12/10/2008 – T. ORDINARIO – ANNO A – 28 DOMENICA – 2008
MEDITAZIONE o RILETTURA in vista della celebrazione.
Padre, fa’ che accogliamo il tuo Figlio Gesù!
La sua Parola, Proclamata in questa Eucaristia, e richiamata nell’antifona alla Comunione (cf T. Ordinario – Anno A – 28ª Domenica – 13/10/2002), attua sacramentalmente in noi la redenzione, realizzata fin dall’evento pasquale della morte e risurrezione di Gesù il sette Aprile del trenta d.C.
«Attua ora», infatti, lo stesso evento pasquale di duemila anni fa, con la sua efficacia, è in atto nella Parola Proclamata oggi in questa Eucaristia; la stessa opera di Gesù è in atto in circostanze diverse: storiche di quel tempo in Israele, sacramentali (gesti e parole) ora nella sua Parola proclamata.
Questo è possibile perché «Dabàr» è «Fatto e Parola» («Dabàr Javè» = «Fatto e Parola di Javè»); quindi lo stesso «Fatto» storico della Pasqua di Gesù (che soffre, muore, effonde lo Spirito, risorge) per opera dello Spirito Santo è presente in questa «Parola» proclamata nell’assemblea liturgica, come nel grembo di Maria. Noi ora, come Maria, diciamo: “Sì”; e la redenzione, operata nei misteri (gesti e parole rituali), trasforma tutta la nostra vita.
Così la parola proclamata nella liturgia ispira e attua i vari momenti della celebrazione, e della vita (cf anche T. Ordinario – Anno A – 28ª Domenica – 08/10/2005).
ESSERE CREDENTI, COMPIENDO LA VOLONTÀ DEL PADRE.
1°. RITI D’INTRODUZIONE.
Prendiamo coscienza d’essere una comunità che lo Spirito di Gesù riunisce e prepara ad ascoltare la Parola, a celebrare l’Eucaristia.
Antifona d’Ingresso Sal 129,3-4
Se consideri le nostre colpe, Signore,chi potrà resistere? Ma presso di te è il perdono, o Dio di Israele.….
Colletta
Ci preceda e ci accompagni sempre la tua grazia, Signore, perché, sorretti dal tuo paterno aiuto, non ci stanchiamo mai di operare il bene. Per il nostro Signore…
Tua nos, quæsumus, Dómine, grátia semper et prævéniat et sequátur, ac bonis opéribus iúgiter præstet esse inténtos. Per Dóminum..
Oppure:
O Padre, che inviti il mondo intero alle nozze del tuo Figlio, donaci la sapienza del tuo Spirito, perché possiamo testimoniare qual è la speranza della nostra chiamata, e nessun uomo abbia mai a rifiutare il banchetto della vita eterna o a entrarvi senza l’abito nuziale. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
2°. LITURGIA DELLA PAROLA.
Dio parla a noi in Cristo; e lo Spirito ci dispone ad ascoltare la sua Parola. Gesù parla e conclude: Oggi si attua la Parola che udite. – Richiamiamo la Parola, e aderiamo all’azione dello Spirito Santo in noi.
Richiamiamo il Vangelo: persona, messaggio e attività di Gesù, introdotto dal canto al vangelo. Cristo è presente in modo speciale, e parla di se stesso ai fedeli che l’ascoltano stando in piedi.
Oggi Dio parla della vita oltre la morte con il simbolico del «Banchetto».
La liturgia prende un testo dall’AT che presenta un banchetto (prima lettura, Is 25,6-10a).
Il vangelo presenta il banchetto com’immagine capace di alludere al regno definitivo ed eterno.
Gesù accoglie i peccatori mangiando con loro, istituisce l’eucaristia in un banchetto pasquale.
Gesù, risorto, parla dello Spirito Santo ai suoi discepoli mentre è a tavola con loro.
Ciò che lega «il mangiare insieme», qui nella storia, con «il banchetto escatologico» è la gioia di stare insieme «tra noi e con Dio», cioè, «accogliendoci per ciò che siamo» e non per ciò che noi vorremmo che gli altri fossero.
Quest’esperienza storica è l’inizio della vita escatologica (= vita futura e definitiva).
Il Vangelo
È una parabola articolata in due parti (Mt 22,1-7; 8-14).
Tutte e due le parti si aprono con l’iniziativa gratuita del re, che intende fare la festa per le nozze del figlio.
L’invio dei servi, nella prima parte è duplice («egli mandò i suoi servi … Di nuovo mandò altri servi»), come nella parabola dei vignaioli omicidi. Qui i servi (redazione di Mt) rappresentano i profeti preesilici e postesilici. I servi hanno lo stesso valore anche nella parabola delle nozze.
I primi invitati allora alludono al popolo ebraico; quelli della seconda parte i popoli pagani, tutta giocata sulla gratuità.
Nota dura: a conclusione della prima parte, la profezia velata della fine di Gerusalemme, 70 dC.
A conclusione della seconda parte altra nota dura: nella prima si parla dell’«uccisione degli assassini» e dell’incendio della città, nella seconda si parla di un tizio senza abito nuziale cacciato via dal banchetto per essere gettato «fuori nelle tenebre» perché senza veste. Non si può partecipare a un convita di nozze senza la veste di festa, che era la manifestazione esterna della dignità e del ruolo della persona. La veste è anche simbolo delle azioni del credente: «La veste di lino sono le opere giuste dei santi» (Apc 19,8). Nel linguaggio allusivo di Gesù la veste manifesta l’adempimento della volontà del Padre. Salva quindi non la partecipazione al banchetto (alla chiesa), ma la partecipazione «con la veste», con l’opera giusta dello stare insieme «tra noi e con Dio», cioè, «accogliendoci per ciò che siamo» e non per ciò che noi vorremmo che gli altri fossero. I commensali con la veste bianca sono la Sposa del Figlio del Re che Dio si è conquistata; a Lei è sufficiente prendere e indossare la veste «bianca» condonata, pronta fuori della porta della sala da nozze. Il «bianco» è simbolo di Dio, che rende capace di agire «da Dio» chiunque l’accoglie.
Veste bianca, lavata con il sangue dell’Agnello, Bianca «abitata da Cristo», perché accoglie Cristo col battesimo e la vita = Grazia.
La Profezia (prima lettura, Is 25,6-10a): un banchetto per tutti.
Richiama un aspetto del vangelo compiuto in Gesù, e oggi attuato sacramentalmente nella messa.
Richiama la seconda parte del vangelo, tutta giocata sulla gratuità: lungo le siepi o per le strade si possono trovare anche gli scampati convertiti della prima parte della parabola evangelica (Mt si rivolge alla chiesa di cristiani venuti dall’ebraismo). I servi hanno l’ordine di chiamare tutti.
Nota universalistica del brano escatologico d’Isaia: «Il Signore degli eserciti», cioè, delle schiere celesti, il sole la luna e le stelle che apparivano all’uomo antico come dei soldati che si muovono in modo ordinato, obbedendo agli ordini del Signore. Testo di genere apocalittico. Nasce nel contesto di crisi e grande difficoltà per il popolo ebraico, tra il II s. a C e il II d.C. Profezia e Sapienza si mescolano. Scopo: dare speranza a colo che soffrono con la prospettiva d’una buona fine. Chi invece sta bene tale profezia è percepita come una minaccia.
La fine di questo mondo (eone) è solo una condizione preliminare per la nascita d’un altro mondo migliore.
Toglie il velo della vedovanza. In tutto il brano Dio è il soggetto che prende l’iniziativa di bene.
Abiterò per sempre nella casa del Signore.
Tutto posso in colui che mi dà forza.