30/08/2009 – T. ORDINARIO – ANNO B – 22ª DOMENICA – 2009
Preparazione alla celebrazione della messa.
22ª DOMENICA TEMPO RODINARIO.
Anno B – 30 Agosto 2009
Ci Raccogliamo
davanti al Signore Gesù, Dio fatto uomo, che si dona, muore, risorge, trasmette lo Spirito (Nota 1).
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo. Amen.
Ascolta, Israele: io sono il Signore Dio tuo…! (Ascolta N. [tuo nome]; ascolta, Chiesa che sei in.. [nomi di parrocchie, comunità, famiglie. Le presentiamo al Padre come membra di Gesù che vive presentandogli tutta l’umanità. Gli presentiamo in Cristo anche singole persone: ascolta N. [nome d’una persona]. E tutti, con disponibilità, accogliamo la nostra esistenza quotidiana in Cristo, dicendo):
Eccomi, Signore, aiuta tutti, come ora aiuti noi ad ascoltarti.
Leggiamo
il formulario liturgico della messa corrispondente, da Ingresso a Dopocomunione, secondo le disposizioni della chiesa (nota 2). Cogliamo una parola da contestualizzare, vedi sotto «Rileggiamo», e da ripetere all’annuncio del Signore nella giornata.
Rileggiamo
i testi, cominciando dal vangelo, dove Gesù, Buona Notizia, parla di se stesso, capo e membra;
“Compimento” delle promesse della prima lettura; “Fondamento”
della chiesa, comunità di Gesù (vedi Principi e Norme per l’uso del Lezionario e del Messale Romano).
Rileggiamo vangelo e I-II lettura in rapporto al vangelo, adorando, pregando, contemplando Gesù, presente.
Il Vangelo di Marco (7,1-8.14-15.21-23).
Struttura.
Il testo evangelico liturgico è un centone di versetti. Il Lezionario ha mutilato il testo originale, seguendo alcune ipotesi esegetiche riguardanti la storia della tradizione fino ad ottenere una pericope con un tema semplificato. Così il brano evangelico è concentrato su una sola tematica: il rapporto esteriorità-interiorità. Da una parte, infatti, c’è l’accusa dei farisei ai discepoli di Gesù perché prendevano cibo con mani immonde e dall’altra c’è la dottrina di Gesù che insegna alla folla la pulizia interiore del cuore.
Il brano è suddivisibile in due parti: una prima parte (Mc 7,1-8) è dominata dalla «tradizione degli uomini» (vv. 3.4.5.8) che prende il sopravvento sulla Parola di Dio, mentre la seconda (Mc 7,1415.21-23) è dominata dall’antitesi «dentro-fuori» presente nell’uomo (vv. 15.21.23). Questi due brani trovano un collante nella citazione di Isaia 29,13: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini».
La prima lettura (Dt 4,1-2.6-8) lo conferma, ricordando che Dio aveva dato una legge al suo popolo Israele, dicendo: «Non aggiungerete nulla a ciò che vi comando, e non ne toglierete nulla». Invece, la Parola era stata progressivamente affiancata da prescrizioni umane; il loro intendimento iniziale era di facilitarne l’osservanza. Con l’andar del tempo tali prescrizioni avevano soppiantato i valori che Dio aveva proposto. La Parola divina (Dt 4,1-2.6-8), fonte di saggezza e intelligenza (cf. Dt 4,6), era stata equivocata ed era diventata sostegno di un comportamento esteriore senza anima. Ma Gesù le ridona tutta la sua freschezza; la realizza pienamente nella sua Persona, nelle sue parole e nelle sue opere.
La seconda lettura (Gc 1,17-18.21-22.27) rafforza ulteriormente il tema, riproponendo Gesù del vangelo, che nella vita della sua comunità nega la validità dell’esteriorismo e presenta il senso autentico della Legge in una religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre, con la visita agli orfani e alle vedove nelle sofferenze, senza lasciarsi contaminare da questo mondo. Comunità testimone di un Gesù che porta l’uomo alla fedeltà del cuore, al rapporto profondo e genuino con Dio, al di là d’ogni formalismo esteriore.
Tematica.
Per cinque domeniche (17ª-21ª) abbiamo contemplato Gesù che si dona in cibo e bevanda. Ora contempliamo Gesù che si dona come Medico e Medicina per sanare con la sua Parola il cuore dell’uomo, in modo che non esca più da esso malvagità.
Davanti a Dio conta il cuore dell’uomo, non i gesti di tipo puramente rituale e legalistico. Dal cuore vicino a Dio non possono uscire «intenzioni cattive» (Mc 7,21-22: prostituzioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia,stoltezza). La «tradizione degli uomini» non soppianti la «Parola di Dio», e il «mondo esteriore» dell’uomo non prevalga sul «mondo interiore». Non è teoria, ma qualcosa di molto concreto.
I testi eucologici ci guidano nella celebrazione: «Preghiamo» e «Contempliamo» con la Parola di Dio.
Per il bene e per il male, una sola radice:
il mondo interiore dell’uomo, dov’è seminato il germe del bene, che cresce fino alla pienezza.
ADORIAMO.
1. Ti adoriamo, Signore Gesù: che ci esorti ad osservare la tua Parola ricreatrice.
Non trascurate il comando di Dio, osservando la tradizione degli uomini. Dal testo sforbiciato del vangelo liturgico odierno ne guadagna la semplificazione evidenziata della tematica: da una parte la tradizione degli uomini (1ª parte del vangelo); e dall’altra l’antitesi tra dentro e fuori dell’uomo (2ª parte). Collante, il rimprovero d’Isaia: “Voi mi onorate con le labbra, ma il vostro cuore è lontano da me”.
Gesù fa propria la sentenza del profeta: egli non accetta la «tradizione degli uomini» (nota 4). Fino a quando essa favoriva l’adempimento di ciò che Dio dice, di quanto Dio chiede e rivela, poteva essere ritenuta uno strumento buono; ma da quando inizia a prendere il posto della Legge, cioè, di ciò che Dio rivela, allora essa non è più uno «strumento» ma un «impedimento» alla comprensione e all’attuazione della Legge. Con questa logica va intesa la prima parte, molto tormentata, del vangelo di oggi.
Non ciò che entra, contamina l’uomo; ma ciò che esce, lo contamina. È la seconda parte del testo, detta «parenetica» = esortativa: rispondendo, infatti, ai farisei con le parole d’Isaia, Gesù li «esorta» a non pesare più le cose di Dio con un simile bagaglio di norme umane; con un simile parametro di leggi umane vi troverete molto lontano da Dio, lontano da quanto Dio chiede a ciascuno di noi. Gesù intende dire: non continuate a fare così; ed estende la sua esortazione a tutti. Dopo questa risposta ai farisei, Gesù si rivolge, infatti, alla folla, e dà un principio importante: non ciò che entra, contamina l’uomo; ma ciò che esce, lo contamina. È il cuore dell’uomo che può produrre cose che fanno del male.
Marco riporta un elenco di «cose cattive»; esso è solo esemplificativo e parziale (nota 6). È l’intimo dell’uomo che, quindi, va rivisitato, capito e convertito, perché è da lì che esce il vero male. Non è dunque dall’esterno dell’uomo che il male può entrare nell’uomo, ma è ciò che l’uomo permette al suo mondo interiore di fare per conto suo; quando, cioè, l’uomo, nel suo mondo interiore, di sua iniziativa, rifiuta, toglie di mezzo quello che è il dialogo con Dio attraverso l’ascolto e l’obbedienza alla sua parola, egli si allontana da Dio.
Si può dire che nel sottofondo, sia della prima parte, sia della seconda parte, c’è un messaggio ben chiaro: quando l’uomo è in atteggiamento di obbedienza e di ascolto nei confronti della parola, noi ci troviamo di fronte a delle persone che sanno adorare Dio in Spirito e Verità; quando invece non c’è quest’atteggiamento, allora il cuore dell’uomo diventa una fucìna di malvagità.
“Non aggiungete nulla a quanto vi comando; osservate i comandi del Signore”. La Prima Lettura accosta le due parti del vangelo in modo nuovo; mentre nel sottofondo della prima e seconda parte del vangelo c’è il chiaro messaggio: quando c’è nell’uomo l’atteggiamento di obbedienza e di ascolto alle «proprie norme umane», anziché alla Parola di Dio, il cuore dell’uomo può divenire una fucìna di malvagità; ora troviamo la chiara Parola di Dio: non solo “Non aggiungete nulla a quanto vi comando”, ma anche, in senso positivo: “Osservate i comandi del signore”, perché solo allora siete effettivamente persone che sanno adorare Dio in Spirito e Verità. Per questo il testo sottolinea che la Parola di Dio va conservata integra, senza aggiunte e senza mutilazioni; come integra deve essere conservata e assunta una medicina che favorisce la salute dell’uomo. Solo lo Spirito è competente a proporre ciò che fa bene all’uomo, per la sua crescita in Cristo: per essere «simili all’Altissimo (Lc 6,35: “Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi”; Deut 4,1-2.6-8: “Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando; osserverete i comandi del Signore”). Il brano è tratto dalla collezione di omelie che è il Deuteronomio, celebrazione entusiastica dell’adesione alla proposta di Dio espressa nella Legge. Il commento ideale a questo brano potrebbe essere il monumentale salmo 118 (119), vero e proprio inno corale alla volontà di Dio incarnata nella sua Parola, la Bibbia pregata, celebrata. Nella «parola-comandamento» di Dio l’uomo trova la vera «intelligenza» e la vera «sapienza», che diventa «vostra» degli israeliti (v. 6) antichi e nuovi, e soprattutto Israele scopre la presenza di Dio. Il Signore è da cercare nella sua Parola che cerca noi, le sue pecore. La vera religione è la scoperta della vicinanza di Dio proprio nell’esistenza umana: splendida è, infatti, la domanda retorica finale: “Quale nazione ha la divinità così vicina a sé, come il Signore nostro Dio è vicino a noi” (v. 7) per aiutarci! – Donaci, Signore, la sapienza del cuore!
Religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle sofferenze e non lasciarsi contaminare da questo mondo. La Seconda Lettura ribadisce l’importanza della Parola di Dio che ci addita l’unica via di salvezza: mettere in pratica la Parola (Giacomo 1,17-18.21-22.27: “Siate di quelli che mettono in pratica la Parola). La vera religione fatta di impegno vitale e non di parole è un tema fondamentale nella lettera di Giacomo di cui si inizia oggi la lettura. Questo scritto, proveniente dall’ambiente giudaico ellenistico, polemizza fieramente contro le deviazioni di un culto divenuto solo rubricismo e alibi per giustificare una ricchezza ingiusta e sfacciata. Si comprende, allora, l’importanza che riveste nella collezione di sentenze disparate, che costituisce il capitolo 1°, la definizione dell’autentica religione: “Soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo” (v. 27). Si attualizza nella comunità di Gesù l’esigenza imprescindibile del vangelo (v. 18: “Tutto ciò che di esterno entra nell’uomo non può contaminarlo”, e neanche migliorarlo con le sole invocazioni: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli», Mt 7,21; e in Lc 8,21 troviamo Gesù che dichiara: “Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica”). – Fa’ che ascoltiamo, Signore, la tua Parola, e sappiamo occuparci di ciò che veramente vale per il bene di tutti davanti a Dio (nota 7).
PREGHIAMO.
Aderendo all’agire dello Spirito, per mezzo di Cristo che è: «1. Ringraziamento; 2. Pane; 3. Offerta; 4. Intercessione; 5. Lode»:
1. «Ringraziamo», raccontando l’Amore del Padre in Cristo verso di noi (prefazio). Grazie, Padre, per il tuo Figlio: intorno a lui e non intorno a norme umane tu ci raduni per la Pasqua.
2. «Siamo nutriti» di Cristo, che, preso il «pane» e rese grazie, si dona vero cibo e bevanda di salvezza (consacrazine, transustanziazione). Ora, Padre, manda lo Spirito, che perfeziona l’opera di Gesù nel mondo, compiendo ogni santificazione, rendendo presente fra noi Gesù che ci salva, facendoci crescere dal di dentro fino a divenire figli tuoi, o Altissimo.
3. «Diveniamo» luogo riservato a Gesù, che in noi continua a «donare» se stesso (offerta). In noi, Padre, si offre a te Gesù: che ci rinnova, e dal nostro cuore rinnovato fa uscire ogni cosa perfetta: fa risuonare la tua lode.
4. «Intercediamo» per tutti in Cristo, che «intercede» per noi, e ci fa intercessori con lui per gli altri (intercessione). Tutti, Padre, accogli in Cristo: vivi, defunti, celebranti; purificati dalla sua parola efficace, ogni persona è gradualmente «assunta» dalla sua presenza che riempie di nuovo colloquio interiore tutto ciò che fa e dice.
5. «Glorifichiamo» pienamente il Padre, per Cristo, con Cristo, in Cristo nello Spirito Santo che ci fa santi (lode finale). A te, Padre, ogni onore e gloria: da ogni cuore umano, divenuto tuo domestico e familiare: purificato dalla tua parola che salva.
O Padre, che ci mostri la tua via e ci guidi sul retto cammino; fa’ che l’uomo, purificato dalla tua parola, abiti la tua casa e canti la lode del tuo amore. Per Cristo nostro Signore. Amen.
CONTEMPLIAMO.
la storia del piano di Dio.
Nella chiesa il Padre convoca i credenti in Cristo, in cinque tappe (Lumen Gentium, 2; vedi: nota 3). Contempliamo oggi nei suoi cinque momenti, per esempio, La Legge dell’amore:
prefigurata, sin dall’inizio, nella Creazione: l’amore, nell’aiuto reciproco tra figli e genitori;
figurata, nella storia d’Israele, antica alleanza: l’amore, nell’adunare genti in un popolo, ben noto per sapienza e intelligenza divine;
compiuta, in Cristo Gesù, negli ultimi tempi: l’amore, in Gesù, compimento perfetto della Legge;
manifesta, nella chiesa, per lo Spirito effuso: l’amore, nei discepoli, purificati dalla parola di Dio;
completa, alla fine, nella gloria della Trinità. l’amore, in tutti, trasformati in figli nell’unico Figlio.
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NOTE
Nota 1.
«Dabàr Javè» = «Fatto e Parola di Javè».
La Parola di Dio, Proclamata in questa celebrazione, richiamata dall’antifona alla Comunione (cf T. Ordinario – Anno B – 22ª Domenica – 31/08/2003), e approfondita anche da altri testi eucologici, «attua ora» sacramentalmente in noi la redenzione, realizzata fin dall’evento pasquale della morte e risurrezione di Gesù il sette – nove Aprile del trenta d.C.
La Parola di Dio «attua ora sacramentalmente in noi la redenzione», perché lo stesso evento pasquale di duemila anni fa, con la sua efficacia, è in atto nella Parola «Proclamata» in quest’Eucaristia; la stessa «opera di Gesù» è in atto quindi in circostanze diverse: «storiche» di quel tempo in Israele, «sacramentali» (gesti e parole) ora nella sua Parola proclamata.
La Parola («Dabàr») è «Fatto e Parola» («Dabàr Javè» = «Fatto e Parola di Javè»); lo stesso «Fatto» storico della Pasqua di Gesù (che soffre, muore, trasmette lo Spirito, risorge) per opera dello Spirito Santo è presente in questa «Parola» proclamata nell’assemblea liturgica; anzi, «in previsione» della sua pasqua redentrice era già presente fin nel grembo di Maria.
Noi ora, come Maria, diciamo: “Sì”, con il cuore bendisposto nel celebrare. La redenzione, operata nei «misteri» (gesti e parole di Gesù nel rito), trasforma tutta la nostra vita. La Parola proclamata nella liturgia, cioè, lo stesso Gesù pasquale, ispira e attua i vari momenti della celebrazione e dell’esistenza in chi l’accoglie.
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Nota 2.
La partecipazione dell’assemblea celebrante.
“I fedeli partecipino con frequenza alle messe, anche feriali, e, quando ciò non è possibile, siano invitati a leggere almeno i testi delle letture corrispondenti in famiglia o in privato”, vedi Partecipazione e Celebrazione delle Feste Pasquali, Congreg. per il Culto, n.13; del 16.01.1988);
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Nota 3.
Contemplazione del progetto di Dio nella storia della salvezza.
«I credenti in Cristo, (il Padre) li ha voluti chiamare a formare la santa Chiesa, la quale, già annunciata (“prefigurata”) in figure sino dal principio del mondo, mirabilmente “figurata” nella storia del popolo d’Israele e nell’antica Alleanza [1], stabilita (“compiuta”) infine «negli ultimi tempi», è stata manifestata (“manifesta”) dall’effusione dello Spirito e avrà glorioso compimento alla fine dei secoli (“completa”). Allora, infatti, come si legge nei santi Padri, tutti i giusti, a partire da Adamo, «dal giusto Abele fino all’ultimo eletto» [2], saranno riuniti presso il Padre nella Chiesa universale» (Lumen Gentium 2).
Cinque tappe della formazione della chiesa (da kalèô = chiamo; participio passato = èkklesa: ecclèsia, chiesa = chiamata): prefigurata, figurata, compiuta, manifesta, completa.
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Nota 4.
La tradizione umana degli antichi e la Parola di Dio.
“Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi?”.
Questa obbiezione fatta a Gesù da «farisei e alcuni degli scribi», non in pieno accordo con altri, riguardava la «purificazione rituale», che, secondo i farisei, doveva essere osservata da tutti. Essa consisteva in un’applicazione esagerata d’alcuni elementi, che i sacerdoti dovevano osservare nei loro banchetti rituali. I farisei li avevano adattati alla vita quotidiana dei laici. I sadducei erano molto contrari a questo modo di procedere; anche la gente comune vi resisteva, rifiutando una ligia adesione a tali norme.
I farisei le osservano scrupolosamente. Essi pensavano di salvarsi con questo corredo di regole intorno alla parola di Dio. Erano «Norme» che all’inizio avevano lo scopo d’aiutare a non sbagliare riguardo all’interpretazione della parola di Dio; di fatto, però, allontanavano la Parola del Signore dalla mente e dal cuore degli stessi religiosi farisei, intenti più alle loro norme umane che alla parola di Dio. Ottima l’intenzione: mettere in pratica quanto Dio dice; pessimo alla fine il risultato: netta sostituzione della parola di Dio da parte di norme umane.
Ai tempi di Gesù questo comportamento doveva essere assai riprovevole a livello religioso, se qualche decennio dopo, Rabbi Aqiba preferiva, quando era in carcere, non mangiare nulla piuttosto che rinunciare a purificarsi le mani con l’acqua. Alla domanda dei farisei, che ha sapore accusatorio, Gesù risponde con la citazione di Is 29,13, dove il profeta, in nome di Dio, chiede che il cuore dell’uomo sia vicino a Dio e che il comandamento di Dio non sia stravolto da nessuna tradizione umana. Cosa può significare «avere il cuore vicino a Dio»? Se il termine «cuore» è l’ «interno» dell ‘uomo dove ci sono i ricordi, le idee, i progetti e le decisioni, «avere il cuore vicino a Dio» equivale a «cercarlo» (Dt 4,29), ad «amarlo» (Dt 6,5), significa essere «mite ed umile» come Cristo (Mt 11,29), corrisponde a lasciarsi abitare dallo Spirito (GaI 4,6) di Colui che ha avuto il cuore infranto dall’insulto (cf. Sal 62,21).
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Nota 5.
I sentimenti mal gestiti nel cuore dell’uomo.
Molti studiosi hanno proposto varie ipotesi su ciò che Gesù intendeva dire con queste parole; ma dall’elenco che segue nel vangelo si può ben capire che si tratta di sentimenti nell’uomo; quando sono mal gestiti, essi possono indurlo a comportarsi in una certa maniera «malvagia». Possiamo constatare come il Signore Gesù veda il cuore dell’uomo, l’io più profondo della persona umana, e veda anche l’autore di queste cose che non sono secondo la volontà di Dio.
Chiuso il dialogo con i farisei in modo drastico, Gesù si rivolge alla folla. Egli intendeva eliminare definitivamente il codice anticotestamentario della purità ed evidenziare come la vera impurità si riconosce in ciò che l’uomo «dice e fa», in perfetta coerenza tra ciò che c’è «dentro all’uomo» e ciò che appare «fuori dell’uomo».
La Colletta propria si sofferma, nella petizione, sul tema della coerenza tra labbra e cuore nella preghiera (“fa’ che la lode delle nostre labbra risuoni nella profondità del cuore”). La seconda petizione poi ripropone il tema dell’interiorità (“la tua parola seminata in noi”) dalla quale nascono le cose secondo Dio (“santifichi e rinnovi tutta la nostra vita”).
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Nota 6.
Metodo antico degli elenchi parziali, nel male come nel bene.
L’elenco fatto da Gesù è solo indicativo e non complessivo com’erano allora tutti i cataloghi di vizi e virtù. Si conosce questo modo di esprimersi del mondo antico. Questi elenchi si trovano anche in Paolo, che non intende essere esaustivo in ciò che dice; anche in lui l’elenco è solo esemplificativo. Il concetto base resta lo stesso, anche se non si dicono tutti i passaggi, che del resto, sono imprevedibili per ogni individuo.
È un metodo usato nel male, come anche nel bene; intende alludere, cioè, al processo della realtà in questione fino al suo perfetto compimento. Dio non fa le cose a metà (Cfr collette: comune e propria: “O Dio, unica fonte di ogni dono perfetto”, “si sviluppi in noi il germe del bene, e cresca fino alla sua pienezza”, “la tua parola seminata in noi santifichi e rinnovi tutta la nostra vita”).
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Nota 7.
Ciò che veramente vale davanti a Dio.
Scandalizzati di fronte a scene esplicite di sesso nel cinema, esterrefatti davanti a certi programmi televisivi, preoccupati dal ripetersi di atti di violenza sui minori, sconcertati dalla mancanza di senso morale … la lista potrebbe continuare all’inverosimile, perché pensieri di questo genere abbondano in tutto il Paese. Quando alcune persone manifestano i loro sentimenti di fronte al dilagare della corruzione, del vizio, dell’immoralità, non si sa se ridere o piangere. Ridere della loro consumata abilità teatrale, del loro furore etico, o piangere di fronte a chi, pur avendo una certa età, si impaurisce di fronte a ciò che non costituisce il vero pericolo, sputa con veemenza il moscerino ed ingoia l’elefante.
Il pericolo, il problema non è costituito dal male che viene dal di fuori, ma da quello che si annida nel cuore dell’uomo. L’allarme dev’essere lanciato a partire da qui, dal luogo che nobilita o contamina ogni gesto ed ogni parola.
Perché preoccuparsi dei grandi scandali, se anche noi trucchiamo le dichiarazioni dei redditi e rinunciamo allo scontrino fiscale in cambio di un piccolo sconto? Perché meravigliarsi di comportamenti sessuali senza alcun limite, se abbiamo dato per scontati l’infedeltà, il tradimento, l’adulterio? Perché fare tanti drammi dinanzi ad una prostituzione ostentata e ben visibile sulle strade, se la nostra coscienza si è troppo spesso prostituita in nome della carriera, della tranquillità, di qualche vantaggio?
Fa tristezza il riconoscere che, mentre stava per scoppiare un conflitto mondiale che avrebbe lasciato dietro di sé milioni di vittime, e tra esse tanti giovani con i loro ideali e il loro entusiasmo, vescovi e preti dedicavano le loro energie a misurare il pudore femminile sui centimetri di gambe e di braccia che rimanevano scoperti … Mentre si consumava la tragedia della Shoah e sei milioni di nostri fratelli maggiori venivano eliminati, di quale male si parlava all’interno delle chiese, nei ricreatori e nelle adunanze giovanili? Dell’oscenità del ballo, del velo sulla testa o del rossetto sulle labbra.
Lo dobbiamo ammettere: in campo morale l’ottusità non è solo triste o laida, è terribile. Terribile per i suoi effetti, drammatica per le conseguenze che provoca. Ecco perché la responsabilità dei genitori, degli educatori, dei ministri della Chiesa è enorme. E il giudizio che incombe su di loro non è di poco conto. In questo ambito l’acquiescenza, il seguire la corrente, la voglia di evitare i conflitti, la preoccupazione di fare i propri interessi a scapito di chiunque altro sono veramente devastanti per la coscienza delle giovani generazioni, perché rovinano il cuore e deturpano lo sguardo.
La parola di Gesù risuona oggi per noi, in modo tremendamente attuale: «Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo».
Se non ci trovassimo davanti a situazioni laceranti, verrebbe da sorridere di fronte all’ allarme lanciato sui pedofili, mentre oltre i1 60% degli abusi sessuali sui minori si consuma in famiglia. Dov’è, allora, veramente, il marcio?
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condividiamo (cfr neretto) la preghiera della Chiesa (cfr colori).