29/03/2009 – QUARESIMA – ANNO B – 5 DOMENICA – 20089
Preparazione alla celebrazione della messa.
5ª DOMENICA DI QUARESIMA.
Anno B – 29 Marzo 2009
Ci Raccogliamo
davanti al Signore Gesù, Dio fatto uomo: si dona, muore, risorge, trasmette lo Spirito (Nota 1).
Leggiamo
il formulario liturgico della messa corrispondente: dall’Ingresso alla preghiera Dopocomunione.
Rileggiamo
i testi a cominciare dal vangelo (cfr PNLMR): adorando, pregando e contemplando il Risorto.
Cristo muore perché noi siamo giudicati «redenti» e siamo una cosa sola con lui.
Oggi, Domenica centrale tra quaresima e settimana santa: fino alla domenica di risurrezione.
Cominciamo dal Vangelo. Due capoversi: l’incontro con i greci, nel primo; la voce dal cielo, nel quarto; due interventi che permettono a Gesù due risposte articolate; parabola del «chicco» con relativa riflessione, ora del «giudizio» con relativo annunzio. Si ha un’inclusione, non di tipo verbale, ma d’intervento: prima i greci, poi la voce. I «greci» svaniti nel nulla, sono inclusi poi nella «folla».
1° Scenario: greci che vogliono «vedere Gesù», tramite due greci del collegio Apostolico, Filippo e Andrea (vv. 20-22). Gesù articola la sua risposta in modo che i destinatari impercettibilmente sfumano; mentre Gesù attira l’attenzione su di sé, Figlio dell’uomo, chicco di grano, vera offerta di vita, turbato, glorificato, modello d’uomo secondo Dio (vv. 23-28).
2° Una voce dal cielo che decreta: “L’ho glorificato e lo glorificherò ancora” (v. 28b), presenza d’una folla che include i greci, simbolo di tutti, attirati e redenti da Cristo, che sulla croce giudica il mondo e getta fuori il principe di questo mondo (vv. 29-33).
Tante parole da caricare del loro senso rivelativo: gloria, sapienza, Figlio dell’uomo.
Adoriamo.
Gesù: da imparare a vedere.
“Signore, vogliono vedere Gesù”. Questo brano evangelico è detto «Getzemani giovanneo». Secondo l’evangelista Giovanni, quando Gesù esce dal cenacolo e va verso il Getzemani (Gv 18,1), è preso subito; al contrario, secondo i sinottici (Mt, Mc, Lc), Gesù, al Getzemani, ha tempo di pregare il Padre, e suda sangue e chiede se è possibile cambiare programma (nota 2). Per Giovanni, tutta la fatica di Gesù è qui, in questo capitolo dodicesimo, in un contesto tutto particolare: appena Gesù è entrato in Gerusalemme, dei greci si avvicinano a Filippo e gli dicono: “Signore, vogliono vedere Gesù”; e Gesù s’interessa di loro, ma parla a Filippo e Andrea come se i greci non ci fossero. Parla della glorificazione, del granellino che deve morire, della vita da perdere, del servo – discepolo che sarà con lui, e poi, appare la stessa frase tremenda dei sinottici (v 27) con qualche variante: “Ora l’anima mia è turbata. Che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma, se è per questo, che io sono giunto a quest’ora! Padre glorifica il tuo nome”. – Frase al suo posto giusto nei sinottici: al Getzemani; ma in Giovanni, …perché sta qui: in città? Che c’entrano, poi, i greci con queste parole alte, di stampo ebraico, come: «compiere la volontà di Dio»? È teologia ebraica, non greco – pagana. Vediamo che, invece, sì, c’entrano: c’è un motivo perché ci sia questa frase. Tra i particolari importanti di questo brano evangelico, infatti, c’è un elemento piccolo che non deve sfuggire: «Venne una voce dal cielo: “L’ho glorificato e ancora lo glorificherò”» (cfr v. 28). Di nuovo ci si può chiedere: cosa c’entrano i greci con questo linguaggio? (cfr nota 3).
Gesù: glorificato.
“È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato”. Per Giovanni evangelista la parola «gloria» non implica trionfo; la parola «gloria» vuol dire innalzamento, crocifissione. Con la crocifissione, Gesù ha cominciato a «staccarsi da terra per salire verso il Padre». Allora, che cosa vuol dire: “L’ho glorificato e ancora lo glorificherò”? Il senso più semplice elementare: nel mondo ebraico, glorificare o «gloria» è quella parte piccola di Dio che noi possiamo sperimentare, noi, finiti; di lui, infinito. Non possiamo fare esperienza dell’infinito; ma abbiamo bisogno di sperimentare Dio. Facciamo esperienza di quella parte che possiamo percepire. Con il vocabolo gloria «kabòt» gli ebrei hanno identificato quella parte di Dio che l’uomo può sperimentare. Quando la voce dal cielo dice: “L’ho glorificato”, allora, vuol dire: ho messo in quest’uomo Gesù Cristo quella parte di Dio che gli uomini possono sperimentare. In quello che Gesù ha detto e fatto, gli uomini potevano sperimentare Dio. “Ancora lo glorificherò”, vuol dire, poi, che dentro la persona di Gesù di Nazaret Dio metterà ancora altri elementi attraverso i quali gli uomini possono sperimentare Dio nella persona di Gesù; quindi, la morte e la risurrezione di Gesù non sono fatti suoi, di fronte ai quali noi contempliamo, gioiamo con lui. No: sono «fatti» per capire quale aspetto di Dio si sta manifestando a noi, e noi possiamo cogliere. Questo è il grado zero del significato di questa espressione, presa dal mondo biblico. Possiamo fare, ora un passo ulteriore: se per Giovanni la gloria non è l’onore, ma è l’azione che il Padre compie per innalzare suo Figlio, allora «l’ho glorificato» può equivalere a: noi dobbiamo vedere nella persona di Gesù tutto ciò che l’innalza rispetto agli altri. Che cos’è che lo rende più uomo degli altri, più ebreo degli altri, più Figlio – sempre dal lato umano, perché comunque Gesù è Dio! (cfr «Comunicatio Idiomatum»: nota 4). Gesù è stato visto dai suoi contemporanei come un uomo esigente, ma gli hanno riconosciuto d’essere un uomo sapiente. I nazaretani dicono: “Da dove gli viene questa sapienza?” (Lc 4). I suoi sono gente umile. Da dove allora questa sapienza? La samaritana lo chiama «profeta», «messia», e i samaritani «Salvatore del mondo» (Gv 4). In tutta la passione, anzi, nella sua vita Gesù mostrava d’essere straordinario (nota 5). Se noi mettiamo insieme tutte queste piccole cose, questa voce dall’alto sta dicendo che in Gesù si è manifestata la sapienza di Dio, che in Gesù noi possiamo fare esperienza di Dio. Questo è importate per i greci. Domenica scorsa Gesù dice a Nicodemo: “Quando sarò innalzato attirerò tutti a me”. Questi greci sono i primi. I suoi discepoli sono gli ebrei che per primi hanno aderito a lui; ma questi greci sono i non ebrei che per primi aderiscono a Gesù. Si sta avverando la profezia di domenica scorsa. Ma questa risposta ai greci dice che in lui, Gesù, c’è la sapienza di Dio. Questo di fronte ai greci. Giovanni sta mettendo in evidenza la sapienza di Dio, che attrae a sé tutti, greci compresi, che avevano il mito della sapienza.
Gesù: Sapienza di Dio.
“È venuta l’ora”. Ora vediamo in che cosa consiste questa sapienza che troviamo nel vangelo, vv 20- 22, che è presentazione dello scenario. Greci che si rivolgono ai greci del collegio apostolico per vedere Gesù. Filippo è nome greco, amante dei cavalli. Andrea, da aner, andròs, vuol dire maschio, andreios: mascolinità. Nomi greci. I greci si rivolgono a questi che hanno nomi greci. Gesù si sta misurando con il mondo greco che arriva a lui, tramite questi due filo – greci fra i suoi discepoli. In questo capoverso interessa la «sapienza di Dio» in confronto con al sapienza umana, greca; e ora si può capire il senso del primo capoverso, che presenta lo scenario, si può intuire chiaro quel che Giovanni ci vuol dire, cioè: Gesù glorificato, crocifisso, che rivela il Padre, quel Cristo crocifisso, è anche per i greci. Vedremo che questi greci significano la folla, cioè, rappresentano tutti. Quindi, Gesù crocifisso è per noi tutti, dice l’Evangelista Giovanni.
Gesù: il «Figlio dell’uomo».
“È venuta l’ora che «il Figlio dell’uomo» sia glorificato”. Ora, al v. 23, inizio del secondo capoverso, comincia il testo del vangelo, la risposta di Gesù, la rivelazione che Gesù fa di se stesso, chiamandosi «Figlio dell’uomo»: “È giunta l’ora che sia glorificato «il Figlio dell’uomo”». Ora si capisce meglio cosa c’è dietro a questa parola: «glorificato», cioè, «è giunto il momento in cui il Figlio dell’uomo comincia il suo ritorno verso il Padre». Momento in cui nel Figlio dell’uomo potete fare «ancora» esperienza di Dio, momento in cui il Padre «glorifica» = colloca questo uomo al di sopra degli altri, manifestando ciò che dice: “Nessuno ha un amore più grande di chi dà la vita per i suoi amici” (Gv 15,13). Amici? “Ci chiama amici quando eravamo ancora nemici”; e «se, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, dal quale ora abbiamo ottenuto la riconciliazione” (Rom 5,10). Perché Gesù si applica l’espressione «Figlio dell’uomo»? Figlio dell’uomo non vuol dire uomo. Figlio dell’uomo è una figura teologica nel pensiero rabbinico, che vuol dire «il Messia giudice»; quindi, la frase iniziale suona così: “È venuta l’ora in cui il «Messia giudice» viene glorificato”. Per Giovanni, la morte di Gesù è il giudizio, il tribunale dal quale Gesù, giudice, giudica tutti gli uomini. Allora facciamo una domanda. Perché Cristo muore in croce? Non perché è masochista. Per salvarci! Se «il Figlio dell’uomo» ha il momento più alto in croce (lo glorificherò ancora), dove muore per noi, il suo giudizio non sarà «giusto», ma «redentivo». Non ci metterà di fronte alla legge per dirci: Qui hai fatto bene, lì male, per poi emettere la sentenza in rapporto a un coma della legge; ma sarà «giudizio salvifico, redentivo». Nella sua prima lettera Giovanni (nota 6) ci meraviglia perché presenta il Giudice come nostro Avvocato difensore. Noi non comprendiamo, perché non abbiamo questa esperienza. Unica cosa che comprendiamo è che non sarà «giudizio giusto nel senso giuridico» del termine, ma sarà un giudizio d’altro genere. Se noi torniamo al nostro testo riusciamo a capire: “È giunta l’ora in cui sarà «glorificato il Giudice». Quello sarà lo scranno del suo giudizio: la croce; quello è anche il momento in cui il Cristo = l’Unto = il Messia diventa giudice. Ma, non è un giudice che condanna. È un giudice redentivo. Domenica scorsa, ancora Gv, ha detto: “Dio ha tanto amato il mondo, da dare il suo Figlio unigenito”; “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”. Queste parole sono riassunto del discorso di domenica scorsa; adesso lo chiarisce:
Gesù: Giudice redentivo e salvifico.
“In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore «resta solo», se invece muore…”, il parallelismo antitetico richiederebbe che fosse scritto: «Non resta solo»; «se non muore resta solo», «se muore non resta solo». Invece il testo sostituisce «non resta solo» con: «produce molto frutto». Cosa c’è sotto questo parallelismo mancato? C’è una realtà molto importante, perché lo stare soli si oppone a… stare insieme – concetto opposto di «io sono solo» è «io sono in compagnia, insieme»: quindi, «se io sono solo», «non sono in compagnia». Allora, se il chicco non muore «resta solo», se muore «è in compagnia». Non essere solo è: essere in compagnia. Ciò che segue evidenzia quanto questo sia importante: “Se uno vuol seguirmi, mi segua; e dove sono io, sarà anche il mio servo”. Allora, la redenzione compiuta da Gesù, attraverso la sua morte, è una redenzione – «compagnia con i suoi», «una cosa sola con loro», e «loro una cosa sola con lui». Lui, Gesù, non può ottenere la glorificazione, nel senso d’innalzamento, di ritorno a quello che era prima dell’incarnazione, se non si porta dietro «la compagnia». Il Figlio dell’uomo, il Crocifisso, il Messia è giudice, ma è un «Giudice Redentivo», che «si aggiudica la compagnia di tutta l’umanità», perché il suo giudizio non è paragonabile al giudizio di cui noi siamo esperti; è redentivo il suo scopo, non è quello di emettere una sentenza, ma di avere una «grande compagnia», e portarsi questa compagnia insieme con lui. Questa è Redenzione, ma è anche Giudizio di Dio. Forse si fa fatica entrare dentro a questa logica; perché siamo ancora impastoiati dal giudizio di papà e mamma: chi ha rotto il vaso della marmellata? Una settimana senza marmellata! E quando abbiamo sentito parlare del giudizio di Dio, abbiamo preso questa bella (?!) esperienza e l’abbiamo amplificata all’infinito; abbiamo detto: questo è il giudizio di mia madre, e questo deve essere il giudizio di Dio; a lui non interessa, certo, la marmellata, ma qualcos’altro; qui abbiamo tutti i conti aperti. Invece, la logica di Dio è diversa. Dio non nasconde che noi siamo mancanti, Dio non mente e ci dà dei peccatori; però dice: il mio giudizio non è per condannarvi, il mio giudizio è redentivo, e quindi non vi chiedo di sentire rimorso, ma «senso di peccato», che porta alla redenzione, mentre il senso di rimorso porta a chiuderci, e all’incapacità di staccarci dal nostro passato, perché lo facciamo sempre presente. È come se lo sbaglio, che abbiamo fatto, fosse lì presente a rovinarci l’anima. Dio dice: no, il mio giudizio è redentivo, ciò che tu eri, non sei più. Dobbiamo riformulare dentro di noi il giudizio di Dio, altrimenti è terrorizzante presentarci davanti a Dio, mentre è un momento liberante, in cui lui riempirà i buchi che noi non siamo stati capaci di riempire. Abbiamo ricevuto due talenti? Ne abbiamo dato quattro? Avremmo voluto e dovuto darne di più? Non importa, perché la ragioneria di Dio è diversa dalla nostra, dove anche i centesimi devono collimare; giusto, e dev’essere così. Ma, la ragioneria di Dio è diversa. Stiamo leggendo un testo che dice così. Stiamo dando voce a un testo greco ispirato, tradotto in italiano.
Gesù: Rivelatore del «cuore» paterno di Dio.
“Chi ama la propria vita, la perde; e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna” (V. 25). Versetto della crisi: Certo, Gesù era molto chiaro e forte. Marco (c. 8) ci riferisce un esempio particolare. Gesù chiede ai discepoli: “La gente, chi dice che io sia?”. – Un profeta, Elia, uno dei profeti; tu sei il Cristo. – Gesù dice che morirà martire. – Pietro dice che un uomo ragionevole non può pensare così. – Gesù rimprovererà Pietro con una frase micidiale: “Tu ragioni secondo gli uomini e non secondo Dio”. – Fermiamoci su questa frase. Se io, invece di fare il monaco, restituissi la mia professione e la consegnassi al superiore, spiegando: intendo sfruttare meglio il mio lavoro, i miei brevetti. – Potrei essere milionario. Invece, non lo sono. Vivo con la pensione sociale. Se io giudico secondo gli uomini, la mia scelta è una scelta di un single che sopravvive. Mi si direbbe: hai la possibilità di guadagnare, e non guadagni? Sei «stupido», e quanti ne sono come te! Ecco come va male il mondo! – Ma questo è un giudizio secondo gli uomini; secondo questo giudizio, sto buttando via la vita. Ma, rovesciamo il giudizio. Perché non guadagni di più? Anzi, cominciando con il matrimonio. Perché non ti sposi? – Gesù risponderebbe: il Matrimonio, è molto rispettabile, lo stimo; io stesso sono Sposo; riguardo poi al celibato: “Non a tutti è dato di capire”. Punto. – Gesù parla di coloro che praticano il celibato in nome del regno: non a tutti è dato di capire. Il suo giudizio è «positivo»: c’è un ideale, il regno di Dio. Possiamo essere considerati stupidi. Gesù apprezza questa scelta. Altro caso: uno ti fa un torto e tu lo denunci. Il mondo d’oggi ti rispetta. Cristo dice: perdonagli e io ti rispetto, perché “con la misura con cui hai avuto misericordia, otterrai misericordia”. – Torniamo al teso: “Chi ama la sua vita, con l’ottica umana, la perde. Chi odia la sua vita, secondo l’ottica divina, la conserverà per la vita eterna”. – La frase non è più difficile. Ci sono due modi di giudicare le cose, non ce ne sono tre. Uno, secondo Dio e uno, secondo gli uomini. Dice Gesù: se noi amiamo la nostra vita secondo gli uomini, la perdiamo; se noi non amiamo la nostra vita secondo gli uomini, la guadagniamo. -Messaggio durissimo, ma chiarissimo. È enigmatico per chi non lo vuol capire. Che poi noi ci arriviamo ad essere così, è un’altra questione. Ma il significato della frase è limpido.
Se uno mi vuol seguire mi segua. Concetto di discepolato cristiano. Imitazione di Cristo. I suoi sentimenti: “Là dove sono io sarà anche il mio servo. Se uno mi segue, il Padre lo onorerà”, cioè, lo innalzerà insieme con me. Ma quando il Padre innalza il figlio, prima lo crocifigge, poi lo innalza; può essere che noi siamo solo innalzati, ma non è garantito. Che il Padre ci porti dov’è il figlio, è garantito; ma che vi ci porti senza passare per la croce, non è garantito, come non è garantito che dobbiamo passare per la croce; ma potrebbe accadere. In ogni caso, siamo fatti partecipi della morte, risurrezione e ascensione di Cristo presso il Padre. Ce lo merita la passione di Cristo:
«“Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome” (v. 27: è il Getzemani giovanneo: «Venne allora una voce dal cielo: “L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!”».
Gesù: «Redentore».
«La folla, che era presente…»; dove sono i greci? Sono spariti. Qui c’è la folla.
I greci ormai sono confusi con gli altri. Paolo ai Galati dice che di fronte a Cristo, morto e risorto, non c’è più differenza tra giudei e gentili, schiavi e liberi, uomo e donna (lo Spirito Santo ce lo farà capire). Non ci sono più i greci perché di fronte a Cristo, morto e risorto, non c’è più differenza, fra chi cerca miracoli o segni, e la sapienza. Quando tu accetti la sua scommessa, non sei più ebreo, greco, schiavo, libero, uomo, donna; ma una cosa sola con lui; il suo guadagno. Ecco perché c’è la folla: «La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: “Un angelo gli ha parlato”. Disse Gesù: “Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo”. Finora abbiamo parlato di «giudizio», e si poteva osservare: dov’è che si parla di giudizio? Ecco accontentati: “Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori”. Torniamo all’idea iniziale. Abbiamo detto che il tribunale, dove Gesù è giudice, è la sua croce, e compirà un giudizio salvifico, non giudizio giusto, nel senso giuridico. Ora cerchiamo di capire che cosa vuol dire «giudizio salvifico». Nella concezione biblica del vecchio testamento al tempo di Gesù, c’èra un’idea sintetizzabile così: noi siamo tutti schiavi. Il nostro padrone si chiama morte e demonio; e noi siamo schiavi di lui e di lei, «messi insieme». Gesù, il Messia, è il ricco di turno. Egli va dai padroni, demonio – morte, e dice: quanto è il prezzo di tutti, messi insieme, perché li voglio comperare tutti. Risposta: la tua morte, il tuo sangue. – Va bene: sono disposto a dare la mia vita, il mio sangue, che sia il prezzo, il riscatto di tutti. – Perché la morte di Cristo è redentiva, un giudizio di redenzione? Perché non dice: tu sei santo, tu sei peccatore, tu sei buono, tu sei cattivo; ma dice: “Voi tutti eravate sotto il dominio della morte e di satana; e io” qui ho pagato il prezzo per liberarvi da questo dominio. Ecco è il significato dei versetti che seguono: “Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”, ebrei, greci, schiavi, liberi, uomini, donne. Giovanni ha un modo di scrivere, per cui le cose prima le dice sottintendendole, poi, man mano che procede, te le esplicita. «Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire». Se noi volessimo concentrare in un’idea forte questo brano che abbiamo letto, dovremmo dire così: «Cristo muore perché noi siamo giudicati redenti e siamo una cosa sola con lui». Questo è avvenuto duemila anni fa. Vogliamo continuare ad essere una cosa sola con lui? Risposta: impariamo a gestire la nostra vita, non secondo gli uomini ma secondo il ragionamento suo.
Il Signore Gesù: Paziente, Misericordioso e Giusto.
Riflessione sul comportamento umano di chi cerca Dio. Se si ponesse un problema X. Tu, ragionando secondo Dio, come lo risolveresti? Quante opinioni ci potrebbero essere? Una sola o tante quante sono le persone? Tante quante sono le persone presenti. Ed è giusto che sia così, perché dipende dal grado di fede di ciascuno decidere, capire, interpretare come Dio ragionerebbe al posto nostro. Allora cominciamo a capire che la morale dipende da quanto crediamo, perché più abbiamo una fede ricca, più riusciamo a giudicare e a valutare secondo Dio, meno ricca la nostra fede, meno sappiamo valutare e giudicare secondo Dio. Non esiste una morale uguale per tutti. Perché, tu più sei credente, più sei affinato nel capire come Dio valuta, vede, giudica, pensa, decide, opera. Più tu sei grezzo a livello di fede, meno tu capisci come Dio ragiona, si rapporta, decide, opera. Prendere una legge morale e dire: questa è uguale per tutti, – vuol dire, dimenticarsi che l’adempimento dei valori dipende dalla fede che abbiamo. Questo è molto importante. Il mondo biblico, quando chiede perdono a Dio fa una preghiera chiamata Todà che è interessante. Nella prima parte si fa una storia salvifica, per dire: io credo. – Dopo si confessano i peccati.
Anche nel Medio Evo, prima di dire il confiteor e ricevere dopo un oremus di riconciliazione (la formula di assoluzione non c’era), prima del confiteor, bisognava recitare il credo, perché la «confessione dei peccati» bisognava che fosse inquadrata in questa logica: se ho peccato è segno che ho una fede piccola. Se avessi avuto una fede più matura e una visione più Gesuana = più vicina a quella di Gesù, certe cose non le avrei decise o le avrei decise diversamente; certi comportamenti non li avrei avuti; avrei avuto altri comportamenti. Quindi riconciliarsi con Dio vuol dire, ricuperare la fede, e poi accogliere il perdono. Sequela importante secondo il vangelo.
Il Signore Gesù: Servo del Signore.
Prima lettura. Importante perché nella prima lettura è detto cosa è successo tra il 586 e 538 a.C. Israele ha riflettuto molto e si è domandato: perché questo nostro esilio in Babilonia? Gli ebrei hanno concluso: non abbiamo preso sul serio il patto dell’alleanza al Sinai. Là ci eravamo vincolati a vicenda. Dio ci dava qualcosa, perché lui si era vincolato a darci qualcosa, e noi ci siamo vincolati a restituirgli qualcosa. Lui ci dava una terra, lui era il nostro Dio, non avrebbe cancellato il popolo d’Israele per tutta la storia. Gli abbiamo promesso: noi siamo il tuo popolo, e faremo come ci hai comandato. Invece: no! Abbiamo fatto come abbiamo voluto. Allora Dio dice: ditemi a chi siete fedeli? A me o a voi stessi. Perché se siete fedeli a voi stessi, siete il dio di voi stessi; io, Yavè, non c’entro, non avete bisogno di me: se la fede, l’avete in voi stessi. Sono sconfitti in guerra, portati in esilio; e riconoscono: non è perché abbiamo peccato; bensì perché non abbiamo preso sul serio la parola del Signore. Non abbiamo avuto fede. Non abbiamo scommesso la nostra vita seriamente su ciò che Dio ci ha detto, non gli abbiamo creduto. Abbiamo ritenuto d’essere più intelligenti, noi. Questo dice la prima lettura. Testo, detto «la nuova alleanza», annunziata da Geremia (c. 31); perché Geremia fa una simile profezia della nuova alleanza? Perché, dice Dio, non è più sostenibile l’antica: abbiamo peccato, andiamo in esilio, la cosa tra noi e Dio non funziona. Va ristrutturato il rapporto con Dio. Come va ristrutturato, dal momento che noi siamo piccoli, crediamo poco, facciamo il male? Dio risponde, tramite Geremia: facciamo un nuovo patto, un nuovo modo di credere. Quale? Con nuove leggi? – No! La legge non sarà più fuori, ma dentro, nel cuore. Trapianto di cuore. E poi, dice Dio, la fede vostra sarà continuamente sostenuta da un’esperienza. Non avrete più bisogno di istruirvi l’un l’altro, ma tutti mi conosceranno: “Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo”, questa, la formula dell’Alleanza. E, v. 34: “Non dovranno più istruirsi l’un l’altro, dicendo: «Conoscete il Signore», imparate a conoscere il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, oracolo del Signore, poiché – ecco l’esperienza – io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato”.
Nell’esperienza di fede veterotestamentaria le cose andavano così: si pecca, Dio manda castighi – invasione nemica, pestilenza, cavallette, siccità, carestia -. Israele urla, perché soffre, e ancora non sa chiedere perdono; e Dio perdona: quindi, peccato, castigo, perdono. Non funziona. Dio, prima dà qualche piccolo castigo, poi perdona, poi loro tornano a peccare (cfr Salmo 106: nota 7). Dio dice: basta, andate in esilio (nota 8). Quando, poi, tornerete dall’esilio, ne riparleremo. Come? Eccolo qui: “Verranno giorni nei quali” non ci sarà più la sequenza: Peccato, Castigo, Perdono; ma verrà tolto il castigo. Ci sarà il peccato, e il perdono, subito. Ecco cosa dice Dio. Ecco perché si sperimenta Dio: perché non c’è più il castigo del peccato; perché ci sarà un tizio che si chiamerà «Servo di Javè»; raccoglierà i peccati di tutti, passati, presenti e futuri, e dirà: questi sono miei, io mi pago davanti a Dio; perciò tutti faranno esperienza della Bontà di Dio, perché dopo il peccato c’è solo il perdono, e non il castigo. È un nuovo modo di rapportarsi a Dio, e dunque un «nuovo» modo di credere.
Il Signore Gesù: «Causa» della nostra Salvezza.
Seconda lettura. «Cristo, nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito». Sembra che lo prenda in giro. Certo! Perché Cristo non è rimasto prigioniero della morte. Quindi, se lui «offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte», «Dio che poteva salvarlo da morte» lo ha liberato. La risurrezione è questa. «Pur essendo Figlio», però, – l’autore si ferma su ciò che è capitato prima della risurrezione – pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono». C’è solo da chiarire una parola «obbedienza», una frase: «Imparò l’obbedienza da ciò che patì», anzi una parola». Cosa c’entra l’obbedienza? Torma anche prima: «Reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono». Forse ci è sfuggito. La sua obbedienza al Padre lo rende causa di salvezza nostra, che obbediamo a lui, come lui obbedisce al Padre; altrimenti Cristo non può essere né «causa» né «modello» nostro. Quando, invece, noi diciamo: la mia morale è «come lui», noi diciamo tutto, perché la sua obbedienza al Padre è stata assoluta. Se noi facciamo di lui il nostro modello, che tipo di obbedienza avremo verso di lui? Cristo ha avuto un’obbedienza totale verso il Padre. Noi, se riusciamo a imitare Cristo, che tipo di obbedienza avremo verso il Padre? Totale come la sua. Quindi, dicendo: la nostra morale è «come lui», abbiamo detto tutto.
Celebrando messa, celebriamo il sacrificio di Cristo: tutto il mistero di Cristo; l’incarnazione, la morte, la risurrezione, la pentecoste. Infatti, al credo e piego la testa all’«incarnato»; poi, «corpo donato per voi, sangue versato per voi» è il «calvario»; annunziamo la sua morte fino alla «risurrezione», e torna un risorto.
“Padre veramente santo, fonte di ogni santità”… è l’epiclesi preconsacratoria = invocazione dello Spirito sulla specie; ma subito dopo la consacrazione, io invoco lo Spirito Santo sull’assemblea, “perché siamo un cuor solo e un’anima sola”; c’è dunque l’epiclesi post consacratoria sull’assemblea celebrante. Allora io celebro tutto il mistero di Cristo; e tutto il mistero di Cristo è il suo sacrificio, perché il concetto di Sacrificio non è riducibile solo alla morte. 1Samuele 15,22 dice con chiarezza: «Samuele rimprovera Saul e dice: “Ricordati che l’obbedienza a Dio vale più di tutti i sacrifici e gli olocausti”; quindi il vero sacrificio a Dio è l’obbedienza. Il vero atto di culto nostro a Dio non è fare la comunione. È importante, ma viene dopo. Il vero atto di culto a Dio è «obbedire»; ma, noi non sappiamo come obbedirgli, e saremmo comunque, creature inadeguate: la nostra obbedienza non varrebbe il prezzo di tutta l’umanità. Siamo chiamati ad obbedire al Figlio, il quale, essendo Dio – Obbedienza fatta persona nei confronti del Padre, è causa di salvezza per chi si affida a lui. Questo dice la seconda lettura.
Preghiamo.
Grazie, Padre, per il tuo Figlio, obbediente fino alla morte, stabilisce la nuova ed eterna alleanza. «Celebriamo» il Signore, perché è buono, perché eterna è la sua misericordia. Chi può narrare i prodigi del Signore, far risuonare tutta la sua lode? Si è fatto Giudice Avocato in nostro favore, per noi sulla croce (vang.).
Ora, Padre, manda lo Spirito che perfeziona l’opera di Gesù nel mondo e compie ogni santificazione. Gesù fra noi ci fa partecipi della sua passione redentrice. Abbiamo la fecondità del seme che muore, e siamo accolti come tua messe nel regno dei cieli.
In noi, Padre, si offre a te Gesù: donandoci la fecondità del seme che muore, non siamo soli ed esclusi da regno, ma partecipiamo alla sua fecondità nelle prove della vita, completiamo in noi le sofferenze per il suo corpo che è la Chiesa. Alle sofferenze di Cristo mancavano le nostre sofferenze, vissute in quella logica di amore che spinse il tuo Figlio a dare la vita per no (Coll. B).
Tutti, Padre, vivi, defunti, celebranti, accogli in Cristo: chiamati come tua messe nel regno dei cieli. Filippo e Andrea intercedono per i greci che vogliono vedere Gesù. Il tuo Figlio Gesù intercede per loro, che raffigurano tutti gli uomini presso di te, ed esorta Filippo e Andrea a dare se stessi con lui e in lui per tutti.
A te,Padre, ogni onore e gloria dall’umanità per Cristo nello Spirito, che compie ogni santificazione nel cuore nuovo, che scommette per Cristo, desiderando di vivere nella logica del suo amore, secondo i tuoi pensieri..
Padre, donaci di vivere e agire sempre nell’amore di Gesù che si dona per noi. “Vieni in nostro aiuto, Padre misericordioso, perché possiamo vivere e agire sempre in quell’amore, che spinse il tuo Figlio a dare la vita per noi”. Questo il segreto di questa domenica: «Perché possiamo vivere e agire sempre in quell’amore, che spinse il tuo Figlio a dare la vita per noi» (Colletta generale). Santi. Tradotto: «Come lui». Questa la sintesi. Però “vieni in nostro aiuto, Padre misericordioso, perché, dopo questi testi, ci accorgiamo che il mistero cristiano è impegnativo.
Padre, donaci non solo di credere verso Cristo, ma anche di soffrire con lui.
“Ascolta il grido del tuo Figlio che, per stabilire la nuova ed eterna alleanza – prima lettura: Geremia – si è fatto obbediente fino alla morte di croce – lettura seconda: lettera agli ebrei -; fa’ che nelle prove della vita partecipiamo intimamente alla sua passione redentrice – ci renda capaci di odiare la nostra vita in questo mondo, e conservarla per la vita eterna – “per avere la fecondità del seme che nuore, ed essere accolti come tua messe nel regno dei cieli” – chi mi serve, sia con me, vangelo (Colletta dell’anno B).
Testi formidabili, che necessitano rilettura, accoglienza e contemplazione.
O Padre, tu hai disposto che, quanti seguono Gesù, siano dove egli è, presso di te; crea in noi un cuore puro, tutto dedito al servizio dei fratelli. Per Cristo nostro Signore. Amen.
Contempliamo.
Il Frutto: l’essere insieme, in compagnia con Gesù, tutt’uno con lui:
più che tanti chicchi in una spiga da un chicco solo di grano;
come nel nuovo Israele, dall’esilio alla nuova ed eterna alleanza;
come in Gesù, innalzato sulla croce, dove attira tutti a sé: greci, folla, ebrei (nota 9);
in tutta l’umanità, immersa nella morte e risurrezione di Gesù.
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Nota1.
La Parola di Dio, Proclamata in questa celebrazione, richiamata dall’antifona alla Comunione (cf T. Quaresima – Anno B – 5ª Domenica – 06/04/2003), e approfondita anche da altri testi eucologici (cf ad es. 02/04/2006), «attua ora» sacramentalmente in noi la redenzione, realizzata fin dall’evento pasquale della morte e risurrezione di Gesù il sette Aprile del trenta d.C.
La Parola di Dio «attua ora sacramentalmente in noi la redenzione», perché lo stesso evento pasquale di duemila anni fa, con la sua efficacia, è in atto nella Parola «Proclamata» in quest’Eucaristia; la stessa «opera di Gesù» è in atto quindi in circostanze diverse: «storiche» di quel tempo in Israele, «sacramentali» (gesti e parole) ora nella sua Parola proclamata.
La Parola («Dabàr») è «Fatto e Parola» («Dabàr Javè» = «Fatto e Parola di Javè»); lo stesso «Fatto» storico della Pasqua di Gesù (che soffre, muore, trasmette lo Spirito, risorge) per opera dello Spirito Santo è presente in questa «Parola» proclamata nell’assemblea liturgica; anzi, «in previsione» della sua pasqua redentrice era già presente fin nel grembo di Maria.
Noi ora, come Maria, diciamo: “Sì”, con il cuore bendisposto nel celebrare. La redenzione, operata nei «misteri» (gesti e parole di Gesù nel rito), trasforma tutta la nostra vita. La Parola proclamata nella liturgia, cioè, lo stesso Gesù pasquale, ispira e attua i vari momenti della celebrazione e dell’esistenza in chi l’accoglie.
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Nota2.
Gv 18,1-9
Detto questo, Gesù uscì (dal cenacolo) con i suoi discepoli e andò di là dal torrente Cèdron, dove c’era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli. Anche Giuda, il traditore, conosceva quel posto, perché Gesù vi si ritirava spesso con i suoi discepoli. Giuda dunque, preso un distaccamento di soldati e delle guardie fornite dai sommi sacerdoti e dai farisei, si recò là con lanterne, torce e armi. Gesù allora, conoscendo tutto quello che gli doveva accadere, si fece innanzi e disse loro: “Chi cercate? ”. Gli risposero: “Gesù, il Nazareno”. Disse loro Gesù: “Sono io! ”. Vi era là con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse “Sono io”, indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: “Chi cercate? ”. Risposero: “Gesù, il Nazareno”. Gesù replicò: “Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano”. Perché s’adempisse la parola che egli aveva detto: “ Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato
Sinottici
Mt 26, 36-46
Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: “Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare”. E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedèo, cominciò a provare tristezza e angoscia. Disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me”. E avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu! ”. Poi tornò dai discepoli e li trovò che dormivano. E disse a Pietro: “Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me? Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole”. E di nuovo, allontanatosi, pregava dicendo: “Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà”. E tornato di nuovo trovò i suoi che dormivano, perché gli occhi loro si erano appesantiti. E lasciatili, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: “Dormite ormai e riposate! Ecco, è giunta l’ora nella quale il Figlio dell’uomo sarà consegnato in mano ai peccatori. Alzatevi, andiamo; ecco, colui che mi tradisce si avvicina”.
Mc 14,32-42
Giunsero intanto a un podere chiamato Getsèmani, ed egli disse ai suoi discepoli: “Sedetevi qui, mentre io prego”. Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Gesù disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate”. Poi, andato un pò innanzi, si gettò a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse da lui quell’ora. E diceva: “Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu”. Tornato indietro, li trovò addormentati e disse a Pietro: “Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare un’ora sola? Vegliate e pregate per non entrare in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole”. Allontanatosi di nuovo, pregava dicendo le medesime parole. Ritornato li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano appesantiti, e non sapevano che cosa rispondergli.
Venne la terza volta e disse loro: “Dormite ormai e riposatevi! Basta, è venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino”.
Lc 22,39-46
Uscito se ne andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. Giunto sul luogo, disse loro: “Pregate, per non entrare in tentazione”. Poi si allontanò da loro quasi un tiro di sasso e, inginocchiatosi, pregava: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”. Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo. In preda all’angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra. Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. E disse loro: “Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione”.
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Nota 3
Per capire il linguaggio ebraico: “L’ho glorificato e ancora lo glorificherò”», dobbiamo rifarci a 1Cor 2 e 3, dove Paolo svolge il tema della Sapienza di Dio. Ai greci che vogliono la sapienza, e agli ebrei che cercano segni o miracoli, in quei capitoli Paolo risponde con un Crocifisso risorto.
1 Corinti, capitolo 2:
Anch’io, o fratelli, quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non «Gesù Cristo, e questi crocifisso». Io venni in mezzo a voi in debolezza e con molto timore e trepidazione; e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.
Tra i perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo che vengono ridotti al nulla; parliamo di una sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta, e che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria. Nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla; «se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria». Sta scritto infatti: Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano. Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato. Di queste cose noi parliamo, non con un linguaggio suggerito dalla sapienza umana, ma insegnato dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali. L’uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito. L’uomo spirituale invece giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno. Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo dirigere? Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo.
1 Corinti, capitolo 3:
Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a uomini spirituali, ma come ad esseri carnali, come a neonati in Cristo. Vi ho dato da bere latte, non un nutrimento solido, perché non ne eravate capaci. E neanche ora lo siete; perché siete ancora carnali: dal momento che c’è tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera tutta umana?
Quando uno dice: “Io sono di Paolo”, e un altro: “Io sono di Apollo”, non vi dimostrate semplicemente uomini? Ma che cosa è mai Apollo? Cos’è Paolo? Ministri attraverso i quali siete venuti alla fede e ciascuno secondo che il Signore gli ha concesso. Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere. Ora, né chi pianta, né chi irrìga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere. Non c’è differenza tra chi pianta e chi irrìga, ma ciascuno riceverà la sua mercede secondo il proprio lavoro. Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete il campo di Dio, l’edificio di Dio.
Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un sapiente architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno. Se l’opera che uno costruì sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa; ma se l’opera finirà bruciata, sarà punito: tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco. Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi. Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente; perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. Sta scritto infatti: Egli prende i sapienti per mezzo della loro astuzia.
E ancora: Il Signore sa che i disegni dei sapienti sono vani. Quindi nessuno ponga la sua gloria negli uomini, perché tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio.
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Nota4.
Con i termini «Comunicatio Idiomatum» s’intende lo studio con cui i teologi cercano di capire come stiano insieme le qualità divine con quelle umane; e si esprimono con una frase del genere: «Sono anche divine quelle qualità umane che non implicano per se stesse finitezza o imperfezione»; ma con ciò non si è detto nulla, finora tale teoria non ha spiegato nulla; e noi qui ora non seguiamo i dogmatici su questa strada. Possiamo solo capire questa testimonianza, gloria, di Dio da fatti biblici.
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nota 5
In Gv 5,31-47:
Gesù elenca testimonianze (kabot) su di sé da parte di Dio, e degli uomini, disponibili a riconoscerle. Sono di vario livello. Le chiama verità. Riconoscerle è condizione di salvezza:
“Se fossi io a render testimonianza a me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera; ma c’è un altro che mi rende testimonianza, e so che la testimonianza che egli mi rende è verace. Voi avete inviato messaggeri da Giovanni ed egli ha reso testimonianza alla «verità». Io non ricevo testimonianza da un uomo; ma vi dico queste cose perché possiate «salvarvi». Egli era una lampada che arde e risplende, e voi avete voluto solo per un momento rallegrarvi alla sua luce.
Io però ho una testimonianza «superiore» a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato. E anche il Padre, che mi ha mandato, ha reso testimonianza di me. Ma voi non avete mai udito la sua voce, né avete visto il suo volto, e non avete la sua parola che dimora in voi, perché non credete a colui che egli ha mandato. Voi scrutate le Scritture credendo di avere in esse la vita eterna; ebbene, sono proprio esse che mi rendono testimonianza. Ma voi non volete venire a me per avere la vita.
Io non ricevo «gloria» dagli uomini. Ma io vi conosco e so che non avete in voi l’amore di Dio. Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi ricevete; se un altro venisse nel proprio nome, lo ricevereste. E come potete credere, voi che prendete «gloria» gli uni dagli altri, e non cercate la «gloria» che viene da Dio solo? Non crediate che sia io ad accusarvi davanti al Padre; c’è già chi vi accusa, Mosè, nel quale avete riposto la vostra speranza. Se credeste infatti a Mosè, credereste anche a me; perché di me egli ha scritto. Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?”.
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Nota 6
Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto. Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo.
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Nota 7
Salmo 106 (105) Confessione nazionale
Confessione Celebrate il Signore, perché è buono, perché eterna è la sua misericordia. Chi può narrare i prodigi del Signore, far risuonare tutta la sua lode? Beati coloro che agiscono con giustizia e praticano il diritto in ogni tempo. Ricordati di noi, Signore, per amore del tuo popolo, visitaci con la tua salvezza, perché vediamo la felicità dei tuoi eletti, godiamo della gioia del tuo popolo, ci gloriamo con la tua eredità.
Peccato. Abbiamo peccato come i nostri padri, abbiamo fatto il male, siamo stati empi. I nostri padri in Egitto non compresero i tuoi prodigi, non ricordarono tanti tuoi benefici e si ribellarono presso il mare, presso il mar Rosso.
Perdono Ma Dio li salvò per il suo nome, per manifestare la sua potenza. Minacciò il mar Rosso e fu disseccato, li condusse tra i flutti come per un deserto; li salvò dalla mano di chi li odiav a, li riscattò dalla mano del nemico. L’acqua sommerse i loro avversari; nessuno di essi sopravvisse. Allora credettero alle sue parole e cantarono la sua lode.
Peccato Ma presto dimenticarono le sue opere, non ebbero fiducia nel suo disegno, arsero di brame nel deserto, e tentarono Dio nella steppa. Concesse loro quanto domandavano e saziò la loro ingordigia. Divennero gelosi di Mosè negli accampamenti, e di Aronne, il consacrato del Signore.
Castigo Allora si aprì la terra e inghiottì Datan, e seppellì l’assemblea di Abiron. Divampò il fuoco nella loro fazione e la fiamma divorò i ribelli. Si fabbricarono un vitello sull’Oreb, si prostrarono a un’immagine di metallo fuso; scambiarono la loro gloria con la figura di un toro che mangia fieno. Dimenticarono Dio che li aveva salvati, che aveva operato in Egitto cose grandi, prodigi nel paese di Cam, cose terribili presso il mar Rosso. E aveva già deciso di sterminarli,
Perdono se Mosè suo eletto non fosse stato sulla breccia di fronte a lui,
per stornare la sua collera dallo sterminio.
Peccato Rifiutarono un paese di delizie, non credettero alla sua parola. Mormorarono nelle loro tende, non ascoltarono la voce del Signore.
Castigo Egli alzò la mano su di loro giurando di abbatterli nel deserto, di disperdere i loro discendenti tra le genti e disseminarli per il paese. Si asservirono a Baal- Peor e mangiarono i sacrifici dei morti, provocarono Dio con tali azioni e tra essi scoppiò una pestilenza.
Perdono Ma Finees si alzò e si fece giudice, allora cessò la peste e gli fu computato a giustizia presso ogni generazione, sempre.
Peccato Lo irritarono anche alle acque di Meriba
Castigo e Mosè fu punito per causa loro,
Peccato perché avevano inasprito l’animo suo ed egli disse parole insipienti. Non sterminarono i popoli come aveva ordinato il Signore, ma si mescolarono con le nazioni e impararono le opere loro. Servirono i loro idoli e questi furono per loro un tranello. Immolarono i loro figli e le loro figlie agli dei falsi. Versarono sangue innocente, il sangue dei figli e delle figlie sacrificati agli idoli di Canaan; la terra fu profanata dal sangue, si contaminarono con le opere loro, i macchiarono con i loro misfatti.
Castigo L’ira del Signore si accese contro il suo popolo, ebbe in orrore il suo possesso; e li diede in balìa dei popoli, li dominarono i loro avversari, li oppressero i loro nemici e dovettero piegarsi sotto la loro mano.
Perdono Molte volte li aveva liberati;
Peccato ma essi si ostinarono nei loro disegni e per le loro iniquità furono abbattuti.
Perdono Pure, egli guardò alla loro angoscia quando udì il loro grido. Si ricordò della sua alleanza con loro, si mosse a pietà per il suo grande amore. Fece loro trovare grazia presso quanti li avevano deportati.
Preghiera finale. Salvaci, Signore Dio nostro, e raccoglici di mezzo ai popoli, perché proclamiamo il tuo santo nome e ci gloriamo della tua lode. Benedetto il Signore, Dio d’Israele da sempre, per sempre. Tutto il popolo dica: Amen.
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Nota 8
Anche l’esilio, però, avvenne in tre momenti: primo, nel 597, secondo, nel 587, terzo, nel 582; momenti che avevano la funzione delle dieci piaghe d’Egitto: convincere gli uomini a cambiare, piuttosto che lasciarli sotto il peso dei propri mali.
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Nota 9
quanti lasciano tutto, partecipano alla sua passione redentrice. I greci ormai sono confusi con gli altri della folla. Paolo ai Galati dice che di fronte a Cristo, morto e risorto, non c’è più differenza tra giudei e gentili, schiavi e liberi, uomo e donna. Quando tu accetti la sua scommessa, non sei più ebreo, greco, schiavo, libero, uomo, donna; ma una cosa sola con lui; sei il suo guadagno.
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condividiamo (cfr neretto) la preghiera della Chiesa (cfr colori).