mosè ha prescritto», sta alla legge, e dice al lebbroso purificato: “Va’ a mostrarti al sacerdote, e offri per la tua purificazione” (v.44).

Rilettura del vangelo.
Un lebbroso venne verso Gesù, venuto fra i suoi (v.40). Le apparenti contraddizioni si sciolgono, rileggendo il brano evangelico con attenzione alle «inclusioni», determinate da verbi di movimento, che dividono il brano in due parti (vv,40-44; v,45), e a loro volta ne determinano il senso.
Domina la scena in particolare il verbo «érchomai, venire», e suoi composti: «viene, èrchomai» verso Gesù un lebbroso, all’inizio del vangelo (v.40), e «se ne va, ap-èrchomai» sconfitta la lebbra (v.42). Il lebbroso, «uscito, ex-èrchomai», cominciò con zelo a predicare e a diffondere la Parola (v.45), tanto che Gesù non poteva più «entrare, eis-èrchomai» pubblicamente in città (v.45); «venivano, èrchomai», esattamente come il lebbroso all’inizio del vangelo, verso lui da ogni parte (v.45), con la differenza che il primo èrchomai dell’inizio è un semplice presente, mentre l’ultimo è un imperfetto che indica il susseguirsi delle visite. Le due frasi s’illuminano, una, come inizio della prima parte del vangelo (vv.40-44), l’altra, come fine della seconda parte (v.45).
All’inizio, quel tale «viene verso Gesù, lebbroso», rappresentante di «quelli che vengono verso Gesù da ogni parte», alla fine. Il «lebbroso», simbolo di «morte», dice che tutti vengono verso Gesù come «morti»; e non venire verso Gesù significa rimanere nella morte. Non è storia di uno ma di tutti; e se la lebbra, simbolo del peccato inguaribile, «subito scompare» per opera di Gesù, è segno che «venire verso Gesù» è, per tutti, esperienza di «risurrezione». Il lebbroso «viene» in casa dov’è Gesù, «venuto nel mondo» (Gv 1,9); e per aver osato un simile approccio il lebbroso sarebbe già colpevole, come la donna emorroissa, che tocca un lembo del mantello di Gesù (Mc 5,20, contro la legge del Levtico); ma il lebbroso accoglie l’ispirazione, l’attrattiva verso Gesù, che «venne in casa sua, fra i suoi» (Gv 1,11); ha fiducia nella potenza e nella bontà di Gesù, per quel che ha sentito avvenire «nella sinagoga» (1,25), «in casa di Pietro e Andrea» (1,30s) e «davanti alla porta» (1,33); ed è purificato: diventa figlio di Dio (Gv 12).
Viene supplicando con tutto se stesso. Un’azione che impegna cuore e corpo e voce: «invocandolo e cadendo in ginocchio e dicendo a lui»; condizione necessaria che rivela l’intenzione del lebbroso. Un incalzare di simultanei participi presenti esprime l’intensità cordiale pressante della sua ripetuta domanda in quattro parole: “Se vuoi, puoi purificarmi!”. “Se vuoi” = poiché tu sempre vuoi, puoi purificarmi, detto col verbo all’aoristo significa purificare «una volta per tutte»; esattamente rifare una vita nuova, divina che dura sempre: come la tua, Gesù; non come la mia, finita (Nota 3). Gesù è Parola che «fa», Dabar, Parola e Azione: «Egli parla e tutto è fatto, comanda e tutto esiste” (Sal 33,8).
Chi viene verso Gesù, sperimenta Vita nuova di risorto. «Mosso a compassione, stesa la sua mano, lo toccò, e dice a lui (v.41): “Voglio, sii purificato”; e subito partì da lui la lebbra e fu purificato». Gesù è venuto per noi, e si dona, dice: “Il mio corpo e sangue, per voi e per tutti, in remissione dei peccati” (consacrazione). Alla preghiera pressante del lebbroso Gesù quindi risponde con cuore e azione non meno pressanti; contro la legge che non rispetta la persona, Gesù si avvicina al lebbroso, lo tocca, lo purifica; aoristi che manifestano permanente bontà e sicura purificazione: Gesù non si lascia vincere in prontezza, non tiene conto dell’impurità legale che contrae (Lev 15,7); ma vuole esprimere anche con il contatto fisico la sua solidarietà con il lebbroso, che ha avuto il dono di comprendere bene Gesù: lo vede superiore a Mosè che prega e ottiene la purificazione «della sorella Maria» (Num 12,9-14: “Dio, guariscila”), superiore al Profeta Eliso di fronte a Naaman Siro (2Re 5,8-14: perché si sappia che “c’è un profeta in Israele”). Gesù, ora, qui, è «ben più» (Lc 11,31s) che profeta, può purificare, far risorgere; in lui si può ben sperare, anche da «lebbrosi», da emarginati come «morti»: “Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre” (Filip 2,11) (Nota 4).
Liberato definitivamente dal male, il miracolato proclama la Parola-Gesù, con la vita.
«E sdegnandosi con lui, subito lo cacciò» (v.43) con serietà e fermezza nel comandare una cosa estranea alla persona, riguardante invece lo spirito impuro, come nella sinagoga (Mc 1,25).
«E a lui dice: “Guarda a nessuno niente dire!» (v.44) sottinteso, fin dopo che ti sei presentato ai sacerdoti; aggiunge, infatti: «Ma va’, te stesso mostra al sacerdote e offri per la purificazione tua ciò che ha prescritto Mosè, a testimonianza per loro”»; il sanato deve solo «mostrarsi», senza parlare; quindi, nessuna contraddizione fra la proibizione di parlare e il suo mostrarsi; e il sacerdote possa costatare il segno del Messia, predetto da Isaia (v.44; cfr Is 26,19; 29,18; 35,5-6; 42,7; 61,1). Per Marco la salvezza portata dal Maestro raggiunge tutti coloro che sono sotto la legge, e coloro che in forza della stessa legge mosaica sono fuori d’Israele. Il lebbroso non deve spiegare la propria guarigione, ma solo lasciare che la sua vita testimoni ciò che è accaduto. Quanti incontrano il miracolato devono «accorgersene», non devono «impararlo» dalla sua voce. Gesù proibisce di «credere verso lui» senza esperienza di rapporto personale con lui, mediante un costante movimento dell’animo verso lui, il Risorto. Non si «crede» e non si «conosce» Gesù per sentito dire da altri.
Il lebbroso diventa «apostolo». «Egli, uscito», dopo essersi mostrato al sacerdote, senza dire niente, «cominciò con zelo a predicare e a diffondere la “Parola”»: «predicare» (1,4.14.39) e «parola» (2,2; 4,14.15;…); il purificato diventa apostolo e annunzia a tutti Gesù-Misericordia. È l’aspetto sottolineato dall’assemblea celebrante che prega: “O Dio, fa che possiamo narrare anche noi ai fratelli la tua misericordia” (Colletta propria). Il lebbroso mostra una profonda fedeltà alla parola di Dio che lo ha toccato e risuscitato, facendogli pregustare nella storia (nella finitudine) un frammento di eternità (realtà senza finitudine). Il lebbroso diventa profeta non del miracolo ma del segno di eternità che si è incarnato in lui per mezzo del Maestro di Nazaret; da notare come Marco numera due «mandati ad annunziare la bella notizia» (Nota 5), un ex-indemoniato e un ex-lebbroso, simboli di tutti i missionari, esperti di personale risurrezione dal peccato in Cristo, che prende su di sé la lebbra del peccato, del «non venire verso lui», suscitando «subito» (tipico di Marco) in ciascuno, come nel lebbroso, l’attrazione «verso lui», Creatore e Salvatore. Gesù «prese su di sé la lebbra […] così che egli non poteva più entrare apertamente in città, ma stava fuori in luoghi «deserti» (dalla radice di Dabar), e venivano verso lui da ogni parte» (v.45): da ogni cultura ed esperienza che salva. Isolamento di Gesù al posto del lebbroso, profezia della morte in croce fra due ladroni, proposta dell’amore e del perdono di Dio ad ogni uomo.

Paolo, esempio di persona graziata (vedi seconda lettura, che attualizza il Cristo in rapporto al lebbroso), persona attirata da Gesù, risponde e «viene verso lui»; persona guarita dalla lebbra dell’avversione verso Gesù, proclama con la vita la grazia ricevuta, mostra la sua vita nuova in Cristo di «lebbroso rinato», con i sentimenti di Gesù che si fa «tutto a tutti», come segno della presenza di Cristo risorto, gloria di Dio, tipo del cristiano; dice: “Fratelli, […] fate tutto per la gloria di Dio. Fatevi miei imitatori (mìmesi) come io lo sono di Cristo; senza cercare l’utile mio ma quello di molti, perché giungano alla salvezza”. “Come io lo sono di Cristo”: che non poteva «entrare nella città», mentre tutti gli altri potevano «venire verso lui»: Gesù si riduce liberamente all’impotenza, perché tutti possano venire verso lui, e sperimentare la verità delle sue parole: “Voi siete già mondi per la Parola che vi ho annunziato” (Gv15,3).

L’ASSEMBLEA CELEBRANTE RISPONDE, esclamando a squarciagola: “La tua salvezza, Signore, mi colma di gioia” (cfr Ingresso, Salmo resp.). “Tema il Signore, tutta la terra, tremino davanti a lui gli abitanti del mondo, perché egli parla e tutto è fatto, comanda e tutto esiste” (Sal 33,8-9).
Abbiamo confessato i nostri peccati, e tu hai tolto la nostra colpa, il nostro peccato: ci trasformi in Cristo tuo Figlio, o Padre, capaci di lasciarlo continuare ad usare misericordia verso tutti, a cominciare dai più bisognosi, che tu conosci (Pregh. Euc. II), e per quanto ci riguarda, da quanti ci fai incontrare. Così diamo gloria al tuo nome, e ti offriamo un sacrificio a te gradito, per opera di Cristo Gesù. Così noi operiamo ricercando sempre quei beni che ci danno la vera vita (Dopo Com.), in Cristo tuo Figlio, sanguinante sulla croce e nel nostro volto di lebbrosi, venuto come medico a sanare i malati e come Dio a salvare i peccatori (Colletta propria), accogliendo la disponibilità che tu stesso susciti in noi con la tua venuta. Tu ci dici: “Ecco, io sono con voi!”, suscitandoci coraggio come nel lebbroso per dirti: “Se tu vuoi, puoi mondarmi!”, e ascoltarti: “Lo voglio, sii purificato”, e

CONTEMPLARE la gioia che viene da te per ogni dono materiale, per la vita nella tua comunità,
per la «compassione» che spinge Gesù a stendere la mano, toccarci, parlarci, guarirci; per la gioia piena dei fedeli che comunicano con Gesù nell’eucaristia, e la vera vita che abbiamo nell’umanità di Cristo tuo Figlio.

Preghiamo:
O Padre, che hai mandato nel mondo il tuo Figlio Gesù a salvare i peccatori, come medico per i malati; fa’ che il tuo popolo sia colmo di gioia. Per lo stesso Cristo nostro Signore. Amen.

www.lapreghiera.it; mrfranco@libero.it.
Condividiamo la nostra preghiera (neretto) nello schema della preghiera ecclesiale (colori).
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Nota 1.
La Parola di Dio, Proclamata in questa celebrazione, richiamata dall’antifona alla Comunione (cf T. Ordinario – Anno B – 6ª Domenica – 16/02/2003), e approfondita anche da altri testi eucologici (cf ad es. 12/02/2006), «attua ora» sacramentalmente in noi la redenzione, realizzata fin dall’evento pasquale della morte e risurrezione di Gesù il sette Aprile del trenta d.C.
La Parola di Dio «attua ora sacramentalmente in noi la redenzione», perché lo stesso evento pasquale di duemila anni fa, con la sua efficacia, è in atto nella «Parola Proclamata» in quest’Eucaristia; la stessa «opera di Gesù» è in atto quindi in circostanze diverse: «storiche» di quel tempo in Israele, «sacramentali» (gesti e parole) ora nella sua Parola proclamata.
La Parola («Dabàr») è «Fatto e Parola» («Dabàr Javè» = «Fatto e Parola di Javè»); lo stesso «Fatto» storico della Pasqua di Gesù (che soffre, muore, trasmette lo Spirito, risorge) per opera dello Spirito Santo è presente in questa «Parola» proclamata nell’assemblea liturgica; anzi, «in previsione» della sua pasqua redentrice era già presente fin nel grembo di Maria.
Noi ora, come Maria, diciamo: “Sì”, con il cuore bendisposto nel celebrare. La redenzione, operata nei «misteri» (=gesti e parole di Gesù nel rito), trasforma tutta la nostra vita. La Parola proclamata nella liturgia, cioè, lo stesso Gesù pasquale, ispira e attua i vari momenti della celebrazione e dell’esistenza in chi l’accoglie.
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Nota 2.
Nel mondo biblico il lebbroso è abbandonato dalla vita definitivamente. La norma era stata data per due motivi. Prima di tutto come misura igienica, sociale, per prevenire contagi ed epidemie, per difendersi in qualche modo da un male repellente, che non si sapeva come curare. Il secondo motivo è di natura religiosa, la lebbra era la forma più grave d’impurità per il culto; perché secondo la concezione del tempo il lebbroso era considerato un colpito da Dio e quindi escluso dalla comunità fino alla guarigione avvenuta: non poteva pregare. Nella lebbra poi è possibile intravedere un simbolo del peccato, che è la vera impurità del cuore, capace di allontanarci da Dio. Non è la malattia che ci separa da Dio ma la colpa, il male morale, il peccato, che solo Dio può perdonare, tramite i suoi ministri.
La prima lettura richiama il rapporto –Gesù e Lebbroso- del vangelo; poi, come profezia, la prima lettura dice: Gesù non «guarisce» un lebbroso, ma lo «risuscita» (vedi inizio del vangelo), simbolo di tutta l’umanità risuscitata da lui (vedi fine dello stesso brano evangelico nella liturgia); Gesù ci risuscita alla vita personale, sociale e religiosa. Il vangelo non racconta una semplice cronaca di guarigione; ma intende rivelare Gesù, Creatore e Salvatore che dona all’uomo, a tutte le persone umane, la Vita definitiva, sottraendole dal potere della morte, e riconciliandole con Dio.
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Nota 3.
Aoristo: Categoria del verbo, particolarmente vitale in greco che indica l’azione pura e semplice, prescindendo dalle categorie del tempo e della durata: «es. gnothi seautòn conosci te stesso» aoristo che dice validità nel presente, nel passato e nel futuro; un «oltre il tempo» che richiama una realtà corrispondente a un progetto, un programma stabile per sempre.
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Nota 4.
Variante testuale in Mc 1,41: alcuni manoscritti affermano che Gesù visse un sentimento di compassione (splagchnisthèis = commosso fino alle viscere, aoristo) verso il lebbroso, mentre altri manoscritti dicono che visse un sentimento d’irritazione (orghisthèis = irritato, aoristo) nei confronti della legge ebraica che trasforma un bisognoso di misericordia in uno «scomunicato».
Gli aoristi esprimono i costanti sentimenti di Gesù verso le persone umane e contro il maligno. Non c’è contraddizione, ma «costante» misericordia per la persona, e altrettanta «irritazione» per il male contro la persona, ogni essere umano.
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Nota 5.
«Mentre risaliva nella barca, colui che era stato indemoniato lo pregava di permettergli di stare con lui. Non glielo permise, ma gli disse: “Và nella tua casa, dai tuoi, annunzia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ti ha usato”. Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decàpoli ciò che Gesù gli aveva fatto, e tutti ne erano meravigliati» (Mc 5,18-20).