17-05-2009-Pasquale-B-dom6

17/05/2009 – T. PASQUALE – ANNO B – 6 DOMENICA – 2009

Preparazione alla celebrazione della messa.

6ª DOMENICA DI PASQUA.
Anno B – 17 Maggio 2009

Ci Raccogliamo
davanti al Signore Gesù, Dio fatto uomo, che si dona, muore, risorge, trasmette lo Spirito (Nota 1).
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo. Amen.
Ascolta, Israele: io sono il Signore Dio tuo…! (Ascolta N. [tuo nome]; ascolta, Chiesa che sei in.. [nomi di parrocchie, comunità, famiglie. Le presentiamo al Padre come membra di Gesù che vive presentandogli tutta l’umanità. Gli presentiamo in Cristo anche singole persone: ascolta N. [nome d’una persona]. E tutti, con disponibilità, accogliamo la nostra esistenza quotidiana in Cristo, dicendo):
Eccomi, Signore, aiuta tutti, come ora aiuti noi ad ascoltarti.

Leggiamo
il formulario liturgico della messa corrispondente, da Ingresso a Dopocomunione, secondo le disposizioni della chiesa (nota 2). Cogliamo una parola da contestualizzare, «vedi sotto: Rileggiamo», e da ripetere alla venuta del Signore nella giornata.

Rileggiamo
i testi, cominciando dal vangelo, dove Gesù, Buona Notizia, parla di se stesso,
“Compimento” delle promesse della prima lettura veterotestamentaria, che in questo periodo di pasqua è sostituita da Atti, dov’è descritta l’Attuazione della comunità di Gesù, “suo Fondamento”;
la seconda lettura, poi, ci fa scoprire la “nostra partecipazione attiva”, alla comunità di Gesù (vedi Principi e Norme per l’uso del Lezionario e del Messale Romano).
Rileggiamo, quindi, vangelo e I-II lettura in rapporto al vangelo,
adorando, pregando, contemplando Gesù, presente.

Il Vangelo (Gv 15,9-17). Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici
Struttura.
Dopo l’introduzione: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
il testo di Gv 15,9-17 è suddiviso in due parti da un’espressione che ricorre nei vv. 11.17, finali delle rispettive parti (v. 11: «Vi ho detto queste cose… »; v.17: «Questo vi comando … »).
Prima Parte, con invito all’amore:
9«Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi.
E a rimanervi: “Rimanete nel mio amore. 10Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”. Affermazione che allarga il cuore in maniera straordinaria.
Seconda Parte, Gv 15,12-17, ancora l’invito all’amore: 12“Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. 13Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. 14Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando”.
E il nuovo discepolato: 15“Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio, l’ho fatto conoscere a voi. 16Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. 17Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri» (nota 6).

Tematica.
Il vangelo presenta l’Amore che dal Padre, attraverso il Figlio, raggiunge gli uomini. Questi, divenuti credenti, lo seminano attorno a loro. Il punto di partenza è quindi l’Amore che intercorre tra Padre e Figlio (nota 4). Amore divino, quindi, è quello dei cristiani, donato agli uomini, non come variante delle emozioni e dei sentimenti umani. Amore che Dio ha per noi, e che ci dona attraverso lo Spirito. Per l’amore ricevuto da Dio, poi, il credente può amare il prossimo in persona di Dio, cioè, come Dio lo ama (nota 5); può dire, per esempio, agli altri, in persona di Gesù, come un sacerdote dall’altare: ti amo immensamente; o: guarda dalla croce quanto ti amo. Ecc.

La prima lettura (Atti 10) sottolinea come «anche sui pagani si è effuso il dono dello Spirito Santo».
La seconda lettura (1Gv 4,7-10) mostra come l’Amore, Dio, rende capaci gli uomini ad amarsi».
I testi eucologici ci guidano nella celebrazione, e noi «Preghiamo» con la Parola efficace di Dio.

Il credente diventa discepolo, capace d’amare, ad imitazione del Maestro.

ADORIAMO

1°. Adoriamo il Signore Gesù: che con la vita ci rivela e trasmette l’amore del Padre.
Dio si rivela nella sua essenza. Il verbo agapàô esprime essenzialmente l’«amore divino donativo, finalizzato a stupire e attirare a sé»: il Padre ama il Figlio perché questi lo «riveli» agli uomini (Gv 5,20: “Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, e voi ne resterete meravigliati”; cf. Gv 1,18: “Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato”).
Si rivela non a parole ma con i fatti: donando la propria vita per la loro salvezza (Gv 10,17: “Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo”);
aderendo pienamente all’Amore del Padre: obbedendo così al comandamento del Padre (Gv 14,31: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui”).
Gesù ci trasmette l’amore del Padre, riversandolo su tutti, gratuitamente, al di là di ogni appartenenza (cf. prima lettura: At 10,25-27.34-35.44-48). Dio, infatti, ha amato per primo e gratuitamente (cfr.1Gv 4,19: “Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo”) offrendo agli uomini il proprio Figlio, in sacrificio di salvezza (cf. Gv 3,16: “Dio, infatti, ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna”), mentre essi erano ancora peccatori, nemici di Dio (cf. Rm 5,6-8: “Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, «mentre eravamo ancora peccatori», Cristo è morto per noi”).
L’amore divino per gli uomini è la persona stessa di Gesù. L’amore che Cristo ha verso gli uomini non è altro che il dono totale di sé, e dello Spirito (cf. Rm 5,5: “La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”). Di conseguenza,
«Rimanere nell’amore», equivale a lasciarsi abitare dallo Spirito e dalla vita di Cristo. È importante l’amore che Gesù ci trasmette dal Padre; per questo Gesù ci raccomanda di rimanere in esso. Come? Osservando due comandamenti: credere verso di Lui; e: amarci gli uni gli altri come Gesù ci ama. Amore che si acquisisce diventando suoi discepoli, per sua scelta di amicizia per noi.

2°. Adoriamo il Signore Gesù: che con l’amore ci attira all’osservanza dei comandamenti.
Anche la risposta dell’uomo è grazia: consiste nell’osservare i comandamenti di Gesù, attirati dal suo amore per noi.
I suoi comandamenti sono «credere verso di lui» e «amare come lui», presentati in modo sintetico nell’espressione di 1Gv 3,23: “Questo è il suo comandamento: che «crediamo» nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e «ci amiamo» gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato».
Amare è «dare la vita». L’amore è esemplificato da Gesù in modo inequivocabile: amare significa «dare la vita». Gesù non lo poteva chiedere senza darne per primo l’esempio più alto. Così,
Gesù diventa causa e modello dell’amore del discepolo. Il discepolo, infatti, ha solo il compito di «imitare» il maestro in quelle situazioni in cui Dio lo chiama.
«Credente» è il «chiamato a divenire discepolo di Gesù». Essere «scelti e chiamati amici» non sono espressioni poetiche di Gesù, ma sono la novità del discepolato cristiano. Il discepolo rabbinico, infatti, sceglieva il Maestro e ne diventava in qualche modo il servo. Il discepolo cristiano è tale perché il Maestro ha voluto così, e nel momento in cui diventa discepolo diventa anche amico. Essere, dunque, discepoli non è un dono che il credente fa al Maestro, ma è un dono che il Maestro fa al discepolo (cfr domenica scorsa, 5ª di Pasqua, dal n. 3° al n. 7°).

3°. Adoriamo il Signore Gesù: che riversa l’amore di Dio su tutti al di là d’ogni appartenenza.
Prima lettura (At 10,25-27.34-35.44-48): anche sui pagani si effonde lo Spirito Sanoto.
“Àlzati: anch’io sono un uomo”. L’elezione è un’elevazione per un «servizio d’elevazione» di tutti gli altri. Divenuto discepolo per puro dono, Pietro non si sente superiore agli altri, ma, come lui è stato scelto, così percepisce che tutti possono essere scelti: egli non trova in sé alcun titolo, per esserlo a preferenza d’altri. Pietro esprime questo suo stato d’animo con una parola che richiama la risurrezione di Gesù: «Àlzati», unica fonte di merito d’elezione ed elevazione (alzarsi) per tutti gli uomini, mentre Pietro è solo «un uomo» anche lui, come tutti. Gesù è risorto, «alzato» e chiede anche a Cornelio, per bocca di Pietro, di lasciarsi alzare.
Pietro attribuisce a Dio ogni dono, come Maria di fronte ad Elisabetta (Lc 1,49s: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente, e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono”).
“Dio non fa preferenze di persone”. Pietro prese la parola e disse: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga». Pietro fa due constatazione. La prima:
«Sto rendendomi conto». Pietro si rende conto d’una verità che lo farà parlare come capo del collegio apostolico al primo Concilio Ecumenico, di Gerusalemme nel 50 d.C., in favore dei pagani, di cui Cornelio è il primo rappresentante (Atti 15,8s: “E Dio, che conosce i cuori, ha reso testimonianza in loro favore concedendo anche a loro lo Spirito Santo, come a noi; e non ha fatto nessuna discriminazione tra noi e loro, purificandone i cuori con la fede”). La seconda:
Dio accoglie chi lo teme e praticare la giustizia: “Dio accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga”. È Parola di Dio; lo Spirito Santo lo conferma; infatti:
Lo Spirito Santo discende sopra tutti coloro che ascoltano la Parola. «Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo discese sopra tutti coloro che ascoltavano la Parola. E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si stupirono che anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo; li sentivano infatti parlare in altre lingue e glorificare Dio». La discesa dello Spirito Santo è accoppiata all’ascolto della Parola di Dio per bocca di Pietro: conferma dello stare in Cristo mediante la Parola (vede domenica scorsa, 5ª di Pasqua, n° 2°: “Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi”); e suscita sempre stupore: «Si stupirono» anche «i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro».
“Anche sui pagani si effonde il dono dello Spirito Santo”. «Allora Pietro disse: “Chi può impedire che siano battezzati nell’acqua questi che hanno ricevuto, come noi, lo Spirito Santo?”. E ordinò che fossero battezzati nel nome di Gesù Cristo». Lo Spirito Santo prepara al battesimo.
La comunione nello Spirito richiede anche presenza fisica: «Quindi lo pregarono di fermarsi alcuni giorni»; qui, Petro e compagni in casa di Cornelio; altrove, Paolo e Barnaba in casa di Lidia (Atti 16,15: «Dopo esser stata battezzata insieme alla sua famiglia, ci invitò: “Se avete giudicato ch’io sia fedele al Signore, venite ad abitare nella mia casa”. E ci costrinse ad accettare»).

4°. Adoriamo il Signore Gesù: che ci fa contemplatori-partecipi della sua comunità d’Amore.
Il primato è di Dio-Amore: Dio-«Amore», è anche «fonte di Amore»; è Padre che genera figli, capaci di amare come lui ama. Allora Giovanni subito afferma: “Amiamoci gli uni gli altri”. Motivo: “Perché l’Amore è da Dio”, è un segno evidente che siamo «generati da Dio», apparteniamo alla famiglia di Dio, sperimentiamo l’intimità di Dio: quel Dio che nessuno ha mai visto né può vedere, eccetto il solo Figlio unigenito, che è nel seno del Padre (Gv 1,18), quel Dio, «chiunque ama» può conoscere = sperimentare di persona. Allora, vale la pena osservare il comandamento: “Amiamoci gli uni gli altri”, dice Giovanni, ribadendo il comandamento ripetuto da Gesù nel vangelo: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri” (Gv 15,12); “Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri” (Gv 15,17). L’Amore reciproco è l’unica via per «conoscere» = sperimentare Dio; la sua mancanza è certezza che non si conosce Dio-Amore, anche se si facessero miracoli.
L’Amore, che è il Padre, passa e si dirama nei discepoli attraverso il Figlio, continua Giovanni: “In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui”; e Gesù nel vangelo: “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore”. L’Amore è dinamico, creativo, attivo; come è unico, così è l’unica fonte di azione, d’intraprendenza di bene per noi, sue creature: l’Amore «si è manifestato» nell’aver «mandato il suo unigenito Figlio nel mondo»; questa la causa efficiente che si coniuga con l’unica causa finale: “Perché noi avessimo la vita per lui”. L’Amore è Vita, e si manifesta in noi come Vita, solo quando «ci amiamo gli uni gli altri»; altrimenti rimaniamo nella morte. Teologia impegnativa, difficile, quanto facile in chi accetta l’«esperienza» dell’amore reciproco; perché si tratta di passare dalle idee semplici e assolute alla pratica concreta e immediata.
L’Amore creativo suscita in noi amore verso di Lui, e noi amiamo l’Amore. Giovanni si esprime in altre parole: “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati”. Le parole di Gv dicono anche «come» l’Amore suscita in noi amore verso di Lui: “Ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati”. L’Innocente è fatto Peccato, prendendo su di sé i nostri peccati, e noi possiamo dirigere il nostro amore verso la sua sorgente divina, e verso le varie ramificazioni dei fratelli. Gesù allora può dire: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici”; intendendo «amici» in senso passivo, cioè, che Gesù si è fatti amici i suoi nemici, facendosi lui stesso «espiazione» dei nostri peccati, o «lavacro di purificazione», come dice Paolo scrivendo alla comunità di Efeso: “Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunchè di simile, ma santa e immacolata” (Ef 5,25-27); e ancora Paolo a Tito: “Egli, Dio, ci ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia mediante un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo, effuso da lui su di noi abbondantemente per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, perché giustificati dalla sua grazia diventassimo eredi, secondo la speranza, della vita eterna” (Tt 3,5-7).

PREGHIAMO.

Aderendo all’agire dello Spirito, per mezzo di Cristo che è: «1. Ringraziamento; 2. Pane; 3. Offerta; 4. Intercessione; 5. Lode»:
1. «Ringraziamo», raccontando l’Amore del Padre in Cristo verso di noi (prefazio). Grazie, Padre, per il tuo Figlio: l’hai donato a noi, segno del tuo immenso e gratuito amore. A te egli ancora si offre e come nostro avvocato intercede per noi; sacrificato sulla croce, più non muore, ma, con i segni della passione, vive immortale.
2. «Siamo nutriti» di Cristo, che, preso il «pane» e rese grazie, si dona vero cibo e bevanda di salvezza (consacrazine, transustanziazione). Ora, Padre, manda lo Spirito, che perfeziona l’opera di Gesù nel mondo, compiendo ogni santificazione. Gesù, in mezzo a noi, ci dona vita di amore, che è da te per mezzo suo. Noi possiamo annunziare la sua morte e proclamare la sua risurrezione in un mondo, che senza di te non può sussistere, e decade.
3. «Diveniamo» luogo riservato a Gesù, che in noi continua a «donare» se stesso (offerta). In noi, Padre, si offre a te Gesù: completa in noi il suo amore, continuando a donarsi in noi per tutti. Come Giovanni siamo fatti partecipi del tuo amore da Gesù che in noi continua ad amare anche i nemici fino al dono della vita a lode e gloria del tuo nome.
4. «Intercediamo» per tutti in Cristo, che «intercede» per noi, e ci fa intercessori con lui per gli altri (intercessione). Tutti, Padre, accogli in Cristo: vivi, defunti, celebranti. Per tuo amore vivano tutti in te, redenti dal sangue del tuo Figlio. Tu esaudisci le nostre preghiere in Cristo, perché tutto il mondo gioisca in te.
5. «Glorifichiamo» pienamente il Padre, per Cristo, con Cristo, in Cristo nello Spirito Santo che ci fa santi (lode finale). A te, Padre, ogni onore e gloria: da ogni singola persona in Cristo, nello Spirito Santo Amore, che ci insegna e attua in noi l’amore degli uni verso gli altri, fonte di gioia.
O Padre, il Figlio tuo Gesù ha promesso: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e noi verremo a lui”; fa che tutti i popoli conoscano il tuo amore. Per Cristo nostro Signore. Amen.

CONTEMPLIAMO

la storia del piano di Dio.
Nella chiesa il Padre convoca i credenti in Cristo, in cinque tappe (Lumen Gentium, 2; nota 3). Contempliamo oggi nei suoi cinque momenti, per esempio, Dio – Amore:
nella chiesa prefigurata, sin dall’inizio, nella Creazione: Dio – Amore, nelle membra di un organismo o d’una comunità umana;
figurata, nella storia d’Israele, antica alleanza: Dio – Amore, nell’unione fra le genti in un solo popolo, Israele;
compiuta, in Cristo Gesù, negli ultimi tempi: Dio – Amore, nell’umanità nuova di Gesù risorto, Figlio amato dal Padre;
manifesta, nella chiesa, per lo Spirito effuso: Dio – Amore, nella Chiesa, che dimora nell’amore del Figlio e del Padre;
completa, alla fine, nella gloria della Trinità. Dio – Amore, nell’umanità nuova, di figli nel Figlio, i quali si amano gli uni gli altri, a immagine della Trinità.

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Nota 1.
La Parola di Dio, Proclamata in questa celebrazione, richiamata dall’antifona alla Comunione (cf T. Pasquale – Anno B – 6ª Domenica – 25/05/2003), e approfondita anche da altri testi eucologici (cf ad es. 21/05/2006), «attua ora» sacramentalmente in noi la redenzione, realizzata fin dall’evento pasquale della morte e risurrezione di Gesù il sette – nove Aprile del trenta d.C.
La Parola di Dio «attua ora sacramentalmente in noi la redenzione», perché lo stesso evento pasquale di duemila anni fa, con la sua efficacia, è in atto nella Parola «Proclamata» in quest’Eucaristia; la stessa «opera di Gesù» è in atto quindi in circostanze diverse: «storiche» di quel tempo in Israele, «sacramentali» (gesti e parole) ora nella sua Parola proclamata.
La Parola («Dabàr») è «Fatto e Parola» («Dabàr Javè» = «Fatto e Parola di Javè»); lo stesso «Fatto» storico della Pasqua di Gesù (che soffre, muore, trasmette lo Spirito, risorge) per opera dello Spirito Santo è presente in questa «Parola» proclamata nell’assemblea liturgica; anzi, «in previsione» della sua pasqua redentrice era già presente fin nel grembo di Maria.
Noi ora, come Maria, diciamo: “Sì”, con il cuore bendisposto nel celebrare. La redenzione, operata nei «misteri» (gesti e parole di Gesù nel rito), trasforma tutta la nostra vita. La Parola proclamata nella liturgia, cioè, lo stesso Gesù pasquale, ispira e attua i vari momenti della celebrazione e dell’esistenza in chi l’accoglie.
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Nota 2.
“I fedeli partecipino con frequenza alle messe, anche feriali, e, quando ciò non è possibile, siano invitati a leggere almeno i testi delle letture corrispondenti in famiglia o in privato”, vedi Partecipazione e Celebrazione delle Feste Pasquali, Congreg. per il Culto, n.13; del 16.01.1988).
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Nota 3.
«I credenti in Cristo, (il Padre) li ha voluti chiamare a formare la santa Chiesa, la quale, già annunciata (“prefigurata”) in figure sino dal principio del mondo, mirabilmente “figurata” nella storia del popolo d’Israele e nell’antica Alleanza [1], stabilita (“compiuta”) infine «negli ultimi tempi», è stata manifestata (“manifesta”) dall’effusione dello Spirito e avrà glorioso compimento alla fine dei secoli (“completa”). Allora, infatti, come si legge nei santi Padri, tutti i giusti, a partire da Adamo, «dal giusto Abele fino all’ultimo eletto» [2], saranno riuniti presso il Padre nella Chiesa universale» (Lumen Gentium 2).
Cinque tappe della formazione della «chiesa» (kalèô = chiamo; participio passato: èkklesa=ecclèsia chiesa: chiamata all’esistenza, e in Cristo): prefigurata, figurata, compiuta, manifesta, completa.
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Nota 4.
In greco ci sono tre vocaboli per indicare «amore»: agapàô, eròô, filèô. Solo il verbo agapàô è sciolto da qualunque valenza antropocentrica, non mettendo l’uomo al centro. Eròô e filèô, con relativi composti, invece, hanno accenti di legame parentale, affettivo dovuto a vincoli di sangue o di affinità amicali. Giovanni e tutta la chiesa nascente usano il verbo agapàô per indicare l’amore del Padre e del Figlio comunicato alle persone umane.
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Nota 5.
Osservare nella Parola di Dio e nella storia come Dio ci ama ogni giorno, dalla creazione ad oggi, e come ci amerà sempre (dimensione escatologica), è la fonte per comprendere e contemplare l’amore di Dio per noi. Da questa esperienza, fatta mediante lo Spirito, il credente attinge l’amore divino da donare agli altri (cfr seconda lettura: 1Gv 4,7). Senza contemplazione non c’è amore.
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nota 6
La seconda parte del vangelo, Gv 15,12-17, possiede un elemento stilistico che conferma la validità della suddivisione proposta. Si tratta dell’inclusione dei vv. 12 e 17, dove si trovano due «sintagmi» (=parti d’una frase), uguali «semanticamente» (=significativamente dal punto di vista letterario predisposto) (v. 12: questo comandamento + vi amiate + gli uni gli altri; v. 17: questo vi comando + amatevi + gli uni gli altri). Sintagmi che «includono» la II parte, come unità a se stante.
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condividiamo (cfr neretto) la preghiera della Chiesa (cfr colori).