05/04/2009 – Dom.B dellePALMEePASSIONEdelSignore – 2009
Preparazione alla celebrazione della messa.
DOMENICA DELLE PALME
E DELLA PASSIONE DEL SINGORE
Anno B – 5 Aprile 2009
Ci Raccogliamo
davanti al Signore Gesù, Dio fatto uomo, che si dona, muore, risorge, trasmette lo Spirito (Nota 1).
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo. Amen.
Ascolta, Israele: io sono il Signore Dio tuo…! Ascolta, Chiesa che sei in..; ascolta N [tuo nome], ascolta N. (nome d’una persona);
e tutti, con disponibilità ad accogliere la propria esistenza in Cristo, dicono: Eccomi, Signore: aiuta tutti ad ascoltarti
Leggiamo
il formulario liturgico della messa corrispondente: dall’Ingresso alla preghiera Dopocomunione.
Rileggiamo
i testi, a cominciare dal vangelo (cfr PNLMR):
adorando, pregando e contemplando il mistero di Gesù.
Passione di Gesù: compimento dell’Alleanza, capacità di farci Come lui, Realtà delle profezie, Condivisione divina, Primo tempo d’un evento straordinario Secondo tempo è la Risurrezione.
Adoriamo
Gesù nei cinque aspetti del suo mistero, presentato oggi nell’evento della sua Passione: nuova ed eterna alleanza, massimo esempio di donazione, adempimento delle profezie, totale condivisione della divinità, primo tempo d’un evento straordinario. Il II è la pasqua.
Sottolineeremo poi alcuni episodi della Passione: Eucaristia, Betania, Getzemani, Morte, Crocifissione, Velo squarciato; essi possono far riflettere profondamente intorno alla persona di Gesù, e favorire il collegamento con la prima e seconda lettura.
Gesù, Adempimento di tutto l’itinerario storico di amicizia di Dio con l’uomo..
Domenica delle Palme e della Passione riassume tutto l’itinerario fatto durante la quaresima. All’inizio abbiamo potuto vedere come in questa quaresima dell’anno B Dio propone un cammino di «alleanze» (prima lettura), di «Battesimo» (seconda lettura), di essere «Come lui, Gesù» (vangelo). Se ne deducono Criteri di lettura dell’evento «Passione di Gesù».
Gesù, l’uomo della grande alleanza.
Si è accennato all’inizio della quaresima che oggetto delle prime letture è l’Alleanza. Promemoria: prima domenica: Dio fa amicizia con l’uomo mediante l’alleanza universale con Noè (Gen 9,8-15). Nella prima domenica abbiamo visto che Dio vuole entrare in dialogo con le persone attraverso l’Alleanza universale di Noè; nella seconda domenica abbiamo l’uomo della grande alleanza con Dio: Abramo; nella terza domenica abbiamo il decalogo che è il cuore dell’Alleanza del Sinai; nella quarta domenica il libro delle cronache ci spiega il perché degli ebrei in esilio: perché hanno rotto l’Alleanza; e domenica scorsa, quinta di quar., abbiamo visto la promessa di una nuova Alleanza: (Geremia 31,31…). La Passione che noi leggeremo oggi è l’adempimento di tutto questo itinerario storico, da Noè fino a noi. L’adempimento della nuova Alleanza promessa da Geremia nel VI sec. a.C. si è avverata nella Passione di Gesù; noi ne siamo i fruitori. Allora noi possiamo leggere la Passione come l’adempimento di un cammino nella storia della Salvezza, che ha adempiuto le promesse di Dio. Si può fare questa domanda: che cos’è la Passione di Cristo? Risposta: è l’adempimento dell’Alleanza, adempimento della promessa di Geremia, adempimento di tutti quei tentativi che Dio ha fatto di entrare in amicizia con l’uomo: l’alleanza di tipo cosmico con Noè, l’alleanza di tipo amicale con Abramo, l’alleanza bilaterale con il Sinai (dove l’uomo si rivela fallimentare). Dio ad un certo momento dice «in Gesù Cristo Messia»: “Io stabilirò un’Alleanza Unilaterale, Donativa”. Possiamo leggere con quest’ottica la Passione. Questo è un metodo che ci viene dato proprio dal tempo liturgico.
Gesù, nostra fede e nostra morale.
Un secondo dato ci viene offerto da tutte le pericopi dei vangeli. Le pericopi dei vangeli sono abbastanza semplici: prima domenica, le tentazioni, dove noi abbiamo scoperto l’uomo nuovo come Dio l’ha sempre sognato; seconda domenica la trasfigurazione: “Ascoltatelo”. «Ascoltarlo» significa fare di Lui la nostra fede, la nostra morale (vedi); la terza domenica, riporta quel breve discorso con Nicodemo: “Dio ha tanto amato il mondo da mandare suo Figlio; chi crede in Lui non è condannato”; e abbiamo scoperto che «credere verso», di Giovanni, significa assorbire e accogliere il fascino di lui, Gesù, tanto da sentirci legati in un cammino progressivo di identificazione. Poi abbiamo scoperto che c’è una riflessione da fare: se il chicco di grano non muore, rimane solo (Domenica scorsa); se non è generoso, è destinato a restare solo; e se è capace di donazione totale, allora è capace di dare vita ad altri chicchi: una spiga. Nel cap.11 della prima lettera ai Corinti, Paolo rimprovera i cristiani di Corinto, perché, dice, mentre state celebrando il memoriale di colui che ha donato tutto se stesso per noi, voi non siete capaci di donarvi gli uni gli altri quel po’ di cibo che fa dell’incontro una cena condivisa; insieme stiamo celebrando colui che è dono assoluto di se stesso per noi, e noi non siamo capaci di donarci reciprocamente le cose in modo che nessuno vada a casa affamato. Noi potremmo dire così: se quel itinerario che abbiamo fatto è un «Imparare ad essere come Lui» – come Lui persone nuove con un’umanità nuova, come Lui trasfigurati, come Lui capaci di donazione – allora noi possiamo leggere la Passione non come una «macelleria», ma come l’esempio più alto di un uomo che dona se stesso per il bene di tutti; è un altro criterio di lettura della passione.
Gesù, il Servo di Javè, Massimo esempio di donazione.
Il terzo criterio ci viene fornito dalla prima lettura di questa domenica. È un pezzo del terzo canto del Servo di Javè. È importante il Servo di Javè! Ricordiamo la profezia della Nuova Alleanza di Geremia 31,31… Le caratteristiche di questa «nuova alleanza» sono due: la prima è che Dio deve lavorare; non noi: “Io porrò nel vostro intimo la mia legge”; secondo: “Nessuno dovrà più istruirsi dicendo riconoscete il Signore, perché tutti mi riconosceranno”; e abbiamo detto che in quel caso il verbo «riconoscere» non indica un’operazione intellettuale; ma un’esperienza. La traduzione è: non c’è bisogno che gli uni gli altri vi diciate “fate esperienza di Dio”, perché tutti faranno esperienza di Dio. In che cosa consiste questa esperienza: perdonerò il loro peccato! La Storia della Salvezza nell’antica Alleanza procedeva così: peccato, castigo, perdono. Nella nuova alleanza non c’è il secondo elemento, il castigo: c’è il peccato da una parte, e c’è immediatamente il perdono dall’altra. Il castigo è evaporato; ma non del tutto, perché un profeta, circa trentacinque anni dopo Geremia, annuncerà una figura misteriosa: il Servo di Javè, che avrà come compito da Dio di prendere su di sé i peccati di tutti e quindi concentrare su di sé tutti i “castighi” degli uomini. Così si attua la nuova alleanza, dove c’è, purtroppo, il peccato della nostra cattiveria; ma non c’è il castigo, perché esso parte da Dio, ma non arriva a noi: si colloca su Gesù, il vero Servo di Javè, il Figlio di Dio.
Le profezie, riguardanti il Servo di Javè, sono quattro, secondo la dicitura classica; ma in realtà questi carmi del Servo di Javè, ad una approfondita analisi letterale, risultano essere dodici; a titolo informativo: in ultima analisi, è la stessa cosa. Gesù Cristo ha sempre manifestato di essere il Servo di Javè; sia in ciò che diceva, sia in ciò che faceva.
Allora noi possiamo vedere la passione di Gesù anche come «adempimento delle profezie», oltre che adempimento dell’alleanza, e massimo esempio di donazione.
Gesù, l’uomo della condivisione.
C’è anche un quarto modo di capire la Passione. Dopo un primo modo, che ci viene dato dalle prime letture di tutta la quaresima, un secondo modo da tutti i vangeli, un terzo modo dalla prima lettura della domenica di passione, ora vediamo un quarto modo, dato dalla seconda lettura odierna, lettera di san Paolo ai Filippesi, capitolo due. È un brano cristologico, un canto che i cristiani eseguivano nella liturgia. Ora sappiamo che questo testo è stato scritto a Cipro. Ha una storia particolare, interessantissima, tanto più che finora si è parlato poco di questa comunità primitiva, di Cipro. Si è formata in seguito alla dispersione di alcuni da Gerusalemme per la persecuzione al tempo di Stefano (nota 2). Questa chiesa primitiva che è in Cipro è in stretto contatto con la chiesa che è in Antiochia (Atti 11, 19ss: «alcuni fra loro, cittadini di Cipro e di Cirène, giunti ad Antiochia, cominciarono a parlare anche ai Greci, predicando la buona novella del Signore Gesù…»).
La Comunità di Antiochia è stata la sede dove Matteo ha scritto il suo vangelo; è stata anche la sede della prima comunità cristiana organizzata missionariamente. E’ stato il luogo dove i «cristiani» per la prima volta hanno preso questo nome. E’ stato il punto di partenza delle missioni di Paolo. Molti cristiani sono venuti ad Antiochia dalla comunità di Cipro; era, quindi, collegata in gemellaggio con questa primitiva comunità di Cipro, dove si parlava il dialetto greco, e si adoperava con una certa frequenza una parola, unica, che non veniva adoperata in tutto il mediterraneo greco: «Arpakmòn» è una parola dialettale di Cipro. Noi troviamo questa parola nell’inno cristologico della lettera ai Filippesi. La traduzione italiana del passo suona così: «non considerò un “tesoro geloso”». Dietro la parola tesoro geloso, c’è appunto, la parola greca dialettale «Arpakmòn». «Arazzo» in greco vuol dire: rubo, ma significa anche «custodisco con gelosia», «senza condividere con nessuno». Arpakmos è un deverbale, cioè, una parolina che deriva dal verbo, e può significare «cosa rubata», oppure «cosa che mi tengo stretta e non voglio condividere con nessuno». Allora il concetto è: «pur essendo uguale a Dio, Cristo non ha considerato – il suo essere Dio – un qualcosa da tenersi solo per sé, senza condividerlo»; quindi, l’espressione «tesoro geloso» è un tentativo di traduzione che i biblisti di quarant’anni fa hanno potuto offrire; il concetto però c’è: Gesù accetta di diventare uomo e di diventare obbediente fino alla morte, perché il suo essere Dio possa essere condivisibile. Noi possiamo leggere la passione come quell’evento attraverso il quale Gesù Cristo ha prodotto la condivisione della sua divinità con coloro che lo accolgono: «Non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio”; ha considerato la sua divinità una cosa da non tenersi stretta, ma una cosa che va condivisa. La passione è quel evento che rende condivisibile la sua divinità. In questo inno c’è un quinto modo di leggere la passione. Questo testo inizia con la poesia: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”, e poi il testo continua: “Ha umiliato se stesso facendosi uomo, facendosi obbediente..”.
Gesù, il Signore.
Dal versetto 9 del Cantico c’è un rovesciamento: “Per questo lo ha esaltato”. Esaltare è detto con un verbo che in greco non si trova mai: «iper-ipsòo, da ipsoo più il rafforzativo, iper: vuol dire iper-esaltare. Iper-ipsoo = lo ha iper – esaltato, cioè, un qualcosa che non ha di uguale nell’esperienza umana. Lo ha super esaltato dandogli un nome di fronte al quale tutti si inginocchiano, e questo nome è kùrios = Signore. Ne risulta un inno cristologico, che è come un film a due tempi: primo tempo si chiama «Passione», secondo tempo si chiama «Risurrezione – Intronizzazione», perché viene talmente posto in alto, per cui, l’unico modo per avvicinare a lui è inginocchiarsi, è chiamarlo Kurios, da parte di tutti gli esseri sulla terra e sotto terra, e di ogni lingua… Questa lettura dell’inno ci permette di capire che noi con la domenica di passione stiamo presenziando al primo tempo del film meraviglioso, che è la redenzione, e non possiamo fermaci lì. La passione dunque va letta come primo tempo di una realtà grande, che si chiuderà la settimana dopo; non va letta da sola, non può essere isolata. Viceversa, anche se guardi solo il secondo tempo, non puoi capire il film. La passione può essere compresa anche così: l’atto salvifico si manifesta in una prima parte con la passione; ma è incompleta necessariamente, questa prima parte; ha bisogno della seconda, se no, non si capisce, diventa un assurdo, perché la morte per l’uomo è sempre un assurdo. Nasciamo, cresciamo, impariamo, stabiliamo delle relazioni, ci accorgiamo che nel nostro piccolo stiamo modificando la realtà, e cerchiamo di lasciarla migliore di quanto l’abbiamo trovata quando l’abbiamo presa in mano, e poi, senza che nessuno ci chieda permesso, veniamo stappati da questa realtà che noi abbiamo migliorato; ci viene tolta ogni speranza. È un assurdo! Come è un assurdo la morte di Cristo. Paolo dice questo! Noi concentrare la nostra attenzione, sì, sulla Passione; ma tenendo presente che è un’opera incompiuta, se mancasse ciò che avviene la settimana dopo (nota 6).
PASSIONE.
Vediamo qualche cosa circa la Passione, che ci possa aiutare a capire un po’ di cultura, un po’ di teologia, in vista della spiritualità.
Gesù, tradizione dell’amore del Padre in tutta l’esistenza umana.
L’Eucaristia. Cap. 14, versetto 22: “Mentre mangiavano prese il pane e pronunciata la benedizione lo spezzò e lo diede loro dicendo: “Prendete, questo è il mio corpo”. Domanda. Quando Gesù dice le parole? Mentre sta dando il boccone. Adesso cerchiamo di stare al testo che continua: “Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro”. Dov’è il vino? E’ in pancia. «Disse: “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per molti”. Sembra che Gesù consacri il vino in pancia. E’ possibile? È un errore preziosissimo, perché attraverso questa piccola crepa nel muro della Passione, noi entriamo dentro, e vediamo quello che è successo. Questo racconto della passione è molto più antico del vangelo di Marco. Non è Marco che lo ha scritto. Era talmente antico già ai tempi di Marco – che pubblica il suo vangelo verso il 65 d.C. – che lui stesso non osa toccarlo. Questo racconto arcaico è talmente sacro, che lui non lo tocca (nota 4): testimonia la tradizione del dono che Gesù fa di se stesso alla sua chiesa, secondo il comando: “Fate questo in memoria di me”. Era una cena anche quella a Betania (cfr episodio seguente). Possiamo intuire il rapporto fra rito e vita, dominati entrambi dall’azione di Gesù, nostro Capo: “Sia che mangiate, sia che beviate, … fate tutto nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, rendendo grazie a Dio Padre”.
Gesù, amore totale sino in fondo.
L’episodio di Betania: profezia della sua morte. Mc 14,3: un altro elemento importante, per il suo senso profetico e teologico. È in ballo vasetto di olio profumato, di nardo, di gran valore. Questa donna rompe il vasetto di alabastro, versa l’unguento sul capo di Gesù. Alcuni che si sdegnarono, dicendo: perché tutto questo spreco di olio profumato? Si poteva benissimo venderlo per più di 300 denari (24 milioni) e darli ai poveri. Un denaro uguale la paga giornaliera di un operaio. Pone un problema delicato, questo gesto. Il fatto ha rilevanza anche perché il maestro Gesù non ha un sasso dove poggiare il capo. Però accetta questo gesto, per il suo valore profetico. S’impone una domanda: quando si può andare oltre il voto di povertà, per un religioso? O il buon senso, per un laico? Quando, solo, e unicamente quel gesto ha un valore profetico; se no, no! Cristo non ha mai adoperato 24 milioni per comprarsi un profumo. Invece, questo gesto Gesù lo ha preteso. Anzi si è schierato contro coloro che facevano i falsi santi; e dice qualcosa di più, Gesù; dice ai suoi apostoli, brontoloni: voi sarete costretti a predicare questo gesto; quando predicherete il vangelo, lo dovrete ricordare, perché ha un valore profetico: è l’unzione per la sua morte. Gesù vede in questo gesto una preparazione del suo corpo alla morte che lo attende. Noi non ungiamo più i defunti. In antico si profumavano, e Gesù dice: questa donna sta anticipando la profumazione del mio corpo: prima che muoia. Di solito, lo si fa dopo morte. Lei lo sta facendo prima (nota 5).
Gesù, l’uomo della compagnia.
Al Getzemani. Mc 14,34: un altro elemento che vale la pena prendere in considerazione è l’episodio della compagnia che Gesù chiede al Getzemani. Gesù dice: “La mia anima è triste fino a morire. Restate qui e vegliate”. Gli Apostoli prescelti da Gesù non stanno con lui, non vegliano con lui, Gesù sta per morire glielo ha detto in tutte le salse; e quelli hanno dormito: devono essere stati pieni di vino. È festa, di Pasqua. L’evangelista è crudo nell’evidenziare la distanza immensa fra uno che sta vivendo consapevolmente la tragedia della morte, e i suoi amici, che fanno baldoria, perché è la festa della Pasqua ebraica. Quello che fa impressione – Marco è un maestro nell’evidenziare questo dato – è che a Gesù, Dio suo Padre celeste non basta. A noi Dio no basta. Non è bastato a Gesù, non può bastare neanche a noi. Di che cosa ha avuto bisogno Gesù? Di compagnia! Lo dice il testo. Abbiamo tutti bisogno di questo clima di affetto attorno a noi, se no, non c’è santità. Cristo, infatti, per tre volte lo ha cercato.
Gesù, l’amore del Padre: senso della storia.
La morte di Gesù: il più profondo significato d’ogni cosa è l’amore. Mc 14,37: un altro elemento importante, che noi possiamo trovare in questo testo della passione, è il fatto, che quando Gesù muore, non c’è nessuna descrizione né miracolistica né eclatante; ci sono quattro, cinque parole; non di più. Dice il testo: «Gesù, dando un forte grido, spirò». Non c’è un minimo di poesia o di mistica. Semplicemente il fatto, che prende il suo profondo significato dal cuore della persona, Gesù, che agisce. Uno dice: “Aspettate, vediamo se viene Elia a toglierlo dalla croce”. Il soldato che parla così, non ha interpretato bene le parole di Gesù, gridate poco prima: “Eloì Eloì, lamà sabactami?! – Gesù ha mescolato un po’ di aramaico e un po’ di ebraico. Se avesse detto in ebraico: “Dio mio”, avrebbe dovuto dire: Elì, Elì. – Eloì è una forma aramaica, mescolata con «Lamà» e «sabactàni», ebraico. Ma quello che più è curioso, è che chi l’ha sentito – alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano: “Ecco, chiama Elia”. Chi dice questa frase non è ebreo, come Gesù, perché l’ebreo avrebbe capito subito. La differenza fra l’ebraico e l’aramaico è più o meno come quella che c’è tra il veneto e l’italiano; forse un po’ più accentuata. Noi comprendiamo tutte e due queste lingue, per cui, se uno si esprime con una frase, dove una parte è veneto, l’altra italiano, noi lo capiamo benissimo. Chi è che non lo capisce? chi non è veneto; dunque costui che ascolta non è ebreo. Chi può essere quello che dice: “Ecco, chiama Elia”? I soldati non sono ebrei. Sono romani, perché si parla del centurione, che è un grado militare romano, non ebreo. Dunque, qui ci troviamo di fronte a dei soldati romani che non capivano nulla di ebraico o aramaico, Essi parlavano il greco (nota 3).
Gesù, cuore di Dio, centro del mondo.
La Crocifissione. Mc 15,25: vediamo brevemente un altro elemento; sempre sotto il profilo culturale, per capire meglio la presenza della persona di Cristo nella liturgia: «Erano le nove del mattino, quando lo crocifissero». Di quale giorno? Ovviamente il giorno della sua morte, il venerdì. Però, la cosa strana è che non riusciamo a collocare il processo di Pilato, se Gesù già al venerdì mattina h 9 è già crocifisso. Il processo di Pilato quando avrebbe avuto luogo? Ammettiamo sia stato alle h 5 del mattino. E il processo di Erode? Se si va a piedi dal pretorio di Pilato al palazzo di Erode ci vuole un’ora e un quarto, solo camminare. Quando lo hanno preso? Alle 6 pomeridiane del giorno prima? Ma allora dove ha fatto la cena? C’è qualcosa che non torna. Poi dobbiamo inserire il processo del Sinedrio, in cui appaiono parecchi testimoni, in disaccordo, dov’è necessario del tempo per accordarli. Il vangelo lo attesta. C’è qualcosa, nel racconto, che ci sfugge. I competenti dicono che questo è un racconto che Marco non ha potuto toccare; ha potuto solo arricchire di alcune piccole tradizioni. È un racconto liturgico, dove il concetto di tempo non esiste. È un racconto teologico, cioè, in rapporto a Dio in Gesù. Il tempo non ha valore, se non in rapporto alla persona, di cui si ricordano e raccontano fatti vari (nota 7), come quando si contempla l’animo, per esempio, d’una meravigliosa persona defunta, con vari episodi, sparsi nel tempo.
Gesù, Figlio di Dio.
La Testimonianza del Centurione. Mc 15,38: qual è l’apice di questo percorso, che va dall’unzione di Betania all’eucaristia, e giù, giù, fino alla morte di Gesù? Qual è il momento più importante per il racconto, ritoccato da Marco? Non è il fatto della morte di Gesù; ma è la testimonianza che ne dà il Centurione: «Il velo del tempio si squarciò in due, dall’alto in basso. Il centurione» che stava di fronte a Gesù, «vistolo spirare in quel modo, disse: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!”». Il verbo usato per dire «squarciare», in greco, si trova solo qui e nel racconto del battesimo di Gesù, quando i cieli «si squarciano e scende lo Spirito». Due volte viene adoperato questo verbo, per indicare che il rapporto con Dio non è più «velato»; noi ora non vediamo più Dio in ombra; il velo è stato squarciato. Noi adesso vediamo Dio in maniera diretta: nel volto di Gesù; ed è opera, iniziativa di Dio: il velo si squarcia dall’alto. Questo è un dato importante: noi tutti cerchiamo il volto di Dio. E Dio ci dice che quello è il suo volto. Quello di Gesù. Non c’è nessun altro volto, se non il volto di Cristo, che muore per noi. Finisce il segreto messianico di Marco, secondo cui, di Gesù non si può capire nulla, finché non lo si vede morire in croce. Prima di questo, si deve tacere, per non parlare senza sapere quel che si dice. «Il centurione», che stava di fronte a Gesù, «vistolo spirare in quel modo, disse: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!”». Perché sappiamo che questa è l’espressione più importante di tutta la passione? Perché Marco adopera l’espressione «Figlio di Dio» soltanto un’altra volta: all’inizio del suo vangelo: «Inizio del vangelo di Gesù Cristo, “Figlio di Dio”». – Quindi, si ha tutto il vangelo che si sviluppa partendo da questo titolo iniziale, e si conclude con la professione di fede del Centurione, fatta riprendendo la stessa espressione: «Figlio di Dio», che troviamo come titolo di tutto il vangelo. Noi sentiamo che la morte di Gesù è il momento più importante; ma nella logica del racconto di Marco è questa confessione di fede che è più importante: dietro a questo uomo, abbandonato da tutti, sfigurato, bocciato in pieno per quello che ha fatto, rifiutato anche nella sua persona, e quindi condannato a morte, il centurione testimonia e dice costui è «il Figlio di Dio». Per Marco questo è la cosa più tragica di tutta la passione: riuscire a vedere dietro a questa realtà sfigurata di uomo la presenza salvifica di Dio.
Gesù, schiavo dell’amore del Padre per noi.
La Prima lettura: «Il Signore Dio mi ha dato una lingua da iniziati, perché io sappia indirizzare allo sfiduciato una parola». Dunque, il crocifisso è l’unico che riesce a dare allo sfiduciato una parola. / «Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come gli iniziati». Gesù è colui che ascolta. «Il signore Dio mi ha aperto l’orecchio». È un’operazione giuridica. Quando uno schiavo ebreo compiva 7 anni di schiavitù, veniva liberato; ma se questo schiavo, diventato uomo libero, intendeva rimanere a servizio del padrone, costui lo portava fuori dalla porta sulla strada gli prendeva il lobo dell’orecchio glielo metteva sulla pietra dello stipite e con il coltello faceva un colpetto veloce, gli bucava l’orecchio e gli infilava l’anello. Nel mondo antico l’anello all’orecchio è segno di schiavitù volontaria: «Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio / mi ha fatto suo servo» e io ho accettato, «io non ho posto resistenza, non mi sono tirato indietro. Questo essere servo di Dio ha portato Gesù ad attestare: “Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba, non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi”.
Gesù, nuovo Adamo obbediente al Padre.
La seconda Lettura: «Cristo, pur essendo di natura divina, non considerò…..-
Qual è il peccato di Adamo? Essere uomo disobbediente a Dio. Notiamo, invece, Gesù: qui viene presentato come l’opposto di Adamo, perché è «uomo» ed è «obbediente». Paolo dice che per quel poco che Gesù ci chiede, e ci sembra tanto, Dio è sempre più generoso di quello che ci chiede. Non temere! Dio non si lascia vincere in generosità, perché, quando tu dài a lui tutto quello che puoi, lui ti darà molto di più. Quante volte Dio da di più alla tua generosità? Vedi Siracide 35 (nota 8).
Preghiamo.
Grazie, Padre, per il tuo Figlio, che hai dato come modello agli uomini, in vari episodi della Passione, specie quando Gesù parla e agisce in modo diverso da come ci aspettiamo…
Ora, Padre, manda lo Spirito: sia fra noi Gesù, fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce (II let).
In noi, Padre, si offre a te Gesù: c’insegna la sua passione di amore (a Betania, sulla croce, …).
Tutti, Padre, accogli in Cristo: partecipi della gloria del risorto e intronizzato tuo Figlio (Eucaristia).
A te, Padre, ogni onore e gloria: da tutta l’umanità unita agli angeli e ai santi, in Cristo (Collette).
O Padre, che hai superesaltato e hai dato il nome che è sopra ogni altro nome al Cristo tuo Figlio, fatto obbediente per noi fino alla morte, e alla morte di croce (II lettura, Salmo resp.); fa’ che gridiamo a te con la sua stessa voce di tenerezza: “Dio mio, Dio mio”, perché diveniamo e siamo riconosciuti “Popolo tuo” (Salmo Responsoriale). Per lo stesso Cristo nostro Signore. Amen.
Contempliamo.
La Passione:
d’amore sofferto, come ogni uomo, rappresentato dalla donna di Betania;
d’amore sofferto, in chi ama l’amico sofferente e non l’abbandona, come Dio ama Israele;
d’amore sofferto, nel profeta di Dio, secondo Isaia, il Servo di Javè, per Israele in esilio;
d’amore sofferto, in Gesù per l’uomo nel peccato, e in ogni schiavitù e alla morte;
d’amore sofferto, nel Padre per le sue creature, per le quali non esita a dare il proprio Figlio.
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Nota 1.
La Parola di Dio, Proclamata in questa celebrazione, richiamata dall’antifona alla Comunione (cf T. Ordinario – Anno B – 5ª Domenica – 09/02/2003), e approfondita anche da altri testi eucologici (cf ad es. 05/02/2006), «attua ora» sacramentalmente in noi la redenzione, realizzata fin dall’evento pasquale della morte e risurrezione di Gesù il sette – nove Aprile del trenta d.C.
La Parola di Dio «attua ora sacramentalmente in noi la redenzione», perché lo stesso evento pasquale di duemila anni fa, con la sua efficacia, è in atto nella Parola «Proclamata» in quest’Eucaristia; la stessa «opera di Gesù» è in atto quindi in circostanze diverse: «storiche» di quel tempo in Israele, «sacramentali» (gesti e parole) ora nella sua Parola proclamata.
La Parola («Dabàr») è «Fatto e Parola» («Dabàr Javè» = «Fatto e Parola di Javè»); lo stesso «Fatto» storico della Pasqua di Gesù (che soffre, muore, trasmette lo Spirito, risorge) per opera dello Spirito Santo è presente in questa «Parola» proclamata nell’assemblea liturgica; anzi, «in previsione» della sua pasqua redentrice era già presente fin nel grembo di Maria.
Noi ora, come Maria, diciamo: “Sì”, con il cuore bendisposto nel celebrare. La redenzione, operata nei «misteri» (gesti e parole di Gesù nel rito), trasforma tutta la nostra vita. La Parola proclamata nella liturgia, cioè, lo stesso Gesù pasquale, ispira e attua i vari momenti della celebrazione e dell’esistenza in chi l’accoglie.
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Nota 2.
Intanto quelli che erano stati dispersi dopo la persecuzione scoppiata al tempo di Stefano, erano arrivati fin nella Fenicia, a Cipro e ad Antiochia e non predicavano la parola a nessuno, fuorché ai Giudei. Ma alcuni fra loro, cittadini di Cipro e di Cirène, giunti ad Antiochia, cominciarono a parlare anche ai Greci, predicando la buona novella del Signore Gesù. E la mano del Signore era con loro e così un gran numero credette e si convertì al Signore (Atti 11,19ss).
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Nota 3.
Noi sappiamo che questi soldati appartenevano alla decima legione, ed erano di stanza in Palestina, dove c’era la centuria italica. Sappiamo dai documenti degli storici romani che, all’epoca di Augusto e di Tiberio, la decima legione era formata da soldati presi dalla decima regione augusta, che era il Triveneto. È gente nostra, quella che ha crocifisso Gesù Cristo. Questi sono i risultati delle ultime ricerche. Abbiamo ammazzato il Messia, e poi ce la prendiamo con gli ebrei! In compenso, noi italiani, abbiamo scritto il vangelo di Marco, perché il vangelo di Marco è stato scritto da italiani in Italia e abbiamo scritto la lettera agli Ebrei.
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Nota 4.
Cosa dice questo racconto: «Mentre mangiavano, prese il pane; e, pronunciata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro”. «Poi prese il calice, rese grazie, lo diede loro, e ne bevvero tutti”. Era solo il racconto, non c’erano le parole di Gesù. Cosa hanno fatto i sinottici? Tutti e tre dipendono da questo racconto vecchissimo che può risalire addirittura alle primissime celebrazioni della comunità di Gerusalemme. Gesù muore il 7 aprile del 30 d.C.; probabilmente è risorto il 9 Aprile. A che ora, non lo sappiamo; e le prime celebrazioni, che probabilmente sono fatte qualche tempo dopo (forse una settimana…), hanno cominciato ad adoperare questo racconto che è rimasto sacro, e non si può toccare, perché viene dalla chiesa apostolica. Quando Marco scrive il suo vangelo recuperando la predicazione di Pietro, cosa fa? Marco non era al calvario, e Pietro era appena morto; però Pietro aveva lasciato «la tradizione orale» della celebrazione dell’ultima cena, quindi, della messa, e Marco, cosa fa? Recupera le parole di Gesù dalla messa che si celebrava a Roma, e cerca di inserirle dentro, senza toccare il brano più antico. Per il pane, gli viene bene: «Mentre mangiavano, pronunciata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro». Marco mette una virgola, e scrive, «dicendo», e infila dentro le parole della consacrazione; con il vino si è trovato male, perché la frase, di questo antichissimo racconto, era un corpo chiuso: «Poi prese il calice, rese grazie, lo diede loro, e ne bevvero tutti». Marco avrebbe dovuto spaccare questa frase, mettere le parole consacratorie, e poi infilare dentro il rimasuglio della frase finale: «..e ne bevvero tutti». Ma Marco non ha avuto il coraggio di spaccare la frase; allora lo ha allargato, «..e disse: Questo è il mio sangue”. L’errore, apparente, ci sta a dire che questo racconto è stato scritto in due tempi. In un secondo tempo, sono state messe le parole di Gesù; in un primo tempo, c’era il puro racconto, brevissimo, nudo e crudo dell’ultima cena, costituito solo di azioni.
Da questa semplice indagine si riesce a datare il racconto, prima del 31 d.C. Quindi, il racconto arcaico nasce tra il 30 e il 31 d.C. Marco lo prende, lo lascia così com’è; e vi aggiunge le parole della messa che veniva celebrata a Roma da Pietro.
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Nota 5.
È una donna che unge Gesù. Le donne hanno questo geniaccio, di fare le cose profetiche, prima degli uomini; e forse è un errore non ascoltarle di più….
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Nota 6.
Quindi, abbiamo cinque modi di leggere questo testo, e di capirlo: l’Alleanza, il Come lui, l’Adempimento delle profezie, Avvenimento in cui il Cristo condivide la sua divinità con noi, Primo tempo di un evento straordinario.
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Nota 7.
L’ultima cena stando agli ultimi studi dovrebbe essere collocata a martedì sera o al mercoledì sera. Giovedì è il giorno tragico, in cui vi sono i due processi, di Pilato e di Erode; il giorno dopo c’è la marcia verso il calvario, e c’è la crocifissione. «Erano le 9 del mattino quando lo crocifissero»; poi, da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggi, c’è questo immenso buio, attestato dallo storico samaritano, chiamato Tallus, che testimonia questo avvenimento, e dice: “Voi, ebrei siete stupidi per niente, perché avete visto un eclisse!…”. A noi non interessa che cosa fosse. A noi interessa verificare da un testimone che non è cristiano la precisione dell’avvenimento. L’amore di Dio è il senso teologico della storia. Va oltre il tempo.
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Nota 8.
Capitolo 35
Legge e sacrifici
Chi osserva la legge moltiplica le offerte; chi adempie i comandamenti offre un sacrificio di comunione. chi serba riconoscenza offre fior di farina, chi pratica l’elemosina fa sacrifici di lode.
Cosa gradita al Signore è astenersi dalla malvagità, sacrificio espiatorio è astenersi dall’ingiustizia.
Non presentarti a mani vuote davanti al Signore, tutto questo è richiesto dai comandamenti.
L’offerta del giusto arricchisce l’altare, il suo profumo sale davanti all’Altissimo.
Il sacrificio dell’uomo giusto è gradito, il suo memoriale non sarà dimenticato.
Glorifica il Signore con animo generoso, non essere avaro nelle primizie che offri.
In ogni offerta mostra lieto il tuo volto, consacra con gioia la decima.
Dá all’Altissimo in base al dono da lui ricevuto, dá di buon animo secondo la tua possibilità,
perché il Signore è uno che ripaga, e sette volte ti restituirà.
La giustizia divina
Non cercare di corromperlo con doni, non accetterà, non confidare su una vittima ingiusta,
perché il Signore è giudice e non v’è presso di lui preferenza di persone.
Non è parziale con nessuno contro il povero, anzi ascolta proprio la preghiera dell’oppresso.
Non trascura la supplica dell’orfano né la vedova, quando si sfoga nel lamento.
Le lacrime della vedova non scendono forse sulle sue guance e il suo grido non si alza contro chi gliele fa versare? Chi venera Dio sarà accolto con benevolenza, la sua preghiera giungerà fino alle nubi. La preghiera dell’umile penetra le nubi, finché non sia arrivata, non si contenta; non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto, rendendo soddisfazione ai giusti e ristabilendo l’equità.
Il Signore non tarderà e non si mostrerà indulgente sul loro conto, finché non abbia spezzato le reni agli spietati e si sia vendicato delle nazioni; finché non abbia estirpato la moltitudine dei violenti
e frantumato lo scettro degli ingiusti; finché non abbia reso a ognuno secondo le sue azioni
e vagliato le opere degli uomini secondo le loro intenzioni; finché non abbia fatto giustizia al suo popolo e non lo abbia allietato con la sua misericordia. Bella è la misericordia al tempo dell’afflizione, come le nubi apportatrici di pioggia in tempo di siccità.
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condividiamo (cfr neretto) la preghiera della Chiesa (cfr colori).