14-06-2009-CorpusDomini-B

14/06/2009 – Corpus Domini – ANNO B – 2 domDopoPent-2009

Preparazione alla celebrazione della messa.

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO.
2ª Domenica dopo Pentecoste
Anno B – 14 Giugno 2009

Ci Raccogliamo
davanti al Signore Gesù, Dio fatto uomo, che si dona, muore, risorge, trasmette lo Spirito (Nota 1).
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo. Amen.
Ascolta, Israele: io sono il Signore Dio tuo…! (Ascolta N. [tuo nome]; ascolta, Chiesa che sei in.. [nomi di parrocchie, comunità, famiglie. Le presentiamo al Padre come membra di Gesù che vive presentandogli tutta l’umanità. Gli presentiamo in Cristo anche singole persone: ascolta N. [nome d’una persona]. E tutti, con disponibilità, accogliamo la nostra esistenza quotidiana in Cristo, dicendo):
Eccomi, Signore, aiuta tutti, come ora aiuti noi ad ascoltarti.

Leggiamo
il formulario liturgico della messa corrispondente, da Ingresso a Dopocomunione, secondo le disposizioni della chiesa (nota 2). Cogliamo una parola da contestualizzare, «vedi sotto: Rileggiamo», e da ripetere alla venuta del Signore nella giornata.

Rileggiamo
i testi, cominciando dal vangelo, dove Gesù, Buona Notizia, parla di se stesso,
“Compimento” delle promesse della prima lettura; “Fondamento”
della chiesa, comunità di Gesù (vedi Principi e Norme per l’uso del Lezionario e del Messale Romano).
Rileggiamo, quindi, vangelo e I-II lettura in rapporto al vangelo,
adorando, pregando, contemplando Gesù, presente.

Il Vangelo (Mc 14,12-16.22-26).
Struttura.
Il testo evangelico liturgico è sforbiciato, ed è unito a due letture che lo approfondiscono.
È sforbiciato: nel testo biblico, infatti, è un trittico: tra la preparazione della Cena (14,12-16) e l’eucaristia (14,22-26), c’è al centro, la denuncia del traditore (14,17-21) che proietta una luce fosca sulle due scene laterali della preparazione della cena e dell’Eucaristia; d’altra parte, rivela l’immenso amore gratuito di Gesù, che risponde al male con il dono di tutto se stesso.
Dei tre quadri del testo biblico -preparazione della Cena, denuncia di tradimento, eucaristia – la liturgia toglie quello centrale, «la denuncia del traditore», lega così l’Eucaristia (2ª parte del brano direttamente alla prima) alla grande festa della Pasqua («Il primo giorno degli Azzimi, quando s’immolava la Pasqua»), e lega la preparazione della Cena alla celebrazione della stessa alleanza («Questo è il mio sangue, il sangue dell’Alleanza, versato per i “molti”» = tutti). Due sole parti quindi del brano evangelico: preparazione della cena pasquale (Mc 14,12-16), e istituzione dell’eucaristia nell’ultima cena (Mc 14,22-26).
La prima lettura associa il testo evangelico all’alleanza dell’Esodo 24,3-8, e vede l’eucaristia come Alleanza, rapporto di Dio con l’uomo; tema privilegiato e fondamentale in tutta la Scrittura.
La seconda lettura (Eb 9,11-15) rafforza ulteriormente il tema dell’Alleanza della prima lettura (v. 15: «Egli -Gesù- è mediatore di una nuova alleanza»).

Tematica.
Il testo evangelico, visto alla luce della prima e seconda lettura, assume una valenza teologica particolare: la preparazione della Cena pasquale (prima parte del brano) è vista come «preparazione dell’alleanza»; e la cena pasquale (seconda parte del brano) è la nuova Alleanza, profetizzata da Geremia (31,31-34: nota 4), attuata da Gesù nel mistero pasquale, resa presente e accessibile ad ogni uomo nel «sacramento» dell’eucaristia. L’assemblea sperimenta un vero rapporto personale con il Signore Gesù che la nutre con il suo amore e la sua stessa carne. È interessante notare come la liturgia dia per scontata la presenza reale, e sottolinei invece una dimensione dinamica dell’Eucaristia in rapporto al fedele.
I testi eucologici ci guidano nella celebrazione: «Preghiamo» e «Contempliamo» con la Parola di Dio.

Il Corpo e il Sangue di Cristo: Sacrificio di Alleanza.

ADORIAMO.
1. Ti adoriamo, Signore Gesù: che decidi di donare te stesso gratuitamente ai tuoi nemici/amici.
Le parole dell’istituzione dell’eucaristia indicano come Gesù abbia voluto interpretare chiaramente la sua morte in croce, che avviene lo stesso giorno, venerdì, sette aprile dell’anno trenta d.C, come dono gratuito di se stesso: “Corpo donato per voi; sangue versato per voi e per tutti”. La sera del giovedì è l’inizio del giorno, venerdì: il giorno liturgico non inizia, come quello civile nostro, a mezzanotte. L’Eucaristia è il «sacrificio dell’Alleanza». Nella «stipula dell’Alleanza», prima veniva letto il documento con cui si dichiaravano intenzione e condizioni dei contraenti, e poi veniva compiuto il sacrificio, come sigillo dell’alleanza stessa da parte degli stessi contraenti. Tale sacrificio era completo quando veniva consumato in un pasto di comunione. Nella celebrazione, «programma rituale partecipativo», Gesù dichiara la sua «intenzione» di dare se stesso; poi, attualizza la sua intenzione, stando con i suoi fino a morire, sino alla fine della giornata, venerdì, primo pomeriggio.
Dato che l’eucaristia (seconda parte della messa) viene presentata dalla liturgia come Alleanza, non può essere separata o sganciata dalla Parola (prima parte della messa); né può essere un rito dal quale si può disertare. «Disertare» equivale a non controfirmare l’Alleanza. Non può essere visto come sacrificio, se non viene vissuta come pasto comunionale,
comunità con Dio e con il prossimo, ; ma, tutto questo non sa di obbligo, bensì d’attrazione (eìs=movim.) crescente da parte del suo Amore divino.

2. Ti adoriamo, Signore Gesù: tu riempi di senso liberatorio tutta la storia con il dono di te stesso.
Preparazione della Cena. (14,12-16).
Gesù prende spunto dal desiderio dei discepoli di celebrare la pasqua giudaica per far capire loro quale sia la vera Pasqua, l’esodo definitivo, che Gesù viene ad attuare. I discepoli pensano a far festa.
Gesù escogita come far almeno intuire ai discepoli il vero senso della festa: la sua Persona. . compie/attualizza l’antica alleanza sopra riportata, e fonda in se stesso la Nuova ed Eterna Alleanza.
12 Il primo giorno degli Azzimi (nota 5), quando s’immolava la Pasqua , i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?». (nota 6).
Nuova datazione (cfr. 14,1 «Mancavano intanto due giorni alla Pasqua e agli Azzimi -vigilia della Pasqua- e i sommi sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di impadronirsi di lui con inganno, per ucciderlo. Dicevano, infatti: “Non durante la festa, perché non succeda un tumulto di popolo”»): il primo giorno degli Azzimi, era la vigilia di Pasqua (cfr. 15,42: «Sopraggiunta ormai la sera, poiché era la Parascève, cioè la vigilia del sabato»); la cena pasquale si celebrava al tramonto del sole, quando, secondo il computo giudaico, iniziava il giorno di Pasqua. La festività durava otto giorni; in questo tempo non si mangiava pane fermentato, ma azzimo = senza fermenti (cfr Es 23,15: “Osserverai la festa degli azzimi: mangerai azzimi durante sette giorni, come ti ho ordinato, nella ricorrenza del mese di Abib, perché in esso sei uscito dall’Egitto; idem 34,18). La menzione del sacrificio dell’agnello mette tutta la narrazione successiva fino alla morte e sepoltura di Gesù sotto il segno della Pasqua. L’iniziativa di celebrarla non è di Gesù, ma dei discepoli (seguaci israeliti), che vogliono preparare la cena pasquale giudaica. Gesù indica loro qual è la pasqua che devono preparare.
13Allora (nota 7)mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo.
Gesù manda due discepoli ne «la città», il centro che domina il popolo con la sua ideologia e il suo apparato istituzionale (non comparirà più il nome di Gerusalemme), come prima li aveva mandati nel «villaggio», che è subordinato ad essa (11,2). Per poter arrivare al luogo dove Gesù intende celebrare la sua Pasqua, dà loro un segno: troveranno un uomo che, contro le usanze, porta una brocca d’acqua (compito proprio delle donne). Quella persona, indicata da Gesù, sa cosa deve fare: portare i discepoli in un luogo determinato. Tutto l’episodio, tutta la storia ha un significato figurato; l’uomo che porta «l’acqua» allude a Giovanni Battista, colui che battezzava con acqua (1,8), segno di cambiamento di vita, in rapporto a Gesù, compimento delle promesse e delle immagini veterotestamentari. «Seguire l’uomo della brocca» significa che devono cambiare, rompendo con un passato. Hanno seguito Gesù mantenendosi attaccati alla loro mentalità: gli stanno vicino, ma con la loro mentalità; se non si staccano da questa, non prenderanno parte alla Pasqua che egli sta per celebrare. “Non sei lontano dal regno di Dio” (Mc 12,34), dice Gesù allo Scriba che lo ha interrogato sul più grande comandamento, e poi ha apprezzato la sua sapiente risposta: ma non basta apprezzare…, bisogna cambiare mentalità.
14Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. 15Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi».
Il fatto che l’uomo dalla brocca guidi i discepoli sottolinea la missione di Giovanni come precursore che, in quanto tale, porta a Gesù: la mia stanza indica la fine del cammino (1,2); Gesù celebrerà la Pasqua vera; il locale in alto, allude senz’altro al monte Sinai, dove si realizzò l’antica alleanza (Es 24,4-8) e alla croce (calvario), innalzata sulla terra; è grande, perché è destinato a «molti» (14,24: “…sangue dell’alleanza mia, che viene versato per molti = tutti”); è preparato da parte di Gesù, ma i discepoli, dopo aver rotto con l’ingiustizia (1,4: «conversione», «Si presentò Giovanni a battezzare nel deserto, predicando un battesimo di “conversione” per il perdono dei peccati»), dando retta a Giovanni, devono collaborare nella realizzazione della nuova Pasqua: “Lì preparate la cena per noi”; lo faranno con la loro dedizione personale (allusione ai posti «alla destra e alla sinistra» di 10,35-37: «Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: “Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo”. Egli disse loro: “Cosa volete che io faccia per voi? ”. Gli risposero: “Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”»). Gesù celebrerà in mezzo a Israele una Pasqua alternativa che renderà reale ciò che la pasqua antica annunciava; sarà liberazione definitiva, creerà il nuovo popolo di Dio, che si estenderà a tutta l’umanità. I discepoli ci rappresentano nel contribuire alla preparazione di quel nuovo esodo sempre aperto nella storia.
In mezzo a un sistema d’oppressione (Gerusalemme) viene celebrata la vera liberazione. È attuale.
16 I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua. (nota 8).
I discepoli eseguono le istruzioni. Sul piano narrativo, si tratta della preparazione della cena; su quello teologico, della disposizione personale al dono di sé, come quello di Gesù. Con quale consapevolezza? Gesù chiede per ora «disponibilità», analoga al desiderio di «sedere… alla tua destra e alla tua sinistra», vedi sopra.

3. Ti adoriamo, Signore Gesù: tu sei per noi la Nuova ed Eterna Alleanza, partecipativa.
L’eucaristia (14,22-26).
Quelli che accompagnano Gesù alla Cena sono stati indicati come i discepoli (14,12: «I discepoli dissero a Gesù»;14.14: «Allora mandò due dei suoi discepoli »), e come i Dodici (14,17: Venuta la sera, egli giunse con i Dodici; 20: «Ed egli disse loro: “Uno dei Dodici, colui che intinge con me nel piatto…”»), indicando che la Cena ha un aspetto che li riguarda in quanto «seguaci di Gesù» (discepoli) e un altro aspetto, in quanto rappresentano l’«Israele definitivo» (i Dodici).
Il primo aspetto, si riferisce al «pasto con Gesù», in quanto «seguaci di Gesù», e si riferisce alla «partecipazione» al suo pane/corpo e al suo vino/sangue, che sarà in comune con gli altri nuovi seguaci. (cfr. 2,15: «Mentre Gesù stava a mensa in casa di lui –Levi/Matteo-, molti pubblicani e peccatori si misero a mensa insieme a Gesù e ai suoi discepoli; erano molti, infatti, quelli che lo seguivano»),
Il secondo aspetto, esclusivo per i Dodici, si riferisce «all’interpretazione della Cena» in categorie prese dall’AT.; oltre che «alla partecipazione» della stessa cena con Gesù. Infatti, il racconto di Marco ha come sfondo quello di Es 24,6-8 (riportato nella prima lettura: «…Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini, e ne versò l’altra metà sull’altare. Poi, prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo. Dissero: “Quanto il Signore ha ordinato, noi lo faremo e lo eseguiremo! ”. Allora Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: “Ecco il sangue dell’alleanza, che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole! ”»; sangue/luogo della vita, sull’altare, e sul popolo: stretta parentela vitale fra Dio e popolo).
Gesù esprime il «dono di sé», compie l’antica alleanza e fonda la Nuova. Lo sfondo di Marco descriveva e richiamava il rito che sigillava l’antica alleanza tra Dio e il popolo. Nella Cena, Gesù esprime la volontarietà del «suo dono di sé» e della «sua morte», con cui compie/attualizza l’antica alleanza sopra riportata, e fonda in se stesso la Nuova ed Eterna Alleanza.
22Mentre mangiavano (nota 9), prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo».
Durante il pasto, Gesù offre il pane (Prendete) e spiega che è il suo corpo (gr. soma). Nell’antropologia del tempo, il soma significava la persona in quanto identità, presenza e attività; di conseguenza, invitando a prendere il pane/corpo, Gesù invita ad accettare il dono suo, che li rende simili a lui, ad accettare la sua persona e la sua attività storica come norma di vita; egli stesso dà la forza per farlo (pane/alimento). Non è detto che i discepoli lo mangino.
23Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. 24E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti/tutti. (nota 8).
Diversamente da come aveva fatto per il pane, Gesù dà la coppa senza dire niente («lo diede loro e ne bevvero tutti»), è detto esplicitamente che «ne bevvero tutti». Le parole che spiegano il significato della coppa, Gesù le pronuncia dopo che tutti hanno bevuto «e disse loro: “Questo è il mio sangue dell’alleanza”; consacra il vino nello stomaco!). «Il sangue… versato» significa la morte violenta o, meglio, la persona in quanto soffre quel genere di morte. Bere della coppa significa, quindi, accettare la morte di Gesù e impegnarsi, come lui, a non desistere dall’attività salvatrice (rappresentata dal pane), nemmeno per paura della morte (8,34; 10,38.45; 13,37; 14,3; cfr. 10,38: «la bevanda/coppa»); a questo impegno è addetto lo Spirito donato (1,10: «E, uscendo dall’acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba»). Come abbiamo detto, in questo vangelo Gesù offre il pane, ma non la coppa; al contrario, non viene detto che i discepoli «mangino il pane», mentre viene sottolineato che «tutti» bevvero della coppa. Questi dati indicano che «mangiare il pane» e «bere della coppa» sono «atti inseparabili»; cioè che non si può accettare la vita di Gesù senza accettare la sua donazione di sé fino alla fine, e il fatto che l’impegno di chi segue Gesù include una dedizione come la sua, per causa sua e del vangelo (cfr. 8,35: “Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita «per causa mia e del vangelo», la salverà”). In questo modo la partecipazione all’eucaristia rinnova l’impegno preso nel battesimo di seguire Gesù fino alla fine. Ed è proprio questo il comandamento di Gesù ai suoi seguaci (13,34.35.37: «state svegli»).
Il secondo aspetto della Cena, «proprio del nuovo Israele» (i Dodici), è espresso soprattutto nella spiegazione della coppa: Questo è il sangue dell’alleanza. Alludendo a Es 24,8b (Esodo 24,8b riporta Mosè che dice: “Ecco il sangue dell’alleanza, che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole! ”); viene descritto il rito che sigillava l’antica alleanza tra Dio e il popolo. Nella Cena, Gesù esprime la volontarietà del «suo dono di sé» e della «sua morte», che fondano la nuova alleanza. Gesù interpreta agli Apostoli la sua morte in termini di alleanza; vuole che capiscano che, per il nuovo Israele, l’alleanza del Sinai viene sostituita dalla sua (cfr. 2,19s, «dello Sposo»). Nella prima lettura ci sono i paralleli con l’istituzione della prima alleanza.
25In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo (nota 10), nel regno di Dio».
Gesù termina con un’affermazione solenne In verità io vi dico; il frutto dell’antica vite/Israele non basta più (12,l-3: «Gesù si mise a parlare loro in parabole: “Un uomo piantò una vigna, vi pose attorno una siepe, scavò un torchio, costruì una torre, poi la diede in affitto a dei vignaioli e se ne andò lontano. A suo tempo inviò un servo a ritirare da quei vignaioli i frutti della vigna. Ma essi, afferratolo, lo bastonarono e lo rimandarono a mani vuote»; vv. 29-3l: «Gesù rispose: “Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questi”»: i due comandamenti); quel giorno è quello della sua morte-esaltazione (2,20: “Ma verranno i giorni in cui sarà loro tolto lo sposo e allora digiuneranno”), quando darà lo Spirito (15,37: «spirò»); il vino/amore nuovo (2,22), espresso nel comandamento di Gesù (13,34.37) sarà la vita data dai suoi seguaci (8,34s), figurata nell’unzione fatta dalla donna a Betania (14,3); nel regno di Dio, cioè, nella società nuova la cui primizia è la nuova comunità; Gesù sarà presente in essa nella missione e nell’eucaristia (2,15; 9,1; 10,15s).
26Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. (nota11).
Escono verso il Monte degli Ulivi. Il punto di partenza è «il locale grande, in alto», situato nella «città» (14,13.16), dove è stata celebrata l’eucaristia (14,22ss), che simboleggia in anticipo la morte volontaria di Gesù, e dove il bere «dal calice» era segno dell’impegno dei discepoli a darsi come lui. La meta finale, lo stato glorioso che fa seguito alla morte, è simboleggiato dal «Monte degli Ulivi» (13,3: «Mentre era seduto sul monte degli Ulivi, di fronte al tempio, Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea lo interrogavano in disparte: “Quando…”). Per questo, quando Mc passa dalla sequenza teologica a quella narrativa, non si parlerà di questo monte: Gesù e i discepoli arriveranno semplicemente in un terreno detto Getsemani.

4. Ti adoriamo, Signore Gesù: che trasformi la pasqua antica in Pasqua del Signore per l’uomo.
Prima lettura (Es 24,3-8: Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi. I paralleli tra la nuova ed eterna Alleanza e la prima alleanza. I paralleli della «messa» con l’istituzione della prima alleanza sono numerosi:
Mosè prende il libro/codice dell’alleanza, che contiene la Legge; Gesù prende il pane (la Legge veniva detta «pane»).
Alla lettura della Legge fatta da Mosè, alla presenza di tutti, corrispondono le parole di Gesù: “Questo è il mio corpo; la sua persona e la sua attività sono il pane/la Legge della sua alleanza.
Con la lettura della Legge Mosè voleva che il popolo si impegnasse ad osservare il codice dell’alleanza; l’invito di Gesù: “Prendete”, esorta i Dodici ad adottare la sua persona come norma di vita.
All’accettazione da parte dell’antico popolo, in Mc corrisponde l’atto di bere della coppa, compiuto dai Dodici, il nuovo Israele.
Alla dichiarazione di Mosè, al momento di aspergere con il sangue il popolo: «Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore fa con voi», corrispondono le parole di Gesù: Questo è il sangue dell’alleanza mia. C’è un’alleanza di Gesù che riforma l’antica.
Mosè asperse con il sangue il popolo e l’altare, esprimendo l’unione di Dio con Israele. Nella Cena, invece, il vino/sangue viene bevuto; la sua penetrazione nell’interno dell’uomo esprime la comunicazione dello Spirito, forza divina che lo mette in grado di osservare il codice proposto. Inoltre, il sangue di Gesù non viene sparso solo per Israele, ma per molti/tutti (cfr Is 53,12: Il messia-Gesù toglie il castigo per il peccato, e l’uomo, tutta l’umanità, passa dalla colpa al perdono, senza che sia attribuita, ad essa umanità, la colpa che Gesù prende su di sé. Si tratta di un’alleanza universale.

5. Ti adoriamo, Signore Gesù: Mediatore di una nuova ed eterna alleanza.
La seconda lettura (Eb 9,11-15) presenta Gesù, sacrificato una volta per sempre, «mediatore di una nuova alleanza». In questo brano vengono ripresi tutti i temi dell’alleanza sinaitica per farne risaltare l’unica, piena attuazione nel Cristo e nel suo sacrificio.
Cristo è sommo sacerdote ma, a differenza di Mosè, lo è di «beni futuri». Cristo non celebra in una tenda materiale, ma nella «tenda più grande e perfetta» (v. 11) del suo corpo glorificato.
Cristo non usa sangue di capri e di vitelli come nell’olocausto del Sinai, ma versa il suo «proprio sangue» (v. 12).
Cristo non ci offre una liberazione transitoria come quella storica dell’Esodo, ma ci dona «una redenzione eterna» (v.12).
Cristo non purifica solo ritualmente e «nella carne», ma col suo sangue, animato dallo Spirito Santo, purifica «la nostra coscienza dalle opere morte» (v. 14), unendoci intimamente a Dio.
Cristo alla «prima alleanza» sostituisce, attraverso il suo sacrificio, la «nuova alleanza» perfetta, cantata e sperata dal profeta Geremia (31,31-34); attuale ora nella celebrazione di ogni liturgia (vedi: Nota 1).
Cristo introduce l’uomo al banchetto del Regno, dono dell’amore gratuito di Dio.

PREGHIAMO.
Aderendo all’agire dello Spirito, per mezzo di Cristo che è: «1. Ringraziamento; 2. Pane; 3. Offerta; 4. Intercessione; 5. Lode»:
1. «Ringraziamo», raccontando l’Amore del Padre in Cristo verso di noi (prefazio). Grazie, Padre, per il tuo Figlio: che hai fatto Mediatore della nuova ed eterna alleanza.
2. «Siamo nutriti» di Cristo, che, preso il «pane» e rese grazie, si dona vero cibo e bevanda di salvezza (consacrazine, transustanziazione). Ora, Padre, manda lo Spirito, che perfeziona l’opera di Gesù nel mondo, compiendo ogni santificazione. Gesù è con noi nel mistero del corpo, del sangue e dei fratelli.
3. «Diveniamo» luogo riservato a Gesù, che in noi continua a «donare» se stesso (offerta). In noi, Padre, si offre a te Gesù: dono perfetto della nuova alleanza, ci purifica, ci rende a te graditi.
4. «Intercediamo» per tutti in Cristo, che «intercede» per noi, e ci fa intercessori con lui per gli altri (intercessione). Tutti, Padre, accogli in Cristo: vivi, defunti, celebranti; fatti partecipi della cena dell’Agnello.
5. «Glorifichiamo» pienamente il Padre, per Cristo, con Cristo, in Cristo nello Spirito Santo che ci fa santi (lode finale). A te, Padre, ogni onore e gloria: dall’umanità predisposta alla nuova ed eterna alleanza in Cristo.
O Padre, che ci hai donato il Figlio, pane vivo disceso dal cielo, perché mangiando viviamo in eterno; disseta tutti noi al calice della gioia. Per Cristo nostro Signore. Amen.

CONTEMPLIAMO.
la storia del piano di Dio.
Nella chiesa il Padre convoca i credenti in Cristo, in cinque tappe (Lumen Gentium, 2; vedi: nota 3). Contempliamo oggi nei suoi cinque momenti, per esempio, Il Nutrimento:
prefigurata, sin dall’inizio, nella Creazione: il nutrimento, naturale del pane e del vino;
figurata, nella storia d’Israele, antica alleanza: il nutrimento, dell’alleanza di Dio con Israele;
compiuta, in Cristo Gesù, negli ultimi tempi: il nutrimento, della comunione di Gesù con il Padre;
manifesta, nella chiesa, per lo Spirito effuso: Il nutrimento, dell’alleanza nuova nel corpo e sangue di Gesù;
completa, alla fine, nella gloria della Trinità. Il nutrimento, della comunione di tutti in Cristo con il Padre.

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NOTE
Nota 1. La Parola di Dio, Proclamata in questa celebrazione, richiamata dall’antifona alla Comunione (cf CorpusDomini – Anno B – 2ª Dom.dopoPent. – 22/06/2003), e approfondita anche da altri testi eucologici, «attua ora» sacramentalmente in noi la redenzione, realizzata fin dall’evento pasquale della morte e risurrezione di Gesù il sette – nove Aprile del trenta d.C.
La Parola di Dio «attua ora sacramentalmente in noi la redenzione», perché lo stesso evento pasquale di duemila anni fa, con la sua efficacia, è in atto nella Parola «Proclamata» in quest’Eucaristia; la stessa «opera di Gesù» è in atto quindi in circostanze diverse: «storiche» di quel tempo in Israele, «sacramentali» (gesti e parole) ora nella sua Parola proclamata.
La Parola («Dabàr») è «Fatto e Parola» («Dabàr Javè» = «Fatto e Parola di Javè»); lo stesso «Fatto» storico della Pasqua di Gesù (che soffre, muore, trasmette lo Spirito, risorge) per opera dello Spirito Santo è presente in questa «Parola» proclamata nell’assemblea liturgica; anzi, «in previsione» della sua pasqua redentrice era già presente fin nel grembo di Maria.
Noi ora, come Maria, diciamo: “Sì”, con il cuore bendisposto nel celebrare. La redenzione, operata nei «misteri» (gesti e parole di Gesù nel rito), trasforma tutta la nostra vita. La Parola proclamata nella liturgia, cioè, lo stesso Gesù pasquale, ispira e attua i vari momenti della celebrazione e dell’esistenza in chi l’accoglie.
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Nota 2. “I fedeli partecipino con frequenza alle messe, anche feriali, e, quando ciò non è possibile, siano invitati a leggere almeno i testi delle letture corrispondenti in famiglia o in privato”, vedi Partecipazione e Celebrazione delle Feste Pasquali, Congreg. per il Culto, n.13; 16.01.1988);
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Nota 3. «I credenti in Cristo, (il Padre) li ha voluti chiamare a formare la santa Chiesa, la quale, già annunciata (“prefigurata”) in figure sino dal principio del mondo, mirabilmente “figurata” nella storia del popolo d’Israele e nell’antica Alleanza [1], stabilita (“compiuta”) infine «negli ultimi tempi», è stata manifestata (“manifesta”) dall’effusione dello Spirito e avrà glorioso compimento alla fine dei secoli (“completa”). Allora, infatti, come si legge nei santi Padri, tutti i giusti, a partire da Adamo, «dal giusto Abele fino all’ultimo eletto» [2], saranno riuniti presso il Padre nella Chiesa universale» (Lumen Gentium 2).
Cinque tappe della formazione della chiesa (da kalèô = chiamo; participio passato = èkklesa: eclèsia, chiesa = «chiamata»): prefigurata, figurata, compiuta, manifesta, completa.
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Nota 4. Geremia 32,31-34:
“Ecco verranno giorni – dice il Signore – nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda io concluderò un’Alleanza nuova. Non come l’alleanza che ho conclusa con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto, una alleanza che essi hanno violato, benché io fossi loro Signore. Parola del Signore. Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo. Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore; poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato”.
È l’esperienza che tutti fanno, quando il Servo di Iavè Gesù, prendendo su di sé il peccato del mondo (cfr Isaia 53, 12), toglie il castigo per il peccato, e l’uomo passa dalla colpa al perdono, senza che sia attribuita a lui la colpa che Gesù prende su di sé.
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Nota 5. «Pasqua, festa della liberazione»
Per la prima volta in Marco viene ricordata la «Pasqua, festa della liberazione» dall’Egitto. Viene detta anche la festa dei pani «azzimi», perché, a partire dalla cena pasquale, nei giorni della festività, otto giorni incluso il primo, venivano mangiati pani non lievitati, in ricordo della fretta con cui gli israeliti dovettero uscire dall’Egitto. Questo ricordo della Pasqua domina tutta la narrazione che prosegue, fino alla morte e sepoltura di Gesù.
I sommi sacerdoti (potere religioso) e gli scribi (potere ideologico) membri del Sinedrio o Consiglio supremo, avevano cercato il modo di farla finita con Gesù, ma finora avevano soprasseduto per paura della folla che lo appoggiava (11,18). Proprio la paura della reazione della gente ora, giorni di festa, li induce a prenderlo «a tradimento», con uno stratagemma che non abbia ripercussione pubblica. Così eviteranno la rivolta popolare (un tumulto tra il popolo), perché la folla favoriva l’insegnamento di Gesù (12,37). «Durante le feste» sarebbe il momento peggiore, perché l’affluenza dei pellegrini sarebbe stata grande, ma non li induce a posporre la cattura di Gesù il valore religioso della festa né il suo significato; se non fosse per il popolo, sarebbero disposti a prenderlo anche durante la festa per metterlo a morte. Nella festa di liberazione si apprestano a uccidere il Messia liberatore. L’osservanza scrupolosa degli «azzimi» coabita in loro con un interiore atteggiamento omicida verso un fratello, contro la legge di Dio che comanda: “Amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore” che ti ho liberato dalla schiavitù dell’Egitto (cfr Lev 19,18).
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Nota 6. La Cena del Signore esige un’«atmosfera di semplicità».
È significativo un confronto tra questo racconto e quello che narra i preparativi dell’entrata di Gesù in Gerusalemme e nel tempio (11,1-6). Nei due casi Gesù manda due discepoli: nel primo caso, a cercare un asinello; nel secondo caso, a trovare una sala dove cenare; tutte e due le volte, Gesù indica il «modo» di trovare l’asinello, e la sala; due volte i discepoli debbono dire qualcosa a quelli che incontreranno: “Il Signore ne ha di bisogno” (11,3), “Il Maestro dice” (14,14); nei due casi si rileva che essi risposero «come aveva detto Gesù» (14,6); che trovarono «come Gesù aveva detto loro» (14,16). Le due scene infine preparano un’entrata di Gesù in città, ma qui il contrasto è evidente.
La prima volta è il Signore, il portatore del regno di Davide, che entra in Gerusalemme e nel tempio; ora invece no! Quel tempio è stato abbandonato e condannato (13,1-2) e Gesù allora prepara un’altra entrata in città per riunirsi con i suoi «non in un tempio, ma in una casa». L’Eucaristia, il centro del culto cristiano, ama la semplicità. Come la cena pasquale ebraica, anche la «Cena del Signore» esige un’atmosfera di semplicità: è un pasto comunitario; bastano dieci persone per celebrarla. Come siamo lontani dalla semplicità voluta dal Signore!
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Nota 7. La liturgia celebra il regno che è nel tempo, ma è oltre il tempo.
Mancavano due giorni alla pasqua; era la vigilia della Pasqua. La liturgia non s’interessa di cronologia.
L’ultima cena. Stando agli ultimi studi, dovrebbe essere collocata a martedì sera o al mercoledì sera. Giovedì è impossibile: è il giorno tragico, in cui vi sono i due processi, di Pilato e di Erode; il giorno dopo c’è la marcia verso il calvario, e c’è la crocifissione. «Erano le nove del mattino quando lo crocifissero»; poi, da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggi, c’è questo immenso buio, attestato dallo storico samaritano, chiamato Tallus, che testimonia questo avvenimento, e dice: “Voi, ebrei siete stupidi per niente, perché avete visto un eclisse!…”. A noi non interessa che cosa fosse. A noi interessa verificare da un testimone, che non è cristiano, la precisione dell’avvenimento. L’amore di Dio è il senso teologico della storia. Va oltre il tempo. Alla liturgia non interessano computi cronologici.
– C’è il Tempo vissuto, il Tempo cronologico, e il Tempo del regno o «futuro» anche se è già presente.
Distinguiamo il tempo vissuto, più o meno lungo, secondo che si vivono cose piacevoli o spiacevoli. Non collima con il tempo cronologico. Questo tempo vissuto è presente nella mentalità biblica. Ricordiamo la frase: mille anni come il giorno che è appena passato. Quindi, il tempo cronologico per Dio, non è importante. Per Dio il tempo vissuto significa 1000 anni, uno scatto di vita. Ma esiste un altro modo di concepire il tempo. Un esempio. Quando avviene un miracolo noi diciamo: c’è un intervento di Dio, un miracolo; è importante, perché la guarigione è segno dell’interesse di Dio per tutti. Il miracolo è detto «segno», nel nuovo testamento; quindi non è importante che abbia guarito lei, lui o un altro o nessuno. È importante che qualcosa di straordinario sia avvenuto nella storia, perché in questa maniera succede una cosa splendida. Se io ho un bel taglio, il miracolo guarisce tutto subito. Si dice che il miracolo è qualcosa che va oltre le leggi della nostra natura. Di fatto, obbedisce a leggi di un mondo che non è il nostro, ma del regno di Dio. Allora ogni volta che io conosco un miracolo in questo mondo, io ho la prova che il regno perfetto di Dio si è fatto presente. Allora il miracolo non è un privilegio di qualcuno, ma di tutti, perché nel momento in cui Dio opera in qualcuno una guarigione, questa diventa anche per me, che resto malato, la garanzia che questo regno futuro esiste e si è fatto presente, e lo posso esperimentare; il miracolato attraverso il suo corpo, e io attraverso la conoscenza sua; quindi, diventa consolazione anche per me il fatto che l’altro venga guarito. Ho la prova che il futuro è diventato presente per me e anche per lui. A questo punto io devo dire che il nostro tempo è invaso dal «futuro» perché siamo pieni di miracoli. Il nostro tempo è come la pelle di un leopardo: c’è un po’ di tempo cronologico, e un po’ di quello futuro che si è fatto presente. Come si conta questo tempo? Diventiamo ingiusti se lo contiamo solo con l’orologio dicendo: oggi, martedì, … sì, è vero; ma non diciamo tutta la verità, perché, di fronte ad un miracolo, oggi è tutto il futuro qui presente. Non esiste solo il tempo del calendario, esiste anche questa realtà che ormai mi ha portato nel mondo futuro.
– Di fronte ai vari avvenimenti, riguardanti il rapporto di Dio con l’uomo, la liturgia, in particolare, ragiona con questo criterio: il tempo oramai non è più importante. Io ho il futuro presente qui, quindi tutto avviene in questo momento, e secondo questa logica: per esempio, Luca dice che, Gesù è asceso al cielo lo stesso giorno della risurrezione; Luca non sta adoperando il concetto cronologico, ma quello teologico della «presenza del regno futuro perfetto di Dio che si attua nella storia tramite il miracolo». La risurrezione e la creazione sono i due più grandi miracoli.
Se noi leggiamo i vangeli, i gesti di guarigione che Gesù compie vengono chiamati: miracoli o segni. Se noi leggiamo le «Antiquitates Judaicae», di Giuseppe Flavio, troviamo quelli stessi avvenimenti compiuti da Gesù, non più chiamati miracoli, ma opere demoniache. Ad uno storico non interessa. Chiamarli miracoli è un giudizio su un avvenimento, come chiamarle opere demoniache è un giudizio su un avvenimento, ma ciò che a noi interessa è che l’avvenimento ci sia. Ora chiamare fantasma una realtà, significa che la realtà c’è. Sia che noi lo chiamiamo fantasma, sia che lo chiamiamo Gesù Risorto, sono due etichette, ma c’è un dato: c’era qualcosa. Questo è importante.
– Domanda: questo qualcosa era un’allucinazione o era qualcosa di reale? L’allucinazione sappiamo che è un processo di conoscenza visiva, ma che ha un dato andamento; questo ce lo hanno spiegato i neurologi: un andamento molto strano, a ritroso. La luce colpisce voi e permette al mio occhio di vedervi, vi rovescia, viene impresso nella retina, la retina è un computer che arriva al cervello con un impulso e io vi vedo. L’allucinazione è il processo contrario, il cervello è in uno stato di tensione, impressiona il nervo ottico, poi il nervo ottico provoca la retina, nella retina si crea l’immagine e l’individuo dice ho visto, ma fuori non c’è niente. E’ un processo di visione reale o è un processo di allucinazione? I neurologi ci dicono anche un’altra cosa; dobbiamo stare attenti i processi di allucinazione sono possibili, nel singolo e nel piccolo gruppo. Quando noi abbiamo 3-5-6 persone è possibile. Per cui se una persona mi dice: senti, io ho visto Maria Vergine, la prima cosa che faccio, lascio che parli e poi mi permetto di fare la battuta: quanta ne ha bevuta stamattina?.. Le allusioni sono possibili anche in questo caso, ma anche quando una persona è tesa a livello psicologico; oppure nel gruppo, quando c’è una reciproca influenza mentale molto forte. Questo non è il caso, né per l’influenza psicologica, né per il numero perché non siamo con 3-5-6 persone, qui il numero è piuttosto grosso; c’erano gli undici, c’erano alcune donne e poi ci sono questi due di Emmaus (in lui ed un lui, oppure secondo le ultime ricerche un lui e una lei). Il numero è piuttosto consistente.
– Terzo elemento, questo «fantasma mangia», ma i fantasmi non mangiano. Questi sono piccoli elementi che ci devono in qualche modo aiutare a capire la meraviglia, lo stupore nei discepoli. I discepoli non capiscono più niente, e Gesù ha bisogno di dimostrare la propria situazione di risorto. Ricordiamo domenica scorsa: santa madre chiesa ci ha messo di fronte a Tommaso. Tommaso poteva scegliere se credere vedendo o credere prestando fiducia all’annuncio. Tommaso ha scelto, come i suoi colleghi, di credere vedendo. Gesù dice beati: coloro che pur non avendo visto crederanno. Qui Luca invece dice che noi dobbiamo renderci conto che la risurrezione non è solo un fatto da credere e basta, chiudo gli occhi e basta, è una realtà che va, anche per quanto umanamente possibile, avvicinata e dimostrata con la ragione, è vero che poi bisogna fare il salto, perché la fede ha bisogno del salto, ma, con tutto ciò che è possibile con la ragione: avvicinarci capire, vedere, cogliere i particolari, questo bisogna farlo.
– Ricordiamoci sempre che la risurrezione e quanto riguarda la storia di Gesù è un fatto reale accaduto nella storia, ma appartiene “ad un altro mondo”. Il nostro mondo è un mondo fatto di finitudine, la risurrezione… ci presenta invece una realtà che non è più sottoposta alla finitudine all’imperfezione alla morte, non appartiene al nostro mondo appartiene ad un altro mondo. Questo avvenimento è capitato nella storia, per cui noi l’avvenimento non riusciremmo a capirlo, ma riusciamo invece a capire e perseguire a identificare le tracce di quel avvenimento, le orme di quel avvenimento. Oggi abbiamo toccato un’orma di questo avvenimento. Ricordiamo quando abbiamo fatto la presentazione del tempo liturgico di pasqua: noi troveremo che tutti i brani sono, in maniera diretta o indiretta dimostrazione della risurrezione di Gesù.
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Nota 8. Immolare la Pasqua, preparare la Pasqua, mangiare la Pasqua.
Nell’esame del testo troviamo tre espressioni che hanno un preciso significato storico: immolare la Pasqua (14,12), preparare la Pasqua (14,16), mangiare la Pasqua (14,12.14). Questi atti, che si compivano il primo giorno degli Azzimi, presuppongono il rito dell’immolazione dell’agnello pasquale e la sua consumazione dopo il tramonto. Alcuni racconti, in particolare, come questo, sono d’una assoluta fedeltà storica. Qui si narra la preparazione di una cena pasquale ebraica. Le indicazioni che si danno sulla sala e su quanto i due discepoli compirono quel giorno, sono concepibili solo in un contesto pasquale: preparano e celebrano la Pasqua.
Ma quale Pasqua? La risposta è in quello che Gesù fa quando, giunta la sera (14,17), si riunisce a mensa con i suoi discepoli. Lì, la Pasqua ebraica è totalmente dimenticata, e la cena ebraica diventa la «Cena del Signore». Questo cambio esige una rilettura in senso simbolico del testo e di questa pagina. Nella luce del Risorto, poi, i discepoli capiscono che quel giorno hanno preparato ben di più di una semplice cena ebraica. Per la prima volta hanno preparato la «Cena del Signore».
Nella luce del Risorto, capiscono chi è il vero e definitivo agnello pasquale, e sanno di avere celebrato in anticipo la vera e definitiva Pasqua, dando inizio a quel «passaggio», senso della parola «pasqua», che si concluderà nel Regno di Dio (14,25).
L’espressione immolare la Pasqua cambiò significato e indicò che in quei giorni Cristo, nostra Pasqua, fu immolato (1Cor 5,7); mentre le espressioni: preparare la Pasqua, mangiare la Pasqua presero il senso di prepararsi a mangiare il Corpo del Signore e a bere il suo Calice.
Gesù è il vero agnello immolato, l’antico era profezia di lui; l’antico annunciava e faceva memoria di una «salvezza temporale»; mentre quello che noi celebriamo e di cui facciamo memoria è la «definitiva salvezza» che si è compiuta in Cristo, appartiene al regno, che è oltre il tempo, ed è qui. Solo questo è il vero Vangelo di Dio nella pienezza di tutto il suo significato.
La «Cena del Signore» è dunque ciò che i due discepoli hanno preparato il primo giorno degli Azzimi e l’hanno preparata su «comando di Gesù», che ha pure corretto il loro modo di esprimersi. Gli avevano chiesto: «Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu mangi la Pasqua?». Gesù fa dire al padrone di casa: «Dov’è la sala dove io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli». E ai due dice: «Là preparate per noi ». L’Eucaristia è un pasto comunitario, consumato per fare comunione tra i fratelli. L’Eucaristia, la «Cena del Signore», dev’essere preparata, non improvvisata. Lo esige Gesù.
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Nota 9. «Tutto avviene durante una cena», «tutto tende a fare comunione».
L’evangelista inizia ripetendo per la seconda volta (vedi 14,18) l’espressione mentre mangiavano. È molto importante, perché ci ricorda che «tutto avviene durante una cena». Le espressioni pronunciò la preghiera di benedizione e rese grazie sono parti integranti di ogni pasto ebraico. Ma dette da Gesù, nel contesto dei gesti che egli compie, assumono un significato particolare: «tutto tende a fare comunione». La prima finalità dell’Eucaristia, è di unire i fratelli tra di loro, con Gesù e con Dio. Questo continua a fare ancora oggi il Signore, che è sempre presente nella sua comunità. Egli si rende sempre presente a noi; la questione è se noi ci rendiamo presenti a lui. Quella sera ciò si realizzò. Lo dice la frase ne bevvero tutt, propria di Marco, e collocata prima della parole sul calice, forse per dare meglio risalto al gesto di accoglienza del dono da parte dei discepoli.
Gesù in dimensione verticale.
Prende il pane e pronuncia la preghiera di benedizione e dopo un po’ rende grazie. Gesù appare qui in una dimensione verticale. È totalmente teso verso Dio e ha fra le mani il frutto del lavoro umano. Pronunciando la preghiera di benedizione e rendendo grazie egli riconosce che «i doni della terra» sono «doni di Dio» e invoca su di essi la benedizione. «Gli elementi pane e vino sono così inseriti in una dimensione verticale. Gesù con questi gesti unisce cielo e terra».
Tensione verticale e tensione orizzontale.
Ora, chi è totalmente teso verso Dio, è anche totalmente aperto agli uomini. L’atteggiamento orizzontale, che crea fraternità, nasce da quello verticale. Gesù appare, infatti, subito teso verso i suoi discepoli: il dire, il dare, lo spezzare il pane, l’uso del’io e del voi, il ricevere e accogliere il suo dono, sono tutti gesti che creano una situazione dialogica, che non consiste necessariamente in parole ma esprime di fatto che si è mutuamente presenti gli uni agli altri. E che Gesù cerchi questo lo dimostrano i suoi gesti, e quanto dice offrendo il pane: «Questo è il mio corpo».
Per capire il senso di questa frase, è sufficiente pensare al concetto di «corpo» in quell’ambiente. «Corpo è tutta la persona in quanto si distingue dagli altri, in quanto può esteriorizzarsi e agire come individuo, in quanto può mettersi in relazione con gli altri». Dicendo, mentre dona: «Questo è il mio corpo». in pratica dice: «Questo sono io che voglio entrare in comunione con voi, che mi dono a voi, che voglio fare di voi la mia comunità».
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Nota 10. Gesù si dona come ucciso!
Quando egli presenta il calice ai suoi discepoli e dice loro: «Questo è il sangue mio dell’alleanza sparso per molti», noi comprendiamo che se il sangue di una persona è sparso, lo è perché viene uccisa. E il suo sangue sparso ha un significato per noi; è infatti sparso per molti, termine che nel parlare semitico non si oppone a tutti, ma può significare «per tutti che sono molti».
E chi è Gesù per questi molti? Un sacrificio di Alleanza.
Il secondo concetto richiama il primo, del resto già preparato dalla frase si immolava la Pasqua (14,12). Ma l’espressione sacrificio di alleanza impone altre considerazioni.
Un sacrificio di alleanza richiede che i membri dell’alleanza entrino in comunione tra di loro e con Dio, mangiando la vittima dell’alleanza. Anticamente ciò avveniva mediante il sacrificio di molti agnelli, ora invece la vittima è Gesù, morto una volta per sempre, e il suo sacrificio è unico e irripetibile. Se però i membri dell’alleanza debbono entrare in comunione con Dio mediante la vittima sacrificale, è necessario che l’unico e irrepetibile sacrificio sia reso presente ovunque, nel tempo e nello spazio, vi siano membri dell’alleanza. Ebbene, noi crediamo che ciò avviene nella celebrazione eucaristica, memoriale della nostra salvezza, perché sotto i segni del pane e del vino si attualizza e si rende presente per noi l’unico sacrificio di Cristo.
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nota 11. L’immagine di Gesù.
Istituendo l’Eucaristia Gesù si dimostra ancora una volta cosciente del suo destino. Egli sa dove va, sa che gli eventi precipitano, e che la morte può essere vicina, e si manifesta disposto ad affrontarla se lo esige il compimento della sua missione. Ma, la affronta nella speranza. Ai suoi discepoli dice: “In verità vi dico che non berrò più del frutto della vite fino al giorno che berrò quello nuovo nel Regno di Dio”. (14,25). Versetto di difficile interpretazione; ma, al di là delle immagini, la nota dominante è di speranza. Gesù ha la certezza che il suo sacrificio non è vano, ma aperto alla piena realizzazione del Regno. Egli sa che per lui significa la gloria; in immagini: berrà il vino nuovo. E così noi pure, i cristiani, sappiamo che la celebrazione eucaristica ci apre verso il futuro e definitivo Regno di Dio, perché la celebriamo «in attesa della sua venuta».
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